Il neo-sciamanista e la nonnina
A proposito del quale: che diceva proprio il soggetto della venerazione di Skidelsky a proposito di pazzi che sentono le voci di accademici morti da tempo? Io ho veramente perso la pazienza con questi personaggi che ripetono che l'ipotesi dei mercati efficienti sostiene che "le azioni hanno sempre il prezzo giusto".
Oh, eccone qua un altro: Vince Heaney, che, come imparo da una soffiata di Zoominfo, "is markets editor FTMarketWatch in London. He is a former City of London trader. He studied economics at Cambridge, winning the Adam Smith prize before embarking on a career as a City proprietary trader". Quindi, secondo la classificazione formalizzata nel mio messaggio precedente, è uno dellla categoria 1 (ossia ''Actively managed fund managers, che devono giustificare le proprie tariffe convincendo i polli che loro (i fund managers medesimi) sono in grado di battere il benchmark in modo ripetitivo e consistente''), contrariamente a Sidelski che sta fermamente nella categoria 2 (ossia ''Docenti in Behavioural Economics o altre discipline a basso contenuto matematico, che spesso neppure capiscono ciò che stanno criticando'').
In un suo editoriale su FTfm di oggi, il nostro ci rivela che "è tempo di buttare tutti i modelli economici", e come da manuale inizia col solito straw man sull'Ipotesi dei Mercati Efficienti. Siccome ho già detto che ne penso, sorvolo. Heaney quindi allunga il tiro e decide che "il primo passo è quello di accettare la futilità di tentar di descrivere le interazioni umane con modelli matematici, particolarmente con quelli che ritornano automaticamente a uno stato d'equilibrio". Boh, vabbé, ma chi ha mai detto che questo sia lo scopo della modellizzazione economica o finanziaria? Quello che uno cerca di fare è di scoprire patterns ripetitivi su base statistica nelle fluttuazioni dei prezzi di mercato, e di fornire stime probabilistiche della loro evoluzione.
Ma il bello viene adesso: secondo Heaney, "L'economia un tempo era una disciplina descrittiva - il lavoro originale di Keynes non era un trattato matematico - e trarrebbe beneficio dal diventare descrittiva nuovamente". Un tempo quando, esattamente? Avendo vinto un "premio Adam Smith", il Nostro dovrebbe sapere che l'amico e maestro di Smith, il filosofo empirista David Hume, scrisse nel 1748:
Se prendiamo in mano qualunque volume di religione o metafisica scolastica, ad esempio, chiediamoci: contiene alcun alcun ragionamento astratto che concerne quantità o numero? No. Contiene alcun ragionamento sperimentale concernente questioni di fatto ed esistenza? No. Consegnamolo dunque alle fiamme, poiché non contiene altro che sofismi e illusione.
E che dire del misterioso "lavoro originale di Keynes"? Parliamo della "General Theory" del 1934-36? O dell'(ancora monetarista) "A Tract on Monetary Reform" del 1924? E che dire dell'alquanto geeky "Treatise on Probability" del 1921, dove Keynes discute con competenza di inferenza statistica e di principio di ragione insufficiente, e anticipa la scuola neo-bayesiana delle probablità soggettive (alla Jaynes/De Finetti), con un capitolo XXVI dedicato alle "applicazioni delle probabilità alle decisioni"? E soprattutto, se c'è una cosa su cui Keynes e i suoi discepoli insistevano (fino all'eccesso, specialmente perché riferita ad aggregati macro di dubbia esistenza) era proprio quella dei modelli matematici, rimproverando alla scuola austriaca un approccio non sufficientemente quantitativo!
Nessun articolo di un neo-sciamanista è completo senza un riferimento a Nassim Taleb, e Heaney non fa eccezione. Ora, le mie opinioni su Taleb io le ho espresse da tempo, ma la rappresentazione che Heaney dà di lui è grottesca: gli fa dire che "gli eventi estremi non possono essere predetti o modellizzati" e bisogna rimpiazzare ogni modello matematico con "l'esperienza affilata dal buonsenso" (chi ha bisogno di economisti quando si può chiedere alla nonna?). In realtà, Taleb sostiene semplicemente che le distribuzioni dei ritorni di assets finanziari hanno code statistiche paretiane, e che il trascurare questo fatto conduce a drammatiche sottovalutazioni del rischio; cosa che a suo avviso è frutto di un complotto nel mondo accademico, mentre secondo me (e molti altri) riflette gli interessi degli operatori finanziari. In ogni caso, Taleb non rigetta affatto l'uso della matematica: a parte il fatto che ha insegnato in corsi di Finanza Quantitativa, è ben noto che usa reagire in modo piuttosto energico verso chi dubita della solidità matematica delle sue argomentazioni.
Oh, la chicca finale: la "superiore performance finanziaria di Goldman Sachs rispetto ad altre banche d'investimento è testimonianza della forza dell'esperienza e senso comune sulla supina aderenza a modelli matematici". A parte il fatto che Goldman Sachs si è sempre dotata dei migliori matematici finanziari sul mercato, soprattutto nel periodo in cui Fisher Black guidava la sua divisione nei primi anni '90, davvero qualcuno pensa che "esperienza e senso comune" abbiano contato di più che le connessioni con Hank Paulson, Tim Geithner, Robert Rubin e praticamente chiunque abbia contato qualcosa negli ultimi vent'anni?

