Microfoundations X: Perché in Italia?

18 ottobre 2006 michele boldrin

Dove provo a prendere il toro per le corna e mi chiedo perché è toccata proprio a noi questa iella maledetta dello statalismo endemico e di massa? Ma cosa abbiamo fatto di male nelle nostre vite precedenti per meritarci 'sta sfiga?

Anche gli ultimi giorni ci hanno confermato - non che ne sentissi il bisogno - che la classe politica italiana è la più statalista ed anti-mercato vi sia nel mondo occidentale. Da Napolitano che attacca le università private a Fini e Rutelli che fanno a gara per mantenere in vita, attraverso i soldi che VV sifona dalle tasche di chi lavora, quell'immondezzaio di nullafacenti romani conosciuto come Alitalia; da VV che, in preda ad un delirio transilvanico, scheda tutto ciò che gli italiani fanno all'intero arco politico che, sempre con soldi che VV sifona dalle tasche di chi lavora, vuole continuare a pagarsi il gineceo cum stupidario parlamentare chiamato RAI. E nessuno dice nulla, assolutamente nulla. A tutti sembra normale che così sia, ed a me sembra d'impazzire (non solo a me, apparentemente, anche agli altri cinque che fanno nFA, come si vede qui, qui, e qui.)

L'Italia sembra differente dagli altri paesi, anche da quelli europei. Una diversità che, invece di diminuire, lungo gli anni sembra crescere, crescere, crescere... come il tumore maligno che è. Persino i francesi, alla fine, hanno voluto che Air France venisse privatizzata e risanata, idem per gli spagnoli con Iberia. Entrambi hanno delle TV pubbliche, ma molto più piccole della RAI (anche se si privatizzasse un canale, RAI rimarrebbe più grande di TVE, non so rispetto a France 2 e France 3). In Spagna nessuno, di certo non Juan Carlos Borbon, si permette di blaterare contro le università private o di imporre per legge che certe transazioni economiche non possono effettuarsi in contante. L'elenco di differenze è infinito, meglio lasciar stare: assumo ci sia consenso sull'esistenza di una diversità che, dagli anni 80 in poi, si è andata accentuando.

Quello che vorrei cercare di capire è perché l'intero spettro politico italiano è così follemente "out of touch" con il resto del mondo. Non solo, e non tanto: ciò che veramente mi turba è che l'opinione pubblica italiana, le elites intellettuali ed economiche, ed i cittadini in genere, siano molto, ma molto più statalisti del resto del mondo. A mio avviso l'unico paese che arriva relativamente vicino a noi è la Francia, ma anche lì sono meno statalisti, sono solo più "francesi" di noi. Però conosco la Francia tanto poco quanto conosco l'Inghilterra, quindi è possibile mi sbagli ed invito a mettere in evidenza il mio errore. Rispetto alla Spagna, invece, son certo: la differenza è già grande e dal 1986 in poi sta diventando abissale. In Spagna io mi sento in un paese molto più simile, quando si viene a questioni economiche e d'intervento statale, agli Stati Uniti che all'Italia, sia nell'atteggiamento delle elites che del cittadino medio. Userò quindi la Spagna, che conosco bene ed è "culturalmente" simile a noi, come termine di paragone. Questo eviterà la solita tiritera di "Ah, negli USA ..." che a volte deprime ed annoia anche me.

Il paragone con la Spagna mi forza ad eliminare molte risposte "naturali", il che mi lascia a corto di cartucce. Quali sono tali risposte naturali? Il fascismo corporativo-statalista: ce l'hanno avuto più a lungo di noi e sino a trent'anni fa. La monarchia, ce l'hanno ancora (ma i Borbone sono decenti, ed i Savoia fanno ribrezzo, questo è vero). Il cattolicesimo, perché non hanno il papa ma i loro vescovi sono, se possibile, più medievali degli italiani. La presenza di piccole e medie imprese, artigiani, commercianti, in misura sproporzionata rispetto agli altri paesi avanzati: ci battono o sono pari. Il localismo economico/culturale, in Spagna continuano davvero a parlare lingue diverse dallo spagnolo in almeno tre aree (Galiza, Euskadi, Catalunya) e, nella città di Madrid per esempio, quelli di Vallecas (un quartiere) hanno la squadra di calcio che oscilla fra la serie A e la B (si chiama Rayo Vallecano) ed odiano il Real, tipo quelli del Chievo. L'attaccamento alla famiglia, simile al nostro: i trentenni spagnoli vivono con la mamma quasi quanto gli italiani. La concentrazione del potere nella capitale: qui occorre distinguere. Sul potere politico non c'era differenza ma ora c'è, ossia: il potere politico era concentratissimo a Madrid sino al 1978, poi la decentralizzazione "federalista" c'è stata, molto efficace, e continua alla grande. Però l'argomento non funziona con quello economico: c'era meno concentrazione a Madrid trent'anni fa che ora, ora Madrid è davvero la capitale economica della Spagna. Barcelona, che piaccia o meno ai catalani, è economicamente periferica anche se importante, mentre Bilbao è sparita ed il resto (Sevilla, Valencia, Zaragoza, Vigo) rimane piccolo in confronto. Il lungo feudalesimo e l'assenza di una rivoluzione liberale: peggio di noi, senza dubbio alcuno, almeno sino al 1978. Le brevi parentesi degli anni precedenti la guerra civile sono state proprio brevi. Però, tomar nota, la "transizione" del 1975-82 è stata vera, molto vera: in Spagna tra il 1982 e sino a Zapatero essere "liberali" era di moda. Ovviamente questo è "endogeno", non è una condizione di partenza, però forse si può cercare di chiedersi perché lì è successo e da noi no. Con ZP, il liberalismo è meno di moda come parola-simbolo, ma le politiche economiche continuano a farle Pedro Solbes ed il buon Miguel Sebastian, che ha un Ph.D. da Minnesota e non da una delle due Cambridge. Il processo di industrializzazione e l'uscita dalle campagne: molto simile, ed anche più ritardato per quanto riguarda il declino agricolo, del nostro. L'unica differenza che riesco a vedere è che le banche, almeno in parte, erano private e politicamente aliene al potere politico, almeno dopo Franco. Ma prima erano culo e camicia con il regime, e la crescita della banca privata forte ed internazionale (BBVA, BSCH) è venuta post 1978. Sistema elettorale: la Spagna ha, alla fin fine, un proporzionale. Sarà sporco perché ha uno sbarramento al 3% e tende a premiare la governabilità, però non hanno certo un sistema elettorale puramente maggioritario. Eppure sono arrivati al bipolarismo (con aggiunte dei partiti locali) oramai molto solido. Il potere della banca centrale: sto raschiando il fondo del barile; ad ogni buon conto: il Banco de Espana era molto forte sia con Franco che negli anni seguenti, senza dubbio (l'imponenza dell'edificio nella Plaza de Cibeles è lì a testimoniarlo). Ora, però, è sempre meno potente ed influente, ma, di nuovo, questo è un fenomeno endogeno che fa parte dello de-statalizzarsi della Spagna, non certo una condizione iniziale. Il "machismo": sono chiaramente alla frutta, lo ammetto. E, come dice la parola stessa, la radice è "macho" che è parola spagnola, mica italiana!

Altre spiegazioni "naturali" non sono del tutto eliminabili, e forse aprono degli spiragli da cui la luce d'una spiegazione può cominciare a filtrare. Forte partito comunista e sindacati: quest'ultimi sono (quasi) tanto forti quanto in Italia, il PCE è morto, è vero, ma Izquierda Unida non è dissimile da Rifondazione&Co, ed i sindacati son forti. Però, ci son due però: i loro sindacati son cambiati molto dal 1978 al 2006, e sono molto meno corporativi (con eccezioni) dei nostri; inoltre, cosa secondo me molto più importante. il PSOE è sempre stato la forza dominante della compagine di sinistra. Da sempre è il PSOE che guida e domina i governi di sinistra, ed il PSOE è altra cosa sia dal vecchio PSI che dai DS o come diavolo si chiamano. Il PSOE è quel partito che, per liberalizzare, s'è beccato vari mega-scioperi generali già negli anni 80, mentre qui da noi sono i sindacalisti a scrivere le finanziarie. In ogni caso, i sindacalisti in Spagna non vanno in pensione facendo i politici e gli amministratori di enti pubblici di tutti i tipi, ed il dibattito politico-economico interno al PSOE non lo determina il sindacato sin dai tempi di Felipe Gonzalez. Qui c'è una possibilità seria, su cui occorre riflettere. Continuando con i partiti, il partito cattolico: ce l'avevano subito dopo il 1975, ma è evaporato molto rapidamente e nel 1982 era di fatto sparito (Suarez ne era il leader). La destra spagnola, ossia il Partido Popular, è strapieno di cattolici e dialoga stretto con i vescovi, ma non è la Democrazia Cristiana. È laico per costruzione e statuto, ed è sia più di destra (la componente nostalgica di Franco è non piccola) sia più liberale (si vede meno dal 2004 in poi, ma negli otto anni che ha governato il PP, Rato&Co erano potenti e controllavano i ministeri economici) di quella cosa rara che è la CdL italiana. L'industria di stato: ce l'avevano tanto grande quanto la nostra, ma loro l'hanno privatizzata per davvero e molto rapidamente, incluse le banche statali. Però le casse di risparmio rimangono e creano problemi, anche se non sono, decisamente, una fonte di incredibili conflitti e statalismi inefficienti come lo sono le italiane. Differenze regionali: anche qui, trent'anni fa la differenza fra Extremadura e Catalunya era uguale a quella fra Sicilia e Lombardia, ora non più. In Spagna da 30 anni c'è convergenza regionale alla grande, e questo è un altro elemento di possibile spiegazione, dunque; però, non scordiamoci che è "endogeno", ossia che gli spagnoli la loro questione meridionale se la sono risolta con scelte politiche valide, e noi abbiamo scelto di non risolverla.

Ecco, mi fermo qui! Ma come, direte voi, che &$% di articolo hai scritto? Tutte domande con risposte negative e nessuna risposta positiva? Beh, qualche spiraglio c'è, e la risposta convincente io non ce l'ho ancora, ma la sto (ri)cercando. Se qualcuno ne ha qualcuna, ben venga.

Intanto io continuo a domandarmi "perché proprio in Italia ‘sta sfiga dello statalismo"? Come diceva quell'altro: se sapessimo già cosa stiamo facendo non la chiameremmo di certo ricerca, giusto?

32 commenti (espandi tutti)

Due reazioni rapide rapide.

1) Quando visitai la Spagna per la prima volta, nel lontano 1984, la cosa che mi colpi' soprattutto fu quanto giovane sembrasse la popolazione. Mi sembrava, ad occhio, che ci fossero molti piu' bambini, ragazzi, adolescenti, giovani che non in Italia. Credo che questo sia vero anche nei dati, ovvero che la composizione demografica (per eta', intendo) in Spagna e in Italia negli anni ottanta fosse molto diversa. Puo' la repubblica geriatrica italiana essere parte della spiegazione?

2) Questa non e' un'osservazione scientifica, ma in Spagna mi sembra che ci sia semplicemente piu' serieta'. Ovviamente questo non fa che spostare la domanda indietro di un passo: ma perche' in Spagna sono piu' seri che da noi?

Terza reazione: cui prodest?

Come mi pare dicesse michele stesso tempo fa, se i beneficiari del clientelismo ed assistenzialismo statale italiano rappresentano la maggioranza della popolazione, ovviamente risulta difficile spostare l'equilibrio... Ovvero, se le privatizzazioni e liberalizzazioni varie convengono solo ad una minoranza della popolazione, allora campa cavallo che l'erba cresce. Certo, uno puo' sempre argomentare che nel lungo periodo la crescita converrebbe anche alle fasce di clienti ed assistiti, ma se uno ha il tasso di sconto appena appena altino...

Chiede Michele: Cosa abbiamo fatto di male nelle nostre vite precedenti per meritarci 'sta sfiga?

Beh, parecchie cose, a cominciare da un tale Pietro che decise di farsi crocifiggere a testa in giù a Roma e non a Parigi o a Londra. Vi invito ad iscrivervi all'UAAR (www.uaar.it) l'Unione degli Atei ed Agnostici razionalisti: con la modica spesa di 25 euro (una trentina di dollari per voi ameriKani) sarete abbonati all'ATEO (rivista bimestrale) e godrete degli articoli di Odifreddi, Margherita Hack, Piero Angela ed altri..

E poi anche una classe imprenditoriale che con Schumpeter magari non ci azzecca molto. Perchè i nostri baldi imprenditori anzichè guerreggiare per Telecom o BNL non hanno fatto una bella OPA ostile ad Alitalia? In fin dei conti se Rayanair vale n volte la capitalizzazione di Alitalia perchè non buttarsi nel business?

In ogni caso piano a parlar male, almeno in Italia, dello statalismo endemico e di massa. Sul Sole 24 di un paio di anni fa è stato fatto il conto, indicizzato, di quanto sono costati fondi di dotazione e coperture perdite delle varie società IRI-EFIM ecc. La somma totale è risultata largamente inferiore a quanto lo Stato ha incassato dalle privatizzazioni. Tra qualche buon manager pubblico ed i vari Tronchetti, Fresco (Fiat per chi non si ricordasse), Ricucci e Gnutti non so poi cosa sia meglio.

Già che ci sono, vengo anche a chiedere il vostro contributo per una associazione che vorrei costituire a favore di una categoria tiranneggiata, stuprata, violentata, discriminata, offesa, trascurata: i numeri. Poveri numeri, questi si in Italia sono davvero messi male. Dalle manifestazioni di 200.000 persone in piazze di 30.000 mq. (7 per mq.,  meglio dals Gigants di Barcelona quando fanno le torri con il bambino in cima), ai bilanci falsificati, agli investimenti da 100 milioni che diventano 500 milioni, per non parlare dei numeri che rappresentano i tempi: i giorni che diventano mesi, i mesi che diventano anni, gli anni che diventano decadi (dalla TAV al MOSE, dalle cause civili con tempi infiniti al piccolo ritardo di 27 anni per sistemare la detraibilità dell'IVA sulle auto aziendali che adesso costerà - dicono, anche se è un altro numero a cui non credo - 13,5 miliardi di euro al bilancio dello Stato).

 

 

Mah, tra i serio e il faceto: perchè da noi c'è una criminalità organizzata forte, connessa col potere e, di fatto, statalista: privatizziamo la mafia! 

Ho lavorato 15 anni in un E.P.R. e devo dire amaramente che era governato da dei mammasantissima che tutto avevan a cuore tranne che le cose marciassero per merito e con lucro e cosi è ( e forse peggio  )  in tutto il pubblico impiego...

Mio chiedo una cosa (e non ne so la risposta, per questo la chiedo a Michele): un cinquantenne/sessantenne di destra, in Spagna, sa leggere e scrivere? Ha letto dei libri? Per varie ragioni storiche, che gli spagnoli non hanno affrontato a causa di Franco, i nostri non sanno leggere.

C'e' un'altra cosetta che gli spagnoli non hanno fatto, ancora a causa di Franco, la seconda guerra mondiale. Non so come c'entri, ma ho l'impressione che lo faccia (specie se associata al fatto speculare, la guerra civile anticipata rispetto a noi). 

Mi sembra che uno degli autori preferiti da Michele (il suo quasi omonimo Salvati) abbia scritto la prefazione ad un libro di un sociologo spagnolo (Perez-Diaz) proprio su questi temi, un paio di anni fa. Ho ricordi vaghi, ma mi sembra che si discutesse sulle differenze della società civile e del capitale sociale tra i due Paesi.

Beh, fatti prestare il libro da qualcuno li, e raccontaci in venti righe la sostanza, se sostanza v'era. No?

Perez-Diaz & Salvati ... mmh, comunque, vediamo che avevano in mente. 

Nello sfortunato paese non c'è una scelta politica decente. Da un lato c'è un sinistrorso vecchia maniera, dall'altro il più ricco del paese, un populista che promette un milione di posti di lavoro.

No, non è l'Italia. È l'Ecuador (andate giù all'articolo del 15 ottobre). La similitudine è abbastanza sconcertante, soprattutto l'identica promessa di un milione di posti di lavoro. Il punto serio è che forse dovremmo allargare un po' di più l'orizzonte comparativo. Negli ultimi trenta anni tra i paesi latini la Spagna è la chiara storia di successo, ma l'Italia non è certamente il paese più sfigato. Chi, seriamente, preferirebbe vivere in Perú o in Ecuador piuttosto che in Italia? In questo panorama più ampio direi che ci collochiamo nel mezzo, senza infamia e senza lode.


Sandro,
scusami ma il tuo tentativo d'essere ottimista finisce per sottolineare quanto fuori controllo sia la situazione italiana! Se, per tirarsi sul, l'Italia deve guardare all'Ecuador, o all'Argentina, stiamo fritti. Le condizioni iniziali, circa 1900 o 1950, fai tu, mi sembrano leggermente diverse. Di questo passo, fra 50 anni possiamo sempre consolarci dicendo che in Zambia o in Afghanistan stanno peggio.

Il problema, a me sembra, va posto con riguardo a paesi con simili condizioni iniziali. Ora, all'inizio del secolo 19esimo, l'Italia era in condizioni economico-sociali peggiori di alcuni paesi del Nord Europa (Olanda, Inghilterra) ed anche di alcuni vicini (Francia e Germania) almeno lungo certe dimensioni (unita' politica rispetto alla Francia, assenza di "occupanti stranieri" rispetto alla Germania) ma non molto di piu'. Non stava certo peggio di Spagna e Portogallo, specialmente nel Nord Italia, e non era economicamente troppo arretrata rispetto alla Germania o alla stessa Francia. Questi, sembra a me, sono i paesi con cui occorre confrontarsi. Se si vuole lasciar stare il passato lontano, possiamo guardare al post WWII. I termini di confronto non cambiano, e comparare l'evoluzione italiana a quella di Germania, Francia, Spagna e Portogallo, se vuoi, mi sembra legittimo.

James Kirk, EPR? Electron paramagnetic resonance as in quantum
mechanics? Ed era governato da dei mammasantissima anche quello? Che
fosse finanziato dal CNR?

Giorgio e Mario,tutte cose vere, ma son sintomi del nostro star male. Cause "ab origine" mi sembra difficile che le cose che elencate lo siano. A parte il papato, Mario, che come credo sia chiaro io apprezzo tanto quanto apprezzo il fumo sugli occhi mentre cerco di fare una siesta ... pero' anche in Spagna la presenza della chiesa e' stata, dal 1500 in poi, enorme ed invadentissima. Non hanno il papa: tu pensi che questa sia la differenza fondamentale capace di spiegare perche' D'Alema e Fassino messi assieme al piu' possono lucidare la scarpa sinistra di Felipe? La "serieta'" non so bene come definirla, ma intuitivamente condivido: molto piu' senso dello stato e delle istituzioni; di nuovo: da dove viene?

Alberto, uguale di ignoranti, da quel che ho avuto modo di vedere. Anche li', una cosa differenziale rispetto all'Italia e' la seguente: la gente con piu' di 40 o 50 anni e' di una ignoranza spaventosa, la scolarizzazione era bassissima sino a fine anni 70 ed assolutamente tutta sotto controllo della chiesa (in parte questo e' ancora vero, ma molto meno e cala). L'investimento in scolarizzazione compiuto a partire dal primo governo PSOE del 1982 e' enorme, a mio avviso fin troppo - hanno finito per declassare molte loro universita' assumendo a valanga professori che non sanno di che parlano. Comunque, alcuni centri di eccellenza li hanno mantenuti. Ma, di nuovo, questo e' endogeno, come endogena e' la frenata di fatto che hanno imposto alle pensioni con il tacito consenso sindacale. Il loro sistema pensionistico era, se possibile, quasi piu' generoso del nostro. All'inizio degli anni 90, quando ho cominciato ad occuparmente, il rapporto pensioni/PIL andava all'italiana e sembrava volare verso il cielo. Beh, oggi in Spagna e' meno del 10%, mentre da noi fa 15%! Di nuovo, perche' li' cosi' hanno scelto ed in Italia no? WWII: non so bene perche' non son certo che capisco, che meccanismo hai in mente? La loro guerra civile e' stata drammatica ed altamente distruttiva, sia di capitale fisico ma, soprattutto, di esseri umani.

 

Ecco quello che ho trovato su internet. Purtroppo questo articolo scantona proprio sul punto che stiamo discutendo adesso.

 

Il grande gioco delle riforme tra bluff e schermaglie
Quel che manca è la fiducia tra le parti e la cultura di cooperare per
il bene comune Per questo anche la Spagna è divenuto per noi un modello
a cui guardare
Su nuove forme istituzionali esistono in Parlamento due proposte simili
degli opposti schieramenti e vi sarebbe anche una maggioranza
trasversale

di MICHELE SALVATI

Nelle vacanze appena trascorse ho lavorato sull´introduzione a un libro
di Victor Pérez-Diaz, "La Spagna dalla transizione democratica a oggi",
che sarà pubblicato dal Mulino la prossima primavera. Credo d´aver già
accennato su questo giornale ai motivi per cui la vicenda spagnola
dovrebbe interessarci, e molto. La Spagna è un paese che viene da
un´esperienza tragica, da una guerra civile nei confronti della quale
quella italiana tra il '43 e il '45 è insignificante, da conflitti
nazionali, sociali, ideologici e religiosi ancor più laceranti dei
nostri, da una dittatura trentennale, durissima nella sua prima fase,
finita per morte naturale del dittatore nel '75. Se s´esclude il
problema basco, problemi tragici come quelli che diedero origine alla
guerra civile non esistono più: la Spagna dispone d´un sistema politico
sostanzialmente bipartitico nel quale si riconoscono gran parte degli
elettori, di un´opinione pubblica vivace ma moderata e di giornali che
non aizzano contrapposizioni estreme. Questo è il vero "miracolo
spagnolo", non quello economico, che è una semplice conseguenza d´una
società civile non spaccata tra Guelfi e Ghibellini, d´un sistema
politico semplice, in cui i due grandi partiti in lizza condividono in
buona misura la stessa visione delle priorità nazionali. E che,
soprattutto, riconoscono l´uno all´altro piena legittimità di
alternanza al governo. Non piccola cosa. Il partito di Aznar è l´erede
diretto di Alianza Popular, il movimento politico di Fraga Iribarne, un
ministro dell´ultimo governo di Franco. Quando, nel calore dell´ultima
fase d´una recente campagna elettorale, di fronte a sondaggi che lo
davano per sconfitto, per galvanizzare i suoi elettori Felipe Gonzalez
proruppe nel famoso grido della Pasionaria, "No pasaran", questo fu
percepito da gran parte dell´opinione pubblica come una grave
scorrettezza, come il richiamo a un passato tragico che gli spagnoli
avevano deciso di lasciarsi alle spalle.
A questo riflettevo in questi giorni: come mai gli spagnoli, con
problemi così più gravi dei nostri, sono riusciti a costruire
nell´ultimo quarto di secolo un sistema politico tanto più adatto del
nostro ad affrontare le sfide della modernità? Ovvero: come mai gli
italiani si ritrovano, a sessant´anni dalla loro transizione alla
democrazia, con un sistema politico così rissoso e inconcludente, a
scambiarsi come insulti termini d´un lessico che appartiene a un secolo
morto e sepolto?
La spiegazione naturalmente esiste, ha a che fare anche con la natura
estrema dei conflitti che avevano spaccato la Spagna, ma non è il caso
di entrarci ora. Questo lungo richiamo ai miei compiti delle vacanze
serviva solo a far comprendere il sentimento che ho provato – un
sentimento strano, fatto di noia, disgusto e disperazione - di fonte al
riaccendersi della discussione sulle riforme istituzionali. Ma come?
Fini è disposto a una forma di governo basata sulla designazione del
premier da parte degli elettori (ha parlato di elezione diretta, ma
probabilmente s´accontenta della designazione del capo della coalizione
sulla scheda elettorale e del conferimento dell´incarico in
Parlamento). Berlusconi acconsente, mentre mugugnano leghisti e
centristi. Dall´altra parte proprio questa è la proposta della
maggioranza dei Ds e di parte della Margherita: naturalmente mugugnano
i partiti piccoli e, per diverse ragioni, parte dei Popolari e la
sinistra ds.
Dovrebbe dunque esistere in Parlamento un´ampia maggioranza trasversale
e di fatto esistono due proposte di riforma da parte di singoli
senatori dei due schieramenti (Tonini e altri, A.S. 1662; Malan e
altri, A.S. 1889) tra loro simili e comunque facilmente integrabili: il
punto chiave della riforma è ovviamente quello di dare al premier
sfiduciato la possibilità di richiedere al presidente della Repubblica
(e di ottenere) lo scioglimento delle Camere, ed entrambe le proposte
adottano il modello svedese, facilmente trasferibile nel nostro sistema
parlamentare. Entrambe inoltre prevedono garanzie per le opposizioni,
più robuste e meglio congegnate, a mio modo di vedere, nella proposta
Tonini. Ma è inutile entrare nel merito con maggior dettaglio: non se
ne farà niente. Di qui il sentimento che descrivevo prima.
A parole e in via di principio credo sia difficile trovare un politico
che non faccia proprie le seguenti due affermazioni: (a) la riforma
della forma di governo è il punto nodale dell´intero problema delle
riforme costituzionali, quello che consentirebbe di dare stabilità,
certezza e garanzie alla riforma di fatto provocata dalla crisi
politica dei primi Anni '90 e dal sistema elettorale quasi
maggioritario introdotto nel 1993; (b) è necessario, o quantomeno
opportuno, che le decisioni sulle regole del gioco vengano prese, se
non da tutti, almeno da una grande maggioranza dei giocatori, liberi da
schieramenti di gruppo preconfezionati. Se alle parole e ai principi
corrispondessero i fatti e la realtà, in presenza di posizioni così
vicine la riforma dovrebbe avere buone probabilità di successo.
Comunque, da subito, si metterebbero al lavoro le Commissioni affari
costituzionali per verificare se esiste la possibilità di arrivare a un
testo comune che ottenga una maggioranza sufficiente. In altre parole,
per verificare se i leader politici che emettono segnali e rilasciano
interviste stanno bluffando o parlano sul serio. Così avverrebbe in un
paese civile, in cui tra maggioranza e minoranza esiste sì contrasto,
ma anche cooperazione per il bene comune. In cui esiste, tra le due
parti, quel minimo di fiducia reciproca senza la quale una democrazia
non funziona.
Questa fiducia non esiste. Ciò nondimeno, poiché le procedure
parlamentari hanno una loro routine e una loro inerzia, è possibile che
le Commissioni affari costituzionali si mettano stancamente e
sospettosamente al lavoro, salvo improvvise accelerazioni e forzature
se il governo avrà un interesse contingente e tutto politico a far
passare il disegno di riforma che più gli conviene (che so, Bossi si
impunta sulla devolution, Berlusconi interroga i suoi aruspici ed essi
gli dicono che vincerebbe alla grande un referendum: insomma, motivi di
questo spessore costituzionale). D´altronde non è forse avvenuto così
anche nella scorsa legislatura con la riforma del Titolo V, osteggiata
genericamente e pretestuosamente dal centrodestra anche se era stata
discussa fino alla nausea in Commissione bicamerale e poi in
Parlamento, e infine imposta colla forza dei numeri (pochi) in doppia
lettura a Camera e Senato? Se le cose andranno così; se la maggioranza
"premierista" del centrosinistra non si impegna su un ragionevole
progetto trasversale (una miscela Tonini-Malan, per esempio); se, per
evitare grane interne, lascia voce a tutte le sue componenti e fa lo
stesso tipo di opposizione che il centrodestra aveva fatto sul
federalismo, può saltar fuori di tutto: Fini è per convinzione un
presidenzialista, Berlusconi è quel che gli conviene essere al momento.
Aggiungo una riflessione di cui mi vergogno, perché mischia
considerazioni politiche contingenti a valutazioni di ordine
costituzionale. Dal punto di vista di queste ultime, credo che il
premierato "alla svedese" sia un´efficace razionalizzazione della forma
di governo che ci è casualmente cascata addosso, del tutto compatibile
con forti tutele dell´opposizione e del ruolo del Parlamento. Dal punto
di vista delle prime, esso soprattutto giova a chi guida la coalizione
più frazionata e divisa al suo interno: Berlusconi è il padrone della
sua coalizione, mentre il malcapitato che guiderà la coalizione di
centrosinistra avrà un gran bisogno del potere di scioglimento del
Parlamento per tenere unite le sue truppe. Ma neppure queste
considerazioni di basso conio convinceranno gli oppositori a oltranza:
parafrasando Don Abbondio, la fiducia, se uno non ce l´ha, non se la
può dare.
Potrei concludere qui, avendo già speso la battuta di fine articolo. Ma
dei problemi che ho sollevato non ci si può sbarazzare con una battuta.
Il riferimento alla Spagna è a un paese che ha costruito un sistema
politico moderno, un´eccellente politica economica e una società civile
moderata su un´operazione condivisa di rimozione della memoria storica.
Sto forse dando un giudizio positivo di questa operazione? Sto forse
anche suggerendo – ammesso sia possibile il confronto tra la tragedia e
la farsa - che il centrosinistra dovrebbe agire "come se" Berlusconi e
il suo centrodestra fossero avversari politici normali, con i quali si
può collaborare oltre che scontrarsi? Per dare quel giudizio e questo
suggerimento sarebbe necessaria un´analisi più approfondita. Il
centrosinistra ha molte ragioni di diffidare di Berlusconi: timeo
Danaos et dona ferentes. Ma un´opposizione per principio e un rifiuto
totale di collaborazione non sono senza costi per il paese. Può darsi
che questi costi siano più che compensati da un vantaggio più grande,
da una più sicura vittoria del centrosinistra, dalla più rapida
eliminazione di una anomalia vistosa nella nostra democrazia. Può
darsi, intanto i costi ci sono.

la Repubblica
9 gennaio 2003

Grazie Fausto. Purtroppo, come dici tu, va fuori tema.

Purtroppo, aggiungo io, sembra non aver capito molto neanche della Spagna, e del suo miracolo che miracolo non e', e di come e' avvenuta la transizione ... nulla di sorprendente, comunque, visti i precedenti e seguenti contributi dell'autore.

Michele, mi sembra che i processi siano i soliti. L'Italia per enormi ragioni di arretratezza culturale e' sempre stata in ritardo su tutto, paragonata agli altri paesi europei. Lasciamo perdere l'Estonia e la Russia, ma lo stato-nazione si e' formato maldestramente e dopo tutti gli altri, fatte salve le zone dominate dall'impero (non di Hartdt & Negri, ma ottomano.)
Presenze religiose catastrofiche, papato, provincialismo endemico e cosi' via. Dispero vi sia *la* spiegazione di tutto cio'. Il politico medio italiano e' ignorante a livelli da barzelletta, per chi ha dubbi basta guardare le "iene" alla televisione che domandano a illustri senatori dove sia Darfur o che cosa sia aparthied, o cosa sia la radice quadrata di 64.

Il piu' grande successo politico, dopo l'IRI di Beneduce, nel secolo scorso fu formato da un gruppo di persone con condanne penali in giudicato che si impossesso' del partito di Bombacci e Mussolini, estromesse vecchie glorie alla Riccardo Lombardi e fece... soldi. Non penso i nomi siano necessari.

La sociologia va fino a un certo punto e non oltre. Molto e' pura contingenza: queste sono le elite di formazione che l'Italia si ritrova, spesso effetto della formazione universitaria paradossale (nel mio campo posso solo osservare che la filosofia italiana e' piu' o meno indietro di mezzo secolo, non rispetto a MIT, anche rispetto a Lisbona o all'universita' di Heraklion.)

Si aggiunga, cosa e mio avviso di non poco peso, la perversita' vera del sistema dell'informazione. Mai vidi in paese democratico una stampa e una televisione piu' osservante dei riti e miti del potere. Mai si vide, non dico Watergate, ma nemmeno John Stewart.
Le cosidette masse subiscono in silenzio, coscienti come sono che le alternative sono peggiori (non si vive necessariamente meglio a Phoenix che a Tellaro, provare per credere, specie in eta' avanzata.)
Il mistero, come diceva Wittgenstein buonanima, non c'e'.

E, Rosselli docet, col tempo arrivera' anche giustizia e liberta'.

Dopo tutto l'Italia e' sottoposta alla stessa tenaglia demografica della Spagna (fertilita' reale stimata degli aborigeni 1.278, immigranti esclusi.) Ergo per ragioni algebriche, in 50 anni le popolazioni native (i triestini, i genovesi, etc.) si dimezzano e la popolazione sara' composta di africani e asiatici, a cui del Concilio di Trento e Caravaggio credo non importi un fico.
En passant, mentre si scaglia contro l'endemico fratellismo, statalismo, mafie varie, il professor Boldrin commette un errore di bassissimo calibro.
VITA CARTESII EST SIMPLICISSIMA e' in effetti l'exergue di Paul Valery a  "Monsieur Teste" e non e' il titolo di nulla di Antonio Negri, ma e' il titolo di un articolo del presente sindaco di Venezia dedicato, con pre-scienza visto che parlo di prima  nascesse la mondializzazioni cosidetta, a Toni Negri e Noam A. Chomsky.

Provare per credere in
CONTROPIANO, 2, 1970, pp. 375-399, il testo principale e' una disanima critica e/o stroncatura del libro "Descartes politico" scritto appunto dall'eroico Antonio Negri.

Non sto a tediar la manzoniana dozzina di lettori con il punto di vista dei filosofi su quel che passa per filosofia in Italia.

 

 

 

 

 

 

(per gli incolti e/o giovani, il titolo e' dal discorso tenuto 70 anni fa da Carlo Rosselli a Barcellona, trasmesso via radio.)

sulla base delle mie (scarse) nozioni di storia spagnola recente, avanzo la seguente congettura:

almeno fino alla meta` degli anni '80, le differenze tra spagna e italia potevano spiegarsi in termini di "ritardo" della spagna: paesi simili, storie simili, solo che la spagna era piu` "indietro". entrambi i sistemi, per storia e cultura, erano terreno fertile per una cultura statalista e connesse corruttele. cosicche`, raggiunta la saturazione, in entrambi i paesi sono scoppiati scandali che hanno coinvolto gran parte della classe politica (incidentalmente o meno, in entrambi i paesi i partiti socialisti erano nel centro del mirino) A questo punto, abbastanza prevedibilmente, la reazione del paese a questi scandali (manipulite da noi, e non so come l'avranno chiamata da loro), ha inaugurato una stagione di riforme...e` sull'onda di quella reazione che la spagna gia` dagli anni '80 ha iniziato privatizzazioni e riforme...ed in maniera simile, pure avevamo cominciato a fare noi, verso la meta` degli anni '90...

 dunque, anche fino ai '90, i due paesi seguono piu` o meno lo stesso percorso, solo a velocita` e con punti di partenza diversi. nel nostro paese pero`, al contrario della spagna, dopo pochi anni siamo passati alla controrivoluzione: manipulite e` etichettata come giacobinismo, e nulla piu`; la lotta alla mafia ha esaurito lo slancio emotivo degli omicidi eccellenti dei primi anni '90; il rinnovamento della politica si e` limitato al nome dei partiti...e riforme elettorali, privatizzazioni, etc. hanno subito una battuta d'arresto, se non una marcia indietro.

allora, se finora non ho detto fesserie, la domanda "perche` noi si e loro no" puo` essere parafrasata cosi`: "come mai noi abbiamo avuto la RESTAURAZIONE e loro no?". per essere sintetico, il perche` lo dico in due parole: silvio berlusconi.

ora, io volevo essere sintetico per non rompervi le scatole. se pero` ora vi sembro un giacobino con manie di persecuzione, mi spiego meglio: per fare la controrivoluzione, bisogna convincere la gente che la rivoluzione era giacobinismo, e nulla piu`. per questo mi pare almeno necessario un'azione sistematica e coordinata dei media. l'interesse di berlusconi nella politica, e il controllo della politica sulla RAI, ha reso molto facile ed immediato il coordinamento mediatico al servizio delle esigenze dell'ancient regime. e con la restaurazione, ci siamo ribeccati la necrosi di cui potevamo liberarci, continuando a camminare in parallelo con la spagna.

Michele,

secondo me ti sei dimenticato nel paragone Italia-Spagna di elencare il sistema giudiziario. Non so come sia quello spagnolo (forse me lo potrai dire tu) ma dubito che sia in uno stato piu' pietoso di quello italiano. Specialmente a livello civile.

La giustizia civile in Italia secondo il " 2006 doing business report" della World Bank ci mette in media 1390 giorni per emettere un giudizio. Peggio di noi fa solo il Guatemala (1490) nelle nazioni considerate (155 credo di aver capito leggendo a spizzichi e bocconi il report). In Nuova Zelanda ci mettono 50 giorni in media.

Si lo so lo si potrebbe riformare. Credo che dal 1986 (data che citi tu come punto di partenza del paragone con la Spagna) questo non sia stato fatto. Ci siamo fermati.

Ah no, E.P.R. = Ente Pubblico di Ricerca, nello specifico l'ENEA.

 

...anche se immagino già che a Michele non piacerà, ma tant'è. L'Italia, almeno fra i paesi sviluppati, è quello che ha l'origine nazionale più recente. Nella sua interezza odierna (intendo anche con Trento e Trieste, per capirci: il libro più letto a Trieste è l'Austria Era Un Paese Ordinato, di Carpinteri e Faraguna), non ha neanche cent'anni. C'è quindi variation rispetto a molti altri paesi, Spagna inclusa. Non so se spiega qualcosa, but we do have a comparative static...forse che per gli italiani l'idea di nazione si traduce semplicemente in assistenzialismo, e cioè solo a quello, l'assistenzialismo, serve la nazione? In altre parole, la domanda di statalismo/assistenzialismo è causata proprio dall'esistenza di uno stato/nazione del quale altrimenti, sotto sotto, gli italiani non sanno veramente cosa farsene?  

son d'accordo, e aggiungo e chiarisco un mio commento precedente, che non avevo avuto tempo di esplicitare. Quando parlavo di serieta', mi riferivo proprio al senso dello stato e delle istituzioni. Allora, in Spagna mi ricordo ancora quando il padre (di sinistra) di una mia amica di madrid mi porto' a vedere l'Escorial, e a momenti si metteva sugli attenti con le lacrime agli occhi davanti alle tombe dei re spagnoli, pieno di orgoglio per la storia nazionale spagnola.

In Italia l'esperienza dello stato italiano e', per il Sud, il regno dei savoia percepito come corpo estraneo e nemico evolutosi poi nello stato assistenziale e clientelare da fottere quanto piu' possibile, per il nord, lo stato sprecone che tassa quelli che lavorano e producono per dar da mangiare ai parassiti, e che non riesce neanche a fornire servizi decenti come il buon vecchio impero austro-ungarico.

giorgio, concordo, voglio renderlo ancora un ninin più chiaro con una domanda: secondo voi, per gli italiani quanto importante è il ruolo dello stato come enforcer of private contracts? La mia risposta è ovvia....

la rimonta spagnola non si può spiegare in parte con il modello di crescita neoclassico? inoltre,per la Spagna degli ultimi vent'anni non si può parlare di home market effect superiore al caso italiano?

Alcune differenze che mi balzano all'occhio tra Italia e Spagna che aiutano a spiegare:

1/ la Spagna ha avuto una dittatura "seria", che e' durata a lungo e che ha dato al Paese una serieta' ed un rigore che all'Italia mancano completamente. Franco non era un pagliaccio (mi verrebbe da dire "italiano", ma finisco nella tautologia) come in tanti aspetti lo era Mussolini. In tal senso, vedo tanti parallelismi possibili con Pinochet (se vuoi si puo' impostare una proporzione storica del tipo, Spagna:Italia = Cile:Argentina).

2/ in generale, la Spagna ha una cultura di destra degna di questo nome, che l'Italia non ha e non ha mai avuto 9a parte il fuoco di paglia della Destra Storica). Aznar ha fatto una politica economica liberistica che Berlusconi non ha fatto. Io credo che la mancanza di una vera destra sia il male peggiore che affligge l'italia. le idee di Fukuyama da noi non arriveranno mai, perche' non abbiamo un Reagan, una Thatcher e nemmeno un Aznar.

3/ Allo stesso tempo, la Spagna ha un'egemonia culturale di sinistra, ma la sinistra non controlla la cultura e la finanza come in Italia. In Spagna la finanza e' dell'opus dei, mentre la cultura sinistrorsa non ha i mettres a penser inutili di Francia ed Italia, ma si limita alle checche flokloristiche alla Almodovar.

Tutto questo congiura contro di noi e gioca a favore della Spagna. ahime'.  

Fa piacere vedere pezzi vecchi che recuperano vita, anche fosse solo per un istante.

Non avevo notato, a suo tempo, il suggerimento di giacomo. Effettivamente, potrebbe essere ma, se e' , non dovrebbe allora crescere anche la Sicilia come un missile, e la Calabria, eccetera? Ed anche l'Italia tutta oramai dovrebbe, visto che anche in termini di PIL la Spagna e' decisamente a due passi da noi (saranno al 90% del PIL per capita italiano, e' da un po' che non faccio confronti esatti). Quindi, temo che l'idea di convergenza, se spiega la rapida crescita spagnola rispetto alla francese, non spiega la lenta crescita italiana. E, poiche' non spiega la rapida crescita inglese o irlandese o anche solo USA, oltre a non spiegare quasi tutte le cose che invece dovrebbe spiegare, io il cosidetto modello "neoclassico" (dizione incorretta, quella corretta e' la versione Meade-Swan-Solow-Cass-Koopmans del modello neoclassico, altrimenti Johnny VN mi si rivolta nella tomba, ed il mio advisor LWMK sulla sedia) lo uso solo per fare contabilita' nazionale dinamica, e nulla piu'. Come modello capace di spiegare il mondo, meglio gettarlo alle ortiche.

Antonio Penta, ancora prima di giacomo, suggeriva Berlusconi ed il suo controllo e potere mediatico come causa causante. Mah, forse. Certo in Spagna quando i politici sgarrano in termini di soldi e cose del genere saltano rapidamente, il riciclaggio si fa, e non hanno i Prodi o i Berlusconi che eternamente stanno a capo delle averse coalizioni con compari e comparielli di contorno. Insomma, il ricambio della classe politica in Spagna e' molto ma molto piu' alto di quello a cui assistiamo in Italia, dove praticamente non avviene. Che questo fattore sia molto importante, condivido. Infatti, diro' di piu', dopo aver scritto questo post ho passato tempo a discutere a lungo con amici spagnoli non necessariamente sprovveduti, e se devo dire la loro opinione converge sul fatto che il ricambio drastico di classe politica sia stato un fattore estremamente importante e salutare e che tale continui ad essere. Soprattutto, condividono l'enorme differenza con l'Italia e, fra quelli che la conoscono, vi e' unanimita' che se una differenza strutturale fra i due paesi c'e', e' questa. Quindi siamo d'accordo su questo punto, tanto che ho pensato, quando ho tempo, di ritornarci sopra con dati e fatti. Notasi che loro di ricambi non hanno avuto solo il 1975/78 (transizione a seguito morte di Francisco Franco, in arte Paco) che fu sostanziale in termini del numero di persone che vennero messe a riposo (niente violenza, solo pensione e sparizione). Ebbero anche la riforma USA-Opus 1956-59, la vittoria di Felipe nel 1982 che porto' ad un cambio ancora piu' drastico, la vittoria di Aznar del 1996, altro repulisti, ed infine il repulisti-sorpresa del 2004. In ognuno di questi cambi ben poco rimane del personale precedente, inclusi i direttori generali e gli alti funzionari dei ministeri (ASPETTO CHIAVE!). Pero', che tutto questo si debba al Berlusca, ai suoi giornali ed alla sua TV, scusa Antonio non mi convinco proprio. I fatti dicono che cosi' non e': ma si cambio' classe politica in Italia, non solo dal 1993 in poi, ma anche prima. E, se a destra e' rimasto Berlusca, a sinistra Prodi, Bertinotti e compagnia ancor li' sono con Andreotti, Mastella e Scalfaro ...

Sulle ipotesi di MICHELE, piu' difficile esprimere un'opinione, perche' alquanto qualitative e quindi sottoposte ad interpretazioni soggettive e distinguo di tutti i tipi. Proviamoci, comunque, per la parte che e' riconducibile a fatti ed affermazioni che non richiedono interpretazioni.

1) Non ho idea di cosa sia un dittatore "serio", e non so se Franco lo fosse di piu' o di meno che Mussolini. So che, dal 1939 al 1959, la Spagna che lui governa e' un disastro terrificante (questo e' documentabilissimo, quindi mi astengo a meno non venga richiesto) ed e' solo con le riforme USA-Opus (quella dell'amministrazione pubblica, nel 1956, e quella piu' sostanziale e drammatica di tipo liberista in economia nel 1959/60) che le cose migliorano e la Spagna comincia a diventare un paese moderno. Non conosco nessuno in Spagna, nemmeno nel PP, che sostenga che la Spagna era un paese moderno quando e' morto Paco ... la modernizzazione vera inizia nel 1978, e continua. L'Opus pre-democrazia una cosa ha lasciato: un'amministrazione pubblica molto piu' efficiente della nostra, non come la francese, ma molto superiore a quella della borbonica Roma. Ho chiesto al mio esperto personale di storia del franchismo, uno con un cognome che e' tutta una garanzia di fedelta' e conoscenze dirette, e mi ha suggerito che forse l'Opus, dal 1956 in poi, si puo' considerare "seria", ma che Paco un po' meno risulta esserlo ...

2) Qui ho un'esperienza un po' piu' personale ed alcune conoscenze dirette. Non so cosa intenda MICHELE con "cultura di destra" ma non ho assolutamente l'impressione (direi di piu': posso tranquillamente testimoniare e provare) che Aznar ha fatto una politica liberista tanto quella di Berlusconi, ossia tante parole e quasi nessun fatto. Non ha rubato pro domo sua, e' vero, anche se ha provato a farlo per conto di vari amichetti, ma in questo non ha ecceduto e le due precedenti amministrazioni socialiste avevan dato la stura al nuovo corso "italiano" ... ora sembra che le cose siano ritornate sotto controllo, vedremo. Le politiche liberiste, post riforma 1959, le ha fatte in Spagna il primo e specialmente il secondo governo Gonzalez, dal 1982 al 1990. Furono politiche liberiste sostanziali e coraggiose, piaccia o meno. Poi Felipe degenero', ma di certo dal 1996 al 2004 non vi fu nessun recupero del liberismo in Spagna, solo chiacchere nazionaliste. Vi furono, grazie a Rato che continuo' le politiche del Pedro Solbes, rigore fiscale e controllo della spesa, assolutamente unici ed ammirabili. E vi sono ancora, visto che Pedro continua le politiche di Rato che continuava le sue. Vediamo cosa succede fra due anni, quando probabilmente tocca a Miguel ... Finalmente, una domanda: il Fukuyama che viene menzionato e' per caso quello che aveva deciso che la storia e' finita e poi ha detto "Oops, sorry" ed a continuato a pontificare senza remissione? Diciamo che al leggerlo non mi sembra un modello di pensatore, ne' di destra ne' di sinistra. L'ho conosciuto recentemente ad una cena in Messico: spero le sue idee in Italia non arrivino mai: ne ha troppe e non sono necessariamente fra di esse coerenti. Insomma, spero non sia quella di Fukuyama la seria "cultura di destra" ... how about Milton's, quello che e' appena morto e che prima di parlare o scrivere si ricordava quasi sempre di pensare?

3) Anche qui ho una conoscenza diretta, e mi permetto di dissentire, sulla base dei fatti. Sull'egemonia culturale, se capisco bene, MICHELE concorda che e' di sinistra in Spagna tanto quanto in Italia. Che poi gli spagnoli non abbiano dei maîtres à penser di sinistra ma "solo" Almodovar, beh non saprei ... evidentemente non ci piacciono gli stessi films. Forse non leggiamo nemmeno gli stessi giornali spagnoli: Vargas LLosa e BHL scrivono sul El Pais, non su El Mundo e su Expansion, il quotidiano economico di "destra", oltre al sottoscritto che a causa di nFA non lo fa piu' ci scrivono/evano anche JJ Dolado o Miguel Sebastian o Juan Urrutia o JM Campa ... L'unica differenza vera, limitandosi all'ambito della cultura "politica", e' che in Spagna e DENTRO alla sinistra (ossia, dentro al PSOE) c'e' una concentrazione solida, potente, organizzata, molto silenziosa ma efficace, di liberali nel senso classico della parola. Lasciamo stare i nomi, gia' ne sto facendo abbastanza, ma e' sostanziale la loro presenza: parlan poco in pubblico, ma contano parecchio. Nel PP c'era il gruppo che girava intorno a Rato che provava ad essere liberale a turni alterni (ossia, finche' l'impresa di famiglia non aveva bisogno di sussidi). Meglio di nulla, comunque vediamo se riesce a tornare; per il momento e' in esilio dorato ed il partito e' gestito, ridicolmente, da quella "checca" (pero' non "folkloristica", peccato) del Mariano Rajoy e dai suoi amichetti abbronzati da Valencia e Avila.

Per quanto riguarda la finanza, delle due l'una: o con la parola "finanza" intendiamo due cose diverse, o l'Opus si e' andato mimetizzando proprio bene. Mi spiego. Circa il 35% del sistema bancario spagnolo e' composto da casse di risparmio (Cajas de Ahorros) e cose simili, gestite dal comune/provincia o autonomia dell'area da cui originano. In nessuna di esse, e specialmente non nelle due grandi ossia la Caixa e Caja Madrid, l'Opus conta alcunche'. Fra le altre, perche' sono in mano o a socialisti o alla coalizione "impura" catalana, ossia CiU e PSOC. Banche: vi fu una piccola presenza Opus in alcune banche pubbliche dagli anni 60 e sino alla transizione, ma e' da lungo tempo ridotta al lumicino. Rumasa e' sparita, ed il Banco Popular e' cosa irrilevante. La piu' grande banca spagnola, BSCH, e' solidamente controllata dalla famiglia Botin e credo d'aver partecipato a piu' di qualche seminario con parecchi dei loro alti dirigenti. Se quelli sono dell'Opus, ditemi dove si fa domanda. La seconda banca, BBVA, era da sempre Basca, management di formazione Deusto (Gesuiti!) e totalmente anti-Opus: l'Opus e' di Madrid, e di Franco, ai baschi, per cattolici che siano, non piace ... e poi ci sono pure ragioni dottrinali che hanno a che fare, appunto, con l'indipendenza basca, ma tralasciamole. Nonostante il golpe giudiziario/mediatico di Rato&Gonzalez (Francisco, non Felipe; Francisco e' del PP) il management rimane tale. Se Goiri e' dell'Opus, faccio due domande d'iscrizione, non una. Il terzo gruppo e' quello nuovo ed emergente del Sabadell-Atlantico ora allargato a Urquijo, e qui ... qui proprio l'Opus se lo mangiano a colazione. L'azionista di maggioranza nel gruppo di controllo e' la Caixa, seguita dalla famiglia Oliu (fondatrice Sabadell, da cui il cuore della banca viene visto che e' il Sabadell che si compra le altre) ed il capo (della famiglia e del Sabadell-Atlantico) e' il Pep ... il Pep ha un PhD in Economics da University of Minnesota, fra le altre cose ... Ok, mi fermo qui, ma se 'l Pep e' dell'Opus, io di domande ne faccio 1000 e mi metto subito il mitico cilicio. Ora, sia chiaro, io parlo dell'Opus Dei ... di quello della davincicoke non so perche' non frequento.

Ciao michele, non mi sembra che le tue opinioni siano cosi' divergenti dalle mie, a parte che sull'opus dove ti dico piu' tardi perche' tutto sommato marginale.

1/ tu chiarisci meglio cio' che io intendo per dittatura "seria". Un buon conoscitore delle cose spagnole quale tu dimostri di essere avra' sicuramente presente la letteratura storica che tende a rivalutare il ruolo di Franco nell'arginare il pericolo comunista in Spagna (e altre checche, in questo caso si' veri artisti (ma assai poco esperti di politica/economia) come Garcia Lorca; mi sembra tu apprezzi le battute omofobiche, per cui non le lesino). A differenza di Benito e di Adolfo (che e' a tutti gli effetti un caso a parte), i meriti di Franco sono esattamente quelli che tu dici, costruzione di una pubblica amministrazione efficiente, una politica gradualistica (sono d'accordo con te Pinochet fece molto meglio, ma pochi o nessuno hanno eguagliato il mitico Pino) di riforme graduali in economia.

2/ in merito al secondo punto, Aznar: non ho avuto una esperienza diretta ma cio' che mi dicono amici spagnoli (investment bankers seri, con patrimoni di qualche decina di milioni, che difficilmente si espongono) e cio' che mi dicono le statistiche economiche mi portano a pensare che piu' di qualche effetto Aznar l'abbia avuto. Sfondi una porta aperta su Felipe Gonzales. E anche sul fatto che questo dimostri una profonda differenza della sinistra itaiana rispetto a quella spagnola: anche noi un Gonzales l'abbiamo avuto, Craxi, il quale con la vittoria del referendum sulla scala mobile a meta' anni 80 ha scritto una delle poche pagine decenti della repubblica italiana; ma sappiamo come sia andata a finire, ad essere liberali in Italia non conviene...

3/ infine sull'opus, al di la' della dispersione delle casse e delle banche locali, il mercato bancario spagnolo e' molto concentrato se guardiamo ai bilanci...Che io sappia l'opus dei conta molto, e lo vedo nei colleghi bakers spagnoli a Londra, molto discretamente "devoti". Puo' essere che qui mi sbagli. ma di certo in Spagna se c'e' un partito cattolico interno alla finanza, non e' quello cattocomunista di Bazoli, Prodi e quant'altri...

  

Non so come interpretare l'espressione "Mitico Pino". L'aggettivo mitico per Pinochet mi sembra francamente fuori luogo.

Una postilla riguardo a Fukuyama. Per me lui e' un grande pensatore. La sua tesi che la storia sia finita nel senso che i concetti di liberaldemocrazia e di mercato siano quelli "finali" mi sembrano corrette. Tant'e che anche chi si dice di sinistra non riesce a dire una cosa che sia di sinistra. Vedasi Moretti,...o questo sito che piace tanto a un reaionario come me anche se e' scritto da sedicenti sinistrorsi.

Mah, lasciamo stare il dibattito se Fukuyama sia o meno un "grande pensatore", che mi pare non utile ne' risolvibile. Mi sembra chiaro che penso molto poco dei suoi vaghi pensieri, ma la cosa e' irrilevante.

Per quanto riguarda invece l'idea secondo cui lib-dem+mercato (LDM) sono dei "concetti finali", lasciando da parte il fatto che e' idea supervecchia di almeno trecento anni, cosa vuol dire "finale"? Come modelli di organizzazione sociale uno puo' sostenere, da un lato, che esistono da secoli, forse da millenni e che, dall'altro, si sono andati evolvendo tanto ed alterando che non e' chiaro in che senso la LDM che oggi esiste in UK o in Giappone abbia qualcosa a che fare con quella che esisteva negli USA post rivoluzionari, o negli USA post WWI, o nell'Italia post WWII, o nel Chile del "criminale" (nel senso tecnico: dicesi di persona che ha violato ripetutamente le leggi vigenti nel suo paese, ed in altri paesi, ad un certo punto del tempo e che per questo e' stato portato a giudizio e condannato) Pinochet, eccetera, eccetera. Anche dal punto di vista puramente teorico, cos'e' LDM? Rawls o Nozick? Arrow o Hayek? Smith o Locke? Pensa anche solo ai diritti di proprieta', ed al loro continuo mutare e ridefinirsi.

Se non erro, e mi scuso se erro, sembri ispirarti ad alcune cose scritte da Hayek ed altri che ad egli vengono ad egli frequentemente associati. Bene, in Hayek la "self-organization" del Cosmos degli umani si evolve e non e' mai "finale" ... Quindi, quale "concetto finale" ha specificato FF che possa anche solo vagamente avere la parvenza o la speranza di essere tale? Se prendi Popper, e tanti altri, anche vagamente sul serio, non c'e' verita' scientifica finale, quindi in che senso ci sono verita' morali e di organizzazione sociale che possono aspirare ad essere finali? Il tutto mi lascia alquanto perplesso, sembra un argomentare piu' da "pensiero debole" alla Vattimo che altro ... Ma forse ho mancato qualcosa nel ragionamento.

Postilla, sulla Spagna. Mi rincresce, ma non e' che non siamo d'accordo, semplicemente i fatti non sono quelli che dici tu. Nessun storico serio, ne' spagnolo ne' inglese ne' altro, che io sappia, si e' messo a rivalutare Franco negli ultimi anni, anzi: tutto quanto leggo ne rivela sempre di piu' gli aspetti disastrosi. Se hai dei riferimenti da darmi, ben lieto di scoprirli. Insisto sul fatto, documentato, che la riforma economica del 1959 fu imposta dagli USA, letteralmente. Checche' ne dicano i bancari spagnoli membri dell'Opus e che stanno a Londra, la politica di Aznar e' stata tanto "liberale" quanto quella della mia nonna, ossia zip. Questo vale non solo per le imposte, che son calate pochissimo e son rimaste progressive anzi, ma anche per l'universita' (centralismo di ritorno e nessun spazio alla concorrenza), alle amministrazioni locali (ultra centralismo e rifiuto di mettere in moto, anzi forte opposizione, a qualsiasi richiesta federalista), alle privatizzazioni (non compiute e poi bloccate), alla concorrenza nell'informazione/comunicazione (ha adirittura ceduto al monopolista-socialista Polanco appena questo gli ha promesso un paio di favori)  ... Di nuovo, se mi citi quale atto politico abbia compiuto in uno dei suoi due mandati che lo distingua come liberale, mi fai una cortesia. Finalmente: la banca spagnola e' senz'altro piu' concentrata dell'italiana, ma questo, ripeto, e' perche' ci sono tre grossi gruppi privati molto laici e molto anti-Opus infatti, oltre a due grandi casse di risparmio. E la concentrazione e' stata favorita e spinta da Luis Angel Rojo durante la sua tenure come Gobernador del BdeE ... e Rojo, davvero, dell'Opus non e'! Che poi, ripeto, qualche bancario che lavora a Londra sia molto devoto, non lo dubito. Ne conosco alcuni che sono molto presi da cose ben diverse delle preghiere mattutine, ma non per questo mi sento di concludere che la banca spagnola e' controllata da cocainomani dediti ad allegri partouzes con fanciulle russe di labili costumi e salate tariffe.    

FF. non ho detto che Fukuyama abbia elaborato alcun concetto "finale". Ho semplicemente detto, sintetizzando la sua tesi principale, che FF e' stato il primo, a mia conoscenza, a dire che dopo la fine della guerra fredda il concetto di LDM (sono d'accordo con te assai variegato, ma qui non e' il punto) ha definitivamente prevalso (in questo senso finale) su ogni altra proposta alternativa di societa'. Quelli che lo tacciano di aver detto "che la storia e' finita" e lo deridono in virtu' del fatto che l'attacco della cultura islamica lo contraddirebbe in pieno, in realta' o non hanno letto FF o ritengono che l'oscurantismo islamico sia una proposta di societa' alternativa alla LDM (e a quel punto, io smetto di argomentare).

La letteratura revisionista su Franco sta diventando piu' che cospicua. Ti rimando semplicemente al mio post che fa riferimento alla pagina culturale del Corriere di ieri. Molto semplicemente ti rimando anche alla lettera di ieri sempre sul Corriere di Sergio Romano, persona che stimo molto (forse perche' anch'io, nel mio piccolo, come lui, mi ritengo una figura mista di, come direbbe Gramsci, intellettuale prestato alla praxi; a tal proposito, non farti quegli sciocchi autogoal e per cortesia chiama banchieri e non bancari chi guadagna milioni di $ se no, come dire, contraddici tanta teoria economica, ma tanta, che mette in stretta relazione i salari con gli skills...).

Spagna: su Aznar, ti ripeto che non sono un esperto (neanche dal punto di vista di impiegato bancario, non guardo al mkt. spagnolo dove i derivati sono molto local e poco liquidi), tuttavia se considero i dati macro di Spagna e Italia durante Aznar-Berlusconi, qualche dubbio mi viene sul fatto che abbiano governato allo stesso modo. Non sara' la solita sindrome dello pseudo-intellettuale di cui parlo in altri post, per cui si scopre dopo cio' che e' stato fatto prima? Si sa i critici e gli intellettuali (forse anche gli economisti) un po' di carta la devono imbrattare...

Opus dei: rimango della mia view, banchieri (ti garantisco tali) ne conosco in Spagna e sono tutti o quasi di provenienza opus dei. O certamente non sono catto-comunisti alla Bazoli-Prodi-Iozzo, tanto per fare qualche nome italaiano (il mio salario mi permette di farmi nemici).      

Un saluto al ragioniere boldrin.

Il tempo e' denaro, ed io ho poco tempo (c'e' chi afferma invece d'aver molto denaro).

Mi limito ad evidenziare e brevemente commentare alcune parti del commento precedente, a citare letteralmente cio' che li si cita implicita- ed incorrettamente, e ad aggiungere, a mo' di viatico, due versetti dell'amato Beolco.

- "...a mia conoscenza ..."

- "letteratura revisionista su Franco ... pagina culturale del Corriere ... Sergio Romano". Niente male come fonti d'un "intellettuale prestato [troppo?] alla praxi". Comunque, scrive Sergio:

Naturalmente questo non significa
che le nuove storie della
guerra civile possano ora dimenticare
gli orrori del franchismo,
soprattutto negli anni
immediatamente dopo la vittoria. Beevor, Ranzato e molti
altri hanno documentato la durezza
della repressione, le persecuzioni,
i giudizi sommari,
il lavoro coatto. Dopo avere
conquistato il potere, Franco
scatenò una nuova guerra civile
contro coloro che avevano
osato resistergli. Fece in altre
parole esattamente quello che
avevano fatto i comunisti dopo
la conquista del potere e Hitler
dopo l’avvento alla cancelleria. E anticipò su scala più
modesta quello che avrebbe
fatto Mao dopo la creazione
della Repubblica popolare cinese
nel 1949.

Un vero dittatore "serio": ora che abbiamo la definizione da cui il dibattito scaturi', il cerchio si chiude e la conclusione ne e' chiara a tutti, per ammissione d'entrambe le parti.

- "per cortesia chiama banchieri e non bancari chi guadagna milioni di $" ...

http://www.demauroparavia.it/12056 http://www.demauroparavia.it/12070

Da noi, a Firenze, diciamo "piselli" ... voi bancari milionari, come dite piselli?

- "non sono un esperto ... intellettuali [anche prestati alla praxi] carta la devono imbrattare"

- "rimango della mia view ... il mio salario"

 

... voria, ma no poso ...

... no ghe rivo, pero me piasaria rivarghe ...

Anche per me la cosa e' chiusa visto la miseria del suo commento. Tanto per precisare tuttavia:

1/ il riferimento al Corriere per me e' molto significativo. Lei lo vede come sintomo della mia pochezza intellettuale, sara', per me era significativo del fatto che certi temi hanno ormai ampia diffusione al contrario di quanto da Lei asserito. Ovviamente, non era la seconda parte della lettera di Romano (a proposito complimenti per la arroganza con cui Lei se ne ritiene superiore), su cui credo non sia molto interessante convenire, ma la prima (quella sulle vere cause del franchismo, sulle cose positive da esso attuate, sul perche' certi pseudo-intellettuali hanno avuto tutta la convenienza a farne un ritratto distorto, un po' come nel caso di Pinochet).

2/ confermo, coerentemente con le definizione del dizionario da lei citate, il mio status di banchiere. Nonostante la mia giovane eta', sono managing director di ML da due anni. Essendo il mio salario in tantissima parte legato al p/l che ogni anno la banca realizza grazie o a causa mia, inoltre, confermo che godo di pressoche' completa liberta' intellettuale. Non mi devo preoccupare (come sembra invece far Lei) se perdo articoli, conferenze, spazi in giornali etc. Se questo lei lo liquida dicendo che io ho tanti soldi, per me e' qualcosa di piu', comunque veda Lei;

3/ vista la mia incapacita' a farmi capire, penso che rinuncero' ad in intervenire ancora. Tuttavia, da questa esperienza ne escono rafforzate le mie convinzioni. E piu' precisamente:

deve essere frustrante discettare di qualcosa, l'economia, avendo sostanzialmente un posto pubblico, o nel migliore dei casi un misero posto fisso presso un employer privato. La si puo' tirare per i capelli quanto si vuole, invocando il valore economico del cazzeggio (ma come vedete anch'io posso cazzeggiare, e pippare la coca, quando a voi restano forse le canne come in seconda liceo o giu' di li'...), ma se abiti in un paese anglosassone, e capisci qualcosa di economia, sta sicuro che qualcuno se ne accorge e guadagni milioni. Per cui non ti riduci ad invidiare i figli di banchieri e di avvocati perche' si possono permettere scuole piu' prestigiose delle tue. Altrimenti non capisci granche' di economia, il tuo e' vano cazzeggio, per cui ti riduci a fare un blog, in cui puoi impressionare qualche povero no global italiano (che magari ti da anche del destrorso, e tu ci godi a spiegargli che sei ancora di sinistra).

Insomma, un bel modo per continuare ad esercitare un sano (?!?) onanismo adolescenziale.

Statemi bene

http://www.corriere.it/solferino/romano/06-11-29/01.spm

La guerra civile spagnola: una difficile verità

Caro Bassetti,
sulla guerra civile spagnola sono
stati scritti in questi anni
libri molto intelligenti ed equilibrati,
fra cui quello di Anthony
Beevor edito da Rizzoli,
e quello ancora più recente
di Gabriele Ranzato («Il passato
di bronzo», edito da Laterza),
per non parlare di
quanto è apparso in Spagna
dove una nuova generazione
di studiosi sta affrontando il
tema con occhi nuovi. Lei non
ha torto, tuttavia, quando osserva
che per molti anni la ricostruzione
di quegli avvenimenti
è stata ispirata da una
sorta di «partito preso». Occorreva
dimostrare che la Repubblica
era democratica, che
il fronte antirepubblicano era
biecamente reazionario e che
il trionfo dei franchisti nel
1939 fu la vittoria di una minoranza
retriva, spalleggiata
dai regimi totalitari, contro la
generosa resistenza del popolo
spagnolo. Oggi sappiamo
che questa versione degli eventi
è alquanto elementare e possiamo
chiederci perché, nonostante
qualche voce dissonante,
abbia resistito così a lungo.
La versione presentava, soprattutto
per il Pci, molti vantaggi.
Dimostrava che la Spagna,
dove si erano combattute
le prime battaglie contro nazismo
e fascismo, annunciava le
guerre di resistenza e liberazione
che si sarebbero combattute
durante la Seconda guerra
mondiale. Confermava che
i comunisti avevano avuto in
queste battaglie, sin dal 1936,
un grande ruolo direttivo. Lasciava
nell’ombra la parte ambigua
che gli emissari di Mosca
avevano recitato nelle vicende
spagnole. Dava un colpo
di spugna alle relazioni che
Stalin ebbe con la Germania
nazista fra la firma dei protocolli
segreti dell’agosto 1939
e l’invasione tedesca dell’Urss
nel giugno 1941. Per accreditare
questa versione fu necessario
censurare tutto ciò che
avrebbe potuto suscitare qualche
sospetto sulla sua coerenza.
Fu dimenticato che Togliatti
aveva espresso duri giudizi
su Carlo Rosselli, fondatore
di Giustizia e Libertà e
autore di un famoso pamphlet
intitolato «Oggi in Spagna,
domani in Italia». Fu dimenticata
la brutale repressione comunista
dei trozkisti a Barcellona.
Fu ignorato che i sovietici
inviati in Spagna vennero
trattati da Stalin, al loro ritorno
in patria, come potenziali
nemici.
Naturalmente questo non significa
che le nuove storie della
guerra civile possano ora dimenticare
gli orrori del franchismo,
soprattutto negli anni
immediatamente dopo la vittoria.
Beevor, Ranzato e molti
altri hanno documentato la durezza
della repressione, le persecuzioni,
i giudizi sommari,
il lavoro coatto. Dopo avere
conquistato il potere, Franco
scatenò una nuova guerra civile
contro coloro che avevano
osato resistergli. Fece in altre
parole esattamente quello che
avevano fatto i comunisti dopo
la conquista del potere e Hitler
dopo l’avvento alla cancelleria. E anticipò su scala più
modesta quello che avrebbe
fatto Mao dopo la creazione
della Repubblica popolare cinese
nel 1949.

 

Visto che mi avete chiamato in causa ;) ;) sulla questione di ordine ed evoluzione, confermo che il concetto di ordine in Hayek va inteso come "tendenza spontanea a", non come stato raggiunto (o raggiungibile). Ma che non gli si imputi anche la mancanza di valori e precisi e riferimenti stabili! C'è un'ampia letteratura specifica sulla relazione tra Hayek e la dottrina del diritto naturale (p.e. i lavori di Mark Perlman e, più recentemente, Erik Angner), oltre ovviamente ai cenni a tale tema nelle recenti biografie di Caldwell e c. E la dottrina della Natural Law mi pare, come dire, abbastanza forte... almeno da un duemila anni circa. 

MICHELE concordo con te

questi sono quattro frustrati di economisti d'oltre oceano che non contano nulla ne' in america (anche se il ragioniere boldrin e' il quinto di ......) ne' in italia. Vorrebbero contare in italia ma poiche' nessuno li vuole si sono ideati questo sito per gloriarsi ma poverini lasciamoli stare a non contare nulla tanto i soldi tu li fai lo stesso e io continuo a fare il barone e a pontificare

Ciao buona permenenza a Londra

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