Una piccola storia di tasse

6 luglio 2010 domenichino

Di come i meccanismi predatori della Casta possono riprodursi anche in scala molto ridotta, delle fosche prospettive sulla futura classe politica italiana che ne seguono, di come in questo caso chi ne è fuori riesce a reagire, e di un piccolo motivo per nutrire delle speranze.

Racconterò una storia che mi è stata riferita da un amico, che vuole rimanere anonimo, ambientata in una prestigiosa università italiana non più di qualche settimana fa.

L'Università frequentata dal mio amico rappresenta una piacevole eccezione per la presenza di un numero elevato di realtà associative, non solo di rappresentanza, per lo più indipendenti da partiti e da istituzioni esterne. In un certo senso, un mondo a sé, le cui dinamiche si determinano quindi in modo abbastanza autonomo.

All'interno di questo Ateneo esistono due tipi di realtà associative: da un lato quelle che fanno “politica”, cioè attività di rappresentanza secondo la legge negli organismi elettivi dell'Università, e quelle che fanno “altro”, cioè si basano su un progetto, o un'idea particolare, senza la pretesa di rappresentare altro che se stesse (c'è l'associazione ambientalista e quella che si occupa di accogliere e riunire gli studenti internazionali, eccetera).

Accade ora che, a fronte dell'enorme crescita (in numero e in partecipazione) delle associazioni del secondo tipo (da ora in poi, semplicemente “associazioni”), le prime (da ora in poi: “i rappresentanti”) si siano fatte promotrici di una riforma organica del sistema di rapporti tra queste e la governance universitaria. Era necessaria? Improbabile. Qualcuno l'aveva richiesta? Che si sappia nessuna associazione aveva richiesto nulla. Ma, si sa, la politica spesso conosce cosa sia necessario per il bene della società civile prima che questa se ne accorga ...

Nella fase successiva il racconto si fa lungo e complicato, perché tra l'altro si produce una strana lotta per “sedersi al tavolo delle trattative”, che al fine della storia che voglio raccontare interessa relativamente; quello che conta è che i gruppi si accorgono che il regolamento dell'Università prevedeva una sorta di “tassa sul fund raising” delle dette associazioni, come forma di compensazione per l'utilizzo degli uffici. A nessuno dei rappresentanti viene in mente che la reazione più ovvia, nel passato, sia stata l'elusione totale di questa buffa forma di imposizione.

La mossa che ne segue, per come mi è stata raccontata da una fonte forse troppo parziale, è credibile solo nella misura in cui si confà perfettamente all'atteggiamento tipico di chi “fa politica” nel nostro Paese: i rappresentanti formulano una proposta unilaterale, da firmare in tempi brevi e in periodo di esami, che prevede anche un sistema di aliquote che hanno lo scopo di rinnovare il meccanismo di tassazione del fund raising autonomo delle associazioni.

In pratica, si applicherebbe una vera e propria tassa (con aliquote fino al 20%) da far convergere poi in un fondo controllato dall'università, e gestito da una Commissione mista di personale tecnico-amministrativo, docenti e, surprise surprise, rappresentanti degli studenti! Questo fondo distribuirebbe poi le risorse ottenute, in maniera discrezionale, alle associazioni richiedenti, indipendentemente dalla capacità di queste nel contribuirvi.

Qui inserisco un giudizio mio. La proposta più naturale sarebbe stata quella di abolire la buffa forma di tassazione esistente, incentivando invece le associazioni a rendere trasparenti le proprie forme di finanziamento in assoluta libertà, magari con un supporto tecnico-logistico da parte dell'Ateneo. In alternativa, dato che dalle associazioni non era venuto nessuno stimolo in questa direzione, si potevano lasciare le cose come stavano.

Però - a fronte dell'incredibile vivacità di quel mondo negli ultimi anni e della conseguente sua capacità di attrarre risorse, prima umane e poi finanziarie - la tentazione di prenderne un po' il controllo, avendo un qualche potere di indirizzo sul medesimo attribuito dalla replica (all'interno dell'università) dei meccanismi stato-società civile che vediamo agire a livello nazionale, abbellendo magari l'operazione con bellissime argomentazioni “redistributive”, è stata evidentemente troppo forte per i "rappresentanti" degli studenti.

Accade, però, che tutte le associazioni coinvolte (più di una decina) iniziano a scambiarsi telefonate, messaggi, si incontrano, e scoprono di trovarsi contrarie a questa proposta! Una contrarietà che parte, probabilmente, da quelli che ne verrebbero maggiormente penalizzati, ma che tocca il senso di giustizia degli altri, che non vogliono sentirsi “mantenuti” dai colleghi più bravi. C'è una riunione, molto rapida, la stesura di una lettera, molto breve. C'è l'adesione di quasi tutti.

A fronte di tanta intransigenza, dopo un breve dibattito, i rappresentanti decidono di rinunciare alla proposta. In quell'università, almeno, la società civile verrà lasciata in pace ad auto-organizzarsi liberamente ed a fare ciò che, tranquillamente e privatamente, desidera fare. Niente tassazione "redistributiva", per una volta.

Mi permetto, in conclusione, un'altra considerazione personale: se l'Italia avesse vissuto più spesso momenti come questi, reazioni semplici e nemmeno tanto eroiche, probabilmente adesso sarebbe un Paese diverso – e aggiungo, migliore.

26 commenti (espandi tutti)

Post interessante, a me ha colpito molto questo giudizio finale:

In quell'università, almeno, la società civile verrà lasciata in pace ad auto-organizzarsi liberamente ed a fare ciò che, tranquillamente e privatamente, desidera fare.

Il problema delle Università (e della società?) italiane è che non si vuol lasciare gli studenti la possibilità di auto-organizzarsi. Non parlo di mettersi a fare i collettivi comunisti (che ho provato a frequentare, ma poi dovetti scappare), ma di creare associazioni spontanee che siano un servizio alla comunità.

E dico questo venendo dall'esperienza danese. Qui l'SL (associazione di studenti con nome danese impronunciabile) si occupa di tantissime cose. L'associazione gestisce: un pub; un refettorio; un bar e un ufficio per fare fotocopie (che ci si fa da soli con la carta, senza controllori). Oltre ciò, l'associazione promuove iniziative come biglietti del cinema a prezzi bassi, feste, viaggi, etc.. Credo che l'SL svolga anche funzioni di rappresentanza.

Ma non c'è solo l'SL, ci sono anche altre piccole associazioni. L'università ha proprio creato una "unions room" dove ci sono i vari uffici. E l'università sponsorizza quando può. Dà soldi alle associazioni che fanno manifestazioni o partecipano a conferenze.

Fino ad ora non ho sentito di associazioni politiche. Non so come funzioni la rappresentanza studentesca, ma non se ne sente poi così tanto il bisogno visto che gli interessi di studenti e rettori sono molto allineati.

Insomma, in Italia centralizziamo troppo. La realtà associativa ha bisogno di essere supportanta, quindi non basta dare delle stanze, bisogna anche trovare modi per finanziare le associazioni. Invece di avere bar e centri fotocopie di terzi, per dire, si potrebbero dare alle associazioni, sicuro che i profitti di queste ricadrebbero di più sugli studenti. Ma il punto è che non serve avere sempre un governo centrale! Le realtà associative (e gli uffici pure) sono benissimo in grado di coordinarsi e questo funziona molto meglio che avere dei "rappresentanti" a comandare.

Condivido l'impostazione generale del commento. Si ricordi però che in Italia la rappresentanza studentesca non è un fenomeno spontaneo, ma una cosa regolata per legge (cosa che, io sospetto, fu fatta appositamente nel modo migliore per permettere l'ingresso delle organizzazioni partitiche negli Atenei).

Perciò, da un lato c'è la questione delle rappresentanze: funzionano per selezionare la classe politica di domani? E' un bene che i partiti controllino (indirettamente, diciamo "per incentivi") la politica universitaria? Io dico di no, e la situazione delle grandi università pubbliche italiane - Sapienza in testa - mi sembra spieghi bene il perché senza bisogno d'aggiungere altro.

Dall'altro c'è una questione di mentalità delle governance, che ritengono l'Università un luogo penitenziale, dove magari si rimane fuoricorso per lustri, ma non sia mai che siano previsti al suo interno dei luoghi di svago, di riunione, specificatamente dedicati allo scopo: nella mia visita a LSE, una cosa che mi colpì molto fu la presenza di un pub dell'università gestito da studenti, aperto a tutti, dove i ragazzi si trovavano e guardavano le partite (quella sera, tutti contro il Manchester United).

Penso che sia come dici tu: c'è una rappresentanza legale obbligatoria. Ma non credo che il rappresentate degli studenti debba essere collegato ad un partito politico. Il rappresentate viene eletto da tutti gli studenti e, quindi, può essere anche un singolo venuto dal nulla.

Ovviamente, poi, associazioni tipo l'UDU (mi pare fosse DS, ora non saprei) sanno tirare molti voti ed è questo che trasforma le rappresentanze studentesche in politiche. Quando le cariche diventano politiche le logiche cominciano a essere perverse. Lo so bene dopo aver visto i convegni dei giovani del PD.

Poi chiedo a qualche danese, ma, secondo me, è il concetto di rappresentanza che abbiamo a essere un po' insensato. Se ci fosse trasparenza nelle decisioni che le facoltà prendono, i poteri di rappresentanza sarebbero molto diminuiti, perché chiunque potrebbe accedere alle informazioni e chiunque potrebbe criticarle.

Sull'università come luogo di ritrovo sono assolutamente d'accordo.

Penso che sia come dici tu: c'è una rappresentanza legale obbligatoria. Ma non credo che il rappresentate degli studenti debba essere collegato ad un partito politico. Il rappresentate viene eletto da tutti gli studenti e, quindi, può essere anche un singolo venuto dal nulla.

Hai ragione, non è obbligatorio. Ma è un dato di fatto, succede quasi sempre: le Università sono dispersive, con i poli sparsi in più angoli della città, e l'affluenza è molto bassa. Questo avvantaggia enormemente i gruppi politici già organizzati e, all'occorrenza, dotati di risorse esterne.

La cosa che trovo più aberrante di tutte è il CNSU: organo inutile per eccellenza, sembra avere il solo scopo di giustificare la creazione di network inter-universitari collegati ai partiti in modo esplicito. Si veda la lista degli eletti, anno per anno: gli unici non riconducibili a partiti, di solito, sono di Comunione e Liberazione. 

Ad ogni modo, non è necessario far parte di partiti per avere una mentalità da cleptocrati, come nel caso che racconto poco sopra: ed è proprio questa la cosa drammatica, in un certo senso.

http://www.cnsu.miur.it/menu-orizzontale/il-cnsu.aspx

Sembra di stare nell'URSS. "Nominati con decreto ministeriale".

E' abbanza ridicolo sapere che questo CNSU "formula pareri e proposte al Ministro dell’istruzione,università e ricerca". Io ho partecipato alle manifestazioni studentesche dell'Ottobre di 2 anni fa, quelle contro i tagli all'università. Di CNSU, di UDU e associazioni studentesche neanche una traccia. Ora, o son d'accordo col Ministro Gelmini, o non fanno né servono a nulla. 

Comunque, tu dici che l'essere politici non è sufficiente a considerare questa gente cleptocrate. Io credo che, però, l'esser politica sia condizione sufficiente a rendere l'associazione un organo burocratico inutile. Soprattutto perché in questo tipo di associazioni non si discute mai di problemi degli studenti.

 

Mi permetto, in conclusione, un'altra considerazione personale: se l'Italia avesse vissuto più spesso momenti come questi, reazioni semplici e nemmeno tanto eroiche, probabilmente adesso sarebbe un Paese diverso – e aggiungo, migliore.

Magari! Ma, perchè cio sia possibile, come detto in decine di altri post e in centinaia di commenti qui su nfa, bisognerebbe che in Italia non si ragionasse per caste e corporazioni e che ci fosse un livello di cultura tale da vedere oltre il proprio naso. Due condizioni che si sono entrambe verificate nel caso in oggetto. Purtroppo nella maggiornaza dei casi gli italiani sono "gli altri"e un atteggiamento che viene da lontano: la casa reale inglese rimaneva a Londra sotto i bombardamenti, la nostra cambiava alleato a guerra in corso lasciando migliaia di persone in balia di un nemico infuriato e scappava a Pescara di notte. Dirai: "che c'entra?" Niente, è solo un esempio, tra i mille che potrei fare, di come il senso civico e la mentalità italica si siano forgiati con episodi che portano (solitamente) a comportamenti di segno opposto a quello da noi auspicato.

Beh, Londra non era in procinto di essere occupata dal nemico, come lo sarebbe stata Roma da lì a poco.

Beh, Londra non era in procinto di essere occupata dal nemico, come lo sarebbe stata Roma da lì a poco.

Si potrebbe fare un confronto allora con i vertici di altri Stati invasi, come Belgio, Olanda, Norvegia, Danimarca per confermare la pessima figura dei Savoia.

Quindi non è stato un comportamento vigliacco? Quindi tutto ok? Cambiare alleato a guerra in corso lasciando centinaia di migliaia di sudditi in balia di un nemico inferocito (e rovinando per sempre la reputazione degli italiani ma vabbè quello è il meno) e scappare è stato un comportamento lodevole? Il nemico (ex amico) era tale perchè gli ha dichiarato guerra Sciaboletta mica l'aveva ordinato il dottore, poteva anche arrendersi e basta (anche di firmare le leggi razziali, unico sovrano d'Europa, non l'aveva ordinato nessuno). Londra era bombardata giorno e notte dalle V2 rimanere sotto il bombardamento nemico è stato un atto di coraggio ed un grande esempio per il popolo inglese. Così come è stato un grande esempio, per il popolo italiano, il comportamento di Sciaboleta infatti tu da italiano ancor oggi lo giustifichi.

Calma, per favore! Io non giustifico nessuno, tanto meno i Savoia come tali, mi sono limitato a contestare la possibilità di paragonare le due situazioni. Le notizie riportate da Luzo, in qualche misura, confermano che la fuga fu la conseguenza del mancato sbarco dei paracadutisti alleati a Roma, che probabilmente non era difendibile altrimenti.

Il capovolgimento delle alleanze, mi pare, rispose ad un'intesa con gli alleati. Concordo che non si sia trattato di una scelta brillante, soprattutto perché intervenuta alcuni mesi dopo la deposizione di Mussolini, trascorsi senza apprestare le opportune misure per impedire la prevedibile reazione tedesca. Ciò nonostante, se lo Stato italiano doveva condurre una guerra di liberazione, era necessario che il suo vertice non fosse in balia dell'occupante (cioé di Kesselring).

Anche De Gaulle era riparato all'estero.    

C'è un punto che ti sfugge, ma è un punto fondamentale: la responsabilità delle proprie azioni. Assumersela ogni tanto? De Gaulle è riparato all'estero perchè era un militare francese che non voleva collaborare con i tedeschi, nè diventare loro prigioniero e, dall'estero, si è distinto per aver organizzato e guidato la resistenza.

Non puoi paragonarlo con la cialtronagine paracula dei Savoia. Si sono alleati con la Germania (la Germania Nazista "mica cotica") quando vinceva, hanno invaso paesi pacifici coinvolgendoli nel conflitto (Grecia, Albania) poi la Germania ha iniziato a perdere e loro hanno cambiato sponda. Il tutto senza nessun riguardo per il paese, per le vite degli italiani (loro sudditi) civili o soldati. Arrivavano i tedeschi ? E allora ? Sei il re d'Italia perfino un vice brigadiere ha dimostrato di avere maggior senso civico (e che , forse per gli italiani c'è speranza).

PS

Comunque mi scuso con te e con gli altri per l'OT .

Il Savoia ha risposto delle sue azioni, lasciando il trono.

La questione non era se dovesse risponderne verso gli italiani, ma se dovesse restare a Roma per consegnarsi nelle mani di Kesselring - cioé di Hitler - o assicurare la continuità dello Stato italiano in altro luogo.

Poi si potrebbe dire che avrebbe fatto meglio ad abdicare subito dopo la fuga a Bari ... ma così forse avrebbe salvato la monarchia, lasciando ad Umberto il merito della guerra di liberazione.

O forse, piu' semplicemente, scappando senza abdicare avra' pensato "ne abbiamo provate tante, proviamo anche questa". Ah, la tradizione di famiglia...

grande come sempre giorgio gaber, certi suoi pezzi sono indimenticabili

La questione non era se dovesse risponderne verso gli italiani, ma se dovesse restare a Roma per consegnarsi nelle mani di Kesselring - cioé di Hitler - o assicurare la continuità dello Stato italiano in altro luogo.

Ci credi veramente?

A dire il vero, vista la natura e l'intensita' del Blitz, la possibilita' che Londra venisse invasa esisteva eccome.

Beh, Londra non era in procinto di essere occupata dal nemico, come lo sarebbe stata Roma da lì a poco.

Off Topic. Era stato organizzato un aviosbarco su Roma che il Generale Carboni, comandante del corpo d'Armata di Roma aveva definito possibile. Gli americani distolsero una divisione di paracadutisti dallo sbarco a Salerno per dirottarla su Roma ed inviarono il Gen Taylor a Roma per concordare con gli italiani il luogo di atterraggio. Nello stesso tempo il Generale Ambrosio, capo di stato maggiore generale se ne tornò a casa a Torno in treno; badoglio fece attendere Taylor ore ed ore perchè dormiva. In conclusione l'operazione fu sabotata dall'insipienza ignobile dei comandanti italiani e dalla pochezza di Carboni. Poco dopo il sig. savoia, i suoi scherani ed il sig. badoglio si diedero ad una ignominiosa fuga. (Denis Mack Smith - I Savoia re d'Italia)

I sigg. savoia del passato (e quelli del presente non fanno eccezione) non si sono mai distinti particolarmente per il meglio.

Istruttiva storiella con un fine positivo. Nelle scuole di ogni grado, anche ai tempi in cui i miei figli le frequentavano, per essere eletti rappresentanti di classe si faceva campagna elettorale beninteso con collegamenti ai partiti. Ed è difficile che finisca bene. iI risultati sono evidenti

La cosa triste, in verità, é che in questo caso per lo più i collegamenti ai partiti mancano. Quello che li frega è la mentalità, diffusa in quasi tutti quelli che fanno attività politica. 

Quello che li frega è la mentalità, diffusa in quasi tutti quelli che fanno attività politica.

La mentalità li fregà, ma anche l'educazione ed in generale la capacità di discutere non li aiuta molto :D

Il bello e' che il diretto interessato ha dichiarato che:

Mi fa male l'occhio destro e la zona circostante [...] Sono stato colpito alle spalle

Si vede che il parlamentare del PdL che lo ha attaccato e' riuscito a fargli un occhio nero aggredendolo da tergo.

Forse non saranno bravi a leggiferare ma, "quanno se mena", sono meglio di van Damme! :D

Sorry, ero nel mood del commento (che va pensato come fosse recitato da Mario Brega ) e "leggiferare" è scappato.

PS

Se hai intenzione di correggermi tutti gli errori grammaticali ti toccherà rinunciare ad una delle due professioni, non avresti abbastanza tempo :D

Trovo incoprensibile come qualcuno capace di intendere e volere riesca a votare certi personaggi. Tra questi c'è Barbato, il percosso.

Tra questi c'è Barbato, il percosso.

E per curiosita', che ha fatto di male il Barbato nella sua attivita' parlamentare (davvero, io non lo conosco)?

Nel fatto in questione, mi sembra che abbia denunciato il malaffare di una proposta governativa e di conseguenza sia stato menato da un gruppo di (ex?)-picchiatori-turned-onorevoli. Che colpa avrebbe di grazia?

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