Moralità innata e universale

5 settembre 2010 aldo rustichini

Qualche e-mail imprudente rivela come si fa ricerca. No, non è di nuovo global warming: questa volta è la ricerca che dimostra che gli uomini sono "nati buoni".

Una forma estrema di "preferenze profonde" è quella che dichiara che gli uomini hanno una moralità innata e universale. Innata e universale sono parole scelte con cura, quindi vediamole bene. Innata significa: precedente a ogni formazione culturale e a ogni insegnamento. In ultima istanza, geneticamente determinata. Universale significa: comune ad ogni popolazione e cultura. E’ una conseguenza della prima tesi, con in più l’idea che il corredo genetico che determina la moralità sia abbastanza antico da essere lo stesso in popolazioni diverse.

Un sostenitore di questa tesi di recente è stato Marc Hauser di Harvard. Hauser era in origine uno studioso dei linguaggi nei primati. Per esempio, i suoi risultati iniziali famosi erano che le scimmie possono in parte avere una abilità di comprendere e usare una struttura generativa del linguaggio. Questa è la tesi di Chomsky, che il linguaggio umano abbia una struttura generativa: cioè che parole, o frasi, che fanno parte di un linguaggio specifico, si compongono usando poche regole semplici e universali, ovvero valide per tutti i linguaggi.

Che c’entra la morale? Basta applicare le tre parole chiave  usate per il linguaggio, generativo, innato e universale, alla morale. La morale (come il linguaggio) ha regole semplici, che generano tutte le prescrizioni che vengono gudicate morali. La morale (come il linguaggio) è innata; e siccome è basata su regole semplici che sono comuni a tutti gli esseri umani, la morale (come il linguaggio) è anche universale. Bene, fin qui tutto chiaro: gli uomini sono "Nati per essere buoni" (ll titolo di Rorty è ironico, ma rende bene l’idea). Però c'è un problema.

Di recente il professor Marc Hauser (Harvard) è stato messo in leave dalla sua università dopo una inchiesta di tre anni. La ragione: l’inchiesta ha raggiunto la conclusione che i dati usati da Hauser erano sospetti (fabbricati, è il termine scortese usato dal New York Times). I dettagli in breve sono qui (New York Times) e in maniera più approfondita qui (Science e Nature).

Che dimostra questa vicenda? Un primo fatto è così ovvio che non lo dico nemmeno. Ce n’è un altro. Il primo avvertimento che qualcosa non andava non è venuto ieri, ma nel 1997, quando Gordon Gallup, un ricercatore della State University of New York at Albany, scoprì che i risultati di uno dei primi famosi papers di Hauser erano infondati. Nel 2001 Hauser annuncia che non è riuscito a replicare quei risultati. Da allora la sua ricerca ha incontrato difficoltà: un paper del 2002 è stato appena ritrattato. Poi i problemi recenti. L'inchiesta di Harvard ha individuato otto esempi specifici di scorrettezza scientifica ("scientific misconduct"). Eppure, gli eventi recenti sono venuti fuori perché dei collaboratori di Hauser si sono rifiutati di sottoscrivere i risultati che lui sosteneva di aver ottenuto in un risultato sperimentale. I dettagli sono disponibili in rete, leggete con cura nel paragrafo che comincia "i am getting a bit pissed here".

La vicenda ha qualcosa in comune con la scoperta che diversi centri di ricerca, in particolare quello della University of East Anglia, manipolavano i risultati delle indagini sul Global Warming. Basta a stabilire che c'è una distorsione sistematica? No. Però basta per consigliare di tenere gli occhi aperti. E per ricordarci una cosa semplice: i risultati delle scienze sociali possono essere più o meno graditi ai politici. Se un certo paradigma suggerisce che gli essere umani sono buoni, o bisognosi di assistenza, o tutte e due le cose; o se dimostra che c'è bisogno di un intervento pubblico in larga scala, il politico vede un'occasione di impiego lucrativo, perché c'è bisogno di lui per compiere quegli interventi.

Un terzo commento riguarda la ricerca sul linguaggio e quella sulla morale di Hauser. Le critiche alla prima hanno un impatto sulla seconda? Seconde me sì, e mi spiego. Il cuore della tesi è di rendere le facoltà innate più ampie possibili. Dire che le scimmie hanno facoltà vicine a quelle degli esseri umani (per esempio il linguaggio, o la capacità di capire le intenzioni degli altri) è un passo essenziale in questo esercizio retorico: se anche le scimmie le hanno, allora anche per noi uomini, che abbiamo una gran parte del corredo genetico delle scimmie, queste facoltà sono innate, genetiche, e non culturali.

Un quarto, e ultimo, commento. Come già nota Rorty nella recensione (e molti altri) la facoltà morale sembra essere flessibile in un modo preoccupante, se deve essere innata e universale. Ma non è tanto il fenomeno della esistenza di diverse morali, una a fianco dell’altra, che mi disturba. E’ la sorprendente coincidenza della morale con gli interessi di chi la sostiene. Un gran vecchio con la barba la chiamava falsa coscienza. Non voglio dire che la morale non possa guidare le azioni ma che, a volte, le azioni desiderate guidano la morale.

Concludiamo con una nota più leggera. Alla serie "quale sia la vera natura dell’uomo" si è aggiunto negli ultimi giorni il libro di Ryan e Jetha, Sex at Dawn. La tesi qui è che insieme a tutto il resto, anche i costumi sessuali sono stati determinati nell’età dei cacciatori-raccoglitori, e siamo oggi come venimmo determinati allora, anche in fatto di matrimonio e sesso. Ora, quella era una società dove non c’era proprietà privata, e si metteva in comune tutto, quindi...

95 commenti (espandi tutti)

Mi è tornato alla memoria il raccontino dei tre bambini, uno israeliano, uno arabo e l'altro europeo che crescono insieme come fratelli legatissimi l'uno all'altro vivendo in una bella famiglia fino alla pubertà. Ciascuno poi è costretto a ritornare a vivere nella sua terra d'origine. Reincontrandosi dopo altri 10 anni i 3 sono ex fratelli e si sparano addosso. Non so di ricerche, ma che la moralità possa essere innata ed universale e prescindere dal contesto umano e sociale nel quale ci si forma lo percepisco come poco convincente.

Quello che non mi convince del tentare di derivare conclusioni sostanziali dall'innatismo è che la mente umana ha una capacità di manipolare le pulsioni di base che fa paura. Basta dare un simbolo e la mente umana distorce le pulsioni alla luce del nuovo simbolo, nel bene e nel male.

Per fare un esempio che è significativo ma puzza di psicanalisi (cioè è metodologicamente poco fondato) la paura della morte può dar luogo alla religione, al fanatismo politico, alla ricerca del sublime artistico, all'amore verso la prole. Etc.

Un tizio che dice "gli uomini hanno paura della morte e quindi X, Y e Z" deve rendersi conto che con un po' di fantasia la mente umana oltre a X, Y e Z può usare la stessa caratteristica per A, B, C, D, E, ... e dubito che l'alfabeto basti.

Io ho visto persone fare X perché in realtà avevano un problema Y, e non c'era alcun legame tra le due cose salvo qualche tenue associazione di idee, quasi tutta a livello inconscio, per cui per compensare Y si fissavano con X. Questa è un'osservazione che ho fatto diverse volte, anche su me stesso: in alcune occasioni mi sono fissato su cose apparentemente insignificanti e poi ho capito che avevano un significato "simbolico" riguardante qualcosa di più profondo che a livello conscio non avevo realizzato per anni.

E poi: se la nostra moralità è da hunter-gatherers, che ce ne facciamo, ora che viviamo - più o meno - nella "hayekian great society"? L'egalitarismo delle tribù uccide la divisione del lavoro e la libertà economica (A meno che non sia egalitarismo legale, cioè ognuno ha gli stessi diritti negativi). Le società a forti valori egalitari, come la Russia zarista, sono spesso disfunzionali dal punto di vista dei valori del liberalismo, e una delle ragioni è che l'egalitarismo deve controllare gli esiti, e ha necessità di una struttura gerarchica più o meno onnicomprensiva che li controlli. Che "naturale" significhi "migliore" è tutto da vedere. La schiavitù è più naturale della Bill of Rights.

Il tema è senza dubbio interessante ed è trattato in un modo che mi è piaciuto molto (chiaro, documentato, senza pedanteria) in un libro che ho segnalato in un commento recente.  Il libro si chiama Il gene egoista e la tesi che sostiene è: l’unità di base della selezione è il gene e i geni che vengono selezionati sono quelli riescono a replicarsi meglio nel contesto in cui si trovano.
Questo vuol dire che se c’é un gene che porta ad aiutare gli individui dello stesso gruppo familiare (verosimilmente portatori dello stesso gene), questo avrà più probabilità di replicarsi di un gene che induce l’individuo a un comportamento assolutamente egoista.
Questa è moralità?  Dubito, e infatti anche l’autore del libro (Richard Dawkins) mette in guardia dal ritenere che gli uomini siano buoni “di natura”: dobbiamo insegnare loro a esserlo, altrimenti avranno comportamenti come da corredo genetico (cosa che prevede molte cose che sono antisociali).
Il ragionamento, piuttosto, porta ad altre conclusioni, quali che non c’è alcun bisogno di scomodare concetti “alti” com la moralità, la bontà e l’altruismo per giustificare quelli che possiamo vedere come “comportamenti virtuosi”: essi hanno un senso perfetto anche se inquadrati in una logica di massimizzazione del profitto; sempre nei commenti di questi giorni si ricordava Smith e di come le transazioni commerciali non si basano sulla fiducia nell’altro, ma sulla fiducia che l’altro stia cercando di massimizzare il suo tornaconto.
Allo stesso modo è interessante vedere come questa “moralità innata”, se proprio dobbiamo vederla all’opera nel mondo in cui viviamo, ha invece molto a vedere con quel familismo amorale più volte stigmatizzato (era questo infatti l’argomento del thread in cui avevo citato il libro): dal momento che ho una predisposizione genetica a essere altruista e buono con i miei simili, e questo altruismo e questa bontà sono direttamente proporzionali alla vicinanza di parentela (sono molto buono coi miei fratelli, buonissimo con i figli, un po’ meno buono con i cugini e via a scendere), risulta immediato che in un contesto in cui si ignorano le regole poste dalla società questa tendenza salti di nuovo fuori.  Chiaramente va fatta una tara, perché il familismo amorale non riguarda la sola famiglia di sangue, ma credo sia ragionevole vederci gli stessi meccanismi, che ricordo essere estremamente efficaci visto che sono stati selezionati da un bel po’ d’anni d’evoluzione.

Per inciso, sono assolutamente persuaso che la società sia nata anche dall'osservare questi meccanismi: visto che i gruppi che si sostengono fra loro (potremmo chiamarli i proto-familisti amorali), perché non estendere questo meccanismo a gruppi più grandi? Le regole sono quindi il supporto culturale (qui sì abbiamo il superamento della pura biologia) per estendere un meccanismo oltre le sue basi genetiche. Chiaramente una legge è meno forte dell'istinto, quindi si accumulano tutte le problematiche relative al suo rispetto, ma l'idea di fondo credo che sia: se funziona per gruppi piccoli perché non dovrebbe anche coi gruppi grandi? In effetti mi sembra abbia funzionato. Il punto è che non ci vedo altro che massimizzazione del profitto, non "bontà".

Non è l'unico ricercatore che afferma che

un certo tipo di moralità esiste nei bambini

Un attimo. Chomsky parlava se non erro di un "istinto del linguaggio" il che significa che esiste una parte innata (e strutture celebrali adeguate) che portano poi all'apprendimento di un linguaggio tra le 5000 o piu' lingue parlate sul pianeta.  Per la morale puo' essere lo stesso. Puoi esserci un istinto innato ad avere una morale. Quale non lo si puo' sapere: dipende dal contesto culturale e storico. Lingua e morale ci vengono poi insegnati dai genitori o da chi si prende cura di noi ma noi saremmo predisposti sia ad imparare un linguaggio sia ad apprendere una morale. Fin da piccoli.

Sulla flessibilità dovremo comparare le 5000 lingue. E non solo le nostre indo-europee ma anche quelle a schiocco dei boscimani. In tutte pero' esistono strutture che prevendono, con alcune variazioni,  soggetti, verbi, azioni, oggetti, declinazioni di tempi, di genere e di quantità, avverbi, aggettivi.

Lo stesso unico istinto del linguaggio si sviluppa con migliaia di lingue e decine di migliaia di dialetti.
Non mi meraviglierei se una cosa simile fosse per la morale. Infatti possiamo chiederci se avere una morale è o meno un vantaggio evolutivo. Se lo è è chiaro che il cervello si predispone gradualmente con aree specializzate. Mi pare di ricordare che ci sono lesioni in parti del cervello (incidenti, traumi, tumori, ictus) che rendono il soggetto "immorale" e quindi una parte genetica, anche solo per costruire la zona specifica in fase embrionale, deve esistere. Che poi chi sostiene questa tesi abbia falsificato gli studi che ha fatto, cio' non falsifica l'ipotesi stessa.

Francesco

 

PS: sulla proprietà collettiva nelle popolazioni di cacciatori raccoglitori credo che sia una bufala da sfatare. Lo studio delle popolazioni attualmente dedite alla caccia ed alla raccolta di bacche mostra una realtà diversa. Il prodotto della caccia viene spartito subito nel villaggio per ovvi motivi di deperibilità (se non sonio state già individuate tecniche atte a conservare la carne) ma il capo del villaggio fa le parti considerando una serie di fattori (chi ha cacciato, i bambini, le donne, i legami familiari). Invece il raccolto di bacche, frutta e tuberi non viene assolutamnete condiviso, se non in famiglia. Chi fa il furbo non partecipa ad alcuna condivisione. Sorry se non ricordo le fonti ma deve essere su un libro di Pinker.

Un attimo. Chomsky parlava se non erro di un "istinto del linguaggio" il che significa che esiste una parte innata (e strutture celebrali adeguate) che portano poi all'apprendimento di un linguaggio tra le 5000 o piu' lingue parlate sul pianeta.  Per la morale puo' essere lo stesso.

Esattamente. Infatti Hauser cerca di decifrare quali sono le componenti generative della morale, cioe' le regole semplici elementari che (quelle si') sono universali. Per esempio (trolley problem), alle due domande: domanda:

A. Un treno sta per arrivare e uccidera' cinque persone. Hai la possibilita di deviarlo su un binario diverso, ma facendo cosi' una persona verra' travolta. E' giusto deviare?

B. Un treno sta per arrivare e uccidera' cinque persone. Hai la possibilita di deviarlo gettando una persona grassa in fronte del treno, abbastanza grassa da fermarlo. E' giusto gettare?

La risposta e' in maggioranza si' alla prima e no alla seconda. Trovare a regola che spiega questo fenomeno.

Mi pare di ricordare che ci sono lesioni in parti del cervello (incidenti, traumi, tumori, ictus) che rendono il soggetto "immorale" e quindi una parte genetica, anche solo per costruire la zona specifica in fase embrionale, deve esistere.

Ci sono parti del cervello che rispondono specificamente alla visione di un biglietto di cento euro. Ora essendo l'euro nato meno di dieci anni fa..

 

come spiegarsi via regole che il grassone non si butta sotto il treno?

con l'assioma della perfetta neutralita': vale a dire si puo' buttare uno qualunque ma non uno che sia grasso (che viene ingiustamente discriminato.)

test: solo la mamma di Mozart e la mamma di Einstein sono sul ponte? (sono due) le buttate giu' per salvare i cinque che vengono non investiti data la deviazione del trenino?

 

Aldo, una domanda su una cosa che non mi risulta chiara. Tu dici

Se un certo paradigma suggerisce che gli essere umani sono buoni, o bisognosi di assistenza, o tutte e due le cose; o se dimostra che c'è bisogno di un intervento pubblico in larga scala, il politico vede un'occasione di impiego lucrativo, perché c'è bisogno di lui per compiere quegli interventi.

Mi spieghi perché i risultati di Hauser e tutti quelli che dicono che siamo tanto buoni ed egualitari dovrebbero piacere ai politici? Ossia, capisco la parte sul ''bisognosi di assistenza''; se siamo tutti un po' scemi e i politici sono più intelligenti di noi, allora avanti tutta a regolare. Ma perché serve che gli esseri umani siano ''buoni''? L'implicazione che traggo io è che se siamo tutti buoni non abbiamo bisogno di nessuno che ci regoli e in particolare non c'è assolutamente bisogno di politiche redistributive. If we like egalitarianism so much, i ricchi dovrebbero spontaneamente dare i soldi ai poveri, no? Invece la lettura abituale sembra essere l'esatto contrario, quindi c'è chiaramente qualcosa di molto importante che non vedo. Mi dai una mano a capire?

Con tutto il rispetto.... MA

ma I FATTI, dicevano i commissari.

1. le accuse a Hauser hanno nulla a che fare con i suoi ragionamenti (a mio avviso dubbi) sulla grammatica morale (la documentazione e' pubblica meno lo stato anonimo di uno degli accusatori)

2. sulla tesi: NULLA segue sulla bonta'. Quel che Hauser sostiene ( e ripeto non io) e' che esiste una forma "quasi" grammaticale di utilitarismo (per questo a suo avviso i famosi problemi dei trenini son cosi' importanti.)

3. se anche ho torto (ergo se 2 e' errato) anche se fossimo "buoni" (un vocabolo che aborro, perche' mi sembra di sorte, vale a dire trovo le buone pizze, i buoni camions, persino i buoni articoli di filosofia, non so che cosa sia di un individuo umano esser "buono"  --capisco meglio come un cane e' buonio a far la guardia etc.) dove sta l'inferenza politica?

3.1 se fossimo buoni si vede meno (non di piu') a che cosa s'attacca il politicante che vuole "programmare" pianificare, in breve decidere al posto mio.

3.2 Se uno crede alla corbelleria della "moralita'" sarebbe piu' utile al politico che tutti fossimo tanto, ma tanto cattivi, nel caso limite tanto cattivi da metter tutti nei lager.

 

4. Suggerisco 

 

 

 

http://www.wjh.harvard.edu/~mnkylab/publications/recent/dupoux_and_jacob.pdf

 

 

per alcune osservazioni pertinenti.

 

 

 

A parte tutto questo le supposte o reali analogie tra FLS [la facolta' del linguaggio stretta] o FLL [la facolta' del linguaggio larga] e la "morale" non esistono. Il motio principale che per chiunque dovrebbe essere chiaro, e' che la morale ha zero ricorsione, e nessuna composizione.

Mentre Hauser si occupava di qualcosa di un po' piu' serio della "morale", scrisse (e non e' poco fare il coautore di Noam) il (semi celebre) Fitcher-Hauser-Chomsky.

Di nuovo per chi abbia interesse in questo tipo di problema:

 

http://www.bendyglu.domainepublic.net/archives/chomsky%20reader/FitchHauserChomksyLangFacCog.pdf

Mi scuso e mi associo a sandro Brusco -scrissi senza legger tutti i commentarii prima dei miei.

Mentre le posizioni (tipo C. Sustein) secondo cui il popolo e' bisognoso di "assistenza" et ergo gruppi di illuminati devo intervenire per far del "bene" ai dementi, se il popolo sia buono, o perfido ha zero effetti.

Sandro e Adriano:

Due affermazioni: una di fatto e una di teoria. Quella di fatto e' che ai politici piace l'idea che gli uomini siano buoni. A me pare vera, ma sono pronto a discutere. Veniamo a quella di teoria. Sandro dice:

L'implicazione che traggo io è che se siamo tutti buoni non abbiamo bisogno di nessuno che ci regoli e in particolare non c'è assolutamente bisogno di politiche redistributive. If we like egalitarianism so much, i ricchi dovrebbero spontaneamente dare i soldi ai poveri, no?

Io ho in mente una situazione cosi': immaginate un mondo in cui meta' della popolazione ha tanto e meta' ha nulla. Tutti gli uomini pero' sono buoni, nel senso che la loro utilita' dipende da quello che consumano, ma anche decresce quando la distribuzione e' disuguale. Per essere formali, l'utilita' ha un termine che decresce con la varianza della distribuzione, ma se qualcuno non capisce quello che dico va bene lo stesso. E diciamo che tutti starebbero meglio se tutti avessero una uguale quantita', ugualmente spartita fra tutti. Nelle parole del Presidente a Joe Wurzelbacher detto ''l'idraulico'', ``Se si sparge la ricchezza in giro, e' meglio per tutti''.  Affermazione di evangelica semplicita' ma, si noti, positiva, cioe' sulla natura umana, non un programma politico.

Nello stato di natura, senza politici, ognuno puo' trasferire quello che vuole agli altri. Pero' siccome il contributo di un individuo e' ininfluente sulla distribuzione, perche' troppo piccolo il suo effetto, la considerazione del consumo proprio prevale, e nessuna trasferisce nulla, o poco. Risultato: si rimane nello stato originario.

Ora arriva il Politico e dice: ``Io farei cosi'. Siccome tutti sono buoni, io imporro' che tutti trasferiscano la meta' della loro ricchezza un fondo comune. Chi non ci sta perde tutto.'' Ora, facendo un passo indietro, se si chiede alle persone, tutte, se vogliono un mondo con il Politico o senza, tutti dicono ``Quello con il Politico''.

Mi pare ci sia una grande somiglianza con il Global Warming. Tutti preferiscono un mondo che non viene incenerito dal dissennato comportamento individuale, pero' che io vada in bicicletta o no non cambia nulla, quindi vado in macchina. Ora arriva Al Gore, e tutto va a posto.

In due parole: il Politico risolve un problema di coordinamento. Per' ci deve essere il problema, e' cioe' che tutti vorrebbero un mondo dove c'e' molta meno disuguaglianza, per esempio.

 

Dunque.. dunque.

Sui fatti, il sottoscritto nel suo piccolo pensa che ai politici non potrebbero essere di meno interesse questioen come quelle della bonta' dei propri sudditi. Li vogliono virtuosi, paganti tasse, e facendo meno che il necessario in termini di rivolet e crimini. Siccome la question empirica e', non resta che tirare fuori qualche elemento (dichiarazione? brain scan del parlamento?) indicante che essi pensano la cittadinanza buona.

Sulla teoria. Provai a cautelare sull'uso di "buono", e fallii, perche' come tutti i termini intuitivamente chiari e' oscurissimo.

Si confronti e si contrasti: un termine di folgorante buio come "bosone di Higgs" e' perfettamente definibile. Un termine di folgorante chiarore come "bottiglia" e' difficilissimo da definire (chiunque guarda un vocabolario viene bocciato, spiego perche' solo se non si capisce perche' la questione e' sia sottiel che illuminante, ma i dodici lettori sono intelligentissimi e hanno gia' capito [assumo, for argument's sake that nFA's readers are more than 12 and more than intelligent]

 

'BUONO' e' anche peggio. Ma mi provo ad accettare (lo scenario di Aldo) il confronto impari.

Si pensi ad una societa' in cui vi siano tre categorie di persone:

a) disgraziati

b) samaritani

c) martini

 

gli a vivono nudi al freddo, i b li nutrono, i c si privano del mantello per scaladare i c.

Mi spiegate come mai dovrebbe esserci un politico che pianifica.. cosa: le disgrazie?

 

ecco, a mio parere (ripeto che non mi fido del mio parere) quella composta di a, b, e c e' una societa' che e' buona e ha nessun bisogno dei politici.

I politic per giustificare i loro "piani" devono (di)mostrare che i piani (concepiti dai politici) sono piu' intelilgenti delle azioni non pianificate di persone buone, ovvero possono anche sostenere che il popolo non e' composto di a, b, e c, ma di canaglie che godono alle altrui sfortune (e che quindi vanno tassati, etc.)

 

Aldo, va bene, se si deve giustificare la necessità dell'intervento pubblico si finisce sempre più o meno su correzione esternalità/soluzione del free rider problem. Ma, francamente, qua mi sembra deboluccio.

In primo luogo, se veramente si giustifica un intervento redistributivo sulla base del fatto che a tutti noi piace l'uguaglianza (e non banalmente che chi ha meno preferisce avere di più) allora la redistribuzione andrebbe diretta verso i paesi più poveri, non verso le classi medie (o medio-basse) dei paesi sviluppati. Il fatto che non lo sia rende molto difficile usare ''taste for equality'' come giustificazione di politiche redistributive da parte di chicchessia.

In secondo luogo, se veramente di coordination problem si tratta, dovremmo lasciar stare comunque i più ricchi. Bill Gates e Warren Buffett fanno già un sacco di beneficenza da soli, per cui perché rompergli le balle? Vanno tassati quelli del ceto medio o medio alto (per esempio i docenti universitari :-)) che guadagnano bene ma non abbastanza da fare differenza agendo individualmente. Che poi, anche quello è discutibile; se sono buono, egualitarista e middle class posso sempre aiutare la gente intorno a me, anche se non cambio la varianza della distribuzione mondiale del reddito, e se tutti lo fanno il problema di coordinamento è risolto. Aiutare chi ti sta vicino è un naturale focal point per risolvere il problema di corrdinamento.

Mah, resto perplesso. A me continua a sembrare molto più facile argomentare in favore dell'intervento redistributivo in un mondo di gente egoista.

In primo luogo, se veramente si giustifica un intervento redistributivo sulla base del fatto che a tutti noi piace l'uguaglianza (e non banalmente che chi ha meno preferisce avere di più) allora la redistribuzione andrebbe diretta verso i paesi più poveri, non verso le classi medie (o medio-basse) dei paesi sviluppati.

Infatti l'etica c'entra poco: la ridistribuzione e' popolare perche' la maggioranza pensa di beneficiarne, non di esserne colpita. Infatti i politici parlano sempre di aumentare le tasse sui "super-rich", che sono sempre "altri". E i cittadini dei paesi poveri non votano, quindi ciccia.

Mah, resto perplesso. A me continua a sembrare molto più facile argomentare in favore dell'intervento redistributivo in un mondo di gente egoista.

Ma se la maggioranza e' egoista, costringerla a ridistribuire mi pare manchi di legittimita' democratica, no?

Pero' siccome il contributo di un individuo e' ininfluente sulla distribuzione, perche' troppo piccolo il suo effetto, la considerazione del consumo proprio prevale, e nessuna trasferisce nulla, o poco. Risultato: si rimane nello stato originario.

Mi viene da distinguere tra "bontà" ed "egalitarismo", a volte sembra che i due termini siano usati come sinonimi.

Il "buono" è felice di dare a chi ha di meno. Se lui ha di più, è felice, almeno fino ad un certo punto, di dare a chi ha meno. Che senso ha in questo caso dire che "l' effetto è troppo piccolo"?

L' egalitario invece è felice quando puo' osservare una certa distribuzione della ricchezza (e al limite, quando l' obiettivo è realistico, contribuisce con il suo per comprarsi questo pezzettino di felicità in più).

In questo senso il ruolo della politica rimane quello tradizionale: coordinare gli egoisti. Un problema che con i buoni non si pone. Se fossimo buoni la politica avrebbe chiuso.

Se poi noi siamo nati egalitaristi, allora forse più che di morale innata parlerei di ideologia innata. In ogni caso, con cardinailità e confrontabilità tanto labili, le politiche redistributive le lascerei da parte.

Io non so che cosa sia innato e che cosa non lo sia, né quali siano le basi empiriche di questo dibattito.

Mi chiedo soltanto se la moralità (cooperazione) non possa emergere dall’interazione tra individui egoisti per il fatto (come dice Robert Axelrod)  “che i soggetti coinvolti non hanno interessi strettamente opposti” e quindi non sia necessario presupporre basi genetiche ed eventualmente neppure culturali ma semplicemente un puro meccanismo di “calcolo” per spiegare l’emergere di comportamenti  “morali”.

Attendo con rassegnazione e con interesse le bastonate del prof. Rustichini che so essere un esperto di teoria dei giochi.

Dario:

simpatico. Io non bastono nessuno, sono buono.

Teoria dei giochi e' neutrale su come i giocatori considerano le conseguenze materiali dei giocatori. Cioe' se sei un giocatore, e consideri una situazione in cui sia io che te abbiamo 5 euro, o quella in cui tu hai 10 e io nulla, sei perfettamente libero di preferire l'una all'altra. Tu mi dici quale e' la tua utilita' per le due a me teorico dei giochi, e io parto con the teoria.  Si' c'e' un bel buco, che si sta cercando di riempire.

Aldo,

Vista la promessa di clemenza, azzardo una domanda ulteriore.

A me sembra che il presupposto di Axelrod "che i soggetti coinvolti non hanno interessi strettamente opposti" descriva una condizione prevalente nei rapporti umani, così come in economia. Quindi, se l'utilità complessiva della cooperazione supera quella del comportamento puramente egoistico, la teoria non dovrebbe prevedere l'affermarsi della prima, anche in assenza di fattori genetici o culturali o di interventi regolatori?

Quindi, se l'utilità complessiva della cooperazione supera quella del comportamento puramente egoistico, la teoria non dovrebbe prevedere l'affermarsi della prima, anche in assenza di fattori genetici o culturali o di interventi regolatori?

Se teoria e' Teoria dei Giochi direi di no, e' una delle idee fondamentali che un gioco possa avere un solo equilibrio, e che a quell'equilibrio tutti stiamo peggio di un'altra possibile alternativa. Ma non c'e solo la morale e gli interventi regolatori come soluzione di questo dilemma degli equilibri inefficienti.

Mi spiego: questo fatto che gli equilibri possano essere inefficienti era (credo) la ragione per cui persone nella tradizione di equilibrio economico generale erano molto sospettose di Teoria dei Giochi, Ed Prescott e' il primo nome che viene in mente. Naturalmente un teorema e' un teorema: il sospetto era piu' profondo, che se un gioco ha equilibri inefficienti vuol dire che magari non si e' ancora lasciato ai mercati il modo di completarsi. Certo ci sono le asimmetrie informative, l'azzardo morale. Ma anche in quel caso il gioco si puo'ambiare con contratti piu' ricchi.

Noam Chomsky è lo scienziato più disonesto, malizioso e impostore del secondo dopoguerra. Ora sto andando a dormire, e non ho tempo per argomentare in modo approfondito, però volevo suggerire un buon libro su questo tema: Anti-Chomsky Reader.

Basti dire che i lavori scientifici di Chomsky non sono MAI stati oggetto del peer review (tranne, mi sembra, i primi tre articoli degli anni '50).

I discorsi sull'innatismo del linguaggio vanno presi con ENORME cautela: si tratta di speculazioni filosofiche non sostenute da alcuna prova reale. 

Io nella sua polemica con Piaget, stavo con quest'ultimo

Ma non vorrei che in realtà si mirasse al Chomsky critico degli Usa...

State poco bene entrambi in preparazione di Labor Day, per caso?

Uno a causa delle pessime fonti informative che usa per valutare l'impatto scientifico del lavoro di Chomsky, l'altro perché (neanche a dirlo) vede cospirazioni dei capitalisti cattivi ad ogni pié sospinto.

Ma per favore, questa è nFA, non il bar del circolo dei gonzi! Andiamoci cauti con certe affermazioni, si rischia di farci veramente una brutta figura!

Per carità.

Ma vedendo un altro commento del signor Keidan :

"La questione dei diritti umani non è solo il lavoro minorile ecc., cioè cose che potrebbe anche rientrare nella normalità in un certo contesto storico-sociale. La questione principale è che la Cina (e i suoi simili) sono paesi dove i diritti fondamentali dell'uomo non vengono rispettati: diritto alla vita, all'espressione del pensiero ecc., altro che sindacati, salari minimi o scioperi. Quindi, esportando capitali e produzioni nelle varie Cine noi foraggiamo e incoraggiamo dei regimi totalitari che non hanno ragione di esistere, e che sono cattivi per definizione."

Mi era sembrato...

Cosa ti era sembrato? Che, in nome d'una qualche regola di bilanciamento universale, Artemio Keidan, avendo detto una cosa saggia assai nel suo commento sulla Cina dovesse bilanciarlo iscrivendosi a qualche cospirazione anti-Chomsky in un commento successivo?

Approfitto per rispondere a Dario, che mi chiede cosa ne penso del Noam politico e non linguista: è completamente fuori di testa, straparla, inventa cospirazioni, insomma un disastro. Ma è tipico: non è che perché sei bravissimo a fare una cosa devi essere bravo a fare tutto, anzi. Guarda Soros, tanto per dire. O Bill Gates, che si sta facendo soffiare soldi a destra ed a manca da gruppi d'interesse che gli fanno vedere la luna del pozzo osannandolo come gran benefattore dell'umanità ..

Notare che quando qualcuno dice: "il linguista Chomsky ha detto/dimostrato che il linguaggio è innato" raramente questo qualcuno ha ben presente che cosa esattamente sarebbe innato secondo Chomsky. È come quando sentiamo dire: "tutto è relativo, l'ha dimostrato Einstein".

In realtà, la cosiddetta UG (grammatica universale), che sarebbe innata secondo Chomsky, è una costruzione complicatissima e improbabile. Tanto per dirne una: fino a qualche decennio fa questa presunta UG era la fotocopia della grammatica dell'inglese con leggere modifiche. Altro che

poche regole semplici e universali, ovvero valide per tutte le lingue

Quindi, mi premeva di dire questo: se su questo blog si accettano solo teorie falsificabili ed esperimenti ripetibili, allora Chomsky non vi ha alcun diritto di cittadinanza.

Se invece ci basiamo sul fatto che un certo studioso "ha un'eccellente reputazione" (commento di Dario Civalleri), oppure ci serve uno spunto filosofico/poetico sull'innatismo, allora è un altro discorso.

Caro Artemio,

Io non mi baso su alcunché. Professo la mia ignoranza in materia (sono un chirurgo in disarmo) e noto che Chomsky linguista ha generalmente un'eccellente reputazione. La tua è la prima voce contraria che mi capita di sentire, da parte di uno specialista.

Quello che mi interessava era un giudizio sul Chomsky "politico", l'ho avuto sia da Michele sia da Palma, seppure in un'altra lingua, e mi sembra che concordino con il tuo.

Non richiesto, ho avuto anche il giudizio su Horowitz, che Michele ha definito “pessima fonte informativa” e che Palma ha definito “cretino o quasi”. 

Vorrei chiedere a te come giudichi non solo il libro (che non ho letto) ma anche le posizioni politiche di ieri e di oggi di Collier e Horowitz, e, in particolare, la polemica su Rigoberta Menchu.

noto che Chomsky linguista ha generalmente un'eccellente reputazione. La tua è la prima voce contraria che mi capita di sentire, da parte di uno specialista.

Questo non è strano: Chomsky ha trasformato la sua scuola in una specie di partito politico, nel senso peggiore del termine (cioè, un partito di stampo maoista, oserei dire). In particolare, ha gestito molto bene le pubbliche relazioni. Di fatto, si è imposto all'opinione pubblica come il linguista. Si è cucito addosso l'appellativo del Copernico della linguistica. Altri linguisti, spesso in disaccordo con Chomsky, si sono limitati a occuparsi di linguistica, anziché rilasciare interviste a destra e a manca, per cui sono rimasti nell'ombra.

C'è stato un periodo in cui, negli Stati Uniti, di fatto non potevi insegnare linguistica se non eri chomskyano. Ultimamente, dopo che il generativismo chomskyano ha deluso tutte le aspettative, e si è trasformato in una dottrina esoterica, basata totalmente sulla sua personale autorità, la linguistica ha virato verso altre teorie, e altri interessi. Ovviamente, ci sono ancora molti generativisti, ma non sono più la maggioranza (e in Europa non lo sono mai stati).

P.S. Su Horowitz e Collier non mi pronuncio perché l'argomento esula dalla mia competenza

E questo risponde alle domande che mi sono iniziata a porre dieci minuti dopo l'inizio della lettura di Necessary Illusions.

Michele

Non sono in grado di giudicare il lavoro scientifico di Chomsky che, tuttavia, ha un'eccellente reputazione. Dal punto di vista "politico" mi sembra che le posizioni di Chomsky siano almeno altrettanto stravaganti quanto quelle di Horowitz e di Collier. Fuor di polemica, cosa ne pensi?

Non vorrei dire, ma io sono un linguista, e quando critico Chomsky so di cosa sto parlando.

Insisto: l'innatismo del linguaggio è una pura speculazione filosofica non dimostrata da ALCUNA prova empirica, ma solo da valutazioni soggettive del Ch. stesso.

In realtà, la teoria di Chomsky è abbastanza fuori moda, al giorno d'oggi. Alcune delle idee confluite nel suo Generatismo sono anche interessanti e stimolanti (citerei la teoria X-barra, che comunque non è tutta farina del sacco di Chomsky). Ma l'innatismo, oltre che inutile (se ne poteva anche fare a meno senza distruggere la teoria), rimane pura filosofia, peraltro ancorata ad un'idea di "innato" che risale agli albori della genetica.

Della serie, io (Ch.) dico che il linguaggio è innato, ma poi lascio ai genetisti trovare il gene giusto, sicuramente ce ne sarà uno.

Ebbene, l'unico che erano faticosamente riusciti a "individuare", il famoso FoxP2, alla fine, come ho sentito raccontare a un convegno da un genetista di professione, non c'entra con il linguaggio se non indirettamente, in quanto responsabile di certe caratteristiche anatomiche.

.........

Più in generale, penso che una persona che, nella vita di tutti i giorni può tranquillamente dichiarare che l'Olocausto non c'è stato, e che i Khmer rossi non hanno ucciso nessuno (sic!), anche nella sua attività scientifica non sia del tutto affidabile.

Consiglio la lettura del libro che citavo, anche solo via amazon.com (si possono consultare liberamente un po' di pagine della prefazione). L'autore del capitolo linguistico è Postal, che è allievo di Chomsky, e linguista importantissimo egli stesso. Non capisco perché lo si debba considerare "pessima forte informativa".

Notare che il principale antichomskyano è Chomsky stesso: nell'ultima versione della teoria, il Minimalist program (1995), egli abolisce, senza una parola di scuse, alcuni dei concetti chiave che erano presenti nel generativismo fin dagli anni '60! Ad esempio, si scopre che non esiste nessuna struttura profonda, ossia la famosa Deep Structure su cui ci sono state battaglie intellettuali per decenni.

Più in generale, penso che una persona che, nella vita di tutti i giorni può tranquillamente dichiarare che l'Olocausto non c'è stato, anche nella sua attività scientifica non sia del tutto affidabile.

dove e quando che ha dichiarato questo?  a me risulta che sia una vecchia bugia

 

Notare che il principale antichomskyano è Chomsky stesso: nell'ultima versione della teoria, il Minimalist program (1995), egli abolisce, senza una parola di scuse, alcuni dei concetti chiave che erano presenti nel generativismo fin dagli anni '60! Ad esempio, si scopre che non esiste nessuna struttura profonda, ossia la famosa Deep Structure su cui ci sono state battaglie intellettuali per decenni.

ma questo è un buon segno, dal punto di vista scientifico: significa che ritiene che i problemi siano più importanti delle proprie teorie, e che ha trovato una teoria o una direzione di ricerca più soddisfacente

 

Non vorrei dire, ma io sono un linguista, e quando critico Chomsky so di cosa sto parlando

questa è una posizione apodittica, che convince poco, anche perchè Chomsky ha preso il premio Kyoto nelle scienze di base (conferito tra gli altri a André Weil, Gelfand, Gromov)

Insisto: l'innatismo del linguaggio è una pura speculazione filosofica non dimostrata da ALCUNA prova empirica, ma solo da valutazioni soggettive del Ch. stesso.

l'argomentazione nota come "povertà dello stimolo" mi sembra una argomentazione empirica molto solida (se ne può trovare una buona discussione nel libro di Pinker "the language instict")

 

In realtà, la teoria di Chomsky è abbastanza fuori moda, al giorno d'oggi

ci sono persone a cui interessano le mode: a me (e, credo, a tutte le persone che sono interessate a comprendere la natura) interessano i problemi aperti sulla natura, non le mode

 

Consiglio la lettura del libro che citavo, anche solo via amazon.com (si possono consultare liberamente un po' di pagine della prefazione)

a giudicare dalle pagine che si possono leggere gratuitamente in rete, si tratta di un pessimo libro, piuttosto rozzo

 

se proprio vuoi un consiglio su un libro "antichomskyano" da consigliare, ti consiglio di consigliare un libro che si intitola "challenging chomsky" (che per la cronaca ho letto nel 1991): non ti assicuro che avrà l'effetto sperato, però

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Grazie, Fausto.

Palma, che è lo specialista, non mi aiuta e stavo cominciando a perdere il ritmo dovendo tener dietro a tante polemiche a mio avviso un po' pretestuose ...

Questa su Chomsky il linguista, Artemio, non la capisco proprio. Ma lascio ad altri. Sono solo un linguista "fu strutturalista, poi chomskyano, ora confuso" dilettante e, da buon autodidatta, leggo quanto dicono gli altri.

Maestro Palma, lei che mi dice?

Più in generale, penso che una persona che, nella vita di tutti i giorni può tranquillamente dichiarare che l'Olocausto non c'è stato, anche nella sua attività scientifica non sia del tutto affidabile.

dove e quando che ha dichiarato questo?  a me risulta che sia una vecchia bugia

qui sui khmer rossi (dovrebbe essere la pagina 273 in basso; è in forma dubitativa, ma comunque significativo); questa è la sua famosa affermazione sull'Olocausto: "I see no anti-Semitic implications in denial of the existence of gas chambers, or even denial of the holocaust" (citazioni in internet si sprecano). Forse non è il negazionismo esplicito ma poco ci manca.

ma questo è un buon segno, dal punto di vista scientifico: significa che ritiene che i problemi siano più importanti delle proprie teorie, e che ha trovato una teoria o una direzione di ricerca più soddisfacente

Sarebbe così se fosse esplicito, se avesse cioè riconosciuto di aver sbagliato tutto e di aver cambiato idea in modo radicale. Invece, nulla di tutto ciò. Più che scientifico, è orwelliano!

 

Non vorrei dire, ma io sono un linguista, e quando critico Chomsky so di cosa sto parlando

questa è una posizione apodittica, che convince poco, anche perchè Chomsky ha preso il premio Kyoto nelle scienze di base (conferito tra gli altri a André Weil, Gelfand, Gromov)

Prima di tutto, neanche un premio dimostra alcunché. A Dario Fo hanno dato il Nobel… Comunque, la cosa che volevo dire (ma come al solito, non mi spiego), è che io la questione la so da dentro, non da osservatore esterno indottrinato da libretti propagandistici anti-Chomsky.

Insisto: l'innatismo del linguaggio è una pura speculazione filosofica non dimostrata da ALCUNA prova empirica, ma solo da valutazioni soggettive del Ch. stesso.

l'argomentazione nota come "povertà dello stimolo" mi sembra una argomentazione empirica molto solida (se ne può trovare una buona discussione nel libro di Pinker "the language instict")

La presunta "povertà dello stimolo" è un concetto molto soggettivo, perché nessuno ha mai quantificato questo stimolo (che viene dato al bambino affinché impari a parlare). Ci fidiamo del giudizio a naso di Chomsky per cui sarebbe "povero", ma nulla ci impedisce di dire che, invece, non sia povero. Vedere qui Il libro di Pinker si apre con un ditirambo ai limiti dell'adulazione al Maestro, per cui è difficile aspettarsi una discussione oggettiva delle sue teorie. I risultati "sperimentali" che fornisce sono talmente ambigui da poter essere interpretati sia pro che contro. Infatti, non ha convinto tutti.

In realtà, la teoria di Chomsky è abbastanza fuori moda, al giorno d'oggi

ci sono persone a cui interessano le mode: a me (e, credo, a tutte le persone che sono interessate a comprendere la natura) interessano i problemi aperti sulla natura, non le mode

D'accordissimo. Infatti, il problema è che Chomsky andava per la maggiore perché era affascinante e di moda. Di vere spiegazioni della natura non ne ha date molte…

a giudicare dalle pagine che si possono leggere gratuitamente in rete, si tratta di un pessimo libro, piuttosto rozzo

Mah, sicuramente è un po' rozzo (molto meno rozzo degli scritti politici di Ch., comunque). Sicuramente è un po' troppo "neo-con". Però le citazioni da Chomsky e affermazioni su di lui sembrano tutte accuratamente documentate.

Questa su Chomsky il linguista, Artemio, non la capisco proprio.

Per dirla in breve: la mia reazione istintiva a Chomsky è identica alla vostra reazione al Voltremont-pensiero. È per questo che non riesco a tenermi a freno e parto con polemiche un po' fuori tema.

L'unica cosa utile che volevo dire è: l'innatismo linguistico alla Chomsky non è abbastanza dimostrato per poter essere utilizzato come assioma, e nemmeno come metafora, in un'indagine sull'innatismo in altri campi.

 

Per dirla in breve: la mia reazione istintiva a Chomsky è identica alla vostra reazione al Voltremont-pensiero. È per questo che non riesco a tenermi a freno e parto con polemiche un po' fuori tema.

Beh, beh, beh ... noi su Voltremont ci abbiamo scritto un libro.

Nel libro prendiamo letteralmente i suoi scritti e le sue teorie (evitiamo, accuratamente, di fare riferimento alle sue affermazioni estemporanee e spieghiamo anche perché) e le massacriamo. Non ho alcuna incertezza su questo: le massacriamo. La ragione per cui né lui né i suoi moltissimi portaborse e leccaculo a tempo pieno (da Quadrio Curzio ai suoi viceministri, tanto per non far nomi) s'è arrischiato a dibattere del libro in pubblico con noi è esattamente questa ragione: sanno perfettamente che, in termini di economics, sarebbero stati massacrati, tante sono le evidenti cazzate che Voltremont ha messo nero su bianco nei suoi "testi".

Ora, tu non mi stai dicendo che puoi fare la stessa cosa con NC, right? No, perché se puoi allora il libro va pubblicato immediatamente. Io, che sono un dilettante, alla sostanza del ragionamento chomskyano, in linguistica, sottoscrivo e mi sembra aver avuto frutti enormi (infatti, credo abbia rivoluzionato) le scienze dell'uomo dagli anni '60 in poi. Se tu me lo distruggi io ti faccio un monumento e ti ammiro per sempre, in secula seculorum.

P.S. M'accontento anche solo d'un argomentato articolo critico per nFA, a dire il vero.

Ok, ci proverò (intendo, l'articolo critico).

Grazie davvero, nessuna fretta.

Questioni aperte da secoli possono attendere anche qualche mese ancora prima d'essere risolte per sempre su nFA! :-)

A Review of B. F. Skinner's Verbal Behavior

by Noam Chomsky

"A Review of B. F. Skinner's Verbal Behavior" in Language, 35, No. 1 (1959), 26-58.

Preface

Preface to the 1967 reprint of "A Review of Skinner's Verbal Behavior"

Appeared in Readings in the Psychology of Language, ed. Leon A. Jakobovits and Murray S. Miron

(Prentice-Hall, Inc., 1967), pp.142-143

by Noam Chomsky

Rereading this review after eight years, I find little of substance that I would change if I were to

write it today. I am not aware of any theoretical or experimental work that challenges its

conclusions; nor, so far as I know, has there been any attempt to meet the criticisms that are raised

in the review or to show that they are erroneous or ill-founded.

I had intended this review not specifically as a criticism of Skinner's speculations regarding

language, but rather as a more general critique of behaviorist (I would now prefer to say

"empiricist") speculation as to the nature of higher mental processes. My reason for discussing

Skinner's book in such detail was that it was the most careful and thoroughgoing presentation of

such speculations, an evaluation that I feel is still accurate. Therefore, if the conclusions I

attempted to substantiate in the review are correct, as I believe they are, then Skinner's work can be

regarded as, in effect, a reductio ad absurdum of behaviorist assumptions. My personal view is that it

is a definite merit, not a defect, of Skinner's work that it can be used for this purpose, and it was for

this reason that I tried to deal with it fairly exhaustively. I do not see how his proposals can be

improved upon, aside from occasional details and oversights, within the framework of the general

assumptions that he accepts. I do not, in other words, see any way in which his proposals can be

substantially improved within the general framework of behaviorist or neobehaviorist, or, more

generally, empiricist ideas that has dominated much of modern linguistics, psychology, and

philosophy. The conclusion that I hoped to establish in the review, by discussing these speculations

in their most explicit and detailed form, was that the general point of view was largely mythology,

and that its widespread acceptance is not the result of empirical support, persuasive reasoning, or

the absence of a plausible alternative.

If I were writing today on the same topic, I would try to make it more clear than I did that I was

discussing Skinner's proposals as a paradigm example of a futile tendency in modern speculation

about language and mind. I would also be somewhat less apologetic and hesitant about proposing

the alternative view sketched in Sections 5 and 11 -- and also less ahistorical in proposing this

alternative, since in fact it embodies assumptions that are not only plausible and relatively wellconfirmed,

so it appears to me, but also deeply rooted in a rich and largely forgotten tradition of

rationalist psychology and linguistics. I have tried to correct this imbalance in later publications

(Chomsky, 1962, 1964, 1966; see also Miller et al., 1960; Katz and Postal, 1964; Fodor, 1965;

Lenneberg, 1966).

I think it would also have been valuable to try to sketch some of the reasons -- and there were

many -- that have made the view I was criticizing seem plausible over a long period, and also to

discuss the reasons for the decline of the alternative rationalist conception which, I was suggesting,

should be rehabilitated. Such a discussion would, perhaps, have helped to place the specific

critique of Skinner in a more meaningful context.

References in the Preface

Chomsky, N., "Explanatory Models in Linguistics," in Logic, Methodology and Philosophy of Science,

ed. E. Nagel, P. Suppes, and A. Tarski. Stanford; Calif.: Stanford University Press, 1962.

----------, Current Issues in Linguistic Theory. The Hague: Mouton and Co., 1964.

----------, Cartesian Linguistics. New York: Harper and Row, Publishers, 1966.

Fodor, J., "Could Meaning Be an 'rm'," Journal of Verbal Learning and Verbal Behavior, 4 (1965), 73-81.

Katz, J. and P. Postal, An Integrated Theory of Linguistic Description. Cambridge, Mass: M.I.T. Press,

1964.

Lenneberg, E., Biological Bases of Language. (In press.)

Miller, G. A., E. Galanter, and K. H. Pribram, Plans and the Structure of Behavior. New York: Holt,

Rhinehart, and Winston, Inc., 1960.

1959 review:

I

A great many linguists and philosophers concerned with language have expressed the hope that

their studies might ultimately be embedded in a framework provided by behaviorist psychology,

and that refractory areas of investigation, particularly those in which meaning is involved, will in

this way be opened up to fruitful exploration. Since this volume is the first large-scale attempt to

incorporate the major aspects of linguistic behavior within a behaviorist framework, it merits and

will undoubtedly receive careful attention. Skinner is noted for his contributions to the study of

animal behavior. The book under review is the product of study of linguistic behavior extending

over more than twenty years. Earlier versions of it have been fairly widely circulated, and there are

quite a few references in the psychological literature to its major ideas.

The problem to which this book is addressed is that of giving a "functional analysis" of verbal

behavior. By functional analysis, Skinner means identification of the variables that control this

behavior and specification of how they interact to determine a particular verbal response.

Furthermore, the controlling variables are to be described completely in terms of such notions

as stimulus, reinforcement,deprivation, which have been given a reasonably clear meaning in animal

experimentation. In other words, the goal of the book is to provide a way to predict and control

verbal behavior by observing and manipulating the physical environment of the speaker.

Skinner feels that recent advances in the laboratory study of animal behavior permit us to

approach this problem with a certain optimism, since "the basic processes and relations which give

verbal behavior its special characteristics are now fairly well understood ... the results [of this

experimental work] have been surprisingly free of species restrictions. Recent work has shown that

the methods can be extended to human behavior without serious modification" (3).1

It is important to see clearly just what it is in Skinner's program and claims that makes them

appear so bold and remarkable, It is not primarily the fact that he has set functional analysis as his

problem, or that he limits himself to study of observables, i.e., input-output relations. What is so

surprising is the particular limitations he has imposed on the way in which the observables of

behavior are to be studied, and, above all, the particularly simple nature of the function which, he

claims, describes the causation of behavior. One would naturally expect that prediction of the

behavior of a complex organism (or machine) would require, in addition to information about

external stimulation, knowledge of the internal structure of the organism, the ways in which it

processes input information and organizes its own behavior. These characteristics of the organism

are in general a complicated product of inborn structure, the genetically determined course of

maturation, and past experience. Insofar as independent neurophysiological evidence is not

available, it is obvious that inferences concerning the structure of the organism are based on

observation of behavior and outside events. Nevertheless, one's estimate of the relative importance

of external factors and internal structure in the determination of behavior will have an important

effect on the direction of research on linguistic (or any other) behavior, and on the kinds of

analogies from animal behavior studies that will be considered relevant or suggestive.

Putting it differently, anyone who sets himself the problem of analyzing the causation of behavior

will (in the absence of independent neurophysiological evidence) concern himself with the only

data available, namely the record of inputs to the organism and the organism's present response,

and will try to describe the function specifying the response in terms of the history of inputs. This

is nothing more than the definition of his problem. There are no possible grounds for argument

here, if one accepts the problem as legitimate, though Skinner has often advanced and defended

this definition of a problem as if it were a thesis which other investigators reject. The differences

that arise between those who affirm and those who deny the importance of the specific

"contribution of the organism" to learning and performance concern the particular character and

complexity of this function, and the kinds of observations and research necessary for arriving at a

precise specification of it. If the contribution of the organism is complex, the only hope of

predicting behavior even in a gross way will be through a very indirect program of research that

begins by studying the detailed character of the behavior itself and the particular capacities of the

organism involved.

Skinner's thesis is that external factors consisting of present stimulation and the history of

reinforcement (in particular, the frequency, arrangement, and withholding of reinforcing stimuli)

are of overwhelming importance, and that the general principles revealed in laboratory studies of

these phenomena provide the basis for understanding the complexities of verbal behavior. He

confidently and repeatedly voices his claim to have demonstrated that the contribution of the

speaker is quite trivial and elementary, and that precise prediction of verbal behavior involves only

specification of the few external factors that he has isolated experimentally with lower organisms.

Careful study of this book (and of the research on which it draws) reveals, however, that these

astonishing claims are far from justified. It indicates, furthermore, that the insights that have been

achieved in the laboratories of the reinforcement theorist, though quite genuine, can be applied to

complex human behavior only in the most gross and superficial way, and that speculative attempts

to discuss linguistic behavior in these terms alone omit from consideration factors of fundamental

importance that are, no doubt, amenable to scientific study, although their specific character cannot

at present be precisely formulated. Since Skinner's work is the most extensive attempt to

accommodate human behavior involving higher mental faculties within a strict behaviorist schema

of the type that has attracted many linguists and philosophers, as well as psychologists, a detailed

documentation is of independent interest. The magnitude of the failure of this attempt to account

for verbal behavior serves as a kind of measure of the importance of the factors omitted from

consideration, and an indication of how little is really known about this remarkably complex

phenomenon.

The force of Skinner's argument lies in the enormous wealth and range of examples for which he

proposes a functional analysis. The only way to evaluate the success of his program and the

correctness of his basic assumptions about verbal behavior is to review these examples in detail

and to determine the precise character of the concepts in terms of which the functional analysis is

presented. Section 2 of this review describes the experimental context with respect to which these

concepts are originally defined. Sections 3 and 4 deal with the basic concepts -- stimulus, response,

and reinforcement, Sections 6 to 10 with the new descriptive machinery developed specifically for

the description of verbal behavior. In Section 5 we consider the status of the fundamental claim,

drawn from the laboratory, which serves as the basis for the analogic guesses about human

behavior that have been proposed by many psychologists. The final section (Section 11) will

consider some ways in which further linguistic work may play a part in clarifying some of these

problems.

II

Although this book makes no direct reference to experimental work, it can be understood only in

terms of the general framework that Skinner has developed for the description of behavior. Skinner

divides the responses of the animal into two main categories. Respondents are purely reflex

responses elicited by particular stimuli. Operants are emitted responses, for which no obvious

stimulus can be discovered. Skinner has been concerned primarily with operant behavior. The

experimental arrangement that he introduced consists basically of a box with a bar attached to one

wall in such a way that when the bar is pressed, a food pellet is dropped into a tray (and the bar

press is recorded). A rat placed in the box will soon press the bar, releasing a pellet into the tray.

This state of affairs, resulting from the bar press, increases the strength of the bar-pressing operant.

The food pellet is called a reinforcer; the event, a reinforcing event. The strength of an operant is

defined by Skinner in terms of the rate of response during extinction (i.e, after the last

reinforcement and before return to the pre-conditioning rate).

Suppose that release of the pellet is conditional on the flashing of a light. Then the rat will come to

press the bar only when the light flashes. This is called stimulus discrimination. The response is

called adiscriminated operant and the light is called the occasion for its emission: this is to be

distinguished from elicitation of a response by a stimulus in the case of the respondent.2 Suppose

that the apparatus is so arranged that bar-pressing of only a certain character (e.g., duration) will

release the pellet. The rat will then come to press the bar in the required way. This process is

called response differentiation. By successive slight changes in the conditions under which the

response will be reinforced, it is possible to shape the response of a rat or a pigeon in very

surprising ways in a very short time, so that rather complex behavior can be produced by a process

of successive approximation.

A stimulus can become reinforcing by repeated association with an already reinforcing stimulus.

Such a stimulus is called a secondary reinforcer. Like many contemporary behaviorists, Skinner

considers money, approval, and the like to be secondary reinforcers which have become

reinforcing because of their association with food, etc.3 Secondary reinforcers can be generalized by

associating them with a variety of different primary reinforcers.

Another variable that can affect the rate of the bar-pressing operant is drive, which Skinner defines

operationally in terms of hours of deprivation. His major scientific book, Behavior of Organisms, is a

study of the effects of food-deprivation and conditioning on the strength of the bar-pressing

response of healthy mature rats. Probably Skinner's most original contribution to animal behavior

studies has been his investigation of the effects of intermittent reinforcement, arranged in various

different ways, presented in Behavior of Organisms and extended (with pecking of pigeons as the

operant under investigation) in the recent Schedules of Reinforcement by Ferster and Skinner (1957).

It is apparently these studies that Skinner has in mind when he refers to the recent advances in the

study of animal behavior.4

The notions stimulus, response, reinforcement are relatively well defined with respect to the barpressing

experiments and others similarly restricted. Before we can extend them to real-life

behavior, however, certain difficulties must be faced. We must decide, first of all, whether any

physical event to which the organism is capable of reacting is to be called a stimulus on a given

occasion, or only one to which the organism in fact reacts; and correspondingly, we must decide

whether any part of behavior is to be called a response, or only one connected with stimuli in

lawful ways. Questions of this sort pose something of a dilemma for the experimental

psychologist. If he accepts the broad definitions, characterizing any physical event impinging on

the organism as a stimulus and any part of the organism's behavior as a response, he must

conclude that behavior has not been demonstrated to be lawful. In the present state of our

knowledge, we must attribute an overwhelming influence on actual behavior to ill-defined factors

of attention, set, volition, and caprice. If we accept the narrower definitions, then behavior is lawful

by definition (if it consists of responses); but this fact is of limited significance, since most of what

the animal does will simply not be considered behavior. Hence, the psychologist either must admit

that behavior is not lawful (or that he cannot at present show that it is -- not at all a damaging

admission for a developing science), or must restrict his attention to those highly limited areas in

which it is lawful (e.g., with adequate controls, bar-pressing in rats; lawfulness of the observed

behavior provides, for Skinner, an implicit definition of a good experiment).

Skinner does not consistently adopt either course. He utilizes the experimental results as evidence

for the scientific character of his system of behavior, and analogic guesses (formulated in terms of a

metaphoric extension of the technical vocabulary of the laboratory) as evidence for its scope. This

creates the illusion of a rigorous scientific theory with a very broad scope, although in fact the

terms used in the description of real-life and of laboratory behavior may be mere homonyms, with

at most a vague similarity of meaning. To substantiate this evaluation, a critical account of his book

must show that with a literal reading (where the terms of the descriptive system have something

like the technical meanings given in Skinner's definitions) the book covers almost no aspect of

linguistic behavior, and that with a metaphoric reading, it is no more scientific than the traditional

approaches to this subject matter, and rarely as clear and careful.5

III

Consider first Skinner's use of the notions stimulus and response. In Behavior of Organisms (9) he

commits himself to the narrow definitions for these terms. A part of the environment and a part of

behavior are called stimulus (eliciting, discriminated, or reinforcing) and response, respectively, only

if they are lawfully related; that is, if the dynamic laws relating them show smooth and reproducible

curves. Evidently, stimuli and responses, so defined, have not been shown to figure very widely in

ordinary human behavior.6 We can, in the face of presently available evidence, continue to

maintain the lawfulness of the relation between stimulus and response only by depriving them of

their objective character. A typical example of stimulus control for Skinner would be the response to

a piece of music with the utteranceMozart or to a painting with the response Dutch. These

responses are asserted to be "under the control of extremely subtle properties" of the physical

object or event (108). Suppose instead of saying Dutch we had said Clashes with the wallpaper, I

thought you liked abstract work, Never saw it before, Tilted, Hanging too low, Beautiful, Hideous,

Remember our camping trip last summer?, or whatever else might come into our minds when looking

at a picture (in Skinnerian translation, whatever other responses exist in sufficient strength).

Skinner could only say that each of these responses is under the control of some other stimulus

property of the physical object. If we look at a red chair and say red, the response is under the

control of the stimulus redness; if we say chair, it is under the control of the collection of properties

(for Skinner, the object) chairness (110), and similarly for any other response. This device is as

simple as it is empty. Since properties are free for the asking (we have as many of them as we have

nonsynonymous descriptive expressions in our language, whatever this means exactly), we can

account for a wide class of responses in terms of Skinnerian functional analysis by identifying

the controlling stimuli. But the wordstimulus has lost all objectivity in this usage. Stimuli are no

longer part of the outside physical world; they are driven back into the organism. We identify the

stimulus when we hear the response. It is clear from such examples, which abound, that the talk

of stimulus control simply disguises a complete retreat to mentalistic psychology. We cannot predict

verbal behavior in terms of the stimuli in the speaker's environment, since we do not know what

the current stimuli are until he responds. Furthermore, since we cannot control the property of a

physical object to which an individual will respond, except in highly artificial cases, Skinner's

claim that his system, as opposed to the traditional one, permits the practical control of verbal

behavior7 is quite false.

Other examples of stimulus control merely add to the general mystification. Thus, a proper noun is

held to be a response "under the control of a specific person or thing" (as controlling stimulus, 113).

I have often used the words Eisenhower and Moscow, which I presume are proper nouns if anything

is, but have never been stimulated by the corresponding objects. How can this fact be made

compatible with this definition? Suppose that I use the name of a friend who is not present. Is this

an instance of a proper noun under the control of the friend as stimulus? Elsewhere it is asserted

that a stimulus controls a response in the sense that presence of the stimulus increases the

probability of the response. But it is obviously untrue that the probability that a speaker will

produce a full name is increased when its bearer faces the speaker. Furthermore, how can one's

own name be a proper noun in this sense?

A multitude of similar questions arise immediately. It appears that the word control here is merely

a misleading paraphrase for the traditional denote or refer. The assertion (115) that so far as the

speaker is concerned, the relation of reference is "simply the probability that the speaker will emit

a response of a given form in the presence of a stimulus having specified properties" is surely

incorrect if we take the words presence, stimulus, and probability in their literal sense. That they are

not intended to be taken literally is indicated by many examples, as when a response is said to be

"controlled" by a situation or state of affairs as "stimulus." Thus, the expression a needle in a

haystack "may be controlled as a unit by a particular type of situation" (116); the words in a single

part of speech, e.g., all adjectives, are under the control of a single set of subtle properties of stimuli

(121); "the sentence The boy runs a store is under the control of an extremely complex stimulus

situation" (335) "He is not at all well may function as a standard response under the control of a state

of affairs which might also control He is ailing" (325); when an envoy observes events in a foreign

country and reports upon his return, his report is under "remote stimulus control" (416); the

statement This is war may be a response to a "confusing international situation" (441); the suffix -

ed is controlled by that "subtle property of stimuli which we speak of as action-in-the-past" (121)

just as the -s in The boy runs is under the control of such specific features of the situation as its

"currency" (332). No characterization of the notion stimulus control that is remotely related to the

bar-pressing experiment (or that preserves the faintest objectivity) can be made to cover a set of

examples like these, in which, for example, the controlling stimulus need not even impinge on the

responding organism.

Consider now Skinner's use of the notion response. The problem of identifying units in verbal

behavior has of course been a primary concern of linguists, and it seems very likely that

experimental psychologists should be able to provide much-needed assistance in clearing up the

many remaining difficulties in systematic identification. Skinner recognizes (20) the fundamental

character of the problem of identification of a unit of verbal behavior, but is satisfied with an

answer so vague and subjective that it does not really contribute to its solution. The unit of verbal

behavior -- the verbal operant -- is defined as a class of responses of identifiable form functionally

related to one or more controlling variables. No method is suggested for determining in a

particular instance what are the controlling variables, how many such units have occurred, or

where their boundaries are in the total response. Nor is any attempt made to specify how much or

what kind of similarity in form or control is required for two physical events to be considered

instances of the same operant. In short, no answers are suggested for the most elementary

questions that must be asked of anyone proposing a method for description of behavior. Skinner is

content with what he calls an extrapolation of the concept of operant developed in the laboratory to

the verbal field. In the typical Skinnerian experiment, the problem of identifying the unit of

behavior is not too crucial. It is defined, by fiat, as a recorded peck or bar-press, and systematic

variations in the rate of this operant and its resistance to extinction are studied as a function of

deprivation and scheduling of reinforcement (pellets). The operant is thus defined with respect to a

particular experimental procedure. This is perfectly reasonable and has led to many interesting

results. It is, however, completely meaningless to speak of extrapolating this concept of operant to

ordinary verbal behavior. Such "extrapolation" leaves us with no way of justifying one or another

decision about the units in the "verbal repertoire."

Skinner specifies "response strength" as the basic datum, the basic dependent variable in his

functional analysis. In the bar-pressing experiment, response strength is defined in terms of rate of

emission during extinction. Skinner has argued8 that this is "the only datum that varies

significantly and in the expected direction under conditions which are relevant to the 'learning

process.'" In the book under review, response strength is defined as "probability of emission" (22).

This definition provides a comforting impression of objectivity, which, however, is quickly

dispelled when we look into the matter more closely.The term probability has some rather obscure

meaning for Skinner in this book.9 We are told, on the one hand, that "our evidence for the

contribution of each variable [to response strength] is based on observation of frequencies alone"

(28). At the same time, it appears that frequency is a very misleading measure of strength, since,

for example, the frequency of a response may be "primarily attributable to the frequency of

occurrence of controlling variables" (27). It is not clear how the frequency of a response can be

attributable to anything BUT the frequency of occurrence of its controlling variables if we accept

Skinner's view that the behavior occurring in a given situation is "fully determined" by the relevant

controlling variables (175, 228). Furthermore, although the evidence for the contribution of each

variable to response strength is based on observation of frequencies alone, it turns out that "we

base the notion of strength upon several kinds of evidence" (22), in particular (22-28): emission of

the response (particularly in unusual circumstances), energy level (stress), pitch level, speed and

delay of emission, size of letters etc. in writing, immediate repetition, and -- a final factor, relevant

but misleading -- over-all frequency.

Of course, Skinner recognizes that these measures do not co-vary, because (among other reasons)

pitch, stress, quantity, and reduplication may have internal linguistic functions.10 However, he

does not hold these conflicts to be very important, since the proposed factors indicative of strength

are "fully understood by everyone" in the culture (27). For example, "if we are shown a prized

work of art and exclaimBeautiful!, the speed and energy of the response will not be lost on the

owner." It does not appear totally obvious that in this case the way to impress the owner is to

shriek Beautiful in a loud, high-pitched voice, repeatedly, and with no delay (high response

strength). It may be equally effective to look at the picture silently (long delay) and then to

murmur Beautiful in a soft, low-pitched voice (by definition, very low response strength).

It is not unfair, I believe, to conclude from Skinner's discussion of response strength, the basic

datum in functional analysis, that his extrapolation of the notion of probability can best be

interpreted as, in effect, nothing more than a decision to use the word probability, with its favorable

connotations of objectivity, as a cover term to paraphrase such low-status words

as interest, intention, belief, and the like. This interpretation is fully justified by the way in which

Skinner uses the terms probability and strength. To cite just one example, Skinner defines the process

of confirming an assertion in science as one of "generating additional variables to increase its

probability" (425), and more generally, its strength (425-29). If we take this suggestion quite

literally, the degree of confirmation of a scientific assertion can be measured as a simple function of

the loudness, pitch, and frequency with which it is proclaimed, and a general procedure for

increasing its degree of confirmation would be, for instance, to train machine guns on large crowds

of people who have been instructed to shout it. A better indication of what Skinner probably has in

mind here is given by his description of how the theory of evolution, as an example, is confirmed.

This "single set of verbal responses ... is made more plausible -- is strengthened -- by several types

of construction based upon verbal responses in geology, paleontology, genetics, and so on"

(427).We are no doubt to interpret the terms strength and probability in this context as paraphrases

of more familiar locutions such as "justified belief" or "warranted assertability," or something of the

sort. Similar latitude of interpretation is presumably expected when we read that "frequency of

effective action accounts in turn for what we may call the listener's 'belief'" (88) or that "our belief

in what someone tells us is similarly a function of, or identical with, our tendency to act upon the

verbal stimuli which he provides" (160).11

I think it is evident, then, that Skinner's use of the terms stimulus, control, response,

and strength justify the general conclusion stated in the last paragraph of Section 2. The way in

which these terms are brought to bear on the actual data indicates that we must interpret them as

mere paraphrases for the popular vocabulary commonly used to describe behavior and as having

no particular connection with the homonymous expressions used in the description of laboratory

experiments. Naturally, this terminological revision adds no objectivity to the familiar mentalistic

mode of description.

IV

The other fundamental notion borrowed from the description of bar-pressing experiments

is reinforcement. It raises problems which are similar, and even more serious. In Behavior of

Organisms, "the operation of reinforcement is defined as the presentation of a certain kind of

stimulus in a temporal relation with either a stimulus or response. A reinforcing stimulus is

defined as such by its power to produce the resulting change [in strength]. There is no circularity

about this: some stimuli are found to produce the change, others not, and they are classified as

reinforcing and nonreinforcing accordingly" (62). This is a perfectly appropriate definition12 for

the study of schedules of reinforcement. It is perfectly useless, however, in the discussion of reallife

behavior, unless we can somehow characterize the stimuli which are reinforcing (and the

situations and conditions under which they are reinforcing). Consider first of all the status of the

basic principle that Skinner calls the "law of conditioning" (law of effect). It reads: "if the

occurrence of an operant is followed by presence of a reinforcing stimulus, the strength is

increased" (Behavior of Organisms, 21). As reinforcement was defined, this law becomes a

tautology.13 For Skinner, learning is just change in response strength.14 Although the statement

that presence of reinforcement is a sufficient condition for learning and maintenance of behavior is

vacuous, the claim that it is a necessary condition may have some content, depending on how the

class of reinforcers (and appropriate situations) is characterized. Skinner does make it very clear

that in his view reinforcement is a necessary condition for language learning and for the continued

availability of linguistic responses in the adult.15 However, the looseness of the

term reinforcement as Skinner uses it in the book under review makes it entirely pointless to inquire

into the truth or falsity of this claim. Examining the instances of what Skinner calls reinforcement,

we find that not even the requirement that a reinforcer be an identifiable stimulus is taken

seriously. In fact, the term is used in such a way that the assertion that reinforcement is necessary

for learning and continued availability of behavior is likewise empty.

To show this, we consider some examples of reinforcement. First of all, we find a heavy appeal to

automatic self-reinforcement, Thus, "a man talks to himself... because of the reinforcement he

receives" (163); "the child is reinforced automatically when he duplicates the sounds of airplanes,

streetcars ..." (164); "the young child alone in the nursery may automatically reinforce his own

exploratory verbal behavior when he produces sounds which he has heard in the speech of others"

(58); "the speaker who is also an accomplished listener 'knows when he has correctly echoed a

response' and is reinforced thereby" (68); thinking is "behaving which automatically affects the

behaver and is reinforcing because it does so" (438; cutting one's finger should thus be reinforcing,

and an example of thinking); "the verbal fantasy, whether overt or covert, is automatically

reinforcing to the speaker as listener. Just as the musician plays or composes what he is reinforced

by hearing, or as the artist paints what reinforces him visually, so the speaker engaged in verbal

fantasy says what he is reinforced by hearing or writes what he is reinforced by reading" (439);

similarly, care in problem solving, and rationalization, are automatically self-reinforcing (442-43).

We can also reinforce someone by emitting verbal behavior as such (since this rules out a class of

aversive stimulations, 167), by not emitting verbal behavior (keeping silent and paying attention,

199), or by acting appropriately on some future occasion (152: "the strength of [the speaker's]

behavior is determined mainly by the behavior which the listener will exhibit with respect to a

given state of affairs"; this Skinner considers the general case of "communication" or "letting the

listener know"). In most such cases, of course, the speaker is not present at the time when the

reinforcement takes place, as when "the artist...is reinforced by the effects his works have upon...

others" (224), or when the writer is reinforced by the fact that his "verbal behavior may reach over

centuries or to thousands of listeners or readers at the same time. The writer may not be reinforced

often or immediately, but his net reinforcement may be great" (206; this accounts for the great

"strength" of his behavior). An individual may also find it reinforcing to injure someone by

criticism or by bringing bad news, or to publish an experimental result which upsets the theory of

a rival (154), to describe circumstances which would be reinforcing if they were to occur (165), to

avoid repetition (222), to "hear" his own name though in fact it was not mentioned or to hear

nonexistent words in his child's babbling (259), to clarify or otherwise intensify the effect of a

stimulus which serves an important discriminative function (416), and so on.

From this sample, it can be seen that the notion of reinforcement has totally lost whatever objective

meaning it may ever have had. Running through these examples, we see that a person can be

reinforced though he emits no response at all, and that the reinforcing stimulus need not impinge

on the reinforced person or need not even exist (it is sufficient that it be imagined or hoped for).

When we read that a person plays what music he likes (165), says what he likes (165), thinks what

he likes (438-39), reads what books he likes (163), etc., BECAUSE he finds it reinforcing to do so, or

that we write books or inform others of facts BECAUSE we are reinforced by what we hope will be

the ultimate behavior of reader or listener, we can only conclude that the term reinforcement has a

purely ritual function. The phrase "X is reinforced by Y (stimulus, state of affairs, event, etc.)" is

being used as a cover term for "X wants Y," "X likes Y," "X wishes that Y were the case," etc.

Invoking the term reinforcement has no explanatory force, and any idea that this paraphrase

introduces any new clarity or objectivity into the description of wishing, liking, etc., is a serious

delusion. The only effect is to obscure the important differences among the notions being

paraphrased. Once we recognize the latitude with which the term reinforcement is being used,

many rather startling comments lose their initial effect -- for instance, that the behavior of the

creative artist is "controlled entirely by the contingencies of reinforcement" (150). What has been

hoped for from the psychologist is some indication how the casual and informal description of

everyday behavior in the popular vocabulary can be explained or clarified in terms of the notions

developed in careful experiment and observation, or perhaps replaced in terms of a better scheme.

A mere terminological revision, in which a term borrowed from the laboratory is used with the full

vagueness of the ordinary vocabulary, is of no conceivable interest.

It seems that Skinner's claim that all verbal behavior is acquired and maintained in "strength"

through reinforcement is quite empty, because his notion of reinforcement has no clear content,

functioning only as a cover term for any factor, detectable or not, related to acquisition or

maintenance of verbal behavior.16 Skinner's use of the term conditioning suffers from a similar

difficulty. Pavlovian and operant conditioning are processes about which psychologists have

developed real understanding. Instruction of human beings is not. The claim that instruction and

imparting of information are simply matters of conditioning (357-66) is pointless. The claim is true,

if we extend the term conditioning to cover these processes, but we know no more about them after

having revised this term in such a way as to deprive it of its relatively clear and objective character.

It is, as far as we know, quite false, if we use conditioning in its literal sense. Similarly, when we say

that "it is the function of predication to facilitate the transfer of response from one term to another

or from one object to another" (361), we have said nothing of any significance. In what sense is this

true of the predication Whales are mammals? Or, to take Skinner's example, what point is there in

saying that the effect of The telephone is out of order on the listener is to bring behavior formerly

controlled by the stimulus out of order under control of the stimulus telephone (or the telephone

itself) by a process of simple conditioning (362)? What laws of conditioning hold in this case?

Furthermore, what behavior is controlled by the stimulus out of order, in the abstract? Depending

on the object of which this is predicated, the present state of motivation of the listener, etc., the

behavior may vary from rage to pleasure, from fixing the object to throwing it out, from simply not

using it to trying to use it in the normal way (e.g., to see if it is really out of order), and so on. To

speak of "conditioning" or "bringing previously available behavior under control of a new

stimulus" in such a case is just a kind of play-acting at science (cf. also 43n).

V

The claim that careful arrangement of contingencies of reinforcement by the verbal community is a

necessary condition for language-learning has appeared, in one form or another, in many

places.17 Since it is based not on actual observation, but on analogies to laboratory study of lower

organisms, it is important to determine the status of the underlying assertion within experimental

psychology proper. The most common characterization of reinforcement (one which Skinner

explicitly rejects, incidentally) is in terms of drive reduction. This characterization can be given

substance by defining drives in some way independently of what in fact is learned. If a drive is

postulated on the basis of the fact that learning takes place, the claim that reinforcement is

necessary for learning will again become as empty as it is in the Skinnerian framework. There is an

extensive literature on the question of whether there can be learning without drive reduction

(latent learning). The "classical" experiment of Blodgett indicated that rats who had explored a

maze without reward showed a marked drop in number of errors (as compared to a control group

which had not explored the maze) upon introduction of a food reward, indicating that the rat had

learned the structure of the maze without reduction of the hunger drive. Drive-reduction theorists

countered with an exploratory drive which was reduced during the pre-reward learning, and

claimed that a slight decrement in errors could be noted before food reward. A wide variety of

experiments, with somewhat conflicting results, have been carried out with a similar

design.18 Few investigators still doubt the existence of the phenomenon, E. R. Hilgard, in his

general review of learning theory,19 concludes that "there is no longer any doubt but that, under

appropriate circumstances, latent learning is demonstrable."

More recent work has shown that novelty and variety of stimulus are sufficient to arouse curiosity

in the rat and to motivate it to explore (visually), and in fact, to learn (since on a presentation of

two stimuli, one novel, one repeated, the rat will attend to the novel one),20 that rats will learn to

choose the arm of a single-choice maze that leads to a complex maze, running through this being

their only "reward";21that monkeys can learn object discriminations and maintain their

performance at a high level of efficiency with visual exploration (looking out of a window for 30

seconds) as the only reward22 and, perhaps most strikingly of all, that monkeys and apes will

solve rather complex manipulation problems that are simply placed in their cages, and will solve

discrimination problems with only exploration and manipulation as incentives.23 In these cases,

solving the problem is apparently its own "reward." Results of this kind can be handled by

reinforcement theorists only if they are willing to set up curiosity, exploration, and manipulation

drives, or to speculate somehow about acquired drives24 for which there is no evidence outside of

the fact that learning takes place in these cases.

There is a variety of other kinds of evidence that has been offered to challenge the view that drive

reduction is necessary for learning. Results on sensory-sensory conditioning have been interpreted

as demonstrating learning without drive reduction.25 Olds has reported reinforcement by direct

stimulation of the brain, from which he concludes that reward need not satisfy a physiological

need or withdraw a drive stimulus.26 The phenomenon of imprinting, long observed by

zoologists, is of particular interest in this connection. Some of the most complex patterns of

behavior of birds, in particular, are directed towards objects and animals of the type to which they

have been exposed at certain critical early periods of life.27 Imprinting is the most striking

evidence for the innate disposition of the animal to learn in a certain direction and to react

appropriately to patterns and objects of certain restricted types, often only long after the original

learning has taken place. It is, consequently, unrewarded learning, though the resulting patterns of

behavior may be refined through reinforcement. Acquisition of the typical songs of song birds is,

in some cases, a type of imprinting. Thorpe reports studies that show "that some characteristics of

the normal song have been learned in the earliest youth, before the bird itself is able to produce

any kind of full song."28 The phenomenon of imprinting has recently been investigated under

laboratory conditions and controls with positive results.29

Phenomena of this general type are certainly familiar from everyday experience. We recognize

people and places to which we have given no particular attention. We can look up something in a

book and learn it perfectly well with no other motive than to confute reinforcement theory, or out

of boredom, or idle curiosity. Everyone engaged in research must have had the experience of

working with feverish and prolonged intensity to write a paper which no one else will read or to

solve a problem which no one else thinks important and which will bring no conceivable reward --

which may only confirm a general opinion that the researcher is wasting his time on irrelevancies.

The fact that rats and monkeys do likewise is interesting and important to show in careful

experiment. In fact, studies of behavior of the type mentioned above have an independent and

positive significance that far outweighs their incidental importance in bringing into question the

claim that learning is impossible without drive reduction. It is not at all unlikely that insights

arising from animal behavior studies with this broadened scope may have the kind of relevance to

such complex activities as verbal behavior that reinforcement theory has, so far, failed to exhibit. In

any event, in the light of presently available evidence, it is difficult to see how anyone can be

willing to claim that reinforcement is necessary for learning, if reinforcement is taken seriously as

something identifiable independently of the resulting change in behavior.

Similarly, it seems quite beyond question that children acquire a good deal of their verbal and

nonverbal behavior by casual observation and imitation of adults and other children.30 It is simply

not true that children can learn language only through "meticulous care" on the part of adults who

shape their verbal repertoire through careful differential reinforcement, though it may be that such

care is often the custom in academic families. It is a common observation that a young child of

immigrant parents may learn a second language in the streets, from other children, with amazing

rapidity, and that his speech may be completely fluent and correct to the last allophone, while the

subtleties that become second nature to the child may elude his parents despite high motivation

and continued practice. A child may pick up a large part of his vocabulary and "feel" for sentence

structure from television, from reading, from listening to adults, etc. Even a very young child who

has not yet acquired a minimal repertoire from which to form new utterances may imitate a word

quite well on an early try, with no attempt on the part of his parents to teach it to him. It is also

perfectly obvious that, at a later stage, a child will be able to construct and understand utterances

which are quite new, and are, at the same time, acceptable sentences in his language. Every time an

adult reads a newspaper, he undoubtedly comes upon countless new sentences which are not at all

similar, in a simple, physical sense, to any that he has heard before, and which he will recognize as

sentences and understand; he will also be able to detect slight distortions or misprints. Talk of

"stimulus generalization" in such a case simply perpetuates the mystery under a new title. These

abilities indicate that there must be fundamental processes at work quite independently of

"feedback" from the environment. I have been able to find no support whatsoever for the doctrine

of Skinner and others that slow and careful shaping of verbal behavior through differential

reinforcement is an absolute necessity. If reinforcement theory really requires the assumption that

there be such meticulous care, it seems best to regard this simply as a reductio ad

absurdum argument against this approach. It is also not easy to find any basis (or, for that matter, to

attach very much content) to the claim that reinforcing contingencies set up by the verbal

community are the single factor responsible for maintaining the strength of verbal behavior. The

sources of the "strength" of this behavior are almost a total mystery at present. Reinforcement

undoubtedly plays a significant role, but so do a variety of motivational factors about which

nothing serious is known in the case of human beings.

As far as acquisition of language is concerned, it seems clear that reinforcement, casual

observation, and natural inquisitiveness (coupled with a strong tendency to imitate) are important

factors, as is the remarkable capacity of the child to generalize, hypothesize, and "process

information" in a variety of very special and apparently highly complex ways which we cannot yet

describe or begin to understand, and which may be largely innate, or may develop through some

sort of learning or through maturation of the nervous system. The manner in which such factors

operate and interact in language acquisition is completely unknown. It is clear that what is

necessary in such a case is research, not dogmatic and perfectly arbitrary claims, based on

analogies to that small part of the experimental literature in which one happens to be interested.

The pointlessness of these claims becomes clear when we consider the well-known difficulties in

determining to what extent inborn structure, maturation, and learning are responsible for the

particular form of a skilled or complex performance.31 To take just one example,32 the gaping

response of a nestling thrush is at first released by jarring of the nest, and, at a later stage, by a

moving object of specific size, shape, and position relative to the nestling. At this later stage the

response is directed toward the part of the stimulus object corresponding to the parent's head, and

characterized by a complex configuration of stimuli that can be precisely described. Knowing just

this, it would be possible to construct a speculative, learning-theoretic account of how this

sequence of behavior patterns might have developed through a process of differential

reinforcement, and it would no doubt be possible to train rats to do something similar. However,

there appears to be good evidence that these responses to fairly complex "sign stimuli" are

genetically determined and mature without learning. Clearly, the possibility cannot be discounted.

Consider now the comparable case of a child imitating new words. At an early stage we may find

rather gross correspondences. At a later stage, we find that repetition is of course far from exact

(i.e., it is not mimicry, a fact which itself is interesting), but that it reproduces the highly complex

configuration of sound features that constitute the phonological structure of the language in

question. Again, we can propose a speculative account of how this result might have been obtained

through elaborate arrangement of reinforcing contingencies. Here too, however, it is possible that

ability to select out of the complex auditory input those features that are phonologically relevant

may develop largely independently of reinforcement, through genetically determined maturation.

To the extent that this is true, an account of the development and causation of behavior that fails to

consider the structure of the organism will provide no understanding of the real processes

involved.

It is often argued that experience, rather than innate capacity to handle information in certain

specific ways, must be the factor of overwhelming dominance in determining the specific character

of language acquisition, since a child speaks the language of the group in which he lives. But this is

a superficial argument. As long as we are speculating, we may consider the possibility that the

brain has evolved to the point where, given an input of observed Chinese sentences, it produces

(by an induction of apparently fantastic complexity and suddenness) the rules of Chinese grammar,

and given an input of observed English sentences, it produces (by, perhaps, exactly the same

process of induction) the rules of English grammar; or that given an observed application of a term

to certain instances, it automatically predicts the extension to a class of complexly related

instances. If clearly recognized as such, this speculation is neither unreasonable nor fantastic; nor,

for that matter, is it beyond the bounds of possible study. There is of course no known neural

structure capable of performing this task in the specific ways that observation of the resulting

behavior might lead us to postulate; but for that matter, the structures capable of accounting for

even the simplest kinds of learning have similarly defied detection.33 Summarizing this brief

discussion, it seems that there is neither empirical evidence nor any known argument to support

any specific claim about the relative importance of "feedback" from the environment and the

"independent contribution of the organism" in the process of language acquisition.

VI

We now turn to the system that Skinner develops specifically for the description of verbal

behavior. Since this system is based on the notions stimulus, response, and reinforcement, we can

conclude from the preceding sections that it will be vague and arbitrary. For reasons noted in

Section 1, however, I think it is important to see in detail how far from the mark any analysis

phrased solely in these terms must be and how completely this system fails to account for the facts

of verbal behavior. Consider first the term verbal behavior itself. This is defined as "behavior

reinforced through the mediation of other persons" (2). The definition is clearly much too broad. It

would include as verbal behavior, for example, a rat pressing the bar in a Skinner-box, a child

brushing his teeth, a boxer retreating before an opponent, and a mechanic repairing an automobile.

Exactly how much of ordinary linguistic behavior is verbal in this sense, however, is something of a

question: perhaps, as I have pointed out above, a fairly small fraction of it, if any substantive

meaning is assigned to the term reinforced. This definition is subsequently refined by the additional

provision that the mediating response of the reinforcing person (the listener) must itself "have been

conditioned precisely in order to reinforce the behavior of the speaker" (225, italics his). This still

covers the examples given above, if we can assume that the reinforcing behavior of the

psychologist, the parent, the opposing boxer, and the paying customer are the result of appropriate

training, which is perhaps not unreasonable. A significant part of the fragment of linguistic

behavior covered by the earlier definition will no doubt be excluded by the refinement, however.

Suppose, for example, that while crossing the street I hear someone shout Watch out for the car and

jump out of the way. It can hardly be proposed that my jumping (the mediating, reinforcing

response in Skinner's usage) was conditioned (that is, I was trained to jump) precisely in order to

reinforce the behavior of the speaker; and similarly, for a wide class of cases. Skinner's assertion

that with this refined definition "we narrow our subject to what is traditionally recognized as the

verbal field" (225) appears to be grossly in error.

VII

Verbal operants are classified by Skinner in terms of their "functional" relation to discriminated

stimulus, reinforcement, and other verbal responses. A mand is defined as "a verbal operant in

which the response is reinforced by a characteristic consequence and is therefore under the

functional control of relevant conditions of deprivation or aversive stimulation" (35). This is meant

to include questions, commands, etc. Each of the terms in this definition raises a host of problems.

A mand such as Pass the salt is a class of responses. We cannot tell by observing the form of a

response whether it belongs to this class (Skinner is very clear about this), but only by identifying

the controlling variables. This is generally impossible. Deprivation is defined in the bar-pressing

experiment in terms of length of time that the animal has not been fed or permitted to drink. In the

present context, however, it is quite a mysterious notion. No attempt is made here to describe a

method for determining "relevant conditions of deprivation" independently of the "controlled"

response. It is of no help at all to be told (32) that it can be characterized in terms of the operations

of the experimenter. If we define deprivation in terms of elapsed time, then at any moment a

person is in countless states of deprivation.34 It appears that we must decide that the relevant

condition of deprivation was (say) salt-deprivation, on the basis of the fact that the speaker asked

for salt (the reinforcing community which "sets up" the mand is in a similar predicament). In this

case, the assertion that a mand is under the control of relevant deprivation is empty, and we are

(contrary to Skinner's intention) identifying the response as a mand completely in terms of form.

The word relevant in the definition above conceals some rather serious complications.

In the case of the mand Pass the salt, the word deprivation is not out of place, though it appears to be

of little use for functional analysis. Suppose however that the speaker says Give me the book, Take me

for a ride, or Let me fix it. What kinds of deprivation can be associated with these mands? How do

we determine or measure the relevant deprivation? I think we must conclude in this case, as

before, either that the notion deprivation is relevant at most to a minute fragment of verbal

behavior, or else that the statement "X is under Y-deprivation" is just an odd paraphrase for "X

wants Y," bearing a misleading and unjustifiable connotation of objectivity.

The notion aversive control is just as confused. This is intended to cover threats, beating, and the like

(33). The manner in which aversive stimulation functions is simply described. If a speaker has had

a history of appropriate reinforcement (e.g., if a certain response was followed by "cessation of the

threat of such injury -- of events which have previously been followed by such injury and which

are therefore conditioned aversive stimuli"), then he will tend to give the proper response when

the threat which had previously been followed by the injury is presented. It would appear to

follow from this description that a speaker will not respond properly to the mand Your money or

your life (38) unless he has a past history of being killed. But even if the difficulties in describing the

mechanism of aversive control are somehow removed by a more careful analysis, it will be of little

use for identifying operants for reasons similar to those mentioned in the case of deprivation.

It seems, then, that in Skinner's terms there is in most cases no way to decide whether a given

response is an instance of a particular mand. Hence it is meaningless, within the terms of his

system, to speak of the characteristic consequences of a mand, as in the definition above.

Furthermore, even if we extend the system so that mands can somehow be identified, we will have

to face the obvious fact that most of us are not fortunate enough to have our requests, commands,

advice, and so on characteristically reinforced (they may nevertheless exist in

considerable strength). These responses could therefore not be considered mands by Skinner. In

fact, Skinner sets up a category of "magical mands" (48-49) to cover the case of "mands which

cannot be accounted for by showing that they have ever had the effect specified or any similar

effect upon similar occasions" (the word ever in this statement should be replaced

by characteristically). In these pseudo-mands, "the speaker simply describes the reinforcement

appropriate to a given state of deprivation or aversive stimulation." In other words, given the

meaning that we have been led to assign to reinforcement and deprivation, the speaker asks for what

he wants. The remark that "a speaker appears to create new mands on the analogy of old ones" is

also not very helpful.

Skinner's claim that his new descriptive system is superior to the traditional one "because its terms

can be defined with respect to experimental operations" (45) is, we see once again, an illusion. The

statement "X wants Y" is not clarified by pointing out a relation between rate of bar-pressing and

hours of food-deprivation; replacing "X wants Y" by "X is deprived of Y" adds no new objectivity to

the description of behavior. His further claim for the superiority of the new analysis of mands is

that it provides an objective basis for the traditional classification into requests, commands, etc.

(38-41). The traditional classification is in terms of the intention of the speaker. But intention,

Skinner holds, can be reduced to contingencies of reinforcement, and, correspondingly, we can

explain the traditional classification in terms of the reinforcing behavior of the listener. Thus, a

question is a mand which "specifies verbal action, and the behavior of the listener permits us to

classify it as a request, a command, or a prayer" (39). It is a request if "the listener is independently

motivated to reinforce the speaker" a command if "the listener's behavior is... reinforced by

reducing a threat, a prayer if the mand "promotes reinforcement by generating an emotional

disposition." The mand is advice if the listener is positively reinforced by the consequences of

mediating the reinforcement of the speaker; it is a warning if "by carrying out the behavior

specified by the speaker, the listener escapes from aversive stimulation" and so on. All this is

obviously wrong if Skinner is using the words request, command, etc., in anything like the sense of

the corresponding English words. The word question does not cover commands. Please pass the

salt is a request (but not a question), whether or not the listener happens to be motivated to fulfill

it; not everyone to whom a request is addressed is favorably disposed. A response does not cease

to be a command if it is not followed; nor does a question become a command if the speaker

answers it because of an implied or imagined threat. Not all advice is good advice, and a response

does not cease to be advice if it is not followed. Similarly, a warning may be misguided; heeding it

may cause aversive stimulation, and ignoring it might be positively reinforcing. In short, the entire

classification is beside the point. A moment's thought is sufficient to demonstrate the impossibility

of distinguishing between requests, commands, advice, etc., on the basis of the behavior or

disposition of the particular listener. Nor can we do this on the basis of the typical behavior of all

listeners. Some advice is never taken, is always bad, etc., and similarly, with other kinds of mands.

Skinner's evident satisfaction with this analysis of the traditional classification is extremely

puzzling.

VIII

Mands are operants with no specified relation to a prior stimulus. A tact, on the other hand, is

defined as "a verbal operant in which a response of given form is evoked (or at least strengthened)

by a particular object or event or property of an object or event" (81). The examples quoted in the

discussion of stimulus control (Section 3) are all tacts. The obscurity of the notion stimulus

control makes the concept of the tact rather mystical. Since, however, the tact is "the most important

of verbal operants," it is important to investigate the development of this concept in more detail.

We first ask why the verbal community "sets up" tacts in the child -- that is, how the parent is

reinforced by setting up the tact. The basic explanation for this behavior of the parent (85-86) is the

reinforcement he obtains by the fact that his contact with the environment is extended; to use

Skinner's example, the child may later be able to call him to the telephone. (It is difficult to see,

then, how first children acquire tacts, since the parent does not have the appropriate history of

reinforcement.) Reasoning in the same way, we may conclude that the parent induces the child to

walk so that he can make some money delivering newspapers. Similarly, the parent sets up an

"echoic repertoire" (e.g., a phonemic system) in the child because this makes it easier to teach him

new vocabulary, and extending the child's vocabulary is ultimately useful to the parent. "In all

these cases we explain the behavior of the reinforcing listener by pointing to an improvement in

the possibility of controlling the speaker whom he reinforces" (56). Perhaps this provides the

explanation for the behavior of the parent in inducing the child to walk: the parent is reinforced by

the improvement in his control of the child when the child's mobility increases. Underlying these

modes of explanation is a curious view that it is somehow more scientific to attribute to a parent a

desire to control the child or enhance his own possibilities for action than a desire to see the child

develop and extend his capacities. Needless to say, no evidence is offered to support this

contention.

Consider now the problem of explaining the response of the listener to a tact. Suppose, for

example, that B hears A say fox and reacts appropriately -- looks around, runs away, aims his rifle,

etc. How can we explain B's behavior? Skinner rightly rejects analyses of this offered by J. B.

Watson and Bertrand Russell. His own equally inadequate analysis proceeds as follows (87-88). We

assume (l) "that in the history of [B] the stimulus fox has been an occasion upon which looking

around has been followed by seeing a fox" and (2) "that the listener has some current 'interest in

seeing foxes' -- that behavior which depends upon a seen fox for its execution is strong, and that

the stimulus supplied by a fox is therefore reinforcing." B carries out the appropriate behavior,

then, because "the heard stimulus fox is the occasion upon which turning and looking about is

frequently followed by the reinforcement of seeing a fox," i.e, his behavior is a discriminated

operant. This explanation is unconvincing. B may never have seen a fox and may have no current

interest in seeing one, and yet may react appropriately to the stimulus fox.35 Since exactly the same

behavior may take place when neither of the assumptions is fulfilled, some other mechanism must

be operative here.

Skinner remarks several times that his analysis of the tact in terms of stimulus control is an

improvement over the traditional formulations in terms of reference and meaning. This is simply

not true. His analysis is fundamentally the same as the traditional one, though much less carefully

phrased. In particular, it differs only by indiscriminate paraphrase of such notions

as denotation (reference) and connotation(meaning), which have been kept clearly apart in

traditional formulations, in terms of the vague concept stimulus control. In one traditional

formulation a descriptive term is said to denote a set of entities and to connote or designate a

certain property or condition that an entity must possess or fulfil if the term is to apply to

it.36 Thus, the term vertebrate refers to (denotes, is true of) vertebrates and connotes the

property having a spine or something of the sort. This connoted defining property is called the

meaning of the term. Two terms may have the same reference but different meanings. Thus, it is

apparently true that the creatures with hearts are all and only the vertebrates. If so, then the

term creature with a heart refers to vertebrates and designates the property having a heart. This is

presumably a different property (a different general condition) from having a spine; hence the

terms vertebrate and creature with a heart are said to have different meanings. This analysis is not

incorrect (for at least one sense of meaning), but its many limitations have frequently been pointed

out.37 The major problem is that there is no good way to decide whether two descriptive terms

designate the same property.38 As we have just seen, it is not sufficient that they refer to the same

objects. Vertebrate and creature with a spine would be said to designate the same property (distinct

from that designated by creature with a heart). If we ask why this is so, the only answer appears to

be that the terms are synonymous. The notion property thus seems somehow language-bound, and

appeal to "defining properties" sheds little light on questions of meaning and synonymy.

Skinner accepts the traditional account in toto, as can be seen from his definition of a tact as a

response under control of a property (stimulus) of some physical object or event. We have found

that the notioncontrol has no real substance and is perhaps best understood as a paraphrase

of denote or connote or, ambiguously, both. The only consequence of adopting the new

term stimulus control is that the important differences between reference and meaning are

obscured. It provides no new objectivity. The stimulus controlling the response is determined by

the response itself; there is no independent and objective method of identification (see Section 3).

Consequently, when Skinner defines synonymy as the case in which "the same stimulus leads to

quite different responses" (118), we can have no objection. The responses chair and red made

alternatively to the same object are not synonymous, because the stimuli are called different. The

responses vertebrate and creature with a spine would be considered synonymous because they are

controlled by the same property of the object under investigation; in more traditional and no less

scientific terms, they evoke the same concept. Similarly, when metaphorical extension is explained

as due to "the control exercised by properties of the stimulus which, though present at

reinforcement, do not enter into the contingency respected by the verbal community" (92;

traditionally, accidental properties), no objection can be raised which has not already been leveled

against the traditional account. Just as we could "explain" the response Mozart to a piece of music

in terms of subtle properties of the controlling stimuli, we can, with equal facility, explain the

appearance of the response sun when no sun is present, as in Juliet is [like] the sun. "We do so by

noting that Juliet and the sun have common properties, at least in their effect on the speaker" (93).

Since any two objects have indefinitely many properties in common, we can be certain that we will

never be at a loss to explain a response of the form A is like B, for arbitrary A and B. It is clear,

however, that Skinner's recurrent claim that his formulation is simpler and more scientific than the

traditional account has no basis in fact.

Tacts under the control of private stimuli (Bloomfield's "displaced speech") form a large and

important class (130-46), including not only such responses as familiar and beautiful, but also verbal

responses referring to past, potential, or future events or behavior. For example, the response There

was an elephant at the zoo "must be understood as a response to current stimuli, including events

within the speaker himself" (143).39 If we now ask ourselves what proportion of the tacts in actual

life are responses to (descriptions of) actual current outside stimulation, we can see just how large

a role must be attributed to private stimuli. A minute amount of verbal behavior, outside the

nursery, consists of such remarks as This is red and There is a man. The fact that functional analysis

must make such a heavy appeal to obscure internal stimuli is again a measure of its actual advance

over traditional formulations.

IX

Responses under the control of prior verbal stimuli are considered under a different heading from

the tact. An echoic operant is a response which "generates a sound pattern similar to that of the

stimulus" (55). It covers only cases of immediate imitation.40 No attempt is made to define the

sense in which a child's echoic response is "similar" to the stimulus spoken in the father's bass

voice; it seems, though there are no clear statements about this, that Skinner would not accept the

account of the phonologist in this respect, but nothing else is offered. The development of an

echoic repertoire is attributed completely to differential reinforcement. Since the speaker will do

no more, according to Skinner, than what is demanded of him by the verbal community, the degree

of accuracy insisted on by this community will determine the elements of the repertoire, whatever

these may be (not necessarily phonemes). "In a verbal community which does not insist on a

precise correspondence, an echoic repertoire may remain slack and will be less successfully

applied to novel patterns." There is no discussion of such familiar phenomena as the accuracy with

which a child will pick up a second language or a local dialect in the course of playing with other

children, which seem sharply in conflict with these assertions. No anthropological evidence is cited

to support the claim that an effective phonemic system does not develop (this is the substance of

the quoted remark) in communities that do not insist on precise correspondence.

A verbal response to a written stimulus (reading) is called textual behavior.

Other verbal responses to verbal stimuli are called intraverbal operants. Paradigm instances are the

response four to the stimulus two plus two or the response Paris to the stimulus capital of France.

Simple conditioning may be sufficient to account for the response four to two plus two,41 but the

notion of intraverbal response loses all meaning when we find it extended to cover most of the

facts of history and many of the facts of science (72, 129); all word association and "flight of ideas"

(73-76); all translations and paraphrase (77); reports of things seen, heard, or remembered (315);

and, in general, large segments of scientific, mathematical, and literary discourse. Obviously, the

kind of explanation that might be proposed for a student's ability to respond with Paris to capital of

France, after suitable practice, can hardly be seriously offered to account for his ability to make a

judicious guess in answering the questions (to him new): What is the seat of the French

government?, ... the source of the literary dialect?,.. the chief target of the German blitzkrieg?, etc., or his

ability to prove a new theorem, translate a new passage, or paraphrase a remark for the first time

or in a new way.

The process of "getting someone to see a point," to see something your way, or to understand a

complex state of affairs (e.g., a difficult political situation or a mathematical proof) is, for Skinner,

simply a matter of increasing the strength of the listener's already available behavior.42 Since "the

process is often exemplified by relatively intellectual scientific or philosophical discourse," Skinner

considers it "all the more surprising that it may be reduced to echoic, textual, or intraverbal

supplementation" (269). Again, it is only the vagueness and latitude with which the

notions strength and intraverbal response are used that save this from absurdity. If we use these

terms in their literal sense, it is clear that understanding a statement cannot be equated to shouting

it frequently in a high-pitched voice (high response strength), and a clever and convincing

argument cannot be accounted for on the basis of a history of pairings of verbal responses.43

X

A final class of operants, called autoclitics, includes those that are involved in assertion, negation,

quantification, qualification of responses, construction of sentences, and the "highly complex

manipulations of verbal thinking." All these acts are to be explained "in terms of behavior which is

evoked by or acts upon other behavior of the speaker" (313). Autoclitics are, then, responses to

already given responses, or rather, as we find in reading through this section, they are responses to

covert or incipient or potential verbal behavior. Among the autoclitics are listed such expressions

as I recall, I imagine, for example, assume, let X equal..., the terms of negation, the is of predication and

assertion, all, some, if, then, and, in general, all morphemes other than nouns, verbs, and adjectives,

as well as grammatical processes of ordering and arrangement. Hardly a remark in this section can

be accepted without serious qualification. To take just one example, consider Skinner's account of

the autoclitic all in All swans are white (329). Obviously we cannot assume that this is a tact to all

swans as stimulus. It is suggested, therefore, that we take all to be an autoclitic modifying the

whole sentence Swans are white. All can then be taken as equivalent to always, or always it is possible

to say. Notice, however, that the modified sentence Swans are white is just as general as All swans are

white. Furthermore, the proposed translation of all is incorrect if taken literally. It is just as possible

to say Swans are green as to say Swans are white. It is not always possible to say either (e.g., while

you are saying something else or sleeping). Probably what Skinner means is that the sentence can

be paraphrased "X is white is true, for each swan X." But this paraphrase cannot be given within his

system, which has no place for true.

Skinner's account of grammar and syntax as autoclitic processes (Chap. 13) differs from a familiar

traditional account mainly in the use of the pseudo-scientific terms control or evoke in place of the

traditionalrefer. Thus, in The boy runs, the final s of runs is a tact under control of such "subtle

properties of a situation" as "the nature of running as an activity rather than an object or property

of an object."44(Presumably, then, in The attempt fails, The difficulty remains, His anxiety increases, etc.,

we must also say that the s indicates that the object described as the attempt is carrying out the

activity of failing, etc.) Inthe boy's gun, however, the s denotes possession (as, presumably, in the

boy's arrival, ... story, ... age, etc.) and is under the control of this "relational aspect of the situation"

(336). The "relational autoclitic of order" (whatever it may mean to call the order of a set of

responses a response to them) in The boy runs the store is under the control of an "extremely

complex stimulus situation," namely, that the boy is running the store (335). And in the hat and the

shoe is under the control of the property "pair." Through in the dog went through the hedge is under the

control of the "relation between the going dog and the hedge" (342). In general, nouns are evoked

by objects, verbs by actions, and so on. Skinner considers a sentence to be a set of key responses

(nouns, verbs, adjectives) on a skeletal frame (346). If we are concerned with the fact that Sam

rented a leaky boat, the raw responses to the situation are rent, boat, leak, and Sam. Autoclitics

(including order) which qualify these responses, express relations between them, and the like, are

then added by a process called composition and the result is a grammatical sentence, one of many

alternatives among which selection is rather arbitrary. The idea that sentences consist of lexical

items placed in a grammatical frame is of course a traditional one, within both philosophy and

linguistics. Skinner adds to it only the very implausible speculation that in the internal process of

composition, the nouns, verbs, and adjectives are chosen first and then are arranged, qualified, etc.,

by autoclitic responses to these internal activities.45

This view of sentence structure, whether phrased in terms of autoclitics, syncategorematic

expressions, or grammatical and lexical morphemes, is inadequate. Sheep provide wool has no

(physical) frame at all, but no other arrangement of these words is an English sentence. The

sequences furiously sleep ideas green colorless and friendly young dogs seem harmless have the same

frames, but only one is a sentence of English (similarly, only one of the sequences formed by

reading these from back to front). Struggling artists can be a nuisance has the same frame as marking

papers can be a nuisance, but is quite different in sentence structure, as can be seen by replacing can

be by is or are in both cases. There are many other similar and equally simple examples. It is

evident that more is involved in sentence structure than insertion of lexical items in grammatical

frames; no approach to language that fails to take these deeper processes into account can possibly

achieve much success in accounting for actual linguistic behavior.

XI

The preceding discussion covers all the major notions that Skinner introduces in his descriptive

system. My purpose in discussing the concepts one by one was to show that in each case, if we take

his terms in their literal meaning, the description covers almost no aspect of verbal behavior, and if

we take them metaphorically, the description offers no improvement over various traditional

formulations. The terms borrowed from experimental psychology simply lose their objective

meaning with this extension, and take over the full vagueness of ordinary language. Since Skinner

limits himself to such a small set of terms for paraphrase, many important distinctions are

obscured. I think that this analysis supports the view expressed in Section I, that elimination of the

independent contribution of the speaker and learner (a result which Skinner considers of great

importance, cf. 311-12) can be achieved only at the cost of eliminating all significance from the

descriptive system, which then operates at a level so gross and crude that no answers are

suggested to the most elementary questions.46 The questions to which Skinner has addressed his

speculations are hopelessly premature. It is futile to inquire into the causation of verbal behavior

until much more is known about the specific character of this behavior; and there is little point in

speculating about the process of acquisition without much better understanding of what is

acquired.

Anyone who seriously approaches the study of linguistic behavior, whether linguist, psychologist,

or philosopher, must quickly become aware of the enormous difficulty of stating a problem which

will define the area of his investigations, and which will not be either completely trivial or

hopelessly beyond the range of present-day understanding and technique. In selecting functional

analysis as his problem, Skinner has set himself a task of the latter type. In an extremely interesting

and insightful paper,47 K. S. Lashley has implicitly delimited a class of problems which can be

approached in a fruitful way by the linguist and psychologist, and which are clearly preliminary to

those with which Skinner is concerned. Lashley recognizes, as anyone must who seriously

considers the data, that the composition and production of an utterance is not simply a matter of

stringing together a sequence of responses under the control of outside stimulation and intraverbal

association, and that the syntactic organization of an utterance is not something directly

represented in any simple way in the physical structure of the utterance itself. A variety of

observations lead him to conclude that syntactic structure is "a generalized pattern imposed on the

specific acts as they occur" (512), and that "a consideration of the structure of the sentence and

other motor sequences will show...that there are, behind the overtly expressed sequences, a

multiplicity of integrative processes which can only be inferred from the final results of their

activity" (509). He also comments on the great difficulty of determining the "selective mechanisms"

used in the actual construction of a particular utterance (522).

Although present-day linguistics cannot provide a precise account of these integrative processes,

imposed patterns, and selective mechanisms, it can at least set itself the problem of characterizing

these completely. It is reasonable to regard the grammar of a language L ideally as a mechanism

that provides an enumeration of the sentences of L in something like the way in which a deductive

theory gives an enumeration of a set of theorems. (Grammar, in this sense of the word, includes

phonology.) Furthermore, the theory of language can be regarded as a study of the formal

properties of such grammars, and, with a precise enough formulation, this general theory can

provide a uniform method for determining, from the process of generation of a given sentence, a

structural description which can give a good deal of insight into how this sentence is used and

understood. In short, it should be possible to derive from a properly formulated grammar a

statement of the integrative processes and generalized patterns imposed on the specific acts that

constitute an utterance. The rules of a grammar of the appropriate form can be subdivided into the

two types, optional and obligatory; only the latter must be applied in generating an utterance. The

optional rules of the grammar can be viewed, then, as the selective mechanisms involved in the

production of a particular utterance. The problem of specifying these integrative processes and

selective mechanisms is nontrivial and not beyond the range of possible investigation. The results

of such a study might, as Lashley suggests, be of independent interest for psychology and

neurology (and conversely). Although such a study, even if successful, would by no means answer

the major problems involved in the investigation of meaning and the causation of behavior, it

surely will not be unrelated to these. It is at least possible, furthermore, that such a notion

as semantic generalization, to which such heavy appeal is made in all approaches to language in use,

conceals complexities and specific structure of inference not far different from those that can be

studied and exhibited in the case of syntax, and that consequently the general character of the

results of syntactic investigations may be a corrective to oversimplified approaches to the theory of

meaning.

The behavior of the speaker, listener, and learner of language constitutes, of course, the actual data

for any study of language. The construction of a grammar which enumerates sentences in such a

way that a meaningful structural description can be determined for each sentence does not in itself

provide an account of this actual behavior. It merely characterizes abstractly the ability of one who

has mastered the language to distinguish sentences from nonsentences, to understand new

sentences (in part), to note certain ambiguities, etc. These are very remarkable abilities. We

constantly read and hear new sequences of words, recognize them as sentences, and understand

them. It is easy to show that the new events that we accept and understand as sentences are not

related to those with which we are familiar by any simple notion of formal (or semantic or

statistical) similarity or identity of grammatical frame. Talk of generalization in this case is entirely

pointless and empty. It appears that we recognize a new item as a sentence not because it matches

some familiar item in any simple way, but because it is generated by the grammar that each

individual has somehow and in some form internalized. And we understand a new sentence, in

part, because we are somehow capable of determining the process by which this sentence is

derived in this grammar.

Suppose that we manage to construct grammars having the properties outlined above. We can

then attempt to describe and study the achievement of the speaker, listener, and learner. The

speaker and the listener, we must assume, have already acquired the capacities characterized

abstractly by the grammar. The speaker's task is to select a particular compatible set of optional

rules. If we know, from grammatical study, what choices are available to him and what conditions

of compatibility the choices must meet, we can proceed meaningfully to investigate the factors that

lead him to make one or another choice. The listener (or reader) must determine, from an exhibited

utterance, what optional rules were chosen in the construction of the utterance. It must be

admitted that the ability of a human being to do this far surpasses our present understanding. The

child who learns a language has in some sense constructed the grammar for himself on the basis of

his observation of sentences and nonsentences (i.e., corrections by the verbal community). Study of

the actual observed ability of a speaker to distinguish sentences from nonsentences, detect

ambiguities, etc., apparently forces us to the conclusion that this grammar is of an extremely

complex and abstract character, and that the young child has succeeded in carrying out what from

the formal point of view, at least, seems to be a remarkable type of theory construction.

Furthermore, this task is accomplished in an astonishingly short time, to a large extent

independently of intelligence, and in a comparable way by all children. Any theory of learning

must cope with these facts.

It is not easy to accept the view that a child is capable of constructing an extremely complex

mechanism for generating a set of sentences, some of which he has heard, or that an adult can

instantaneously determine whether (and if so, how) a particular item is generated by this

mechanism, which has many of the properties of an abstract deductive theory. Yet this appears to

be a fair description of the performance of the speaker, listener, and learner. If this is correct, we

can predict that a direct attempt to account for the actual behavior of speaker, listener, and learner,

not based on a prior understanding of the structure of grammars, will achieve very limited success.

The grammar must be regarded as a component in the behavior of the speaker and listener which

can only be inferred, as Lashley has put it, from the resulting physical acts. The fact that all normal

children acquire essentially comparable grammars of great complexity with remarkable rapidity

suggests that human beings are somehow specially designed to do this, with data-handling or

"hypothesis-formulating" ability of unknown character and complexity.48 The study of linguistic

structure may ultimately lead to some significant insights into this matter. At the moment the

question cannot be seriously posed, but in principle it may be possible to study the problem of

determining what the built-in structure of an information-processing (hypothesis-forming) system

must be to enable it to arrive at the grammar of a language from the available data in the available

time. At any rate, just as the attempt to eliminate the contribution of the speaker leads to a

"mentalistic" descriptive system that succeeds only in blurring important traditional distinctions, a

refusal to study the contribution of the child to language learning permits only a superficial

account of language acquisition, with a vast and unanalyzed contribution attributed to a step

called generalization which in fact includes just about everything of interest in this process. If the

study of language is limited in these ways, it seems inevitable that major aspects of verbal behavior

will remain a mystery.

Notes

1 Skinner's confidence in recent achievements in the study of animal behavior and their

applicability to complex human behavior does not appear to be widely shared. In many recent

publications of confirmed behaviorists there is a prevailing note of skepticism with regard to the

scope of these achievements. For representative comments, see the contributions to Modern

Learning Theory (by W. K. Estes et al.; New York: Appleton-Century-Crofts, Inc., 1954); B. R.

Bugelski, Psychology of Learning (New York: Holt, Rinehart & Winston, Inc., 1956); S. Koch,

in Nebraska Symposium on Motivation, 58 (Lincoln, 1956); W. S. Verplanck, "Learned and Innate

Behavior," Psych. Rev., 52, (1955), 139. Perhaps the strongest view is that of H. Harlow, who has

asserted ("Mice, Monkeys, Men, and Motives," Psych. Rev., 60, [1953] 23-32) that "a strong case can

be made for the proposition that the importance of the psychological problems studied during the

last 15 years has decreased as a negatively accelerated function approaching an asymptote of

complete indifference." N. Tinbergen, a leading representative of a different approach to animal

behavior studies (comparative ethology), concludes a discussion of functional analysis with the

comment that "we may now draw the conclusion that the causation of behavior is immensely more

complex than was assumed in the generalizations of the past. A number of internal and external

factors act upon complex central nervous structures. Second, it will be obvious that the facts at our

disposal are very fragmentary indeed" -- The Study of Instinct (Toronto: Oxford Univ. Press, 1951),

p. 74.

2 In Behavior of Organisms (New York: Appleton-Century-Crofts, Inc., 1938), Skinner remarks that

"although a conditioned operant is the result of the correlation of the response with a particular

reinforcement, a relation between it and a discriminative stimulus acting prior to the response is

the almost universal rule" (178-79). Even emitted behavior is held to be produced by some sort of

"originating force" (51) which, in the case of operant behavior is not under experimental control.

The distinction between eliciting stimuli, discriminated stimuli, and "originating forces" has never

been adequately clarified and becomes even more confusing when private internal events are

considered to be discriminated stimuli (see below).

3 In a famous experiment, chimpanzees were taught to perform complex tasks to receive tokens

which had become secondary reinforcers because of association with food. The idea that money,

approval, prestige, etc. actually acquire their motivating effects on human behavior according to

this paradigm is unproved, and not particularly plausible. Many psychologists within the

behaviorist movement are quite skeptical about this (cf. 23n). As in the case of most aspects of

human behavior, the evidence about secondary reinforcement is so fragmentary, conflicting, and

complex that almost any view can find some support.

4 Skinner's remark quoted above about the generality of his basic results must be understood in

the light of the experimental limitations he has imposed. If it were true in any deep sense that the

basic processes in language are well understood and free of species restriction, it would be

extremely odd that language is limited to man. With the exception of a few scattered observations

(cf. his article, "A Case History in Scientific Method," The American Psychologist, 11 [1956] 221-33),

Skinner is apparently basing this claim on the fact that qualitatively similar results are obtained

with bar pressing of rats and pecking of pigeons under special conditions of deprivation and

various schedules of reinforcement. One immediately questions how much can be based on these

facts, which are in part at least an artifact traceable to experimental design and the definition

of stimulus and response in terms of smooth dynamic curves (see below). The dangers inherent in any

attempt to extrapolate to complex behavior from the study of such simple responses as bar pressing

should be obvious and have often been commented on (cf., e.g., Harlow, op. cit.). The generality of

even the simplest results is open to serious question. Cf. in this connection M. E. Bitterman, J.

Wodinsky, and D. K. Candland, "Some Comparative Psychology," Am. Jour. of Psych., 71 (1958), 94-

110, where it is shown that there are important qualitative differences in solution of comparable

elementary problems by rats and fish.

5 An analogous argument, in connection with a different aspect of Skinner's thinking, is given by

M. Scriven in "A Study of Radical Behaviorism," Univ. of Minn. Studies in Philosophy of Science, I. Cf.

Verplanck's contribution to Modern Learning Theory, op. cit. pp. 283-88, for more general discussion

of the difficulties in formulating an adequate definition of stimulus and response. He concludes,

quite correctly, that in Skinner's sense of the word, stimuli are not objectively identifiable

independently of the resulting behavior, nor are they manipulable. Verplanck presents a clear

discussion of many other aspects of Skinner's system, commenting on the untestability of many of

the so-called "laws of behavior" and the limited scope of many of the others, and the arbitrary and

obscure character of Skinner's notion of lawful relation; and, at the same time, noting the

importance of the experimental data that Skinner has accumulated.

6 In Behavior of Organisms, Skinner apparently was willing to accept this consequence. He insists

(41-42) that the terms of casual description in the popular vocabulary are not validly descriptive

until the defining properties of stimulus and response are specified, the correlation is

demonstrated experimentally, and the dynamic changes in it are shown to be lawful. Thus, in

describing a child as hiding from a dog, "it will not be enough to dignify the popular vocabulary

by appealing to essential properties of dogness or hidingness and to suppose them intuitively

known." But this is exactly what Skinner does in the book under review, as we will see directly.

7 253f. and elsewhere, repeatedly. As an example of how well we can control behavior using the

notions developed in this book, Skinner shows here how he would go about evoking the

response pencil. The most effective way, he suggests, is to say to the subject, "Please say pencil" (our

chances would, presumably, be even further improved by use of "aversive stimulation," e.g.,

holding a gun to his head). We can also "make sure that no pencil or writing instrument is

available, then hand our subject a pad of paper appropriate to pencil sketching, and offer him a

handsome reward for a recognizable picture of a cat." It would also be useful to have voices

saying pencil or pen and ... in the background; signs reading pencil or pen and ...; or to place a "large

and unusual pencil in an unusual place clearly in sight." "Under such circumstances, it is highly

probable that our subject will say pencil." "The available techniques are all illustrated in this

sample." These contributions of behavior theory to the practical control of human behavior are

amply illustrated elsewhere in the book, as when Skinner shows (113-14) how we can evoke the

response red (the device suggested is to hold a red object before the subject and say, "Tell me what

color this is").

In fairness, it must be mentioned that there are certain nontrivial applications of operant

conditioning to the control of human behavior. A wide variety of experiments have shown that the

number of plural nouns (for example) produced by a subject will increase if the experimenter says

"right" or "good" when one is produced (similarly, positive attitudes on a certain issue, stories with

particular content, etc.; cf. L. Krasner, "Studies of the Conditioning of Verbal Behavior," Psych. Bull.,

55 [1958], for a survey of several dozen experiments of this kind, mostly with positive results). It is

of some interest that the subject is usually unaware of the process. Just what insight this gives into

normal verbal behavior is not obvious. Nevertheless, it is an example of positive and not totally

expected results using the Skinnerian paradigm.

8 "Are Theories of Learning Necessary?", Psych. Rev., 57 (1950), 193-216.

9 And elsewhere. In his paper "Are Theories of Learning Necessary?" Skinner considers the

problem how to extend his analysis of behavior to experimental situations in which it is impossible

to observe frequencies, rate of response being the only valid datum. His answer is that "the notion

of probability is usually extrapolated to cases in which a frequency analysis cannot be carried out.

In the field of behavior we arrange a situation in which frequencies are available as data, but we

use the notion of probability in analyzing or formulating instances of even types of behavior which

are not susceptible to this analysis" (199). There are, of course, conceptions of probability not based

directly on frequency, but I do not see how any of these apply to the cases that Skinner has in

mind. I see no way of interpreting the quoted passage other than as signifying an intention to use

the word probability in describing behavior quite independently of whether the notion of

probability is at all relevant.

10 Fortunately, "In English this presents no great difficulty" since, for example, "relative pitch levels

... are not ... important" (25). No reference is made to the numerous studies of the function of

relative pitch levels and other intonational features in English.

11 The vagueness of the word tendency, as opposed to frequency, saves the latter quotation from the

obvious incorrectness of the former. Nevertheless, a good deal of stretching is necessary.

If tendency has anything like its ordinary meaning, the remark is clearly false. One may believe

strongly the assertion that Jupiter has four moons, that many of Sophocles' plays have been

irretrievably lost, that the earth will burn to a crisp in ten million years, and so on, without

experiencing the slightest tendency to act upon these verbal stimuli. We may, of course, turn

Skinner's assertion into a very unilluminating truth by defining "tendency to act" to include

tendencies to answer questions in certain ways, under motivation to say what one believes is true.

12 One should add, however, that it is in general not the stimulus as such that is reinforcing, but

the stimulus in a particular situational context. Depending on experimental arrangement, a

particular physical event or object may be reinforcing, punishing, or unnoticed. Because Skinner

limits himself to a particular, very simple experimental arrangement, it is not necessary for him to

add this qualification, which would not be at all easy to formulate precisely. But it is of course

necessary if he expects to extend his descriptive system to behavior in general.

13 This has been frequently noted.

14 See, for example, "Are Theories of Learning Necessary?", op. cit., p. 199. Elsewhere, he suggests

that the term learning be restricted to complex situations, but these are not characterized.

15 "A child acquires verbal behavior when relatively unpatterned vocalizations, selectively

reinforced, gradually assume forms which produce appropriate consequences in a given verbal

community" (31). "Differential reinforcement shapes up all verbal forms, and when a prior

stimulus enters into the contingency, reinforcement is responsible for its resulting control.... The

availability of behavior, its probability or strength, depends on whether reinforcements continue in

effect and according to what schedules" (203-4); elsewhere, frequently.

16 Talk of schedules of reinforcement here is entirely pointless. How are we to decide, for example,

according to what schedules covert reinforcement is arranged, as in thinking or verbal fantasy, or

what the scheduling is of such factors as silence, speech, and appropriate future reactions to

communicated information?

17 See, for example, N. E. Miller and J. Dollard, Social Learning and Imitation (New York, 1941), pp.

82-83, for a discussion of the "meticulous training" that they seem to consider necessary for a child

to learn the meanings of words and syntactic patterns. The same notion is implicit in O. H.

Mowrer's speculative account of how language might be acquired, in Learning Theory and

Personality Dynamics, (New York: The Ronald Press, Inc., 1950), Chap. 23. Actually, the view

appears to be quite general.

18 For a general review and analysis of this literature, see D. L. Thistlethwaite, "A Critical Review

of Latent Learning and Related Experiments," Psych. Bull., 48 (1951), 97-129. K. MacCorquodale

and P. E. Meehl, in their contribution to Modern Learning Theory op. cit., carry out a serious and

considered attempt to handle the latent learning material from the standpoint of drive-reduction

theory, with (as they point out) not entirely satisfactory results. W. H. Thorpe reviews the literature

from the standpoint of the ethologist, adding also material on homing and topographical

orientation (Learning and Instinct in Animals[Cambridge, 1956]).

19 Theories of Learning, 214 (1956).

20 O. E. Berlyne, "Novelty and Curiosity as Determinants of Exploratory Behavior," Brit. Jour. of

Psych., 41 (1950), 68-80; id., "Perceptual Curiosity in the Rat," Jour. of Comp. Physiol. Psych., 48 (1955),

238-46; W. R. Thompson and L. M. Solomon, "Spontaneous Pattern Discrimination in the Rat," ibid.,

47 (1954), 104-7.

21 K. C. Montgomery, "The Role of the Exploratory Drive in Learning," ibid. pp. 60-63. Many other

papers in the same journal are designed to show that exploratory behavior is a relatively

independent primary "drive" aroused by novel external stimulation.

22 R. A. Butler, "Discrimination Learning by Rhesus Monkeys to Visual-Exploration

Motivation," ibid., 46 (1953), 95-98. Later experiments showed that this "drive" is highly persistent,

as opposed to derived drives which rapidly extinguish.

23 H. F. Harlow, M. K. Harlow, and D. R. Meyer, "Learning Motivated by a Manipulation

Drive," Jour. Exp. Psych., 40 (1950), 228-34, and later investigations initiated by Harlow. Harlow has

been particularly insistent on maintaining the inadequacy of physiologically based drives and

homeostatic need states for explaining the persistence of motivation and rapidity of learning in

primates. He points out, in many papers, that curiosity, play, exploration, and manipulation are,

for primates, often more potent drives than hunger and the like, and that they show none of the

characteristics of acquired drives. Hebb also presents behavioral and supporting neurological

evidence in support of the view that in higher animals there is a positive attraction in work, risk,

puzzle, intellectual activity, mild fear and frustration, and so on. "Drives and the CNS," Psych. Rev.,

62 [1955], 243-54.) He concludes that "we need not work out tortuous and improbable ways to

explain why men work for money, why children learn without pain, why people dislike doing

nothing." In a brief note "Early Recognition of the Manipulative Drive in Monkeys," British Journal

of Animal Behaviour, 3 [1955], 71-72), W. Dennis calls attention to the fact that early investigators (G.

J. Romanes, 1882; E. L. Thorndike, 1901), whose "perception was relatively unaffected by learning

theory, did note the intrinsically motivated behavior of monkeys," although, he asserts, no similar

observations on monkeys have been made until Harlow's experiments. He quotes Romanes

(Animal Intelligence [1882]) as saying that "much the most striking feature in the psychology of this

animal, and the one which is least like anything met with in other animals, was the tireless spirit of

investigation." Analogous developments, in which genuine discoveries have blinded systematic

investigators to the important insights of earlier work, are easily found within recent structural

linguistics as well.

24 Thus, J. S. Brown, in commenting on a paper of Harlow's in Current Theory and Research in

Motivation (Lincoln: Univ. of Nebraska Press, 1953), argues that "in probably every instance [of the

experiments cited by Harlow] an ingenious drive-reduction theorist could find some fragment of

fear, insecurity, frustration, or whatever, that he could insist was reduced and hence was

reinforcing" (53). The same sort of thing could be said for the ingenious phlogiston or ether

theorist.

25 Cf. H. G. Birch and M. E. Bitterman, "Reinforcement and Learning: The process of Sensory

Integration," Psych. Rev., 56 (1949), 292-308.

26 See, for example, his paper "A Physiological Study of Reward" in D. C. McClelland, ed., Studies

in Motivation (New York: Appleton-Century-Crafts, Inc., 1955), pp. 134-43.

27 See Thorpe, op. cit., particularly pp. 115-18 and 337-76, for an excellent discussion of this

phenomenon, which has been brought to prominence particularly by the work of K. Lorenz (cf.

"Der Kumpan in der Umwelt des Vogels," parts of which are reprinted in English translation in C.

M. Schiller, ed., Instinctive Behavior [New York: International Universities Press, 1957], pp. 83-128).

28 Op. cit., p. 372.

29 See, e.g., J. Jaynes, "Imprinting: Interaction of Learned and Innate Behavior," Jour. of Comp.

Physiol. Psych., 49 (1956), 201-6, where the conclusion is reached that "the experiments prove that

without any observable reward, young birds of this species follow a moving stimulus object and

very rapidly come to prefer that object to others."

30 Of course, it is perfectly possible to incorporate this fact within the Skinnerian framework. If, for

example, a child watches an adult using a comb and then, with no instruction, tries to comb his

own hair, we can explain this act by saying that he performs it because he finds it reinforcing to do

so, or because of the reinforcement provided by behaving like a person who is "reinforcing" (cf.

164). Similarly, an automatic explanation is available for any other behavior. It seems strange at

first that Skinner pays so little attention to the literature on latent learning and related topics,

considering the tremendous reliance that he places on the notion of reinforcement; I have seen no

reference to it in his writings. Similarly, F. S. Keller and W. N. Schoenfeld, in what appears to be the

only text written under predominantly Skinnerian influence, Principles of Psychology (New York:

Appleton-Century-Crofts, Inc., 1950), dismiss the latent learning literature in one sentence as

"beside the point," serving only "to obscure, rather than clarify, a fundamental principle" (the law of

effect, 41). However, this neglect is perfectly appropriate in Skinner's case. To the drivereductionist,

or anyone else for whom the notion reinforcement has some substantive meaning,

these experiments and observations are important (and often embarrassing). But in the Skinnerian

sense of the word, neither these results nor any conceivable others can cast any doubt on the claim

that reinforcement is essential for the acquisition and maintenance of behavior. Behavior certainly

has some concomitant circumstances, and whatever they are, we can call them reinforcement.

31 Tinbergen, op.cit., Chap. VI, reviews some aspects of this problem, discussing the primary role

of maturation in the development of many complex motor patterns (e.g., flying, swimming) in

lower organisms, and the effect of an "innate disposition to learn" in certain specific ways and at

certain specific times. Cf. also P. Schiller, "Innate Motor Action as a Basis for Learning," in C. H.

Schiller, ed., Instinctive Behavior(New York: International Universities Press, 1957), pp. 265-88, for a

discussion of the role of maturing motor patterns in apparently insightful behavior in the

chimpanzee.

Lenneberg ("The Capacity for Language Acquisition", in J. A. Fodor, ed., The Structure of

Language [Prentice-Hall, Inc., 1964]) presents a very interesting discussion of the part that

biological structure may play in the acquisition of language, and the dangers in neglecting this

possibility.

32 From among many cited by Tinbergen, op. cit., p. 85.

33 Cf. K. S. Lashley, "In Search of the Engram," Symposium of the Society for Experimental Biology, 4

(1950), 454-82. R. Sperry, "On the Neural Basis of the Conditioned Response," British Journal of

Animal Behavior, 3 (1955), 41-44, argues that to account for the experimental results of Lashley and

others, and for other facts that he cites, it is necessary to assume that high-level cerebral activity of

the type of insight, expectancy, and so on is involved even in simple conditioning. He states that

"we still lack today a satisfactory picture of the underlying neural mechanism" of the conditioned

response.

34 Furthermore, the motivation of the speaker does not, except in the simplest cases, correspond in

intensity to the duration of deprivation. An obvious counter-example is what Hebb has called the

"salted-nut phenomenon" (Organization of Behavior [New York, 1949], p. 199). The difficulty is of

course even more serious when we consider deprivations not related to physiological drives.

35 Just as he may have the appropriate reaction, both emotional and behavioral, to such utterances

as the volcano is erupting or there's a homicidal maniac in the next room without any previous pairing

of the verbal and the physical stimulus. Skinner's discussion of Pavlovian conditioning in language

(154) is similarly unconvincing.

36 J. S. Mill, A System of Logic (1843). R. Carnap gives a recent reformulation in "Meaning and

Synonymy in Natural Languages," Phil. Studies, 6 (1955), 33-47, defining the meaning (intension) of

a predicate Q for a speaker X as "the general condition which an object y must fulfil in order for X

to be willing to ascribe the predicate Q to y." The connotation of an expression is often said to

constitute its "cognitive meaning" as opposed to its "emotive meaning," which is, essentially, the

emotional reaction to the expression.

Whether or not this is the best way to approach meaning, it is clear that denotation, cognitive

meaning, and emotive meaning are quite different things. The differences are often obscured in

empirical studies of meaning, with much consequent confusion. Thus, Osgood has set himself the

task of accounting for the fact that a stimulus comes to be a sign for another stimulus (a buzzer

becomes a sign for food, a word for a thing, etc.). This is clearly (for linguistic signs) a problem of

denotation. The method that he actually develops for quantifying and measuring meaning (cf. C.

E. Osgood, G. Suci, P. Tannenbaum, The Measurement of Meaning [Urbana: Univ. of Illinois Press,

1957]) applies, however, only to emotive meaning. Suppose, for example, that A hates both Hitler

and science intensely, and considers both highly potent and "active," while B, agreeing with A

about Hitler, likes science very much, although he considers it rather ineffective and not too

important. Then, A may assign to "Hitler" and "science" the same position on the semantic

differential, while B will assign "Hitler" the same position as A did, but "science" a totally different

position. Yet, A does not think that "Hitler" and "science" are synonymous or that they have the

same reference, and A and B may agree precisely on the cognitive meaning of "science." Clearly, it

is the attitude toward the things (the emotive meaning of the words) that is being measured here.

There is a gradual shift in Osgood's account from denotation to cognitive meaning to emotive

meaning. The confusion is caused, no doubt, by the fact that the term meaning is used in all three

senses (and others). [See J. Carroll's review of the book by Osgood, Suci, and Tannenbaum

in Language, 35, No. 1 (1959).]

37 Most clearly by Quine. See From a Logical Point of View (Cambridge, 1953), especially Chaps. 2, 3,

and 7.

38 A method for characterizing synonymy in terms of reference is suggested by Goodman, "On

Likeness of Meaning," Analysis, 10 (1949), 1-7. Difficulties are discussed by Goodman, "On Some

Differences about Meaning," ibid., 13 (1953) 90-96. Carnap, op. cit., presents a very similar idea

(Section 6), but somewhat misleadingly phrased, since he does not bring out the fact that only

extensional (referential) notions are being used.

39 In general, the examples discussed here are badly handled, and the success of the proposed

analyses is overstated. In each case, it is easy to see that the proposed analysis, which usually has

an air of objectivity, is not equivalent to the analyzed expression. To take just one example, the

response I am looking for my glasses is certainly not equivalent to the proposed paraphrases: "When I

have behaved in this way in the past, I have found my glasses and have then stopped behaving in

this way," or "Circumstances have arisen in which I am inclined to emit any behavior which in the

past has led to the discovery of my glasses; such behavior includes the behavior of looking in

which I am now engaged." One may look for one's glasses for the first time; or one may emit the

same behavior in looking for one's glasses as in looking for one's watch, in which case I am looking

for my glasses and I am looking for my watch are equivalent, under the Skinnerian paraphrase. The

difficult questions of purposiveness cannot be handled in this superficial manner.

40 Skinner takes great pains, however, to deny the existence in human beings (or parrots) of any

innate faculty or tendency to imitate. His only argument is that no one would suggest an innate

tendency to read, yet reading and echoic behavior have similar "dynamic properties." This

similarity, however, simply indicates the grossness of his descriptive categories. In the case of

parrots, Skinner claims that they have no instinctive capacity to imitate, but only to be reinforced

by successful imitation (59). Given Skinner's use of the word reinforcement, it is difficult to perceive

any distinction here, since exactly the same thing could be said of any other instinctive behavior.

For example, where another scientist would say that a certain bird instinctively builds a nest in a

certain way, we could say in Skinner's terminology (equivalently) that the bird is instinctively

reinforced by building the nest in this way. One is therefore inclined to dismiss this claim as

another ritual introduction of the word reinforce. Though there may, under some suitable

clarification, be some truth in it, it is difficult to see how many of the cases reported by competent

observers can be handled if reinforcement is given some substantive meaning. Cf. Thorpe, op. cit. p.

353f.; K. Lorenz, King Solomon's Ring (New York, 1952), pp. 85-88; even Mowrer, who tries to show

how imitation might develop through secondary reinforcement, cites a case, op. cit., p. 694, which

he apparently believes, but where this could hardly be true. In young children, it seems most

implausible to explain imitation in terms of secondary reinforcement.

41 Although even this possibility is limited. If we were to take these paradigm instances seriously,

it should follow that a child who knows how to count from one to 100 could learn an arbitrary 10 x

10 matrix with these numbers as entries as readily as the multiplication table.

42 Similarly, "the universality of a literary work refers to the number of potential readers inclined

to say the same thing" (275; i.e., the most "universal" work is a dictionary of clichés and greetings) a

speaker is "stimulating" if he says what we are about to say ourselves (272) etc.

43 Similarly, consider Skinner's contention (362-65) that communication of knowledge or facts is

just the process of making a new response available to the speaker. Here the analogy to animal

experiments is particularly weak. When we train a rat to carry out some peculiar act, it makes

sense to consider this a matter of adding a response to his repertoire. In the case of human

communication, however, it is very difficult to attach any meaning to this terminology. If A imparts

to B the information (new to B) that the railroads face collapse, in what sense can the response The

railroads face collapse be said to be now, but not previously, available to B? Surely B could have said

it before (not knowing whether it was true), and known that it was a sentence (as opposed

to Collapse face railroads the). Nor is there any reason to assume that the response has increased in

strength, whatever this means exactly (e.g., B may have no interest in the fact, or he may want it

suppressed). It is not clear how we can characterize this notion of "making a response available"

without reducing Skinner's account of "imparting knowledge" to a triviality.

44 (332). On the next page, however, the s in the same example indicates that "the object described

as the boy possesses the property of running." The difficulty of even maintaining consistency with a

conceptual scheme like this is easy to appreciate.

45 One might just as well argue that exactly the opposite is true. The study of hesitation pauses has

shown that these tend to occur before the large categories -- noun, verb, adjective; this finding is

usually described by the statement that the pauses occur where there is maximum uncertainty or

information. Insofar as hesitation indicates on-going composition (if it does at all), it would appear

that the "key responses" are chosen only after the "grammatical frame." Cf. C. E. Osgood,

unpublished paper; F. Goldman-Eisler, "Speech Analysis and Mental Processes," Language and

Speech, 1 (1958), 67.

46 E.g., what are in fact the actual units of verbal behavior? Under what conditions will a physical

event capture the attention (be a stimulus) or be a reinforcer? How do we decide what stimuli are

in "control" in a specific case? When are stimuli "similar"? And so on. (It is not interesting to be

told, e.g., that we say Stop to an automobile or billiard ball because they are sufficiently similar to

reinforcing people [46].) The use of unanalyzed notions like similar and generalization is particularly

disturbing, since it indicates an apparent lack of interest in every significant aspect of the learning

or the use of language in new situations. No one has ever doubted that in some sense, language is

learned by generalization, or that novel utterances and situations are in some way similar to

familiar ones. The only matter of serious interest is the specific "similarity." Skinner has,

apparently, no interest in this. Keller and Schoenfeld, op. cit., proceed to incorporate these notions

(which they identify) into their Skinnerian "modern objective psychology" by defining two stimuli

to be similar when "we make the same sort of response to them" (124; but when are responses of

the "same sort"?). They do not seem to notice that this definition converts their "principle of

generalization" (116), under any reasonable interpretation of this, into a tautology. It is obvious

that such a definition will not be of much help in the study of language learning or construction of

new responses in appropriate situations.

47 "The Problem of Serial Order in Behavior," in L. A. Jeffress, ed., Hixon Symposium on Cerebral

Mechanisms in Behavior (New York: John Wiley & Sons Inc., 1951). Reprinted in F. A. Beach, D. O.

Hebb, C. T. Morgan, H. W. Nissen, eds., The Neuropsychology of Lashley (New York: McGraw-Hill

Book Company, 1960). Page references are to the latter.

48 There is nothing essentially mysterious about this. Complex innate behavior patterns and innate

"tendencies to learn in specific ways" have been carefully studied in lower organisms. Many

psychologists have been inclined to believe that such biological structure will not have an

important effect on acquisition of complex behavior in higher organisms, but I have not been able

to find any serious justification for this attitude. Some recent studies have stressed the necessity for

carefully analyzing the strategies available to the organism, regarded as a complex "informationprocessing

system" (cf. J. S. Bruner, J. J. Goodnow, and G. A. Austin, A Study of Thinking [New York,

1956]; A. Newell, J. C. Shaw, and H. A. Simon, "Elements of a Theory of Human Problem

Solving," Psych. Rev., 65, [1958], 151-66), if anything significant is to be said about the character of

human learning. These may be largely innate, or developed by early learning processes about

which very little is yet known. (But see Harlow, "The Formation of Learning Sets," Psych. Rev., 56

(1949), 51-65, and many later papers, where striking shifts in the character of learning are shown as

a result of early training; also D. O. Hebb, Organization of Behavior, 109 ff.). They are undoubtedly

quite complex. Cf. Lenneberg, op. cit., and R. B. Lees, review of N. Chomsky's Syntactic

Structures in Language, 33 (1957), 406f, for discussion of the topics mentioned in this section.

questa è la sua famosa affermazione sull'Olocausto: "I see no anti-Semitic implications in denial of the existence of gas chambers, or even denial of the holocaust" (citazioni in internet si sprecano). Forse non è il negazionismo esplicito ma poco ci manca.

ma e` come dire che una donna forse non e` proprio incinta ma poco ci manca: non significa nulla

a quanto pare, Keidan non solo offende l'intelligenza dei lettori di questo sito, ma mostra per essa un disinvolto disprezzo

1. questa frase non e` negazionista; la sua accusa, piuttosto grave, rimane infondata e quindi calunniosa;

2. questa frase dice semplicemente che se tu neghi l'Olocaustico non sei ipso facto un antisemita, e non ci vedo nulla di scandoloso in questa frase, perche' e` vera, anche se un po' astratta, come tutte le affermazioni di principio: si puo` essere negazionisti senza essere antisemiti (ma non e' un caso che questa frase, che non e' negazionista, sia ``astratta'', perche', secondo la fonte in internet che tu citi, sarebbe contenuta in una lettera che Chomsky avrebbe scritto non si sa bene a chi: quindi si tratterebbe di una arbitraria estrapolazione di una frase fuori dal contesto);

2.1 la fonte di questa frase (che non e' negazionista) sarebbe una lettera che Chomsky avrebbe scritto a non si sa bene chi; ora, sollevare tutto questo polverone scandalistico per una frase (che non e' negazionista) tirata fuori da non si sa bene quale contesto non e' corretto e non e' serio, specie se poi su queste basi si tenta di demolirlo come studioso del linguaggio (come ha fatto Keidan quando ha scritto che

 

Più in generale, penso che una persona che, nella vita di tutti i giorni può tranquillamente dichiarare che l'Olocausto non c'è stato, anche nella sua attività scientifica non sia del tutto affidabile.

poi francamente non penso che questa fonte (che non contiene una frase negazionista) sia affidabile: si cita una ``lettera'' privata: su un tema cosi' importante bisogna citare un libro, altrimenti non possiamo neanche cominciare a ragionare su questa frase, che non e' negazionista;

2.1.1 dire che che ``le citazioni su internet si sprecano'' e' di nuovo un insulto all'intelligenza dei lettori di questo sito, perche' su internet si trova di tutto: Keidan ha accusato Chomsky di essere negazionista, e deve dare una fonte valida, non un sito internet dove qualcuo lo accusa di essere negazionista

3. Chomsky ha esplicitamente espresso le sue opinioni sul negazionismo in vari libri, cioe` in documenti ufficiali (da non confondere con lettere private di cui non si conosce il testo integrale, e da cui qualcuno ha arbitrariamente estrapolato una frase che peraltro non e' negazionista ed e' condivisibile), e da questi testi si capisce chiaramente che non e` un negazionista

ad esempio: nel libro Riflessioni sul Medio Oriente (Einaudi, 1976), pp. 54--55 (traduzione italiana di Peace in the Middle East? Reflections on Justice and Nationhood), Chomsky ha scritto:

E' perfettamente plausibile formulare difese sia degli arabi che degli ebrei, con argomenti per entrambi assai plausibili e persuasivi, essendo entrambe le loro cause assai semplici nei loro tratti essenziali. Il patrocinio degli arabi si avvale della premessa che le grandi potenze prima hanno imposto una emigrazione di europei, poi una patria nazionale per gli ebrei e infine uno stato nazionale ebraico, con cinica indifferenza per i desideri della stragrande maggioranza della popolazione locale,[nota a fine capitolo: Le valutazioni sull'entita' numerica della popolazione variano. Lo studio della Fondazione Esco (Palestine: A Study of Jewish, Arab and British Policies, Yale University Press, New Haven, (Conn.) 1947) Vol. I, p. 321 da' questa cifre: per il 1920, 67000 ebrei su una popolazione di 673000; per il 1930, 164796 ebrei su una popolazione di 992559] innocente di ogni colpa. Il risultato e' stato l'esodo di centinaia di migliaia di profughi arabi mentre nello stato ebraico la ``legge del ritorno'' conferisce automaticamente la cittadinanza ad ogni ebreo che decida di occuparne le case. La difesa dei sionisti si basa invece sulle aspirazioni di un popolo che ha sofferto due millenni di esilio e di feroci persecuzioni culminate nel piu' inenarrable scoppio di follia collettiva che la storia ricordi, sulla convinzione naturale che la normale esistenza dell'uomo sia possibile solo in una patria nazionale, nella terra con cui non ha mai perso i legami, e sula straordinaria creativita' e sul coraggio di quanti hanno fatto fiorire il deserto.

in somma: l'accusa di Keidan non ha fondamento

riassumendo:

Keidan ha descritto Chomsky come

una persona che, nella vita di tutti i giorni può tranquillamente dichiarare che l'Olocausto non c'è stato, e che i Khmer rossi non hanno ucciso nessuno (sic!)

ma non e' stato capace di portare alcuna prova empirica per questa sua affermazione, che e` quindi una sua valutazione soggettiva, una pura speculazione (non filosofica ma calunniosa)

questo non mi sembra soddisfacente, come standard di rigore metodologico

e mi sembra appunto sconfinare nella calunnia

se questo e' lo standard del libro che Keidan ci consiglia di leggere, allora si tratta di un libro davvero poco affidabile

 

4. idem per l'altra accusa di Keidan, secondo cui avrebbe Chomsky avrebbe scritto che

i Khmer rossi non hanno ucciso nessuno (sic!),

(notare il ``sic'' !)

anche in questo caso, Keidan ci indica una fonte dove questa accusa non trova alcun fondamento

anche questa storia sui khmer rossi e' una vecchia bugia calunniosa

 

 


Keidan ha esordito scrivendo che

Noam Chomsky è lo scienziato più disonesto, malizioso e impostore del secondo dopoguerra. Ora sto andando a dormire, e non ho tempo per argomentare in modo approfondito, però volevo suggerire un buon libro su questo tema: Anti-Chomsky Reader.

sono accuse gravi, che andrebbero documentate in modo serio, con uno standard di adesione ai fatti che non trova riscontro in quello che Keidan ha esibito fino ad ora

Keidan dice che e' disonesto chiedergli di trovare gli errori nella recensione al libro di Skinner: e perche' mai sarebbe disonesto? e' il minimo che lui debba fare per argomentare opinioni cosi' estreme

 


ma questo è un buon segno, dal punto di vista scientifico: significa che ritiene che i problemi siano più importanti delle proprie teorie, e che ha trovato una teoria o una direzione di ricerca più soddisfacente

Sarebbe così se fosse esplicito, se avesse cioè riconosciuto di aver sbagliato tutto e di aver cambiato idea in modo radicale. Invece, nulla di tutto ciò. Più che scientifico, è orwelliano!

a giudicare da quello che si legge nell'introduzione alla memoria intitolata ``a minimalist program for linguistic theory'' [MIT occasional paper in linguistics, no. 1, 1992] il programma minimalista contiene molte idee che si sono accumulate negli anni precedenti, e che sono il frutto di decenni di ricerca: non avrebbe senso ``riconoscere di aver sbagliato tutto'',

 

se Keidan vuole scrivere una memoria o un libro e tentare di dare un fondamento serio alle sue critiche cosi' estreme, dovrebbe pubblicare questa memoria o libro non su un sito (con rispetto parlando) ma presso una rivista internazionale con referee o presso una casa editrice internazionale con referee: e' cosi' che si fa




Insisto: l'innatismo del linguaggio è una pura speculazione filosofica non dimostrata da ALCUNA prova empirica, ma solo da valutazioni soggettive del Ch. stesso.

l'argomentazione nota come "povertà dello stimolo" mi sembra una argomentazione empirica molto solida (se ne può trovare una buona discussione nel libro di Pinker "the language instict")

La presunta "povertà dello stimolo" è un concetto molto soggettivo, perché nessuno ha mai quantificato questo stimolo (che viene dato al bambino affinché impari a parlare). Ci fidiamo del giudizio a naso di Chomsky per cui sarebbe "povero", ma nulla ci impedisce di dire che, invece, non sia povero. Vedere qui Il libro di Pinker si apre con un ditirambo ai limiti dell'adulazione al Maestro, per cui è difficile aspettarsi una discussione oggettiva delle sue teorie. I risultati "sperimentali" che fornisce sono talmente ambigui da poter essere interpretati sia pro che contro. Infatti, non ha convinto tutti.

non e' possibile ``quantificare'' questo stimolo perche' non tutto nella vita puo' essere quantificato: le qualita' ad esempio non sono quantificabili, e nemmeno le strutture (un gruppo, ad esempio, non puo' essere quantificato: e' una struttura che non si riduce a un numero);

 

 

l'argomento sulla poverta' dello stimolo e' convincente, anche se non ha convinto tutti;

un altra base sperimentale all'ipotesi che ci sia una base innata nella facolta' linguistica e' la tendenza che porta una lingua ``pidgin'' a diventare una lingua ``creola'' (anche questa storia e' spiegata bene nel libro di Pinker); il libro di Pinker non si apre con un ditirambo, e non sconfina mai nell'adulazione;



In realtà, la teoria di Chomsky è abbastanza fuori moda, al giorno d'oggi

ci sono persone a cui interessano le mode: a me (e, credo, a tutte le persone che sono interessate a comprendere la natura) interessano i problemi aperti sulla natura, non le mode

D'accordissimo. Infatti, il problema è che Chomsky andava per la maggiore perché era affascinante e di moda. Di vere spiegazioni della natura non ne ha date molte…

tutto da dimostrare, e l'onere della prova pesa su chi ha formulato questa opinione


 


a giudicare dalle pagine che si possono leggere gratuitamente in rete, si tratta di un pessimo libro, piuttosto rozzo

Mah, sicuramente è un po' rozzo (molto meno rozzo degli scritti politici di Ch., comunque). Sicuramente è un po' troppo "neo-con". Però le citazioni da Chomsky e affermazioni su di lui sembrano tutte accuratamente documentate.

a giudicare dai due esempi esaminati sopra, non si direbbe

 

 

 

Sulle vendite di Anti-Chomsky reader io non ho nessuna percentuale, per cui non sta a me difenderlo. Personalmente mi ha convinto. Alla fine, è una questione di gusti: a qualcuno una cosa sembra negazionista, ad altri la stessa cosa sembra non esserlo.

Per gli aspetti linguistici mi riservo di esprimermi meglio in seguito.

Sono disposto a ritrattare, seppur parzialmente, la freddurina su Pinker, che avevo letto 15 anni fa, e citavo a memoria. Le sue parole sono (edizione italiana):

La mia università, il Massachusetts Institute of Technology (MIT), è un ambiente ideale per lo studio del linguaggio, e sono grato ai colleghi, agli studenti e agli ex studenti che hanno messo a disposizione le loro competenze. Noam Chomsky mi ha fornito critiche penetranti e suggerimenti preziosi […]

Per me è abbastanza adulatorio, però effettivamente è un giudizio soggettivo.

Sulle vendite di Anti-Chomsky reader io non ho nessuna percentuale, per cui non sta a me difenderlo.

qui si rigira la frittata, altro esempio di offesa all'intelligenza dei lettori: sei tu che ci stai consigliando un libro che, a giudicare dai due esempi trattati, contiene affermazioni non documentate: e' tua la responsabilita' di difendere un libro che ci consigli di leggere, a prescindere dalle eventuali percentuali, che non sono in causa: sei tu che hai attribuito a N.C. delle affermazioni testuali senza essere poi in grado di produrre una prova delle attribuzioni, violando l'abc piu' elementare delle regole accademiche, che si imparano all'asilo

 

Alla fine, è una questione di gusti: a qualcuno una cosa sembra negazionista, ad altri la stessa cosa sembra non esserlo.

qui si cerca di far passare fischi per fiaschi: ma per chi ci hai preso? in questo caso le parole hanno un significato ben preciso: non stiamo parlando di una poesia ermetica o simbolista: stiamo parlando di una prosa chiara e ben definita, non esiste il ``sembra''

e' veramente irritante la superficialita' e l'irresponsabilita' di questi tuoi interventi

 

 

 

Confermo: io personalmente considero negazionista la frase di cui sopra.

Confermo: io personalmente considero negazionista la frase di cui sopra.

non lo so se ci sei o ci fai, ma, sulla base di quello che ho scritto in un commento precedente, penso che siamo costretti ad applicare a te il criterio che tu hai applicato (senza che l'antecedente fosse valido) a N.C., quando hai scritto

 

Più in generale, penso che una persona che, nella vita di tutti i giorni può tranquillamente dichiarare che l'Olocausto non c'è stato, e che i Khmer rossi non hanno ucciso nessuno (sic!), anche nella sua attività scientifica non sia del tutto affidabile.

ecco: una persona che legge fischi per fiaschi, che non capisce che un conto e' essere negazionisti, un altro e` scrivere che essere negazionisti non implica essere antisemiti (ed e' tutto da dimostrare che l'autore di Riflessioni sul Medio Oriente abbia scritto quella frase) uno che attribuisce ad altri citazioni a casaccio, sulla base di pettegolezzi, senza riscontri oggettivi, uno che insomma parla per sentito dire, non puo' essere del tutto affidabile nella sua attivita' scientifica, e ancor meno nei commenti che scrive a casaccio in questo blog: chi presume di poter leggere e interpretare a suo piacimento gli scritti altrui non e' minimamente affidabile, perche' ripudia la convenzione piu' elementare che ci permette di comunicare tra di noi: quella di attenersi al significato delle parole; del resto solo una persona superficiale e in definitiva ignorante, nel senso che ignora le cose di cui presume di poter parlare, puo' pensare che l'autore di Riflessioni sul Medio Oriente sia un negazionista; e solo chi ha una concezione miracolistica della psicologia umana (che sembra essere abbastanza diffusa nel mio Paese, forse in particolar modo nel centro sud, dove vivo) puo' credere che l'autore di Riflessioni sul Medio Oriente possa essere diventato negazionista dopo averlo scritto

 

 

 

 

 

Apprezzo che hai condiviso il mio assunto iniziale: chi è fortemente incoerente e illogico nella vita di tutti i giorni desta qualche sospetto anche per quanto riguarda la sua produzione scientifica

ti sbagli, non condivido quel tuo assunto, su questo concordo con l'opinione di Michele B.

ho solo scritto che quel tuo assunto deve essere per forza di cose applicato anche su di te

(visto che difficilmente potresti arrogarti il diritto di applicarlo solo sugli altri),

ma la premessa dell'assunto, nel tuo caso, si applica in pieno

 

Ignorantia non est argumentum —

Omnis determinatio est negatio —

Bento de Spinoza

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in breve

palma 7/9/2010 - 11:53

perche' mi girarono i cosidetti (il modo migliore per produrre una rivoluzione nel senso di rivoluzione planetaria del mio scadente/vecchio inutile apparato genitale e' dichiararsi piagetiano.)

1. criticare Chomsky in linguaggio e' affatto legittimo (lo ho persino fatto io, che non faccio il linguista di professione, e ci ho messo tre settimane a convincere i linguisti che c'era un putno reale)

2. il programma (di the minimalist program) e' appunto un programma e non una teoria.

3. per il resto e la metto giu' corta, dire che Chomsky ha torto in linguistica e' come spiegare che in logica ha torto aristotele, che di torti ne ebbe moltissimi, MA la logica l'invento' lui: ecco il punto e', quelc he chiamiamo linguistica (i suoi due problemi) sono un prodotto di Chomsky. prima c'era, con una sola eccezione (*) raccolta di francobolli (**)

 

4. per chi abbia le ubbie dei dementi (secondo cui UG e' la grammatica inglese in carrozza, consiglio la lettura di G. Cinque o L. Rizzi)

 

 

 

(* l'eccezione e' Dēvanāgarī: पाणिनि,, noto al popolo come Panini -- del 4 secolo prima di Cristo, piu' o meno- il quale scrisse la pruima grammatica di Sanskrit)

(** nel senso indicato dal kiwi baron Rutheford of Nelson: "Physics is the only real science. The rest are just stamp collecting.")

1. criticare Chomsky in linguaggio e' affatto legittimo

Ah, meno male, non sarò bruciato sul rogo in quanto eretico anti-chomskyano

(lo ho persino fatto io, che non faccio il linguista di professione, e ci ho messo tre settimane a convincere i linguisti che c'era un putno reale)

Mi interessa molto, posso leggerne di più su questo, da qualche parte?

2. il programma (di the minimalist program) e' appunto un programma e non una teoria.

Mah, questo è il solito trucchetto nominalista alla Chomsky. In realtà, è talmente tutto diverso, sia come teoria che come formalizzazione, che molti chomskyani, almeno inizialmente, l'avevano rifiutato, preferendo rimanere alla versione "Government and Binding" degli anni '80

3. per il resto e la metto giu' corta, dire che Chomsky ha torto in linguistica e' come spiegare che in logica ha torto aristotele, che di torti ne ebbe moltissimi, MA la logica l'invento' lui: ecco il punto e', quelc he chiamiamo linguistica (i suoi due problemi) sono un prodotto di Chomsky. prima c'era, con una sola eccezione (*) raccolta di francobolli (**)

L'affermazione che Chomsky avrebbe inventato la linguistica fa parte della religione chomskyana. In realtà, prima di lui ci sono stati circa 150 anni di linguistica, in cui, raccolta di francobolli o meno che fosse, sono stati scoperti moltissimi fatti storici e sincronici assolutamente non intuitivi, non banali, dimostrabili ecc. Buttiamoli via… 

4. per chi abbia le ubbie dei dementi (secondo cui UG e' la grammatica inglese in carrozza, consiglio la lettura di G. Cinque o L. Rizzi)

Come ho scritto nel mio commento, all'inizio la UG era la grammatica inglese in carrozza. Per fare un esempio, in inglese, quando fai una domanda, metti il verbo all'inizio. Si tratta di un fatto peculiare di questa lingua, non affatto universale. Eppure, nelle prime versioni del generativismo questo fenomeno veniva elevato ad universale, facente parte della UG.

Comunque, anche le versioni più evolute del generativismo sono molto anglocentriche, il che è una delle ragioni principali del suo, almeno parziale, fallimento.

(* l'eccezione e' Dēvanāgarī: पाणिनि,, noto al popolo come Panini -- del 4 secolo prima di Cristo, piu' o meno- il quale scrisse la pruima grammatica di Sanskrit)

Curiosamente, Pāṇini è alquanto lontano dall'impostazione generativista (ad esempio, non si occupa di sintassi, se non molto marginalmente e comunque non nel senso in cui Chonsky intende la sintassi), ed è, invece, molto vicino allo strutturalismo saussuriano.

Mettere l'articolo di Chomsky per intero e sfidarmi a trovare l'errore è un po' disonesto. Sarebbe come postare il Capitale di Marx per esteso e chiedere di trovare l'errore.

P.S. Anche darmi del demente non è un argomento, però io non sono Schifani e non mi offendo.

 

Mettere l'articolo di Chomsky per intero e sfidarmi a trovare l'errore è un po' disonesto. Sarebbe come postare il Capitale di Marx per esteso e chiedere di trovare l'errore.

Beh, dai Artemio, quello no. Se metti il Capitale una mezza dozzina d'errori te li elenco io in 5 minuti, no?
:-)

Anyhow, non voglio "gang up" su di te, far from being my intention. Certo che i tuoi giudizi su NC sono ortogonali a tutto ciò che ho capito del suo ruolo nell'evoluzione della linguistica moderna.

Comunque, attendo l'articolo critico per ripensarci.

P.S. Gli aggettivi di Palma sono amichevoli; dice sempre lo stesso anche a me (in privato però, questo è vero).

Cercherò di preparare un articolo, mi ci vorrà del tempo. Volevo solo dire che la mia posizione ortogonale non l'ho inventata io, l'ho appresa da molti maestri. Quindi, se mi dovessi sbagliare, scaricherò la responsabilità sulle mie fonti :)

Nel frattempo gli interessati potrebbero leggere questo (inclusi i commenti - c'e' anche Steve Pinker - e la risposta degli autori).

A quanto pare, la discussione sulla validita' di UG e' ancora molto vivace e, con tutto il rispetto, dubito che la controversia sara' risolta con un post su nFA.

caro artemio keidan,

1. nessuno la mette/ra' al rogo. Le consiglio la letturea della vita del generale C. de Gaulle, sul tema

2. quel che dice di Panini e' una sciocchezza.

3. se vi fosse questa grande ortodossia non vi sarebbero programmi che la contraddicono (mah, ohibo! ci sono, come mai?)

4. l'unico cosidetto argomento che Lei diede e' che non esistono poverta' degli stimoli. Le riprodussi ome promemoria l'articolo in cui l'argomento viene presentato (si noti, mai viene richiesta o una conferma o una refutazione dotate di misure numeriche di quanto povero sia lo stimolo S se comparato a S2.) Le immense flatulenze da Lei prodotte vengono disperse dal vento del mattino. Se vi sono ovvi errori nell'argomento di poverta' dello stimolo (che Le ricordo, dipende dal teorema di Gold, nel caso le fosse sfuggito mentre leggeva Saussure.)

me ne dice, non la totalita' ma 10? 5?

per la sua comparazione con Das Kapital, le suggerisco di not mettersi (troppo) l'alluce in bocca, appunto perche' se ne trovano dozzine (di errori) e in varii punti del testo, persino dal "disputato" Tugan Baranowski, che tanto tedio' le masse alle giornate di nFA....

si immagini se le porto personale animosita'.......

purtroppo, come spesso accade in discussioni semplici, e' assai piu' facile gridare al lupo (e al lupo cattivo, Chomsky in combutta con pentagono!) piuttosto che produrre semplici, comprensibili risposte a domande.

le ripeto, per farle facile il compito, le scrivo il teorema

 

Gold's theorem (1967).

A version of it states that any class C of languages containing an
enumerable number of them L1, L2, L3,... and still a language L-omega,
such that

1.for any n, Ln is strictly included in Ln+1 and in L-omega;
2. whatever is in L-omega is in some Ln;

is unlearnable, i.e there is no learner able to learn each L-alpha in
C given any environment of sentences of L-alpha.

 

 

 

mi dice cosa e' errato?

 

con i miei piu' cordiali saluti

Le immense flatulenze da Lei prodotte vengono disperse dal vento del mattino. 

Bene, continuiamo questa pacata conversazione tra gentlemen.

Intanto ringrazio Valter Sorana per l'ottima citazione bibliografica, la cui lettura fornisce già molte risposte ai quesiti sollevati. Non ultimo, si dimostra, se ancora ce ne fosse bisogno, l'ingenuo anglocentrismo (o, quantomeno, eurocentrismo) della UG chomskyana: un numero non indifferente di lingue storico-naturali contraddice in toto o in parte non i dettagli, ma i principali assiomi di tale costruzione astratta.

2. quel che dice di Panini e' una sciocchezza.

Lei per caso ha letto e confrontato tra loro Pāṇini e Saussure? e poi, Pāṇini e Chomsky? Io sì (avendo fatto il dottorato su Pāṇini), e assicuro che in Pāṇini non c'è niente di simile al generativismo, se non il fatto che entrambi si occupano di grammatica. Mentre c'è molto strutturalismo, anche perché lo strutturalismo, e in generale la linguistica europea, storicamente deve molto a Pāṇini.

3. se vi fosse questa grande ortodossia non vi sarebbero programmi che la conotraddicono (mah, ohibo! ci sono, come mai?)

Non ho capito bene a cosa si riferisce qui, anche perché il fraseggio è un po' zoppicante

nel caso le fosse sfuggito mentre leggeva Saussure

La invito a non offendere Saussure: quale che sia il nostro giudizio su Chomsky, nulla se ne deduce sul conto di Saussure.

Se vi sono ovvi errori nell'argomento di poverta' dello stimolo (che Le ricordo, dipende dal teorema di Gold)

Il teorema di Gold (1967) ovviamente va bene. Viceversa, l'articolo di Chomsky (1959) che su di esso sarebbe basato (?!) non è un articolo di logica formale, ma di filosofia. I ragionamenti ivi contenuti si basano sulla verosimiglianza e sono soggettivi. Lui dice che lo stimolo negativo è insufficiente. E io dico che è sufficiente, mbeh? Non mi sembra che qualcuno avesse inventato una procedura di verifica per le affermazioni impressionistiche.

Finché non si conteggia sperimentalmente la quantità e la qualità dello stimolo (ed è stato fatto!) il discorso non può neanche iniziare.

Inoltre, con Gold accade ciò che accade sempre quando si cerca di applicare teoremi riguardanti linguaggi formali al linguaggio ordinario: non funziona più niente. Alcuni esempi:

- non è dimostrato che gli enunciati del linguaggio ordinario siano ricorsivi all'infinito: le frasi concrete sono sempre finite, e anche abbastanza corte. Chomsky dice: va beh, la memoria a breve termine fa cilecca. Obiezione: si rende infalsificabile la premessa.

- non è dimostrato fino a che punto e in che modo i parlanti del linguaggio ordinario ne sappiano effettivamente la grammatica. Chomsky se ne rese conto e cominciò a utilizzare il termine tecnico apposito to cognize invece di to know, per non incorrere in questo problema. Di nuovo: infalsificabilità della premessa.

Altri dettagli nel futuro post (se sarà accettato dalla redazione).

si immagini se le porto personale animosita'.......

Spero che, nonostante le apparenze, davvero non me ne porti.

gentile Keidan

palma 11/9/2010 - 09:51

purtroppo alla mia eta', nelle immortali parole di Galois "non ho tempo"-

Le corbellerie sono rappresentate in Stone theories da esse stesse.

Consideri: "non è dimostrato che gli enunciati del linguaggio ordinario siano ricorsivi all'infinito: le frasi concrete sono sempre finite, e anche abbastanza corte. Chomsky dice: va beh, la memoria a breve termine fa cilecca. Obiezione: si rende infalsificabile la premessa." dice Keidan

si osservi : non e' dimostrato che i numeri siano membri di un insieme non finito, infatti ogni numero e' in corrispondenza uno-a-uno con un insieme finito. 

Mi limito all'osservazione. Le sue accuse, carissimo, su grammatiche zoppicanti vengano rispedite.

Le auguro un eccellente anno nuovo e prosperita' per lei medesimo e la sua famiaglia.


Vedo che l'unico suo argomento è quello dei "numeri" (il resto è retorica). Prima di tutto, quali numeri??? Facciamo finta che siano quelli naturali. La sua affermazione è sbagliata: è ben dimostrato che i numeri naturali sono infiniti perché il loro insieme contiene il numero 1 ed è chiuso rispetto all'addizione.

Comunque, i numeri, in realtà, non c'entrano niente con il nostro discorso. I numeri sono astrazioni matematiche, mentre le frasi sono dati empirici. L'infinità dei numeri è una cosa che sottosta alla dimostrazione formale. L'infinita ricorsione delle frasi (presupposto del teorema di Gold) è un fatto empirico: finché non è stato osservato non esiste.

Ergo: il teorema di Gold è inapplicabile, e quindi l'innatismo che su di esso sarebbe basato dovrebbe cercarsi qualche altro argomento.

Notare, poi, che Gold non parla di innatismo, ovviamente, parla solo di "unlearnable". L'innatismo è un'inferenza arbitraria che fa Chomsky.

Caro Keidan, mi spiace Lei si ritrovi affetto dai morbi della modernita', e me ne dispiaccio assai sinceramente.

Purtroppo nelle scuole non insegnano a ragionare, e di questo tutti dovremmo avere doglie.

Per seguiro' il suo deviante sragionare.

Una premessa che i numeri siano un'astrazione "matematica" forse lo ha detto qualche demente, ma ha nulla per esser creduto vero. Ma si sorvoli.

Consideri il suo bizzarro argomento:

mentre i numeri sono membrid i un insieme chiuso sotto l'addizione, le frasi non sono chiuse, nel senso chelei adotta.

Soit, cher collegue.

Come forse avra' notato in Italiano, come in Cinese, se ho due frasi ("la mamma ha fatto i gnocchi" "Andreotti ha le orecchie lunghe") vi e' un'operazione (detta "congiunzione", non so se lo noto' nei suoi studi approfonditi) che forma "la mamma ha fatto i gnocchi e Andreotti ha le orechie lunghe."

Coem forse noto', tale operazioen e' ricorsiva. Che nessuno osservi tutte le frasi dell'Italiano ha la stessa rilevanze del fatto che nessuno osservi tutte le somme possibili.

ERGO, l'insieme delle frasi ammesse dalla grammatica (dell'Italiano, dello Svedese, di isiZulu, etc. -- guarda caso di tutte le lingue) non e' finito. Altrettanto non finito e' l'insieme i cui membri sono somme. Di che cosa lei "osservi", e francamente non lo so, poco ce ne cale. L'unico elemento che potrebeb apportare a sostegno delle sue bizzarre idee e' un caso in cui date due frasi dell'Italiano F1 e F2 non esista una frase F1&F2.

Se lo trova gliene saro' estremamente grato.

 

 

Delle sciocchezze che dice in metafisica della matematica, non val la pena di discutere. Vennero svelate tali dai tempi di Hume buonanima.

Le si augura una serata eccellente e scoperte sempre piu' sconvolgenti per mezzo delle "osservazioni."

 

Ritengo che Hume non abbia concluso proprio niente.

Il dibattito sulla natura degli enti matematici è ancora aperto

Le osservazioni di Hume, la citazione e' riportata dal Trattato, indicano, appunto, come vi sian una distinzione tra nozioni geometriche (ergo, per quanto sorprendente appaia, le scoperte delle nonEuclidee sono una conseguenze delle finte dimostrazioni di padre Saccheri, SJ del 1697,nel celeberrimo "Euclides ab omni nævo vindicatus"

Invece, o per contrasto, osservi come non vi siano le "aritmetiche non-aritmetiche" (il termine lo invento' il sottoscritto or-ora. Come mai?

Se invece lei vede ragioni per il suo finzionalismo in fenomei come la teoria degli insiemi.. li' ci sarebbe da discutere.

La mia personale opinione, che evito di argomentare, e' che i numeri (e nemmeno tutti i numeri) son tutto meno che insiemi....

 

Se l'argomento le interessa e porta genuini contribuit nuovi, le suggerisco di cominciar dalla "decostruzione" che tanto va di moda, delle indicazione di Alain Connes. Se si trova in difficolta' con le lingue, trova un agile volumetto edito in Italiano a cura di C. Milanesi, 

Titolo Pensiero e materia
Autore Changeux Jean-PierreConnes Alain
Prezzo € 20,66
Prezzi in altre valute
Dati 1991, 204 p., ill.
Traduttore Milanesi C.
Editore Bollati Boringhieri  (collana Saggi. Scienze)

 

 

Le metto, a pie' di pagina, il riferimento. Le auguro una eccellente domenica nel torpore delle riprese settembrine.

Hume's Principle appears in Frege's Foundations of Arithmetic, which quotes from Part III of Book I of David Hume's A Treatise of Human Nature. Hume there sets out seven fundamental relations between ideas. Concerning one of these, proportion in quantity or number, Hume argues that our reasoning about proportion in quantity, as represented by geometry, can never achieve "perfect precision and exactness", since its principles are derived from sense-appearance. He contrasts this with reasoning about number or arithmetic, in which such a precision can be attained:

Algebra and arithmetic [are] the only sciences, in which we can carry on a chain of reasoning to any degree of intricacy, and yet preserve a perfect exactness and certainty. We are possessed of a precise standard, by which we can judge of the equality and proportion of numbers; and according as they correspond or not to that standard, we determine their relations, without any possibility of error. When two numbers are so combined, as that the one has always a unit answering to every unit of the other, we pronounce them equal; and it is for want of such a standard of equality in [spatial] extension, that geometry can scarce be esteemed a perfect and infallible science. (I. III. I.)

Ho il testo di Changeux e Connes, ma non lo ho ancora letto.

Sto ancora a Frege e Russell, ma rifletterò sui suoi spunti

Grazie

Consideri il suo bizzarro argomento: mentre i numeri sono membrid i un insieme chiuso sotto l'addizione, le frasi non sono chiuse, nel senso chelei adotta

Se la prenda con il primo assioma per i numeri naturali di Peano, non con me:

  1. ogni numero naturale ha un successore e uno solo

Propongo di non continuare il tedioso dibattito sull'infinitezza dei numeri (con annesse farneticazioni personali sulla presunta "vera natura" dei numeri).

Invece, il discorso sulla ricorsività delle grammatiche è interessante.

Si afferma che un parlante distingue una frase grammaticale (tipo John loves Mary) da una non grammaticale (tipo Loves Mary John) grazie alla propria competenza linguistica. Il parlante sa che le frasi non grammaticali sono, in qualche modo, sbagliate, quindi da non usare. E infatti, si afferma, usiamo solo frasi grammaticali se vogliamo che la comunicazione abbia successo.

Ora, prendiamo un'ipotetica frase composta da 10 mila parole, che però segue rigorosamente le regole della sintassi. Tale frase è, di fatto, inutilizzabile, giacché la comunicazione è totalmente impedita dall'eccessiva mole della frase medesima.

Quindi, la vera domanda è: il non grammaticale chomskyano e la nostra lunga frase inutilizzabile sono sbagliati allo stesso modo o no?

La risposta non è affatto ovvia. Ci sono moltissime lingue con una sintassi molto meno rigida rispetto a quella dell'inglese. In queste lingue risulta estremamente difficile dire cosa sia effettivamente non grammaticale, cioè, l'errore sintattico è quasi impossibile da definire. In queste lingue le frasi possono essere valutate riguardo al loro essere più o meno adatte allo scopo comunicativo, più o meno riuscite o felici. A questo punto, la nostra frase di 10 mila parole rientrerà tra quelle non riuscite o comunicativamente inadatte. Quindi, si potrà concludere, la grammatica vieta, o almeno sconsiglia, frasi troppo lunghe.

Per tanto, la ricorsività infinita va a farsi benedire.

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Invece, ecco una bibliografia sulle prove sperimentali del fatto che lo stimolo linguistico, e in particolare il cosiddetto stimolo negativo (quello che spiega non come bisogna parlare, ma come non bisogna parlare), non sia affatto povero, ma, al contrario, ben presente nell'interazione tra genitori e bambino.

More recent findings have uncovered evidence indicating that failures of understanding occur with some regularity, and that there is a wealth of feedback about correct usage in the language-learning environment. For example:

  • Hirsh-Pasek, Trieman and Schneiderman (1984) studied interactions between 2 year olds and their parents, and discovered that caregivers repeated and corrected 20.8% of flawed sentences, whereas they only repeated (without correction) 12.0% of well-formed utterances.
  • Demetras, Post and Snow (1986) found that in general, only well-formed sentences were repeated verbatim by parents, and that ill-formed sentences were not repeated verbatim, but were rather followed by clarification questions (“What?” — indicating a lack of understanding) or expansions and/or recasts, correcting the error.
  • Bohannon and Stanowicz (1988) found that 34% of syntactic and 35% of phonological errors received some form of differential feedback (e.g., repetitions with corrections or explicit rejection of the utterance); that more than 90% of parents' exact repetitions follow well-formed sentences; and that more than 70% of recasts and expansions follow ill-formed utterances.
  • Chouinard and Clark's (2003) longitudinal study of five children learning language found that parents reformulate erroneous utterances more often than correct utterances, that they respond equally often to all error types (phonological, lexical, syntactic, semantic), and that they correct younger children, who make more errors, more frequently.
  • Perhaps most tellingly, Moerk (1991) performed a reanalysis of Brown's “Eve” transcripts (among those on which the 1970 ‘no feedback claim was based) and found many instances in which Eve's semantic and syntactic errors were explicitly corrected, including: her use of noun labels; VPs (tense, modality, auxiliaries); determiners and prepositions; word order (these last sorts of error were rare, but were invariably corrected).
  • Bohannon, MacWhinney and Snow (1990) review other results in this vein, as well as responding to nativist criticisms of these findings and their bearing on the unlearning problem.

1. una memoria o un libro scritto seriamente, su questi temi, deve essere presentato per la pubblicazione su una rivista internazionale con ``referee'', non su un sito (ancorche' rispettabile come questo)

2. sicuramente la memoria di Evans e Levinson, insieme ai commenti di tantissimi esperti di diverso orientamento, e alla risposta degli autori, mostra che il dibattito e' aperto; proprio per questo, l'asserzione che tale memoria ``dimostra'' questo o quello deve essere presa con cautela

3. la dicotomia tra ``chomskyani'' e ``antichomskyani'' rivela una personalizzazione della ricerca scientifica che non giova all'impresa; ma non credo che tale personalizzazione sia da attribuire all'autore di ``The Responsibility of Intellectuals''; infatti, ecco quello che egli ha da dire in proposito:

Though the point is obvious enough, it may nevertheless be worth saying that to the extent that a subject is significant and worth pursuing, it is not personalized; and I think that the questions we are addressing are significant and worth pursuing. The topis ``X's biology'' - or economics, or psychology, or whatever -select X as one likes, could only have a useful sense in a primitive stage of some inquiry, a stage that one would hope would be quickly surpassed as the subject becomes a cooperative enterprise, with ``X's linguistics,'' in our case, changing every time a journal appears, or a graduate student enters the office with some ideas to be thrashed out, or a classroom discussion leads to new understanding and fresh problems. All of this has been the norm for many years, fortunately, so that such phrases as ``X's linguistics'' are very much out of place, unless X is perhaps Panini or Wilhelm von Humboldt or Ferdinand de Saussure, with the understanding that even this is a substancial abstraction from a much more complex reality.

Similar comments apply to the proliferation of ``theories'' associated with one or another individual or group, again the sign of an immature discipline or a mistaken perception of the field as it actually evolves. To take a case that is close to home for me, such terms as ``government-binding theory'' should be abandoned, in fact should never have been used in the first place. Insofar as the concept of government enters into the structure of human language, every approach will have a theory of government, and the common task will be to determine just what this concept is and what exactly are the principles that it observes. Similarly, no approach to language will fail to incorporate some version of binding theory, insofar as referential dependence is a real  phenomenon to be captured in the study of language, this being a common enterprise. There are real questions about government and binding, but no tentative set of hypothesis about language has any proprietary claim to these topics. The same is true far more broadly, with no need here to provide examples. If some approach to the study of languae really does have doctrines or privileged notations that are not subject to challenge on pain of ``abandoning the theory'', some kind of perceived disaster, then we can be fairly confident that this approach is a byway to be avoided in the search for serious answers to serious questions.

[fonte: The Chomskyan Turn, edited by A. Kasher. Blackwell (1991), pp.3--4]

4. i commenti di Keidan, nel complesso, sono un buon esempio di come si possa essere formalmente cortesi esprimendo, allo stesso tempo, un disinvolto disprezzo per l'intelligenza altrui;

5. per quanto riguarda la questione della lunghezza, questo sembra essere semplicemente un punto sul quale il dibattito e' aperto: e allora?

ricordo a proposito le famosissime, irresistibili ''norme per la redazione di un testo radiofonico'' di Carlo Emilio Gadda (1953):

[...] Ciò avvertito, ecco le regole generali assolute per la stesura di ogni testo radiofonico, generali cioè valide per qualunque tipo di testo radiofonico:

1) Costruire il testo con periodi brevi: non superare in alcun caso, per ogni periodo, i quattro righi dattiloscritti; attenersi, preferibilmente, alla lunghezza normale media di due righi, nobilitando il dettato con i lucidi e auspicati gioielli dei periodi di un rigo, mezzo rigo.

2) Procedere per figurazioni paratattiche, coordinate o soggiuntive, anziché per figurazioni ipotattiche, cioè per subordinate (causali, ipotetiche, temporali, concessive). All'affermazione:

"Cesare, avendo accolto gli esploratori i quali gli riferirono circa i movimenti di Ariovisto, decise di affrontarlo",

sostituire: "Cesare accolse gli esploratori. Seppe dei movimenti di Ariovisto e decise di affrontarlo".

3) Il tono gnomico e saccadé che può risultare da un siffatto incanalamento e governo della piena (di idee) non dovrà sgomentare preventivamente il radiocollaboratore. Una dopo l'altra le idee avranno esito ordinato e distintamente percepibile al radioapparecchio: una fila di persone che porgono il biglietto, l'una dopo l'altra, al controllo del guardiasala. La consecuzione delle idee si distende nel tempo radiofonico e deve avere il carattere di un "écoulement", di una caduta dal contagocce. Ogni tumultuario affollamento di idee nel periodo sintattico conduce al "vuoto radiofonico".

4) Sono perciò da evitare le parentesi, gli incisi, gli infarcimenti e le sospensioni sintattiche. La regìa si riserva di espungere dal testo parentesi e incisi e di tradurli in una successione di frasi coordinate. Una parentesi di più che sei parole è indicibile al microfono. L'occhio e la mente di chi legge arrivano a superare una parentesi, mentre la voce di chi parla e l'orecchio di chi ascolta non reggono alla impreveduta sospensione. Nel comune discorso, nel parlato abituale, nella conversazione familiare non si aprono parentesi. Il microfono e il radioapparecchio con lui, è parola, è discorso. Non è pagina stampata. La parentesi è un espediente grafico e soltanto grafico. Seguendo nel parlato un'idea, non è opportuno abbandonarla a un tratto per correr dietro a un'altra in parentesi. E meglio liquidare la prima, indi provvedere alla seconda; così il cane da pastore azzanna l'una dopo l'altra le pecore per ricondurle al gregge: non può azzannarle a tre per volta. Congiunzioni temporali e modali e gentilmente avversative (dunque, pertanto, in tal caso, per tal modo, per altro, ma, tuttavia) permetteranno di agire in ogni evenienza con risultati apprezzabili, senza ricorrere a incisi, a parentesi.

5) Curare i passaggi di pensiero e i conseguenti passaggi di tono mediante energica scelta di congiunzioni o particelle appropriate, o con opportuna transizione, o con esplicito avviso (omettere l'avviso, la frase di transizione, unicamente allorché il passaggio possa venir affidato alla voce). L'ascoltatore non è profeta e non può prevedere "quando" il discorso muterà, "quando" il dicitore lascerà un'idea, o un seguito d'idee e d'argomenti, per venire ad altro.

6) Evitare le litòti a catena, le negazioni delle negazioni. La litòte semplice - negare il contrario di quel che si intende affermare - è gentile e civilissima figura. Molto redditizia al microfono e in ogni forma di discettazione ragionata o di esposto critico o storico, attenua la troppo facile sicurezza o l'asprezza eccessiva di chi afferma: crea un distacco ironico dal tema, o dal giudizio proferito. "Questa lirica non è malvagia". "La prosa del Barbetti non è delle più consolanti".
Ferale risulta invece all'ascolto la catena di litòti.
Alla seconda negazione la mente per quanto salda e agguerrita dell'ascoltatore si smarrisce nella giungla dei "non". Ogni "non" della tormentosa trenodìa precipita dal cielo del nulla a smentire il precedente, per essere a sua volta smentito dal seguente. Una doppia litòte è, le più volte, un problema di secondo grado. Difficile risolvere mentalmente un problema di secondo grado, impossibile risolvere un problema di terzo grado. Sarà bene vincere pertanto la seguente catena di tentazioni:

"Non v'ha chi non creda che non riuscirebbe proposta inaccettabile a ogni persona che non fosse priva di discernimento, il non ammettere che si debba ricusare di respingere una sistemazione che non torna certo a disdoro della Magnifica Comunità di Ampezzo".

Più radiofonico: "Tutte le persone di buon senso vorranno ammettere che la sistemazione onorevole proposta dalla Magnifica Comunità di Ampezzo è senz'altro accettabile".

7) Evitare ogni infelice ricorso a poco aggiudicabili pronomi determinativi o disgiuntivi o numerali o indefiniti, a modi qualificanti o indicanti comunque derivati o desunti dal pronome o dal numero: quello-questo, l'uno-l'altro, il primo-il secondo, esso, quegli, chi, ognuno, il quale, qualsivoglia d'essi, egli, ella, quest'ultimo. Deve apparir chiaro in su le prime a quali termini di una serie enunciata i detti pronomi si riferiscono. In caso contrario è meglio ripetere il termine, cioè il nome. Dopo aver elaborato una struttura sintattica risplendente di quattordici sostantivi singolari maschili uno via l'altro, il riattaccarsi con un "quello" o un "esso" all'uno dei quattordici (a quale?) induce l'ascoltatore in uno stato di tragica perplessità circa l'attribuzione del disperso trovatello (esso, quello) all'uno piuttosto che all'altro dei nomi proferiti. Evitare, possibilmente, di mettere in cantiere una frase come questa:

"Il veleno del dubbio e per contro il timore del peggio si erano insinuati fin dal vecchio tempo, e in ogni modo dopo il recente conflitto, non forse nell'insicuro pensiero ma certo nel tremante cuore del popolano di borgo e del valvassore di castello in tutto il territorio (tanto nel fertile piano che sul colle amenissimo) del piccolo ducato e del congiunto priorato, protetti entrambi contro il tentato sopruso dell'esercito di Conestabile e contro il sistematico assedio del reggimento di Catalogna dall'impeto stagionale dell'affluente del Rodano, e sovrastati a tergo dal nero massiccio del Courtadet, già ricetto di un antico raduno conventuale ed ora di un pauroso brigantaggio: quello non meno sciagurato di questo".

Dove "quello" può riferirsi a:

veleno del dubbio, vecchio tempo, insicuro pensiero, popolano di borgo, fertile piano, piccolo ducato, sopruso dell'esercito del Conestabile, impeto dell'affluente del Rodano, antico raduno conventuale.

8) Evitare le rime involontarie, obbrobrio dello scritto, del discorso, ma in ogni modo del parlato radiofonico. Una rima non voluta e inattesa travolge al ridicolo l'affermazione più pregna di senso, il proposito più grave. La regìa si riserva la facoltà di emendare dal vezzo d'una rima il testo che ne andasse eventualmente adorno.

9) Evitare le allitterazioni involontarie, sia le vocaliche sia le consonantiche, o comunque la ripetizione continuata di un medesimo suono. Le allitterazioni sgradevoli costituiscono inciampo a chi parla, moltiplicano la fatica e la probabilità di errore (pàpera). Ciò che è peggio interrompono l'ascolto con dei tratti non comprensibili, e non compresi di fatto. All'udire, talvolta, certe frasi di romanza, non si percepisce il significato dei vocaboli, che escono frantumati dalla gola di chi canta: il motivo musicale, ossia l'aria, appoggiato sugli "are" e sugli "ore" di un poetico nonsense, ci avvince con la sua mélode, esaudisce da solo la nostra sete di bellezza.
Ma il parlato radiofonico non è pretesto o supporto a una frase musicale; deve essere compreso per se stesso; il suo valore deriva unicamente dal contenuto logico. Un esempio di allitterazione vocalica: i versi danteschi:

            Suso in Itàlia bella, giàce un làco
            E quella a cui il Sàvio bàgna il fiànco

orchestrati in a sulle sedi toniche, risultano difficilmente comprensibili all'apparecchio: si risolvono in una irruzione di a nella tromba timpanica dell'ascoltatore frastornato; irruzione a cui non corrisponde, per cause meramente fisiche, un adeguato fissaggio di immagini.

10) Evitare le parole desuete, i modi nuovi o sconosciuti, e in genere un léssico e una semantica arbitraria, tutti quei vocaboli o quelle forme del dire che non risultino prontamente e sicuramente afferrabili. Figurano tra essi:
a) i modi e i vocaboli antiquati;
b) i modi e i vocaboli di esclusivo uso regionale, provinciale, municipale;
c) i modi e i vocaboli, talora arbitrariamente introdotti nella pagina, della supercultura (p. e. della supercritica), del preziosismo e dello snobismo;
d) i modi e i vocaboli delle diverse tecniche; della specializzazione;
e) i modi e i vocaboli astratti.

11) Evitare le forme poco usate e però "meravigliose" della flessione, anche se provengono da radicali (verbali) di comune impiego. Non tutti i verbi sono utilmente coniugabili in tutti i tempi, modi e persone. È questa una superstizione grammaticale da cui dobbiamo cercare di guarirci. Il verbo rappattumarsi genera uno sgradevole e male assaporato ti rappattumi (seconda singolare indicativo presente), il verbo agire genera, al primo udirlo, un incomprensibile agiamo (prima plurale indicativo presente), il verbo svellere uno svelsero (terza plurale indicativo remoto) alquanto indigesto, il verbo dirimere e il verbo redigere degli insopportabili perfetti. Tali mostri sono figli legittimi della coniugazione, ma la legittimità dei natali non li riscatta dalla mostruosità congenita.

infine, sempre a proposito della lunghezza, il paragone con i numeri naturali non mi sembra inappropriato

1. una memoria o un libro scritto seriamente, su questi temi, deve essere presentato per la pubblicazione su una rivista internazionale con ``referee'', non su un sito (ancorche' rispettabile come questo)

In realtà, non c'è bisogno di nessuna particolare memoria o libro scritto: io non ho inventato niente, ho cercato di riferire la communis opinio di molti linguisti, che è già abbondantemente documentata e descritta altrove. Semmai a qualcuno interessasse, si potrebbe postare un piccolo riassunto dello stato della questione, a scopi puramente divulgativi.

2. sicuramente la memoria di Evans e Levinson, insieme ai commenti di tantissimi esperti di diverso orientamento, e alla risposta degli autori, mostra che il dibattito e' aperto; proprio per questo, l'asserzione che tale memoria ``dimostra'' questo o quello deve essere presa con cautela

Per lo stesso motivo, l'asserzione che Chomsky "avrebbe dimostrato l'innatismo" va presa con la medesima cautela.

Ad esempio, una fonte generata dalla "intelligenza collettiva", e quindi—si presume—esente da pregiudizi, ossia Wikipedia, introduce il discorso con le seguenti parole:

It is a popular misconception that Chomsky proved that language is entirely innate and discovered a "universal grammar" (UG).

 

 

 

4. i commenti di Keidan, nel complesso, sono un buon esempio di come si possa essere formalmente cortesi esprimendo, allo stesso tempo, un disinvolto disprezzo per l'intelligenza altrui;

Anziché insultarmi continuamente avrebbe potuto, in quanto matematico, intervenire autorevolmente nel divertente siparietto, mio e di Palma, riguardante l'infinitezza dei numeri.

Invece, questo è un esempio di quanto Chomsky stesso sia gentile con i suoi oppositori scientifici (non politici!):

Well, the issue of innateness of language is a curious one. There is a huge literature arguing against the innateness of language; there's nothing defending the thesis. So the debate is kind of funny in that it is one-sided. Lots of people reject the proposal that language is innate but nobody ever answers them. The reason why nobody answers is that the arguments make no sense. There's no way to answer them.

Al confronto, io sono San Francesco d'Assisi.

 

5. per quanto riguarda la questione della lunghezza, questo sembra essere semplicemente un punto sul quale il dibattito e' aperto: e allora?

È una questione piuttosto importante. Se viene messa in discussione la ricorsività della sintassi e il concetto di giudizio di grammaticalità crolla tutta la costruzione logica iniziale.

[abbiamo iniziato con il tu, se non ti dispiace continuerei con il tu]

 

1.

Per lo stesso motivo, l'asserzione che Chomsky "avrebbe dimostrato l'innatismo" va presa con la medesima cautela.

il punto e' un altro: tu sei partito in quarta affermando (senza fondamento alcuno) che:

 

Noam Chomsky è lo scienziato più disonesto, malizioso e impostore del secondo dopoguerra.

e poi ancora (e ancora senza poter documentare questa tua affermazione):

 

Più in generale, penso che una persona che, nella vita di tutti i giorni può tranquillamente dichiarare che l'Olocausto non c'è stato, e che i Khmer rossi non hanno ucciso nessuno (sic!), anche nella sua attività scientifica non sia del tutto affidabile

ora, tutto questo e' molto diverso che dire che non ha dimostrato le sue tesi;

e' al riguardo istruttivo leggere quello che ha da dire su se stesso:

domanda: how well you assess your own contributions to linguistics?

risposta: they seem sort of pre-Galilean

domanda: like physics before the scientific revolution in the seventeenth century?

risposta: yes. in the pre-Galilean period, people were beginning to formulate problems in physics in the right way. The answers weren't there, but the problems were finally being framed in a way that in retrospect we can see was right... [m]y feeling is that someday someone is going to come along and say, ``look, you guys, you're on the right track, but you went wrong here. It should have done this way.'' Well. that will be it. Suddenly things will fall into place.

ed e' anche istruttivo leggere quello che Hilary Putnam, professore a Harvard (credo ora in pensione) che viene definito da Pinker come ``uno dei suoi critici piu' severi'', ha da dire sul suo conto:

When one reads Chomsky, one is struck by a sense of great intellectual power; one knows one is encountering an extraordinary mind. And this is as much a matter of the spell of his powerful personality as it is of his obvious intellectual virtues: originality, scorn for the faddish and the superficial; willingness to revive (and the ability to revive) positions (such as the ``doctrine of innate ideas'' that had seemed passe'; concern with topics, such as the structure of the human mind, that are of central and perennial importance

1.1

Ad esempio, una fonte generata dalla "intelligenza collettiva", e quindi—si presume—esente da pregiudizi, ossia Wikipedia, introduce il discorso con le seguenti parole: [...]

ma come puoi seriamente credere che wikipedia sia esente da pregiudizi?

2.

In realtà, non c'è bisogno di nessuna particolare memoria o libro scritto: io non ho inventato niente, ho cercato di riferire la communis opinio di molti linguisti, che è già abbondantemente documentata e descritta altrove. Semmai a qualcuno interessasse, si potrebbe postare un piccolo riassunto dello stato della questione, a scopi puramente divulgativi.

la memoria di Evans e Levinson, insieme alle risposte di molti linguisti di vario orientamento, e alla replica degli autori, gia' rende l'idea

sarebbe il caso che tu inventassi qualcosa, se vuoi dare un contributo allo scibile: ma e' prima necessario che tu impari a non citare a casaccio e a non attribuire agli altri affermazioni che non hai letto tu con i tuoi occhi su fonti primarie; questi non sono ''insulti'' ma osservazioni, visto che su questo sito c'e' la documentazione del fatto che hai accusato N.C. di aver scritto cose, virgolettando certe affermazioni, e senza saper dare un riferimento bibliografico preciso;

3.

Anziché insultarmi continuamente avrebbe potuto, in quanto matematico, intervenire autorevolmente nel divertente siparietto, mio e di Palma, riguardante l'infinitezza dei numeri.

non mi sembra di avere insultato qualcuno; non ho riletto quello che ho scritto; se ho insultato qualcuno gli chiedo scusa; ho solo descritto l'irritazione che deriva dal fatto che quella frase, tirata fuori da non si sa bene quale contesto, che si puo' piu' o meno tradurre con: ''in linea di principio, il negazionismo non implica l'antisemitismo'', viene a un certo punto capricciosamente interpretata (da te) come ''io sono negazionista'' (ma solo a un certo punto, visto che in un primo momento avevi detto che ''se non e' negazionismo, poco ci manca'', affermazione che per conto suo ha dei problemi di senso, visto che non si sa bene che cosa significhi essere ``quasi'' negazionisti, certo non piu' di quanto non ne abbia dire che una donna e' ``quasi'' incinta);

piuttosto, e' un insulto verso i propri interlocutori l'ostinazione con cui leggi fischi per fiaschi: le parole hanno un significato, che non viene deciso da Humpty Dumpty, ma dal vocabolario: e' il vocabolario che comanda!

ed e' un insulto verso i propri interlocutori l'ostinazione con cui ti rifiuti di leggere Riflessioni sul Medio Oriente, dove la tesi del negazionismo viene chiaramente rigettata, o di riflettere sul fatto che l'autore e' un ebreo, o di considerare che, oltre al pezzo contenuto in Riflessioni sul Medio Oriente, ci sono molti altri interventi da cui si capisce che quella e' una bugia bella e buona;

 

le questioni di filosofia della matematica sono difficili, profonde, forse irrisolvibili; e' piu' facile parlarne che venirne a capo; anche per questo non mi sono intromesso; poi i matematici sono portati a credere che le questioni di filosofia della matematica siano chiacchiere inutili; personalmente non credo piu' che sia cosi', ma per inerzia mantengo le distanze; se proprio ci tieni, mi limito a due osservazioni, che non sono indipendenti tra di loro:

3.1. e' difficile contare uno a uno tutti gli abitanti di una citta' di 10.000 abitanti; la memoria a breve termine fa cilecca; bisogna prendere appunti, ci vogliono registri, molta carta, bisogna evitare di contare due volte la stessa persona, e bisogna contare tutti gli abitanti, senza dimenticarne alcuno; ecc.; cio' non toglie che possiamo concepire che una citta' abbia diecimila abitanti, o anche diecimila e uno, o anche diecimila e due, eccetera eccetera! ecco: in questo eccetera eccetera (la ricorsivita?) sta tutto il punto: ed e' un punto molto importante, che non si lascia sussumere negli assiomi di Peano (vedi oltre, al punto 3.2); e' una intuizione primaria, qualcosa che a un certo punto noi essere umani riusciamo a concepire, non so bene dire per quale motivo (che sia una idea innata che ha qualcosa a che fare con il Merge di Chomsky?)

[e' noto che esiste anche un'altra intuizione fondamentale: quella del continuo; e' possibile esprimere una in termini dell'altra, attraverso una operazione di ``riduzione''; a mio avviso questa operazione di riduzione e' la cosa sbagliata da fare; il matematico Manin ha scritto di recente su questo tema: vedi alcuni suoi interventi su Notices of the American Mathematical Society, e il suo libro Mathematics as Metaphor]

allo stesso modo, una frase lunghissima, a un certo punto, ci sfugge di mano, dal punto di vista sintattico, e abbiamo bisogno di prendere appunti per poterci giocare; ma possiamo benissimo concepirla, questa frase lunghissima; sinceramente, non ho capito bene quale sia il problema che tu poni; io non ci vedo problemi (ma non escludo che ve ne siano, e non protesto se se ne discute); 

3.2. e' facile dire: prendi gli assiomi di Peano, fanno tutto loro! su questo punto, sentiamo cosa ha da dire Henri Poincare' (da ``Scienza e Ipotesi''):

Il giudizio su cui poggia il ragionamento per ricorrenza può essere messo in varie forme; si può dire per esempio che in una collezione infinita di numeri interi diversi, ve ne è sempre uno più piccolo di tutti gli altri. Si potrà passare facilmente da un enunciato all’altro e darsi l’illusione di aver dimostrato la legittimità del ragionamento per ricorrenza. Ma ci si fermerà sempre, si perverrà sempre a un assioma indimostrabile che non sarà in fondo altro che la proposizione da dimostrare tradotta in un altro linguaggio.
Non ci si può dunque sottrarre alla conclusione che la regola del ragionamento per ricorrenza è irriducibile al principio di contraddizione.
Questa regola non può neppure venirci dall’esperienza; quel che l’esperienza potrebbe insegnarci è che la regola è vera per i primi dieci, centro numeri, non può raggiungere la serie infinita dei numeri, ma soltanto una porzione più o meno lunga ma sempre limitata di questa serie.
Se si trattasse soltanto di questo, il principio di contraddizione basterebbe, ci permetterebbe sempre di sviluppare quanti sillogismi vogliamo, è soltanto quando si tratta di racchiuderne un’infinità in una sola formula, è soltanto di fronte all’infinito che questo principio fallisce, ed è anche qui che l’esperienza diventa impotente. Questa regola, inaccessibile alla dimostrazione analitica e all’esperienza è il vero tipo di giudizio sintetico a priori. Non si potrebbe neppure considerarlo come una convenzione, come per certi postulati della geometria.
Perché dunque questo giudizio si impone a noi con irresistibile evidenza? È perché non è altro che l’affermazione della potenza del pensiero che si sa capace della ripetizione indefinita dello stesso atto appena questo atto è possibile una volta. Il pensiero ha un’intuizione diretta di questa potenza e l’esperienza non può essere per lui altro che un’occasione di servirsene e di qui prenderne coscienza.
Ma, si dirà, se l’esperienza bruta non può legittimare il ragionamento per ricorrenza, la stessa cosa accade per l’esperienza aiutata dall’intuizione? Vediamo successivamente che un teorema è vero per 1, per 2, per 3 e così via, la legge è evidente, diciamo, e lo è allo stesso titolo di ogni legge fisica che poggia su osservazioni il cui numero è molto grande ma limitato.
Non si può disconoscere che vi è qui un’analogia evidente con i procedimenti abituali dell’induzione. Ma esiste una differenza essenziale. L’induzione applicata alle scienze fisiche è sempre incerta, perché riposa sulla credenza in un ordine generale dell’universo, ordine che è fuori di noi. L’induzione matematica, cioè la dimostrazione per ricorrenza, s’impone al contrario necessariamente perché non è altro che l’affermazione di una proprietà del pensiero stesso.

mi sembra che la posizione di Poincare' sia vicina a quella di Chomsky, e quindi  darebbe ragione a Palma (anche se la stessa cosa puo' essere detta in vari modi); 

poi ci sarebbe ancora un altro senso in cui la nostra intuzione degli interi non si lascia sussumere sotto gli assiomi di Peano, e sarebbe l'esistenza di ``modelli strani'' degli assiomi di Peano; ho imparato qualcosa su questo tema da un mio amico logico; ci vuole una certa preparazione per entrare nei dettagli, una preparazione che non si puo' improvvisare; mi limito a ribadire che noi abbiamo una ``intuizione'' dei numeri naturali,  e questa intuizione precede gli assiomi di Peano, e che non e' giusto confondere le due cose;

4.

Invece, questo è un esempio di quanto Chomsky stesso sia gentile con i suoi oppositori scientifici (non politici!):

Well, the issue of innateness of language is a curious one. There is a huge literature arguing against the innateness of language; there's nothing defending the thesis. So the debate is kind of funny in that it is one-sided. Lots of people reject the proposal that language is innate but nobody ever answers them. The reason why nobody answers is that the arguments make no sense. There's no way to answer them.

Al confronto, io sono San Francesco d'Assisi.

non vedo perche' dovremmo strapparci le vesti per queste semplici osservazioni; a nessun uomo viene in mente di dire che ``ho imparato da mio padre a farmi crescere la barba'', perche' tutti sappiamo che si tratta di un processo programmato a livello biologico, che avviene a una certa eta', e non prima, ecc. ecc. ; ma quando si parla di linguaggio, il pensiero che esso sia, o almeno possa essere, similmente governato da meccanismi innati, ecco: questo pensiero, per qualche motivo, da certe parti non viene visto come una cosa ovvia o verosimile, ma come una idea da combattere; cosa c'e` di scandaloso o scortese in queste parole?

5.

È una questione piuttosto importante. Se viene messa in discussione la ricorsività della sintassi e il concetto di giudizio di grammaticalità crolla tutta la costruzione logica iniziale.

tante cose di possono mettere in discussione; in particolare, anche il pensiero dell'autore di Riflessioni sul Medio Oriente (che ti consiglio di leggere quando avrai finito di leggere the anti chomsky reader) puo' essere messo in discussione; ma il punto e' un altro, l'ho gia' toccato all'inizio di questo messaggio, e quindi mi limito a rinviare (ricorsivamente?) al punto 1. di questo intervento

Per lo stesso motivo, l'asserzione che Chomsky "avrebbe dimostrato l'innatismo" va presa con la medesima cautela.

Almeno qui, su nFA, questa enorme boiata non l'ha mai scritta nessuno. Certo nessuno dei tre (Di Biase, Palma ed i sottoscritto) che si è altamente sorpreso alla tue frasi iniziali (non credo sia necessario io faccia copy and paste) su NC ... Che il "popolo" creda cose strane è uno dei temi costanti di nFA ... ma, come dire, chi scrive su nFA (ed una buona parte di chi lo legge) tende a non appartenere a quel "popolo che crede in cose strane" ...

Questo vale anche per il fatto che NC possa andarci giù duro: so what? Debbo sentirmi responsabile, per estensione, di tutte le sue teorie politiche solo perché considero interessante il suo programma di ricerca in linguistica?

Idem per la matematica ed i numeri, ma vedo che (nelle more causate dalla mia cena) Fausto ha già chiarito abbondantemente.

Facciamo così: scordiamoci le improbabili ed ingiustificate affermazioni da cui questa discussione è partita e concentriamoci su quello che c'è da imparare. Ovvero: a che punto sta, per semplificare, il dibattito sull'esistenza di un "istinto del linguaggio" o di una qualche "grammatica generativa innata" in linguistica? Come viene articolata ora l'ipotesi originalmente chomskyana, quale evidenza a suo favore e quale evidenza contraria? In altre parole, è vivo o morto il programma di ricerca innatista, in linguistica, e quali sono le osservazioni che lo mettono in difficoltà e fanno dubitare di esso?

Su NC ognuno è libero di pensarla come vuole, io tendo a pensarla come il Putnam che Fausto cita, tanto per dire. Eviterei, comunque, d'accusarlo di crimini assurdi, come Artemio, preso forse dal fastidio per le posizioni politiche del Noam, aveva fatto all'inizio di questo dibattito.

P.S. C'entra poco, ma non so resistere. Si parva licet ... : quando abbandono sconfortato molte discussioni con i "dilettanti che sanno già tutto" (sempre più frequenti su nFA) ho in mente esattamente le ragioni che Chomsky esprime dicendo

The reason why nobody answers is that the arguments make no sense. There's no way to answer them.

In economia - ancor più che in linguistica, sembra a me, ma è possibile che sia selection bias - troppa gente vuole discutere di questioni veramente complicate ed irrisolte (che anche solo per essere formulate quali "domande" abbisognano d'anni di studio paziente) senza nemmeno aver capito di cosa si stia parlando. È una forma particolare d'arroganza (ampiamente documentata sperimentalmente dagli psicologi) tipica di chi meno sa e più crede di sapere/potere.

Contrariamente a ciò che uno potrebbe pensare, tale irritante ed invincibile arroganza non è limitata ai politici italiani ... sembra altamente diffusa anche fra i loro elettori, in modo del tutto bipartisan.

[...] Ora sto andando a dormire, e non ho tempo per argomentare in modo approfondito

mi ricorda Fermat, quando scrive:

Cubum autem in duos cubos, aut quadratoquadratorum in duos quadratoquadratos, et generaliter nullam in infinitum ultra quadratum potestatem in duos euisdem nominis fas est dividere cuius rei demonstrationem mirabilem sane detexi. Hanc marginis exiguitas non caperet

 

 

La discussione su "Perché la convinzione che siamo nati buoni serve al politico che vuole controllare il mondo?" mi sembra improntata ad un equivoco.

Da tempo immemorabile tutti quelli che hanno cercato di convincerci che, se davamo il potere a loro, avrebbero messo in atto una grande riforma sociale che ci avrebbe ricondotto nell'Eden, han sempre sostenuto le stesse cose:

- Allo stato naturale l'uomo è "buono"- dove "buono", che non vuol dire un piffero di per sé come correttamente insiste Palma, va interpretato nel senso di "avente le caratteristiche che il profeta di turno ritiene desiderabili".

- La società, il mondo così come è oggi, l'ha rovinato, alienato, alterato, corrotto, reso peccatore, eccetera. Ma questa alienazione dell'uomo dalla sua "bontà" intrinseca è il prodotto artificiale della mala conduzione della società, non uno stato di natura. Nello stato di natura originale l'uomo era buono. Il suo non essere buono ora e' un artificio sociale, della mala conduzione della societa'.

- Mala conduzione che è attribuibile ad alcuni, rarissimi, "cattivi", inviati sulla terra dal diavolo, il nemico del profeta o del dio che egli rappresenta e nel nome del quale parla. O dell'altro pensiero, quello erroneo contro cui il profeta predica e combatte. Tali cattivi sono gli strumenti dell'alienazione: non è improbabile che essi pure potessero essere "buoni" ma sono stati così catturati dal male sociale da essere inevitabilmente corrotti.

- Trucidati, eliminati, imprigionati, bruciati, fucilati, espulsi, ricondizionati i cattivi, il resto del popolo, la grande maggioranza del popolo, riscoprirà la sua bontà sotto la guida del profeta o, almeno, quella dei suoi discepoli e, soprattutto, dei suoi precetti.

In secula seculorum, amen.

Michele:

d'accordo sul resto, ma

 "buono", non vuol dire un piffero di per sé come correttamente insiste Palma, va interpretato nel senso di "avente le caratteristiche che il profeta di turno ritiene desiderabili".

questa idea che dobbiamo essere uguali e' antica, nel bene e nel male. Almeno quanto i Gracchi, circa 133 avanti Cristo. I Gracchi erano, e sono, miei eroi. Anche se l'ambizione personale muoveva (vedi la pagina 163) loro come credo e spero tanti altri.

Aldo, certo. E ci siamo capiti.

Io ho solo cercato di evitare che tu e Palma, che usate dialetti ed idioletti distinti, finiste in corto circuito dicendo la medesima cosa, almeno nelle mie traduzioni dai vostri dialetti ed idioletti ai miei.

That's all.

Hard to disagree on basic things after so many years, la maledetta common knowledge di JG&HP rules...

questa idea che dobbiamo essere uguali e' antica, nel bene e nel male. Almeno quanto i Gracchi, circa 133 avanti Cristo.

 

Nulla di più relativo del concetto di eguaglianza.

A voler essere precisi e sempre rimanendo nell'ambito mediterraneo, prima dei Gracchi c'erano arrivati i Greci.

Gli spartani liberi si definivano tra loro "gli uguali" (oi homòioi) e tale condizione di perfeta uguaglianza e di cui andavano fieri fu, secondo la tradizione, il frutto delle riforme di Licurgo, il quale, come ci dice Plutarco, poichè

"a Sparta regnava un'abominevole disparità di condizioni sociali tra i cittadini e vi si aggirava un gran numero di diseredati, che non possedevano un palmo di terra, perché tutta la ricchezza era concentrata nelle mani di poche persone »... « [Licurgo] ripartì il territorio della Laconia in 30.000 lotti, dati in assegnazione agli abitanti del contado, i Perieci, e quello dipendente dalla città in 9.000, quanti erano gli Spartani veri e propri"

Anche ad Atene la domocrazia e l'eguaglianza politica furono rese effetive ben prima dei Gracchi dalle riforme di Clistene (508 a.c.).

Peccato che Licurgo, Clistene ed i Gracchi si dimenticassero di donne, schiavi, iloti e stranieri, che erano esclusi dal "club".

Il concetto di uguaglianza universale è recente e, a conti fatti, neanche tanto universale.

 

 

Da tempo immemorabile tutti quelli che hanno cercato di convincerci che, se davamo il potere a loro, avrebbero messo in atto una grande riforma sociale che ci avrebbe ricondotto nell'Eden, han sempre sostenuto le stesse cose:

- Allo stato naturale l'uomo è "buono"- dove "buono", che non vuol dire un piffero di per sé come correttamente insiste Palma, va interpretato nel senso di "avente le caratteristiche che il profeta di turno ritiene desiderabili".

 

ho qualche dubbio in proposito. Anche quelli che sostenevano per principio che l'uomo non è buono, anzi è malvagio, avevano o supportavano o sono stati usati per supportare, una agenda politica che finiva con

Trucidati, eliminati, imprigionati, bruciati, fucilati, espulsi, ricondizionati i cattivi

Vedi la tradizione Paolo-Agostino-Lutero, con la giustificazione della schiavitù o del potere assoluto (Lutero e la guerra dei contadini); vedi la tradizione cattolico per cui l'uomo ha bisogno del depositum fidei e della mediazione della chiesa gerarchica (e se legge la bibbia da solo ci pensa l'Inquisizione); vedi la giustificazione hobbesiana dell'assolutismo... ecc. ecc.

Mentre ad es. la tradizione cristiana con un atteggiamento meno "siete tutti dannati!!!burn in hell!!!", diciamo Pelagio-Socini-Erasmo-Zwingli-Roger Williams, almeno ha sostenuto la tolleranza religiosa, che magari è meglio della guerra dei Trent'anni o delle streghe di Salem.

se poi la polemica era contro il marxismo...Marx non è Rousseau, non mi pare che parli di natura umana buona o di passato edenico. Just my two cents 

 

 

 

Two cents more (il fumetto originale è meglio ma difficile da linkare...):

"L'homme est-il bon?" di Moebius

C'è qualche affermazione in controtendenza rispetto alle teorie che vorrebbero i politici affermare che gli uomini sono buoni.

    [...] If men were angels, no government would be necessary.   If angels were to govern men, neither external nor internal controls on government would be necessary. In framing a government which is to be administered by men over men, the great difficulty lies in this: you must first enable the government to control the governed; and in the next place oblige it to control itself. A dependence on the people is, no doubt, the primary control on the government; but experience has taught mankind the necessity of auxiliary precautions. [...]   In the compound republic of  America, the power surrendered by the people is first divided between  two distinct governments, and then the portion allotted to each subdivided among distinct and separate departments. Hence a double security arises to the rights of the people. The different governments will control each other, at the same time that each will be controlled by itself. Second. It is of great importance in a republic not only to guard the society against the oppression of its rulers, but to guard one part of the society against the injustice of the other part. Different interests necessarily exist in different classes of citizens. If a majority be united by a common interest, the rights of the minority will be insecure. There are but two methods of providing against this evil: the one by creating a will in the community independent of the majority that is, of the society itself; the other, by comprehending in the society so many separate descriptions of citizens as will render an unjust combination of a majority of the whole very improbable, if not impracticable. The first method prevails in all governments possessing an hereditary or self-appointed authority. This, at best, is but a precarious security; because a power independent of the society may as well espouse the unjust views of the major, as the rightful interests of the minor party, and may possibly be turned against both parties. The second method will be exemplified in the federal republic of the United States. (Da:   FEDERALIST No. 51    Friday, February 8, 1788.
    HAMILTON OR MADISON )

Mi pare che qui sia chiaro che almeno i padri fondatori erano consapevoli che governati e governanti non sono angeli.

Francesco

 

per la cronaca, Kant era dello stesso avviso (la famosa citazione del legno storto:

Aus so krummem Holze, als woraus der Mensch gemacht ist, kann nichts ganz Gerades gezimmert werden

 

 

dalla "storia generale, con scopi cosmpoliti".)

In effetti tutte le tradizioni a cui riesco a far riferimento notano come vi sia o uno "stato naturale" (in cui forse gli umani son buoni) che e' corrotto da storia, fatti, prevalenza degli egotimsi ed egoismi, oppure una realta' in cui gli umani angeli non sono (e proprio per questo servono, necessitano!, istituzioni, guardiani, carceri, sorvegliare e punire.)

 

Due: Chomsky e i suoi critic. La metto giu' breve. In scienza, son scemenze (Horwitz e' cretino o quasi), in politica le due cose hanno nulla a che fare.

Il primo articolo di chomsky e' per la caduta di Barcellona. Ecco.. mentre in scienza (della mente/linguaggio che e' la stessa cosa, non chiedete perche') NaC progrdi' parecchio, in politica ha le stesse idee degli anni '30, europei.


In effetti tutte le tradizioni a cui riesco a far riferimento notano come vi sia o uno "stato naturale" (in cui forse gli umani son buoni) che e' corrotto da storia, fatti, prevalenza degli egotimsi ed egoismi, oppure una realta' in cui gli umani angeli non sono (e proprio per questo servono, necessitano!, istituzioni, guardiani, carceri, sorvegliare e punire.)

Trattasi a mio avviso di tradizioni di orgine platonica, in riferimento comunque a periodi d'oro (arcadia) o di stato naturale (Rousseau) o paradisi terrestri. In questo stato di cose si viveva vicino a Dio (o agli dei) e man mano che l'uomo si è allontanato ha perso il suo stato puro ed è diventato corrotto e corruttibile. Credo che la scienza oggi possa sfatare questi "miti", anche se gli scienziati stessi .... non sempre sono angeli. :-)

Francesco

David Horowitz ha certamente un'agenda che, che un po' come quella di Chomsky al contrario, è evidente in tutti i suoi libri. Ricordo, tuttavia, di aver letto due suoi articoli riguardanti Noam Chomsky e Rigoberta Menchu. Nel primo, si diceva che la ricerca di Chomsky era stata finanziata per circa vent'anni(?) dal pentagono, mentre il secondo era titolato: "I Rigoberta Menchu, liar". Tralasciando le qualità mentali di Horowitz e la sua agenda, non mi sembra irrilevante chiedersi se le sue affermazioni siano veritiere o no.

in pentagonalese

palma 6/9/2010 - 14:03

 

 

 

With respect, sir, the above is horse manure.

The totality of what we shelled out to the creep Noam Chomsky is peanuts. It is for the article

on the 3 models for the description of language, and while he's a creep he did give us credits:

as in

-.-
4This work was supported in part by the Army
(Signal Corps), the Air Force (Office of Scientific
Research, Air Research and Development Command),
and the Navy (Office of Naval Research), and in
part by a grant from Eastman Kodak Company

 

 

 

 

After that he got ants in his pants while the corps was getting gooks in nam.

With respect, Sir.

 

 

 

 

attached, the documentation from 1956

 

 

 

 

 

Grosso modo quella in pentagonalese l'ho capita ma se quella su Rigoberta Menchu me la devi dire in quechua posso farne a meno. Comunque sei di una simpatia travolgente.

Mi ricordi mio fratello, che era appassoinato d'Africa e, al tennis club di Genova, s'incazzava se il cameriere non prendeva le sue ordinazioni in swahili.

 

did you mean

 

After that he got ants in his pants while the corps was getting reamed by gooks in nam.

btw, "gooks"? Not Victor Charlie? 


 

Apro e chiudo la polemica ma, nel 1968, chi è stato "getting reamed" è per lo meno dubbio.

gooks, gooks, ain't funny while the corps ain't getting any less reamed in kandaFhar--

semper fi

ain't 9-11 funnt

never fi

Ricordo, tuttavia, di aver letto due suoi articoli riguardanti Noam Chomsky e Rigoberta Menchu. Nel primo, si diceva che la ricerca di Chomsky era stata finanziata per circa vent'anni(?) dal pentagono

Il grande supporto mediatico di cui hanno goduto le teorie di Chomsky, secondo molti (ma la cosa mi puzza un po' di complottismo) sono dovuti, appunto, al sostegno del "Pentagono", inteso genericamente come il "complesso militar-industriale" finanziato dallo Stato Federale. E.g., il MIT (datore di lavoro di Chomsky) spesso collabora con i federali per vari progetti militari.

Ciò che i militari volevano ottenere dai linguisti negli anni della Guerra Fredda era un traduttore automatico dal russo all'inglese. All'inizio, il generativismo parve rispondere bene a questa esigenza. Ma in realtà, il traduttore automatico non arrivò mai (quelli che circolano oggi sono basati su tutt'altri principi).

Curiosamente, negli stessi anni anche i sovietici stavano lavorando al traduttore automatico, con molti linguisti eccellenti coinvolti nel progetto (un nome: Igor Mel'chuk, poi espatriato in Canada). Anche loro non ottennero la traduzione automatica, ma nel frattempo crearono alcune teorie sul linguaggio non meno affascinanti del generativismo, ma poco note in Occidente per ovvi motivi di carattere storico-politico.

La vicenda ha qualcosa in comune con la scoperta che diversi centri di ricerca, in particolare quello della University of East Anglia, manipolavano i risultati delle indagini sul Global Warming.

Mi scusi Professor Rustichini, non ho seguito benissimo la vicenda, ma avevo letto questo articolo che mi pareva discolpasse la manipolazione dei dati.

http://news.bbc.co.uk/1/hi/sci/tech/8618024.stm

Ho forse capito male o sono troppo ingenuo?

Buona giornata!

Alessandro Tampieri

PS: ho provato a selezionare l'opzione "blockquote" ma non mi funziona.

Lord Oxburgh [presidente del Panel che "discolperebbe" i climatologi] is currently president of the Carbon Capture and Storage Association and chairman of wind energy firm Falck Renewables.

Critics say clean energy companies would benefit from policies to tackle climate change. But Lord Oxburgh insists the panel did not have a pre-conceived view.

Ah beh, allora ;-)

Sull'argomento c'e' anche questo editoriale pubblicato su Nature

http://www.nature.com/nature/journal/v462/n7273/full/462545a.html

Stolen e-mails have revealed no scientific conspiracy, but do highlight ways in which climate researchers could be better supported in the face of public scrutiny.

(...)

Nothing in the e-mails undermines the scientific case that global warming is real — or that human activities are almost certainly the cause. That case is supported by multiple, robust lines of evidence, including several that are completely independent of the climate reconstructions debated in the e-mails.

Abbiate pazienza, ma un conto e' sostenere che la nostra conoscenza dei meccanismi di climate change e' ancora imperfetta, un altro e' andare in giro a sostenere - come fa Franco Battaglia - che il 90% della comunita' scientifica dei climatologi e' in mala fede e che e' in corso una cospirazione internazionale (che evidentemente comprende anche Nature). Della prima affermazione possiamo discutere, con la seconda si cade direttamente nel ridicolo e/o nell'ideologico.

Tra parentesi, ho avuto occasione solo di recente di vedermi lo stream della sessione delle giornate NfA sul climate change e avrei piu' di qualche commento da fare. Quando trovo un po' di tempo cerchero' di lasciarne giu' uno circostanziato.

Ma quanti begli argomenti si discutono in questo blog. Fatico un po' a focalizzare il nocciolo del dibattito su questo post: riassumendo agli estremi, c'è qualcuno che ha creduto di dimostrare che gli "uomini nascono buoni", poi è stato accusato di avere falsificato i dati (non conosco la storia e mi documenterò). L'economista commenta che c'era da aspettarselo, perchè questo tipo di ricerche servono a fare contenti i politici ai quali conviene che qualcuno certifichi ufficialmente che, appunto, gli uomini nascono buoni (non capisco perchè, come molti altri commenti hanno sottolineato). Poi si discute se sia vero o meno che la "morale" è innata, se pensiamo come i cacciatori-raccoglitori, se la società dei cacciatori raccoglitori era egualitarista o no, etc. Mi sembra che i temi "biologico" ed "economico" si intreccino in un groviglio un po' confuso. Da biologa non userei mai termini come "morale" innata. Direi semplicemente, ed è un'ovvietà, che la specie sociali sono equipaggiate con un make-up genetico che rende gli individui propensi ad interagire fra loro, stabilire gerarchie, alleanze e forme di cooperazione, in quanto tutto ciò migliora le possibilità di sopravvivenza del singolo. Inoltre il nostro cervello è stato plasmato dall'evoluzione come macchina per trovare nessi, cause e significati. Gli uomini non nascono nè "buoni" nè "cattivi", nascono sociali, quindi strutturati per fare i conti con gli altri e trovare il loro posto in una collettività. Cosa che abbiamo in comune con molti altri mammiferi, a cominciare dalle scimmie, specie le scimmie antropomorfe. Morali e religioni sono i nostri speciali strumenti di consenso e coesione sociale, creature del nostro potente e complesso cervello anteriore. Ma, anche se a qualcuno piace pensarlo, la biologia non ci detta in modo "innato" come ci dobbiamo comportare, ed è per questo che siamo qui a discutere, no?

Ma, anche se a qualcuno piace pensarlo, la biologia non ci detta in modo "innato" come ci dobbiamo comportare, ed è per questo che siamo qui a discutere, no?

A me non piace pensarlo tuttavia mi pare che non si discuta di un senso innato che detti il comportamento (quale) ed il linguaggio (idem) ma di una sorta di "organo" o "senso innato" ad esso preposto, che poi riempiamo di contenuti culturali/ambientali. Per il linguaggo si sono aree apposite (broca) e se danni in una certa sede del cevello rendono immorali le persone, significa che anche in questo caso l'evoluzione ha operato in alcune zone in modo che si specializzassero nel senso della morale, cosi' come abbiamo la memoria, l'equilibrio, la visione, il linguaggio etc. 

Francesco

Forse, ma il problema è definire cosa è la "morale". Più che "immorali", le persone che hanno subito certi danni al cervello diventano incapaci di riconoscere, capire e seguire i codici comportamentali considerati accettabili nel loro ambiente. Cioè, sono menomate nelle funzioni sociali. Poi, quali comportamenti sono "morali" e quali no è altamente passibile di diverse interpretazioni in diverse società, e qui la biologia non ha molto da dire.

Forse, ma il problema è definire cosa è la "morale". Più che "immorali", le persone che hanno subito certi danni al cervello diventano incapaci di riconoscere, capire e seguire i codici comportamentali considerati accettabili nel loro ambiente.

Esatto e con questo si definisce il "senso morale". Qui siamo in presenza di un classico pasticcio nominalistico, perché lo stesso temine (morale) viene usato sia come membro (una determinata morale) e anche come classe (l'insieme delle morali). Vedi la discussione sui tipi logici di B. Russell.

L'inseme dei concetti non è un concetto, altrimenti una classe sarebbe membro di se stessa. Dovremmo quindi dire morale1 e morale2. Il senso della morale2 (che predispone l'individio ad avere una particolare morale1 a seconda del contesto in cui vive) è cosa diversa dalla mia o dalla tua morale.

Ora tornando a bomba, dal punto di vista evolutivo avere una morale2 presenta dei vantaggi (anche minimi) all'individuo che la possiede? Se la risposta è SI è molto probabile che si sviluppi, geneticamente, un centro apposito a funzionare  come motore per le varie morali1 che i genitori dispenderanno.

Francesco

Perfetto, e la risposta è si.

Se capisco il research program di quelli che cercano di trovare evidenza per l'esistenza di un "istinto morale innato" (per il quale valgono tutte le chiarificazioni di pielle), il programma mi sembra del tutto "negativo". Ossia: tal e tal'altra regola d'interazione viola alcuni requisiti base per appartenere all'insieme di cose che chiamiamo "morale" (nel senso di insieme di morali possibili). In altre cose, cercano di delimitare i confini di ciò che può e non può essere ammesso come "morale".

L'analogia è con ciò che Boyer ed Atran, tanto per dire, provano a fare con le "religioni ammissibili".

My two cents.

Sebben espresse con l'avallo di Wikipedia, le cortesi fantasie tali sono e rimangono, meritando nessuna considerazione. Il tapino poco capisce di Peano e meno ancora di ricorsivita'. Se i numeri sono chiusi sotto addizione e le frasi sono chiuse sotto congiunzione, ne segue che la proprieta' non distingue gli uni dall'altro, non l'opposto. Punkt, mi ricordava quando ero piccolo il professor Levi-Minzi facendomi imparare il tedesco.

Provo e smetto di qui per sempre, a riassumere perche' NaC (Noam Avram Chomsky) ha sconvolto e modificato la linguistica. Fino a quel punto (circa il periodo che precede la grande guerra del 39-45) chi fece il linguista si occupo' di questioni di chi scrisse su tartaruga e chi scrisse su betulla, se e' bene dire 'prego' dopo 'grazie'  o 'please' prima di 'thank you', appunto i cosidetti fenomeni di comunicazione.

NAC per ragioni storiche che sono affatto indipendenti da quel che scrivo qui, pose la linguistica di fronte a due problemi

1. esiste uno stato zero di un sistema (chiamalo mente/cervello/moduli/ quel che ti pare.) Lo stato zero e' non linguistico. Il sistema passa da non essere linguistico al suo stato zero  ad uno stato uno che e' linguistico. Quel che e' (empiricamente) osservato e' che al momento giusto chiunque passa allo stato uno in qualsiasi posto (bambino di mamma mongola messo a Burano parla in buraneo e viceversa). Il sospetto che questo sia un fenomeno universale e' forte. ERGO (questa e' un inferenza di tipe Peirceano) sembra vi sia un meccanismo che gli umani hanno e manca ai gatti, alle gazze, alle galline, ai geranii (e' innato? mah? sembra di si)

questo e' un problema di acquisizione.

domanda QUALE E' QUESTO MECCANISMO? ipotesi: esiste un GU ("grammatica universale" che e' insieme di regole/meccanismi/parametri e quanto serva che puo' essere indagata empiricamente, ad esempio ipotizzando delle regole e vedendo se tali regole facciano una apparizione alla superficie di quel che i parlanti/segnanti/scriventi fanno -- Si noti che il possibile "spazio" logico delle grammatiche potenziali e' immenso e tutti i bambini parlano GU (nel senso in cui vi sono regole di GU che si possono vedere anche alla superficie.) Dunque come i bambini risolvono il problema? quali sono i confini ed i limiti?

questo e' il problema della grammatica. Il resto son corbellerie inventate da signori col cervello surgelato nelle steppe, dannati perche' i non lessero il grandioso opuscolo di J. Stalin sul tema

2. secondo problema. Per quanto appaia ancora piu' difficile, sembra proprio che sapendo cosi' poco sappiamo cosi' tanto (noto al popolo come il problema di Platone), vale a dire sulla base di limitate o nulle "esperienze" si formi un cosi' grande repertorio di capacita' cognitive.

Il resto sono altre cose mal definite, ed per questo che NAC qualifica la linguistica come una pseudoscienza (nel suo linguaggio e' precedente a Galilei, vale a dire forse approssima delle domande formulabili, ma non ha o non ha ancora mezzi per fornire risposte adeguate.)

Vale anche la pena ricordare che, il fatto che la teoria cambi (vale a dire che molteplici proposte su che cosa siano di fatto le regole di GU siano sul mercato) nulla dimostra. Se cosi' fosse i diagrammi (Feynman) sarebbero stati falsificati da MMM (su MMM suggerisco la semplice esposizione qui a tutti disponibile http://www.sns.ias.edu/~witten/papers/mmm.pdf)

Dunque,

l'innatismo e' una scemenza e non deriva in nessun modo da Chomsky (leggasi la prima delle lezioni di Managua)

due i problemi sono seri, se i gatti e i garruli umani infanti vengono esposti alla stessa esperienza, come mai i bambini hanno un linguaggio e gattini no?

Anche se so che da queste parti il San Raffaele institute non gode di grande popolarita' se volete vedere un linguista al lavoro e  in italiano, leggasi andrea moro, nella "breve storia del verbo essere" o nei "confini di Babele"

 

  • Moro, Andrea (2008). http://bits.wikimedia.org/skins-1.5/vector/images/external-link-ltr-icon...); background-attachment: initial; background-origin: initial; background-clip: initial; background-color: initial; padding-top: 0px; padding-right: 13px; padding-bottom: 0px; padding-left: 0px; background-position: 100% 50%; background-repeat: no-repeat no-repeat;" rel="nofollow" href="http://mitpress.mit.edu/catalog/item/default.asp?ttype=2&tid=11488">The Boundaries of Babel. The Brain and the Enigma of Impossible LanguagesMIT Press. pp. 257. ISBN 13: 978-0-262-13498-9..
  • Moro, Andrea (2000). http://bits.wikimedia.org/skins-1.5/vector/images/external-link-ltr-icon...); background-attachment: initial; background-origin: initial; background-clip: initial; background-color: initial; padding-top: 0px; padding-right: 13px; padding-bottom: 0px; padding-left: 0px; background-position: 100% 50%; background-repeat: no-repeat no-repeat;" rel="nofollow" href="http://mitpress.mit.edu/catalog/item/default.asp?ttype=2&tid=4214">Dynamic AntisymmetryMIT Press. pp. 152. ISBN 13: 978-0-262-13375-3...
  • Moro, Andrea (1997). http://bits.wikimedia.org/skins-1.5/vector/images/external-link-ltr-icon...); background-attachment: initial; background-origin: initial; background-clip: initial; background-color: initial; padding-top: 0px; padding-right: 13px; padding-bottom: 0px; padding-left: 0px; background-position: 100% 50%; background-repeat: no-repeat no-repeat;" rel="nofollow" href="http://www.cambridge.org/catalogue/catalogue.asp?ISBN=9780521024785">The raising of predicates. Predicative noun phrases and the theory of clause structureCambridge University Press. pp. 317. ISBN 9780521024785.
  • http://bits.wikimedia.org/skins-1.5/vector/images/external-link-ltr-icon...); background-attachment: initial; background-origin: initial; background-clip: initial; background-color: initial; padding-top: 0px; padding-right: 13px; padding-bottom: 0px; padding-left: 0px; background-position: 100% 50%; background-repeat: no-repeat no-repeat;" rel="nofollow" href="http://dx.doi.org/10.1016/j.neuroimage.2008.08.004">Marco Tettamanti, Rosa Manenti - Pasquale A. Della Rosa - Andrea Falini - Daniela Perani - Stefano F. Cappa and Andrea Moro (2008) "Negation in the brain. Modulating action representation." NeuroImage Volume 43, Issue 2, 1 November 2008, Pages 358-367.
  • Moro, Andrea (2010). http://bits.wikimedia.org/skins-1.5/vector/images/external-link-ltr-icon...); background-attachment: initial; background-origin: initial; background-clip: initial; background-color: initial; padding-top: 0px; padding-right: 13px; padding-bottom: 0px; padding-left: 0px; background-position: 100% 50%; background-repeat: no-repeat no-repeat;" rel="nofollow" href="http://www.adelphi.it/novita/245/4289/4290/anteprime.asp?isbn=">Breve storia del verbo essere. Viaggio al centro della fraseAdelphi. pp. 357. ISBN 13: 9788845924934.

 

Siccome il signor Keidan s'arrabia ... evito di replicare. Consiglio solo la lettura di o Benacerraf (non il Nobel, suo fratello) o S. Shapiro, Ohio State

 

 

Per il resto, in una breve (50 minuti) lezioe il solito sospetto (NAC medesimo) illustra il fatto forse sorprendente per il sig. Keidan che non l'ipotesi "innatista" non esiste.

La lezione si svolge alla fine di Marzo del 2010 (a Stuttgart, dopo il conferimento del premio Fromm.) e la trovate qui, sotto il titolo di "stipulare restrizioni: le conseguenze e le sfide"

 

 

http://ifla.uni-stuttgart.de/index.php?article_id=137

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