Un pericoloso 2014 per il Monte dei Paschi

3 gennaio 2014 giulio zanella

Il braccio di ferro della settimana scorsa tra il management di MPS e la Fondazione MPS rende ancora più chiara la portata del problema che affligge il sistema bancario italiano.

La vicenda è ben nota. In breve, il management di MPS, che ha oggi una capitalizzazione di circa 2 miliardi di euro, aveva deciso di effettuare a partire da questo mese un aumento di capitale per 3 miliardi da concludersi entro marzo 2014, al fine di rimborsare da subito (anziché aspettare la fine del 2014) al governo italiano la gran parte dei 4 miliardi dell'oneroso prestito concesso mediante i "Monti bonds". La Fondazione MPS, che oggi detiene circa 1/3 del capitale, aveva chiesto di far slittare l'inizio dell'operazione di almeno 4 o 5 mesi. Motivo: avere il tempo di concludere trattative per vendere a buon prezzo una quota delle proprie azioni per rimborsare il proprio debito residuo di 350 milioni contratto con soggetti privati per partecipare al precedente aumento di capitale. Trattandosi della metà del valore della propria partecipazione in MPS e non potendo partecipare, causa illiquidità, al nuovo aumento di capitale, 350 milioni nella banca (il valore della partecipazione dopo aver estinto il debito della Fondazione) significano 1/6 del pacchetto azionario prima dell'aumento di capitale e una diluzione al (2/5)*(1/6) = 7% circa dopo. Se dovesse vendere a cattivo prezzo e restare, diciamo, con 1/8 del pacchetto, la diluzione scenderebbe al (2/5)*(1/8) = 5%. Questo può far differenza sia per il controllo della banca sia per la fetta di utili che la Fondazione distribuisce in erogazioni a Siena e provincia. Pertanto, quando il CdA di MPS, il 12 dicembre scorso, ha risposto picche alla carta del rinvio ("problema della Fondazione MPS, non di banca MPS" hanno detto, in sostanza) la Fondazione ha dissotterrato l'ascia di guerra e all'assemblea del 28 dicembre ha vinto la battaglia contro il management, ottenendo rinvio dell'inizio delle operazioni di aumento di capitale a maggio 2014 e conclusione entro marzo 2015.

Il CdA era contrario al rinvio per due ragioni: primo, rimborsare il grosso dei Monti bonds in anticipo risparmiando circa 130 milioni di interessi. Secondo, e più importante, andare sul mercato dei capitali prima dei concorrenti nazionali ed europei, che devono anch'essi ricapitalizzarsi massicciamente nel corso del 2014. La decisione di rinvio fa perdere entrambi questi vantaggi (riduce quindi la redditività e il valore della banca) e, in più, espone MPS al serio rischio di dimissioni del vertice dell'organizzazione, cioè del presidente Profumo e dell'amministratore delegato Viola, la cui strategia è stata bocciata in assemblea. Queste dimissioni avrebbero effetti deleteri, rendendo ancora piu' incerta la redditività e quindi ancora meno appetibile la partecipazione all'aumento di capitale da parte degli investitori. Ma allora da dove nasce il conflitto? Se le ragioni della Fondazione MPS sono quelle dette, non doveva essere interesse comune supportare il management e andare subito all'aumento di capitale? Questo avrebbe massimizzato il valore del pacchetto della Fondazione (condizionatamente al fatto che l'aumento sarebbe stato fatto in ogni caso).

L'esistenza di un conflitto fa quindi pensare che ci siano motivazioni non dette, ma che non sono difficili da immaginare. Voglio iniziare il 2014 da peccatore e pensar male, ma nemmeno troppo, perché le dichiarazioni della presidente Mansi sono praticamente una confessione:

Con le Fondazioni non c’è stata una trattativa: a tre giorni dall’assemblea non si poteva fare niente, mentre oggi ci sono più possibilità di andare ad affrontare l’argomento

La Fondazione MPS, nella mia malevola interpretazione corroborata da questa confessione, ha cioe' bisogno di tempo non tanto per vendere a buon prezzo (cosa che probabilmente avrebbe potuto fare meglio assecondando il piano del management) ma piuttosto per vendere ai compratori giusti, compratori che possano essere soci alleati, "comprensivi" e non ostili, nel futuro capitale di MPS. Per esempio, appunto, le sorelle fondazioni bancarie, ad essa consanguinee. Sul perché le fondazioni continuino ad essere il problema del sistema bancario italiano ci siamo lungamente soffermati l'anno scorso.

La Fondazione MPS ha quindi perso il pelo di una presidenza incompetente (la nuova presidente Mansi è decisamente migliore dei due precedenti messi insieme) ma non il vizio di perseguire primariamente fini politici e non meramente patrimoniali come una fondazione dovrebbe fare (ripeto: se oggi voleva tutelare il suo patrimonio in netta discontinuità con le precedenti gestioni, lo avrebbe potuto fare meglio seguendo il management di MPS sul sentiero più profittevole che aveva indicato e dismettendo quindi la quota a prezzi migliori). Il management di MPS, a sua volta, sa che la Fondazione MPS è un cattivo proprietario. Sono loro che hanno prima allevato e poi lanciato Mussari a una disastrosa presidenza della banca; loro che hanno deciso, forti allora di oltre il 50% del capitale, la disastrosa operazione Antonveneta; etc. Quindi il management, anche se dalla Fondazione è stato scelto in un momento disperato in cui si dovevano scegliere i migliori banchieri disponibili sul mercato, non si è curato del fatto che un aumento di capitale in tempi stretti avrebbe messo alla porta il cattivo proprietario illiquido, senza neppure dargli il tempo di cercare l'aiuto di alleati consanguinei più liquidi. Il management ha cioè fatto quello che un buon management dovrebbe fare, mettere l'interesse dell'organizzazione e dei piccoli azionisti (che in tutto questo sono i veri perdenti, è bene ricordarlo) prima di quello degli azionisti più grandi, quando questi non coincidono. La lesa maestà è costata una sconfitta davanti all'assemblea. Tra due settimane, con la prossima riunione del CdA, sapremo se Profumo e Viola si dimetteranno (ci sono ottime ragioni per farlo: se il proprietario uscente vuole che la banca intraprenda un sentiero diverso che lo faccia con managers compiacenti).

Quando il sorprendente "picche" del CdA alla Fondazione aveva aperto lo scenario di un MPS liberato dall'influenza nefasta della Fondazione MPS ho pensato che se un amico con (a differenza di me) due lire mi avesse chiesto un consiglio gli avrei certamente detto di considerare seriamente la partecipazione all'aumento di capitale. Oggi mi rimangerei la parola. Dice Antonella Mansi nell'intervista sopra che i mercati capiranno. Concordo: i mercati capiscono benissimo. Auguri per un buon 2014 a MPS. Ne ha davvero bisogno.

Ci sono altre cose nell'intervista a Mansi che mi fanno sobbalzare sulla sedia. Le commento qui telegraficamente a mo' di Post Scriptum.

se l’ente avesse voluto vincolare in maniera miope il destino della banca, avrebbe semplicemente potuto votare contro l’aumento di capitale.

Certo, ma in questo caso la nazionalizzazione sarebbe stata inevitabile: niente aumento di capitale, niente rimborso dei Monti bonds entro i termini contrattuali. Noi diciamo che questa scelta non e' incentive compatible per la Fondazione MPS. Per favore, non cerchiamo di far fessa la gente fregiandosi del merito di non aver scelto un'opzione che non è incentive compatible.

questa continua perturbazione mediatica non fa bene all’istituto. Sono stati anche dati messaggi del tutto catastrofistici che non hanno una solida base.

Beh, io questa "perturbazione mediatica" preferisco chiamarla "trasparenza dei mercati". Se io stasera do un messaggio catastrofico del tipo "FIAT nel 2014 chiude per bancarotta" stia pur tranquilla che nessuno mi prenderà sul serio. Se non c'è solida base di cosa si preoccupa? Lasciamo che i giornalisti economici in Italia facciano il loro mestiere, che diversi tra loro lo sanno fare bene. Se no si fa esattamente come Voltremont, ricordate? La crisi nel 2010-2011 peggiorava perché c'era tutta questa perturbazione mediatica di gente che diceva che c'era la crisi.

forte sostegno alla validità del piano di ristrutturazione, di cui non è stata toccata una virgola se non un posticipo di pochi mesi

Beh, 130 milioni, e le possibili dimissioni dei vertici di quel management che sta implementando la ristrutturazione non sono meno importanti delle virgole. Idem per il posticipo di pochi mesi: i segnali contano, le aspettative cambiano.

43 commenti (espandi tutti)

è sovrana, se non m'inganno, ma entro certi limiti. Nella specie, la Fondazione ha fatto prevalere il suo interesse a non vedere diluita la sua partecipazione sociale sull'interesse della Società: a norma degli artt. 2373 e 2377 cod. civ., il consiglio d'amministrazione potrebbero impugnare la deliberazione per provocarne l'annullamento e chiedere alla Fondazione il risarcimento dei danni.

a mio avviso, quale che sia la norma del codice a riguardo, deve essere la proprietà a valutare quali siano le ipotesi migliori.

infatti, pur sembrando ampiamente condivisibili, le scelte del management si basano su previsioni ovviamente incerte, a cui se ne possono sempre contrapporre altre, conducendo a un impasse che il ricorso giudice, anche solo ipotizzato, potrebbe solo aggravare. la fondazione può fare, ha fatto e il management può sempre dimettersi.

nel merito, giulio zanella evidenzia benissimo la puerilità delle scuse della fondazione, vere foglie di fico su colossali vergogne di sistema, cioè condivise da tutto il sistema bancario italiano. qua non interessa affatto "salvaguardare il patrimonio della comunità locale",  bensì mantenere influenza e potere a una certa cerchia di ottimati. il tempo guadagnato serve a premere sulla cordata delle altre fondazioni sorelle, molte già stremate, non certo ad organizzare un'asta per il pacchetto di controllo.

se queste cose le ho capite io, le hanno capite tutti, anche il famoso mercato che è meno tontolone e  molto più sospettoso e anche vendicativo.

se in concreto esistente, inquina il voto dell'assemblea: se questo non raggiunge la maggioranza, una volta eliminata dal computo la partecipazione della Fondazione, non si può dire che la proprietà si sia espressa per il rinvio dell'aumento di capitale.

Per il resto è ovvio che le scelte dei managers sono basate su previsioni incerte, ma non è detto che il socio di maggioranza relativa abbia migliori informazioni sulle prospettive future della società. L'argomento vero è che gli azionisti rischiano il capitale, mentre gli amministratori rispondono solo se in colpa (nei limiti della business management rule): ma, anche così, il potere della maggioranza incontra dei limiti a tutela della minoranza e dei creditori.

Intentare una causa ? A pro di che ? Tempi lunghi, risultati incerti, banca distrutta (chi si fida che fra dieci anni una sentenza non ribalti tutto quello che è successo nel frattempo ?)
Capisco l'approccio fideistico nella "giustizia", ma pragmtaticamente non conviene a nessuno, meno che mai al management.

In Italia la giustizia su questioni economiche e' come la Clinica degli Orrori. Opera dove non serve.

Vero ma questo aumenterebbe l'incertezza. Inoltre con i tempi e l'incertezza della giustizia italiana si arriverebbe ad avere una sentenza solo a banca fallita (vabbé esagero, ma dubito che tra ricorsi e contro ricorsi si farebbe prima dei mesi di rinvio già votati dalla fondazione).

Quindi meglio, per il CDA, fare buon viso a cattivo gioco ed al massimo dimettersi se ritiene di non poter fare nulla.

possono non essere lunghi come si teme. Una causa di questa importanza potrebbe andare in decisione entro un anno dalla citazione; si concluderebbe con una sentenza provvisoriamente esecutiva che, in seguito alle innovazioni introdotte dal governo Monti, sarebbe difficilmente appellabile dalla Fondazione soccombente.

Tutto ciò per dire che i rimedi, in linea di diritto, non mancano. La stessa prospettiva del loro impiego dovrebbe indurre le parti a ragionare e trovare un accordo nel tempo che resta: altrimenti, l'alternativa è tra l'interferenza governativa e un esito riassumibile nell'adagio fiat iustitia, pereat mundus.

P.S. - è ovvio che non confido in un incarico professionale.

Mi fa piacere sapere che in questo frangente i tempi della giustizia possano essere umani.  Però non sono comunque compatibili con i tempi della vicenda considerando che anche la fondazione chiede pochi mesi in più. Anche aprire un tavolo negoziale non so quanto sarebbe utile, di fatto la fondazione avrebbe tempo per trovare i compratori e potrebbe comunque ritardare l'accordo fino ad averli trovati. Insomma, il ricorso alla via giudiziaria è poco percorribile a mio avviso (non sto mettendo in dubbio il punto di vista legale ma tattico).

Al contrario, mi sembra sensato un ricorso da parte degli azionisti per ottenere un risarcimento dalla fondazione. In questo caso i tempi sarebbero secondari, varrebbe di più la minaccia di recuperare i soldi dalla fondazione per costringerla a cambiare idea. Ma, osservando la vicenda dall'esterno, i margini di manovra mi paiono stretti.

Ovviamente dal punto di vista legale ne sai più di me vedendo il cv (ti spiace se ti do del tu?) quindi magari ci sono delle strade percorribili che non conosco. Però, dato che nessuno dei due sarà probabilmente implicato direi che parliamo di fanta-giustizia :-)

Luciano,

Nella specie, la Fondazione ha fatto prevalere il suo interesse a non vedere diluita la sua partecipazione sociale sull'interesse della Società

In realta', come ho cercato di spiegare nel post, il tentativo non e' quello di evitare la diluzione della propria quota (che e' inevitabile perche' la Fondazione e' illiquida e l'aumento di capitale verra' fatto comunque, col consenso anche della stessa Fondazione che non puo' dire di no) quanto, secondo me, di cercare che la propria diluzione sia compensata dall'entrata di soci con obiettivi (preferenze) perfettamente allineati ai suoi.

con quello che segue. La Fondazione ha evitato una diluizione immediata, per preservare il suo patrimonio fino a che sarà riuscita a ridurre la partecipazione anche attraverso vendite agli amici che peraltro le frutteranno una certa liquidità. Attuando immediatamente l'aumento di capitale, probabilmente non avrebbe potuto sottoscriverlo. subendo una perdita secca. Poi è ovvio che ci sono anche altri motivi, tra i quali verosimilmente quello "politico" da te immaginato.

A Gibbo e Dragonfly: dalle cronache sembra che anche un certo numero di "piccoli azionisti" si sia schierato con la Fondazione, anche rivolgendo pesanti critiche al CdA, fino all'invito a dimettersi. Ignoro chi fossero: probabilmente persone "prossime" al sistema di potere locale. In ogni caso, la quota attualmente  detenuta dalla Fondazione è ragguardevole, se il capitale restante è disperso - e assente, come spesso avviene -assicura il controllo dell'assemblea.

Attuando immediatamente l'aumento di capitale, probabilmente non avrebbe potuto sottoscriverlo. subendo una perdita secca

senza altri dati, se non partecipo a un aumento di capitale, la mia partecipazione percentuale si riduce, ma il valore della mie azione aumenta per effetto dei nuovi apporti, non cambia nulla. specularmente, un dividendo distribuito riduce il valore della società dello stesso importo, ovvio.

è qua che si vede il naso lungo (oppure la foglia di fico piccola) della fondazione: si oppone all'aumento di capitale comunque, senza nemmeno averne comunicato e discusso i termini, cioè  gli sconti/sovrapprezzi che sono determinanti, tramite il mercato dei diritti,  per stabilire la convenienza. ergo, il ritorno economico a favore della collettività senese è ancora l'ultimo dei loro interessi.

c'è poi anche il tema della soglia del 30%, linea del piave secondo il TUF. scendere sotto tale soglia, in teoria potrebbe favorire la vendita dell'intero pacchetto perchè non farebbe scattare l'OPA obbligatoria. la fondazione si intascherebbe il tutto il premio derivante dal controllo e mostrerebbe finalmente di aver troncato col passato. Giammai!

Scusatemi, una curiosita': se la Fondazione detiene 1/3 del capitale, come ha fatto ad avere la maggioranza? Ha trovato il supporto di altri azionsit, mi immagino. Chi sarebbero questi che le hanno dato man forte, dandosi la zappa sui piedi? Sarebe il caso di dirlo in giro, per fare capire quanto e' marcio il sistema.

però l'assemblea era in seconda convocazione, significa che alla prima era presente meno della metà del capitale sociale. un terzo del capitale basta e avanza per decidere , in una grossa società quotata, con tanti piccoli azionisti e  investitori istituzionali che quasi mai votano.

se può consolare,  nelle banche popolari si vota per testa,  indipendentemente dal capitale e con strettissimi  limiti alla raccolta di deleghe.  in genere trionfa la cooptazione gerontocratica, vera e propria partenogenesi. basta chiamarla "continuità" e piace anche!

 

Quindi i piccoli azionisti non si sono presentati. A casa mia si dice che chi non c'e' ha sempre torto. Basta che poi non si lamentino, quando li toseranno per bene.

 

i piccoli azionisti (ma anche quelli non piccoli) che non sono intervenuti all'assemblea possono impugnarne in Tribunale le deliberazioni.

non c'è nulla di strano o autolesionista  nella mancata partecipazione di quote rilevanti di capitale alle assemblee di società quotate, non sono elezioni dove  partecipano gli aventi diritto all'elettorato attivo, qua votano le azioni.

va e vota in assemblea chi ha partecipazioni durature nel capitale, indipendentemente o quasi dall'importo. l'immagine del piccolo risparmiatore incastrato dallla  maggioranza può anche essere fuorviante se non si tiene conto che il  titolo è quotato e la prima difesa è vendere. gli investitori istituzionali, che pure detengono cifre rilevanti non partecipano certo alle assemblee  (con qualche eccezione recente). "Votano con i piedi", cioè esprimono il loro dissenso andandosene ben prima, come i cittadini dell'ex est europa davanti ad elezioni e prospettive bulgare. 

  i veri guai della fondazione MPS derivano da queste grandi vendite, che contano molto di più di un voto contrario che non  può spostare i pesi dei soci.  il vero interesse delle assemblee è la possibilità di fare domande e di avere risposte ufficiali, non l'esito che è quasi sempre scritto.

 

 

Caro Gilberto, non so come funzioni in Italia, ma non mi stupirei che anche nel Bel Paese non ci facciano votare. Io sono piccolissimo azionista di 4 o 5 banche, poche migliaia di euro, ma non mi hanno mai fatto votare. La scusa è che le azioni vengono tenute in speciali conti presso il broker, i cosiddetti nominee account, e quindi non possiamo votare (ma il broker può, ovviamente pro domo sua). Ci sono diverse iniziative in corso da anni per rendere effettivo il diritto di voto, ma, come direbbe Zingales, i politici sono molto pro business e poco pro market da quel punto di vista.

Se la UE sopravvive fino al 2020, potrebbero finalmente concederci il diritto di voto tramite la proposta di regolamento sui CSD (http://ec.europa.eu/internal_market/financial-markets/central_securities_depositories/index_en.htm) ma io trovo francamente ingiustificabile che si debba aspettare, forse, il 2020, per ottenere una cosa talmente sacrosanta.

Link

Francesco Forti 4/1/2014 - 10:15

Giulio, pls, sistema il link sottostante a ha vinto la battaglia contro il management,

fatto

giulio zanella 4/1/2014 - 11:38

grazie

La fondazione

Turkish 4/1/2014 - 12:05

Buongiorno, articolo strepitoso, per quello che conta il mio parere, cioè molto poco, Zanella e' un grande e noisefromamerika una delle poche voci fuori dal coro. A parte questo endorsement a mio avviso e' preoccupante la totale mancanza di competenza delle persone che si continuano a mettere nei posti chiave fondazione, dall'infermiere (con il massimo rispetto per la categoria ci mancherebbe) gabrielli mancini ad Antonella mansi. Tutta gente che infatti in vita sua non ha fatto altro che prendere incarichi per "meriti politici". La nomina di Granata (ex ABI ed ex collaboratore di mussari ) a dg della fondazione poi non lascia intravedere nulla di nuovo. Mi dispiace per la Banca e per i piccoli azionisti ma fossi in Profumo e Viola mi sarei già dimesso da un pezzo

A me risulta che l'avv. Granata sia stato a lungo dirigente dell'A.b.i., prima ancora che Mussari ne divenisse presidente: ciò non ne fa un suo collaboratore nel senso che traspare dall'intervento.

Mansi

giulio zanella 5/1/2014 - 11:07

Grazie.

Antonella Mansi, pero', non appartiene (da quello che si legge) http://economia.panorama.it/Antonella-Mansi-la-chimica-del-potere

al mondo dei politicanti senesi. Naturalmente poi, da buon "agente", fa quello per cui il "principale" l'ha assunta ed adeguatamente incentivata.

Ora

Turkish 5/1/2014 - 12:26

Faccio il mio primo contributo al blog (veramente strepitoso) così posso rispondere anche prima. Dunque, a mio avviso, ripeto sono solo mie impressioni, sarei lieto di sbagliarmi, l'avv. Granata ha un curriculum sicuramente di livello, che però ricorda abbastanza quello di mussari: in dieci anni prima a capo della fondazione, poi della banca, eletto a furor di popolo (!!!!!) a capo dell'Abi uno che quando si è' finalmente dimesso ha dichiarato che il banchiere non era il suo lavoro...tornava a fare l'avvocato! Scusate ma le analogie sono tante. Sta facendo la carriera inversa, speriamo i risultati saranno diversi.
Antonella mansi poi...la sua carriera si svolge tutta in confindustria...industria diversa, ma sempre di lobby stiamo parlando. Non sono un particolare fan dell'Accademia in Italia , ma non riuscire a prendere un pezzo di carta ai giorni nostri mi fa pensar male. Vista la imminente asset quality review,poi, la decisione di posticipare l'aumento di capitale mette a serissimo rischio l'esistenza della banca, quindi posso dire che con certezza che con lei la musica non e' cambiata. Spero di essermi sbagliato con granata ma ahimè non credo... Buona giornata a tutti

si toglierebbe ai depositanti l'assiccurazione del Fondo Interbancario di Garanzia. Il bubbone va cauterizzato con un ferro rovente e senza anestesia.

Così

Turkish 4/1/2014 - 12:30

Così da spingere i "depositanti" a scegliere con maggiore cura l'istituto cui affidare il proprio denaro?

L'abolizione del Fondo Interbancario provocherebbe un crollo immediato dei depositi e quindi degli impieghi, già in calo.  Temo che molti soldi finirebbero nel materasso - o anche in mano a ciarlatani vari. L'educazione economica degli italiani è a dir poco scarsa e credo che non più del 5% di loro sia in grado di leggere un bilancio di una banca e quindi di fare una scelta ragionevolmente informata

Concordo con Giovanni, Fabio. Pensaci: capisco il punto ma qui l'effetto sarebbe quello di una fuga generalizzata dei depositanti. L'asimmetria informativa e' troppo grande, impossibile per il depositante rappresentativo distinguere.

Quoto

Turkish 5/1/2014 - 12:37

In pieno. La mia infatti era una domanda retorica. E comunque anche per quel 5 percento (Giovanni sei stato generosissimo!) che sa leggere il bilancio di una banca le sorprese potrebbero essere dietro l'angolo. L'abolizione del fondo a mio avviso porterebbe certamente ad una "Corsa agli sportelli" con esiti catastrofici. Nel caso di specie poi il fallimento della terza (se non sbaglio) banca italiana avrebbe veramente delle conseguenze paurose...

Capisco, ma l'assicurazione sui depositi non salva i correntisti (e il resto dei cittadini anche non correntisti, vedi salvataggio banche USA e non 2008) dal pagarne comunque le conseguenze di un fallimento bancario. 
Se proprio il rischio di abolizione dell'assicurazione sarebbe tuttavia più elevato rispetto al mantenimento della medesima, allora è necessario creare determinate condizioni post-eventuali fallimenti bancari per limitare comportamenti scorretti o troppo rischiosi delle banche, come l'acquisizione di azioni da parte dei correntisti per esempio.

sarebbe disattesa se, ex post, si volesse privare i depositanti di una banca qualsiasi di quella protezione.

L'ultima volta che ho controllato il FITD operava ex post. Se è ancora così, è chiaramente distorsivo, ed andrebbe profondamente riformato.

per fortuna non fai il medico, senno poveri alcolizzati con l'epatite, poveri fumatori con tumore, poveri tossici con l'HIV.

Sarebbero "poveri" comunque, perché nessuno vorrebbe essere nei loro panni, direi. Rimanendo in ambito assicurativo se uno riporta ferite gravi in un incidente e si verifica che non indossava le cinture, i costi sanitari possono essere addebitati al paziente (in tutto o in parte) e non sono coperti dall'assicurazione.  Dove il sistema sanitario è assicurativo alcune malattie legate ad incuria personale (per esempio la carie) non sono rimborsate. E ad un'alcolizzato con il fegato compromesso dalla cirrosi, il trapianto non lo fanno se prima non smette di bere.

Non credo proprio che la "rule of law" impedisca di cambiare le leggi. Eventualmente si tratta di vedere se le modalità con cui entrano in vigore le nuove regole sono compatibili con la protezione di diritti (e non di privilegi) esistenti.

Nel caso in cui per esempio ci fosse una proposta di legge (e non un decreto) che variasse le previsioni sulla copertura, ritengo che i correntisti avrebbero tutto il tempo per decidere cosa fare dei soldi depositati.

Per esempio a me, come socio di una piccolissima Cassa Rurale, ha dato molto fastidio che l'istituto abbia dovuto pagare 15.000 Euro per coprire il fondo di garanzia della banca di credito cooperativo di Verdini.

Soldi che sono stati sottratti ai rendimenti dei conti della mia banca, che poteva usare quei soldi per remunerare di più il mio conto, o meglio, per perseguire finalità sociali a favore della comunità (l'asilo, la scuola, gli studenti, il rinnovo del parco giochi, il supporto all'assistenza dei bambini malati, insomma, le normali attività a favore della comunità che svolge con parte dei suoi utili).

Invece sono stati dati a persone che si sono affidate di un disonesto patentato, magari anche per ottenerne favori in cambio. E lo hanno pure rieletto in parlamento. Con i miei soldi, risottolineo.

Tralascio invece di commentare sullo stato della rule of law, quella vera, nel nostro paese.

le leggi si possono cambiare, ma il principio fondamentale è che il cambiamento valga solo per il futuro. Chi ha depositato il proprio danaro presso una banca aderente al fondo interbancario di garanzia non deve essere punito, privandolo della garanzia, quando si scopre che la banca era stata amministrata male.

Supponiamo che oggi venga approvata una legge che rimuova la garanzia sui depositi a partire dall'1.1.2020. Ovvero alternativamente che l'attuale massimale (i depositi sono coperti solo fino a € 100.000) venga ridotto a € 80.000 dall'1.1.2016, a € 60.000 dall'1.1.2017, a € 40.000 dall'1.1.2018, a € 20.000 dall'1.1.2019 e finalmente a zero dall'1.1.2020. I depositanti avrebbero così il tempo di decidere con calma se le banche meritano la loro fiducia ed in caso contrario di ridurre gradualmente la loro esposizione, mentre le banche a loro volta potrebbero adottare gradualmente politiche più prudenti.

Potrebbe funzionare, oppure si otterrebbe soltanto un'accelerazione delle insolvenze?

Ma chi tiene 100'000 in contanti in banca oggi in un singolo conto corrente?
Si tiene il minimo in liquidità ed il resto viene  investito. Come tale (fondo deposito) non fa parte della massa fallimentare ma è solo roba nostra custodita dalla banca.

Capito che:
- tutti i mali derivano dalle fondazioni bancarie;
- quel che è fatto è fatto;

qual'è la proposta per il futuro (sellen)?

1) Ri-nazionalizzare le fondazioni bancarie
(che non hanno rispettato il mandato di privatizzare le banche e che a mio avviso sono un obbrobrio legale perché venderebbero una proprietà pubblica privando il bilancio pubblico del ricavato)
e poi privatizzare asap buttando il ricavato (sia dalla vendita delle quote bancarie che dalle proprietà delle fondazioni) nella riduzione del debito?

2) imporre la separazione tra istituti per il risparmio (moltiplicatore monetario <1) e quelli di investimento? O almeno imporre nel contratto di deposito la trasparenza sul limite autoimposto del moltiplicatore? Ambedue?

3) ???

 

Separare nettamente il management delle banche dalla politica. just as ...difficult as that..(chi molla l'osso?)

Privatizzazione facendo uscire le fondazioni bancarie dal capitale delle banche conferitarie. I politici entrano negli organi sociali delle fondazioni, si ri'puliscono' per un mandato, e da li' passano direttamente ai consigli di amministrazione delle banche, no? (vedere da ultimo dinastia scajol...etc etc..)Ergo......spezzare il circuito e criteri di professionalita' (pronuncia CV)

Non si sa neppure quali siano supposti - lemma casuale - obiettivi di banche in cui continua a esserci la politica. Il loro comportamento e' catturato da interessi locali (e tornei di tennis per Amato) e cicli politici, non dalla volonta' di ricerca di redditività ed efficienza. Sentire parlare Mussari di derivati,poi, e' come ascoltare lezioni di diritto costituzionale dal Ch.mo Professore di diritto costituzionale comparato Panamense La Vitola (o come si scrive..)

Toni troppo duri, o accesi i miei? Fara (Eurispes) parlava di neo-feudalesimo, ergo.. il tema e' endemico, in Itali(de): cortocircuito tra POLITICA ed ECONOMIA, che ha assunto ormai dimensioni drammatiche (politica anche in magistratura?) .

Incapace di proporre ai cittadini le migliori soluzioni, le migliori ricette per la crescita, i migliori programmi educativi. unicamente chiusa in un circolo auto-referenziale di intercettazione dei fondi pubblici/elargizione dei medesimi, ricerca di poltrone.

Non alludo ad una vicenda specifica, anche se le cronache di sono nutrite dalla A alla Z, passando per la M di Maugeri. Ma non si faccia finta di non vedere che e' L'INTERO RUOLO dello STATO e perimetro di intervento della POLITICA a dovere essere ridisegnato (circoscritto).

> 4.2 milioni di iscritti all'AIRE. E chiccitorna in Italia? Poi ci sono anche gli amici della vigilanza....ed i figli Svizzeri...

Cosa fanno le banche Italiane? carry trade? (close to zero). cosi' Les Echos.

E mi fermo qui. Googlatevi Mussari online che parla di derivati.....(lontano dai pasti)

Le « scandale MPS » révèle des failles dans la vigilance. Par Pierre De Gasquet )

« Seul un fou aurait pu signer ce contrat ! », estime un banquier d'affaires en référence au rachat d'Antonveneta à Santander pour 10,3 milliards d'euros en 2007

 


Sentire parlare Mussari di derivati,poi, e' come ascoltare lezioni di diritto costituzionale dal Ch.mo Professore di diritto costituzionale comparato Panamense La Vitola (o come si scrive..)

A quanto sembra Mussari non si limita a parlare di derivati...

:-)

Dantesco :). Un concreto contrappasso (con pena traslata sui contribuenti, as usual..) Surreale.

Ho recuperato il pregevolissimo intervento. Eh quale eloquio!

Mi scuso anticipatamente con gli Autori del Blog ed i Lettori) per questa...intemperanza.

http://www.youtube.com/watch?v=hpeDlv7jgYg

Beppe Mussari da Catanzaro vs. Shiller da Detroit..

'Modesto giurista di campagna, che capisce poco di intelligenza artificiale'; '.input...pissicologgico.'..'diavoli di macchinette'...'nanosecondi' ..'input output'  'diavoleria di fase economica'.

'Il libero mercato assimilabile ad una democrazia popolare come quella Cinese...ma - naturalmente [ndr] - è un pensiero unico'....

'speculazione che si autoalimenta da sè e determina artificialmente un mercato lucrando sull'artificiosità della decisione assunta. Quello è il punto..Perchè se guardiamo ai fondamentali del debito pubblico Tedesco...'istinto predatorio connaturato al genere umano'...

'non e' carino rivolgersi alle sbarre....sanzioni...autorita''

Come direbbe er Mascetti....Presente le  'Müller-Lyer illusions'?  Se si guarda ai ruoli istituzionali concretamente assunti nel tempo....dal Prof. Mussari....:(

 

nella discussione, importante e permanente, sul ruolo delle fondazioni ex bancarie, si è sempre discusso delle rilevanti quote di patrimonio investite ancora in pacchetti strategici delle aziende scorporate.

si è detto: così non va, il patrimonio della comunità locale deve essere salvaguardato con impieghi prudenti e diversificati ecc intesi come portafogli di titoli quotati, per esigenze di trasparenza.

da questa notiziola comparsa sotto le feste, apprendo però che fondazioni diverse si consorziano anche per costituire fondi immobiliari chiusi, un mezzo molto opinabile (illiquido, spesso con soci che conferiscono beni e altri invece soldi buoni ecc)

ma è corretto, prima ancora che legale? nella fattispecie, le scarne cronache parlano del salvataggio di una società che ha realizzato un porto turistico e che i soci del fondo sono fondazioni legate allo stesso territorio. si può pensar male, che cioè quelle banche pesantemente esposte con l'impresa, abbiano tutelato il loro credito chiamando in soccorso i patrimoni delle loro fondazioni di riferimento. immagino che i cittadini di La Spezia non abbiano ben chiaro che pagano loro, col loro patrimonio indiviso, il salvataggio di un'impresa privata e a condizioni che non saran certo il trionfo della libera trattativa.

ma questo "fondo sviluppo del territorio", oltre al nome ruffianissimo e a questa quota di ITN ( la società in crisi ora salvata) ha altri investimenti? e sono coerenti col mandato delle fondazioni? chi ha altre notizie le comunichi, io non ho trovato nulla.

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