Non è un paese per giovani

10 gennaio 2011 sandro brusco

dinamica reddito per classi eta'

L'indagine sui bilanci delle famiglie della Banca d'Italia viene svolta ogni due anni e raccoglie dati importanti che risultano altrimenti assai difficile da misurare. Tra le altre cose è di gran lunga la fonte migliore che abbiamo in Italia (e tra le fonti migliori a livello internazionale) sull'andamento dei redditi netti, della ricchezza e della distribuzione di queste variabili nella popolazione.

Colpevolmente, non l'abbiamo commentata quando è uscita l'ultima volta, nel febbraio 2010. Il Corriere titolò sull'aumento delle famiglie indebitate (in realtà assai modesto) mentre Repubblica segnalò nel titolo il calo del 4% del reddito netto delle famiglie rispetto alla precedente indagine di due anni prima. In entrambi i casi si tratta poco più di un taglia e cuci dalla pagina 7 della relazione, che riassume i risultati principali.

Mentre l'attenzione si è concentrata sull'effetto della congiuntura, in particolare gli effetti della crisi economico-finanziaria che nel 2008 aveva iniziato a manifestare i suoi effetti (vedi Nota in fondo al post), le lezioni più interessanti dell'indagine sono a nostro avviso quelle che si riferiscono alle dinamiche di più lungo periodo. In questo post ci concentriamo su queste e in particolare sulla disparità nella dinamica dei redditi tra la parte più giovane e la parte più anziana della popolazione.

La figura che abbiamo messo nel sommario (fonte: indagine sui bilanci delle famiglie della Banca d'Italia) e che riproduciamo qua sotto è abbastanza chiara. C'è sicuramente un dato congiunturale: se guardiamo alle medie la crisi sembra aver colpito esclusivamente i cittadini di età inferiore a 55 anni, e in modo particolarmente duro quelli con meno di 45 anni.

dinamica reddito per classi di eta'

La congiuntura però è solo parte della storia, e forse nemmeno la più interessante. In periodo recessivo è normale attendersi che la popolazione attiva veda una riduzione del proprio reddito maggiore della parte di popolazione che vive di trasferimenti. In particolare, a meno di interventi legislativi per ridurre il livello delle pensioni, è normale che i redditi dei pensionati non soffrano della crisi, che finisce invece per colpire la popolazione attiva mediante riduzione del numero di occupati e calo dei redditi di chi conserva un impiego. Dato che la popolazione attiva è mediamente più giovane dei pensionati, la differente dinamica dei redditi per classi di età nel periodo 2006-2008 appare comprensibile. Questa interpretazione è confermata da un articolo di Montella, Mostacci e Pugliese apparso su La Voce lo scorso aprile. I tre ricercatori, partendo dall'indagine di Banca d'Italia, hanno analizzato la variazione percentuale del reddito nel periodo 2006-2008 in base alla condizione professionale del capofamiglia. Il risultato è nella figura qui sotto.

Si noti che, a parte i pensionati, l'unica altra categoria che è riuscita ad aumentare il proprio reddito reale (seppur di una percentuale miserrima) è quella dei dirigenti-direttivi. Si tratta anche in questo caso di lavoratori mediamente più anziani.

Come abbiamo detto però la congiuntura non è la parte più interessante, o preoccupante, della storia. La cosa invece preoccupante è la tendenza di più lungo periodo, visibile nei dati a partire dal 1993. Potete osservare nella prima figura sopra che il reddito equivalente delle classi più anziane (55-64 e oltre 65) è cresciuto in media più di quello delle classi più giovani nell'intero arco dei 15 anni rappresentati. Non è quindi solo un problema di migliore protezione dei redditi da trasferimento in periodo di recessione. Cosa è successo?

È francamente difficile credere che, a causa dell'innovazione tecnologica, i giovani siano diventati meno produttivi dei vecchi. Non solo le nuove leve entrate nel mercato del lavoro durante questo periodo godevano di un grado di istruzione medio più alto delle coorti precedenti, ma la natura dell'innovazione tecnologica sembrava particolarmente atta a favorire le nuove generazioni, sicuramente più a proprio agio tra le tecnologie informatiche. Non è successo niente di tutto questo, ed è successo invece l'esatto contraro.

In assenza di una spiegazione tecnologica (che forse esiste, ma che non siamo stati capaci di trovare) occorre guardare alle variabili istituzionali. Due ipotesi si presentano in modo abbastanza naturale. Da un lato lo sviluppo di un mercato duale del lavoro, con la dicotomia tra insiders protetti e outsiders non protetti, può aver penalizzato le giovani generazioni, meno rappresentate tra gli insiders. Dall'altro si è verificata una espropriazione fiscale a favore dei vecchi, che attraverso i vari governi hanno tassato i giovani per pagarsi pensioni che i giovani attuali non riusciranno mai a permettersi.

Ci concentriamo qui su questo secondo aspetto. Cominciamo da questa figura (fonte: indagine sui bilanci delle famiglie della Banca d'Italia)

dinamica reddito per condizione professionale

Le persone ''in condizione non professionale'' sono principalmente i pensionati. Ponendo pari a 100 il reddito equivalente medio, osserviamo che per questa categoria c'è un aumento del 14% nell'arco dei 15 anni. Per i lavoratori dipendenti invece l'aumento è stato solo del 4%.  Ulteriori utili informazioni si ricavano guardando alla percentuale dei redditi delle famiglie che derivano da trasferimenti, riportata nelle seguente figura (fonte: come sopra)

composizione reddito familiare per provenienza

La figura mostra l'espansione della categoria dei trasferimenti, principalmente costituita dalle pensioni. In realtà qui è utile guardare ai numeri su un periodo di tempo ancora più lungo. Abbiamo guardato varie annate della indagine sui bilanci delle famiglie e abbiamo costruito la seguente tabella, che mostra l'evoluzione nel tempo della quota di reddito netto delle famiglie italiane proveniente da trasferimenti.

1969 1975 1980 1989 1991 1993 1995 2000 2006 2008
16,4 15,8 17,3 17,3 20,2 22,1 24,8 23,2 23,5 25,1

La quota resta sostanzialmente stabile tra il 1969 e il 1989 e si impenna subito dopo. La crescita si ferma dopo il 1995, anno in cui viene passata la riforma Dini; la crescita del 2008 è la conseguenza dell'inizio della recessione che ha provocato una caduta degli altri redditi.

Il forte aumento della spesa per pensioni che si è verificato alla fine degli anni 80 può anche essere visto guardando ai dati di contabilità nazionale. La seguente figura descrive l'andamento della spesa pensionistica in rapporto al PIL (fonte: rapporto del nucleo di valutazione della spesa previdenziale).

spesa pensioni in rapporto al PIL

Anche se fattori demografici (riduzione del tasso di natalità e aumento dell'età media che portano ad un invecchiamento della popolazione) sono all'opera, il forte aumento della spesa pensionistica è indubbiamente indotto da provvedimenti legislativi che hanno avuto luogo negli anni Ottanta. Attribuire tutto questo ad un inevitabile "cambio demografico" è ipocrita: l'invecchiamento della popolazione conduce a un aumento della spesa pensionistica solo se la legislazione non cambia; la spesa può essere tenuta sotto controllo mediante aumento dell'età di pensionamento oppure riduzione dell'importo medio della pensione. Questi cambiamenti sono stati solo molto parzialmente introdotti nel tempo, ma chiaramente non in misura sufficiente e avendo sempre cura di preservare i diritti acquisiti delle leve più anziane. La spesa pensionistica è quindi rimasta agli alti livelli raggiunti all'inizio degli anni Novanta. È probabile che, quando i dati del 2009-2011 verrano resi noti, l'effetto della crisi in corso sarà del tutto evidente (nel 2008 era solo all'inizio) e la percentuale di redditi attribuibile ai trasferimenti sarà ancor maggiore del 25,1% rilevato nel 2008.

È abbastanza chiaro che rovesciare questa tendenza, ripristinando un minimo di equità intergenerazionale, richiederebbe provvedimenti di riforma ben più decisi e immediati di quanto finora si è visto. Chiunque segua con un minimo di attenzione il dibattito politico sa che tali provvedimenti sono estremamente improbabili, tanto nell'immediato come nel futuro prossimo. Questo paese non è, e non sarà per molto tempo, un paese per giovani. Chi decide di restare è bene lo sappia.

Nota: l'ultimo punto nella Figura 9 riprodotta nel sommario si riferisce a dati raccolti nella prima meta' del 2009 sulle esperienze delle famiglie durante il 2008. Dati dell'Istat indicano che il PIL ha cominciato a scendere in Italia a partire dal secondo trimestre del 2008.

150 commenti (espandi tutti)

Immagino che studi simili vengano fatti anche in altri paesi. Sarebbe possibile avere un sommario confronto con altre realtà?

Firmato un giovane che ha deciso di restare ;)

Trend simile negli USA, parrebbe

Sì, ma translato di tre anni nel tempo... (i dati confrontano 1995 e 2005). In Italia nel 2005 secondo i grafici dell'articolo nello stesso periodo i redditi erano tutti in netta crescita.

Chissà se dati US più recenti ci aiutano a vedere nel futuro...

Direi più "parrebbe" che altro.

Se compari attentamente noti sostanziali differenze, indipendentemente dal time-shift. In particolare: per-capita, che è ciò che conta, i redditi dei più giovani crescono quasi quanto quelli degli anziani nei 10 anni in questione, non così in Italia.

Vero: ho postato in fretta... pero` aspetta: nel grafico del link ci sono tre fasce (15-24, 25-34, 35-44) di cui la prima cresce molto (13.7%), la seconda meno (8.4%), la terza ancora meno (3.9%). Tenendo conto della distribuzione dei lavoratori nelle tre fasce (primo grafico) la media "fino a 44" dovrebbe aggirarsi sull'8%.

Io proporrei di abbassare la quota dei trasferimenti dando a tutti i cittadini ormai fuori dalla forza lavoro una stessa pensione. La spesa pensionistica è di circa 300 MLD di Euro, i pensionati sono circa 16.6 MLN, significa che la spesa pro capite è di circa 18.000€. Bene Assicuriamo a tutti 1000€/mese,indipendentemente da contributi ed ultimo stipendio. Così si spenderebbero 13.000 €/anno con un un risparmio di oltre il 25%, circa 100MLD di Euro.

Sarebbe una manovra che vale circa il 4% del PIL

ehm, e i contributi pensionistici versati da quei nemici del popolo a stipendio medio-alto, anche in futuro che fine farebbero? così, per sapere...

ha studiato con giuliano amato? lo frequenta, di recente? potrebbe essere un'altra ipotesi.

No, si tratterebbe di tassazione. Pura e semplice tassazione. Si potrebbe discutere si da subito a riguardo di una rimodellizzazione del gettito fiscale. Abbassare l'aliquota sul reddito da lavoro [diciamo al 20% per redditi sotto 50k, 30% per redditi sotto a 100k (due numeri buttati lì)], alzare quella sui capital gains ( supponiamo al 25% ). Magari abbassare ulterioremente l'aliquota sui redditi da lavoro e creare una specie di patrimoniale, tipo ISF francese. [non prelevare di nascosto i soldi dai c/c ].

Comunque dobbiamo metterci in testa che qualcuno, prima o poi, dovrà pagare se vogliamo sistemare i conti dello Stato. A me sembra un'idea abbastanza interessante che a pagare siano i pensionati d'oro che, mi dispiace per loro, hanno versato molti contributi negli anni passati che finiranno sulla scrivania di Quintino Sella.

Comunque dobbiamo metterci in testa che qualcuno, prima o poi, dovrà pagare se vogliamo sistemare i conti dello Stato. A me sembra un'idea abbastanza interessante che a pagare siano i pensionati d'oro che, mi dispiace per loro, hanno versato molti contributi negli anni passati che finiranno sulla scrivania di Quintino Sella.

1) definire "Pensionati d'oro" quelli che prendono 1'001 € di pensione mi pare una forzatura (a quel punto, perchè non tutti quelli che prendono più della pensione sociale?)

2) Perchè iper-tassare (se capisco bene, proponi una aliquota marginale del 100% sopra i 1000€) i pensionati e, non so, i parrucchieri o i venditori di caramelle?

3) La tua idea la trovi interessante perchè dubito tu sia un pensionato .... :)

a) Ho indicato la cifra di 1000€ come cifra tonda. Comunque il problema sta nel fatto di considerare- a mio avviso- in modo scorretto le pensioni. Secondo me, si tratta di un contributo che dovrebbe garantire a tutte le persone che non possono più lavorare un tenore di vita decente, indipendentemente dalla professione svolta precedentemente. Si tratta di una sorta di "Reddito minimo garantito" post lavoro.

b) Non proprio. Si tratta di rendere uguali per tutti i lavoratori i contributi previdenziali, e sostituire i contributi che non vengono pagati con una diversa modulazione dell'IRPEF.

c) Io non sono pensionato, e molto probabilmente se continuiamo così non lo sarò mai. Tuttavia mio padre, o i miei nonni lo sono. 

Ho indicato la cifra di 1000€ come cifra tonda. Comunque il problema sta nel fatto di considerare- a mio avviso- in modo scorretto le pensioni. Secondo me, si tratta di un contributo che dovrebbe garantire a tutte le persone che non possono più lavorare un tenore di vita decente, indipendentemente dalla professione svolta precedentemente. Si tratta di una sorta di "Reddito minimo garantito" post lavoro.

Capisco. Ma in questo caso, dei contributi versati (o che verseranno), che ne fai? Logicamente vedo due soluzioni "eque": (a) li restituisci pro quota per il non goduto (una valutazione più facile a dirsi che a farsi, suppongo) oppure (b) li incameri nel bilancio statale: di fatto, applichi una tassa addizionale su lavoratori e autonomi, visto che anche chi vive di rendita godrà del R.M.G., senza aver pagato nulla.

E, comunque, non è detto che pensioni e R.M.G. debbano essere soluzioni esclusive: in Italia, infatti convivono un "assegno sociale" per gli anziani a basso reddito e la pensione per gli altri [info qui] Possiamo certo discuterne delle entità, dei contributi, dei coefficienti di rivalutazione, di come finanziare l'assegno sociale, ma questo non implica che i due strumenti siano esclusivi.

P.S.: anche per me la pensione è un lontano miraggio: diciamo che sono "nel mezzo del cammin di nostra vita". Questo non deve però impedirci di vedere le cose anche dal punto di vista opposto.

Edit: leggendo la risposta, sotto, mi sono accorto che nel correggere il testo prima di postarlo, ho lasciato un "eque" di troppo. giusto per chiarire la soluzione (b) a mio avviso non è assolutamente equa...

Li incamererei nel bilancio statale. Proprio per limitare chi vive di rendita ho proposto un aumento della tassazione finanziaria e un po' di patrimoniale.

 

nel 2009 le pensioni sono costate 232 miliardi di cui 40 circa per pensioni non contributive

i contributi sociali pagati 215 miliardi

con  la tua proposta questi ultimi li manteniamo invariati trasformandone un terzo in imposta?

 

Io ho preso i dati pre-crisi, dove le spese pensionistiche erano maggiori. Comunque la mia proposta è una cosa del genere. Quell'imposta dovrebbe calare man mano che i conti pubblici migliorano.

2006 206,3 mld

2007 214,2 mld

2008 222,9 mld

vedi RUEF 2010

inoltre proprio l'articolo dice giustamente che la crisi non ha avuto effetti sulla dinamica della spesa pensionistica.

Errore mio, avevo trovato un 13.9% di spesa in rapporto al PIL. Ho calcolato un 13.9% sul PIL nominale, evidentemente si riferisce al PPA.

 

2006 206,3 mld pil a prezzi di mercato 1485,377 incidenza pensioni 13,9%

2007 214,2 mld pil a prezzi di mercato 1546,177 incidenza pensioni 13,9%

2008 222,9 mld pil a prezzi di mercato 1567,851 incidenza pensioni 14,2%

 

2009 232,3 mld pil a prezzi di mercato 1520,870 incidenza pensioni 15,3%

300 è il 13,9% di 2158 di che pil parli?

 

 

vedi RUEF 2010 di cui allego la pagina con il bilancio delle P.P.A.A.

NOTA : ho eliminato la immagine forse responsabile della lentezza

Ho preso il dato il Dollari credendo fosse in Euro ;-) In effetti ero rimasto piacevolmente stupito...

Sandro, una piccola richiesta. Sarebbe possibile inserire un grafico che dia anche l'idea dei valori assoluti del reddito delle varie classi considerate (o della loro distribuzione rispetto al reddito complessivo)?

Comunque grazie dell'articolo, utilissimo. Di recente era stata sollevata qualche critica sulla "qualità" dei post su nFA. Ecco, credo che articoli come questo, ma anche come quelli recenti di Giulio o di Alberto siano invece esattamente ciò che molti lettori si aspettano da voi!

Il grafico no perché sono un impedito (quelli nel post me li ha messi Giulio), però i numeri che cerchi sono nell'indagine di bankitalia. Clicca e vai alla tabella B1 di pagina 63. Lì trovi il valore dei redditi medi per categoria (età, grado d'istruzione, settore etc.). Per i più impazienti ecco i valori medi per età:

 

Fino a 34 anni:   28.722

35-44:               31.472

45-54:               38.881

55-64:               38.928

oltre 64:             26.580

 

dal bilancio INPS 2008 ( pag 412 ) risulta che l'assegno medio di pensione dei L.L.D.D. ammonta a 10395 euro lordi anno 

Una pensione simile corrisponde a 735 euro / mese netti ( mio calcolo )

L'assegno netto medio , considerata la progressività dell'IRE è minore.

Comunque grazie dell'articolo, utilissimo. Di recente era stata sollevata qualche critica sulla "qualità" dei post su nFA. Ecco, credo che articoli come questo, ma anche come quelli recenti di Giulio o di Alberto siano invece esattamente ciò che molti lettori si aspettano da voi!

mi associo, completamente. stavolta c'è bisogno di dirlo perchè la discussione a seguire è partita invece in una maniera sgangherata ed irritante per faciloneria. proviamo a far NOI di meglio!

Comunque è impossibile che vengano tagliate le pensioni: i pensionati sono la parte dell'elettorato più fedele e attraente per i politici.

La conoscete la barzelletta del colloquio di lavoro dove l'intervistatore dopo aver chiesto ad un matematico ed uno statistico quanto fa due più due e dopo aver ricevuto come risposta "quattro" pone la stessa domanda ad un economista e costui con fare circospetto gli risponde all'orecchio "quanto vuole che faccia?"

Ecco, Sandro Brusco fa un po' così. Ignorando bellamente le evidenti disparità (evidenti anche nei grafici da lui stesso riportati) nelle dinamiche dei redditi tra lavoratori autonomi e lavoratori dipendenti o tra lavoro e capitale si concentra su altre disparità, tutte interne al lavoro dipendente (giovani vs. vecchi, lavoratori vs. pensionati...divide et impera!) per avvalorare le sue tesi e giungere al risultato atteso: compiacere i fedeli lettori di NfA e gli altri appassionati cultori di uno degli sport più in voga in Italia in questi ultimi tempi: la caccia al pensionato, o meglio alle pensioni.

Io che sono solo un visitatore salutario di questi ineffabile sito non posso che fargli i complimenti per la faccia tosta!

Se sei un lettore saltuario, magari ti era sfuggito questo post che tratta anche dei temi cui tu fai riferimento.

Ciò detto, poichè io (come molti altri lettori lettori di nFA) non credo di avere preconcetti e di cercare compiacimenti, ma soono qui per provare a capire le cose, se hai obiezioni o altri modi di interpretare in modo più coerente i dati, sarei curioso di ascoltare.

Ciò detto, nessuno ce l'ha con i pensionati. Solo osservare che io, che ho 31 anni, sto pagando con il mio lavoro la pensione di mio padre e, forse, anche quella di mio nonno (che è morto da anni) e di quelli che sono andati in pensione a 50 anni... mentre a me di pensione, se ci arricvo, mi toccherà una miseria... beh, non mi pare questione irrilevante.

 

Certo che non è questione irrilevante. Ma cosa ne dice tuo padre del fatto che vuoi tagliargli la pensione?!

E a te pare irrilevante, come pare al Prof. Brusco, che con il tuo lavoro stai pagando lo stipendio dell'Amministratore Delegato o del Presidente della tua azienda? 

Non credo di aver detto di voler tagliare la pensione a mio padre (che peraltro ancora lavora). O che mi sembri giusto tagliare con l'accetta i trasferimenti a tutti coloro i quali in pensione ci sono già. Ma un aumento dell'età pensionabile (o incentivi per chi vuole lavorare più a lungo) ed, eventualmente, anche un ritocco al ribasso delle pensioni più elevate - magari di chi, appunto, è andato in pensione a 50 anni e ancora lavora, magari in nero - per quanto sia in generale "odiosa" ogni misura che tagli risorse a chi non può più modificare il proprio comportamento, non mi pare un'idea così peregrina.

Si ma vedere uno statale in pensione a 55 anni a 20.000€ ad anno sta sulle ...lle.! Adesso le cose forse stanno cambiando ma fino a poco tempo fa i militari per esempio andavano in pensione con 25 anni di contributi! A 45 anni potevi già essere pensionato. 

E' vero in Italia ci sono delle pensioni scandalose per povertà ma anche per eccessi! Pensa ai politici!

Grazie per il link, che ripeto:

http://archiviostorico.corriere.it/1997/luglio/05/Baby_pensioni_primato_...

Sa, si pretende di dare la colpa di tutto agli anni ottanta, quando, se colpa ci fu, fu quella di aver non aver smantellato, se non in minima parte, tutte le "conquiste" ottenute nei famigerati anni settanta.

Le leggi sulle pensioni baby e quelle sulle pensioni di anzianità risalgono a quegli anni, e il debito pensionistico, anche se non quantificabile esattamente, si trasforma poi in debito pubblico.

Leggendo questo articolo speriamo che tanta gente apra gli occhi sull'origine del nostro debito pubblico.

La pensione deve servire per garantire uno strumento di sussistenza al pensionato. Non mi sembra sensato tassare la parte produttiva (i lavoratori) per compiacere la parte improduttiva ( i pensionati) . Ecco da dove nasco "la caccia al pensionato". 

Parte improduttiva?! Stai parlando di persone che hanno lavorato e pagato contributi per 40 anni?!

 

"Hanno lavorato e pagato contributi" .Parli al passato. Erano la parte produttiva del paese, dal momento che non sono più lavoratori non sono più produttivi.

 

Erano la parte produttiva del paese, dal momento che non sono più lavoratori non sono più produttivi.

 

consiglierei alcuni classici della fantascienza, letteraria e filmica, per vedere dove va a finire questo ragionamento, un Gedanksexperiment fa sempre bene: 

I. Asimov, Pebble in the sky;

W. Nolan, Logan's run;

(eutanasia obbligatoria rispettivamente a 55 e 30(!) anni)

I figli degli uomini (nel romanzo gli anziani vengono buttati a mare dopo esser stati drogati... o anche senza drogarli,  così, sic et simpliciter. Nel film distribuiscono gratis i kit per l'eutanasia fai da te);

e

Soylent Green (riciclaggio degli anziani in gallette di proteine);

insomma, varie soluzioni finali del problema delle pensioni e dei pensionati.

Scherzi a parte, certo, ma poi quanta parte di quelle pensioni finisce a figli e nipoti disoccupati o precari che se non c'è la firma di papà non gli danno il mutuo ecc. ecc.?

 

 

Scherzi a parte, certo, ma poi quanta parte di quelle pensioni finisce a figli e nipoti disoccupati o precari che se non c'è la firma di papà non gli danno il mutuo ecc. ecc.?

Una buona parte, ne sono certo. La solidarietà all'interno della famiglia resta una solida caratteristica della società italiana. Alcuni, come Brunetta e Sacconi, pensano che vada bene così e che questo sia più o meno il miglior sistema di welfare possibile. 

Io credo che sia devastante. Da un lato finisce per dare un potere sproporzionato alle classi più anziane, con tutte le conseguenze (non solo economiche) che questo comporta in termini di mancata innovazione e stagnazione. Dall'altro, legare il benessere dei giovani al benessere dei genitori o dei nonni significa necessariamente dare un colpo alla mobilità sociale e premiare meno l'iniziativa individuale. E' difficile misurare quanto la gerontocrazia abbia contribuito alla stagnazione economica dell'Italia, ma sarebbe un tema di cui iniziare a occuparsi più seriamente.

Hai ragione ma anche ...

Io sono convinto che nessuno ti dà il potere : bisogna prenderselo!

Io vedo nei giovani degli ultimi anni un deficit di iniziativa : quelli che ne hanno di più emigrano ma per fare i dipendenti , di lusso ma sempre dipendenti.

Nei "giovani" di Confindustria io vedo solo figli di giovani di ieri.

Non vedo da tempo nuovi Borghi , Benetton ( prima maniera ) , Polegato.Ed anche allora i "vecchi" dominavano.

Nella moda stessa i nomi sono sempre quelli di ieri : Versace è stato l'ultimo ad emergere.

Non è che ai govani vada bene così? 

Mah, discorso lungo. Io però ci andrei piano prima di dare in massa la colpa a una generazione che ''non si sa fare avanti''. I cambiamenti generazionali in politica sono rari e tendono a essere associati a importanti eventi ''esogeni'': crollo del fascismo in Italia, del franchismo in Spagna, del comunismo nei vari paesi dell'Est Europa. In normale tempo di pace è difficile vedere un radicale ricambio generazionale.

Che ci sia una carenza di iniziativa su questi temi è vero, ma mi sembra il risultato di un equilibrio che si è cristallizzato e che è ben difficile rompere, per bravi e volenterosi che i nostri giovani siano. Piacerebbe anche a me vedere un po' di più di rivolta generazionale (pacifica, intendiamoci) su questi temi, ma la verità è che non si vede né in Italia né da altre parti. Io continuo a pensare che la responsabilità principale resti di chi governa. E questi, non pigliamoci in giro, sono i vecchi.

Sandro che siano i vecchi a comandare non mi pare una novità

Comandavano anche quando io ero giovane e forse ancora di più.

Adesso , il modello vincente , non nuovo ma molto più diffuso , è che i giovani assecondano i vecchi nella speranza , non di prendersi , ma di avere il loro potere quando anch'essi saranno vecchi.

La politica è emblematica : i tirapiedi di Berlusconi che recitano tale parte nella speranza di essere nominati suo successore non si contano. 

Ho ragionato un po' sul potere politico dei giovani e la loro capacità di "rivolta generazionale".

Tra i molti, ci sono due aspetti che secondo me sono rilevanti:

- la dimensione demografica dei giovani (diciamo gli under 40: ma la soglia non è così rilevante);

- la possibilità di accedere alle cariche o al diritto di voto (elettorati attivo e passivo).

L'Italia è messa male (non maluccio: proprio male!) su entrambi i lati. Sul primo lato, evito di ripetere cose che già sanno tutti. Sul secondo lato, gli unici Paesi che impongono la soglia dei 25 anni per entrare in Parlamento sono Italia, Grecia e Cipro (in realtà, nella ricerca guardavo alla legge elettorale per elezioni europee, ma le soglie per quasi tutti i Paesi sono identiche a quelle della Camera - si distingue l'Austria che permette ai 16enni di votare). Se un Paese ha pochi giovani e questi non possono nemmeno votare o essere eletti, difficilmente la politica si sentirà accountable. Aggiungo che in Italia il Senato ha potere di veto su ogni legge: significa che gli under 25 (che non hanno nemmeno elettorato passivo) sono tagliati fuori.

Ci ho scritto anche un po, per chi è curioso. Anzi, se mi arriva pure qualche commento o critica sono ben contento!! però non voglio fare self promotion here, quindi lascio a chi vuole il piacere di una ricerca su google :-)! (hint: degiovanimento)

Vorrei proprio evitare che accada quello. Per come vedo le cose io dovrebbe essere il nipote a mantenere il nonno.

oltre i contributi

guarda che quel poco che c'è in questo disgraziato paese è stato creato dai pensionati attuali

Ai loro tempi si LAVORAVA e si affrontavano sacrifici : la loro aspirazione non era Amici o il Grande Fratello ma migliorare la loro condizione e quindi il paese.

Vorrei che i giovani di oggi si svegliassero un poco ed accettassero anche lavori manuali peraltro ben retribuiti :_ lo sai che gli artigiani non trovano chi prosegue il loro lavoro?

Fra qualche anno in Italia gli elettricisti e gli idraulici saranno tutti dell'Europa dell'Est.

Mi pare tu abbia detto che vivi in Svizzera : come sono le pensioni da voi.

Il bello sai qual'è? Che la fascia d'età che più delle altre guarda Uomini e Donne e reality vari è quella tra i 45 e i 55 anni!!!

Ah questi giovani...

Questo è un modo di ragionare piuttosto meschino che non necessiterebbe di particolari repliche, ma se ti diverte prova a ragionare su quando qualcuno cessa di essere produttivo: quando dormi sei produttivo? Quando consumi sei produttivo? Quando offri servizi di welfare gratuito (con i nipotini, ad es.) sei produttivo? Quando investi i tuoi capitali sei produttivo? Quando qualcuno lavora per te sei produttivo tu o è produttivo quello che lavora per te? Buon divertimento!

No il punto è; trasferire un euro pubblico al pensionato aiuta la società più di qualunque altra cosa? Se questo non è il caso, dato che sono soldi di tutti (i pensionati avranno versato i contributi e vogliono la pensione, ma i contribuenti odierni non la avranno e basta la pensione), allora una parte di quei costi si possono eliminare o trasferire su attività più produttive per il welfare del paese. Penso che bisogna iniziare a ragionare essendo consapevoli che quando si ha un interesse economico tutelato in questo paese si fa parte di una minoranza della popolazione che è tutelata a discapito del resto.

perchè te la prendi con me?

Guarda che la tua proposta tassa proprio i lavoratori, che vedono volatilizzarsi i contributi pagati. Certo, oggi, a pagare sono altri; ma domani, quando andrai in pensione tu, vedrai i tuoi contributi trasformati in tasse.

Cosa diversa sarebbe istituire un contributo "speciale" per le pensioni non commisurate ai contributi versati (pensionati-baby e cose simili)

Guarda che la tua proposta tassa proprio i lavoratori, che vedono volatilizzarsi i contributi pagati. Certo, oggi, a pagare sono altri; ma domani, quando andrai in pensione tu, vedrai i tuoi contributi trasformati in tasse.

Cosa diversa sarebbe istituire un contributo "speciale" per le pensioni non commisurate ai contributi versati (pensionati-baby e cose simili).

 

Condivido al cento per cento

Certo, bisogna vedere a quali lavoratori ti riferisci. Se istituiamo una certa pensione X, chi avrebbe dovuto prendere (X+Δ) ci rimetterebbe. Ma la maggior parte dei lavoratori, che avrebbe dovuto prendere circa X o (X-Δ) ne avrebbe un vantaggio. 

Resentini, hai tutto il diritto di essere in disaccordo con quello che dico, hai tutto il diritto di pensare che lo schema teorico che uso è inadeguato, hai tutto il diritto di pensare che i dati che uso sono poco affidabili, ma non hai diritto a darmi del prezzolato.

Questo è un sito indipendente, e non abbiamo mai chiesto a nessuno cosa vuole sentirsi dire.  In base a quali fatti, vorrei sapere, puoi lanciare un'accusa del genere, che come scienziato considero tra le più infamanti possibili? La faccia tosta, quindi, ce l'hai tu quando vieni qui a parlare a vanvera e a insultare gratuitamente la gente che cerca di ragionare.

Non ho nessuna voglia di discutere con individui arroganti e poco informati, quindi non risponderò a tuoi ulteriori interventi. Invito tutti i lettori a fare altrettanto.

Ma quale schema teorico, scusi?! La cosa è molto più banale: ho semplicente dimostrato la capziosità del suo ragionamento a partire da dati che lei, incautamente ha riportato e che non io ho minimamente messo in discussione. Non lo chiamerei parlare a vanvera, ma questa è la tecnica censoria di questo sito, la conosco: chi non concorda con voi è un troll, un ignorante, un matto, ecc.

Ad ogni modo neppure io sono particolarmente interessato a discutere con lei, se questo la conforta, quindi può anche non replicare se vuole.

Non fare il furbo, Resentini. Non hai dimostrato proprio nulla. Mi hai accusato di essere un venduto e un prezzolato. Attendo che tu dimostri le tue accuse o che tu chieda scusa. Evita di intervenire, altrimenti.

Allora visto che facciamo i sostenuti e che insiste, innanzitutto, mi dia del lei. Non sono suo fratello. Adesso questo tono mi ha stancato.

Dopodiche se ha la coda di paglia non ci posso fare niente. Io non le ho affatto dato del venduto. Visto che le interessa la mia opinione penso che lei come molti altri su questo sito siano in buona fede e non si rendano neppure conto della propria faziosità. Vi hanno talmente lavato il cervello nelle facoltà di economia che ha altrettanto senso discutere con voi quanto con un kamikaze imbottito di tritolo. Infatti non mi interessa discutere, ma commentare.

Infine la dimostrazione è banale: lei ha ignorato le disparità tra lavoratori autonomi e dipendenti e tra capitale e lavoro. Dimostri lei il contrario, se ne è capace.

Colpa mia che ti ho risposto la prima volta. Dovevo continuare a ignorarti. Adesso non ho più voglia di perder tempo.

Sbagliando s'impara ... :-)

Secondo me Resentini non esiste, e' una invenzione letteraria di Palma che si sta prendendo gioco di tutti noi.

No no, esistono.

Sono i seguaci di landini, quelli che la fabbrica l'hanno sempre vista da fuori: ci facevano le foto a corredo della tesi di laurea in soccciologgia.

Landini che c'incastra??

"Dopo aver cominciato a lavorare, quale apprendista saldatore, in un’azienda cooperativa attiva nel settore metalmeccanico, Landini è stato prima funzionario, e poi Segretario generale della Fiom di Reggio Emilia. Successivamente, è stato Segretario generale della Fiom dell’Emilia-Romagna e, quindi, di quella di Bologna."

Come che c'entra? Lo so persino io che in fabbrica ci avro' messo piede per meno di un mese che - in media - i sindacalisti si imbucano grazie a permessi sindacali, attività collaterali ecc. ecc. Il sindacalista è un lavoro a tempo pieno (come il politico!), i volontari esistevano forse negli anni 60.

Dopo aver visto che fare il saldatore tutta la vita è un lavoraccio si è buttato nel sindacato...

Io un po' lo capisco, sono i compagni saldatori che dovrebbero dirgli qualcosa...

Si, sono d'accordo. Ma cosa c'entra con Sociologia?

mi pare un commento un poco qualunquista

da esso emerge :

--- che tu non sei un saldatore

--- che per fortuna non tutti i saldatori fanno i sindacalisti

--- che sarebbe uno scoop se Landini fosse avvistato a Sainkt Moritz con una sciarpa di cashemire.Ma possiamo anche accontentarci del fatto che ieri da Gad Lerner aveva dei calzini celesti.

Landini , che porta a casa 2300 euro mese , va criticato , nel merito , per la sua posizione non per il suo curriculum.

Certo il CURRICULUM di Bob King capo della UAW è più prestigioso : laurea in Scienze Politiche e il padre Bob King , Sr. , che capo del Personale della Ford magari gli ha dato la dritta su cosa fare da grande.

Ma anche lui ha commesso un errore : la prima volta a Torino ha accompagnato gli spaghetti al ragù con un paio di cappuccini.

Eh se si imbucano...e tra l'altro non mi risulta che contro i sindacalisti, anche quelli visibili e potenti si sottolinei che:

a) hanno responsabilità nel sistema di cogestione del disatro;

b) che costituiscono una casta al pari dei politici, visto che fanno o hanno fatto solo i sindacalisti;

c) ci vorrebbe anche per loro una sorta di tangentopoli. A giudicare dal livello delle loro attività, ovvero la loro capillarità, mi stupisco sempre dei pochi casi di condanne per corruzione...

Condivido, particolarmente per gli ambienti di lavoro dove il potere del sindacato è maggiore ...... però sarebbe soprattutto importante che l'attività sindacale non fosse una professione, ma qualcosa a cui dedicare il proprio tempo libero dal lavoro. Sarebbe piú credibile, e piú vicina ai veri interessi dei quali si pone a difesa, invece che chiaramente mirata a porre in primo piano obiettivi - privilegi? - propri dello specifico ruolo ed estranei alla cosiddetta "base".

Caro Lei, io che per lei son tu, ma da dove scese? stia molto, molto cauto con le accuse a "voi"- vi e'; chi se ne risente.

e sebben che siamo donne, abbiam delle belle bone lingue...

Grazie

dd 10/1/2011 - 13:07

Grazie Sandro per l'ennesimo articolo perfettamente argomentato, esposto in maniera semplice e chiara con l'ausilio di grafici.

 

La crescita si ferma dopo il 1995, anno in cui viene passata la riforma Dini

non è la spiegazione corretta in quanto la riforma Dini entrò in vigore il prino gennaio 2001 ed in modo molto morbido.

Il metodo contributivo era applicato a chi al 31 dicenbre 1995 non avesse almeno 18 anni di contributi e solo pro quota per i contributi posteriori.

Dal primo gennaio 2001 poteva essere poi scelto se più conveniente al pensionato.

Considerando i pensionamenti con 30 anni di contributi quindi solo a chi andasse in pensione dopo il 2007. ( sempre con il 60% di retributiva - sistema misto)

il regime contributivo totale sarà applicato solo a chi non ha contributi versati prima del 1996 e quindi andrà a regime tra il 2025 ed il 2030. 

Hai ragione Lallo, la frase messa così è fuorviante. Gli interventi sul sistema pensionistico erano iniziati già prima, con la riforma Amato del 1992 ed è vero che le riforme degli anni novanta erano disegnate in modo da dispiegare i propri effetti pieni solo nel lunghissimo periodo. 

Oltre a questo fatto economico, non è un paese per giovani anche per la considerazione che viene data a questi giovani. Spesse volte mi son sentito dire in discussioni in cui portavo dati di fatto, idee, tesi che ho imparato in università e numeri, come risposta "ah, ma tu sei giovane....non hai esperienza e non conta quello che impari sui libri"...A me fa girare le balle una risposta del genere...anche perchè, magari sullo stesso argomento, con gente giovane (intendendo nn solo 21 anni come me, ma 25-30-35) mi confronto (sbagliando a volte ovviamente) in maniera civile e rispettosa.

 

La mia paura è che un giovane con un progetto venga scartato da questi dinosauri perchè...è giovane...

Purtroppo lo spazio dato ai giovani si restringe in una societa` ricca (esattamente come lo spazio per la ricerca si restringe nelle attivita` produttive mature).

La ragione e` che i giovani sono piu` adatti a rischiare, rivoluzionare, conquistare o fallire completamente, i vecchi sono piu` adatti a mantenere le posizioni, ad evitare gli errori e le imprese rischiose. Soprattutto sono molto propensi a conservare gelosamente il potere, e a passarlo a persone che siano almeno vecchie dentro.

lo stesso concetto di giovane si e` modificato al punto da includere le persone di mezza eta`, mentre i vecchi vengono chiamati uomini maturi.

I giovani trovano spazio nelle societa` che hanno poco da perdere, e noi abbiamo ancora molta strada da fare in tal senso.

Purtroppo lo spazio dato ai giovani si restringe in una societa` ricca (esattamente come lo spazio per la ricerca si restringe nelle attivita` produttive mature).

La ragione e` che i giovani sono piu` adatti a rischiare, rivoluzionare, conquistare o fallire completamente, i vecchi sono piu` adatti a mantenere le posizioni, ad evitare gli errori e le imprese rischiose. Soprattutto sono molto propensi a conservare gelosamente il potere, e a passarlo a persone che siano almeno vecchie dentro.

La riccchezza non puo' essere il motivo primario della gerontocrazia italiana, molte altre societa' sono piu' ricche dell'Italia come reddito pro-capite PPP, e pero' non hanno gerontocrazia e scarsa mobilita' sociale al livello italiano.  Esistono anche societa' povere eppure gerontocratiche e immobili (Corea del Nord, monarchie tibetane).

Le cause primarie del disastro italiano sono secondo me elites di scadente qualita', perdenti nel confronto internazionale, che hanno scelto di fondare la propria prosperita' sulla rapina delle risorse interne piuttosto che dalla competizione del sistema-Italia nel mondo. L'ecosistema migliore per elites parassite e di bassa qualita' e' quello immobile e gerontocratico, mentre una societa' dinamica e aperta a chi merita sarebbe piu' rischiosa e pericolosa specie nel medio-lungo termine. Anche il familismo c'entra, in una societa' statica e poco mobile e' piu' facile piazzare figli e parenti nelle posizioni piu' ricche e protette.

Le cause primarie del disastro italiano sono secondo me elites di scadente qualita', perdenti nel confronto internazionale, che hanno scelto di fondare la propria prosperita' sulla rapina delle risorse interne piuttosto che dalla competizione del sistema-Italia nel mondo. 

Sono completamente d'accordo. Il post però non è tanto sul disastro italiano (conseguenza?) ma sulla gerontocrazia (una delle cause?). Tornando al quote sopra, ricordo che in un altro post Boldrin sottolineava IMHO correttamente che più che giovani vs. vecchi (conseguenza?) il conflitto sia tra insider/"elite"-> casta vs. outsider/"generazione 1000 euro" (causa?).

E allora?

I miei 2 eurocents (lo so, lo so, ma i troll hanno sempre pochi spiccioli in tasca...): una delle limitazioni (magari voluta! non so...) che vedo permanere su questo blog, peraltro in generale interessante, è infatti la carenza di proposte concrete, fatta la tara su boutade di vario tipo. Mi sembra si raggiungano livelli piuttosto elevati di acutezza nell'analisi che spesso poi non conduce ad una sintesi di soluzioni concrete, politiche o economiche che siano.

Beh, Sergio, in questo caso le proposte sono abbastanza ovvie. Va contenuta la dinamica della spesa pensionistica. Nell'articolo ho linkato un articolo di Rosina in cui si chiede di portare subito e per tutti l'età pensionabile a 65 anni. Una volta contenuta la spesa per pensioni (insiemi ad altre spese pubbliche) si può iniziare a ridurre la tassazione del lavoro, soprattutto per le fasce più basse.

Si può anche pensare ad altri interventi, ma il punto è: a cosa serve che noi si faccia proposte dettagliate e articolate? Chi conosce queste cose lo sa già che la dinamica della spesa pensionistica va limitata. Se non lo si fa è per motivi politici. Il contributo principale che possiamo dare noi, più che stare a scrivere piani dettagliati che poi vengono puntualmente ignorati, è quello di fare in modo che ci sia più gente che ha coscienza del problema, ossia che si rende conto che si sta compiendo una enorme furfanteria a danno delle generazioni più giovani. E' solo quando ci sarà maggiore coscienza di questo problema che gli interventi per risolverlo diventeranno politicamente possibili.

oggi sono in vena e dico la mia :

ma visto che le rate della rendita sono piu' o meno fisse ormai (450-480) (di importo variabile, ovviamente), invece di menare il torrone con eta' pensionabile ed affini, perche' non restituire alla fine della vita lavorativa il montante o dare una rendita non vitalizia, ma temporanea con n certo?

cosi' se uno vuole se lo risconta easily in banca oppure se li spende a las vegas oppure come meglio crede.

in questo modo Pantalone (lo stato) non deve scommettere sulle aspettative di vita delle persone e non si fanno ulteriori sperequazioni.

Se ho detto una palese cagata fesseria ditemelo.

Saluti

in questo modo Pantalone (lo stato) non deve scommettere sulle aspettative di vita delle persone e non si fanno ulteriori sperequazioni.

mi sembra di capire (non è retorico, potrei essermi facilmente sbagliato) che lei veda nell'incertezza della durata media della vita una delle cause del problema pensionistico. direi allora di no: le tabelle attuariali funzionano benissimo e cambiano lentamente, lasciando tutto il tempo ai necessari adeguamenti contributivi. oddio, una epidemia le cambierebbe velocemente, ma allora i contributi sarebbero eccessivi, mica scarsi.

i problemi nascono quando si vuole l'uno e l'altro: cioè godere della pensione per troppi anni (anni prevedibilissimi!) rispetto a i contributi.

 

dallo scorso l'anno il coefficiente di trasformazione per il calcolo dell'assegno è adeguato automaticamente all'aspettativa di vita.

ok, credo di esserci...a livello aggregato accetto che funzioni e che non dovrebbe porre grandi problemi circa la sostenibilita', ma all'interno la distribuzione puo' concentrare una bella massa di probabilita' sulle code (se ti dice male).

io continuo a preferire il montante, anzi, fosse per me, lascerei tutto in busta e chi vuole spende, chi vuole risparmia. e passa la paura

 

 

è ragionevole se tutti fossero ragionevoli

poi , poiché non si uccide nessuno causa indigenza , la comunità dovrebbe comunque intervenire.

Sono d'accordo. Ci sarebbe in questo caso una classica situazione di "moral hazard".

Quello del moral hazard è anche a mio parere un argomento contro l'adozione di coefficienti attuariali neutri (con i quali ognuno potrebbe andare in pensione all'età che desidera, ricevendo una rendita attuarialmente equivalente ai contributi versati).

entro un certo range di età mi pare sia già così

 Età Coefficiente di trasformazione 57 4,903% 58 5,049% 59 5,204% 60 5,368% 61 5,542% 62 5,727% 63 5,925% 64 6,136% 65 6,361%

 

permettere il pensionamento a 40 anni sarebbe come abolire l'obbligatorità

 

 

E' proprio questo il punto, a 40 anni di età il coefficiente sarebbe eccessivamente basso e tale, in alcuni casi, da non garantire la sussistenza vitale (ovviamente dipende da quanto è grande il montante contributivo a cui applicare il coefficiente).

La soluzione dei coefficienti attuariali neutri (associata ad un meccanismo "funded", tipo quello della previdenza complementare per capirci) è quella che mi sembra più coerente con un approccio liberale alla tematica del retirement. Molto di più di un sistema con vincoli sull'età, anni lavorati o una combinazione delle due variabili: però un correttivo per il "moral hazard" bisogna mettercelo...

PS: quando parlo di sistema a coefficienti neutri e funded immagino un sistema "a regime". Nell'immediato l'unica soluzione praticabile è l'aumento dell'età a cui mandare la gente in pensione...

ma all'interno la distribuzione puo' concentrare una bella massa di probabilita' sulle code (se ti dice male).

in questo caso sarei io, non lo stato, che potrei tentare la sorte. con la differenza, come dice aldo lanfranconi, che la collettività sarebbe cmq chiamato a rimediare almeno in parte, con una pensione sociale, alla mia scommessa andata male.

si chiama moral hazard, molto di moda di questi tempi, e non da incoraggiare di certo.

(vedo solo adesso l'intervento di luigi di capua e il mio concorda, credo)

ah, beh, nel mio scenario la pensione sociale te la scordi proprio...

PS: non sono il grinch, ma non mi vergognerei di chiedere la carita' se ne avessi bisogno.

Capisco, anche io mi vergognerei. Il punto è che non siamo tutti uguali e che non tutti si vergognerebbero di chiedere la carità o, peggio, di delinquere, etc... (stiamo parlando di sopravvivenza). A questo punto entrano in gioco variabili di tipo diverso (ad esempio la sicurezza dei cittadini, la pace sociale, etc.) che possono spingere ad un intervento statale a sostegno degli indigenti (chiamiamola pensione sociale): insomma, la classica situazione di "moral hazard".

solo per la precisione. io ho scritto:

io NON mi vergognerei di fare la questua...non ci vedo nulla di male

:-)

Scusami tanto, ma avevo letto di fretta :-)

La svista non modifica comunque le mie argomentazioni

Beh, se è questo il problema si puó limitare la contribuzione ad un livello che corrisponda alla pensione minima o sociale, mentre tutto il resto verrebbe versato in busta paga.

Il lavoratore avrebbe tre possibilità:

a) spendere tutto (del doman non v'è certezza)

b) aderire ad un fondo pensione integrativo, magari scegliendoselo

c) risparmiare per conto proprio (polizza assicurativa, immobili etc.)

In pratica peró presumendo che un numero elevato di persone ridurrebbe i contributi versati all'INPS ci sarebbe un rapido collasso del sistema pensionistico.

cambiamenti così radicali sono praticamente impossibili.

lo stato dovrebbe saldare con fondi propri il debito previdenziale insito nei sistemi a ripartizione che una volta tanto non è una peculiarità italica.

Su questo sono d'accordo.

Ciò non toglie che si potrebbe programmare una graduale transizione da un sistema a ripartizione ad un sistema "funded". Sarebbe un grande atto di amore e civiltà verso le future generazioni...

La transizione potrebbe essere tanto più veloce quanto più veloce è il riequilibrio finanziario del sistema attuale...

lo stato dovrebbe saldare con fondi propri il debito previdenziale insito nei sistemi a ripartizione che una volta tanto non è una peculiarità italica.

Non c'e' nessun debito previdenziale insito nei sistemi a ripartizione.

Quando si instaura un sistema previdenziale a ripartizione, anche gradualmente, lo si puo' instaurare capitalizzando i versamenti della prima generazione, invece che fare spesa publica (incluse pensioni di vario tipo) a favore di chi non ha pagato in passato alcun contributo.

Per il misto di incompetenza e disonesta' che caratterizza i politici, specialmente quelli italiani, accade in molti Paesi, ovviamente Italia inclusa, che invece i contributi della prima generazione alimentino spesa pubblica funzionale al consenso elettorale, creando un debito statale tipicamente non contabilizzato formalmente nei confronti dei futuri pensionati.

 

Quando si instaura un sistema previdenziale a ripartizione, anche gradualmente, lo si puo' instaurare capitalizzando ...... 

ossimoro

Il nostro sistema non poteva essere introdotto con gradualità perchè finita la guerra i capitali accantonati si erano volatilizzati 

ecco una breve storia :

Il nostro sistema pensionistico si è caratterizzato, alle sue origini, come un sistema a capitalizzazione pubblica. Esso consisteva nell'accantonamento dei contributi versati dai lavoratori per costituire delle riserve. Il capitale così accumulato veniva poi investito dall' INPS in operazioni finanziarie ed i guadagni derivanti dal rendimento degli investimenti effettuati si sommavano (o si sottraevano se avvenivano perdite) alle riserve. Dal capitale così formato, decurtate le spese correnti di gestione, veniva di volta in volta prelevata la quota necessaria ad erogare le prestazioni pensionistiche a coloro che in quel momento giungevano al termine della propria vita lavorativa. La forma pubblica della capitalizzazione, a differenza di quella privata, comportava  che la gestione delle riserve non dovesse dare nessun profitto per il gestore, ma l'eventuale guadagno poteva essere distribuito ai pensionati, mentre nel caso ci fossero state perdite, queste venivano ripianate con fondi del bilancio pubblico complessivo.

Poiché, come detto, le riserve accantonate venivano investite in attività finanziarie (titoli di stato e crediti), a causa dell'inflazione pre e post-bellica il loro valore reale e, di conseguenza, quello delle pensioni, era stato progressivamente eroso: le pensioni medie reali nel '45 valevano meno di un decimo rispetto al 1935.

Nel 1952 fu introdotto il sistema previdenziale cosiddetto a ripartizione. Questo sistema consiste nel prelevare i contributi dai lavoratori attivi e contemporaneamente con essi pagare le prestazioni ai pensionati.

 

Beh, se è questo il problema si puó limitare la contribuzione ad un livello che corrisponda alla pensione minima o sociale, mentre tutto il resto verrebbe versato in busta paga.

la (piccola) questione da cui siamo partiti è se vi fosse una problematica incertezza sulla attesa di vita, e pare di no.

dare la scelta di contributi minimi per una pensione minima "sufficiente" è ragionevole e liberale, nel senso di non paternalistico, però pone il problema di quanto sia "sufficiente". un giovane sceglie facilmente una busta paga più alta, salvo cambiare idea quando però è troppo tardi. questa percezione distorta del tempo in finanza è ricca di studi autorevoli, che lascio citare ai competenti.

altra cosa ancora è la previdenza integrativa e chi debba gestirli, quei soldini. :-).

la (piccola) questione da cui siamo partiti è se vi fosse una problematica incertezza sulla attesa di vita, e pare di no

Infatti non c'è rischio di longevità (dal punto di vista dello Stato) quando i coefficienti di conversione sono modificabili ope legis

dare la scelta di contributi minimi per una pensione minima "sufficiente" è ragionevole e liberale, nel senso di non paternalistico, però pone il problema di quanto sia "sufficiente". un giovane sceglie facilmente una busta paga più alta, salvo cambiare idea quando però è troppo tardi. questa percezione distorta del tempo in finanza è ricca di studi autorevoli, che lascio citare ai competenti

Sembra quasi però un argomento da "nudge economy": siamo sicuri che lo Stato sia più avveduto dei singoli e che questi ultimi siano maggiormente miopi nelle proprie decisioni intertemporali? L'evidenza empirica, per l'Italia (ma non solo), dimostrerebbe il contrario, con lo Stato lanciato verso la bancarotta e la situazione di indebitamento delle famiglie tutto sommato sotto controllo.

altra cosa ancora è la previdenza integrativa e chi debba gestirli, quei soldini. :-)

La previdenza complementare in Italia è uno schifo ed è quanto di più illiberale si possa concepire: emblematico del modo di ragionare dei nostri policy makers

 

PS scusate ma il blockquote non sembra funzionare (sarò imbranato io...) Ce l'ho fatta: era la mia versione di IE a non supportare la funzionalità...

per il blackquote dipende dal browser che usi : con chrome funziona.

siamo sicuri che lo Stato sia più avveduto dei singoli e che questi ultimi siano maggiormente miopi nelle proprie decisioni intertemporali? L'evidenza empirica, per l'Italia (ma non solo) dimostrerebbe il contrario, con lo Stato lanciato verso la bancarotta e la situazione di indebitamento delle famiglie tutto sommato sotto controllo.

le famiglie non sono poi così avvedute, se votano solo gestori della cosa pubblica che lanciano verso la bancarotta! hanno mostrato, collettivamente, scarsa previdenza, come farebbe singolarmente il giovane/cicala che vede lontanissima la pensione.

provo a cavarmela con una battuta, non avendo certezze a riguardo. il nudge non è il massimo, si, ma,però...

(il blockquote lo faccio alla fine,dopo aver copiato tutto. l'ho imparato da poco da un'anima pietosa, che ringrazio.)

Sandro , le tabelle B3 ( pag 65 ) e la C7 ( pag 70 ) dello studio ( Appendice B - Tavole statistiche ) della BdI cambiano a mio avviso un poco la prospettiva per quanto concerne i confronti per fasce d'età.

In particolare la seconda che dà in valore il reddito da trasferimenti ( pensioni ) della fascia più vecchia.

La media di questa fascia sembrerebbe "salvata" sopratutto da redditi di capitale , cioè i risparmi di una vita , di quando , questo sì , c'era spazio per il risparmio.

in questo caso le proposte sono abbastanza ovvie. Va contenuta la dinamica della spesa pensionistica.

Sono d'accordo, era banale e c'ero arrivato, ma fissare solo una nuova soglia mi sembra limitarsi a chiudere la stalla quando nella stalla non è rimasto più manco il letame... Per esempio:

1) Se si va ad analizzare la spesa pensionistica saltano subito agli occhi anomalie come quella delle "pensioni d'oro". Ora, senza arrivare a tanto, ma perché i miei 40 anni di contributi devono essere ripagati molto meno dei 40 anni di contributi della generazione precedente? Non sarebbe giusto riequilibrare in qualche modo la situazione invece di sottostare ad una legge del "diritto acquisito" che a conti fatti non ha nessuna ragione di essere? Se puntiamo ad una società meritocratica e dinamico-adattativa, intendo dove le risorse che ci sono a disposizione vengono condivise secondo criteri che prescindono dal concetto di "rendita", credo andrebbero rivisti anche questi parametri.

2) E poi c'è anche l'altra questione - già trattata altrove da nFA, forse proprio da te... - della quota di contributi "finti", ovvero di tassazione mascherata da contributi, visto che sono soldi che non torneranno mai in tasca al contribuente, visto che servono a pagare ora le pensioni di altri. Perché non lo si rende chiaro ed evidente?

Come dici tu, la risposta è politica, ma ti faccio notare che non viene formulata da alcuno schieramento. Anzi se ne guardano tutti bene dallo sfiorare l'argomento.

a cosa serve che noi si faccia proposte dettagliate e articolate?

A niente. Anche quello che ho scritto sopra è stato solo per passare cinque minuti alla tastiera. Oppure no? Oppure fa parte di un qualche tentativo di creare una nuova coscienza dei cittadini e soprattutto far capire che le soluzioni ci sono e sono fattibili? Davvero non lo so, Sandro. Credo tu abbia capito che non ho nessuna intenzione di fare polemica, solo di manifestare un'esigenza che spero sia sempre più condivisa, magari in altre sedi se questa come dici non è quella adatta.

 


Volevo segnalarti gli articoli di Rosina sulla lavoce.info, ma vedo che li conosci già. Non so se è un caso ma il titolo del tuo post è uguale al titolo del pamphlet che ha pubblicato alla fine del 2009 con Elisabetta Ambrosi. Rosina è un demografo e sul tema conflitto/scambio intergenerazionale ha lavorato per anni e ci lavora ancora.

Stiamo parlando di un evento che ha probabilità zero. Tuttavia si puo' ritenere che il pensionato "ricco" cui viene dimezzata (o ridotta ad un terzo o n quarto) la pensione, volendo mantenere lo stesso tenore di vita, venderebbe la nuda proprietà della sua casa e la piena proprietà delle altre sue proprietà immobiliari. Ne risentirebbe quindi il patrimonio che presumibilmente una generazione di figli unici è destinata ad ereditare da entrambi i genitori. Ci sarebbero anche delle conseguenze sul sistema sanitario, perché nessuno sarebbe più in grado di pagarsi "badanti". Queste possibili conseguenze di un evento con probabilità zero concorrono a mantenere a zero la probabilità dell'evento.

Io giovane non sono più, ma uno sforzo per capire il punto di vista di qualcuno in condizioni radicalmente diverse dalla mia sono ancora capace di farlo.

Allora il "giovane" deve lavorare con salari bassi e precati dino a 70 anni e poi andare in pensione con il 40% del suo reddito (sperando che nel frattempo sia salito) per pagare le pensioni di chi ha lavorato fino a 55 anni (ma in alcuni casi anche meno) con maggiori garanzie e salari più alti, e poi ha avuto una pensione pari al 70% (ma spesso dell'80% e qualche volta anche di più) dell'ultimo stipendio. É chiaro che si inc%%%a, e propone soluzioni estreme, e magari un giorno anche più estreme ( http://it.wikipedia.org/wiki/I_viaggiatori_della_sera ).

In molte famiglie il rampollo, presumibilmente figlio unico, erediterà dai due gentiori e dai quattro nonni un paio di immobili che potrà vendere o affittare per integrare la magra pensione e non finirà come Umberto D ( http://it.wikipedia.org/wiki/Umberto_D.) ma questa è una soluzione gravemente iniqua. Infatti la possibilità di una serena vecchiaia non dipenderà dall'alacrità e dalla lungimiranza dell'interessato, ma da quelle dei genitori/nonni, su cui non avrà avuto alcuna influenza.

A questo punto varrebbe la pena di reintrodurre un'imposta di successione sostanziosa, piuttosto che tartassare esageratemente i pensionati con pensioni superiori alla minima.

In ogni caso non si puó prescindere dal riconoscere che l'attuale sistema pensionistico rappresenta un complesso di promesse fatte che non sarà possibile mantenere. La maggior parte dei politici responsabili sono morti da un pezzo ("The evil that men do lives after them; The good is oft interred with their bones") e non gliene possiamo chiedere conto..

Una domanda assurda, ma nemmeno poi tanto:

Cosa accardrà quando i "vecchi" per l'inevitabile ironia della vita non potranno più "tirare" la pensione?

Sia chiaro non auguro niente a nessuno, ma è incontrovertibile che come c'è stato un boom in un punto T della nostra storia questo finirà, con calma, non tutto insieme ma finirà.

Ci ritroveremo allora i giovani di oggi vecchi e dei nuovi giovani.

I vecchi' saranno pochi rispetto a quelli di oggi, i giovani' non sappiamo (probabilmente in gran parte di orgini straniere comunque).

A quel punto cosa potrebbe accadere? Le enorme risorse liberate che fine farebbero?

Volendo fare i pessimisti i giovani di oggi rimarranno fregati tutta la vita, oggi tutti i loro sforzi servono a pagare i vecchi, domani le risorse che si libereranno andranno probabilmente in gran parte ai giovani, in fondo è quello che han chiesto per tutta una vita no?

(a questo punto chi ha qualcosa da ereditare farebbe meglio a cominciare a trattare meglio genitori, zii e nonni fin da subito, vuoi mai che vada tutto alla badande ucraina...)

Temo sia difficile che si liberino risorse, perché chi pagherà sarà comunque in numero minore di chi prenderà la pensione (ovvero i neonati di oggi dovranno lavorare per mantenere 2 pensionati a testa):

 

Poi c'è la botta di futuri pensionati che oggi hanno tra i 40 e 50 anni, quando si ritireranno dal mondo del lavoro probabilmente il sistema pensionistico italiano andrà a farsi benedire con buona pace della mia generazione (trentenni) che adesso becca pochi soldi, maturando ne continuerà a beccarne pochi e la pensione la piglierà in ql...

Nell'Italia degli enormi sprechi, dei costi della politica piu' alti al mondo, dell'evasione fiscale più vergognosa, delle corporazioni più squallide, dello scudo fiscale abominevole, delle rendite finanziarie fra le meno tassate in Europa, si ritorna sempre sulle pensioni e sull'età pensionabile, che è già stata aumentata abbastanza insieme agli anni di lavoro, cerchiamo di trovare il modo di colpire le varie specie di parassiti che ammorbano il Paese.

P.S le baby pensioni sono state un'assoluta vergogna, tanto per essere chiaro, e non indurre i lettori a pensare che io ne sia sato un sostenitore.

Bello veramente. Come solo la BBc sa fare. E il TG1, ovviamente....

Lungi da me dal discutere i dati, come qualcuno fa, introducendo strane differenze, però questi dati, magari meno crudi, meno esposti di quelli di Sandro, si conoscono da tempo. Innalzare l'età pensionabile è una tendenza inevitabile, con il sistema delle "quote" ci stiamo già arrivando (piano, ok, ma ci stiamo muovendo in quella direzione.), ma non vedo il problema.

E' chiaro che quella di "premiare" gli anziani in questo paese è una tendenza politica, gli anziani vanno a votare di più dei giovani (ricerca datata, ma ricordo che ne avevamo già parlato), sono o fortemente ideologizzati (e quindi votano a prescindere), o facilmente influenzabili (la vecchina che vota SB perchè lo aveva detto Mike Bongiorno), mentre i giovani, a parte una frangia minoritaria ideologizzata, sono molto più attenti e informati, oltre che fortemente sfiduciati verso la politica.

Ergo, da politico, sommerei due più due, e direi: mi tengo buoni gli anziani, e ai giovani prometto "chiù pilo per tutti" e sono a posto. Destra e sinistra lo fanno ormai da tempo, per cui questi dati non mi colgono di sorpresa, mi sorprendo solo del fatto che vivo in un paese in cui l'agenda "politica" è dettata sempre dalle stesse persone, rapaci e incapaci.

Piccolo contributo: spostare la tassazione dalle persone (fisiche e giuridiche) ai beni potrebbe parzialmente riallineare le inefficienze del sistema. Ma non è una cosa su cui mi sento di contribuire molto, non essendo il mio campo.

Piccolo contributo: spostare la tassazione dalle persone (fisiche e giuridiche) ai beni potrebbe parzialmente riallineare le inefficienze del sistema. Ma non è una cosa su cui mi sento di contribuire molto, non essendo il mio campo.

In un paese dove una cospicua parte della popolazione vive di rendite, almeno parzialmente? Non credo sarebbe una buona idea, il valore degli asset calerebbe bruscamente (pensiamo al mattone) e la fuga di capitali sarebbe inevitabile.

Non c'è altra via che tagliare pesantemente le spese statali (dal 55% del GDP a un 35%). Mi rendo conto che è una prospettiva apparentemente poco verosimile, ma di riffa o di raffa sarà una strada obbligata entro alcuni anni. E dovrà comprendere, chiaramente, una sforbiciata a quell'orrore concettuale che sono i cosiddetti "diritti acquisiti" (meglio chiamarli "debiti acquisiti").

Purtroppo è un processo che prima di generare effetti positivi (presumendo che venga messo in atto, prima o poi) richiede parecchio tempo. E' precisamente il tempo che costringerà una o due generazioni a vivere molto al di sotto degli standard dei loro genitori.

Piccolo excursus: io vivo tra Sao Paulo, Milano e Londra. A Sao Paulo e Londra vedo ristoranti zeppi di giovani tra i 20 e 30 anni che possono spendere 70 euri a testa per cenare, a Milano sembra di entrare nelle mense delle case per anziani. Lo stesso per qualunque locale notturno, l'età degli avventori in Italia è ormai over-40, che risulta anche un po' ridicola per la tipologia di quei luoghi. Una tristezza assoluta.

Potete osservare nella prima figura sopra che il reddito equivalente delle classi più anziane (55-64 e oltre 65) è cresciuto in media più di quello delle classi più giovani nell'intero arco dei 15 anni rappresentati. Non è quindi solo un problema di migliore protezione dei redditi da trasferimento in periodo di recessione.

Parte della risposta puo' essere anche nelle differenze di breve periodo evidenziate dal grafico (che sommano poi alla cumulata finale) (posto che si tratta di valori campionari dotati di errore).

L'effetto cumulato e' infatti circa +25% per i 55-64 enni, e circa +5% per gli under 44, ma ci sono sottoperiodi in cui c'e' una controtendenza.

In particolare, nel 2002-2004 il reddito dei minori di 44 e' cresciuto piu' di quello dei 55-64 enni (e la crescita economica (pil) in quegli anni non e' stata straordinaria), e in altri periodi la crescita e' quasi uguale (1998-2002).

Perche'? (Io non lo so)

Tra l'altro, c'e' anche una relativamente nuova indagine che copre i redditi degli italiani, con un campione "immenso" (circa 50.000 persone), e uniforme a livello europeo, che e' la SILC (http://www.istat.it/strumenti/rispondenti/indagini/famiglia_societa/eusilc/). Purtroppo, essendo nuova, non permette analisi di tendenza, ma, per chi fosse interessato, offre ampie possibilita' di analisi in profondita'.

Ultimo punto: comunque, la "valle" 2006-2008 per gli under 55 e' veramente impressionante!

Tutto condivisibile, i prepensionamenti del passato erano (e sono) obbobriosi e il tasso di rimpiazzo è in diversi casi eccessivo. Ma se si vuole considerare la questione dell' equità intergenerazionale occorrerebbe badare a tutto il ciclo di vita. Quanto guadagnavano da giovani gli attuali pensionati e quali erano le loro condizioni di lavoro? Un sessantacinquenne pensionato, quando era trentenne guadagnava di più o di meno dell' attuale trentenne? E le condizioni di vita erano migliori o peggiori? Nel basso livello di occupazione dei giovani (con concetto di gioventù alquanto esteso) non c' entrerà l' effetto di ricchezza di famiglie mediamente molto più abbienti che in passato, con conseguente aumento delle pretese retributive e lavorative?

 

l' effetto di ricchezza di famiglie mediamente molto più abbienti che in passato, con conseguente aumento delle pretese retributive e lavorative?

 

è proprio così

e da qui nasce la litania "dei lavori che gli italiani non vogliono più fare" che meglio sarebbe cambiare in "... che possono permettersi di non più fare"

Che in regime di quasi piena occupazione vengano lasciati agli immigrati i lavori meno appetibili è normale ma che con un giovane su tre senza lavoro si abbia bisogno di milioni di immigrati è a mio avviso scandaloso.

 

 

 

e da qui nasce la litania "dei lavori che gli italiani non vogliono più fare" che meglio sarebbe cambiare in "... che possono permettersi di non più fare"

Apprezzando l'idea di fare l'impiegata di medio/basso profilo (ruolo puramente esecutivo, scarsa o nulla discrezionalità, stipendio minimo a fronte di un impiego socialmente riconosciuto -che fai la mamma è scontato- un minimo di autonomia economica, pochi mal di testa ecc.) come potrei accedervi?

"Mi scusi, vorrei sapere se vi ho inviato correttamente il mio curriculum in riferimento all'annuncio XYZ, vi è arrivato?"

"Si è arrivato... guardi, capisco che è una cosa brutta da dire, ma certi profili non li mandiamo neppure a certe aziende perchè sappiamo già che ci richiamerebbero dicendoci di non mandare cv di persone laureate" (per non parlare di quelle dottorate, penso io...)

Certamente solo un aneddoto personale.

Io vedo nei giovani degli ultimi anni un deficit di iniziativa : quelli che ne hanno di più emigrano ma per fare i dipendenti , di lusso ma sempre dipendenti.

 

Che in regime di quasi piena occupazione vengano lasciati agli immigrati i lavori meno appetibili è normale ma che con un giovane su tre senza lavoro si abbia bisogno di milioni di immigrati è a mio avviso scandaloso.

Cercando di ricomporre i due commenti... dovrei tentare di fare la badante?  sarei imprenditrice di me stessa (in nero) o dipendente... potrei dimenticarmi quello che ho fatto (in fondo un percorso di studio poco appetibile o inflazionato o troppo poco hard science me lo sono scelto da sola...) e frequentare un corso di formazione per operatrice OSA sarei nuovamente dipendente ma almeno non darei scandalo...

Mah, discorso lungo. Io però ci andrei piano prima di dare in massa la colpa a una generazione che ''non si sa fare avanti''.

 

Concordo.

 

 

 

 

Che poi non capisco cosa ci sia di male a voler fare il dipendente.

Ci sono i pro e i contro. Come in tutte le situazioni.

Non credo che all'estero diventino tutti imprenditori. Questa la vedo molto una "tara" italiana, dove il dipendente è sempre quello che ha poca voglia/sa poco fare/non ha iniziativa per definizione.

Se sono un programmatore ed ambisco a lavorare alla Google Inc. ho deficit di iniziativa?

Un emigrante italiano ingegnere alla VW è un dipendenti , di lusso ma sempre dipendenti?

Mentre aprire l'azienda con 2 dipendenti che tira a campare con i clienti tutti in provincia e il know how tecnologico di una ferriera ottocentesca fa di un giovane una persona brillante?

Questa la vedo molto una "tara" italiana, dove il dipendente è sempre quello che ha poca voglia/sa poco fare/non ha iniziativa per definizione 

 Ma poi, chi lo dice? Voglio dire, a parte Berlusconi e qualche altro imprenditore borioso...

Comunque, ecco una fonte che mi pare seria sulla situazione reale dell'attitudine all'imprenditorialita` nei diversi paesi.

 

 

sono 73 pagine

puoi identificare o postare i 2 o 3 grafici tabelle che supportino la tua posizione.Grazie

Scusa la brevità della risposta ma non ho molto tempo... lo studio che ho linkato fornisce varie informazioni, ma non necessariamente supporta il mio punto di vista secondo il quale una persona capace non necessariamente deve essere portata a fare l'imprenditore. Questa idea si basa piuttosto sul buon senso. Anzi, la maggior parte delle carriere, delle vocazioni, lo escludono. Se proprio vuoi degli esempi, direi che normalmente uno scienziato non può fare l'imprenditore perchè significherebbe smettere di fare lo scienziato, un ingegnere non può fare l'imprenditore perchè significherebbe smettere di fare l'ingegnere e così via. Ci si può chiedere poi se un "banale" impiegato o un operaio siano meno "brillanti" di un imprenditore... la mia risposta è che anche questo non è necessariamente vero, possono anche essere persone con una diversa scala di priorità, o persone che non hanno avuto le stesse opportunità.

Per tornare allo studio GEM, mi verrebbe da dire questo: l'Italia si inserisce in modo non troppo anomalo nell'insieme, se vogliamo trovare qualche peculiarità, una è a pagina 56: guarda un po' come siamo messi a venture capital investments...

per essere conciso ho travisato ciò che volevo dire

io d'altra parte sono stato felicemente dipendente tutta la vita

Ciò che volevo dire è che i giovani possono affermarsi nella società anche creando imprese e questo è molto importante nel paese delle microimprese : purtroppo la propensione dei giovani ad intraprendere pare in calo.

C'è un dato di fatto : in Italia non esistono sbocchi professionali che non siano "artificiali" o impropri per tutti i laureati in scienze politiche , comunicazione , lettere o legge che ogni anno sfornano le nostre università.Questo nonostante in Roma esercitino più avvocati che in tutta la Francia.

Creare un posto che non serve non crea ricchezza ma la distrugge.

Chi intraprende questi studi dovrebbe esserne consapevole e farlo sopratutto se spinto dalla passione per queste materie ed essere pronto ad accettare un lavoro "downgraded" rispetto alla sua preparazione specifica.

Purtroppo chi deve fare questa scelta si sente defraudato a vita e nella frustrazione non riesce a dare neppure quanto richiesto da una posizione pur sottodimensionata rispetto alle sue capacità.

Ed ecco che i datori di lavoro sono giustamente cauti ad assumere un laureato in legge per una posizione che puo benissimo essere coperta da un ragioniere : come dare loro torto?

Già decenni fa , ai suoi tempi d'oro , IBM , nelle selezioni di personale , scartava più candidati con potenzialità troppo eccedente le job descriptions delle posizioni da coprire che candidati scarsi.

Erano convinti , ed io concordo , che l'ouput di un individuo fosse in qualche modo proporzionale al prodotto preparazione X motivazione.

E' chiaro che quanto sopra vale nella media , che esistono casi particolari così come sono certo che non tutti coloro che riescono a soddisfare le loro aspirazioni professionali nelle discipline citate siano i migliori.

Per quanto concerne il rapporto immigrazione / disoccupazione ribadisco quanto scritto sopra e cerco di spiegarlo meglio.

Se in un paese gli autoctoni sono tutti occupati , coprendo tutte le posizioni lavorative necessarie , dalle più prestigiose alle più umili , trovo normale ( ma non necessario in quei paesi con immigrazione anche di qualità ) che non appena una posizione mediana non possa essere coperta si ricorra all'immigrazione che coprirà una posizione umile lasciata libera da uno scorrimento degli allogeni verso le posizioni migliori.

Trovo invece assurdo , antieconomico che le posizioni più basse siano lasciate agli immigrati perché per gli autoctoni vengono creati posti di lavoro inutili o peggio siano lasciati senza occupazione.

Questo non crea ricchezza ma la distrugge.

Purtroppo , guardandomi in giro , questo avviene in modo eccessivo in Italia e nei paesi arabi con i petrodollari. 

L'orientamento a livello di scuola media e superiore è scadente.

Non si vuole o non si ha il coraggio di dire ai ragazzi in modo chiaro e tondo che certe scelte non porteranno che a tribolazioni.

Chi dice, in modo pragmatico, che con certe cose non si mangerà passa sempre per il gretto materialista e sti poveracci laureati in scienza delle merendine continuano ad aumentare...

Ho letto con abbastanza attenzione lo studio relativamente ai redditi

Sono stato impressionato dall'indice di Gini ( figura 12 ) e non capisco perché l'andamento dei redditi equivalenti 2006-2007 e 2007-2008 siano uguali quando la crisi si è manifestata nel 2008 ( crescita 2007 1,5% , indebitamento netto -1,5% )

Chiedo se è possibile avere un grafico separato "Reddito equivalente per classe di età" diviso per condizione professionale.

Spero di non rompere troppo ma credo serva a chiarire ulteriormente la situazione (ovvero quanto hanno perso in potere d'acquisto i lavoratori dipendenti negli ultimi 10 anni?).

Steve, scusami ma non ce la faccio. Però se vai all'indagine della banca d'Italia (link nella prima riga del post) e guardi le tabelle a pag. 60-70 troverai un sacco di informazioni, anche se in forma tabellare e non di grafico.

Per i lavoratori dipendenti però la situazione dovrebbe essere chiara dalla figura nel post. Fatto 100 il reddito equivalente del 1993 la tendenza è rimasta abbastanza piatta ed è ora poco sotto 105. Per il 2008 i redditi equivalenti li trovi alla tabella B2. Circa 20mila, meno per gli operai e più per gli impiegati. Sono valori più o meno rappresentativi di tutto il periodo, data la sostanziale stagnazione.

Ho l'età per ricordare che questo argomento è stato oggetto di discussione già molte volte, ed infatti diverse riforme del sistema pensionistico sono state compiute negli ultimi due decenni (qualcuno ha ricordato sopra quelle promosse dal governo Amato, nome che evoca sentimenti di repulsione in alcuni frequentatori di codesto sito).

Come sempre avviene, le modificazioni sono state graduali, rispettando i diritti acquisiti; che questo abbia comportato diversità tra le classi di età era, probabilmente, inevitabile. Chi aveva raggiunto una certa anzianità contributiva, infatti, non era più in condizione di rimediare con il risparmio individuale al minore tasso di sostituzione di volta in volta introdotto: ridurre le sue aspettative di reddito si sarebbe risolto in una penalizzazione odiosa.

Del pari sarebbe odioso decurtare drasticamente il reddito di una persona per il solo fatto che cessa la sua attività lavorativa, come qualcuno ha proposto: non sarebbe molto diverso da un programma di eliminazione degli anziani, un incubo da fantascienza.

Si dice che il potere sia in mano ai vecchi, ma mi sembra un'esagerazione. Se Berlusconi  ha 73 anni e Prodi press'a poco, Bersani, Di Pietro, Fini, Casini hanno un'età inferiore, per non parlare di molte altre figure politiche decisamente più giovani (per es., Cota, Renzi, Gelmini, Adinolfi). Ma questo nella politica e nell'amministrazione pubblica, soprattutto in quei settori nei quali l'età pensionabile è alta: come vanno le cose nell'industria? quanti anni hanno Marchionne ed Elkann?

In ogni caso, mi sembra che ci sia una certa contraddizione tra auspicare un generalizzato aumento dell'età pensionabile e la lamentela che i vecchi siano in posizione sovraordinata ai giovani.         

In ogni caso, mi sembra che ci sia una certa contraddizione tra auspicare un generalizzato aumento dell'età pensionabile e la lamentela che i vecchi siano in posizione sovraordinata ai giovani.

Beh, no dai. Le vere posizioni di comando (i posti nei consigli di amministrazione delle grandi imprese, delle fondazioni bancarie, gli scranni in parlamento etc.), sono completamente sottratte alle regole previdenziali normali.

Beh, no dai. Le vere posizioni di comando (i posti nei consigli di amministrazione delle grandi imprese, delle fondazioni bancarie, gli scranni in parlamento etc.), sono completamente sottratte alle regole previdenziali normali.

se non sbaglio, negli stati uniti vige però una prassi che fa coincidere le due cose: a 65 anni si va a casa comunque. è una cultura diversa...se si cerca l'esasperazione del concetto di gerontocrazia e delle sue conseguenze, consiglio di gironzolare invece in siti dedicati alla genovesità, cercando "maniman", ad es.

Certo, non si tratta di lavoro dipendente; non ne deriva diritto a pensione (salvo speciali accordi su buonuscite), tranne che per i parlamentari. Ma io avevo in mente i posti di dirigente nelle aziende, private o pubbliche; i gradi superiori della magistratura e della PA; i professori universitari, ecc. - non avranno potere politico, ma nel loro ambito comandano. Non a caso, in magistratura ed università il pensionamento arriva oltre i 65 anni ...  

Credo che impossibile dubitare della rilevanza quantitativa di questi soggetti, che detengono potere reale ancorché settoriale. Se si sposta in avanti il loro pensionamento, come sembra auspicio generale, si ritarda ulteriormente la carriera delle classi d'età più giovani. O mi sbaglio?

Come sempre avviene, le modificazioni sono state graduali, rispettando i diritti acquisiti; che questo abbia comportato diversità tra le classi di età era, probabilmente, inevitabile. Chi aveva raggiunto una certa anzianità contributiva, infatti, non era più in condizione di rimediare con il risparmio individuale al minore tasso di sostituzione di volta in volta introdotto: ridurre le sue aspettative di reddito si sarebbe risolto in una penalizzazione odiosa.

Sono state troppo graduali, accettando supinamente ciò che è stato spacciato per "diritti acquisiti". Un esempio per tutti: con la riforma Dini, che ha introdotto il cd "sistema contributivo" (a ripartizione) non si capisce perchè il nuovo sistema di calcolo sia stato adottato solo per coloro che avevano una anzianità contributiva inferiore a 18 anni. La gradualità avrebbe richiesto che l'applicazione pro-quota del nuovo sistema di calcolo fosse estesa a tutti, per gli anni futuri, successivi alla data di partenza della riforma. Vale anche la pena  ricordare che, ai tempi, la CGIL voleva il pro quota per tutti, mentre la più strenua difesa dei famigerati "diritti acquisiti" venne dalla CISL.

Il problema di fondo è che, se per difendere i "diritti acquisiti", si porta il sistema al punto di rottura si commette una enorme sciocchezza, perchè si rischia di perdere tutto (e ciò si applica anche al caso FIAT).

In ogni caso, mi sembra che ci sia una certa contraddizione tra auspicare un generalizzato aumento dell'età pensionabile e la lamentela che i vecchi siano in posizione sovraordinata ai giovani.

Esattamente il contrario. Mi sembra che sia stato già evidenziato, nel corso della discussione, che è proprio la saldatura di interessi tra i "vecchi" che detengono il potere e i "vecchi" (elettori, sindacalisti, pensionati, ecc.) a cui continuano ad essere garantiti alcuni benefici (a spese di altri) che permette il mantenimento dello status quo.

Se si fosse applicato il nuovo sistema a tutti, non sarebbe stata una riforma graduale. Che la CGIL lo richiedesse e la CISL si opponesse si capisce facilmente, considerando la maggiore vocazione operaia della prima rispetto alla seconda: per impiegati e quadri la penalizzazione sarebbe stata, verosimilmente, maggiore.

In ogni caso, l'ostilità per i diritti acquisiti mi sembra ben poco liberale: si tratta di rispettare un contratto! 

Scusi, guardi che io avevo scritto una parolina in più: pro-quota. Quindi

Se si fosse applicato il nuovo sistema a tutti, non sarebbe stata una riforma graduale

non risponde, oppure, se preferisce, travisa, quanto ho scritto. Per me pro-quota, ovvero in proporzione, è sinonimo di gradualità ed equità. Il sistema contributivo pro quota è stato applicato solo ad una parte dei lavoratori, quelli con contribuzione inferiore a 18 anni. Come al solito c'è sempre qualcuno che è più uguale di altri.

Quanto alla sua affermazione sull'equivalenza tra "diritti acquisiti", ciò che può dirsi liberale e rispetto dei contratti, vale quanto scritto sopra. In ogni caso il contratto è rispettato quando c'è equivalenza attuariale tra le prestazioni. Quindi ad un maggior numero di anni in cui si riscuote la pensione corrisponde un importo mensile inferiore. Comunque a coloro che si intestardiscono con questa storia del contratto si può sempre rispondere che avranno diritto sempre alla stessa pensione nominale (zero aumenti per l'inflazione).

Anche l'adeguamento all'inflazione fa parte del contratto.

In ogni caso, stia tranquillo; l'adeguamento è parziale, nel lungo periodo i redditi superiori ad un certo importo non sono protetti.

Ci sono giovani e giovani. E poi ci sono giornali seri e giornali leccaculo, ma qui parliamo del Corriere quindi non conta.

Vogliamo scommettere che in uno dei decreti attuativi la nostra MSG modifichera' le regole per l'ammissione a medicina?

Al di la' dello squallore dell'articolo, qualcosa c'e'.

Un mio parente quest'anno ha fatto il test, ci ho visto qualche domanda di attualita' e altre che con la medicina avevano poco a che fare. Sara' che non sono uno psicologo, ma non mi sembravano nemmeno domande "mascherate" per vedere se eri in grado di riconoscere un certo tipo di problema scientifico senza essere espliciti.

Per dirne una ai test di ingresso a Ingegneria non ne ho mai viste di domande del genere.

La qualità dei test d'ingresso in Italia è piuttosto scadente... Ricordo che nel mio, per entrare a economia a Padova (non fossi entrato forse era meglio...) c'era 2 volte la stessa identica domanda.

Non so chi avesse preparato il test ma penso che bastasse rileggerlo per accorgersene...

Premesso questo, il mio test era di cultura generale e un po' di logica, era talmente facile (a mio avviso) che non pensavo sarei mai entrato visto che nel test contava anche il voto di maturità per un 40% e io partivo con un pessimo (visti gli altri) 78.

Mah, comunque l'università italiana è uno schifo ad ogni livello, meglio lasciar perdere in partenza :)

economia a Padova (non fossi entrato forse era meglio...) 

 

 

ma economia a Padova fa così schifo ? nella classifica di Repubblica è tra le prime ...... in Italia 


 


No dai non fa così schifo... Scrivo così perché sono infangato con l'esame di commerciale...

Fortunatamente i commenti sono di tutt'altro avviso. Un'estate a studiare dice, definitely not the sharpest pencil in the box.

Quand'e' che i giornali italiani sono diventati cronaca dei patemi d'animo dei padri bene della politica, credo di essermi perso una fase.

Luigi Celli, Zangrillo, chi sara' il prossimo? Mi aspetto un'apologia del Trota seguita dalla triste lettera di Veltroni.

Nel frattempo mi rammarico  non solo dell'esser nato figlio di operai ma anche della  reiterata presa per il culo. 

My two cents.

Pongo all'attenzione questo rapporto dell'UE sui salari nel campo della ricerca tecnico- scientifica.

http://ec.europa.eu/euraxess/pdf/research_policies/final_report.pdf

In questo rapporto vengono riportati per ogni paese dell'UE e associati, i salari medi dei ricercatori per 5 classi di esperienza (esperienza misurata in anni).

Partendo da questi dati gli autori hanno stilato due classifiche: quella dei salari di entrata (0-4 anni) e quella dei salari finali. Poi hanno comparato la posizione relativa di ciascun paese in ciascuna delle due classifiche.

Risultato:
- High relative increase countries (relative increase in the country ranking is 7 or more positions):
Ireland, Israel, Italy, Netherlands, Portugal, Spain and the United Kingdom.
- Low relative increase countries (relative increase in the country ranking is from 3 to 6 positions):
Belgium, Cyprus, Germany, Sweden, Switzerland and Turkey.
- Neutral relative increase countries (relative increase/decrease in the country ranking below 2 positions):
Austria, Bulgaria, Croatia, Czech Republic, France, Greece, Latvia, Poland, Romania, Slovakia and Slovenia.
- Low relative decrease countries (relative decrease in the country ranking is from 3 to 6 positions):
Estonia, Finland, Hungary and Luxembourg.
- High relative decrease countries (relative decrease in the country ranking is 7 or more positions):
Denmark, Iceland, Lithuania, Malta and Norway.

L'Italia ricade tra i paesi in cui vi è un forte incremento (relativo) tra il salario iniziale e quello finale.

A me però le comparazioni basate sui ranking non piacciono molto, quindi ho effettuato un altro semplice calcolo: quanto vale il salario di entrata (in percentuale) rispetto a quello finale?

Risultato:
- Più del 55%:  Malta, Norway, Iceland, Lithuania,
- dal 45% al 55%: Denmark, Hungary, Finland, Slovakia
- dal 35% al 45%: Bulgaria, Austria, Luxembourg, Estonia, Poland, Croatia, France, Slovenia, Czech Republic, Latvia
- dal 25% al 35%: Belgium, Switzerland, Sweden, Greece, Cyprus, Germany, United Kingdom, Netherlands, Turkey, Spain, Romania
- Meno del 25%:  Italy, Ireland, Portugal, Israel

Riporto la tabella e le classifiche, per capire meglio.

Tabella (avvertimento: i dati sono stati "regrediti"
- least square adjusted - dagli autori del rapporto).

Anni esperienza        0-4     5-7     8-10    11-15     15+
Israel        18.857    29.163    45.100    69.748    107.866
Portugal         9.644    20.857    32.070    43.283    54.496
Ireland        14.919    26.981    39.043    51.106    63.168
Italy        12.648    22.811    32.974    43.137    53.300
Romania     5.628     9.349    13.070    16.791    20.512
Spain        16.507    27.093    37.680    48.266    58.852
Turkey        11.298    18.375    25.452    32.529    39.606
Netherlands    24.797    39.907    55.017    70.127    85.237
United Kingdom    23.524    37.369    51.215    65.060    78.906
Germany    24.806    38.320    51.834    65.347    78.861
Cyprus        23.909    36.518    49.127    61.736    74.345
Greece        14.655    22.313    29.971    37.629    45.287
Sweden        22.441    34.133    45.825    57.517    69.208
Switzerland    28.645    43.440    58.234    73.028    87.823
Belgium        27.505    40.991    54.477    67.963    81.449
Latvia        11.018    16.017    21.017    26.016    31.015
Czech Republic    19.095    27.546    35.997    44.448    52.899
Slovenia        20.218    28.620    37.022    45.424    53.826
France        25.331    35.848    46.364    56.881    67.397
Croatia        14.534    20.464    26.394    32.324    38.254
Poland        11.654    16.358    21.061    25.764    30.467
Estonia        11.758    16.157    20.557    24.957    29.357
Luxembourg    32.247    43.617    54.986    66.356    77.726
Austria        34.758    46.956    59.154    71.352    83.550
Bulgaria         5.715     7.634     9.554    11.474    13.393
Slovakia        11.151    14.526    17.902    21.277    24.653
Finland        22.825    29.367    35.909    42.450    48.992
Hungary        17.365    22.253    27.141    32.029    36.917
Denmark    29.539    36.227    42.915    49.603    56.291
Lithuania    22.323    25.796    29.269    32.741    36.214
Iceland        33.528    37.320    41.112    44.904    48.695
Norway        34.027    37.712    41.397    45.082    48.767
Malta        35.475    37.779    40.083    42.387    44.691

Classifiche:
PI: posizione per salario iniziale
PF: posizione per salario finale
diff: differenza PI-PF
SI/SF: rapporto tra salario iniziale e salario finale
        PI    PF     diff    SI/SF
Israel        19     1    -18    0.175
Portug        31    15    -16    0.177
Ireland        22    12    -10    0.236
Italy        25    17    -8    0.237
Romania    33    32    -1    0.274
Spain        21    13    -8    0.280
Turkey        28    24    -4    0.285
Netherl        11     3    -8    0.291
UnitKin        13     6    -7    0.298
Germany    10     7    -3    0.315
Cyprus        12     9    -3    0.322
Greece        23    22    -1    0.324
Sweden        15    10    -5    0.324
Switzer         7     2    -5    0.326
Belgium         8     5    -3    0.338
Latvia        30    28    -2    0.355
Czech        18    18     0    0.361
Sloven        17    16    -1    0.376
France         9    11     2    0.376
Croatia        24    25     1    0.380
Poland        27    29     2    0.383
Estonia        26    30     4    0.401
Luxemb         5     8     3    0.415
Austria         2     4     2    0.416
Bulgar        32    33     1    0.427
Slovak        29    31     2    0.452
Finland        14    19     5    0.466
Hungary        20    26     6    0.470
Denmark     6    14     8    0.525
Lithuan        16    27    11    0.616
Iceland         4    21    17    0.689
Norway         3    20    17    0.698
Malta         1    23    22    0.794

Tra l'altro la differenza tra salario di entrata e finale in Italia sarebbe ancora maggiore:

infatti, hanno effettuato una verifica:
in Italy, the remuneration average calculated for the senior researchers in the University of Torino, Roma and the Università degli Studi di Trento (“Professor Ordinari”, “Professor Associati”, “Ricercatori”) was 67.521,22 EUR, representing a deviation of 29.88% from the study data.
29.88% IN PIU' di quello rilevato nel rapporto.
(in confronto: per gli altri paesi i dati del rapporto si discostano dai dati della verifica per meno del 20%)

 

interessante copsì come il salario a "fine corsa" (tabella )

La combinazione delle due cose mostra come il ricercatore italiano , nel corso della vita , porti a casa ben poco.

 

   

anni

+ 15

 

 

Israel

107866

CH

87823

Netherland

85237

Austria

83550

Belgium

81449

U.K.

78906

Germany

78861

Luxemburg

77726

Cyprus

74345

Sweden

69208

France

67397

Ireland

63168

Spain

58852

Denmark

56291

Portugal

54496

Slovenia

53826

Italy

53300

Czech Rep

52899

Finland

48992

Norway

48767

Icelaland

48695

Greece

45287

Malta

44691

Turkey

39606

Croatia

38254

Hungary

36917

Lithuania

36214

Latvia

31015

Poland

30467

Estonia

29357

Slovakia

24653

Romania

20512

Bulgaria

13393

 

Sarei curioso di un vostro commento su questo intervento di Daniel Gros, The Japan Myth,

http://www.europeanvoice.com/article/2011/january/the-japan-myth/69887.aspx

Che ha ragione da vendere e che, onestamente, l'argomento è sia noto che frequentemente dibattuto fra chi si occupa del tema. Solo che viene censurato, per ragioni ideologiche e di polemica politica, sulla grande stampa e fra i pundit che scrivono di economia senza saperne una beata minchia.

Nascondere che il Giappone ha continuato a crescere, grazie alla crescita della produttiività ed all'innovazione, NONOSTANTE la deflazione interna serve ad argomentare che è la deflazione che causa la recessione, con tutto quanto ne consegue in termini di politica fiscale e monetaria.

I colleghi della Federal Reserve Bank of St Louis possono testimoniare come sia io che altri abbiamo usato il caso giapponese come uno degli esempi che dimostrano la natura "fantastica", nel senso di "immaginaria", della "deflation trap" e delle assurde politiche economiche che, sulla base di tale scemenza, si vengono attuando e si continuano ad invocare. Se cerchi nel blog troverari svariate osservazioni proprio a questo proposito. Anche l'osservazione che in Italia è da tempo che va molto peggio che in Giappone è molto nota, la trovi sia qui nell blog sia, se ricordo bene, anche nel libro su Voltremont.

Se è per questo, tutti i principali paesi europei sono cresciuti regolarmente dal 1875 al 1895 nonostante un significativo calo dei prezzi

Che è poi ciò che (deflation trap), come noto, sostiene almeno dal 2001 Paul Krugman sul NYT un giorno si e l'altro pure. In ogni caso, secondo la vulgata, però, "the lost decade" sono gli anni novanta (cui ora si tende ad aggiungere anche il periodo dal 2001 al 2010), all'inizio dei quali (le vicende sono note) la crescita giapponese decelera bruscamente, per poi mantenersi su ritmi relativamente bassi (e certo nn paragonabili a quelli di solo pochi anni prima), nonostante (dipende da come la si vede) ripetuti round di stimolo fiscale che contribuirono di sicuro ad una rapida crescita del debito pubblico. Quello che nn mi torna del tutto del pezzo di Gros è appunto il brusco precipizio della crescita giapponese, ovvero la netta cesura storica di inizio anni novanta, che mi sembra, almeno prima facie, difficile da spiegare con fenomeni demografici, i quali avvengono più lentamente. Credo sarebbe utile vedere l'evoluzione della working age population nel tempo, che so, dagli anni cinquanta al 2000. Detto altrimenti: oltre alla bolla immobiliare ed il resto, ci fu anche un coincidente cambio nella dinamica della WAP, una tale transizione demografica sottostante da determinare, di lì in poi, una crescita del reddito così tanto più bassa di prima? Se non è così, la domanda sulla crescita giapponese negli anni novanta, mi sembra, resta unanswered da parte di Gros. Se, al contrario, è così, vien da dire che moltissimi paper e libri sul Giappone ed il decennio perduto (alcuni dei quali mi è capitato di leggere), tutti alla ricerca di una smoking gun, in realtà non si avvedono del fatto che gli anni novanta sarebbero comunque stati più o meno così, a prescindere, with or without the bubble. 

 

 

 

Ad andar meglio dell'Italia ci vuol poco. Non ho ben capito perchè sia stato utilizzato tale dato (GDP/WAP). Perchè ad esempio non utilizzare Real GDP per Hour Worked che dal 1995 ad oggi è cresciuto del 35% negli USA e del 25% in Giappone, oppure Real GDP per Employed Person che è cresciuto del 25% in USA e del 18% in Giappone?[Ho preso i dati da FRED]

 

Real GDP per Hour Worked che dal 1995 ad oggi è cresciuto del 35% negli USA e del 25% in Giappone

In Italia invece e cresciuto del 2.7% nello stesso periodo [sempre secondo Fred].

Impressionante il confronto grafico:

USA

Italia

Fino al 2001 l'Italia se l'è cavata abbastanza bene, ma dal 2001 in poi la produttività è ferma. Motivi?

Beh, ha chiaramente usato quel dato perché dà l'effetto maggiore. Sta scrivendo un editoriale, dopo tutto  ...

D'altra parte, quel dato permette anche di sottolineare che, in effetti, la disoccupazione in Giappone non è poi cresciuta così tanto, anzi. Di nuovo, alla faccia delle chiacchere di PK&Co.

In ogni caso, il Real GDP per ora lavorata non mi sembra assolutamente essere crollato, in Giappone, dopo l'esplosione della bolla. Direi, piuttosto, che è il periodo 1984-1991 che manifesta una crescita della produttività per ora lavorata particolarmente alta rispetto al passato ed agli anni seguenti.

Se fai il breakdown dei dati riportati qui, noti che il Giappone sembra seguire un trend piuttosto "normale", ossia forte crescita all'inizio con una progressiva diminuzione nel tasso di crescita della produttività per ora lavorata mano a mano che il paese diventa più ricco. Questo grafico conferma.

Da questo punto di vista, forse sono gli USA ad essere un pochino una anomalia. Nel senso che non c'è trend nei dati di crescita USA della produttività per ora lavorata, le oscillazioni sono più alte che quasti tutti i paesi avanzati e le recessioni sono, maggiormente che altrove, occasioni per recuperare tonnellate di produttività. Quest'ultima le batte tutte. Non riporto links in quanto basta andare su FRED ed i grafici si vedono in un attimo.

Ad ogni buon conto, mi sembra plateale che le mitologie diffuse sui giornali e nei dibattiti "politici" poco hanno a che fare con la realtà dei dati disponibili.

Non sono riuscito a controllare tutti i commenti, ma qualcuno ha provato a vedere al reddito dei lavoratori autonomi della terza figura? So che non e' il centro dell'articolo, ma volevo capire quale fosse la ragione di quell'aumento incredibile rispetto alle altre categorie (escluso l'effett recessione finale).

Dato che l'impennata inizia nel 2002, a naso direi che potrebbe essere dovuta all'introduzione (conversione??) dell'Euro...

Fabrizio, dovrei controllare meglio i dati ma la risposta credo sia semplicemente che il reddito medio degli autonomi è andato su perché ci sono meno autonomi e quelli che rimangono sono quelli con i redditi più alti. Sospetto quindi che sia un effetto di composizione. Mi spiego. Supponi che ci siano due autonomi, un avvocato che guadagna 100 e un venditore ambulante che guadagna 50. Se calcoli il reddito medio esso è 75. Ora supponi che il venditore ambulante chiuda (magari diventa pensionato) e non venga rimpiazzato. Adesso quando si rileva il reddito medio degli autonomi c'è solo l'avvocato, e il reddito medio risulta 100. Dai dati appare quindi un aumento di 25 del reddito medio, ma in realtà nessun reddito è aumentato; è un puro effetto di composizione. La mia è solo una ipotesi che va meglio verificata, ma è confortata dal fatto che il peso del lavoro autonomo sul totale in realtà è sceso.

L'euro credo non c'entri nulla. Il reddito degli autonomi è molto più sensibile al ciclo economico del reddito di pensionati e dipendenti. Ma se prendi il periodo 1998-2000 il reddito degli autonomi aumenta del 5%, più o meno come i dipendenti. Il grosso della divaricazione ha luogo negli anni 95-98.

L'andamento ciclico e' chiaro anche se non riesco a capirne le determinanti (il Pil degli anni in questione, per esempio, non sembra essere correlato con la curva degli autonomi).

Inoltre, l'introduzione dell'Euro in Italia e' del 2002 e non del periodo 98-00,  ma spiegherebbe solo una delle divaricazioni, quella post-2000, e non quella precedente che tu sottolineavi (quella del 95-98).

Concordo, comunque,che  l'effetto di composizione potrebbe essere una spiegazione piu' che plausibile.

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