Milton Friedman

16 novembre 2006 michele boldrin

Aveva 94 anni: una morte annunciata. Dispiace lo stesso. E' stato uno speciale, nel bene e nel male. Alla fine della fiera molto piu' nel bene che nel male. Averne come lui.

Milton Friedman era un economista ed un libertario vero, di rarissima qualita' in entrambe queste dimensioni. Ogni tanto ne ha detta o fatta qualcuna di storta, la peggiore probabilmente fu quella di far scappare la Cowles Commission da Chicago a Yale. Poiche' e' la peggiore che riesco ad addebitargli, mi sembra cosa da poco: ci ha perso un po' Chicago, ci ha guadagnato Yale, nell'aggregato non e' successo quasi nulla. Sull'accusa di essere stato un supporter di Pinochet, sono con lui. Tutta l'evidenza dimostra che lui fece il suo lavoro ed il suo dovere: spiego' a Pinochet e compagnia quello che dovevano fare sul piano economico, e poi disse chiaro e tondo che avrebbero dovuto anche restaurare la democrazia e le liberta' civili. E glielo mise per iscritto, tanto per non lasciare dubbi. Niente da eccepire.

La qualita' della sua ricerca economica e' difficile da superare, sia in termini di intuizioni che di lavoro analitico e statistico. La coerenza intellettuale e la passione che l'ha caratterizzato sino all'ultimo sono praticamente uniche, almeno fra la gente che ho avuto il piacere di conoscere. Era piccoletto, intelligentissimo e battagliero, ma la sua aggressivita' a me e' sempre sembrata il giusto prodotto di un cervello di prima qualita', curioso e critico, sempre alla ricerca del dibattito.

Non che l'abbia conosciuto molto bene, pero' ho avuto qualche buona occasione di discuterci. Ed un paio di anni fa mi fece commuovere una sua email personale in cui ci raccontava di aver letto una cosa che Larry Jones, Maria Cristina de Nardi ed io avevamo scritto sulle relazioni fra fertilita' e sistema di pensioni, dandomi vari commenti e ponendo varie domande, supersveglie per uno di 92 anni! Aggiungeva anche, come avrebbe potuto mancare, che la matematica se l'era saltata a pie' pari ma che, graziaddio, il testo ed i dati assieme all'intuizione sua gli avevano permesso di capire la cosa. Ah, lo trovava convincente, ma non originale: lui ci aveva gia' pensato e l'aveva detto decenni prima ... un po' egocentrico era, bisogna ammetterlo!

La caratteristica di Friedman che ammiro maggiormente, comunque, e' l'esser stato per tutta la vita un "intellettuale pubblico" che non si e' mai venduto a nessuno, ne' ha mai smesso di dire chiaro e tondo cio' che lui riteneva essere vero. Pronto a discutere i propri argomenti con chiunque ed in ogni occasione, ed a fare le correzioni se l'evidenza dimostrava che aveva torto. Ma non per cortesia o perche' era meglio lasciar stare e far finta d'aver trovato una "ragionevole via di mezzo". Ha difeso la legalizzazione delle droghe sino all'ultimo, ed ha espresso i suoi dubbi sul sistema di proprieta intellettuale vigente anche dopo che praticamente tutta Chicago ha deciso d'abbandonare la lezione sua, di Hayek e di Stigler. Compromessi intellettuali, almeno che io sappia, mai ne ha fatti. A patti con questa o quella tendenza politica o convenienza di potere non mi risulta sia mai sceso: lui faceva lo scienziato sociale, e diceva quello che la sua ricerca gli suggeriva essere giustificabile. Politici e decision makers, poi, facessero dei suoi consigli quel che a loro pareva opportuno o fattibile. Non stava a lui fare i compromessi ex-ante fra coerenza scientifica e convenienza pratica e politica. Mi piacerebbe saperlo imitare, in questo almeno se non nella qualita' del lavoro scientifico.

 

10 commenti (espandi tutti)

Milton Friedman

palma 25/11/2006 - 07:19

Un commento di una persona che non fa l'economista.

in uno dei suoi libri (non mi ricordo quale ma so di averlo letto) Friedman imbasti' una polemica contro varie pressioni a cui sono sottoposte le imprese. Per fare un esempio corrente, molti pensano che le imprese abbiano responsabilita' ecologiche, non verso azionisti, o non *solo* verso gli azionisti, ma anche per le montagne o gli oceani, o la temperatura del pianeta e cosi' vua.

Friedman costrui' un argomento interessante per dire che quello non era il caso.

Ergo ne sugue che le imprese, qui parlo io, non sono sottoposte agli stessi imperativi morali degli individui. L'impresa non mente solo perche' la legge dice di non mentire, non inquina *solo* perche' la legge dice di non inquinare, e cosi' via.

Questione, diretta sopratutto agli economisti. Non e' forse il caso che bisogna vedere i partiti politici come "imprese" in questo senso astratto? I politic hanno delle responsabilita' che svolgono piu' o meno bene per la genet che li sostiene, sono composti da paraoici affamti di potere, spesso di resiuati bellici intellettuali di guerre finite due generazioni fa, e cosi' vua.

La domanda e' una domanda che mi pongo spesso? Quando tutti si offendono perche, ad esempio, Nixon e' bugiardo e imbroglione o Wolfowitz dice di "sapere" che ci sono armi di distruzione di mazza in Iraq, etc. non stiamo sbagliando di bersaglio?

E' sensato dire, a, ad esempio, Mr. Elkann che "mente" quando dice che la Panda e' la macchina migliore del mondo? che Ferrari Scaglietti inquina poco e cosi' via?

 

 

Per una visione alternativa di Milton Friedman e la Scuola di Chicago, consiglierei di leggere "Milton Friedman Unraveled" di Murray Rothbard, del 1971. Negli ultimi anni Friedman era diventato un po' meno socialista (esprimendo ad esempio pareri critici sull'antitrust o sul central banking), ma lo stesso non si può dire di molti suoi seguaci.


http://www.lewrockwell.com/rothbard/rothbard43.html

Interessante il pezzo che segnali, ed anche divertente. Confuso a livelli abbastanza incredibili sia sul socialismo, che su Friedman, la teoria economica, la competizione ed altre cosuccie amene. Oggi ho gia' fatto la mia parte, quindi scusami se non scrivo un altro commento di duemila parole. Ma prometto che lo faro'.

Per capire meglio di che cosa Friedman venga accusato ed evitare di attribuire a te opinioni che tue non sono, ritieni che la posizione espressa da Rothbard sia corretta sia logicamente che in termini di fatti storici e teoria economica? Noterai anche tu che non cita quasi mai o mai Friedman direttamente, ma gli attribuisce una serie di opinioni, alcune strampalate ed altre meno, che sono quasi tutte di Simon o di altri non ben identificati soggetti ...

Cosa si intende qui per "socialista"? Non mi e' chiaro.

Quali pareri critici sull'antitrust sono "non socialisti"? Pareri critici sull'antitrust, o sulla banca centrale, ve ne sono di tutti i tipi e colori, e non so bene a quali ci si riferisca.

Infine, tanto per non andare a fare una discussione al buio, chi sarebbero i molti seguaci di Friedman che, se leggo bene il commento, sono alquanto socialisti, e per quali ragioni sono tali?

Sia chiaro, io ritengo che molte delle posizioni che Friedman prese su questioni di teoria economica, ed in particolare una grossa parte della tua teoria monetaria e della sua epistemologia, siano criticabili. Cio' che trovo incomprensibile e' tacciarle di "socialismo", almeno alla luce di cio' che io definisco "socialismo", sia in pratica che in teoria.

 

Suppongo che cio' che infastidisse Rothbard fosse la scarsa considerazione per l'Austrian Economics, che in Friedman aveva due ragioni:

1. La nonchalance di tale scuola verso gli effetti delle recessioni (riassunta dalla famosa frase "Liquidate labor, liquidate stocks, liquidate the farmers, liquidate real estate. . . . [That] will purge the rottenness out of the system. High costs of living and high living will come down. People will work harder, live a more moral life. Values will be adjusted, and enterprising people will pick up the wrecks from less competent people" che Mellon puo' avere o non avere effettivamente pronunciato con Hoover, a seconda di a chi uno da' retta).

2. La scarsa considerazione degli "Austriaci", e in particolare di Hayek, verso i metodi matematico-quantitativi. Questo aveva in realta' basi epistemologiche: per Hayek la complessita' e non-linearita' del sistema economico rende pressoche' impossibile qualunque modellizzazione, specialmente quelle che si pongono come obiettivo la stabilizzazione macroeconomica. Dato che "pianificare scientificamente" lo sviluppo economico era uno dei claims dei socialisti della prima meta' del secolo (dai Fabiani giu' fino agli Stalinisti), c'e' sempre la tentazione di dare del socialista, se non altro a fini retorici, a chi supporta l'uso di metodi quantitativi a fini di policymaking...

A mio avviso, Friedman si pose il problema di reagire al Keynesismo imperante dal New Deal fino a fine anni '70 con nuovi strumenti, in parte usando le stesse armi dei Keynesiani. Chi, tra lui e Hayek, avesse torto o ragione sui metodi quantitativi e' una questione piu' che altro filosofica: e com'e' noto, la stabilita' della velocita' postulata da Friedman si rivelo', alla prova dei fatti, piuttosto illusoria (come lui stesso non ebbe difficolta' ad ammettere: vedi anche questa sua intervista).

Piu' interessante e' il punto 1., cioe' la questione della fattibilita' politica di politiche monetarie "Austriache" in contesti di suffragio universale. In "Globalizing Capital", Barry Eichengreen giustamente nota (parlando dei limiti ai flussi di capitale post-Bretton Woods): "For several decades after World
War II, limits on capital mobility substituted for limits on democracy
as a source of insulation from market pressures." Che io espanderei in: "Anche in assenza di stabilizzazione maroeconomica, le recessioni non sono la fine del mondo, e gli shock che periodicamente si verificano non sono poi cosi' catastrofici (almeno nei casi in cui i policymakers evitano idiozie come la riduzione della massa monetaria da parte della FED o l'introduzione di barriere al commercio internazionale tipo
Smooth-Hawley Act, entrambe commesse agli inizi della Grande Depressione). Il guaio e' che in sistemi politici basati sul principio 'one man - one vote' la pressione popolare forza la mano del governo a cercare una qualunque forma di stabilizzazione". Ricordiamoci che neppure Keynes si e' mai sognato di essere socialista, e che anche lui si poneva il problema di policies che riuscissero a salvare il capitalismo dal malcontento irrazionale di masse frustrate alla ricerca di salvezza in uno stato autoritario (vedi anche le sue posizioni sulla pace di Versailles, in quel caso in relazione non con la rivoluzione socialista ma con l'ascesa al potere del nazismo). Friedman pensava che in fondo la stabilizzazione monetaria era meno dannosa di quella fiscale.

Che Eichengreen abbia colto nel segno e' secondo me dimostrato anche dalle diverse sorti, in Argentina e in Hong Kong, del currency board (una forma di "Gold Standard" dove l'oro e' rimpiazzato da una valuta di riferimento - in quei due casi, il dollaro USA). In Argentina il governo (soprattutto le amministrazioni locali) sono state incapaci di ignorare le pressioni popolari e limitare la spesa pubblica, e il currency board e' saltato. In Hong Kong, dove il governo non e' eletto a suffragio universale, l'Asian Crisis ha determinato cinque anni di deflazione, da cui pero' poi l'economia e' rinata piu' "lean and mean".

Per finire, mi piacerebbe sentire l'opinione degli esperti su un'idea che ho azzardato tempo fa su Usenet, e cioe' che l'introduzione dell'Euro in assenza di fiscal transfers e in generale di un'unione politica e normativa, ma con libero flusso di capitali all'interno dell'UE (e anche al di fuori di essa) sta forzando una politica monetaria che nei fatti e' di "Gold Standard" per i singoli stati: i cui governi sono privi di strumenti di stabilizzazione macroeconomica sia dall'arsenale Monetarista (i tassi d'interesse a breve termine sono controllati dalla BCE) che dell'arsenale Keynesiano (la liquidita' immessa dalla spesa pubblica rischia di fare aumentare il costo del debito, e quindi gli interessi a medio-lungo termine sul mercato nazionale, perche' il mercato puo' "factor in" il rischio d'insolvenza derivante dal fatto che i governi nazionali non possono piu' stampare carta moneta). Questa e' anche una delle ragioni della mia profonda sfiducia nel futuro di paesi come l'Italia, che assomigliano all'Argentina assai piu' che a Hong Kong...

Ciao --

Enzo

Sono impressionato, professor Michelangeli, lei in trenta righe riesce a sollevare tante questioni che non bastano trenta pagine a discuterle. E difficili, pure!

Lasciamo stare Friedman "socialista", accetto la tua spiegazione. Sugli "austriaci" (quelli che oggi e dagli anni 60 si autodefiniscono tali, non Menger o Hayek) meglio stendere un velo pietoso e tirem innanz. Mi rimane solo la curiosita' se De Innocentis voleva prendessimo sul serio il ranting di questo Rothbard, o se scherzava. Mi sa' che domani lo scopriremo e ci dira' che scherzava.

Solo una nota storica, sulla matematica, Friedman ed il pianificare. Lungo questa dimensione anche Friedman era molto sospettoso dei metodi formali e dell'economia matematica. La Chicago di Friedman era "contro" la teoria, Friedman e Stigler fecero letteralmente fuggire Hirofumi Uzawa e prima ancora Friedman & Co avevano fatto muovere l'intera Cowles Commission, che originalmente era a Chicago e poi si sposto' a Yale. La "colpa" della Cowles e' che era troppo di sinistra ed utilizzava troppi formalismi matematici. Da allora il dipartimento a Chicago divenne un bastione di anti-teoria, e non furono i suoi anni migliori ... La situazione cambio' solo all'inizio degli anni 70 con l'arrivo di Buzz Brock, Jose Scheinkman e poi Bob Lucas. Anche qui, una parte dell'opposizione di Friedman, Stigler ed altri del gruppo (penso ad Harold Demsetz o a Coase e quelli che l'hanno seguito sulla strada della nuova setta, che si chiama "New Institutional Economics") era "epistemologica", se vogliamo chiamarla cosi', ma una parte era pura diffidenza politica, basata sull'idea che "economia matematica era di sinistra" perche' facevano i teoremi di economia del benessere e studiavano il disegno di meccanismi ottimi. Diffidenza ben poco giustificata, visto che molta della gente che fa teoria era ed e' assolutamente libertaria proprio come conseguenza di cio' che studia e dei teoremi che prova. Il che, personalmente, mi sembra molto piu' giustificato e credibile che esserlo per fede o per qualche credenza religiosa in diritti naturali e cose del genere. Alla fin fine, e come sempre, occorre anche riconoscere che parte dell'opposizione era dovuta al fatto che anche per Friedman, come per i cosidetti "austriaci", la matematica utile all'economia finiva con quella che lui conosceva. Quella che non conosceva, quella era inutile; ringraziamo la buona sorte che almeno sapeva un po' di analisi reale e di econometria, altrimenti addio "permanent consumption hypothesis"! Gli "austriaci", purtroppo, al piu' sanno contare i numeri naturali e quindi, appena gli chiedi di rendere coerente cio' che dicono, danno in escandescenze contro la formalizzazione vuota e sterile dell'economia ... Atteggiamento molto frequente, nessuno e' perfetto.

Stabilita' della velocita': sono ancora li' che ci lavorano. Sembra anzi essere l'ultima frontiera di ricerca per la gente che fa economia monetaria ... a mio, non tanto umile, avviso, stanno tutti cercando la chiave nella parte del marciapiede vicino alla lampada solo perche' li' c'e' luce. Ma non e' detto che vi sia la chiave. In altre parole, l'economia monetaria da Keynes in poi e' al 90% una gran perdita di tempo, e quella che si fa ora nelle banche centrali e' una mostruosa perdita di tempo. Ma e' un discorso lungo, e troppo accademico per farlo qui. Friedman in questo ha giocato un ruolo ambiguo: ha aiutato a distruggere l'idea folle che vi fosse un trade-off fra inflazione e crescita, trade-off che si poteva usare eternamente, come e quando il politico o banchiere centrale volessero, per manovrare l'economia. Pero' questa operazione e' riuscita solo per vent'anni, ora l'ideologia interventista e' completamente risorta perche' i banchieri centrali hanno grande potere reale e vogliono sentirsi dire che monetary policy puo' far del bene ai disoccupati e cose del genere. Questo si ricollega a quello che Enzo dice sulla "domanda di stabilizzazione" nelle societa' avanzate: perche' la domanda sia giustificata occorre credere fortemente che qualcuno, l'autorita' monetaria o quella fiscale o entrambe, possono fare cose magiche nella "stanza dei bottoni" per impedire che le aziende chiudano, che il tasso di crescita oscilli, che a volte l'occupazione cresca molto ed a volte poco, eccetera. C'e' domanda di religioni e quindi c'e' offerta di religioni: quella specifica dice che le banche centrali hanno poteri taumaturgici. E quindi giu' tutti a scrivere centinaia di pirlate in cui si racconta che la crescita la causano Greenspan o la ECB ... Friedman questa follia religiosa che alimenta l'industria del VAR demenziale ha cercato di frenarla, con solo un parziale successo: invece di pensare che possiamo manovrare la supposta "curva di Phillips" come e quando vogliamo, ora tutti a calcolare quanto la possiamo manipolare e se la regoletta di Taylor (John) e' buona o cattiva ...

Friedman, comunque, ha anche giocato un altro ruolo, meno positivo: e' uno dei tanti che con la sua autorita' ha mantenuto in piedi il mito a-scientifico che si puo' parlare dell'economia nel suo insieme (la cosa chiamata macroeconomia) partendo da modelli aggregati di contabilita' nazionale, scordandosi i modelli micro, i comportamenti micro, gli agenti disaggregati. Insomma, scordandosi l'equilibrio economico generale. Questa fallacia continua, e non si risolve certo con modelli fintamente micro-fondati in cui c'e' l'agente rappresentativo e l'impresa rappresentativa. In questo senso Friedman, ma anche Prescott e Lucas alla fine (quest'ultimo nei suoi lavori piu' brillanti ha provato a guardare all'aspetto micro, ma poi ci ha rinunciato) sono dei seguaci di Keynes: contabilita' nazionale, funzione di produzione aggregata, offerta di lavoro aggregata, consumo aggregato, eccetera. Di nuovo, tema lungo e di "dottrina" quindi non per nFA ... tirem innanz un'altra volta.

Sull'ipotesi che attribuisci ad Eichengreen, non saprei. Se e' vera implica che la "globalizzazione" e' diventata possibile perche' vi e' stata una "perdita di democrazia", nel senso di one man - one vote, e non mi sembra proprio il caso, anzi tutto l'opposto. Inoltre, implicherebbe anche che si e' accettato il tradeoff maggior crescita e maggiori oscillazioni (recessioni piu' profonde e frequenti) ed anche questo non sembra vero. Da un lato i dati dicono che non c'e' proprio trade-off fra crescita media ed oscillazioni del tasso di crescita, e dall'altro il ciclo nei paesi OECD e' stato molto, ma molto piu' soave negli ultimi vent'anni durante i quali il movimento dei capitali si e' altamente liberalizzato. Questo non implica che la domanda populista di spesa, stile Argentina o stile Italia, faccia grandi danni e porti ad autentiche crisi talvolta. Pero' e' tutto da dimostrare che questo abbia a che fare con la "democrazia" per se. Tabellini e Persson ci hanno lavorato parecchio, la loro ipotesi, se ricordo bene, era che democrazie basate su proporzionalita' e sul sistema del governo parlamentare erano piu' prone a spesa allegra, inflazione, oscillazioni che non quelle basate sul maggioritario con elezione diretta del premier. Ma non credo abbiano convinto molti ... incluso il sottoscritto. Insomma, la questione e' abbastanza aperta direi.

L'ultima domanda invece non la capisco proprio, e non scherzo. Sembra basata su un mix di modello keynesiano d'economia aperta, "gold standard macroeconomics" (mai capita, davvero) ed ignoranza delle semplici proposizioni contenute nella "monetarist arithmetic" di Sargent e Wallace, quindi non riesco a capire quale sia il problema che poni... che differenza c'e' fra stampare moneta ed emettere debito? A che sefvono i trasferimenti fiscali dal punto di vista della stabilizzazione del ciclo? Non capisco. In che senso i paesi non possono stabilizzare? Cos'e' che dovrebbero "stabilizzare"? La solita svalutazione competitiva d'italica memoria? Sembri credere nella fallacia che tu stesso hai criticato poco prima, ossia che muovendo i tassi d'interesse nominali a breve si possa alterare il livello di attivita' economica ...

 

Chiarisco il punto della mia ultima domanda. Mi rifacevo al modello del "Bellagio Group", secondo cui politiche di stabilizzazione macroeconomica, liquidita' (facile accesso al mercato internazionale dei capitali), e confidenza nel senso di immunita' da financial panics (stile Asian Crisis), non sono tutti e tre simultaneamente raggiungibili, e a seconda di cio' a cui si rinuncia ci si ritrova a muoversi in uno di tre possibili frameworks:

- Rinunciando alla stabilizzazione si segue la strada del Gold Standard: cambi fissi (e quindi nessun patema d'animo per gli investitori internazionale su rischio di cambio: percio' niente panici finanziari) e liberta' di movimenti di capitali (quindi grande liquidita' disponibile per gli investimenti). Ma ahime', in questi tempi la stabilizzazione e' chiesta a gran voce.

- Rinunciando alla liquidita' con l'imposizione di controlli valutari (almeno per le transazioni in conto capitale), e' possibile praticare politiche anti-deflazionistiche di ricetta Keynesiana (deficit spending contro-ciclico) evitando sia svalutazioni sia fughe di capitali. Vedi Bretton Woods, attuale politica monetaria della Cina, etc.

- Rinunciando alla stabilita' dei cambi, si entra in territorio monetarista: i cambi fluttuano rendendo possibili sia politiche di stabilizzazione basate sul controllo dei tassi, sia facile accesso a capitali stranieri per i paesi in via di sviluppo. E' la direzione in cui il mondo si e' per lo piu' mosso a partire dagli anni '80. Purtroppo, ci sono periodi e paesi per cui talora si verificano crisi di confidenza (l'Asian Crisis appunto) che portano a una spirale di fuga di capitali, conseguente innalzamento dei tassi d'interesse per la valuta locale, caduta del mercato azionario, accentuata crisi economica, ulteriore fuga di capitali etc. Di converso, durante i periodi di boom le banche centrali hanno una grossa difficolta' a raffreddare l'economia intervenendo sui tassi, perche' gli elevati rendimenti attirano capitale straniero surriscaldando ulteriormente il quadro economico... E va detto che, nonostante lo scorno che Mahatir ricevette quando sospese la convertibilita' del Ringgit nel 1998, la Malaysia soffri' dalla crisi molto meno di Indonesia, Thailandia e Sud Corea che si adeguarono all'ortodossia monetarista elargita dal FMI.

Tornando all'UE, quel che dicevo e' che al momento i singoli paesi si trovano privi sia di strumenti monetari che di strumenti fiscali, dato che da un lato i tassi sono stabiliti da una relativamente poco interventista BCE (e che comunque, anche se fosse piu' attivista, non potrebbe agire in modo differenziato da nazione a nazione); e dall'altro il "patto di stabilita'" (anche se poco onorato, e dichiarato ufficialmente "stupido" da Prodi), e la necessita' di salvare i credit ratings per il loro effetto sul costo del prestito pubblico, limitano le possibilita' di ricorso al deficit spending. D'altro canto, la valuta comune ha fornito confidenza grazie all'assenza di rischio di cambio (se esistesse ancora la Lira, il tasso di sconto in Italia sarebbe ben piu' alto dell'attuale), e non ci sono sensibili fughe di capitali anche senza i controlli sui cambi. Insomma, una situazione piu' simile al framework di Gold Standard che a quelli keynesian-brettonwoodiano e monetarista-friedmaniano. 

Enzo

Oggi ho un po' piu' di tempo, quindi consentimi di rispondere alla questione relativa alla frase di Eichengreen, che si riferisce unicamente alla richiesta di stabilizzazione: quindi, non alla globalizzazione o ad altri fattori che influenzano il tasso di crescita medio. Ma a me pare che si tratti di un problema piu' generale: se nell'economia dei paesi industrializzati c'e' un trend ininterrotto dagli inizi del XX secolo ad oggi, questo e' l'espansione del ruolo dello stato e della fetta di PIL da esso gestita. Anche periodi acclamati (o, da taluni, deprecati) come liberalizzatorii, la spesa pubblica e' al piu' diminuita (di poco) in termini reali: toccare la spesa in termini nominali e' un gesto che in democrazia porta a morte politica sicura. Ormai, la differenza tra governanti di "destra" e di "sinistra" sta sulla copertura fiscale: "conservatori" come Berlusconi o Bush espandono la spesa pubblica aumentando il disavanzo fiscale, mentre "socialdemocratici" come Prodi o Gordon Brown aumentano anche le tasse (oltre che la spesa, ovviamente: altri 6.8 miliardi secondo le stime di Tito Boeri e Pietro Garibaldi).

Ora, io vorrei mettere bene in chiaro che quando parlo di "democrazia" non intendo, come sembrano fare un po' tutti, l'opposto di "tirannia". L'opposto di "tirannia" e' "liberalismo", che io considero un bene prezioso, con le sue garanzie su liberta' personali, divisione dei poteri dello stato e relativi "checks and balances", habeas corpus e via dicendo. Il guaio con la democrazia moderna, semmai, e' che ha smesso di essere quella "girondina" di Tocqueville, Lafayette, dei Founding Fathers americani etc., fondata su Montesquieu, Locke, Hume e Trenchard & Gordon; e' invece venuta ad essere l'erede del giacobinismo e successivamente del socialismo. Il punto cruciale e' stata la concessione allo Stato di violare il principio di proprieta' sui frutti del proprio lavoro, che per Locke era assiomaticamente sacro: "Though the Earth, and all inferior Creatures be common to all Men, yet
every Man has a Property in his own Person. This no Body had any
Right to but himself. The Labour of his Body, and the Work of his
Hands, we may say, are properly his." ("Second Treatise", sec. 27).

Forse i rischi erano chiari sin dall'inizio, dato che gia' Ben Franklin faceva una distinzione tra democrazia ("due lupi e un agnello che votano per il pranzo") e liberta' ("un agnello ben armato che contesta i risultati elettorali"). E probabilmente oggi e' troppo tardi per cambiare, dove esso e' gia' in vigore, il principio "one man, one vote" in qualcosa che garantisca contro violazioni legalizzate del diritto di proprieta' (per esempio, assegnare ai votnti la disponibilita' un numero di voti proporzionale alle tasse pagate negli anni precedenti -- che automaticamente scoraggerebbe anche l'evasione fiscale). Tutti insorgerebbero contro queste riforme come il preludio alla plutocrazia -- anche se poi, singolarmente, concordano con l'uso di regole assai piu' plutocratiche nella vita di tutti i giorni: per esempio, nelle norme sulle votazioni condominiali...

Ultima nota sulla stabilizzazione: tu dici giustamente che "il ciclo nei paesi OECD e' stato molto, ma molto piu' soave negli ultimi
vent'anni durante i quali il movimento dei capitali si e' altamente
liberalizzato". Certo, ma non esistono solo i paesi OECD, che, a torto o a ragione, ispirano agli investitori una fiducia che li protegge da panici finanziari: Turchia, Russia, e le NIC in Asia hanno conosciuto nello stesso periodo crisi finanziarie piuttosto serie. E come dicevo ieri, chi ne e' uscito con meno ammaccature sono stati o paesi con controlli valutari che chiudevano i trasferimenti in capital account (Cina e, dal 1998, Malaysia), o paesi con un currency board disciplinato (cioe' senza stabilizzazione -- cosa largamente resa possibile dall'assenza di dipendenza del governo dal voto popolare) come Hong Kong. L'Indonesia fu costretta a rinunciare a piani di currency board (con gran dispiacere di Steve Hanke e Kurt Schuler :-) ) da pressioni eminemente politiche, dato che l'amministrazione Clinton voleva la testa di Suharto su un piatto d'argento -- anche se va detto che probabilmente non avrebbero funzionato, dato il caos e la corruzione del regime indonesiano, con o senza Suharto.

A mio avviso, tanto i fautori quanto gli oppositori dell'apertura delle frontiere ai movimenti di capitali durante tali crisi (in particolare l'Asian Crisis) non erano particolarmente sinceri sulle loro motivazioni: la vera questione, allora come sempre, era la possibilita' o meno di comprare a prezzi di liquidazione assets in quei paesi da parte di istituzioni finanziarie di paesi OECD. Da qui tutte le polemiche su "speculatori stranieri" da una parte e "crony capitalism" dall'altra...

Enzo

 

Ultima nota sulla stabilizzazione: tu dici giustamente che "il ciclo
nei paesi OECD e' stato molto, ma molto piu' soave negli ultimi
vent'anni durante i quali il movimento dei capitali si e' altamente
liberalizzato". Certo, ma non esistono solo i paesi OECD, che, a torto
o a ragione, ispirano agli investitori una fiducia che li protegge da
panici finanziari: Turchia, Russia, e le NIC in Asia hanno conosciuto
nello stesso periodo crisi finanziarie piuttosto serie.

...e speriamo che in Thailandia non leggano nFA, altrimenti da una settimana a questa parte mi saro' fatto una reputazione da menagramo...

Ciao Enzo,

Riguardo allo scetticismo degli "austriaci" per i metodi matematico-quantitativi, non si tratta solo della complessità e non-linearità del sistema economico, ma anche del fatto che è impossibile fare esperimenti per testare la validità di qualsiasi modello. E' una situazione simile a quella che c'è in cosmologia, con la differenza che lì almeno si può estrapolare quello che già conosciamo delle leggi fisiche.

Riguardo al punto 1 e alla dichiarazione di Eichengreen, anch'io penso che in caso di recessione il governo non debba fare assolutamente nulla se non liberalizzare ancora di più il mercato del lavoro. In pratica questo è impossibile in un regime democratico, perché i politici devono sempre vincere qualche elezione a breve termine. E ad eleggerli non sono più gli investitori, i bondholders, come nel XIX secolo, ma la gente qualsiasi, ognuno con un voto a testa. Leggevo tempo fa un libro interessante, "The Cash Nexus" di Niall Ferguson, una specie di storia dei bond markets. Tra le altre cose, Ferguson stima che il rapporto tra aventi diritto al voto e contribuenti nei paesi occidentali è aumentato sempre di più, e attualmente si aggira intorno a 1.7. Un altro motivo per cui le politiche "austriache" sono incompatibili con la democrazia è dovuto al fatto che se si toglie al governo il controllo della money supply, l'unico modo per finanziare i programmi governativi - sia di welfare che warfare - diventano le tasse, che sono sempre impopolari. Il governo di colpo si troverebbe a non poter fare più nulla (prova a fare una guerra come quella in Iraq col gold standard).

Per quanto riguarda quello che scrivi sull'euro, a me sembra che la BCE abbia seguito una politica espansiva negli ultimi anni, anche se probabilmente meno di quella che avrebbe fatto la Banca d'Italia. Dubito molto che con un gold standard ci sarebbero state le bolle speculative nelle proprietà immobiliari, com'è successo in Italia, in Francia o in Irlanda.

Vorrei chiarire cosa intendo per socialismo, o in questo caso per socialdemocrazia. E' un sistema basato sull'eguaglianza, sul suffragio universale e sul presupposto che lo stato debba intervenire nell'economia, sia con politiche redistributive per garantire una "vita decente" a tutti, sia per occuparsi di quei settori nei quali si ritiene che il libero mercato sia inefficiente o dannoso al principio di eguaglianza. E' inevitabile che la democrazia si evolva nella socialdemocrazia, così come è inevitabile che il settore pubblico continui ad espandersi. Ogni crisi viene vista non come un fallimento del socialismo, ma come un'altra scusa per giustificare ulteriori interventi statali e restrizioni di libertà individuali.

In questo senso Friedman era senz'altro un socialdemocratico: basta pensare alla proposta di una "negative income tax" nel penultimo capitolo di Capitalism and Freedom. Anche proposte come il buono scuola o il buono sanità richiedono l'intervento dello stato in questi settori. Chi decide quanti soldi investire in questi programmi? Chi stabilisce quali scuole e ospedali approvare per l'uso dei buoni, e in base a cosa? In entrambi i casi è lo stato, che non ha elementi per giudicare la domanda per questi servizi, così come non può sapere qual è il "giusto prezzo" di un'automobile, di un chilo di pane, o di un'ora di lavoro (non solo, ma le commissioni di burocrati incaricate di approvare nuove scuole e nuovi ospedali finirebbero sotto pressione da scuole e ospedali esistenti per approvarne il meno possibile). Friedman secondo me si può paragonare agli intellettuali dissidenti dei paesi comunisti, che volevano il ‘socialismo dal volto umano’, e non si rendevano conto che era una contraddizione in termini.

Il link all'articolo di Rothbard voleva essere un po' una provocazione, e non sono d'accordo con tutto quello che è scritto lì. Rothbard aveva la tendenza a demonizzare i suoi avversari, attribuendogli a volte cose che non avevano detto o fatto. Sono d’accordo con la maggior parte di quello che scrive in quel pezzo, ma il mio giudizio su Friedman Sr come libertario è tutto sommato positivo. Nonostante tutte le sue idee democratiche, egalitariste, stataliste e ridistributive, è probabilmente riuscito a rallentare un po' la corsa lungo la "road to serfdom" del mondo occidentale. Se però avesse propagandato le stesse idee cento anni prima, sarebbe stato un pericoloso sovversivo :-)

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