Pezzo da ombrellone, ma non troppo

8 agosto 2007 gian luca clementi
Cronaca di come la partecipazione ad una corsa mi ha condotto ad avere tre interessanti incontri nel giro di un paio d'ore.

Domenica mattina, alle 5 e mezza, ero tra le decine di podisti che
aspettavano la metro numero 5 nella pancia di Union Square. La
destinazione, per tutti noi, era l'entrata di Central Park sulla
90esima Strada e Fifth Avenue. Li ci aspettavano gli altri circa
13mila che si erano iscritti alla mezza maratona che si corre ogni
estate a New York. Questa e' una delle tante occasioni in cui ci si
rende conto di quanto grande sia questa città, e di quale energia possa
esprimere. Certo, c'erano molti ospiti da fuori città, ma la maggior
parte di noi era del posto. Dato il volume delle domande di
partecipazione, l'organizzazione si era vista costretta ad assegnare i
numeri tramite una lotteria, allo stesso modo in cui fa da anni per la
Maratona di Novembre. Fortunatamente, era una mattinata con cielo
terso, una leggera brezza, e bassissima umidità. Condizioni perfette
per correre. Un New York day, come i Newyorkesi chiamano giornate di
questo tipo, nonostante ve ne siano ben poche, e generalmente in
autunno.

Avvicinatomi al Reservoir, un bacino artificiale
attorno al quale di solito corrono i ricchi dell'Upper East Side,
scorgo tra i concorrenti un ragazzo che per qualche mese aveva lavorato
come segretario nel nostro dipartimento. Laureato a NYU con Major in
Letteratura Inglese, se non sbaglio, aveva sempre manifestato
intenzione di lavorare nel settore media, di cui New York e' una delle
capitali mondiali. Dato che la città abbonda di giovani con ambizioni
simili, e vista anche la sua mancanza di esperienza e di una
preparazione specifica, non era riuscito a realizzare il suo sogno
immediatamente dopo il college. Lavorare come segretario a Stern gli ha
dato l'opportunità di seguire corsi essenzialmente gratis (questo e' un
fringe benefit per tutti i dipendenti). Gli ha anche dato l'opportunità
di continuare a cercare impiego, visto che le mansioni che doveva
assolvere erano cosi' elementari da lasciargli molto tempo libero.

Ovviamente era pagato molto poco (poco per gli standard di NYC - ma
molto più che in Italia) e, udite, udite, signori Bertinotti, Giordano,
e compagnia bella, non aveva alcuna job security. Si', egregi alfieri
del proletariato, era un precario. Ma, ovviamente, non gli sarebbe mai
venuto in mente di definirsi tale. Il suo periodo a Stern era
interlocutorio, e finalizzato all'ottenimento di un lavoro che lo
soddisfacesse. E infatti, lo scorso Dicembre, ha ottenuto un'offerta di
lavoro da HBO, una societa' leader nella produzione e distribuzione di
programmi televisivi (il celeberrimo "Sex and the City," per fare un
esempio noto in Italia, era un loro prodotto). Anche questo lavoro,
cari Bertinotti e Giordano, e' precario. Ma ancora una volta, a lui non
verrebbe mai in mente di definirlo tale. Un altro particolare
interessante: domenica mattina mi ha detto che stava partecipando alla
stesura del budget per il settore produzione. Non avendo conoscenze di
ragioneria, mi ha confessato di aver avuto timore di non essere all'altezza. Ma, avvisato per tempo che sarebbe stato coinvolto in
questo progetto, si era premunito seguendo un corso serale di
ragioneria presso un college locale durante la primavera scorsa.

Ho
raccontato questa storia perché una tale vicenda in Italia non potrebbe
mai accadere, mentre qua e' assolutamente standard. E non mi vengano a
dire, Bertinotti, Giordano, o i comunistelli loro seguaci, che il tipo
in questione e' un privilegiato perché ha frequentato una università
privata come NYU. Prima di tutto perche' l'educazione undergraduate di
NYU non e' proprio stellare; in secondo luogo, perché negli Stati Uniti
qualsiasi studente può ottenere un prestito d'onore per finanziare i
propri studi, senza dover pagare neanche gli interessi prima della
laurea; infine, perché tutti i segretari che abbiamo assunto in
dipartimento da quando sono a Stern, hanno storie simili e una buona
parte di loro ha frequentato università pubbliche.

Dopo la
chiaccherata che ho descritto, fattesi le 6:15, mi sono avvicinato alla
partenza. Qui ho scorto un'altra conoscente, fatto abbastanza raro a
New York. Si trattava di una collega di Stern, bella figliola, visiting
professor nel dipartimento di Finanza. Anche il suo posto di lavoro,
seguendo il criterio di Bertinotti-Giordano, va definito come precario.
Nel caso specifico, a termine. Forse le sarebbe piaciuto rimanere a
Stern, ma non e' successo. Un problema? Non più di tanto, perché il
mercato accademico funziona discretamente da questa parte dell'Oceano.
Proprio domenica, mi ha detto che era in procinto di trasferirsi a
Washington. E' stata assunta da una universita' locale di buon livello,
e questa volta (il duo B-G sarà contento) con contratto a tempo
indeterminato.

E' giunta l'ora di partire. Non sono mai stato
veloce, ed essendo reduce da un infortunio, mi riprometto di correre al
ritmo di 9 minuti per miglio. Si inizia con un giro di Central Park,
che ovviamente conosco molto bene. Come al solito, molti concorrenti
iniziano fortissimo. Dopo due miglia, c'e' già chi ansima. E mi ritrovo
a pensare: ci vediamo sulle salite nell'angolo nord-est del parco. Il
giro di parco, 6 miglia circa, scorre tranquillo. Vedo anche una
pattuglia di modenesi (se ne trovano ad ogni corsa). E' venuto il tempo
di pianificare lo stop. Come molti altri corridori, non sopporto le
puzzolenti toilettes portatili. Ho bisogno del cespuglio. La cosa
divertente e' che, una volta individuato il cespuglio ideale, mi si
para davanti un animale selvatico, una sorta di marmottone, di una
ventina di chili. Fortunatamente, decide di farmi spazio. E' giunto il
momento di uscire dal parco. Piombiamo sulla Settima Avenue, in
leggera discesa, fino a Times Square, e quindi a destra sulla 42esima,
verso il fiume Hudson. E' qui si manifesta un ulteriore ostacolo: i
gas di scarico delle autovetture. Ebbene si', una corsia della 42esima
e' rimasta aperta al traffico. New York cannot stop. For us. Constato
con piacere che il mio piano sta funzionando. 9 minuti al miglio.
Costante. Purtroppo al miglio 11 il ginocchio sinistro comincia a farsi
sentire, ma di fermarsi non se ne parla neppure. Vorrà dire che avrò
una scusa per continuare ad andare dalla fisioterapista. Da qui
all'arrivo sarà un calvario. Finisco al 4382esimo posto, impiegando
esattamente il doppio del vincitore, un superman etiopico capace di
correre a 4:30 al miglio. Sembra impossibile. Ma e' vero.

Passato
il traguardo, si ricevono nell'ordine: medagliaccia di ferro, bicchiere
di Gatorade, sacchetta con bottiglia d'acqua, pera, e altre cazzatine
varie. Ritirati gli effetti personali, via verso la metro. E' a questo
punto che New York diventa drammaticamente simile all'Italia. Giunto
alla stazione della linea R, mi ritrovo davanti un avviso, scritto con
un pennarello, che annuncia l'assenza di servizio da quella stazione.
Opto per la linea 1, che ferma li' vicino. Niente da fare, la stazione
e' addirittura chiusa! Decido di camminare su Broadway fino alla
prossima stazione della R. E' qui che faccio il terzo incontro fortuito
della giornata. Con due ex-studenti MBA di Stern, tra i migliori che
ebbi in classe lo scorso anno. Diplomatisi lo scorso maggio, sono a New
York per un mese di training con i rispettivi datori di lavoro. Uno e'
pachistano, l'altro e' veneto. Hanno appena iniziato a lavorare per
Deutche Bank e IMI, a Londra. Sono al cazzeggio downtown. Negli ultimi
quattro anni, il settore finanza ha attratto un numero enorme di
diplomati MBA. La crescita maggiore si e' registrata sulla piazza di
Londra. La maggior parte dei nostri studenti europei finisce per
lavorare nella capitale britannica, e gli italiani non fanno eccezione.

Ogni anno, abbiamo tra quattro e dieci studenti MBA dal Bel Paese,
tutta gente molto in gamba. Per fare un esempio, quest'anno il premio
per la migliore media al termine dei due anni e' andato proprio ad uno
di loro. In finanza, l'Italia non e' un'opzione. Prima di tutto, molte
figure professionali sono totalmente assenti. In secondo luogo, i
salari d'entrata sono cosi' bassi che i neo-diplomati ci metterebbero
una vita a ripagarsi le (ingenti) spese relative al Master. Per finire,
e lo dico senza snobbismo alcuno, dopo aver passato due anni in una
città aperta e cosmopolita come New York, rituffarsi nella provincia
italiana non e' impresa facile.

Finalmente trovo un treno che
va uptown. Mentre mi dirigo verso casa, mi ritrovo a pensare a tutte le
energie e le abilita' che vengono continuamente sprecate in Italia. A
tutte le occasioni che soprattutto i giovani avrebbero, se solo si
mettesse mano a quelle semplici riforme (del mercato del lavoro, ma non
solo) di cui spesso discorriamo su NfA.

6 commenti (espandi tutti)

D'Alema dice che i giovani devono lottare, come fecero loro nel '68, per avere delle opportunita'. Lotta di generazioni, anziche' lotta di classe.


Concetto interessante.


D'Alema sta suggerendo a tutti costoro di fare barricate, manifestazioni, sit-in, e cazzate varie anziche' studiare, prepararsi, e cercare di diventare piu' competitivi. Davvero una visione di lungo periodo per il nostro Paese.


Nota: magari le disasastrate condizioni dell'Italia dipendono anche da una classe politica totalmente impreparata che anziche' studiare faceva sit-in e proteste?



 


Caruso e' il principe dei furbetti. Per coltivare la sua nicchia e continuare a mangiare senza lavorare per il resto della sua vita, ogni tanto deve rendersi protagonista di uscite demenziali come quella di oggi. Negli anni 80, per frasi del genere si finiva in galera. Pur guardandomi dall'auspicare il ritorno di quei tempi o di quel clima, sono convinto che asserzioni quale la sua vadano ben oltre il right of free speech. Soprattutto in considerazione del suo ruolo istituzionale. Bastano pochi scemi che raccolgano i suoi deliranti suggerimenti, e ci troveremo con altri casi Biagi/D'Antona. Spero che almeno Treu e la famiglia Biagi lo denuncino. Sono disgustato.

... avete messo i commenti al post sbagliato e con alcune ore di anticipo. Stavo giusto scrivendovi il post giusto per i  vostri commenti, ed altri.

Tutto molto interessante: tuttavia l'Italia non è gli USA, per vari motivi che voi espatriati "high end" potete descrivere meglio di me.

Le storie raccontate danno conto di un processo di autoselezione di alcuni stranieri - tra cui una quota non trascurabile di italiani - che attribuisce ad un percorso di vita basato sull'autoaffermazione professionale un'importanza maggiore rispetto alla "comodità" di vivere nel proprio paese di origine.

Questo approccio è diverso, e poco conciliabile, con l'approccio tipico italiano basato sulla ricerca di una rendita immediata qualsiasi, anche se piccola e insufficiente, che nel caso del giovane che si affaccia sul mercato del lavoro corrisponde al posto fisso fin dal primo giorno (già, perché negli USA i posti "fissi", nel senso di open ended, esistono, ma non dal primo giorno di lavoro). Anche a costo di uno stipendio da fame.

I politici conoscono questa esigenza dei giovani lavoratori italiani e la interpretano come possono, promettendo cose che non sono di per sé impossibili, ma poco compatibili con l'appartenenza dell'economia italiana alle economie "ricche" del globo.

Poi l'economia ha le sue regole, quindi il giovane che sogna il posto fisso senza fatica si ritrova nel call center a fare un lavoro di m... a uno stipendio ridicolo. E reagisce facendosi rappresentare da Caruso e dalle sue deliranti affermazioni. Siamo messi davvero male.

PS Nel post di Boldrin 9/8/2007 23:39 (precedente questo) il link fornito non sembra funzionare.

 

 

 

Caro Gianluca, i tuoi "diari" statunitensi sono le mie letture preferite su NFA. Complimenti

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