Fondazioni bancarie e sistema bancario: riassunto del convegno

2 marzo 2013 giulio zanella e Francesco Pesci

Per chi c'era (per continuare a discutere) e per chi non c'era (per iniziare a farlo) ecco un riassunto dei punti salienti del convegno su banche e fondazioni bancarie, organizzato dalla Fondazione NFA sabato 16 febbraio a Firenze. Nel post trovate anche linkate tutte le slides usate dai relatori, che ringraziamo per averle rese disponibili.

La questione del rapporto tra fondazioni bancarie e banche italiane e' tutt'altro che nuova. Si trascina, infatti, da ormai quasi un quarto di secolo; da quando, cioe', si inizio' il processo di privatizzazione con la "legge Amato" nel 1990 (legge n. 218 del 1990). Come nella migliore tradizione delle grandi riforme italiane, a tutt'oggi questo processo e' incompiuto. Il tema, latente appunto da quasi 25 anni, e' esploso in modo caotico a fine gennaio quando sono venuti al pettine i nodi del caso piu' emblematico di commistione tra banche e politica, il caso Monte dei Paschi di Siena (MPS). La reazione delle forze politiche, in piena campagna elettorale, allo scoppio del bubbone MPS, e' stata a dir poco patetica. Avendo tutti quanti (ad eccezione delle forze politiche emergenti, per forza di cose) le mani nella marmellata senese o in altre specialita' regionali da Lodi a Cagliari passando per Catanzaro, o temendo di pestare calli sensibili, i piu' hanno taciuto e chi ha parlato si e' limitato a balbettare qualcosa sulla necessita' di rivedere il rapporto tra banche e fondazioni. Tranne poi far finta di dimenticarsene, confidando nella smemoratezza (questa vera, purtroppo) del popolo italiano.

Per questo la Fondazione NFA (una fondazione non bancaria finanziata dai nostri lettori :-)) ha organizzato in tutta fretta un convegno sul tema, che si e' svolto sabato 16 febbraio a Firenze. Abbiamo messo insieme molti tra quelli che piu' hanno riflettuto sul tema negli anni scorsi, per battere il ferro mentre era ancora caldo e prima che si raffreddasse di nuovo (nota di attualita': questo e' evidentemente gia' accaduto; il Movimento 5 Stelle (M5S) aveva urlato alla rivoluzione del sistema a Siena col suo portavoce Grillo, ma non c'e' traccia della questione nelle priorita' sottoposte dagli elettori del M5S a Grillo per una breve legislatura di riforme). I partecipanti e i titoli degli interventi al convegno li trovate qui.

L'esplosione caotica del tema col caso MPS ha fatto confondere due questioni che sono e vanno tenute invece ben distinte. La prima e': chi controlla le banche in Italia e come le gestisce? La seconda e': qual e' il ruolo delle fondazioni filantropiche, ivi incluse le fondazioni di origine bancaria? Approfittando della confusione sono state gettate nella mischia due teorie che corrispondono ad altrettanti equivoci da rigettare. Si veda, per tutte, la reazione di Giuseppe Guzzetti (con intervista su Avvenire il 30 gennaio scorso e una risposta pubblicata su nFA), 80 anni l'anno prossimo, gia' presidente DC della Regione Lombardia dal 1979 al 1987, poi senatore per due legislature, poi presidente della Fondazione Cariplo dal 2000 a tutt'oggi presidente dell'Associazione di Fondazioni e Casse di Risparmio (ACRI), un esempio di carriera politico-bancaria senza soluzione di continuita' piuttosto comune in Italia.

La prima e' la teoria della mela marcia, secondo la quale quello di MPS sarebbe un caso isolato di mala gestione. Noi crediamo invece che MPS non sia affatto un caso isolato ma la manifestazione di una chiara questione sistemica nella governance delle banche (chiaramente emersa al convegno, si veda oltre). Incidentalmente, se Guzzetti e' oggi convinto che la Fondazione MPS ha commesso errori cruciali non si capisce perche', ieri, si era scelto (o aveva concorso a scegliere) in sequenza come due ultimi vicepresidenti Giuseppe Mussari (Fondazione MPS, allora) e Gabriello Mancini (Fondazione MPS, a tutt'oggi).

La seconda e' le teoria del complotto contro le fondazioni bancarie. Nessuno, in realta', mette in dubbio l'utilita' delle fondazioni private filantropiche. Al contrario. Di tali fondazioni ve ne sono dappertutto in giro per il mondo e svolgono certamente un importante ruolo nelle comunita' di riferimento. Le fondazioni bancarie italiane, per esempio, forniscono sostegno finanziario alla ricerca, alla sanita' locale, e alle iniziative artistiche e culturali. Quest'attivita' e' certamente di grande valore per la societa'. Va notato pero' che questo si puo' fare (e anzi, si fa tipicamente meglio) senza avere un interesse significativo, o senza evere interesse alcuno, nel sistema bancario. Non c'e' motivo di perseguire quest'ultimo. Si veda oltre l'interessante caso della Fondazione Roma. Il patto per cui tu accetti che chi siede nei consigli delle fondazioni bancarie eserciti un'influenza determinante sul sistema del credito in cambio di un po' di erogazioni al territorio e' scellerato.

Si, perche' tutte le maggiori banche italiane sono controllate da fondazioni "di origine bancaria", e una buona parte di queste ultime detiene una quota significativa del capitale azionario sulla loro banca di origine, in violazione del principio basilare di differenziazione del portafoglio (che detto in termini di economia domestica significa, semplicemente, che non devi mettere tutte le uova -- ma neppure una parte significativa delle stesse -- nello stesso paniere). Raccomandiamo la lettura dello studio "Italian Banking Foundations" di Andrea Filtri e Antonio Guglielmi, che contiene interessanti dati su questo e altri aspetti (Andrea Filtri era stato invitato al convegno e sarebbe venuto volentieri, ma vivendo a Londra purtroppo non ce l'ha fatta ad organizzarsi. Lo ringraziamo, di nuovo, lo stesso). Il dato riportato nella figura sotto, prodotto da Filtri e Guglielmi e utilizzato anche da Tito Boeri durante il suo intervento, mostra che solo il 18% delle fondazioni bancarie italiane ha abbandonato l'azionariato bancario. Il 15%, invece, possiede oltre il 50% delle azioni della banca di riferimento. Oltre la meta' delle fondazioni bancarie italiane hanno oltre il 5% delle azioni della banca di riferimento. Considerando quanto e' frammentato l'azionariato delle grandi banche questo significa una forte presa delle fondazioni (cioe', quasi sempre, dei politici che le controllano direttamente o le influenzano) sul sistema del credito.

filtri-guglielmi

Tra quel 18% che ha abbandonato l'azionario bancario c'e' l'interessante caso (portato alla nostra attenzione dal sempre ottimo Francesco Lippi) della Fondazione Roma, che ha venduto il pacchetto di azioni della banca di riferimento (la Banca di Roma) e che oggi ha un patrimonio ben diversificato e redditizio che le permette di fare quello che le fondazioni dovrebbero fare, cioe' cose utili alla comunita' -- non attivita' di influenza sulle banche. Cosi' scrive il presidente della Fondazione Roma, Emmanuele Emanuele:

le fondazioni ex bancarie, e quelle che, come la Fondazione Roma, dopo aver definitivamente interrotto il legame con la banca conferitaria ed aver concentrato ogni attenzione ed ogni energia esclusivamente nell’attività filantropica e di rilevanza sociale, possono ormai definirsi fondazioni di diritto civile, occupano, insieme agli altri soggetti del terzo settore, gli spazi sempre più ampi non presidiati dal pubblico e dal mercato, grazie alla loro provata capacità, associata alla disponibilità di risorse adeguate, di rappresentare un punto di riferimento progettuale e organizzativo per idee ed interventi di alta qualità sociale, che non trovano accoglienza da parte degli altri soggetti economici.

Sante parole! La Fondazione Roma oggi ha persino un proprio (e importante, a quanto pare) museo. Indubbiamente meglio fare un museo e lasciare che siano i banchieri a fare i banchieri. Col senno di poi (ma a dire il vero in questo caso sarebbe bastato anche il senno di prima) se la Fondazione MPS avesse fatto allora la stessa cosa (cioe' vendere le azioni della banca e investire un patrimonio di svariati miliardi di euro in un portafoglio diversificato), oggi il suo patrimonio sarebbe intatto e continuerebbe a fruttare in abbondanza a beneficio di Siena e del suo territorio. Essendo Siena una citta' di 60mila abitanti contro i quasi 3 milioni di Roma  ed avendo la Fondazione Roma un patrimonio di soli 1,3 miliardi di euro contro gli oltre 5 che, ahiloro, aveva la Fondazione MPS, e' facile fare le proporzioni e immaginare cosa sarebbe stata oggi e nei prossimi 50 anni Siena. Tanto e' costata ai senesi la brama di tenersi stretto "il Monte".

C'e' inoltre un briciolo di evidenza che l'intensita' di controllo e' in qualche modo correlata con la perdita di capitalizzazione tra il 2006 e il 2012. Durante l'introduzione al convegno, uno di noi (Giulio) ha mostrato questa figura che non ha alcuna pretesa di scientificita' (impossibile con cinque osservazioni!) ma che suggerisce qualcosa. Nella figura ci sono le prime cinque banche italiane (se escludiamo Mediobanca): Unicredit (UNI, nella figura), Intesa-San Paolo (ISP), Monte dei Paschi (MPS), Cassa Risparmio Genova (CRG) e UBI Banca (UBI). Sull'asse orizzontale c'e' il ranking secondo la perdita di capitalizzazione dal 2006 al 2012, misurata come perdita di valore del titolo di proprieta' (il valore delle azioni). Rank 1 significa che si e' subita la maggiore perdita, 2 la seconda maggiore perdita, ecc. Sull'asse verticale c'e' il ranking secondo la quota di capitale della banca (tra tutti i proprietari che possiedono almeno il 2% del capitale) detenuto dalle fondazioni bancarie nel 2011-2012. Rank 1 significa che la banca ha la piu' alta quota di capitale in mano a una fondazione, 2 la seconda piu' alta quota, ecc. Se consideriamo che Unicredit e UBI sono diverse dalle altre tre in quanto in qualche modo piu' internazionali, allora la figura suggerisce una correlazione positiva tra i due rankings (lo sappiamo che e' ridicolo pretendere di identificare una retta usando due punti, per quello abbiamo detto che non c'e' alcuna pretesa di scientificita'), ovvero laddove piu' controllano le fondazioni li' c'e' stata maggiore perdita di capitale.

rank1

Da dove viene questo stato di cose? Franco Debenedetti ha ripercorso la genesi e i punti critici delle fondazioni bancarie in Italia. Queste sono nate a seguito di diversi interventi del legislatore nazionale nel corso degli anni ’90 del secolo scorso (vedi il sito dell’ACRI e le pp. 14-15 dello stesso studio di Filtri e Guglielmi) che hanno incentivato la trasformazione delle Casse di Risparmio e degli Istituti di Credito di Diritto Pubblico in società per azioni, attraverso modalità tra le quali, ad esempio, i conferimenti delle aziende bancarie da parte di Casse e Istituti in società per azioni, i cui pacchetti di controllo restavano di proprietà di Casse e Istituti conferenti. Il legislatore ha disciplinato la natura giuridica e operativa e il regime fiscale di tali enti conferenti, definendoli col termine “fondazioni” a partire dalla legge 23 dicembre 1998, n. 461 (art. 2, cosiddetta “legge Ciampi”). Le fondazioni sono enti non profit che operano, con finalità definite "di utilità sociale e di promozione dello sviluppo economico" (art. 2, comma 1, l. 461/1998), su scala perlopiù provinciale, interprovinciale o regionale. Come azionisti di controllo di banche, le fondazioni hanno il potere di scegliere la maggioranza dei membri dei consigli di amministrazione delle banche stesse. A loro volta, i vertici delle fondazioni, in base a norme statutarie, sono nominati, in buona parte, da enti locali (comuni e province, ad esempio) che amministrano il territorio in cui le fondazioni stesse esercitano la propria attività e, dunque, da politici (ad esempio, sindaci, presidenti di provincia, consiglieri comunali e provinciali; per lo piu', passatecelo che la verita' non e' sempre elegante, politici incapaci e/o trombati in cerca di un premio di consolazione). Questi ultimi, attraverso la scelta dei vertici delle fondazioni, possono esercitare un controllo sulla nomina degli amministratori delle banche e, dunque, sulla gestione delle banche stesse. Si veda, per esempio, il caso della Fondazione Cariplo, che “svolge la propria attività prevalentemente nel territorio e per le Comunità delle province della Lombardia, di Novara e di Verbania” (art. 3, comma 3 dello statuto). Lo statuto prevede (art. 11) che 19 dei 40 membri della Commissione Centrale di Beneficenza (l’organo di indirizzo che nomina il Consiglio di Amministrazione) della fondazione siano scelti dalla Commissione uscente all’interno di liste proposte dalle provincie lombarde, di Novara e di Verbania, dal Comune di Milano e dalla Regione Lombardia. La Fondazione Cariplo, inoltre, è proprietaria del 4,95% delle azioni di Intesa Sanpaolo, dove tutti gli azionisti con quote superiori al 2% sono, a parte Assicurazioni Generali, fondazioni (vedi la pagina “Azionariato” nel sito di Intesa Sanpaolo).

Debenedetti ha ripercorso l’iter che ha portato all’approvazione della “legge Dini-Ciampi”, iter nel quale si è anche impegnato personalmente quando sedeva in Parlamento, non riuscendo a far passare norme che avrebbero forzato le fondazioni a vendere i pacchetti di controllo delle banche, specificamente la subordinazione dell'approvazione degli statuti delle fondazioni alla perdita del controllo sulle banche di riferimento; pare che a Ciampi piacesse l'idea ma ritenne che non sarebbe mai piaciuta al parlamento e che percio' era da accantonare. Mentre, infatti, la precedente "legge Amato" imponeva agli enti conferenti di conservare il controllo, la legge "Dini-Ciampi" si limito' alla fine a dare blandi incentivi a dismettere. Una volta approvati gli statuti le fondazioni diventano soggetti di diritto privato, e qui sta l'inghippo: in quanto soggetti formalmente privati non si poteva poi obbligarli a vendere. La legge si limitava quindi a dire che le fondazioni dovevano andare nella direzione di perdere il controllo (si veda l'articolo di Debenedetti "La proprietà primo problema", Il Sole 24 Ore, 30 gennaio 2013). Fatto questo, secondo Debenedetti non c'e piu' niente da fare: non e' possibile forzare le fondazioni ad abbandonare il controllo delle banche, né attraverso confische o obblighi di vendita, né (anche se si è espresso meno apertamente su questo punto) attraverso l’introduzione di diversi regimi fiscali per le fondazioni stesse. Il controllo delle fondazioni sulle banche finirà, dice Debenedetti citando Alessandro Penati, quando la cattiva gestione delle banche esaurirà il patrimonio delle fondazioni investito in esse. Monte dei Paschi e' la prima fondazione a realizzare questa profezia. In realta' a noi pare che qualcosa da fare ci sia. Non solo, come ha correttamente osservato Giordano Masini durante il dibattito, l'attivita' antitrust impone spesso e volentieri di vendere per cui non si capisce perche' non si possano creare strumenti giuridici che applichino lo stesso principio a settori cruciali come quello bancario. Ma inoltre, ha notato Michele Boldrin, basterebbe che la Banca d'Italia riconoscesse apertamente che le banche italiane sono sottocapitalizzate e le forzasse a ricapitalizzarsi facendo entrare nuovi soci e diluendo in questo modo le quote di controllo ancora possedute dalle fondazioni. Probabilmente queste vie non sono facilmente praticabili, ma a noi pare che indichino che la posizione "siccome le fondazioni sono soggetti privati non ci si puo' fare piu' nulla" sia eccessivamente pessimista.

A quello di Debenedetti e' seguito l'intervento di Fabrizio Pezzani, l'unico "banchiere" presente (oltre a essere docente in Bocconi, Pezzani e' vice presidente della Cassa di Risparmio di Parma e Piacenza), il quale ha osservato che istituzioni e regole non sono buone o cattive in sé: più delle istituzioni e delle regole contano gli uomini che "vivono" (o meno) le istituzioni e rispettano (o meno) le regole. Neppure la governance delle fondazioni e il controllo delle banche da parte delle fondazioni sono istituzioni o regole buone o cattive per sé, ha concluso Pezzani. Questo e' sicuramente vero dal suo osservatorio. Cariparma sembra infatti aver fatto le scelte giuste facendosi acquisire per l'85% nel 2007 dal Crédit Agricole. Inoltre, stando ai dati che piu' tardi ci ha fatto vedere Tito Boeri, nella Fondazione Cariparma solo un consigliere su 5 ha alle spalle una carriera politica (contro i 14 su 24 in MPS!) Tuttavia, a noi pare ovvio che non si puo' fare affidamento sulla bonta' delle persone per far funzionare le istituzioni. Queste ultime devono essere disegnate in modo tale da fornire alle persone gli incentivi giusti perche' anche quando le persone non sono buone queste facciano il minor danno possibile. Le regole vanno fatte per i cattivi, non per i buoni, no?

Il resto del convegno e' stato sostanzialmente evidenza sul perche' sia una buona idea separare politica e banche.

Luigi Guiso, nel suo intervento pomeridiano [slides qui], ha fatto notare come le fondazioni bancarie non possano essere proprietari efficienti, nel senso che sono in media disinteressati alla buona gestione della banca. Il patrimonio e i denari investiti nelle banche dalle fondazioni, infatti, appartengono alle fondazioni stesse e non agli amministratori delle fondazioni o ai politici degli enti locali. Gli amministratori delle fondazioni e i politici non mettono a rischio il proprio patrimonio e non subiscono perdite o mancati guadagni dovuti a una cattiva gestione delle banche. Essi, si può dire, investono il denaro degli altri senza risponderne, in ultima istanza, e per questo non sono particolarmente interessati al massimo rendimento dell’investimento.

Guiso ha poi applicato questa logica del proprietario inefficiente al caso dell’esposto inviato da un anonimo dipendente Mps alla Consob "che evidenzia le pratiche messe in piedi dal capo dell'area finanza assieme ad altri funzionari […] che si sostanziavano in una sistematica sottrazione di profitti agli azionisti di Mps". Perché, si è chiesto Guiso, avvertire la Consob, e non il principale azionista della banca, la Fondazione Mps? Sarebbe come scoprire che la domestica (o il domestico?) del nostro vicino gli fa la cresta sulla spesa e avvertire i carabinieri e non lui. E se invece la Fondazione è stata avvertita (potrebbe essere così, senza che noi lo sappiamo), perché non è mai intervenuta? Secondo Guiso, la risposta è, appunto, che le fondazioni hanno “incentivi deboli” a essere proprietari attenti. Pertanto è logico non rivolgersi ad esse per denunciare azioni che vanno a detrimento della redditività e del patrimonio delle banche, ed è logico che esse non intervengano (o lo facciano blandamente) qualora sospettino o vengano a conoscenza di tali azioni. La vicenda MPS, conclude Guiso, è "un problema di cattiva struttura proprietaria: la separazione tra proprietà e controllo con l’aggravante che la gestione della dotazione è affidata a politici". Un'altro fattore aggravante e' la mancanza di indipendenza dalla politica, negli ultimi anni, della Consob, che pare aver ignorato la segnalazione dei gravi fatti portati alla sua attenzione dall'anonimo dipendente. Consigliamo anche la lettura dell'articolo di Guiso "Per evitare abusi, meglio dare le banche in mano a padroni veri", Il Sole 24 Ore, 14 febbraio 2013.

L’intervento di Guiso è stato preceduto da quelli di Elena Carletti e di Michele Boldrin, che hanno spiegato in breve i sistemi bancari di due nostri vicini europei: Germania e Spagna, rispettivamente. Boldrin ha sottolineato come le banche spagnole in crisi, in quanto coinvolte nella cosiddetta bolla immobiliare, siano le casse di risparmio (o le banche nate dalle fusioni tra casse di risparmio, orchestrate dal regolatore come tentativi di salvataggio delle casse stesse) nei cui consigli di amministrazione siedono persone scelte dai politici locali e dove il credito viene erogato con criteri, per così dire, non sempre ispirati a una sana e prudente gestione del rischio. Boldrin si è anche soffermato sul ruolo del regolatore (la banca centrale) nel "coprire", per alcuni anni, la situazione di dissesto di diverse casse di risparmio.

Il sistema bancario tedesco, invece, ha spiegato Carletti [slides qui], è caratterizzato da tre pilastri: le banche commerciali private, che possono operare su tutto il territorio nazionale, le banche cooperative/popolari e le casse di risparmio, la cui operatività è, per legge, limitata territorialmente. Inoltre, all’interno del pilastro cooperative/popolari e del pilastro casse, le banche godono di un’esclusiva territoriale: in altre parole, le banche cooperative/popolari non possono fare concorrenza ad altre cooperative/popolari e le casse non possono fare concorrenza ad altre casse. Due gli aspetti su cui Carletti si è soffermata. Il primo è la mancanza di dati pubblici che consentano di valutare l’efficienza dell’allocazione del credito da parte di banche cooperative/popolari e casse, in quanto la banca centrale tedesca, a differenza, ad esempio, di quella italiana, non li raccoglie o non li rende pubblici (forse per una scelta "ideologica”"della banca centrale stessa, poco incline a far sì che il modello a tre pilastri possa essere messo in discussione, anche attraverso la diffusione e l’analisi di dati). I pochi studi effettuati sui pochi dati disponibili suggeriscono la presenza di inefficienze nell’allocazione del credito da parte di banche cooperative/popolari e casse e di cicli di credito che seguono i cicli elettorali: in altre parole, di un’espansione del credito da parte di cooperative/popolari e casse in prossimità delle elezioni. Il secondo è la crisi delle Landesbank (banche regionali), partecipate dalle casse di risparmio e dal governo del Land (regione) di riferimento. Le Landesbank sono una sorta di "banche centrali regionali" che offrono servizi (ad esempio di risk-management o di gestione della liquidità) alle casse di risparmio operanti nel Land di riferimento. Esse, inoltre, col tempo, hanno diversificato le proprie attività nell’ambito del corporate banking per clienti e progetti troppo grandi per le piccole casse di risparmio, dell’investment banking e del private banking. Per decenni le Landesbank hanno goduto di una garanzia pubblica sui propri debiti e, grazie a tale garanzia, di oneri di finanziamento inferiori a quelli delle banche private. Quando nel 2001, a seguito di una decisione della Commissione Europea, si decise di rimuovere tale garanzia pubblica, fu anche concesso un periodo "di grazia" per i debiti che le Landesbank avrebbero contratto entro il 2005 e con scadenza prima del 2015. Le Landesbank approfittarono della proroga della garanzia per aumentare enormemente il proprio indebitamento senza migliorare la qualità (o, in altre parole, la gestione del rischio) dei propri investimenti (investendo ad esempio, in subprime mortgage-based securities).

La crisi è esplosa alla fine dello scorso decennio e il governo tedesco è intervenuto ricapitalizzando le Landesbank per evitarne il fallimento (una è tuttavia fallita). In altre parole: la presa della politica sul sistema bancario e' molto piu' forte in Germania che in Italia e infatti in Germania il sistema bancario e' collassato molto piu' spettacolarmente che in Italia (esempio da usare: a volte anche i tedeschi fanno peggio).

Gli interventi della seconda parte della mattinata si sono concentrati su alcune caratteristiche degli amministratori delle fondazioni e degli alti dirigenti (amministratori delegati, membri dei cda bancari o equivalenti, direttori generali o equivalenti) delle banche italiane. Caratteristiche quali la “vicinanza” alla politica e la scarsa o nulla correlazione, in media, tra compensazione di un banchiere e performance della “sua” banca e tra permanenza di un banchiere al vertice di una banca e performance della banca stessa.

Tito Boeri [slides qui] ha presentato interessanti (e difficili da raccogliere) dati per mostrare, tra l’altro, che:

  • numerosi amministratori di fondazioni e membri dei CdA bancari hanno avuto una carriera politica prima di entrare nelle fondazioni o nelle banche,
  • i banchieri italiani sono piu' avanti con gli anni, meno istruiti, meno economisti, molto politici e con carriere molto lunghe (auguri a Giovanni Bazolim che quest'anno compie 27 anni da banchiere, n.d.r.) rispetto ai loro omologhi in Europa e USA;
  • gli amministratori delegati delle banche dedicano agli incontri con i politici un quota di tempo più alta rispetto ai colleghi di altri settori (con l’eccezione degli ad delle public utilities),
  • gli amministratori delegati delle banche sono in media più pagati dei loro colleghi di numerosi paesi OCSE e i loro salari sono poco correlati alle performance della banca di cui sono dirigenti.

Difficile non concludere che la folta presenza di persone con carriera politica alle spalle tra gli alti dirigenti di fondazioni e banche rappresenti una forma di collocamento per politici a fine carriera. Il risultato e' che questi finiscono per essere interessati a massimizzare il "char-holder value" (il valore della poltrona) piuttosto che lo share-holder value (il valore a vantaggio dei proprietari nella banca).

Bruno Parigi [slides qui] ha sintetizzato i risultati di uno studio ("Connections and Performance in Banker’s Turnover", con Eric Battistin e Clara Graziano, European Economic Review, vol. 56, 2012) sulle connessioni locali degli alti dirigenti di un campione piuttosto numeroso di banche italiane, dove per locali s’intende nell’area in cui la banca ha la sua sede principale. La distanza tra la provincia di nascita di un banchiere e quella in cui si trova l’headquarter della “sua” banca è usata come proxy per misurare l’intensità delle connessioni locali del banchiere, supponendo che quanto minore e' la distanza, tanto maggiori/più intense sono le connessioni (e viceversa). Forse non troppo sorprendentemente, la distanza è nulla nella maggioranza del campione (con differenze tra banche di diversa forma giuridica e manager di ruolo diverso). Lo studio esamina:

  • gli effetti delle connessioni locali sulla probabilità di “sopravvivenza” (nel senso di mantenimento del proprio posto di lavoro) dei banchieri, controllando per la performance delle banche (in altre parole, considerando banche con all’incirca gli stessi livelli di performance): l’effetto è positivo;
  • gli effetti delle connessioni locali e sulla probabilità di sopravvivenza delle banche: l’effetto è negativo;
  • gli effetti della performance delle banche sulla probabilità di sopravvivenza dei banchieri controllando per l’intensità della connessioni: l’effetto è quasi nullo, come dire che le connessione locali dei banchieri sono buone per i banchieri stessi, ma non per le banche, e che i “fantini” (banchieri) continuano a restare “in sella” ai loro “cavalli” (le banche) indipendentemente dai risultati.

Abbiamo concluso con un'interessante tavola rotonda improvvisata su varie amenities accademiche come la dimensione ottimale delle banche, il leverage, e le interconnessioni tra banche. Ma queste non ve le raccontiamo, cosi' come non vi raccontiamo quant'erano buone le crespelle alla fiorentina e la schiacciata alla fiorentina con la crema chantilly che ci siamo mangiati nell'intervallo. Cosi' imparate e la prossima volta venite al convengo invece di leggere solo il riassunto.

Il convegno e' stato reso possibile dal sostegno dei lettori alla Fondazione NFA. Continuate a sostenerla con una donazione per permetterci di continuare a organizzare eventi come questo!

38 commenti (espandi tutti)

ecco uno di quei post grazie ai quali NFA è al top per l'informazione economica-finanziaria.

non bastassero i problemi delle fondazioni come azionisti di controllo, negli interventi di guiso, boeri, carletti (per lei doppio dessert, che se lo merita) saltavano fuori continuamente anche le popolari, o banche cooperative.

la carletti ha ricordato che sono un pilastro del pessimo sistema bancario tedesco.

boeri non poteva ignorarle per il loro peso sul sistema bancario italiano, e anzi il problema del banchiere a km zero, oggetto del suo intervento, riguarda loro per prime.

con guiso si è avuta l'apoteosi: ha criticato (a ragione) la fondazione banco di sardegna per aver concesso alla popolare dell'emilia vari diritti sulla sua quota di capitale del banco, che è ancora il 49%! e con ciò depauperando il capitale della fondazione .

però gli ha fatto velo un certo pregiudizio campanilistico: non ha ricordato che la popolare dell'emilia ha comprato a suo tempo il 51% di quella azienda bancaria non per una logica di mercato, ma per trasparenti pressioni politiche cui evidentemente non era in grado di sottrarsi, nonostante NON fosse controllata da una fondazione lottizzata localmente.

le popolari, di cui ben tre quotate, con il loro voto capitario sono tradizionalmente di area DC e lo sono ancora vent'anni dalla scomparsa del partito di riferimento! qualche tentativo di affrancamento è finito in peggio: la popolare di milano era in mano al sindacato del personale, da cui risulta difficile liberarsi anche dopo una serie di scandali. anche nelle non quotate, ci sono entità rilevantissime come la popolare di vicenza. non sono il massimo della trasparenza e si deve sperare ...

in sostanza, c'è parecchio da riformare anche qui, nelle società cooperative, attualmente autoreferenti.

giusto

giulio zanella 2/3/2013 - 18:13

Ottima integrazione, grazie mille!

grazie per la descrizione precisa e per aver caricato le slides

Da non tecnico non riesco a comprendere alcuni passaggi e vi chiedo di chiarirmi l'errore logico del seguente ragionamento che mi accompagna da un pò di tempo.

 

Se le fondanzioni sono gestite politicamente vuol dire che sono in possesso del settore pubblico anche se sono enti di diritto privato. Hanno una funzione "sociale " in quanto enti no profit che devono reivestire gli utili.

 

Non sarebbe possibile semplificare il sistema, "abolendo" le fondazioni? In questo modo le fondazioni non esistendo non potrebbero controllare le banche ed il problema sarebbe risolto.

 

Il patrimonio andrebbe ovviamente in abbattimento di debito pubblico. 

E' sufficiente che le azioni possedute dalle fondazioni nelle varie banche vengano cedute completamente, non ad enti pubblici o statali.

Non possono essere abolite perché altrimenti dovrebbero esserlo tutte le fondazioni non profit, ed inoltre essendo enti di diritto privato il capitale andrebbe ai proprietari o agli azionisti legittimi. A meno che non vengano nazionalizzate, ma non vedo il motivo di buttare ulteriori soldi pubblici così.

Se le Fondazioni perdono il controllo delle banche, diluendo la loro presenza e differenziando i loro investimenti, si risolverà il problema del loro controllo bancario ma le stesse continueranno a gestire ingenti patrimoni in maniera "politica". Prendo ad esempio lo statuto on-line di una fondazione scelta
a caso (MPS), il cui organo principale è la "Deputazione Generale" con 16 membri nominati da:
8 da comune di Siena di cui uno d'intesa con Camera di Commercio;
5 dalla Provincia di Siena di cui uno d'intesa con la Consulta Provinciale del Volontariato;
1 dalla Regione Toscana;
1 dall'Università di Siena
1 dall'Arcidiocesi di Siena,....;

 

Credo quindi che la proprietà delle fondazioni sia in pratica degli enti politici che la controllano e per questo le fondazioni sono enti di diritto privato ma ...non troppo.

 

Un'eventuale nazionalizzazione sarebbe un passaggio dagli enti di controllo allo Stato ed il fine sociale sarebbe comunque presente nell'abbattimento del debito pubblico.

 

Altra soluzione sarebbe la cancellazione della Fondazione con assegnazione del patrimonio in percentuale agli enti di controllo ed in questo modo almeno si risparmierebbero i costi di struttura che non credo siano irrilevanti.

 

ps: scopro l'esistenza di un ulteriore ente....la Consulta Provinciale del Volontariato (link: http://www.provincia.siena.it/var/prov/storage/original/application/486fbc505985f8954d24b80f67ab15ee.pdf

)

Un'eventuale nazionalizzazione sarebbe un passaggio dagli enti di controllo allo Stato ed il fine sociale sarebbe comunque presente nell'abbattimento del debito pubblico.

 

si castigherebbero così le comunità virtuose, che hanno vigilato sulla gestione del patrimonio della propria fondazione diversificandolo attentamente, rispettando lo spirito e la lettera della legge. queste fondazioni hanno ancora qualche quattrino, non troppi, che buttato nel calderone della finanza pubblica ridurrebbe il debito in modo non sostanziale.

 

quelli invece che se lo sono sperperato per "contare" nel controllo dell'azienda bancaria scorporata, non verebbero castigati in nessun modo; almeno facciamo che le formiche possano deridere le cicale.

 

(si potevano, forse e con molti dubbi, incamerare i patrimoni di tutti al momento iniziale degli scorpori delle aziende, sciogliendo allora le fondazioni; ma sarebbe sempre stato un esproprio a beni locali.)

 

riguardo poi agli impieghi, cioè alle erogazioni frutto del patrimonio, ci  sono sì limiti di legge, ma la discrezionalità dell'ente di diritto privato dovrebbe trovar il limite, ancora, nel controllo della comunità locale. se questa ha ben gestito il patrimonio, forse gestirà con la necessaria trasparenza anche le erogazioni.

Se le Fondazioni perdono il controllo delle banche, diluendo la loro presenza e differenziando i loro investimenti, si risolverà il problema del loro controllo bancario ma le stesse continueranno a gestire ingenti patrimoni in maniera "politica".

Ingenti patrimoni di proprietà dei gestori delle fondazioni, senza sfruttare gli strumenti peculiari di un intermediario bancario come per esempio il moltiplicatore dei depositi. E' un'enorme differenza, a mio avviso.

Con una fondazione qualsiasi non potrebbero fare determinate cose, il potenziale economico-finanziario da utilizzare sarebbe notevolmente minore ed è a questo punto che gli amministratori delle fondazioni dovranno stare molto più attenti a come gestire il bilancio, senza trucchetti contabili tipici del settore bancario-finanziario.

Certo, ovviamente essendo gestite principalmente dai partiti questi potrebbero usare i rimborsi elettorali (infatti vanno aboliti) o aumentare le tasse al momento opportuno per finanziare la fondazione o pagare i debiti, ma io credo che l'impatto di certi comportamenti distorsivi sull'economia nazionale sarebbe limitato rispetto all'attuale gestione delle banche private nazionali da parte delle fondazioni.

L'errore logico e' proprio nel primo passaggio (dove sostituisco "di proprieta' " a "in possesso, immaginando sia la prima cosa che intendi):

Se le fondanzioni sono gestite politicamente vuol dire che sono [di proprieta'] del settore pubblico

L'implicazione non c'e', perche' come spiegato nel post l'inghippo e' la natura privata delle fondazioni di origine bancaria. Formalmente si presentano quindi come societa' civile anche se molte di loro (anche se non tutte) sono di fatto ricettacolo di politici locali.

Quindi non si possono "abolire" per la stessa ragione per cui non si puo' abolire la Fondazione NFA.

Ma perché se si ritiene che le banche siano sottocapitalizzate non si auspica un deleverage almeno delle più grandi, piuttosto che una ricapitalizzazione? Con la riduzione degli asset le banche avrebbero minor peso e sarebbero meno sistemiche, e se ci sono nuovi capitali pronti ad investire potrebbero farlo in banche di dimensioni più ridotte, che potrebbero crescere e rendere più concorrenziale il mercato del credito. Con la ricapitalizzazione (che comunque dovrebbero essere richieste sulla base di regole comuni a livello internazionali, e ad oggi per la maggior parte delle banche italiane questi presupposti non ci sono)  invece, si risolve un problema, ma al contempo se ne crea un altro, ossia il maggior rischio che le banche diventino too big to fail.

Ma perché se si ritiene che le banche siano sottocapitalizzate non si auspica un deleverage almeno delle più grandi, piuttosto che una ricapitalizzazione?

Perche' tamponare un problema di sottocapitalizzazione riducendo la leva significa ridurre la capacita' di fare credito. Questo direi io, intuitivamente, col solito disclaimer che non mi occupo di finanza, per cui se chi e' esperto vuole aggiungere o correggere fa un favore alla discussione.

Non necessariamente la riduzione della leva comporta minor erogazione del credito. Si può ridurre la leva più velocemente riducendo le esposizioni in derivati o dimunuendo, per quanto possibile, gli investimenti in titoli di stato, o anche con la vendità di attività che non sono core. L’erogazione di credito dipende più dalla massa dei depositi, e le nostre banche hanno rapporti impieghi depositi più alti della media europea, tra l’altro con tassi di non performing nettamente peggiori, quindi una decisa ripresa nelle erogazioni di credito non è detto che si verifichi.

Comunque parlavo di deleverage solo per le banche maggiori, quindi se ci sono capitali pronti per entrare nel mercato del credito, si potrebbero far crescere banche di dimensioni inferiori, che, aumentando ove possibile l’erogazione del credito, potrebbero far in modo di non generare impatti negativi sull’erogazione creditizia nel complesso, se c'è un poco di riduzione da parte delle banche più grandi. Lasciare che la difficoltà nell’erogazione del credito generi banche ancor più sistemiche rischia di creare i presupposti per future crisi (mi sembra una visione di breve periodo).

Non è che senza imprese "too big to fail" l'economia non affronta recessioni anche violente e le persone non si impoveriscono.

E comunque tutta questa storia dei "too big to fail" non regge.

Se tu Stato inizi a non fare alcun salvataggio, fai una politica monetaria adeguata e non espansiva per fare contenti gli amici, fai fallire le imprese e le banche che rischiano troppo ed investono male, vedrai che gli operatori economici e le banche per primi utilizzeranno un altro metro di giudizio nell'investire.

Oltre che una grande ingiustizia sociale, la storia del "too big to fail" economicamente non funziona e da un ulteriore incentivo a sbagliare a coloro che vengono salvati.

 

Friedman aveva anche spiegato che l'applicazione di certe aliquote sulle società e sulle persone fisiche agli azionisti delle imprese favorisce la conservazione degli introiti societari, e quindi pone le società già affermate in posizione di vantaggio rispetto alle imprese nascenti.

“la storia del "too big to fail" economicamente non funziona e da un ulteriore incentivo a sbagliare a coloro che vengono salvati”
Sono d’accordo che dia incentivi sbagliati e che economicamente non funzioni, ma non si risolve la situazione negando il problema.
L’ultima crisi ha fatto vedere che gli interventi di salvataggio delle banche hanno trasformato in pubblica una crisi che era privata, e che piu’ di uno in giro per il mondo ha creduto alla storia del too big to fail (anche nei paesi piu’ “liberisti”). Gli Stati non hanno fatto fallire le banche liberamente, su questo mi sembra non ci sia dubbio.
Trovo quindi controproducente chiedere ricapitalizzazioni per le banche piu’ rilevanti, molto meglio un deleverage a favore della possibilita’ di crescita di banche piu’ piccole. Cosi’ si puo’ evitare di dover rivivere situazioni simili a quelle che stiamo vivendo ora, perche’, come dicevi anche tu, ci saranno sempre periodi di recessione, e la recente esperienza dovrebbe aver insegnato che se si verificano crisi bancarie, la possibilita’ che intervenga lo Stato a salvare e’ alta.

ma non si risolve la situazione negando il problema.

Non mi pare di aver negato o sottovalutato il problema, che nasce da certe distorsioni e nel mio commento sono indicate alcune possibili soluzioni.

 

Cosi’ si puo’ evitare di dover rivivere situazioni simili a quelle che stiamo vivendo ora, perche’, come dicevi anche tu, ci saranno sempre periodi di recessione, e la recente esperienza dovrebbe aver insegnato che se si verificano crisi bancarie, la possibilita’ che intervenga lo Stato a salvare e’ alta.

E non deve intervenire lo Stato, e questo è meglio che lo capiscano i futuri politici. Così come si è separata la politica monetaria dal governo, così si riuscirà finalmente a realizzare anche il resto.

Per fermare l'impulso di espandere la leva finanziaria, devi porre le condizioni di prevenzione del medesimo e stabilire da subito che nessuno tapperà eventuali buchi.

EDIT: Ricapitalizzare, inoltre, è la classica ricetta keynesiana fallimentare.

La gestione delle banche da parte dello stato e' palesemente assurda, ma c'e' nessuno che si infastidisce all'idea che la politica possa gestire la beneficienza? Mi pare che questo aspetto non sia stato per niente considerato.

Uno stato moderno finanzia un welfare equo aperto a tutti i destinatari. Con le fondazioni invece lo stato ha creato con i propri soldi istituzioni private affidate a gestione  politica e cooptazione, per poi fare beneficienza ... a chi? Sotto il controllo di chi? Sono enti privati, non possiamo nemmeno piu'  fare niente. Davvero cose da paese medioevale, o mi sfugge qualcosa?

Con le fondazioni invece lo stato ha creato con i propri soldi istituzioni private affidate a gestione  politica e cooptazione, per poi fare beneficienza ... a chi? Sotto il controllo di chi? Sono enti privati, non possiamo nemmeno piu'  fare niente.

 

le fondazioni, con la loro esclusiva finalità di beneficenza, non sono state create "dallo Stato" con le varie leggi di riforma degli ultimi vent'anni, ma preesistevano quasi da secoli. quello che si è fatto è stato di scorporare l'azienda bancaria, il loro unico asset, che poi è stata venduta generando il patrimonio delle stesse (questo nei casi virtuosi).  la funzione di beneficenza, prima era consentita dagli utili della banca, poi invece dai frutti del capitale, investito con criteri prudenziali.

non è insomma cambiato molto dal punto di vista delle erogazioni. è ovvio che sono queste a essere sempre sospettabili di  uso distorto e "politico" , ma la dimensione locale dovrebbe aiutare un efficace controllo da parte della comunità.

d'altra parte, il loro patrimonio è stato generato localmente dall'attività della banca, quali altre soluzioni si potevano tentare? non certo portare tutto a roma e nemmeno distribuire un assegno una tantum a tutti i membri della comunità.

De gustibus..., a me non piace per niente

Una brillante idea da Oxford: estendere alle società per azioni in generale il modello di controllo delle fondazioni bancarie.

http://www.economist.com/news/business/21572748-some-ideas-restoring-fai...

 

 In a new book, “Firm Commitment”, Colin Mayer, of Oxford University’s Saïd Business School, takes a familiar argument—that shareholders have too much power—and gives it new life. The idea that the main function of companies is to boost shareholder value rests on a misunderstanding of the nature of the firm, he says. Companies are not owned by shareholders in the way that ordinary goods are owned. They are artificial persons with a distinct legal identity. Companies are not just devices for lowering transaction costs or bundling contracts together. They are devices for getting groups of people—workers and managers as well as investors—to commit themselves to long-term goals.

The doctrine of shareholder primacy is particularly dangerous when combined with dispersed ownership, he believes. Dispersed ownership (which often occurs when founding families sell shares to finance growth) leads to a separation between ownership and control. Managers exploit this separation to feather their own nests. Owners respond by relying on two devices—shareholder activism or the market for corporate control.

Mr Mayer concedes that dispersed shareholding produces benefits. It provides companies with liquidity, extends the role of professional managers and limits the ability of founding families to mess things up. But he worries that the costs are also mounting. The risk of a hostile takeover often reduces a company’s incentive to invest for the long-term. The temptation to trade firms rather than build them can hollow out even great institutions: witness the demise of Britain’s once-mighty General Electric Company (GEC). The ease with which traders can buy and sell shares means the fate of companies can be determined by people with no stake in their long-term success. Roger Carr, the chairman of Cadbury, a British food firm bought by Kraft after a bloody takeover battle, noted that “individuals controlling shares which they had owned for only a few days or weeks determined the destiny of a company that had been built over almost 200 years.”

Can anything be done to limit the damage done by such predatory behaviour? Mr Mayer thinks corporate social responsibility (CSR) is just hot air unless it changes the financial incentives of people who run companies. He worries that government regulation, at best, treats diverse organisations as if they are the same and, at worst, does more harm than good: the Bubble Act of 1720, introduced after the collapse of the South Sea Company, delayed the development of the joint-stock company by over a century.

He is more sympathetic to a third option—building long-termism into companies’ DNA. Many continental companies such as Germany’s ThyssenKrupp and Bosch are owned or partly owned by foundations that are obliged to take a long view. Germany saw only three hostile takeovers between 1945 and 2000. For all the talk of the “Anglo-Saxon model”, America is less wedded to shareholder power than Britain. American managers can call upon devices (such as “poison pills” and “staggered boards”) that make it harder for raiders to take them over. Tech firms often issue two classes of share (voting and non-voting) so that founders can remain in charge. Google crowed that this would “make it harder for outside parties to take over or influence Google”.

Mr Mayer wants to go further and create a new class of companies—trust companies. These would be overseen by a board of trustees who would be charged with balancing the interests of various stakeholders and ensuring that the companies lived up to their corporate values. They would also have recourse to different classes of shares with different degrees of power. Voting rights might be linked not just to how many shares you own but also to how long you have held them.

 

 

ha ispirato il saggio di oxford. almeno nella situazione del capitalismo italiano, bancario e non, le cure proposte sono il male che già ci affligge.

siam sistematicamente sottocapitalizzati, per un mucchio di ragioni antiche e moderne. chi ci metterà mai più una lira (concessione al vivace dibattito in corso :-)) nelle nostre imprese se queste dovessero anche accontentare una pletora di stakeholder della più varia origine, anche sedicenti, ma tutti famelici?

il tutto per evitare scalate ostili? e quando mai se ne è vista una che sia una dalle nostre parti? ce ne fossero di opa sulle nostre banche, a suon di bigliettoni!

Senza voler fare alcuna polemica, vorrei farti una domanda:

perché affermi che le banche italiane sono sistematicamente sottocapitalizzate se la capitalizzazione viene misurata con indicatori identici per tutte le banche internazionali, che sembrano dire qualcosa di diverso?

Se è vero ciò che sostieni, cioè che le banche hanno poco capitale, non si dovrebbe dire che non sono adeguati i ratio con cui si calcolano rischi e capitalizzazione e spostare il problema ad un livello almeno europeo piuttosto che a livello di singolo paese?

sono scritti sull'acqua, non c'è accordo su quale debba essere un livello adeguato e basilea 3 fatica cmq a partire, per ovvi motivi congiunturali. ma è in discussione la loro stessa ragion d'essere: quello che è successo dopo basilea due, non avrebbe MAI dovuto succedere. la stessa o anche maggiore incertezza la troviamo nella valutazione delle sofferenze. e le criticità sistemiche, dopo ben due tornate di stress-test, rimangono ancora da chiarire.

 

ma il vero punto debole è il dubbio che la governance irresponsabile comune a tutto il sistema bancario italiano abbia consentito altri "documenti dimenticati in un cassetto".  a tal proposito si può rileggere con amarezza un articolo a caso.

 posso riscrivere la mia affermazione: se succede qualche altro accidente, la capacità di ricapitalizzazione del nostro sistema bancario è esaurita, volendo mantenere gli stessi assetti di potere.

E' notizia di questi giorni che una fondazione originata da una banca a forte vocazione territoriale dopo essere uscita alcuni anni fa dalla banca origine ha deciso d'investire in un'altra banca. Stiamo parlando di Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca che dopo essere uscita dal capitale della banca (Cassa di Risparmio di Lucca spa) alcuni anni fa, adesso ha deciso di acquistare il 20% di Banca del Monte di Lucca Spa (controllata da Carige e Fondazione Banca del Monte) acquistando le azioni dalla fondazione socia (Fondazone BML). Si vocifera inoltre che la fondazione CRL stia pensando di entrare anche nel capitale di CARIGE a fianco di fondazione Carige. Un bel passo in avanti!!!!!! in nome dello statutario "sostegno allo sviluppo del territorio".

 

un po' di link:

23.10.2012: http://www.gruppocarige.it/gruppo/html/ita/press-media/pdf/2012/dicono-d...

01.03.2013: http://www.lagazzettadilucca.it/economia-e-lavoro/2013/03/perfezionato-l...

07.03.2013: http://iltirreno.gelocal.it/lucca/cronaca/2013/03/07/news/la-fondazione-...

poiché sono un testadura, non ho ancora capito:

- chi ha fornito il capitale alle fondazioni e soprattutto se può riprenderselo;

- chi le ha istituite e se può sopprimerle.

dia seguito a questo articolo, accenno io.

le casse di risparmio erano enti pubblici, possedute e gestite da fondazioni benefiche. il loro capitale derivava dagli utili non distribuiti in decenni e anche secoli di esercizio locale dell'attività bancaria. si ritiene allora che tale capitale appartenga all'ambito territoriale che lo ha generato.

in seguito alla riforma amato-ciampi, le fondazioni hanno ceduto l'azienda bancaria; quelle virtuose, completamente e hanno reinvestito il ricavato in portafogli finanziari diversificati. quelle più "politiche" spesso hanno mantenuto quote rilevanti del proprio capitale in quote minoritarie dei giganti bancari che si stavano formando, quote cmq di controllo , specie se in concerto con altre fondazioni.  il monte paschi, nada de nada: finchè ha avuto i mezzi  la fondazione ha mantenuto la maggioranza assoluta del capitale della banca.

la consulta  ha sancito poi la natura privata delle  fondazioni e con ciò diventa difficile agire d'imperio sul loro capitale.

Una volta esistevano le casse di risparmio, con la loro dirigenza amministrativa.

Poi la legge delega amato carli obbligò a separare la funzione amministrativa chiamandola "fondazione", che tra l'altro non avrebbero dovuto avere scopo di lucro.

E allora, da dove deriva il loro capitale, compresi tutti gli immobili ed i depositi aurei che dovrebbero obbligatoriamente far parte della garanzia di solvibilità della banca?

Se lo sono preso dalla cassa di risparmio?In che misura? Con che criterio? L'insieme "banca+fondazione" che ha creata la suddivisione di funzioni e di capitali, può dire "oops, ho cambiato idea, adesso risetto tutto e le suddivisioni le rifaccio in modo diverso"?

E se la banca fallisse (caso MPS), la fondazione la seguirebbe? O semplicemente le si azzererebbe il valore delle azioni detenute ma il suo capitale (originato dalla banca) se lo salva?

In ogni caso:  oltre al potere legislativo, esecutivo e giudiziario, bisognerebbe aggiungere anche quello monetario, che come tale deve essere regolato e limitato in costituzione e soprattutto sorvegliato dagli altri poteri (a cui aggiungerei anche quello dell'informazione e quello costituzionale).

da dove deriva il loro capitale, compresi tutti gli immobili ed i depositi aurei che dovrebbero obbligatoriamente far parte della garanzia di solvibilità della banca?

 

sono gli utili non distribuiti derivanti dell'esercizio dell'attività bancaria per secoli.

può interessare solo  gli storici sapere chi ci ha messo il capitale iniziale, comunque non importa perchè è poca cosa rispetto a quello che si è generato dopo per effetto dello sviluppo economico.

 

Se lo sono preso dalla cassa di risparmio?In che misura? Con che criterio? L'insieme "banca+fondazione" che ha creata la suddivisione di funzioni e di capitali, può dire "oops, ho cambiato idea, adesso risetto tutto e le suddivisioni le rifaccio in modo diverso"?

le fondazioni non si sono prese e/o diviso proprio nulla: si sono semplicemente vendute la banca alle nascenti concentrazioni bancarie. unicredit è partita come  credito italiano e poi ha fatto incetta anche di casse di risparmio.

le fondazioni virtuose hanno impiegato la liquidità così ricavata in titoli ben diversificati, come un qualunque fondo di investimento a profilo prudente.

altre hanno invece concambiato in tutto (o  in gran parte) le loro azioni della cassa con azioni dell'acquirente, cioè il 100% della cdr di xyz in cambio del 3% di azioni unicredit, (per es.) in dispregio quantomeno dello spirito della legge.

hanno fatto così per "contare" ancora politicamente nella gestione di una banca, stavolta grande, che in effetti risulta essere controllata  più o meno esplicitamente da un  sindacato di fondazioni bancarie.

E se la banca fallisse (caso MPS), la fondazione la seguirebbe? O semplicemente le si azzererebbe il valore delle azioni detenute ma il suo capitale (originato dalla banca) se lo salva?

 nelle società di capitali, i soci rispondono solo del capitale, rappresentato dalle azioni. però se il capitale della fondazione è investito tutto in una sola azienda in difficoltà,  come la fondazione mps con l'azienda mps,allora  rischia  di  azzerarsi completamente e la fondazione non potrebbe proseguire la sua attività istituzionale, quella di beenficienza a favore della comunità locale.

 

 

 

La ringrazio.

Quindi, il fatto che alcune fondazioni detengano le collezioni d'arte o gli immobili storici originariamente di proprietà della banca, è perché se li sono comprati a prezzo di mercato con quanto ricavato dalla vendita delle azioni.

Avevo capito, evidentemente sbagliandomi, che nascessero già con queste dotazioni.

Grazie del chiarimento.

Ovviamente, se così non fosse, qualcuno lo avrebbe già segnalato a qualche magistrato che avrebbe poi applicato qualche chiarissima legge in merito.

Mah . . .

certe sedi di gran valore storico e di rappresentanza ma non certo funzionali all'attività bancaria, non se le sono ricomprate, se le sono tenute (non sempre) vendendo solo l'azienda, che vale enormemente di più. chi ha comprato ne ha tenuto conto e non ci vedo una gran possibilità di malaffare.

la fondazione monte paschi credo si sia impegnata anche quella, per ricapitalizzare la banca.

Grazie Dragon. Risposta plausibile. L'altra domanda era la seguente.

Premessa:

- le banche erano di proprietà pubblica;

- sono state vendute (in parte);

- il ricavato non è finito in mano pubblica (quindi non compare a bilancio), ma in mano privata, di un ente creato appositamente per legge.

 Una strana privata, perché gestita da enti locali, ovvero dai partiti locali, che vi nominano quali amministratori e dipendenti i propri pupilli (parenti e amici) per gestire grandi patrimoni a fini imprecisati (oltretutto: obbligatoriamente senza guadagnarci).

Domanda: se tale obbrobrio giuridico (la fondazione) è stato creato da una legge, può una legge ri-nazionalizzarle? E quindi alienarle ai fini della riduzione del debito? Cosa impedisce tale felice ritorno al futuro?

Una missione del Fondo Monetario Internazionale in Italia esprime sulle fondazioni bancarie valutazioni che, per quanto non facciano riferimento esplicito a precise "criticità" o misure di policy da adottare, appaiono simili, nella sostanza, a quelle emerse nel corso del convegno:

"Foundations have played an important role as stable long-term bank shareholders, but their systemic presence and peculiar governance structure warrant closer oversight. This can be partly achieved by tightening banking regulations in a few areas. But the current legal framework should also be revised to require greater transparency, better corporate governance, and sound financial management, and encourage further diversification" (pag. 2),

26 marzo, link:

http://www.ilsole24ore.com/pdf2010/SoleOnLine5/_Oggetti_Correlati/Documenti/Notizie/2013/03/DMSDR1S-5118808-v1-Press_Release_--_Italy_FSAP.pdf?uuid=2cc09c1c-963a-11e2-a07b-aaafebc1f9e3

Quindi?

Guido Cacciari 30/3/2013 - 12:38

Cioè, anche il FMI ritiene che bisognerebbe rinazionalizzarle? Qual'è la soluzione per "l'obbrobrio giuridico", come le definiì il suo stesso inventore G. Amato?

Bell'articolo, è un peccato non poter essere presente al convegno. Sull'argomento c'è un paper molto bello della prof. Sapienza "The effect of government ownership on bank lending", che penso tutti conosciate. L'analisi empirica dell'articolo va dal 1991 al 1995, e trova che le banche di proprietà dello stato in Italia prestavano a tassi sensibilmente più bassi in provincie dove il partito di riferimento della banca era più forte. negli anni successivi, ho trovato che la letteratura sul caso italiano si focalizza sopratutto sulle connessioni politiche personali (come spiegato nell'articolo). Sapete se esiste qualcuno che l'abbia fatto cercando l'effetto specifico di fondazioni? cioè andando a vedere se banche controllate da fondazioni hanno politiche di prestiti diversi a seconda del "colore politico" dominante della provincia in cui concedono il prestito? Vi ringrazio per la cortesia

non ne sono a conoscenza.  mi pare un'ottima domanda di ricerca ma la risposta sara' per forza di cose a simile a quella gia' trovata da paola sapienza, visto che molte delle banche pubbliche italiane nel 1991-1995 sono quelle poi diventate controllate dalle fondazioni.

Varrebbe la pena andare a guardarci... anche per capire se l'intensità dell'effetto dipende da quanta parte dell'azionariato della banca è in mano alla fondazione, o i risultati sono simili per qualsiasi livello di influenza. O se semplicmente l'effetto è sparito e il political lending dipende unicamente dalle connessioni personali. Il punto è che mettere le mani su quel dataset rischia di essere molto difficile...

Dire che le fondazioni fanno beneficenza è come dire che le banche prestano soldi (una sintesi, oggi ancor più fuorviante). Dire che la Fondazione Roma è una buona fondazione perché ha alienato la partecipazione nella banca conferitaria, vuol dire confondere i mezzi (la redditività del patrimonio, e quindi la diversificazione) con i fini (l’utilità sociale, e quindi migliore Ricerca, Cultura e Servizi Sociali). Dire poi che una fondazione è brava perché ha fatto un museo (vecchia beneficenza), vuol dire ignorare gli sforzi che stanno facendo le altre fondazioni bancarie per avvicinarsi alla filantropia strategica di stampo anglosassone, come hanno fatto ad esempio 10 di loro con l’iniziativa fUNDER35 a sostegno dell’impresa culturale giovanile. Se si considera poi che il Presidente della Fondazione Roma si sente l’ottavo re di Roma, è presidente di ogni ente strumentale di diretta emanazione della stessa (musei, enti non profit, altre fondazioni, etc.), guadagna più di Obama e del Governatore della Banca d’Italia (http://www.dagospia.com/rubrica-3/politica/fondazione-fai-da-te-a-spese-...), ecco che allora, l’equazione “diversificazione=gestione efficiente” non regge più molto. Se si aggiunge infine che alla Fondazione Roma sono più di 4 anni che non si fanno bandi e che le scelte di erogazione vengono gestite in pratica tutte dal Presidente, ecco che anche l’efficacia stessa della fondazione sembra messa in discussione. Questa introduzione mi serve per suggerire che, nel momento in cui si adotta un approccio scientifico alla finanza, per verificare se la banche funzionano bene o male, lo si dovrebbe fare anche con la filantropia, per valutare come lavorano le fondazioni. Altrimenti si rischia – anche se con intenti diversi – di fare lo stesso errore che ha fatto Tremonti: cercare di intervenire sulle fondazioni, per migliorare (ottenere) le banche. Invece l’approccio dovrebbe essere quello di intervenire sulle fondazioni, per migliorare la loro gestione e, di conseguenza, l’attività delle banche. Intendiamoci, anch’io sono convinto che le fondazioni dovrebbero uscire dal capitale sociale delle banche, ma si può trovare il modo di farglielo fare senza imporglielo (e rispettando cioè il loro carattere privatistico). Come? Facendo leva, come avete detto voi, sugli incentivi, o meglio sulla responsabilità degli amministratori. Se si proponesse, come ha fatto la Banca d’Italia per gli intermediari finanziari, che anche l’Autorità di Vigilanza sulle fondazioni avesse il potere di rimuovere i cattivi Amministratori, nel caso anche di una perdita durevole nel valore del patrimonio, ecco che gli amministratori delle fondazioni sarebbero più incentivati a cercare l’efficienza (e quindi la diversificazione) piuttosto che ad assecondare eventuali pressioni della politica. Poi che gli amministratori siano politici, banchieri o professori, poco conta, l’importante è che facciano le scelte giuste.

revisione

dragonfly 30/9/2013 - 17:43

mi hanno sottoposto l'ultimo bilancio della locale fondazione bancaria, una fondazione virtuosa, visto che è da subito completamente separata daal'azienda scorporata e anche da sindacati di controllo di altre banche.

e se non virtuosa, almeno passabile anche come rapporto fra spese di funzionamento ed erogazioni, le quali non sono nemmeno troppo chiacchierate, pur se in parte divise fra il volontariato di don camillo e quello di peppone.

tutto bene...un corno! nero su bianco, nello stato patrimoniale valutano il portafoglio azionario quotato, ancora a costo storico, quando il mark-to-market indica una perdita potenziale del 70% sul comparto e del 25% sull'intero patrimonio. si è potuto fare, credo, stabilendo che sono immobilizzi finanziari e non titoli negoziabili.

il punto è che anche l'adesione allo spirito e alla lettera della legge non è bastato ad evitare i danni di un gestore imprudente, che in altri ambiti sarebbe stato messo alla porta molto presto e che qua invece completa in gloria il secondo mandato.

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