Ora zitti che straparlo io!

28 agosto 2009 giulio zanella

Tremonti ha invitato "gli economisti" a stare zitti per un anno o due. Ma non è questo che voglio commentare (basta il commento di Michele). E neppure il patetico "io l'avevo previsto nel 1995".

Ciò che merita un commento è quello che Tremonti dice dopo aver invitato gli altri a tacere:

Se ci fosse un avviso comune sulla compartecipazione all'utile delle imprese, per concretizzare lo stare insieme nella stessa azienda, più di prima uniti e insieme, lavoratori e imprenditori, credo che sarebbe uno dei modi per uscire dalla crisi

Questa idea, che Tremonti farcisce con le note di Tony Dallara, si chiama "profit sharing" ed ha una lunghissima tradizione in teoria economica. Lui non lo sa perché, afferma

io non sono un economista e a volte questo mi aiuta.

Non in questo caso. L'idea è molto semplice: si tratta di pagare i lavoratori un salario che ha una componente fissa e una variabile legata agli utili. Questo fa si che il salario si riduca automaticamente durante i tempi cattivi, col risultato che le imprese licenziano meno di quanto avrebbero fatto altrimenti. Martin Weitzman, tra gli altri, aveva illustrato questo punto in maniera molto chiara.

Ora, c'è un motivo fondamentale (il che non esclude che ce ne siano altri) per cui il lavoratore dipendente sceglie di fare il lavoratore dipendente e l'imprenditore sceglie di fare l'imprenditore: la diversa propensione ad assumere rischio. Gli utili possono anche essere negativi, nel qual caso si chiamano perdite: compartecipazione all'utile implica compartecipazione alle perdite. Tremonti forse pensa che ci possa essere compartecipazione agli utili senza compartecipazione alla perdite perché è così, non dimentichiamolo, che hanno sistemato la faccenda Alitalia: i primi agli amici, le seconde al popolo.

Questo rischio dovrebbe essere compensato, per cui in un regime di profit sharing le imprese dovrebbero, presumibilmente, pagare salari mediamente più elevati; in particolare, dovrebbero pagare salari parecchio più elevati di quanto facciano ora nei periodi buoni. Dubito che la cosa possa piacere agli imprenditori, a meno che l'imprenditore non sia appunto motivato dalla lirica di Tony Dallara. In alternativa, si devono rendere in qualche modo i lavoratori compartecipi della gestione oltre che dei risultati economici. Questa era la "terza via" suggerita da James Meade. Dubito che anche questo possa piacere agli imprenditori, e in fondo i lavoratori che vogliono assumersi rischio d'impresa possono farlo anche adesso.

Ma, in ultima analisi, in che senso questo sarebbe, usando le parole di Tremonti, un modo per uscire dalla crisi? Visto che lui non l'ha spiegato rompo il silenzio e azzardo una previsione: in nessun senso. La compartecipazione ha l'effetto di ridurre il costo del lavoro durante una recessione: se ho 10 dipedenti e le cose vanno così male che posso solo pagarne 5, non fa differenza (ai fini della sopravvivenza dell'impresa e del mantenimento del potere d'acquisto) se ne licenzio 5 o se li tengo tutti e dieci e li pago la metà. Non vi pare? Ma questi son ragionamenti da "economisti" e Tremonti, che non lo è, queste assurdità non le capisce ...

28 commenti (espandi tutti)

piuttosto da dove vengono i soldi per cassa integrazione e mobilità?

La compartecipazione ha l'effetto di ridurre il costo del lavoro durante una recessione: se ho 10 dipedenti e le cose vanno così male che posso solo pagarne 5, non fa differenza (ai fini della sopravvivenza dell'impresa e del mantenimento del potere d'acquisto) se ne licenzio 5 o se li tengo tutti e dieci e li pago la metà. Non vi pare?

Quindi la compartecipazione agli utili (ed alle perdite) in caso di crisi non cambia il fatto che ci sia una compressione delle vendite e dei consumi, che un settore come quell' dell'auto (indotto compreso) assista ad un crolllo pauroso delle vendite e quindi del fatturatto. Ci sarebbero meno disoccupati (quindi forse lo stato del welfare risparmierebbe sui sussidi di disoccupazionee) ma non cambierebbe nulla sul calo del PIL, sulla deflazione, sul fallimento delle banche e delle imprese.

Tra l'altro la condivisione del rischio (perdite comprese) dovrebbe essere un'opzione facoltativa, dato che non tutti i lavoratori potrebbero essere d'accordo. Se si trattasse solo di condividere gli utili non ci sarebbero problemi.
Se fosse adottata immagino che il maggiore reddito nei momenti buoni potrebbe indurre elevati consumi (e quindi generare inflazione) oppure anche indurre i piu' prudenti al risparmio (per i momenti meno buoni). Durante questi ultimi ci sarebbe quindi l'effetto opposto e quindi una diminuzione ancora piu' drastica dei consumi, salvo per chi ha messo da parte qualche cosa. Il risparmiatore pero' durante le crisi vede anche assotigliarsi il valore degli invenstimenti (assets) fatti e quindi è poco propenso a spendere con leggerezza quanto tenuto da parte. Userà i risparmi solo per le spese essenziali. Nessun effetto benenefico maggiore di quello che puo' essere dato da un normale sussidio di disooccupazione (come "normale" dico "europeo").

Una discussione potrebbe vertere sull'idea che eventualmente la compartecipazione agli utili potrebbe generare un sistema in cui ci sono meno crisi, come se invece di essere solo un modo diverso di ridistribuire i redditi fosse anche un sistema economico completamente differente, in grado di azzerare il concetto di rischio e di crisi. Non credo. L'essenza dell'impresa è l'investimento ed ogni investimento (chiunque lo decida) comporta rischi. Ogni rischio comporta perdite. Un raccolto puo' andare male, una nave puo' affondare, con il suo carico, frutto di un anno di lavoro. Puo' capitare che si fabbica una macchina (la Duna) che nessuno vuole. O che il valore degli investimenti fatti in precedenza crolli a causa dell'innovazione tecnologica improvvisa ed imprevedibile. O che il valore di qualsiasi cosa (come le abitazioni) cambi per ragioni di mercato. In pratica ritengo che anzi, con la compartecipazione agli utili avremmo una maggiore deviazione standard, com momenti di crescita ancora piu' forti seguiti da crolli ancora piu' rovinosi.

Francesco

Quando i padroni del vapore parlano di partecipazione agli utili intendono partecipazione alle perdite. Le piccole e piccolissime aziende si sà, sono gestite da poveracci che fanno la fame. Le grandi aziende sono costantemente in crisi. Quelle che invece tirano non cederanno mai il malloppo. Pare che comunque ci sia già, in alcuni casi, la possibilità di farlo.

Art. 2102 Partecipazione agli utili
Se (le norme corporative o) la convenzione non dispongono diversamente, la partecipazione agli utili spettante al prestatore di lavoro(2554) e determinata in base agli utili netti dell'impresa, e, per le imprese soggette alla pubblicazione del bilancio (2423, 2435, 2464, 2491, 2516), in base agli utili netti risultanti dal bilancio regolarmente approvato e pubblicato (2433 e seguenti).
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Cos'è l'utile netto per la legge italiana?

 

Dato che l'utile netto è calcolato sottraendo gli oneri finianziari dall' utile operativo è ben probabile che una azienda privata gestita razionalmente tenda ad azzerarlo, se c'è un utile operativo significativo è abbastanza logico utilizzarlo per pagare il leasing di nuovi macchinari piuttosto che farselo mangiare dal fisco.

Per questo dove il sindacato riesce ad ottenere premi di partecipazione sta ben attento a fare riferimanto al margine operativo lordo, il che è  più logico.

Dato che questi premi poi fanno parte delle aspettative di reddito dei lavoratori, se nei momenti di csrisi si azzerano rapresentano una effettiva diminuizione del reddito, mentre nei momenti buoni fanno abbastanza comodo.

 

Per questo dove il sindacato riesce ad ottenere premi di partecipazione sta ben attento a fare riferimanto al margine operativo lordo, il che è  più logico.

 

Anche ancorando i premi al MOL non si impedisce un elevato margine di manovra per l'imprenditore, ed esiste pure una questione di moral hazard.

Esempio sempliciotto: imprenditore costituisce due distinte società A e B con soci differenti, nella prima conferisce macchinari e altri assets patrimoniali, nella seconda stipula i contratti e assegna marchi, ditta e funzioni amministrative varie. La società A fornisce a B gli impianti ed i macchinari ad un canone di locazione più alto di quanto segnalato come valore "normale" dal mercato, giustificando tale canone in quanto somma di locazione pura più servizi accessori vari. In tal modo, non solo il MOL viene impropriamente ad essere calcolato al netto degli ammortamenti (incorporati nel valore del canone), ma parte del margine può essere sottratto al premio di partecipazione spettante ai lavoratori gonfiando opportunamente il prezzo corrisposto da B ad A per i servizi accessori.

Insomma, oltre alle giuste osservazioni di Giulio Zanella, esiste anche un'oggettiva difficoltà nel gestire e regolamentare accordi di compartecipazione del genere discusso.

E pensi che sia difficile smascherare questo genere di cose?

C'è un particolare che nella trattative sindacali influisce in maniera decisiva, ciò che il sindacato ottiene alla fine è proporzionale al danno che l'azienda potrebbe ricevere da relazioni eccessivamente conflittuali.

E questo dipenderà esclusivamente dai profitti reali che ci sono, non dai trucchetti contabili.

è chiaro che non  ci si può illudere di poter creare degli automatismi su cui basare tutto ciò

 

Più che difficile impossibile.

Intanto perchè quel genere di cose si fanno in primis per pagare meno tasse, e possono dare un contributo importante alla competitività dell' azienda, ma soprattutto perchè come si possono truccare i bilanci in un senso si possono truccare nell' altro, e nessun' imprenditore sano di mente accetterebbe di discutere la cosa con dipendenti o sindacati.Salvo forse certi parassiti del parastato che hanno poco dell' imprenditore.

Inoltre in un'azienda vera la revisione dei bilanci è un' impresa non indifferente anche per un terzo disinteressato, è necessario far le pulci ad ogni movimento.

ma esistono casi concreti in italia? io non ne ho mai sentito parlare. intendo di una parte variabile dello stipendio legata davvero agli utili, non a obiettivi concordati in precedenza.

Più ascolto Tremonti (o meglio, leggo) più mi vien voglia di cambiare paese. Analizzo l'ennesima Tremontata riportata da GZ dal mio punto di vista: quello del piccolo (minuscolo) imprenditore.

Se ci fosse un avviso comune sulla compartecipazione all'utile

E perchè ci dovrebbe essere un'opinione comune fra me e i miei lavoratori ? Io ci ho messo i soldi, risparmiati quando facevo il dipendente, io rischio la mia casa, che nessuno mi ha regalato, ma ho comprato pagandola senza dormire la notte, io ci metto le mie capacità al massimo e poi divido ?

Tremonti divideva i compensi del suo studio di consulenza tributaria ?

Siamo alle solite: fate come vi dico io, ma non fate quello che faccio io. Il sole d'Agosto doveva picchiare davvero forte in Valtellina..

rischio?

bergamo 29/8/2009 - 09:38

mi farebbe piacere sapere quanti dei nostri imprenditori -- e parlo di imprenditori, non di dipendenti costretti a passare alla partita IVA dai loro datori di lavoro, nè di disoccupati potenziali che si inventano imprenditori -- hanno ereditato l'occupazione di imprenditore con la fabbrichetta paterna.

Uno dei modi più comuni per avere soldi è ereditarli, qui e altrove.

In quanto al rischio poi: i dati sull'evasione fiscale e sui capitali italiani accantonati all'estero, mi pare che giustifichino qualche dubbio sull'effettiva propensione dei nostri imprenditori al rischio. L'impressione è che vuoi la cassa integrazione prima, vuoi il gruzzoletto all'estero poi, le cose peggiorando, consentono ai nostri imprenditori un buon grado di serenità -- cosa di cui non godono i lavoratori..

 

Io non ho ereditato niente: mio padre era ingegnere edile, e non mi ha lasciato nessuna "fabbrichetta".

Confondi i piccoli imprenditori (la stragrande maggioranza) con i soliti noti (molto pochi, ma molto collusi con la casta). Io sono sereno perchè ho costruito un'azienda solida, non perchè ho il gruzzoletto all'estero. La tua mi sembra facile damagogia. Ora vado a continuare il mio lavoro, da solo, di sabato ad Agosto.

mi piacerebbe sapere quanti

Io non ho ereditato niente

quando qualcuno troverà le statistiche ti metteremo tra quelli che non hanno ereditato. poi insomma, niente è sempre una parola grossa.

Ora vado a continuare il mio lavoro, da solo, di sabato ad Agosto.

Chi si assume il rischio d'impresa è sicuramente da apprezzare perché non scarica tutto su stato e dipendenti. Però adesso non è che bisogna incensarti perché lavori da solo di sabato in agosto. Sembra quasi una poesia.

 

Re(2): rischio?

Marcks 29/8/2009 - 12:17

Johnny,

e finiscila!!!

Johnny,

e finiscila!!!

Ma perché continuate a perder tempo con costui?

Cosa siete, tutti masochisti? Basta non fare clic sul commento suo e nemmeno v'offende la vista, oltre che il cervello. Suvvia, signori&signore, non avete niente di meglio da fare? Il terrorismo verbale mica è un'esclusiva del commercialista con i calzini a pois.

p.s. Ora mi beccherò diosolosachecosa, ma non lo leggerò, quindi zip ...

quindi zip

ti sei tagliato le palle?

Re(1): rischio?

bergamo 29/8/2009 - 11:40

il mio commento qui e alcuni in passato non ha e non hanno mai avuto un bersaglio personale.  Meno che meno tra gli imprenditori che partecipano al dibattito su queste pagine di NoisefromAmerika e che ciò facendo dimostrano una curiosità e un'apertura intellettuale di tutto riguardo, e i cui commenti leggo con estremo interesse perchè mi rendono visibile un mondo che ignoro.

I miei commenti hanno due scopi principali:

1) di capire ciò che succede in Italia ascoltando chi ha più di me accesso a informazioni rilevanti e prospettive nuove. Io sono veramente interessato a sapere quanti imprenditori hanno ereditato la loro fabbrica. Ho due fonti di informazione abbastanza rilevanti, la natura familistica dell'industria italiana (Bankitalia) e i dati sulla mobilità sociale (occupazionale, Istat) e di reddito (Bankitalia credo). Ma non ho dati sulla percentuali di imprenditori che hanno ereditato, possibilmente per tipo di industria e settore. Mi interessa.

2) di capire quanto c'è di vero in quello che circola, anche qui su NoisefromAmerika di ideologico, quale l'immagine che a volte sembra emergere da queste pagine di imprenditori dedicati, onestissimi (mai un lavoratore in nero, mai evadere il fisco), coraggiosi, etc. etc.  Vivo in Lombardia in un ambiente ricco di imprenditori e mi capita di contarne alcuni tra i miei amici. Insomma, tutti meno uno (campione di 5 casi) hanno ereditato la loro ditta dal padre e hanno inserito quasi tutti i loro figli in ditta. Suppongo (e in un caso so) che hanno conti in Svizzera.  Può darsi che i miei amici siano gli unici a farlo-- ma non lo credo --

Mi interessa

Imprenditori non si nasce, lo si diventa, come per tutte le attività umane. E' umano, umanissimo, voler lasciare quello che si è creato ai propri figli, indipendentemente o meno dal fatto che poi siano in grado di gestire qualcosa, il "capitalismo familiare" è un dato di fatto in tutto il mondo, se eredito il 20% della Ford poi voglio dire la mia (Henry Ford IV).

Ma, al di là di questa evidenza non vedo altro, se i miei eredi sono persone capaci di fare impresa sopravviveranno, altrimenti finiranno in rovina. Oltre l'elenco degli "eredi" dovresti quindi anche avere l'elenco di quanti, dopo aver ereditato hanno distrutto tutto. Si chiama merito, è uno dei tanti aspetti del mercato (quello serio): chi è bravo va avanti, chi no fallisce (tranne che in Italia).

di capire quanto c'è di vero in quello che circola, anche qui su NoisefromAmerika di ideologico, quale l'immagine che a volte sembra emergere da queste pagine di imprenditori dedicati, onestissimi (mai un lavoratore in nero, mai evadere il fisco), coraggiosi, etc. etc.

Se avessi letto altri commenti in altre sedi sapresti che il fisco non si evade, tutt'al più si elude, ma sempre nei limiti delle leggi vigenti, perchè io non ho voglia per quattro denari in più di rischiare la mia attività. I lavoratori in nero sono solo per i settori che evadono (in primis edilizia, almeno al sud, seguito dal commercio al dettaglio), chi lavora con altre aziende fattura fino all'ultimo centesimo, e non avrei mai un costo a nero, su cui pagherei le tasse due volte. Si chiama interesse contrapposto, mi piacerebbe essere un lestofante, furfante, evasore totale, ma non posso, non ho mai detto che non voglio. Io conosco moltissimi imprenditori, sono il mio giro di amicizie, ma i soldi all'estero sono solo per chi ha qualcosa da nascondere e per chi paga le tangenti. Per chi lavora "onestamente" non c'è bisogno di fondi all'estero, volendo i soldi si "occultano" molto meglio in Italia.

Se l'imprenditore non si "dedica" non è un imprenditore, tu abbandoneresti tuo figlio/a? E perchè io dovrei abbandonare la mia creatura ?

Torno a Tremonti: e tutto questo lo dovrei dividere ? Perchè ?

Torno a Tremonti: e tutto questo lo dovrei dividere ? Perchè ?

In effetti un imprenditore i soci se li sceglie (quanti e quali) ed ognuno deve mettere la sua parte come capitale di rischio. Se i cento dipendenti mettono ognuno 10'000 euro e tu hai messo dieci milioni hai ancora il controllo della società e puoi dividere l'utile (se esiste) sulla base delle normali regole valide in tutt il mondo civile (dividendi). Ma questo - già possibile oggi - nulla toglie al fatto che come misura anticrisi, come vaneggia Tremonti, è perfettamente inutile.

Francesco

Re(3): rischio?

ME 29/8/2009 - 16:24

Imprenditori non si nasce, lo si diventa, come per tutte le attività umane. E' umano, umanissimo, voler lasciare quello che si è creato ai propri figli, indipendentemente o meno dal fatto che poi siano in grado di gestire qualcosa, il "capitalismo familiare" è un dato di fatto in tutto il mondo (...)

Ma, al di là di questa evidenza non vedo altro, se i miei eredi sono persone capaci di fare impresa sopravviveranno, altrimenti finiranno in rovina. Oltre l'elenco degli "eredi" dovresti quindi anche avere l'elenco di quanti, dopo aver ereditato hanno distrutto tutto. Si chiama merito, è uno dei tanti aspetti del mercato (quello serio): chi è bravo va avanti, chi no fallisce (tranne che in Italia).

Sono perfettamente d'accordo con Marco. Anch'io sto pensando di mettermi in proprio e una delle componenti che aumentano la mia "propensione al rischio" è proprio di poter lasciare qualcosa ai miei nipoti... Di costruire qualcosa per e, quando saranno più grandi, con loro.

Certo, ora che lo metto nero su bianco, è un rischio anche questo: potrebbero non essere affatto interessati a un'eredità del genere... sempre che decolli!

Tornando al tema, per chi non lo sapesse, vi segnalo che sul "capitalismo familiare" in SDA BOCCONI ci fanno anche un bel business. Per non parlare del premio.

Inoltre, a leggere questo articolo dei vostri colleghi de LA VOCE. INFO, la conferma di quanto afferma Marco sul fatto che si tratta di un fenomeno generale e non tipicamente italiano.

Quello che in Italia è veramente terribile è che "i figli di" occupino spesso poltrone in CdA importanti insieme agli amici di papà o, peggio, quello che si è visto recentemente in Parlamento (a livello bi-partisan, peraltro). Ma non voglio dirottare la discussione su quest'argomento e la finisco qui...

* * *

A proposito di Tremonti, invece, mi complimento con GZ che ha ancora la forza di trovare tempo ed energie per dibatterne. E con argomenti così ovvi (senza offesa, of course)... Intendo dire, così semplici e scontati che solo il popolino ormai assuefatto a questo schifo non riesce a realizzare da sé appena ascolta una nuova "tremontata".

Senza parlare della decodifica delle sue verità, a mezzo stampa. Titolo di tutti i TG ieri sera (e banner scorrevole/fisso su tutte le reti durante i TG):  "SALVARE IL POPOLO, non le Banche".

Brivido!!!! Chissà quando un bel SERVIRE IL POPOLO... e saremo davvero a posto!!

Io, al contrario di Marco, ho invece proseguito l'attività paterna (pur essendo, guarda un po', ingegnere edile .....): a tuo parere - peraltro non motivato, ma fa lo stesso - mi sono dunque macchiato del peccato originale di averla ereditata.

Tu non attribuisci alcuna importanza, naturalmente, all'intensità del mio impegno né alla qualità del mio operato: tutto è immutabile (superfisso, again?), la "fabbrichetta" è garanzia di "soldi" tout court ...... Solo per mera cronaca, ti vorrei far notare che l'azienda - piccola ed efficiente, tipica del nord-est - ne ha tratto giovamento in termini di solidità e prestigio sul mercato, quindi di prospettive (anche oggi, nel corso di una crisi che non ci tocca .....), ma anche per quanto riguarda i rapporti con i collaboratori, che posso orgogliosamente definire di grande fiducia nei miei confronti.

A te non importa che - come nel mio caso - moltissimi piccoli imprenditori privilegino l'azienda lasciando ed impiegando in essa risorse, anziché prelevarne per scopi personali, e rinuncino ai lauti compensi comuni, invece, ad alti funzionari pubblici ed a professionisti.

Non ti curi del fatto che quest'attività sia totalizzante, cioè che non siano pensabili né lunghi periodi di ferie e neppure il totale oblio nei giorni da essa distolti: serve passione ed entusiasmo, per affrontare e risolvere una quantità di problemi non delegabili ad alcun altro, senza che ciò rappresenti un peso ma, anzi, traendone piacere e soddisfazione.

Non capisci che la propensione al rischio - insieme con la capacità di guardare lontano, la voglia di mettersi in gioco e misurarsi, l'aspirazione a primeggiare - è proprio la base di questo bellissimo mestiere, e che un gran numero di persone non ce l'ha, esattamente come una quantità d'individui altrettanto significativa non ha attitudine artistica (io per primo) o doti di qualunque altro tipo. Il tutto, se non ti fosse chiaro, si chiama individualità.

Del resto - lo diceva già Einaudi - senza queste spinte non ne vale la pena: meglio investire in titoli pubblici senza rischiare. Ma anche senza produrre benessere per l'ambiente circostante ......

Le tue parole - lasciatelo dire perchè sono, ormai, veramente scocciato di leggere ovunque simili corbellerie e voglio lasciare uscire quella rabbia che mi provocano - denotano solo ignoranza dei fatti e quella maledetta malattia nota con il nome di invidia sociale. Brutta bestia, ed assai diffusa .......

Chiudo, e non ci ritorno. Non ne vale la pena.

Mi sembra che a parte le corbellerie su cui giustamente ti sei arrabiato c'è una frase che ha innescato la discussione :

"io ci metto le mie capacità al massimo e poi divido?"

qualunque imprenditore dotato di un minimo di senno sa benissmo che il successo della sua impresa dipende molto anche dalla sua capacità di valorizzare, anche economicamente il contributo dei dipendenti al successo dell'impresa.

La frase di Marco come è scritta dà l'impressione che ci siano imprenditori che si comportano da mosche cocchiere, non guasterebbe un poco di umilità, e ammettere che anche se il contributo dell'imprenditore può essere notevole senza una manodopera e dei collaboratori professionalmente adeguati e competenti, senza tutta la struttura sociale, le leggi che ne difendono la proprietà e il rispetto dei contratti, senza tutti i servizi e le utilities di cui approfitta per far funzionare l'azienda, il detto imprenditore sarebbe con le pezze al fondo dei pantaloni.

Per questo la scarsa mobilità del lavoro in Italia è un danno sopratutto per i dipendenti, se non fose per questo certi  imprenditori vedrebbero i loro migliori collaboratori salutarli allegramente e si renderebbero conto di non essere gli unici artefici del proprio successo.

Parlo così perchè è esattamente quelo che ho fatto l'anno scorso con grande vantaggio da parte mia e ( dopo ) dispiacere del mio ex datore di lavoro.

Re(2): rischio?

ME 29/8/2009 - 16:52

Un caso vincente di compartecipazione... Ma gli ingredienti sono già in partenza, in un certo senso, eccezionali: dipendente brillante + management illuminato => successo equamente distribuito fra tutti i contributori.

mi farebbe piacere sapere quanti dei nostri imprenditori -- e parlo di imprenditori, non di dipendenti costretti a passare alla partita IVA dai loro datori di lavoro, nè di disoccupati potenziali che si inventano imprenditori -- hanno ereditato l'occupazione di imprenditore con la fabbrichetta paterna.

Puoi ereditare un'impresa ma non l'occupazione di imprenditore: anche se erediti la prima devi comunque scegliere la seconda. E lo farai se hai capacita' manageriali e disponibilita' ad assumere rischio (cose che sono solo in parte ereditabili). Altrimenti erediti e liquidi, come sicuramente fanno in tanti. In questi casi ereditare un'impresa e' come ereditare BOT.

Da che mondo è mondo, le aziende più ricche pagano di più. Inoltre la contrattazione sindacale di "secondo livello" (quella aziendale) prevede quasi dapperttutto premi, bonus, incentivi ai lavoratori legati alle performance dell'azienda. Ne ho avuto diretta esperienza, come impiegato e come dirigente, in tutta la mia vita lavorativa, in società quotate e non, sia nel settore privato che pubblico. Mi pare che la proposta di GT serva più che altro a spiegare al popolo quanto lui stia dalla parte dei lavoratori e che invece il sistema pluto-giudaico-bancario-massonico lo ostacola.

Il merito delle parole dell'insigne ministro che hanno originato il post, non merita secondo me altre parole oltre a quelle egrege di Zanella. Mi colpisce invece l'atteggiamento del desso il quale pontifica senza spiegare nulla e tutti si bevono tutto, anche la più nefanda sciocchezza manco fosse un calice di champagne. E senza infierire riferendosi alla legislatura 2001-2006 dall'inizio della crisi straparla e sminuisce negando l'evidenza, non presenta una previsione accurata che sia una in un documento di finanza pubblica, alla fine deve prendere atto di quelle elaborate da OCSE, BankItalia, FMI, Centro Studi di Confindustria ed altre, tutte concordanti e di nuovo tutti a bersi il fiele come nettare ed in silenzio. Terrificantre questo filmato, forse già visto su youtube nel quale il genio parla delle metodologie statistiche dell'ISTAT.Filmato tratto dal TG1 del quale si ascolta la presentazione. Roba da osteria.

luigi zoppoli

rischio

bergamo 29/8/2009 - 19:08

mi si mettono in bocca parole che non ho detto.

Non ho detto che ereditare una ditta sia un peccato originale.

Non ho detto che gli imprenditori siano poco impegnati a far fruttare i loro investimenti.

Non ho detto che l'imprenditoria non sia una dote importante per lo sviluppo di un paese.

Le corbellerie dunque le dice lei DoktorFranz e mi attendo le sue scuse.

In un momento di delirio personale sono andato a vedere cosa fa Tremonti di lavoro, e ho scoperto che fa il Ministro dell'Economia del mio paese. Nulla di insano in sè: è un contabile, quindi un minimo di competenza a fare 2+2 ce l'ha. Scopro ancora che l'atto di "indirizzo" del Ministro è una cosa "monstre" di 282 pagine chiamata "Relazione Unificata", che ha sostituito una cosa chiamata "trimestrale di cassa", un pò come faccio io in azienda ogni fine mese, che guardo fatturato e costi, e poi vedo entrate (incerte) e uscite (certe) e mi faccio i vari scenari (X paga sicuro, Y forse, c'è da pagare Z..).

Quindi, nel mio piccolo, io faccio previsioni , il Ministro lo fa nel suo grande. Se sbaglio io sono fatti miei, se sbagliano gli economisti sono fatti pubblici, difatti Tremonti gli rinfaccia (agli economisti) di fare riunioni esoteriche e di non chiedere mai scusa se Othelma sbaglia. Ma lui ? Fa previsioni ? Certo, tutta la Relazione Unificata è una previsione, addirittura con paragoni internazionali, e tagli alla spesa pubblica , nero su bianco (pag 160 e segg. per chi vuole leggere).

Poi, preso dal delirio di fine mese, vedo se queste previsioni (quelle di Tremonti) erano giuste, e trovo una interessante audizione alla VI commissione Finanze della Camera, in cui la Direttrice Centrale (Tremonti sarà stato impegnato a fustigare Harry Potter) del Ministero dell'Economia dice (pag.6) con tutta tranquillità che alla data del 25 Giugno (due mesi dopo la presentazione...) l'errore stimato rispetto alla Relazione Unificata è di circa 33 miliardi di euro, solo sulle entrate. Niente male, rispetto al tempo trascorso dalla presentazione. Quindi cerco le scuse di Tremonti rispetto a un suo errore di previsione, un errorino niente male per un contabile. Niente. Qualcuno le ha viste ? Oppure avete visto i 33 miliardi di euro ?

Un approfondimento storico sul tema qui

 

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