Pietro Ichino e i nullafacenti

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Breve recensione de 'I Nullafacenti', by Pietro Ichino - Facolta' di Giurisprudenza, Universita' Statale di Milano.

Un paio di settimane fa, durante una delle mie rituali escursioni Natalizie sul porto canale di Rimini, mi sono rintanato sotto il tendone che ospita la libreria. Believe it or not, e' forse la migliore libreria della citta'. Il che, i frequentatori di Rimini lo sanno, non e' un gran complimento per i gestori dell'esercizio.


Scorrendo i titoli tra le nuove uscite non-fiction, mi sono imbattuto in un librettino a firma di Pietro Ichino, dal titolo 'I Nullafacenti', e sottotitolo 'Perche' e come reagire alla piu' grave ingiustizia della nostra amministrazione pubblica'. Incuriosito, ho deciso di donare 12 Euro alla causa Ichino-Mondadori e me lo sono portato a casa. Ne e' valsa la pena. Principalmente perche', ancora una volta, ha posto in risalto le enormi differenze di forma mentis tra economisti e giuslavoristi. Come e' noto ai piu', Pietro Ichino, gia' dirigente della FIOM-CGIL e deputato per il PCI, e' Professore di Diritto del Lavoro presso l'Universita' Statale di Milano. Noi di nFA ci siamo occupati di sue iniziative qui e qui . Recentemente, per mezzo de 'Il Corriere della Sera' e www.lavoce.info, ha lanciato una proposta per ridurre l'inefficienza della pubblica amministrazione e, allo stesso tempo, l'entita' dell'occupazione nella stessa. Il libretto in questione riprende ed elabora gli stessi temi. Si articola in quattro parti. La Parte II proprio non l'ho capita, quindi non ne parlo.


Una noticina, prima di commentare le tesi principali emerse dalla lettura del libro. Nell'Introduzione, il Professor Ichino scrive:

 

'Primavera 2006. All'indomani delle elezioni il dibattito politico italiano si concentra subito sul se e quando ridurre la spesa pubblica per far quadrare il bilancio dello Stato. In quel dibattito si inserisce la proposta di prepensionare i dipendenti pubblici piu' anziani, assumendo un giovane ogni tre licenziati': negli anni passati lo si e' fatto nelle ferrovie e nelle poste; nulla vieta di farlo anche nell'amministrazione statale....'

 

e poi, a pagina 38, asserisce che

 

'Il Governo sta spremendosi le meningi per trovare misure di riduzione della spesa e aumento dell'efficienza dell'amministrazione pubblica. Qualcuno propone di prepensionare gli impiegati piu' anziani...'.

 

Allora penso di fare proprio bene a utilizzare una buona parte del corso MBA di macro unicamente per spiegare i vincoli di bilancio!!! Come e' possibile pensare di tagliare la spesa tramite i prepensionamenti? Professor Ichino, ma da dove crede che vengano i denari per le pensioni? E' forse il caso che le spese e i debiti dell'INPS non contano, nei calcoli della spesa e del debito dello Stato? Ma passiamo alle tesi principali del libro.


Parte I. Servendosi di un dialogo immaginario tra un dipendente dello Stato e un sindacalista, il Professor Ichino illustra con chiarezza la sua proposta, che si articola essenzialmente in tre punti.


i) Istituzione presso ogni struttura pubblica di un organismo indipendente di valutazione (OIV), una sorta di Authority il cui fine sarebbe quello di valutare l'operato della struttura stessa e, soprattutto, di ciascuno dei suoi componenti. Secondo il progetto elaborato dal Professor Ichino, l'Authority dovrebbe essere assolutamente autonoma dai controllati (i lavoratori), e avrebbe il compito di assegnare gli stessi a varie categorie di merito.


ii) Eventualmente, gli individui classificati come piu' efficienti verrebbero omaggiati con premi di produzione. Coloro che, al contrario, finissero nella categoria piu' bassa, sarebbero candidati al licenziamento. Il Governo avrebbe il compito di fissare il numero di posti di lavoro ridondanti, in una misura non superiore al numero di dipendenti inclusi nella categoria piu' bassa. I licenziati, infine, verrebbero rimpiazzati 'regolarizzando' dipendenti assunti con contratti diversi da quello a tempo indeterminato (i cosiddetti precari).


iii) Un soggetto indicato tra i licenziabili avrebbe la possibilita' di ricorrere presso il giudice del lavoro. Il ricorso, sempre secondo il Professor Ichino, sarebbe ammissibile solo se il ricorrente indicasse chi, tra i lavoratori classificati come piu' efficienti di lui, in realta' non lo e'; e avrebbe l'onere di provarlo. Contestualmente all'accoglimento del ricorso, il giudice sarebbe chiamato ad indicare chi sarebbe licenziato in lieu del ricorrente.


La domanda e' ovvia: quali sarebbero gli incentivi dei componenti dell'Authority a smascherare coloro che il Professor Ichino chiama nullafacenti? Questa domanda figura tra gli interventi dei lettori del Corriere, riportati nella Parte III. L'esperienza di molti, se non la teoria economica di base, indica che questo e' il punto focale. La legge dice chiaramente che anche le commissioni giudicatrici dei concorsi pubblici devono essere indipendenti da coloro che sono sottoposti a valutazione... ma spesso si tratta di wishful thinking. Ecco dunque alcuni ipotizzare la presenza di cittadini-utenti nelle authority, e altri proporre che i membri vengano eletti dagli stessi utenti. Il che ci porta a interrogarci sul selection bias che ne deriverebbe. In altre parole: chi tra gli utenti sarebbe interessato a lavorare per un'authority? E' dubbio che individui dotati delle necessarie competenze possano essere tentati da questa opportunita', a meno che non siano pagati fior di denari.


Un'ultiore domanda: non crede il Professor Ichino che lasciando al Governo il compito di determinare il numero di soggetti da licenziare introduca dei problemi di time-consistency? Ci crede Lei che un Governo annunci pubblicamente il licenziamento di qualche migliaio di dipendenti, magari a pochi mesi da un'elezione? (Visto che ci sono elezioni quasi ogni anno, non si tratta di ipotesi remota).


La Parte IV fornisce ulteriori dettagli sulla proposta. Tra questi, vi e' la descrizione dell'indennita' di disoccupazione da versare ai dipendenti licenziati. Si tratterebbe del 80% dell'ultima retribuzione per il primo anno. Quindi 66% per il secondo anno, e 50% per il terzo e quarto anno. Dopodiche' il disoccupato sarebbe lasciato a se stesso. Da un lato, c'e' da essere contenti. Che Ichino abbia letto Shavell & Weiss? Se si leggesse Hopenhayn & Nicolini, forse se ne verrebbe fuori con la tassa post-impiego crescente nella durata dell'unemployment spell. Dall'altro lato, sono perplesso dai numeri. Come se ne e' venuto con la sequenza 80, 66, 50, 50, 0? E poi: perche' prospetta un trattamento speciale per i licenziati dalla pubblica amministrazione?


Cio' che secondo me rende la proposta del Professor Ichino estranea al sentire di un economista, e' la rinuncia ad utilizzare meccanismi di mercato, anche quando si potrebbero introdurre con facilita'. Un esempio ci e' dato dalle Universita'. Non sarebbe difficile creare competizione tra Atenei. Altri Paesi lo hanno fatto da tempo. Su nFA abbiamo anche parlato di semplici interventi che potrebbero renderlo realta'. I cardini della riforma sarebbero l'eliminazione del valore legale del titolo di studio e l'attribuzione di voucher agli studenti, in modo che possano scegliere in prima persona come utilizzare i fondi che lo Stato destina alla loro educazione. C'e' poi un'ulteriore riforma, la piu' semplice cui si possa pensare,

di cui il Professor Ichino non parla. Ossia la privatizzazione outright

dei servizi, o la loro cessione in outsourcing, ogni qualvolta sia

tecnicamente possibile. Cio' implica l'uscita dello Stato da aziende come

Fincantieri, Finmeccanica, Alitalia (forse con quest'ultima ci siamo),

... la lista di indebiti coinvolgimenti dello Stato in attivita' di

produzione e' pressoche' infinita. E poi l'aggiudicazione tramite gare

d'asta di servizi quali, solo per fare esempi, servizi di trasporto

della posta, trasporto di personale (autisti, auto di servizio,...),

sulla scorta di quanto succede da tempo per i servizi di pulizia.

Siamo nel 2007 e i giuristi continuano a pensare che qualsiasi problema sia risolvibile con la costituzione di qualche commissione di valutazione o controllo. Quando capiranno che bisogna agire sugli INCENTIVI? Che non basta conferire il compito di controllare (o valutare) ? Che bisogna assicurarsi che vi sia la convenienza a controllare (o valutare) correttamente, e ad agire coerentemente rispetto alla determinazione raggiunta? E, infine, che il meccanismo piu' vecchio del mondo, ossia la concorrenza, sia spesso l'unico capace di ottenere l'obiettivo? E di farlo a costo zero?


Chiudo con una chicca, di cui ringrazio sentitamente il Professor Ichino. A pagina 57, riporta il commento inviatogli da una lettrice del Corriere, di nome Victoria:

 

'... affermerei il falso dicendo che all'interno di essa [la pubblica amministrazione], non esistono casi particolari che non svolgono i loro compiti. Nonostante cio', non riesco a vedere il <<nullafacente>> come un essere da lasciare senza lavoro. Professor Ichino, il lavoro e' fonte di dignita'!"

 

Mitica Victoria... peccato che i vincoli alla capacita' di licenziare, che secondo Victoria difendono tale dignita', siano anche la ragione principe per cui la dignita' totale, che ella stessa misura con il tasso di occupazione (totale lavoratori diviso popolazione in eta' lavorativa) sia tra le piu' basse del mondo.

 

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Commenti

Ci sono 15 commenti

Centrato ed affondato, diremmo se si stesse giocando a battaglia navale.

Una sola osservazione tecnica, che non altera la sostanza di quanto dici, anzi.

L'idea di risparmiare attraverso il prepensionamento e' solo parzialmente

folle. E' un'idea che puo' venire solo a della gente che sa d'essere sconfitta in partenza dagli avversari (infatti, e con coerenza che altri non hanno, uno dei suoi iniziali propugnatori, Nicola Rossi, si e' dimesso dai DS), ma qualche risparmio ci sarebbe. Per la seguente ragione.

Visto che comunque non fanno nulla, che

siano pensionati o dipendenti non fa differenza al prodotto ed ai servizi  (si fa per dire) prestati dalla pubblica amministrazione, questa e'

l'ammissione implicita. Pero' da dipendenti guadagnano di piu', sia di stipendio

base, che di contributi, che di straordinari, premi e prebende varie. Un pensionato della pubblica amministrazione costa allo stato circa il 60-70% di un lavoratore di ruolo. Quindi il risparmio ci sarebbe, e sarebbe pari a circa 1/3 del costo del lavoro attuale dei dipendenti pubblici nullafacenti.

Visto pero' che, nella proposta originale (e comunque mai attuata: anche questa sembrava troppo punitiva ai sindacalisti che governano l'Italia) ne sostituiscono uno ogni tre il risparmio finale sarebbe quasi zero. Tre per 1/3 fa uno di risparmio, se ne riassumiamo uno di giovane l'unico risparmio e' dovuto al fatto che il neoassunto guadagna meno del vecchio per effetto dell'anzianita' che in Italia fa crescere i salari.

Da metodo folle e contradittorio, risultato ridicolo. Sembra la metafora dei cosidetti "riformisti" italiani. Il che, a ben pensarci, m'ispira un post su cui lavorero' in giornata. Grazie dell'idea, oltre che dell'utile recensione!

P.S. Pero' la curiosita' di cosa contiene la misteriosa Parte II ce la devi togliere ... che tu non l'abbia capita, dubitiamo alquanto ... mica vorrai costringermi a comprare il libro per scoprirlo, no? 

 

Michele, concordo appieno sulla tua osservazione. Per quanto riguarda la Parte II del libretto di Ichino: francamente, si tratta di una lunga serie di ovvieta', alternate ad asserzioni prive di fondamento. Prima ci dice per qualche motivo, in tempi recenti si e' assistito ad un incremento dei casi di sindrome ansioso depressiva da stress lavorativo. (Chiaramente si guarda bene dal fornire dati o dal considerare che l'incremento dei casi riportati non implica un aumento dell'incidenza della sindrome). Quindi si interroga sull'impatto di schemi retributivi incentivanti sulla salute mentale dei lavoratori. Soprattutto, ci dice, in tempi in cui i differenziali di produttivita' tra lavoratori sono ben maggiori che in passato. Poi ci dice che l'appiattimento delle retribuzioni, nonche' l'impossibilita' di licenziamento che sono caratteristiche proprie dell'impiego pubblico, hanno si' minimizzato i casi di depressione, ma al costo di una minore produttivita'

Ma ci rendiamo conto? Pazzesco. Devo letteralmente ricopiare due autentiche chicche.

Pagina 28

"... fino a che punto e' lecito all'imprenditore sollecitare il proprio dipendente a un maggiore impegno nel lavoro? In termini asetticamente medico legali: qual e' la soglia oltre la quale la sollecitazione genera stress e come si individua, in via preventiva, il caso in cui lo stress e' pericoloso, essendo il dipendente persona predisposta al rischio di cadere in depressione? Come si distingue la depressione-malattia seria, che costituisce impedimento al lavoro rilevante sul piano giuridico, dalla mera depressione del tono dell'umore che colpisce chiunque a seguito di uno screzio con il superiore o con il collega in azienda?"

Pagina 34

"...Si discute molto su quanto debba rendere il lavoro a chi lo svolge, cioe' quanto il lavoro debba essere retribuito. Si discute meno su quanto questo debba rendere all'azienda che lo riceve. Eppure le due questioni sono strettamente connesse tra loro: e' difficile ottenere una retribuzione alta per un lavoro che rende poco all'azienda."

Con tutto il rispetto per le parrucchiere e le loro clienti, queste paiono osservazioni avanzate durante la messa in piega, quando il frastruono del casco e' cosi' alto, che nessuno le sente.

 

Dalla fine degli anni ’90 ho tentato in tutti i modi di introdurre nel mio ente gli ormai noti (a parole) criteri  di efficienza, efficacia e produttività, individuando tutti i fattori possibili in termini quantitativi assoluti relazionandoli poi con i relativi indicatori di qualità, elaborando (prima dell’inizio di ogni anno) progetti seri, quantificabili e ripartiti proporzionalmente tra tutti i dipendenti del mio uffico, auspicando in sede sindacale l’estensione (magari discutendone) a tutto l’ente.

Il tutto accompagnato da questionari all’utenza che individuassero i settori in eventuale sofferenza o in calo di qualità verso cui indirizzare gli interventi e le progettualità da mettere in relazione .

Ci ho provato per anni, dicevo.

Ecco il risultato 1) L’ente ha appena effettuato – come ogni due anni - il concorso interno per la progressione orizzontale basandolo sulla sola anzianità ed escludendo praticamente tutti gli under 40 (naturalmente facendoli infuriare come sempre: è noto che l’80% della ricerca viene effettuato entro i 40 anni) 2) I dirigenti e vicedirigenti ricevono l’invito a redigere obiettivi 2006 in data 15.12.2006, comunque un passo avanti rispetto agli anni passati in cui obiettivi e risultati venivano redatti in un unico documento expost l’anno successivo 3) le risorse alle strutture vengono date a pioggia a prescindere da qualsiasi valutazione di efficacia dell’investimento.

Dunque: da dov’è che puzza il pesce? Finché il potere si nutrirà di clientelismo, finché le carriere dovranno dipendere dalla gratitudine (e tanto piu’ incapace sei tanto più è conveniente farti fare carriera, perché tnato maggiore è la distanza tra merito e carriera tanto più si sarà “grati”) finché gli enti non riceveranno risorse dallo Stato in ragione della qualità misurata dei loro servizi, finché tra le università non ci sarà concorrenza vera, nessun preside punirà il docente che non viene a lezione da anni, finché quello continuerà a  votarlo, e anche qui tanto più assenteista è il docente tanto più sarà devoto al preside e così via. Quanti esempi potremo fare ancora?

Dal 2006 ho smesso di fare progetti, obiettivi, indici di qualità, questionari, grafici. Tutto. Nessuno mi ha chiesto nulla. Forse sono stati anche contenti, che quel grillo parlante tacesse.

 

Ho lavorato qualche mese nella pubblica amministrazione poi sono scappato (potevo). I nullafacenti sono creati dal sistema ben descritto dal commento qui sopra (e le aziende non sono immuni, specie le grandi).

 

 

 

 

 

'... affermerei il falso dicendo che all'interno di

essa [la pubblica amministrazione], non esistono casi particolari che

non svolgono i loro compiti. Nonostante cio', non riesco a vedere il "nullafacente" come un essere da lasciare senza lavoro.

Professor Ichino, il lavoro e' fonte di dignita'!"

 

Mitica Victoria... peccato che i vincoli alla capacita' di licenziare,

che secondo Victoria difendono tale dignita', siano anche la ragione

principe per cui la dignita' totale, che ella stessa misura con il

tasso di occupazione (totale lavoratori diviso popolazione in eta'

lavorativa) sia tra le piu' basse del mondo.

 

Io osserverei anche un'altra cosa. Quest'idea che il lavoro serva a "dare dignita'", anziche' a procurare le risorse di cui vivere, ha origini molto reazionarie. Uno dei suoi pricipali paladini fu Thomas Carlyle, che ne faceva uso per giustificare la schiavitu' nelle colonie (quei pigracci dei negri, lasciati a se stessi, si sarebbero certamente abbrutiti nell'ozio!). John Stuart Mill gli fece notare che "Work, I imagine, is not a good in itself. There is nothing laudable in

work for work's sake. To work voluntarily for a worthy object is

laudable; but what constitutes a worthy object?"

Triste come certa sinistra abbia una comprensione di mercato, attivita' economica e liberta' individuale talmente limitata da accomunarsi ai nostalgici del feudalesimo.

 

 

Arbeit macht frei

 

Secondo alcune testimonianze uno dei libri che Hitler portò con se nel bunker nel gennaio 1945 era la biografia di Carlyle di Federico il Grande.

 

Certo ma NON e' il peggio. Le radici vere di Hitler & Co. sono appunto nel nazionalsocialismo. per chi avesse dubbi residui sull'argomento, non posso che consigliare il recente (recente nelle mie letture) Beevor sulla guerra civile in Spagna. Nel volume che esiste in spagnolo, in italiano, in inglese etc., la scoperta migliore, per gli incliti come il sottoscritto e' che l'opposizione piu' forte a Francisco Biamonte Franco (hanno tutti molti nomi) venne non dai religiosi (Carlisti nello specifico) ma dalla Falange che aveva un' ideologia antiborghese e socialista, simile in molti rispetti a quello che avrebbe partorito il fascismo italiano pochi anni dopo (si veda in proposito la costituzione della repubblichina di Salo')

 

 

Non ho letto Beevor, ne' temo averne il tempo. Cosa sostiene esattamente sull'opposizione a Paco?

 

 

Mi presento:

Ebbene sì, in quanto pubblico dipendente da ben 33 anni, sono considerato un nullafacente.

Ebbene, mi dispiace, ma non accetto questa etichetta, perchè dovreste sapere anche voi che siete operosi ed efficienti al massimo (mi riferisco a tutti voi che avete delle ricette infallibili per risolvere il problema), esistono persone, che pur essendo dipendenti pubblici, hanno sempre fatto il loro dovere ed hanno portato avanti il lavoro per il qule ogni 27 vengono pagati, dopo che gli sono state (giustamente) decurtate tutte le tasse. Non credo che fuori dalle pubbliche amministrazioni ci sia una efficienza totale, ne so qualcosa io per il tipo di lavoro che svolgo. Modifichiamo la cultura che molti di noi hanno della COSA PUBBLICA. Se fino dalle scuole, fossimo abituati a pensare che la cosa pubblica è di tutti e da tutti sostenuta e che lo scopo per cui è nata e vive, non è quello del profitto a tutti i costi, ma del servizio a tutti, allora forse potremmo convenire con alcune ricette di Ichino. Non credo che della pubblica amministrazione ne approfittino solo coloro (e non è la maggioranza) che ci lavorano, ma a quanto dovrebbe risultatvi, il pubblico è sfruttato anchi dai privati, proprio per il tipo di cultura di cui parlavo prima. Per favore, apriamo gli occhi, chi è senza colpa, scagli la prima pietra....

 

Mauro,

per carita', massimo rispetto per coloro nelle pubbliche amministrazioni che pur tra mille difficolta' fanno il loro dovere e lavorano piu' che bene, proprio con lo spirito di servizio di cui parli tu. Ho conosciuto moltissimi impiegati pubblici incredibilmente operosi ed efficienti, sia in Italia che qui negli Stati Uniti. La cosa che a me personalmente dispiace e' che l'operato di queste persone non venga riconosciuto, non venga premiato come sarebbe sacrosanto. E di converso quelli che invece sfruttano il sistema e fanno i nullafacenti non vengono chiamati a rispondere delle proprie azioni.

Anche nel privato ci sono gli incompetenti, ci mancherebbe, ma in genere mi sembra che gli incentivi siano allineati in modo piu' consono ad incoraggiare gli operosi e dare una tirata di orecchi ai nullafacenti. [NB, uso i termini "operoso" e "nullafacente" senza alcuna valenza morale: dati gli incentivi presenti, e' perfettamente razionale non darsi da fare in certe situazioni. Sono proprio gli incentivi che devono cambiare].

 

Giorgio,

Il concetto di premiare chi lavora e penalizzare chi non lavora è un concetto di una semplicità disarmante.

Se fosse  così semplice da attuare nella nostra civiltà, in questo momento forse, non staremmo qui io e te a conversare pacatamente di questo, ma forse del tempo che fa.

Applicare questa regola così tout court, senza prima creare una coscienza condivisa della COSA PUBBLICA, avrebbe lo stesso risultato di una boccia tirata in un mucchio di birilli in una pista di bowling.

Non credo di doverti spiegare che il “potere“  anche con l’istituzione di un (organismo indipendente di valutazione (OIV), una sorta di Authority) riesce a premiare quelli che sono più funzionali a se stesso, operosi e non.

Altrimenti mi spieghi che razza di potere sarebbe?.

Es.:

In Italia si parla di liberalizzare tutto (a suo tempo il prezzo del pane, della benzina……), oggi altro….. (non so e non ne tengo nemmeno più il conto) e abbiamo visto che i soliti furbi se ne sono approfittati.

Pubblica Amministrazione o non, se l’atteggiamento di ” io so er più furbo alla faccia di chi mi sta vicino” e chi mi valuta (chi valuta il valutatore?) , afferma che “so er meijo”, non verrà scoraggiato e non premiato (e questo lo si può far capire ed inculcare solo partendo in tenera età dalla  scuola  in avanti), ritorneremo (o ci siamo già?) ai tempi in cui:

Mi stai antipatico?

Ti licenzio operoso!

Con questo dico che PURTROPPO sarà più facile CURARE (tirare la boccia in mezzo ai birilli), piuttosto che PREVENIRE (far capire il concetto di società, iniziando da scuola ad educare i cittadini di domani).

Una domanda:

forse questa accelerazione alla corsa “all’arraffo” di questi ultimi anni, può dipendere dalla sensazione inconscia, ma palpabile del fatto che la popolazione è in continuo aumento e che per ognuno di noi ci sarà sempre meno spazio? (La famosa storia dei topini in una piccola gabbia).