Miti da buttare - I

30 aprile 2008 michele boldrin
Una prima lista, parziale e solo parzialmente ragionata, di miti nazionali che sarebbe tempo di gettare alle ortiche. La storia l'ha già fatto: è ora che lo facciano anche gli atti degli italiani.

Premessa. Da ben prima della campagna elettorale mi vado chiedendo cosa sarebbe bene, a mio immodesto avviso, che gli italiani facessero e, soprattutto, forzassero i loro governanti - le elites in genere - a fare. Mi uscivano sempre le stesse, intellettualmente noiose anche se sommamente pratiche, risposte. Mi son detto quindi: il problema è cognitivo. Io vedo l'Italia attraverso dei filtri, dei modi di pensiero che, evidentemente, non sono condivisi dai miei (ex) concittadini. Delle due l'una: o sono confuso io o lo sono loro. Sempre a causa della mia patologica immodestia - ma forse anche dei fatti e dei dati che il pragmatismo suggerisce consultare in tali circostanze - ho temporaneamente concluso che sto chiaramente meglio io e peggio loro (almeno in media, alcuni dicono che BS stia meglio di me ma a vederlo vivere non ho questa impressione). Questo implica, dunque, che se gli (ex) concittadini non vedono l'ovvio e non chiedono con forza alle loro elites di metterlo in pratica il tutto dev'essere attribuibile a qualche mito che loro occlude la visione dei fatti (in altre istanze ho anche suggerito, papagallando un maestro, il rumore come causa di tutti i fraintendimenti, ma tralasciamo l'ironia tecnocratica).

Nei miei solipsismi notturni, mentre la signora dorme ed il cane pure, mi son detto dunque: essi continuano ad interpretare i fatti, i dati, i tacchi, i dadi ed i datteri attraverso dei miti, delle mitologie, delle artificiali costruzioni della mente forse adeguate a rappresentare ed interpretare la realtà che prima era ma che ora, chiaramente, non è più. Se voglio dunque intendere perché gli (ex) concittadini non chiedano a gran voce l'ovvio, meglio mi sforzi d'intendere questi miti che a loro fanno vedere quello che io non vedo e che, ad immodesto avviso mio e modesto computo della statistica, non esiste proprio. Una disamina dei miti nazionali, forse adeguati ad interpretare e financo a costruire (perché, in vena di post-modernismi, anche io a volte pretendo che la realtà si costruisca attraverso categorie culturali, miti insomma) ciò che era ma ora non è più: un Bel Paese. Ma non più costruttivi, non più utili, anzi oggi dannosi: miti da buttare, appunto. Apparendomi questo paese non più tanto bello, ed apparendo esso ancora bellissimo a chi ivi vive, evidentemente la ragione deve risiedere in una dissonanza cognitiva o perlomeno culturale. Ecco quindi la decisione di riconsiderare, per parte mia, i miti loro (a loro, per carità, nessuno toglie il diritto di riconsiderare e decostruire i miei) per vedere se, magari, poi riesco a capire perché non chiedono si faccia quell'ovvio che a me sembra ovviamente da farsi. Una rivisitazione, se volete, delle microfoundations di tempo addietro, solo da un punto di vista meno episodico e, mi auguro, più sistematico. Che tutto questo serva a terzi, dubito alquanto; ma io scrivo soprattutto per spazzolare la mente mia dei miti suoi, questi puzzolenti parassiti (danke Palma, ottima l'idea dell'amico tuo ed ora collega mio: come vedi l'uso).

Decomposti i miti, forse troverò ragione per dedicarmi ai riti, quali i programmi di governo sono. Non nuovi (i miti ed i riti, dei programmi ancora non so) 'ché non è il caso di pretendere troppo in tempi di Krisis.

Le elites italiane si coagulano e definiscono attorno ad una serie di miti "nazional-popolari" che sono andate inventando da sessant'anni a questa parte e che hanno inculcato - attraverso strumenti ed istituzioni che pure varrebbe la pena discutere - nelle cosidette "masse popolari". Espressione, quest'ultima, comune nella parlata della casta italiana e sintomatica alquanto.

Di tali miti le popolari masse, forse a causa della crescente impopolarità della casta, sembrano aver cominciato a disfarsi con una certa inconsapevole leggerezza, e forse incoscienza - nel senso che alla gente di abbattere miti non frega nulla: lo fanno perché gli viene. Da qui, in parte, il famoso scollamento fra elites, specialmente quelle intellettuali e politiche, e popolo, cittadini, produttori. Loro la chiamano "crisi della politica", io suggerisco di rivisitarla in una chiave quasi post-moderna: lo sgretolamento d'una valanga di balle.


La supremazia della politica, ovvero il ritorno dello stato.

Alla radice di tutto siede la supremazia della politica su qualsiasi altra modalità di relazione umana o meccanismo di decisione e ripartizione delle risorse. La parola originale, e più frequentemente usata, credo sia "primato" e credo venga da Tronti e Cacciari, ma non sono in vena filologica stasera e me la ricordo anche in bocca di Aldo Moro per il quale voleva dire "mediazione oliata dal pubblico denaro", insomma geometrie dell'orrore tipo le convergenze parallele a causa delle quali l'universo potrebbe scomparire. Il suo alfiere, in tempi relativamente recenti, è stato il Massimo D'Alema, sulle labbra del quale l'affermazione andava intesa nel senso di "primato mio"; ne abbiamo visto i luminosi risultati per quasi quarant'anni e, in particolare, nei due anni in cui ha fatto da Primo Ministro. Ma l'illustre D'Alema non era e non è l'unico depositario del primato: esso compariva sulle labbra di Craxi ogni volta che lo beccavano a rubarsi qualche azienda nazionale, o su quelle di Andreotti quando i magistrati portavano evidenza delle sue frequentazoni mafiose, o su quelle di Berlusconi quando cambiava la legislazione fiscale e sui bilanci societari per rimanere fuori dalla galera, o su quelle di Mastella o di qualsiasi altro figuro della medesima risma quando le intercettazioni telefoniche rivelavano un qualche loro losco affare, o di Fassino e D'Alema di nuovo quando li pizzicavano a fare telefonate assicurative. Il primato della politica è l'assioma fondamentale su cui la casta si regge: senza di esso la giustificazione degli assurdi privilegi ad essa concessi non si può nemmeno tentare. Se la politica ha il primato - ovvero la supremazia sulla società civile ed economica e sugli individui - allora i privilegi sono giustificati in quanto costi di produzione del bene pubblico "politica".

L'origine è chiara: il potere arbitrario di principi e signorotti medievali ha sempre goduto di grande ammirazione nel nostro paese, mischiato ad una pseudo-scienza macchiavellica della politica intesa come "arte dell'arrangiarsi", del rimanere in sella, del lisciare ed oliare la corporazione che, nel momento dato, risulta fare da pivot. Negli ultimi anni la cosa ha raggiunto livelli parossistici: per qualsiasi problema si cerca una soluzione politica e si chiede al politico di turno di trovare la soluzione, normalmente attraverso qualche spesa aggiuntiva, esenzione, prebenda, pensione o facilitazione fiscale. L'intera nazione vive da due decenni nell'illusione che vi sia una soluzione "politica", ossia indolore, della crisi nella quale si dibatte: che il reddito di tutti, o della stragrande maggioranza, possa ricominciare a crescere come negli anni 50-70 attraverso una redistribuzione del reddito degli "altri". Che il degrado culturale ed educativo sia arrestabile e reversibile attraverso un re-arrangiamento dei nomi dei corsi e dei titoli. Che il degrado civile e la crescita dell'insicurezza si risolvano attraverso interventi di tipo "politico", ossia che non puniscono nessuno, anzi: indultando. L'idea è che, quando il primato della politica si realizza, i vincoli di bilancio e financo materiali non diventano solo soffici ma, letteralmente, evaporano e tutti riescono a realizzare il sogno italiano: la moglie ubriaca a la botte piena.

Nella sua versione più recente il mito della supremazia della politica è, ovviamente, incarnato dal commercialista di Sondrio. Da alcuni anni, in un linguaggio vieppiù oscuro e lacaniano (che forse crede degno del College, ma transeat) egli predica all'incazzato popolo lavoratore del Nord che l'antidoto per la spoliazione fiscale di cui è vittima, per l'inefficienza dei servizi pubblici, per la paralisi amministativa e decisionale, per il degrado della sua competitività economica sullo scenario internazionale, può fornirlo solo la politica: il ritorno dello stato, del grande stato (comunitario, ovviamente, e tutto il resto, altrimenti Formigoni non ci sta). Abbiamo scoperto recentemente che il ritorno dello stato richiede, oltre a dei dazi (che sarebbero il meno, in quanto impossibili) anche delle nuove nazionalizzazioni, di cui Alitalia è evidentemente il banco di prova, e dei nuovi "aiuti pubblici", il finanziamento dei quali sarà possibile grazie all'assunzione al cielo del vincolo di bilancio. Cos'altro vi sia da statalizzare in una nazione dove anche i cantieri navali e gli stabilimenti balneari già sono statali, non è dato sapere. Forse gli studi commerciali e notarili ...

Oso predire che, nella sua re-incarnazione "colbertista", la supremazia della politica avrà gambe ancor più corte di quanto non abbia avuto anteriormente nelle sue versioni catto-comuniste. I problemi dei produttori del Nord (ma anche del Centro e, seppur rari ma pregevoli, del Sud) sono tutti materialmente "mercatisti", in quanto determinati da sempre più stringenti vincoli di bilancio i quali, piaccia o meno, non percepiscono l'impatto di tiritere roman-lacaniane. Poiché la borsa è oramai vuota e la vacca stremata dal troppo mungere attendo, con quasi ammirante curiosità, la nuova sequenza di trucchi del commercialista da Sondrio. Passati i quali il primato della politica apparirà, ancora una volta, per quello che è: la copertura ideologica d'una casta incompetente, oltre che vorace.


La centralità ed essenzialità del sindacato.

Un sindacato in realtà tentacolare, perché oltre a CGIL-CISL-UIL abbiamo Confindustria, Confcommercio, Confartigianato ed i mille ordini di questo e quello. Come il primato della politica, eredità anch'esse medievali le nostre sindacal-corporazioni, per quanto molti pensino sia una scoperta del movimento operaio e socialista (e cattolico, scusate). Trattasi di corporazioni professionali la cui funzione storica è da sempre stata l'implementazione del detto "chi è dentro è dentro e chi è fuori s'arrangi". Un detto, peraltro, utile o perlomeno non dannoso in tempi di scarso cambiamento tecnologico all'esterno delle frontiere e di grande abbondanza di fattori produttivi inutilizzati all'interno delle medesime; come furono gli anni dal 1946 al 1966. Poiché allora quasi tutti erano dentro o potevano esservi ammessi, poiché c'era spazio per accumulare beni capitali uno uguale all'altro ed importati da fuori, e v'era abbondante ed omogeneo lavoro da assorbire dentro, le corporazioni, ognuna manovrando il proprio fattore produttivo, non producevano la paralisi che dopo venne, ma quasi cooperavano ad una crescita che fu vera anche se malnata. Salvo poi legnarsi selvaggiamente tra il 1966 ed il 1976, quando l'accumulazione di K e l'assorbimento di L erano terminati proprio quando qualche marocchino decise d'alzare repentinamente il prezzo di E. Da allora in poi la centralità sindacale e l'associato meccanismo detto della "concertazione" (traduzione: la camera delle elites delle corporazioni, in cui ogni corporazione è rappresentata da pochi autoproclamati lobbisti che condividono con la casta il primato della politica) hanno prodotto redistribuzione distruttiva per circa quindici anni e paralisi degradante per i seguenti, sino alla condizione attuale di un sistema economico incartato ed incapace di crescere.

In cosa consistono la centralità sindacale ed il metodo della concertazione? Nell'applicazione più ferrea del modello superfisso: le risorse sono date, il prodotto nazionale pure ed altrettanto lo sono le tecniche ed i metodi di produzione. Si tratta di ripartirli fra le parti interessate (dove "interessate" va inteso nella doppia e cinica accezione) fregandosene nella maniera più suprema sia di chi parte interessata non è (ossia non è dentro, ma fuori dalla camera delle corporazioni) sia del non banale fatto che il prodotto nazionale non è un dato ma va prodotto ed i modi e le forme in cui produrlo se le inventano i singoli produttori, non i rappresentanti delle corporazioni medievali. Costoro, avendo ben inteso che così è, hanno da almeno due decenni un'unico ed ossessivo proposito: sopravvivere sino alla pensione, occupare una sedia, ricevere una prebenda di stato sotto forma di ente da gestire o patrimonio da amministrare. A casa, ossia a casa degli interessati che sono dentro alle corporazioni, portano sempre meno perché sempre meno c'è da spartire. Da cui le tensioni evidenti, lo sfilacciamento della base sindacale non solo della triplice ma anche confindustriale: se nemmeno chi è dentro ci guadagna, allora a che serve essere dentro? Da cui, anche, l'incazzatura generalizzata che sembra percorrere il paese ed il Nord in particolare: se il sindacato non porta a casa nulla, e Confindustria nemmeno, mentre la casta continua imperterrita a tassare e scialare, io che ho sempre creduto che lì (nella sacra concertazione di quelle tre parti che guarda caso sembrano une e trine) lì stesse la soluzione di tutto, io dove cazzo sbatto la testa?

Ammetto che l'impressione di progressivo sfaldamento che viene sia dalla triplice che dalla Confindustria non viene, con altrettanta chiarezza, dalle altre e svariate "Conf-qualcosa", o dagli ordini. Questi resistono all'assalto che viene sempre più forte e dall'esterno. Da quelli che sono fuori e vogliono venire dentro. Resistono, e questo mi sorprende non poco: evidentemente del grasso che cola da qualche parte ancora deve esserci altrimenti la capacità di corporazioni impazzite ed altamente improduttive, come giornalisti e taxisti per non parlare dei semprelodati notari, di resistere ed erigersi a vittime, come ve la spiegate? Oddio, aspetta: non tutti i sindacati son nati uguali. Le Conf-qualcosa e gli ordini, in effetti, sono molto più astuti ed efficaci (oserei dire anche meno socialmente dannosi, ma non m'arrischio che non ho fatto i conti) degli altri quattro. Fondamentalmente perché occupano interstizi di potere e di rent-seeking, ma non paralizzano necessariamente produzione ed innovazione tanto quanto gli altri. Per questo, credo, meglio resistono alla krisis generalizzata. O forse perché più forte è lo spirito identitario: gli avvocati sempre quelli sono ed in un paese che non cambia nei suoi non-tradeables fanno anche sempre le cose di prima. Nell'industria, invece, specialmente quella dei tradeables, lo spirito identitario è saldato da almeno due decenni se non tre.

Fermiamoci qui. Che, fra i due di stasera, un mito regga l'altro non ci piove. Agli ex-concittadini entrambi sembrano entità divine e necessarie alla vita: fonte di tutte le disgrazie ma anche di tutte le soluzioni. Ecco, in questo rapporto sado-masochistico con la politica e la concertazione sindacale sta una delle piaghe d'Italia. Viste da qui sembrano orrende figure di paglia che il vento potrebbe portarsi via ogni momento. Visti da Marcon o da Vigevano, probabilmente, essi, partiti e sindacati, appaiono l'unica ancora a cui aggrapparsi in un oceano ribollente di cinesi e rumeni. Che differenza fanno i punti di vista, no? A volte creano dei miti.

48 commenti (espandi tutti)

Ce ne sono tanti altri di miti, signor Boldrin, ma stupisce che non venga considerato innanzitutto il mito dei miti, la madre di tutti i miti, quello fondativo. Cioè quello della resistenza che ha sconfitto il fascismo (mentre la V* armata Americana faceva i picnic sui prati evidentemente) e quello conseguente della Repubblica antifascista, la cui Costituzione mette chiare le premesse alle conseguenze stataliste (e ci è andata pure bene grazie alla vituperata DC, allo zio d'America e a "San" Yalta, con quel PCI che ci ritrovavamo). La stortura, che è culturale innanzitutto, nasce da là.

Anch'io mi fermo qui. Meglio parlare di Tremonti e di new-colbertismo, fa indubbiamente più fino.  

 

Signor "cumino", lei ha un brutto vizio, anzi due.

Tira il sasso, anzi il veleno, e poi ritrae il braccio. La qual cosa, oltre ad essere in media una vigliaccata, non serve neanche a molto. Ha qualcosa di intelligente da dire? Lo dica.

E lo firmi, anche. O non sarà il fatto che lei non firma le sue incursioni un segno della sua tempra?

P.S. La cosa ironica è che la costituzione è uno dei miti nella lista, assieme a quello degli eroici tempi fascisti ovviamente. Perché anche quelli sono una balla, ossia un mito per gente intellettualmente debole ed anche un po' acida.

P.P.S. Ma cos'è un vizio nazionale? Battute scritte in fretta, senza un minimo di articolazione logica e poi via ad altra faccenda? Non so su cosa si fondi lo "stato" italiano, "johnnydatadinascita". Ad occhio e croce, in quanto stato, si fonda su casa savoia, garibaldi, mazzini e la protezione militare francese. Almeno così insegnavano a scuola ... Non sono proprio certo che uno stato debba "fondarsi": a volte semplicemente accade e poi continua ad essere, magari evolvendosi, peggio o meglio dipende. Ad ogni modo, faccio anche io le domande: che dice l'antropologia al riguardo? Che lo stato italiano e' stato fondato da Enrico Mattei? 

Io mi firmo. Non tiro nessun sasso, non ritraggo nessun braccio. Aggiungo, a scanso equivoci futuri, non ho nessun padrone, non cerco nessun posto. E di quale vigliaccata va cianciando?

Forse ha un pò il complesso dei Fuksas lei.  Comunque si rassereni, di vizi ne ho raccattati molti nella mia vita, salvo la spocchia e la supponenza. Di quella, a giudixìcare dal suo tono, non ne rimane più molta in giro, anche volendo.

 

Io mi firmo. Ecc ...

Si, cumino, ti firmi. Dalle parti mie, che sostieni essere anche le sue, dicono "faccia di tolla".

Nient'altro da aggiungere, se non una domanda: che gusto ci trovi a scrivere cazzate anonime? Niente di meglio da fare nella vita?

Mi scuso, ha ragione, pensavo (in buona fede) che il profilo registrasse il nome automaticamente. Il mio nome è Paolo Fogel.

in che senso la Repubblica non è fondata sulla resistenza?
per caso la V armata ha scritto o influenzato la costituzione?
per caso la Francia trova i suoi fondamenti nella Big Red One?

che la repubblica si fondi sulla resistenza - attraverso il CLN se vogliamo dirla tutta e per prevenire eventuali obiezioni - è un dato di fatto e che da li sia nata la costituzione pure.

francamente a questo punto invito l'autore del post a indicarmi una bibliografia ragionata a sostegno della sua affermazione. inutile ribaltare la richiesta. sarebbe indice di idiozia e follia ideologica.

detto questo invito ancora l'autore a distinguere tra desiderata, chiacchere da bar(accone) e storia fatta dagli storici.

scusate mettiamola così: su cosa si fonda, anzi si è fondato, lo stato italiano?  quali i piani di analisi, quali le analisi. avanti...

Tra i miti fondatori, ci stiamo dimenticando del Risorgimento? Se si apre la scatola ne esce di tutto. E non litigate, se mi posso permettere, che la cosa e' interessante.

si esce anche il mito del libero mercato. ah no questo è un dogma. scusate. ;)

Mito o dogma che sia, sicuramente non fa parte dell'apparato culturale dell'italiano medio

Quando mai ho scritto questo io? Quando mai ho scritto che la Repubblica non è fondata sulla Resistenza? Ho scritto che il fascismo non fu sconfitto dalla Resistenza. Non ho neanche scritto per non suscitare polemiche annose che non ci fu nemmeno una Resistenza propriamente detta, ma piuttosto una guerra civile. Aggiungo che creare un mito fondativo creato sulla Resistenza fu un bene, altrimenti su che valori si sarebbe potuto creare, se mancando quest'epopea il punto di origine sarebbe stato inevitabilmente quello di un popolo eternamente voltagabbana?

Tralascio la questione bar(accone). Non la prendo nemmeno come una maleducazione, ho capito che deve trattarsi evidentemente di una consuetudine qui.    

 

 

evidentemente non ho capito io. cosa intendevi dunque?

idiozie

palma 30/4/2008 - 23:38

Me che scemenze si inventa Sig. Cumino?

La resistenza, che fu fenomeno perfettamente reale e assai minoritario, fornì in pratica, quasi direttamente da CLNAI, il ceto politico della transizione dalla monarchia alla repubblica.

D'altronde chi altro c'era? McArthur era occupato (ogni tanto legge qualche libro di storia o solo le opere complete di Walt Disney?), il papa era scemo (mancò di originalità in quel rispetto), il monarca e la dinastia dei cagoia (non solo assai squalificata dall'eccesso di fellazioni praticate al maestro di Predappio, ma pure pochettino credibile dopo aver mandato la gente a morire in Libia o a Kursk) ebbe poi (il re fellone) la faccia di dare l'ordine di non dare ordini agli ufficiali....

ERGO chi rimase, se non l'antifascismo?

Ebbene sì: avevano i loro limiti, i Nenni, i Terracini, i Dossetti, De Gasperi, Taviani, Amendola e Togliatti-- ha il sottoscritto nessun dubbio in merito.

Ma il "mito" dove sta?

 

Re: idiozie

cumino 1/5/2008 - 01:22

Per mito intendo l'immagine amplificata o l'alone leggendario che si crea attorno a un fenomeno sociale.

Questo rispondo e solo perchè c'era una domanda e ho un'educazione che mi impone di farlo. Non risponderò oltre. Non vedo nessuna ragione per continuare una discussione con chi usa un tono come il suo.


 

Re(2): idiozie

palma 1/5/2008 - 05:35

Il tono è irritato: sì. Per mito intende l'alone leggendario che si crea attorno a un fenomeno sociale.

Ripeto la resistenza ha nulla di tutto ciò. Ci furono poche persone che formarono un ceto politico in un paese altrimenti distrutto dalla dabbennaggine (troppo forte anche qui il termine?) di una classe dirigente formata da deficienti, megalomani, infoiati da dio, e troppo spesso da spirito omicida. Vale la pena di ricordare che le leggi razziali non vengono richieste da nessuno ma solo dei dementi (Mezzasoma, Almirante, & Co.) le spinsero ed applicarono. Il re fellone, sul termino ho zero dubbi, semplicemente consegnò *suoi* sudditi a dei macellai.

Ebbene sì, come già notato, la resistenza aveva una cultura del 1943 (che altro avrebbe dovuto avere? aver letto Nozick, buonanima?) e rifece una costituzione, che lei, o chicchessia ha tutto il diritto di criticare. Il "mito" c'entra proprio nulla per le due seguenti ragioni

1. la costituzione la fecero proprio loro e non gli inglesi, i francesi, gli australiani, i sudafricani, i polacchi, i marocchini (cito a caso dall' elenco dei corpi combattenti nella campagna d'Italia.)

2. il contributo stricto sensu militare del Cln è minore di Alexander e non zero.

Mi dica pure dove sta la "leggenda", l'"alone" e così via. Dica e mi ricredo.

Re: idiozie

4/5/2008 - 13:12

palma, il problema l'hai evidenziato tu stesso: la Resistenza fu un fenomeno minoritario, il "Mito" di cui parla Cumino (credo, non faccio l'esegeta dell'altrui pensiero) sta proprio nel farle assumere un carattere "nazionale", inteso come popolo italiano che prende coscienza dell'inaccettabilita' del fascismo e vi si ribella. Il mito e' quello di de De Gasperi che va a Parigi per la Conferenza di Pace e parla di guerra "non voluta dal popolo". Nella mia visione probabilmente semplicistica, la Resistenza era il mito necessario a far si' che l'Italia non subisse il trattamento delle altre nazioni dell'Asse. E funziono' benissimo, fatto salvo il problema che, in un'ottica di nation building, la Resistenza non aveva carattere nazionale ma di parte. Il tutto in un paese che solo in seguito alla Grande Guerra cominciava ad avere un'unita' approssimativamente nazionale.

Tu dici giustamente che la Resistenza era una scelta necessaria per la ri-fondazione dello Stato italiano, io dico che questo ha creato le premesse per un failed state (si', considero l'Italia uno stato fallito) nel lungo periodo. Piaccia o meno, se il tuo elemento fondativo è un elemento partisan, automaticamente tutti quelli che non si riconoscono in quella parte finiranno per sentirsi al di fuori della nazione. Pace e bene.

la Resistenza fu un fenomeno minoritario

siamo tutti d'accordo

considero l'Italia uno stato fallito

Non esageriamo, gli stati falliti sono la Somalia, la Yugoslavia, ecc. GWB si riserva il diritto di intervenire militamente in uno stato fallito, speriamo non abbia letto questa tua battuta :-)

in un'ottica di nation building, la Resistenza non aveva carattere nazionale ma di parte

Parzialmete vero. La Resistenza era al Nord, e non al Sud, e questo e' stato molto negativo per lo sviluppo politico e forse economico del Sud. I meridionali sono stati trasbordati da un sistema politico ad un altro come un sacco di patate, senza aver la sensazione di aver participato a questa scelta.

Ma non era di parte nel senso che comprendeva al suo interno tutte le tendenze politiche che erano fattibili dopo il crollo del regime: dai cattolici di DeGasperi ai comunisti di Togliatti, e anche seppure in minoranza una corrente liberale. Era un ambiente molto ristretto e minoritario, ma c'erano quasi tutte le idee politiche degli Italiani.

Re(2): idiozie

5/5/2008 - 02:06

Non esageriamo, gli stati falliti sono la Somalia, la Yugoslavia, ecc. GWB si riserva il diritto di intervenire militamente in uno stato fallito, speriamo non abbia letto questa tua battuta :-)

Sono punti di vista, a me mica dispiacerebbe vivere nel 51esimo stato americano - ma mi accontenterei anche di uno status tipo quello di Porto Rico :-)

Comunque, non mi va di fare storiografia da bignami, ma la storia patria e' piena di fenomeni che hanno riguardato in maniera differente Italia settentrionale e meridionale. Per quanto mi ruguardaomogeneita' economica e sociale la trovi solo fino all'Alto Medioevo. Poi, dalla nascita dei Comuni in poi, hai una progressiva differenziazione anzitutto culturale che dura fino ad oggi, nonostante l'Unita', Caporetto, Vittorio Veneto e Mussolini. Un esempio meno scolastico di failed state e' il Belgio; sono convinto che senza unita' linguistica saremmo gia' a quei livelli, se non oltre.

Ma non era di parte nel senso che comprendeva al suo interno tutte le tendenze politiche che erano fattibili dopo il crollo del regime: dai cattolici di DeGasperi ai comunisti di Togliatti, e anche seppure in minoranza una corrente liberale. Era un ambiente molto ristretto e minoritario, ma c'erano quasi tutte le idee politiche degli Italiani.

Mi son spiegato male. Io dico che si e' trattato di un fenomeno partisan perche' non dotato di carattere nazionale-unitario: per il partigiano rosso repubblichini e tedeschi sono i nemici del momento, e partigiani bianchi e anarchici gli alleati di comodo. Idem per tutte le parti in causa. Alla fine, nella Resistenza hai la stessa alleanza - su scala piu' piccola - che si verifica in Europa contro la Germania, un'alleanza di comodo ma priva di qualunque valore fondativo comune che non sia la contrapposizione ad un nemico. Cosi' va a finire che la Repubblica si basa su un antivalore, l'antifascismo, che e' come l'araba fenice - cosa sia nessun lo dice - e per cui ognuno da' la propria interpretazione di comodo. La Costituzione e' proprio il prodotto obbrobrioso di questa impostazione partisan, per cui in ogni articolo si puo' vedere l'influenza del singolo gruppo che cerca di strappare qualcosa per se, a partire dalla Repubblica fondata sul lavoro che nessuno e' ancora riuscito a spiegarmi cosa diamine voglia dire. Guten nacht.

P.S. Chiedo venia in caso lo scritto manchi di coerenza, l'ho iniziato prima di spararmi la doppietta Boston Celtics - Atlanta Hawks / L.A. Lakers - Utah Jazz, e il tifo anti L.A. mi toglie le residue capacita' logiche. Peraltro trovo disdicevole che su un blog amerikano si parli cosi' tanto di uno sport inutile come il soccer e cosi' poco dell'unico sport completely born in the USA (vabbe', insieme al lacrosse).

Un esempio meno scolastico di failed state e' il Belgio; sono convinto
che senza unita' linguistica saremmo gia' a quei livelli, se non oltre.

Non so quanto questo sarebbe un male: in fondo, si tratta di un esempio estremo di devolution, col governo centrale che conta talmente poco che se non e' formato per sei mesi nessuno quasi se ne accorge... Quando stai in un'unione doganale e monetaria con diritti incrociati di residenza, com'e' l'UE, uno stato unitario diventa molto meno importante. Se Valloni e Fiamminghi decidessero di terminare la difficile convivenza, mi sa che gli unici a doversi preoccupare sarebbero i detentori di titoli di stato belgi :-)

io invece penso proprio di si. le frasi "è il mercato", "è il libero gioco del mercato", "sono le regole del mercato" e mille altre varianti del genere sono usate in ogni trasmissione televisiva che tratti di economia. Tra queste spicca Porta a Porta. A corollario del "è il mercato" solitamente si aggiunge "serve più concorrenza". Considerato il modo con cui queste frasi sono utilizzate è d'obbligo constatare che sono entrate ormai nel senso comune dell'italiano medio e sopratutto del mediocre giornalista medio che non si prende più (o non si è preso mai) la briga di approfondirne il senso specifico.

Per fortuna non hanno mai approfondito il senso. Se lo facessero non le userebbero piu quelle parole. Mercato e concorrenza sono sconosciute in Italia.

esattamente. in tv direi che non se ne parla abbastanza.

Sono disgustato dai commenti che arrivano qui e nel post sull'iniziativa di Vincenzo Visco.  Forse e' proprio vero che c'e gente che arriva a NfA inserendo  "mutandine sporche" in un motore di ricerca.  Oltre che un' analisi dei concetti (sbagliati) che gli Italiani hanno (o miti da buttare, come li chiama michele boldrin), ci vorrebe un'analisi dei concetti che mancano agli Italiani: diritto alla privacy, per citarne uno.

Potrei anche essere d'accordo sul "primato della politica", ma il paragrafo sul sindacato davvero fa cadere le p--braccia.

La concertazione fu un invenzione di fine anni '80, imposta dal "senso istituzionale" del povero Trentin; fino ad allora, la teoria e la pratica sindacale passavano per il conflitto duro che aveva come prospettiva finale il riappropriarsi dei mezzi di produzione per riproporre un'economia di tipo cooperativo. Altro che "modello superfisso".

Il sindacato italiano, negli ultimi 25 anni, non e' stato all'altezza proprio perche' ha rinunciato all'elaborazione autonoma, finendo per assecondare i disegni macchiavellici delle sue caste interne in chiave nazionale (i.e. fare la ruota di scorta della miserabile sinistra parlamentare, altro che cinghia di trasmissione). Purtroppo questo e' successo a livello europeo, non solo italiano, e rientra piu' in generale nella crisi post-sovietica, ma in italia ha assunto forme molto piu' sclerotizzate.

Non so, mi pare che questo blog, quando editorializza, puntualmente la faccia fuori dal vaso. Il number-crunching vi si addice molto di piu'...

Non sopporto molto la gente che sermona a caso distribuendo la propria ignoranza qua e là. Sembra che in questo periodo quelli così arrivino a frotte: si stava più comodi quando eravamo in meno. Potere del web: dà a tutti l'illusione d'avere un'opinione coerente e fondata sui fatti solo perché la scrivono in uno spazio pubblico. Non è così.

- Modello superfisso e sua relazione con la politica e lotta sindacale: se ti leggi l'articolo linkato sopra, bastano due minuti, forse capisci lo stretto legame. Se non lo capisci non so che farci.

- Non so in quali mondi virtuali tu abbia scoperto che il sindacato degli anni '60 e '70 voleva "riappropriarsi dei mezzi di produzione per riproporre un'economia di tipo cooperativo." ma ti assicuro che quei mondi non sono solo virtuali, sono allucinati. Il sindacato voleva ben altro, figliolo. Vatti a leggere i giornali ed i documenti del tempo, poi ne parliamo.

- Bruno Trentin era un grande personaggio, complesso, intelligente ed anche confuso: il salario variabile indipendente è anche un'idea con la quale s'è trastullato alquanto. Che abbia giocato un ruolo nell'introdurre l'idea della concertazione in Italia non elimina la natura della concertazione ed i principi su cui si fonda. Bruno c'era, quindi? Le due cose sono ortogonali. Non capire che la concertazione è basata sul principio che i rappresentanti dei fattori produttivi si siedono attorno al tavolo, distribuiscono la torta e programmano l'utilizzo della medesima e dei fattori produttivi è gravetto, no?

- Sul sindacato degli ultimi 25 anni all'altezza o alla bassezza, ti lascio discettare da solo. Sembri avere molte idee, ma tutte molto confuse.

Consiglio: prima di discettare sulla storia del movimento operaio e sindacale in Italia, studiala almeno visto che l'opportunità di parteciparci non l'hai avuta. 

Al resto, faccia di tolla, cazzate anonime, niente da fare di meglio nella vita ecc.. non replico. Per educazione nei confronti del blog soprattutto e anche nei suoi confronti, nonostante tutto. Preferisco pensare che alcune cose nascano male, e talvolta si sviluppino peggio o scivolino in qualche modo involontariamente per trasformarsi in un battibecco di cui nessuno può onorarsi e che complessivamente risulta bugiardo delle rispettive qualità. Spero sia questo il caso.

 

 

Signor Fogel, preferisco chiamare la gente con il suo nome, non faccia l'offeso che da queste parti non funziona e, nel caso suo, è proprio un metodo inappropriato.

Qui può trovare una collezione dei suoi recenti commenti. Le paroline pesanti ed i giudizi taglienti sono una sua specialità, e sono regolarmente "uncalled for" e distribuiti allegramente a destra ed a manca. Parecchi di essi non sono nemmeno motivati: sparano un giudizio negativo, e basta. Se li rilegga, che se vuole le faccio estrarre quelli pregressi. A molti dei suoi commenti, le persone che lei ha aggredito ed offeso non hanno nemmeno risposto; in altre occasioni sì. Capita a chi va in giro dando giudizi taglienti senza essere provocato: a volte viene ripagato con la medesima moneta.

Perdippiù: fino ad oggi, quando s'è finalmente accorto di essere un completo anonimo solo perché gliel'ho ripetuto tre volte, erano anche insulti anonimi! Il faccia di tolla, per esempio, era diretto ad uno che dichiarava di firmarsi facendosi poi chiamare "cumino". Se lei non sapeva quello che stava facendo, non attribuisca la colpa agli altri tanto per fare un po' la vittima offesa.

Idem per la presente sequenza di commenti e contro commenti. Lei è arrivato qui facendo battute pesantemente critiche alle quali ho risposto osservando che ha il pessimo vizio di tirare il sasso e nascondere il braccio. Le sue battute iniziali erano, inoltre, ortogonali (se lei avesse letto l'articolo che commentava avrebbe colto che i due temi di cui parlavo non ne escludevano altri, nel futuro) e vuote di contenuto (continua a non dirci in che senso la resistenza sia un mito, attendo paziente: l'ultimo commento definisce (malamente) la parola mito ma non ci dice perché la resistenza lo sia). Voleva dire che non le piace la costituzione? Neanche a me. Ha qualche argomento da proporre? Lo scriva e lasci stare le battute sul "fa fino", che con il sottoscritto cade malino. Invece continua, senza mai offrire un sostegno delle sue lapidarie affermazioni. 

Libero lei di procedere con questo metodo, se le aggrada. Libero io di risponderle a tono quando mi trova, come oggi, di non particolare buon umore con la gente che sermona senza spiegare il cosa ed il come. 

P.S. Di grazia, mi spiega cosa sia il complesso dei Fuksas? Così almeno scopro di quale malattia soffro. 

A me non risulta aver offeso nessuno. Posso aver dato come dice lei giudizi taglienti. Me ne scuso.

Quanto a lei può rispondere a tono, ma non offendere, o almeno deve fare attenzione a farlo, e questo è un consiglio. Tolgo il disturbo da questo sito. Ringrazio comunque dell'ospitalità e delle cose utili che ho potuto leggere qui. Vi prego gentilmente di togliere il mio profilo dal sito.

Buon lavoro. 

<em>D'Alema ricorda Aldo Moro: primato della politica o paurosa regressione.<em>

9 Maggio 2006

Torni
l'idea di un primato della politica: e' il monito che il presidente dei
Ds Massimo D'Alema lancia in occasione di un convegno che ricorda la
figura di Aldo Moro. Ragionando sulla figura dello statista
democristiano ma con un occhio all'attualita', D'Alema invita a
riflettere sulla necessita' di un primato della politica che governi i
processi della societa'.

''Oggi la logica della mediazione, la
coscienza della necessita' e dei vincoli, dei rapporti di forza, gode
di cattiva fama. Sembra che lo scontro brutale indichi un piu' alto
senso di moralita', mentre ogni tentativo di compromesso e mediazione
e' visto come deteriore'', ha osservato D'Alema rilevando come invece
questo senso della politica sia stato lo spirito della lezione di Moro
e piu' in generale di una buona parte del ceto politico della prima
Repubblica.

''Oggi prevale la logica della delegittimazione
reciproca e della condanna di ogni compromesso: e' una regressione
culturale e politica paurosa''. La politica invece deve stabilire il
quadro di regole condivise entro cui si manifesta il conflitto.

''La
grande debolezza della seconda Repubblica e' che non e' stato
realizzato un nuovo fondamento comune: il limite e' che si e' costretti
giorno dopo giorno, e oggi e' uno di quelli, a cercare gli
aggiustamenti necessari''.

D'Alema ha ricordato il progetto di
Moro di inaugurare una nuova stagione politica, ''stagione brutalmente
interrotta'' con la morte dello statista. Una stagione, ha spiegato
D'Alema, in cui si desse rappresentanza, con il riconoscimento
reciproco, a quella parte del paese non rappresentato dalla Dc. ''E'
stata
una importante lezione riformista - ha osservato il
presidente della Quercia - e dopo quella morte e' anche finita la
stagione di quella repubblica dei partiti. Poi gli anni '80 hanno
costituito una lunga agonia''.

La lezione di Moro, dunque,
oltre al riconoscimento del primato della politica e' stato quello di
un riformismo moderato: ''oggi il termine moderato e' usato in modo
improprio, visto che ci sono tanti estremisti che si definiscono
moderati''. Ma primato della politica significa anche la difesa della
democrazia, e ''il riconoscimento del ruolo di tutte le forze in campo,
una visione dello Stato e la capacita' di promuovere il cambiamento.
Altrimenti - ha concluso D'Alema - si tratta solo di gestione del
potere e dell'esistente''.

 

 

 

 

 

L'articolo lungo e' direttamente dal webpage del ministro degli esteri.

Per la cronaca, Tronti invento' l'"autonomia del politico", il germanismo e' voluto. Trattasi di autonomia della politica in base ad un bizzarro rivedere il marxismo (cosidetto ottuso) di quelli che insistono sulla nozione di "sovrastruttura".... 

fa bene il signor cumino a specificare visto che si era messo a traino della "valanga di balle" di cui si parlava del post principale.

ho letto la parte "centralità ed essenza del sindacato".
non saprei proprio esprimermi a riguardo perchè non sono uno storico del movimento sindacale e della vita politica dal post 45 ad oggi. ed è evidente come la complessità dell'argomento sia altissima e le opinioni le più varie.

detto questo, nella mia esperienza di rsu, posso confermare la tentacolarità del sindacato e il suo carattere parassita. il problema secondo me non sta nel modello fisso, super fisso o in altri modelli, ma nella democrazia interna al sindacato ed allo spazio sindacale in generale. a questo ovviamente si aggancia il problema della comunicazione e dell'informazione in italia e della spesso scarsa partecipazione dei lavoratori alle scelte sindacali. anche qui ovviamente la situazione è molto complessa e non bisognerebbe generalizzare. io parlo per esperienza personale. in base a cosa parlino o scrivano gli altri non so.
in generale le aziende che ho frequentato (premetto: non sono piccole) mi sono sembrate sistemi feudali organizzati a cordate di potere che si scontrano e si fronteggiano con fortune alterne.
i sindacali (confederali) simulacri del passato impegnati a garantirsi la sopravvivenza a scapito dei principi e delle persone che dovrebbero rappresentare.

per quanto riguarda la supremazia della politica il discorso è lo stesso.
in generale però bisognerebbe tener sempre ben presente che il livello politico non sparisce certo con lo sparire o l'indebolirsi del "politico istituzionale". la società non esisterebbe senza relazioni e le relazione non sarebbero relazioni senza rapporti e dislivelli di potere. si tratta solo di capire chi se avvantaggia, con quale visione e con quali obiettivi. attualmente è chiara un'evidente conquista del campo politico da parte di (varie) forze economiche che sono riuscite a creare un potente apparato egemonico, per dirla alla Gramsci. detto questo non bisogna buttare il bambino con l'acqua sporca. il campo politico può anzi deve cambiare.

Vorrei contribuire citando un microscopico "mito" recentemente rivitalizzato da Walter Veltroni. Il neo trombato (che ho votato, ma solo alla Camera) gonfiava il petto proferendo con solennità: il miracolo economico italiano è da attribuire in larga parte al centro-sinistra.

La cosa non è poi così secondaria visto che, appassito il boom, tutto la restante storia dell' economia post bellica italiana puo' essere archiviata nel file "declino".

Ma la realtà sembra parlare altrimenti: il miracolo durò fino ai primi sessanta proseguendo poco oltre per inerzia, e le date sembrano confermare questa antitesi.

La lira vinse l' oscar della migliore valuta nel 1960. La produttività ebbe il suo balzo tra il 58 e il 61. L' export, dal 53 al 57, schizzava di un 15% annuo; e la produzione industriale quasi di un 6% (peccato che la Germania ci freghi, altrimenti eravamo i migliori d' Europa). Inflazione? Tra il 51 e il 61 il tasso medio fu del 2.8%. Più che accettabile. Nel 1963 disoccupazione ai minimi rispetto ai precedenti 50 anni (2.5% di media). Nel 57 aderiamo al MEC, ottima scelta.

Non parliamo dei simboli: 500, 600, grattacielo Pirelli, metropolitane, autostrada del sole... Tutta roba passata quando il centro sinistra emise il primo vagito.

Con il centro sinistra arrivò invece la crisi, pudicamente battezzata "congiuntura". E con quella il monopolio dell' energia elettrica stabilmente arpionato nelle grinfie statali che ancora adesso stentiamo a disincastrarlo da lì.. E l' esempio riscosse entusiasmo visto che da allora l' economia cominciò a nazionalizzarsi ad una velocità pari solo alla sua corruzione, così come cominciò la fuga dei capitali e l' impennata di spesa pubblica. Altro semino importante fu amorevolmente piantato dai proto-veltroniani: un bellissimo sistema previdenziale a ripartizione. E' così che il nostro welfare cominciò a contorcersi dovendosi realizzare a suon di baby pensioni e pensioni d' invalidità. Era l' unico canale.

Un capitalismo del genere sta in piedi finchè c' è da "copiare", quando c' è da "innovare" perde colpi. E infatti nei settanta e ottanta resse solo grazie alle supposte svalutative, inflattive e debitorie.

A sinistra i liberali erano circa 5. Ernesto Rossi + i 4 gatti del Mondo. Non influirono molto circondati dalla massa per la quale il Capitalismo è molto meglio disintegrarlo che cambiarlo.

A Veltroni lascio i miti del centro sinistra fanfaniano. Io preferisco puntare su un' altra squadra, mi sbilancio con una formazione di calcetto: De Gasperi, Einaudi, Menichella, Merzagora, Pella, Vanoni, La Malfa... e anche un certo Marshall all' ala.

Bottom: in un recente articolo sul Sole, Carrubba riesponeva questa storiella in modo molto più professionale, ho pensato bene di fregargli un po' di numeri.

Mi associo, ma all'80%. All'80% perché mi sembra una storia molto "MiTo-centrica" dell'economia italiana: una storia non falsa ma scritta pro-piani alti di Confindustria.

Mi spiego.

C'è un dettaglio, non irrilevante per l'oggi, che va aggiunto a questa storia: c'è stata crescita, anche se limitata ad alcune aree del paese, anche dopo la metà degli anni '60. È cominciata a fine anni '70, ed ha coinvolto soprattutto (non solo, sia chiaro) il Nord-Est, l'Emilia Romagna e, anche se in misura minore, altre regioni del centro Italia. Senza la crescita della piccola industria che si concentra in queste regioni e che è altamente flessibile e, fino a che ce l'ha fatta, anche molto innovativa, la crisi italiana sarebbe molto ma molto peggio di quanto non sia.

Questo aspetto non va scordato, specialmente per intendere l'oggi e chiedersi su quali punti di forza si possa fare ancora leva. Le energie positive risiedono oggi molto parzialmente nell'asse MiTo poiche' molte delle sue componenti che storicamente fecero il "miracolo italiano" sembrano oramai completamente integrate nel sistema statalista che ha la casta al proprio centro.

Aggiungo di più: occorre riflettere sul perché, in un quadro di progressiva statalizzazione/corruzione/sindacalizzazione del paese, la grande industria (che, di nuovo, ha l'asse MiTo come punto storico di riferimento) sia declinata ed abbia supinamente accettato una connivenza oramai trentennale con i pilastri di questo sistema. Non faccio l'elenco delle mille prove di questa affermazione, ma la relazione fra FIAT e casta, mediata dall'appropriazione delle tasse degli italiani, è il simbolo di tale connivenza. Le grandi banche basate in MiTo, private di nome ma co-gestite di fatto da settori della casta, ne forniscono un secondo.

E' invece nelle regioni che ho menzionato, e nella piccola e media industria piu' in generale, che e' rimasta in piedi una "resistenza economico-politica" al sistema di statalismo che sta asfissiando il paese. Carrubba dovrebbe tenerne conto, e non raccontare, insisto, una storia pro-Confindustria-MiTo.

E' invece nelle regioni che ho menzionato, e nella piccola e media
industria piu' in generale, che e' rimasta in piedi una "resistenza
economico-politica" al sistema di statalismo che sta asfissiando il
paese. Carrubba dovrebbe tenerne conto, e non raccontare, insisto, una
storia pro-Confindustria-MiTo.

Questo e' verissimo, e meriterebbe una medaglia a ogni imprenditore del Nordest, ma purtroppo ha avuto una conseguenza perversa: le minori economie di scala e il piu' difficile accesso ai mercati finanziari hanno necessariamente indirizzato la produzione verso settori a scarso contenuto tecnologico e basso valore aggiunto, e oggi le imprese ne pagano il prezzo col trovarsi in concorrenza con produttori a basso costo come quelli in Guangdong. (Non che MiTo abbia fatto di meglio, ne convengo: e certo nel caso di imprese come Fiat o Olivetti la responsabilita' e' ben piu' pesante, dato che in quei casi si e' trattato di scelte consapevoli anziche' di decisioni forzate dalle piccole dimensioni).

Questo e' verissimo, e meriterebbe una medaglia a ogni imprenditore del
Nordest, ma purtroppo ha avuto una conseguenza perversa: le minori
economie di scala e il piu' difficile accesso ai mercati finanziari
hanno necessariamente indirizzato la produzione verso settori a scarso
contenuto tecnologico e basso valore aggiunto

Non necessariamente le minori dimensioni delle imprese significano basso valore aggiunto e produzione di bassa qualita' e basso prezzo. In diversi settori delle macchine utensili ci sono nei distretti del nord-est e del centro imprese leader mondiali, che fanno buoni profitti, poi ci sono le imprese della moda. Altri esempi sono Luxottica, altro leader mondiale, e Permasteelisa che vince ricchi appalti in tutto il mondo ed e' leader mondiale dei rivestimenti di edifici. Anche Benetton era un buon esempio, prima di accodarsi alla Casta confindustriale alla ricerca di extra-profitti monopolistici e parassitica collusione con lo Stato italiano.

Sono tutte analisi corrette e ciascuna puntualizza ed integra le precedenti.

In particolare, da piccolo imprenditore veneto, non posso che confermare la vitalità di questo tessuto produttivo (nel quale le aziende sono, spesso, molto più innovative di quanto non appaia dai dati ufficiali), ma anche le difficoltà che stanno sopraggiungendo (legate al proibitivo cambio dell'euro, oltre che alla stasi del mercato interno), probabilmente più difficili da superare in ragione della limitata struttura, in aggiunta - duole dirlo - ad una troppo spesso carente cultura d'impresa.

Tralascio, qui, tutte le riflessioni in merito al "carico da undici" della burocrazia, che incide più pesantemente sulle aziende di minori dimensioni, del quale si discute da lungo tempo senza che la cosiddetta "semplificazione" faccia significativi passi avanti, nonostante gli innumerevoli tavoli istituiti e la perenni dichiarazioni di buona volontà.

Accolgo, invece, la provocazione di Michele per riportare in primo piano un mio vecchio pallino: la rivoluzione culturale in Confindustria, che dovrà necessariamente - se non si vuol più essere casta, ma motore del cambiamento italiano - percorrere una strada che porta alla valorizzazione delle istanze provenienti dalle PMI aperte alla competizione del mercato.

C'è chi ci sta lavorando, incontrando ovvie resistenze ma ottenendo anche qualche risultato. In fondo, il cambio di presidenza (anche guardando alla squadra assemblata ed alle prime dichiarazioni) potrebbe esser considerato un segnale nella giusta direzione ma, naturalmente, non bisogna attenuare la pressione. 

Una chiosa finale: il "maanchista" Uolter - coerentemente con le sue sballate analisi storico-economiche - ha scelto la collaborazione di imprenditori simbolo della Confindustria-casta (Colaninno jr.) o, comunque, legati a doppio filo al mondo FIAT (Calearo), dimostrando inequivocabilmente - al di là delle dichiarazioni d'intenti - di non aver capito quale sia la strada oppure, in alternativa, di non volerla percorrere.

ma anche le difficoltà che stanno sopraggiungendo (legate al proibitivo
cambio dell'euro, oltre che alla stasi del mercato interno)

Permettimi di dissentire su questo punto, DoktorFranz: il cambio dell'euro non e' affatto troppo alto, altrimenti la zona euro sarebbe in deflazione, anziche' con un'inflazione superiore di 120 punti base al target massimo BCE del 2%. Quello che e' proibitivo e' il costo del lavoro per unita' di prodotto, ed e' di questo, o meglio delle sue cause di origine politica, che gli imprenditori devono lamentarsi col governo.

Quello che e' proibitivo e' il costo del lavoro per unita' di prodotto, ed e' di questo, o meglio delle sue cause di origine politica, che gli imprenditori devono lamentarsi col governo.

Certamente, anche perché su questo fattore è possibile intervenire
(volendolo fare .... ) mentre sul cambio dell'euro, ahimé, no.

Il
fatto è che tale problema non è recente, essendo caratteristico
dell'economia italiana - sempre a causa delle pessime scelte di
politica economica - mentre oggi si è aggiunta la rivalutazione della
moneta europea: in questo senso dicevo che stanno sopraggiungendo altre
difficoltà e, d'altra parte, parecchi colleghi riferiscono che la
clientela in area non-euro richiede sconti, al fine di compensare
l'aumento di prezzo legato al cambio, che, non riuscendo ad essere
ricavati dalla riduzione di costo, vanno ad incidere sui margini, a
volte anche annullandoli.

Manca una descrizione del ruolo delle cooperative. Eppure mi sembra che molte imprese produttrici di macchine utensili siano state assorbite da una grande cooperativa. Chi ci può dare qualche informazione più precisa?

Per come la vedo io IL PRIMATO DELLA POLITICA, LA CENTRALITA' DEL SINDACATO, LA CONCERTAZIONE, più che dei miti sono delle parole d'ordine, delle trappole retoriche che servono a intimidire, confondere e paralizzare "democraticamente" l'opinione pubblica per meglio difendere la propria corporazione o "casta". E ce sono molto altre, che non significano NULLA ma hanno la loro bella efficacia, in Italia. Mai sentito parlare, ad esempio, di:
SOCIETA' CIVILE? E' il manganello della CASTA INTELLETTUALE. L'invenzione lessicale della "società civile", che presuppone logicamente quella "incivile", è l'oracolo di Delfi dei politici e degli intellettuali di sinistra comme il faut; vi si fa ricorso se malauguratamente i responsi della democrazia elettorale non corrispondono ai loro desiderata; in casi estremi si fa appello "alla parte migliore della società civile", quella che si riserva una golden share sui destini democratici del paese. E' la P2 politicamente corretta.
DEMOCRAZIA COMPIUTA? Questa clava dialettica va molto di moda tra la CASTA DEI MAGISTRATI DEMOCRATICI, che hanno il culto della legalità, ma che stanno agli altri magistrati come la Germania Democratica stava alla Germania Federale: è un atto d'accusa preventivo alla CASTA POLITICA, e serve per giustificare anticipatamente, nel nome - beninteso - della "democrazia sostanziale", le procedure non proprio ortodosse dei giustizieri togati, che vogliono mettere a posto il mondo. Intanto fanno carriera alla grande.
CLASSE DIRIGENTE? Qual è la classe dirigente in Gran Bretagna? Qual è la classe dirigente negli USA? Cos'è la classe dirigente? La mancanza di una "classe dirigente" all'altezza, è stato il mantra della CASTA CONFINDUSTRIALE, veicolato dai soliti Corriere-Stampa-Sole24Ore. Tradotto per i villici in parole povere significa: l'Italia va modernizzata, evviva le liberalizzazioni, ma per quanto ci riguarda con mucho juicio; quindi il governi modernizzi pure, ma "concerti" con noi, che siamo "classe dirigente". Il libro "La Casta", supersponsorizzato dai quartieri alti di Viale dell'Astronomia e caso editoriale ancor prima di uscire, è stata una cannonata sparata dalla CASTA CONFINDUSTRIALE contro la CASTA POLITICA, visto il mal parare del governo Prodi, per salvarsi dai furori della pubblica opinione e per far dimenticare al volgo la precedente alleanza fra le due CASTE.
E così il PRIMATO DELLA POLITICA è il compunto, paternalistico, ammonimento della CASTA POLITICA alla plebe inquieta di non buttare il bambino con l'acqua sporca; e la CENTRALITA' DEL SINDACATO è una specie di avvertimento semimafioso della CASTA SINDACALE per dire che senza la sua non richiesta mediazione non si fa nulla.
Quando c'è armonia fra le caste allora trionfa la CONCERTAZIONE, come avvenne per l'ultima volta nella campagna elettorale prodiana del 2006.
Questo succede nei quartieri alti, ma poi il fenomeno si replica in tutti i segmenti della società. Le piccole corporazioni sono lo specchio delle grandi. A mio modo di vedere la "casta politica" non è altro che una fazione tra le fazioni, o per meglio dire, si comporta come una fazione tra le fazioni, specie quando ha paura. Questa deriva tribale è il segno di un paese in cui regna la sfiducia e ognuno cerca sicurezza intruppandosi in un branco. Abbonda lo statalismo e manca il senso dello stato, ovvero il senso dello "stare insieme", perché quando manca la fiducia e la collaborazione alla fine tutti guardano in alto al potere salvifico della politica. Se l'equilibrio delle fazioni immobilizza il paese cos'altro resta? E' naturale poi che in un clima come questo il paese sia spazzato da venti ipocriti di moralizzazione, sotto la cui veste, la storia insegna, c'è sempre la filosofia che animava l'azione delle minoranze organizzate "rivoluzionarie" di una volta e che riduceva i problemi all'individuazione della parte marcia della società, i sabotatori o i kulaki o i capitalisti giudei. In questo senso, la barbara iniziativa pseudomoralistica e legalistica di Visco e i sogni di palingenesi vaffanculista di Grillo hanno una medesima radice.
Sull'origine di questo spirito di fazione e sul significato della vittoria berlusconiana ho opinioni piuttosto diverse da quelle che leggo qui su NFA, ma intanto non so neanche se qualcuno trova il tempo di leggere questa pappardella (un po' schematica, lo ammetto).

A titolo personale vorrei testimoniare che hai almeno un lettore interessato a conoscere la tua opinione sul significato della vittoria di Berlusconi. Concordo con l'interpretazione data del libro "La Casta", oltre a quanto hai scritto si tratta della revisione politicamente corretta da Confindustria delle lamentele della Lega, con cui G.A.Stella cerca di disinnescare le ragioni di questo partito che lui Mieli e soprattutto Confindustria non amano. La ragione principale del malfunzionamento dello Stato italiano sono sprechi e corruzione statali al Centro per la Casta politica, al Sud per l'enorme spesa clientelare, al Nord per aiuti e protezione alle grandi imprese (tra cui i prepensionamenti). Non c'e' bisogno dei mille aneddoti riportati da G.A.Stella se non per fare degli esempi, le cifre aggregate sono note e sono anche pubblicizzate dalla Lega fin dai primi anni '90. 

Nelle ultime elezioni io ho votato PDL con convinzione - come in precedenza avevo votato per Forza Italia - nonostante non m'incantino affatto né le filosofie tremontiane, né i balletti patriottici intorno ad Alitalia, né gli entusiasmi da descamisados dei tassisti romani per Juan Domingo Alemanno. Ma la mia opinione è che Berlusconi abbia vinto definitivamente - per il bene dell'Italia - una guerra civile a bassa intensità che durava da quindici anni. Quali che siano stati i suoi motivi per la "discesa in campo" (e io non sono affatto d'accordo che fossero "solo" i suoi interessi personali: in fin dei conti l'esperienza insegna che i magnati sono specialisti ad offrire i propri servizi al vincitore di turno e ad essere "governativi" per natura) egli ha saputo intercettare il consenso di quella massa crescente di italiani che nel sistema tribale-corporativo del paese stavano peggio ed erano i meno garantiti. La sinistra ha fatto il contrario: è riuscita nell'impresa di coagulare insieme le nomenklature culturali & le nomenklature economiche & le nomenklature sindacali, e questa collezione di belle figurine e questo arrivo nella stanza dei bottoni, dopo essersi mangiato il paese dall'interno pian piano per trent'anni, voleva farlo passare per "modernità", col salto quadruplo mortale del "Partito Democratico", quando i buzzurri delle sinistre europee non si vergognano di chiamarsi ancora "socialdemocratici". Con "vittoria definitiva" berlusconiana intendo che quel pezzo dell'Italia che conta che lo ha sempre sentito come un'anomalia non da sconfiggere ma da eliminare, come si espelle un corpo estraneo, si è arresa. Sono la vittoria, e solo la vittoria, berlusconiana; e la sconfitta, e solo la sconfitta, della "fazione" giacobina - antifascista - veteroresistenziale - comunista - postcomunista - democratica; che sanciscono la pacificazione italiana, non quella stretta di mano di scenografica teatralità che piace tanto, da sempre, alla vanesia furbizia italica. Faccio notare che BS, con una delle sue effervescenti americanate molto italiche, ha già chiesto i servizi di Montezemolo come "ambasciatore del made in Italy all'estero", e che costui - chi l'avrebbe mai detto solo due settimane fa? - ha accettato!

Ora vedo qui che ci si dispera per l'ignobilmente volgare conflittualità della nostra razza, ma è mia opinione invece che siamo a un turning point della nostra storia contemporanea e che gli strilli dei Grillo e dei Santoro siano solo le convulsioni di una certa sinistra che sta tirando le cuoia. In un clima svelenito, nonostante la continua evocazione dei fantasmi della globalizzazione, la diffidenza generalizzata si ammorbidirà e le porte di questa società a compartimenti stagni cominceranno pian piano a schiudersi. E non dimentichiamoci poi che Giulio Cesare Berlusconi è sceso dalle Gallie a capo di una moltitudine di popolo minuto confuso, arruffone e magari volgare, che però da una svolta liberale avrebbe molto meno da perdere, sempre che sappia sfuggire dagli incantesimi del druido della Valtellina.

E non dimentichiamoci poi che Giulio Cesare Berlusconi è sceso dalle
Gallie a capo di una moltitudine di popolo minuto confuso, arruffone e
magari volgare, che però da una svolta liberale avrebbe molto meno da
perdere, sempre che sappia sfuggire dagli incantesimi del druido della
Valtellina.

Purtroppo la situazione e' solo moderatamente diversa rispetto al 2001, e l'esperienza del 2001 non e' stata positiva. C'e' stata tanta attivita' per prendere possesso della RAI e per intervenire sulla giustizia senza nessun beneficio apprezzabile per il cittadino medio, salvo alcuni pochi inquisiti del mondo della politica. Non e' stato fatto nulla di serio per diminuire e rendere piu' efficiente la spesa pubblica. Hanno realizzato un peraltro decente intervento sulle pensioni ma molto disonestamente hanno rinviato l'attuazione alla legislatura successiva, per cercare di vincere le successive elezioni, senza poi riuscirci. Uno dei pochi risultati apprezzabili, la riforma costituzionale che introduceva il monocameralismo, e' stato stupidamente bocciato dagli elettori italiani, forse anche perche' unito ad una riforma federale che non convinceva ne' i pochi federalisti autentici ne' la massa dei centralisti/ statalisti.

Rispetto al 2001, la Lega Nord ha il doppio dei voti. Ma la Lega di oggi vuole rendere piu' trasparente lo Stato, vuole meno spesa pubblica e meno invadenza dello Stato nell'economia, vuole federalismo con reponsabilita' e competenze esclusive, oppure vuole piuttosto assistenzialismo e tutela statale anche a Nord? E anche se la Lega non e' diventata un partito italiano statalista e assistenzialista, ha solo ~1/5 dei parlamentari della maggioranza.

Tutto vero per quanto riguarda la deludente precedente esperienza di governo.

Per quanto riguarda invece la Lega 1/5 dei parlamentari della maggioranza sono più che sufficienti, anzi, anche troppi. Di più rischierebbero di far saltare gli equilibri interni alla coalizione berlusconiana, e inoltre credo che, consci o inebriati dalla propria forza, potrebbero avvitarsi in una spirale identitaria-territoriale-conservatrice-protezionista, anche molto al di là delle intenzioni dei suoi elettori, che sono preoccupati, sì, dai problemi concernenti la sicurezza, ma altrettanto imbufaliti contro la montagna di scartoffie che li sommerge; perché la munnezza burocratica nella quale affoga l'intero paese mi sembra solo la versione inodore e civile della munnezza partenopea.

Però credo che la situazione rispetto al 2001 sia fondamentalmente diversa. Non parlo dei numeri in parlamento. Non parlo dell'opposizione in parlamento. Parlo dell'opposizione nel paese di quelle nomenklature cui accennavo nei precedenti interventi che sappiamo benissimo come abbiano costituito una formidabile, sorda, intimidatoria resistenza all'azione del governo Berlusconi. Non solo nella prima brevissima esperienza del 1994-1995, ma anche in quella del 2001-2006 non si aveva forse l'impressione che il governo e la maggioranza di centrodestra fossero isolati ed esclusi dalle stanze dei poteri reali, come denunciava questo ridicolo articolo (o meglio, che io mi sono permesso di ridicolizzare) di Ernesto Galli della Loggia? Il voltafaccia collaborazionista di Montezemolo è il primo segno del crollo di questa linea Maginot.

Perciò sono ragionevolmente fiducioso che i berlusconiani troveranno coraggio toccando con mano il ventre sorprendentemente molle di quest'opposizione extrapolitica; e può darsi che questa volta, senza gli strombazzamenti dell'altra, si arrivi a qualcosa di buono, e che la speranza abbia la meglio sul timore.

Il voltafaccia collaborazionista di Montezemolo è il primo segno del crollo di questa linea Maginot.

Questo singolo episodio non e' significativo rispetto al 2001: anche allora l'Avvocato inizio' subito a collaborare, ottenendo anche che un suo ex dipendente e uomo di fiducia andasse nientemeno che agli Esteri. Qualcuno riteneva che anche la nomina di Folli a direttore del Corriere fosse parte dell'alleanza di allora.

In ogni caso ritengo che tu abbia ragione sul fatto che questa terza vittoria (su 4 tentativi) di FI+AN+Lega dovrebbe aver convinto i piu' svegli dell'altra parte politica che questo centrodestra e' legittimato a governare se non per la sua competenza e moralita' almeno perche' ha avuto una netta maggioranza democratica. Tuttavia sono anche convinto che i problemi da superare per riformare positivamente lo Stato sono immensi, anche se forse qualcuno di meno remera' contro, e che la probabilita' che la maggioranza ripercorra la legislatura fallimentare del 2001 sono elevate. Sara' bene ricordare a Berlusconi & Co che 5 reti TV non sono stati sufficienti a vincere le elezioni nel 2006, nemmeno aumentando gli stipendi degli statali e tenendo cari tutti i forestali calabresi.

 

OK problemi immensi. (Le "5 TV" mi sembrano un po' troppe, ma lasciamo stare) Vedremo cosa combineranno i "nostri" eroi.

Però la nomina di Ruggiero agli Esteri del 2001 era di tutt'altro segno: era Berlusconi che "accettava" l'ispettore dei salotti buoni. E la cosa durò pochissimo, visto che il pelato di Arcore non si faceva addomesticare.

 

 

P.S. La strategia di riposizionamento del Corriere continua: non è più dunque solo o principalmente colpa della casta politica... ah ah ah

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