Il posto fisso e' monotono

2 febbraio 2012 alberto bisin

Cosi' ha detto Monti a Matrix. Non l'avesse mai fatto. Un putiferio. Se avesse letto i commenti su Il Fatto quotidiano ad un mio articolo un paio di anni fa, avrebbe capito che non era cosa. Io, felice di aver trovato un alleato - e quale alleato! - mi consolo. E ripropongo le mie considerazioni, da Il Fatto Quotidiano, 13 Aprile 2011 - cosi' come la mia risposta ai commenti il 22 Aprile.  

Il Fatto Quotidiano, 13 aprile 2011: Si può essere precari e felici (negli Usa)

La manifestazione dei precari di sabato ha evidenziato ancora una volta le difficili condizioni di lavoro di coloro che, in Italia, non godono di protezione contrattuale e l’inefficienza del nostro mercato del lavoro che si manifesta appunto nel suo eccessivo dualismo: protezione estesa per alcuni e minima per altri. Molti commentatori reagiscono proponendo una soluzione “morale”: estendere le protezioni a tutti. Spesso abbinata a dichiarazioni da lotta di classe, lavoratori contro padroni.

Come sarebbe bello se fosse così facile. Ai precari manca sicurezza? Diamogliela. Dove prenderla? Dai padroni (o dai ricchi, o da chi non paga le tasse, e via discorrendo). Lo dico con ironia, naturalmente, ma piacerebbe anche a me vivere in un mondo in cui la redistribuzione del reddito potesse risolvere ogni problema. Non è così purtroppo, estendere la protezione del lavoro – garantire contratti a tempo indeterminato con solide garanzie contro il licenziamento – a tutti o quasi si può fare, ma a un costo: un’ulteriore riduzione del tasso di occupazione, soprattutto dei giovani e delle donne. È brutto da dirsi ma è così: più si protegge il lavoro, minore è il numero dei lavoratori protetti (a meno di non avere salari molto più bassi). Proteggere costa, riduce la produttività del lavoro e quindi l’occupazione del lavoro stesso a parità di salario. So che, messa così, è una affermazione apodittica e che chiunque sappia come trovare o massaggiare un dato proverà a contraddirmi, a mostrare che la Svezia garantisce protezione e occupazione e la Gran Bretagna all’opposto non garantisce né protezione né occupazione. Non è così, mi spiace. Ma entrare in una disamina seria dei dati non è possibile qui, perché voglio provare a fare un ragionamento più “leggero”. Chiedo al lettore di credermi, quindi, di concedermi per una volta il principio di autorità, accettare la mia provocazione e continuare a leggere.

Ma torniamo ai precari. Dovrebbero essere contenti? Meglio precari che disoccupati, dopotutto. Assolutamente no. Un lavoro precario in Italia è una sciagura. Hanno completamente ragione. Perché se si perde, il lavoro precario, si è rovinati, in Italia. Perché lavori precari ce ne sono pochi e lavori protetti ancora meno. Proviamo a immaginare un mondo diverso. Un mondo in cui di lavori precari ce ne fossero a iosa: finito uno se ne trovano altri, diversi, altrove. In questo mondo essere precario non è affatto male, specie per un giovane, magari con poca istruzione: il pizzaiolo per sei mesi, il barista per due (che lavorare la notte è bello ma stanca), il massaggiatore per un anno; un periodo a Milano, uno a Venezia, uno a Urbino e uno a Londra…

Mi rendo conto di quanto anche solo ipotizzare un mondo di questo tipo possa sembrare assurdo e che chi oggi in Italia cerca di tenersi stretto il lavoro al call center possa essere addirittura insultato da questo mio ragionamento. Non ho nessuna intenzione di insultare nessuno. Ma li vedo tutti i giorni ragazzi giovani (spesso anche italiani), che fanno esperienze sul mercato del lavoro a questo modo. Cambiano lavoro in continuazione e si stabilizzano lentamente, alcuni attraverso attività imprenditoriali, altri cercando lavori più protetti. Sto parlando degli Stati Uniti (o meglio, di New York), naturalmente. Ma non sto sostenendo che il mercato del lavoro negli Stati Uniti sia il migliore dei mercati del lavoro possibili. Anzi. È un inferno da molti punti di vista. Ma la questione del precariato non esiste. Non ho mai sentito nessuno lamentarsi del precariato. Della mancanza di assicurazione sanitaria, sì, sempre. Della disoccupazione ogni tanto, specie nei periodi di crisi come questo. Ma mai del precariato. Mai dei giovani che non riescono ad avere sicurezza sufficiente per metter su famiglia. Non esiste nemmeno la parola “precariato”. almeno non con il significato peggiorativo che ha in italiano.

E non sto parlando solo di lavoro manuale. I professori universitari, per esempio, prima di avere lavori fissi e protetti, hanno lavori precari. Cambiano università continuamente: perché si stufano di stare in città noiose, perché cambia la loro situazione familiare, perché vogliono essere più vicini a qualcuno con cui fanno ricerca… e perché l’università dove lavorano li manda via. Girano, per anni. Il lavoro fisso (si chiama tenure per gli accademici) è un obiettivo importante, naturalmente. Ma non è che senza non si vive o non si crea famiglia. Perché precariato non significa rischiare di perdere lavoro, ma al massimo trovarlo in un’altra città o in un’università meno prestigiosa. Parlo anche per esperienza. Ho tenure, adesso; ma sono stato precario per circa 10 anni girando Stati Uniti ed Europa, senza mai sentirmi precario. La stessa cosa si può dire per medici, avvocati, operatori finanziari.

Per arrivare a un mercato del lavoro di questo tipo è necessario ridurre la protezione del posto di lavoro, permettere alle imprese di licenziare per ragioni economiche, ad esempio. Mi rendo conto che possa apparire un po’ un salto nel buio. Capisco anche che possa essere inattuabile, nelle presenti condizioni in Italia. Mi riferisco sia alle condizioni economiche (l’eccessiva partecipazione dello Stato inefficiente nella vita economica) che a quelle culturali (in cui il desiderio del “posto fisso” è scolpito quasi indelebilmente nella mente di molti). Però so anche che se non si arriva a un mercato del lavoro di questo tipo i problemi dei precari sono irresolubili. Non c’è via d’uscita, purtroppo: più si protegge una parte dei lavoratori, più gli altri ne fanno le spese. Chi dice il contrario, o non capisce o è in malafede. Nel caso italiano, di solito, è in malafede.

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I commenti sono stati cancellati. Ma il loro tenore si puo' dedurre dalla mia risposta pochi giorni dopo. 

Il Fatto Quotidiano, 22 aprile 2011:   Nove risposte sul precariato made in Usa

Sapevo che le idee esposte avrebbero provocato reazioni anche fortemente negative. Alcuni lettori – che ringrazio – hanno provato a difendere le idee del post ma sono stati facilmente subissati dalla massa di insulti. Le cose che ho scritto sono definite castronerie, spocchiosità, caz…, panzane, deliranti, ridicole, un tanto al chilo, qualunquiste, scempiaggini, bischerate, vecchie e abbandonate, da bar, e – insulto degli insulti – la stessa zuppa di Boldrin.

Di me si dice che sono un famigerato, sacerdote, sciacallo, con aria da vate dell’economia, dall’alto del suo scranno universitario, professorino, pseudo-professore, servitore delle multinazionali. Mi si accusa di prestarmi (dietro compenso?) a sostenere teorie molto apprezzate dalle lobby delle multinazionali, di essere un firmatario bushista della lettera contro la riforma sanitaria americana, e addiruttura di accordare favore alla liberalizzazione della vendita di armi da fuoco. Per la cronaca, nessuna delle tre accuse è corretta. E infine mi si dice “va in mona”, espressione veneta che però mi è sempre piaciuta e mi ricorda l’infanzia.

Non mi lamento degli insulti (più di quanto non abbia implicitamente già fatto) e rispondo in gruppo a varie tipologie di commentatori.

1. Quelli che mi confondono con Boldrin. Che tutti i veneti siano uguali?

2. Quelli che richiedono dati e sono profondamente offesi dal mio riferimento al principio d’autorità, in un paese dove tale principio è (mai esplicitamente) richiesto da qualunque deficiente abbia una cravatta o millanti letture marxiane. Tornerò con un post coi dati. Ma anticipo: guardate alla correlazione tra la protezione del lavoro e il tasso di occupazione per età e sesso (sono giovani e donne a pagare le condizioni del mercato del lavoro in Italia).

3. Quelli che in Italia si può licenziare. L’Italia è uno dei paesi sviluppati in cui il lavoro è più protetto e in modo più inefficiente. Innanzitutto perché la protezione si estende indipendentemente dal merito, a tutti. E poi perché la protezione è del posto di lavoro, non del lavoratore; così che posti di lavoro economicamente inefficienti sono mantenuti e il lavoratore non è protetto sul mercato alla ricerca di un nuovo lavoro. Ebbene sì, sto parlando degli ammortizzatori sociali.

4. Quelli che Bisin riconsegni il dottorato, venga a studiare, torni a fare il ricercatore… Ma siamo matti! Con tutta la fatica che ho fatto. Mica sono nato nella buona società italiana, io, che sennò avrei fatto il professore in Italia: posto fisso e studi marxisti.

5. Quelli che facciamo pagare le tasse agli evasori, prendiamocela con le aziende che licenziano e scaricano sulla collettività, e con le libere professioni protette. Completamente d’accordo, su tutta la linea.

6. Quelli che è tutta colpa della globalizzazione, cioè dei cinesi (come il ministro Tremonti). Noi famigerati di Noisefromamerika.org ci abbiamo addirittura scritto un libro per argomentare che hanno torto. A modico prezzo in tutte le librerie.

7. Quelli che Bisin non sa cosa significhi essere precario. Non ho avuto lavoro fisso per 10 anni (più 5 di dottorato). Sarà che il precariato degli altri è sempre più verde del proprio!

8. Quelli che, quanto prende il precario Americano? Negli Stati Uniti il lavoro precario tende ad avere salari superiori a quello fisso (perché richiede la remunerazione del rischio di perdere il lavoro). In Italia non è così perché il lavoro precario è sfruttato dalle imprese che devono offrire rendite al lavoro fisso (incluse le imprese pubbliche che infatti fanno uso enorme del lavoro precario).

9. Quelli che il paragone non tiene: magari stessimo negli Stati uniti o in Gran Bretagna dove c’è una gran domanda di lavoro. Vi siete mai chiesti perché?

Infine, vorrei ringraziare il Fatto e mandare in mona quello che suggerisce che io sia pagato dalle multinazionali e il sociologo che pontifica senza avere ancora capito cos’è un mercato. 

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Vedo che promettevo un post coi dati. Qualcuno me lo aveva ricordato ma me lo devo essere scordato una seconda volta. Bisognera' proprio farlo. 

Gli storici troveranno un mio post su NFA datato 27 Marzo 2006 in cui esprimevo simili idee. Ma allora i lettori giornalieri  di NFA erano 12, forse 13. 

115 commenti (espandi tutti)

Titolare di posto fisso dall'età di 26 anni, in un settore naturalmente e giuridicamente protetto dalla concorrenza straniera (e giustamente).

RR

Ha detto:

"I giovani devono abituarsi all’idea che non avranno un posto fisso per tutta la vita. E poi, diciamolo, che monotonia. E’ bello cambiare e accettare delle sfida"

Monti è del 1943, non è giovane neanche per gli standard italiani.

Capisco che il pulpito da cui viene la predica abbia la sua importanza ma non esagererei.  I tempi sono cambiati, in Italia e nel Mondo.

"I giovani devono abituarsi all’idea che non avranno un posto fisso per tutta la vita. E poi, diciamolo, che monotonia. E’ bello cambiare e accettare delle sfida"

Monti è del 1943, non è giovane neanche per gli standard italiani.

Capisco che il pulpito da cui viene la predica abbia la sua importanza ma non esagererei. I tempi sono cambiati, in Italia e nel Mondo.

Non ho dubbi, infatti mi pare che la proposta che possa avere più possibilità di passare è quella che toglie l'Art. 18 ai nuovi assunti. Esattamente come si fece per il "passaggio al contributivo" nel '94, e per l'utilizzo di contratti precari con riduzione di diritti e contributi pensionistici. Insomma è giusto flessibilizzare, ma solo ai giovani.

NB che io sono favorevole ad una riduzione delle rigidità (così come per il contributivo) per tutti.

RR

Stai facendo un processo alle intenzioni di Monti e del suo governo, che esula da quel che lui ha detto ieri (e da quel che dice Bisin nel post).Quel che ha detto ieri mi sembra corretto e condivisibile, quel che farà...vedremo.

PS
comunque anche se non condividessi quel che ha detto Monti ieri, questo non renderebbe il posto fisso una strada praticabile

Non esiste nemmeno la parola “precariato”. almeno non con il significato peggiorativo che ha in italiano.

posso suggerire "Nickel and dimed" della Eherenreich? il problema non è solo il precariato in senso temporale, è pure il sottosalario. Senza contare che magari nel 2006 ci poteva essere il cuscinetto del credito facile e del debito personale alto anche per i NINJA, adesso magari no.


Poi, il posto fisso nella stessa azienda non necessariamente è monotono, esiste anche la carriera (mia madre era passata da operaia all'imbottigliamento a tecnico di laboratorio), oppure il lavoro si svolge con tecnologie differenti (sono entrato in biblioteca quando il catalogo online stand-alone di una sola biblioteca era il top dell'automazione, l'accesso era ancora col catalogo a schede, il sistema operativo era il DOS 3.30 e internet non c'era, o il motore di ricerca d'elezione era Altavista. Mentre passare da un lavoro a bassa qualifica a un altro senza imparare niente, guadagnando poco, senza il tempo di aumentare la propria professionalità, quello sì che può essere monotono.


In quanto all'art. 18 "pernicioso per lo sviluppo", c'è poca evidenza empirica, vedi uno non pregiudizialmente avverso alla sua modifica come da ultimo Schivardi su Lavoce


In quanto al pizzaiolo, barista e massaggiatore... perché non "pescatore, cacciatore e critico critico", come disse anni fà  un tale?  a me fa venire in mente pizze bruciate, caffè che sa di macchina e vertebre fuori posto...

Ma cosa c'entra nickel and dimed col precariato?

Ti assicuro che pizza e caffe' sono ottimi - e le vertebre perfettamente accudite. Il posto fisso non li migliora (caffe', pizze, e vertebre) - anzi e' l'opposto, in genere.

il tizio che mi fa i massaggi ogni tanto per cervicale, sciatica e altri acciacchi ci si è preso una laurea breve o una specializzazione e fa solo quello da un bel pò, e il caffè lo prendo a un bar dove ci lavorano i proprietari da una vita, per cui il posto fisso almeno non peggiora. Non so per le pizze...

Bellissima la citazione Marino_bib, davvero bellissima grazie. La rappresentazione di Marx-Engles del lavoro in una economia capitalista

 ciascuno ha una sfera di attività determinata ed esclusiva che gli viene imposta e dalla quale non può sfuggire: è cacciatore, pescatore, o pastore, o critico, e tale deve restare se non vuol perdere i mezzi per vivere

contrapposta al lavoro in una societa' comunista: 

ciascuno non ha una sfera di attività esclusiva ma può perfezionarsi in qualsiasi ramo a piacere, la società regola la produzione generale e appunto in tal modo mi rende possibile di fare oggi questa cosa, domani quell’altra, la mattina andare a caccia, il pomeriggio pescare, la sera allevare il bestiame, dopo pranzo criticare, cosí come mi vien voglia; senza diventare né cacciatore, né pescatore, né pastore, né critico.

Eh gia', l'amerika, in cui il pizzaiolo ha fatto prima il carpentiere e l'investement banker apre un ristorante deve essere la societa' comunista dei Marx-Engels - certo non quella italiana dove se uno becca un bel lavoro al call center il suo unico obiettivo (e di chi ne "difende gli interessi") e di tenerselo tutta la vita. 

certo non quella italiana dove se uno becca un bel lavoro al call center il suo unico obiettivo (e di chi ne "difende gli interessi") e di tenerselo tutta la vita. 

Aggiungerei: in Italia magari non si riesce ad aiutare a "tenerselo tutta la vita" ma sicuramente si riesce a "scoraggiarti" dal cambiarlo. Penso che il sistema di caste indiano sia più flessibile :-)

Sono d'accordo con quanto esposto da Bisin negli articoli, però, ecco, magari Monti avrebbe fatto meglio a stare zitto, stavolta, o a spiegarsi meglio. è assurdo che un presidente del consiglio faccia simili gaffes. In un periodo di crisi politica ed economica come quello attuale quella frase è un pugno in faccia a tantissimi precari.

Perchè la consideri una gaffes?

Vogliamo dei politici che continuino a raccontarci favole irrealizzabili per blandirci, facendoci perdere tempo (per poi dar la colpa ai cinesi), oppure qualcuno che dica le cose come stanno? Così da potersi regolare nella vita e battersi per cose concrete, ad esempio: un diverso tipo di ammortizzatori sociali, regole diverse per accedere ai mutui ecc ecc

Perchè la consideri una gaffes?

Perché il posto fisso non esclude la carriera.

Alberto, ma tu *non* dici che il posto fisso è noioso! Dici che la precarietà è necessaria ad alcuni processi economici. Dici che il posto fisso ha dei costi. Mi sembrano due cose ben diverse.

 il posto fisso è noioso!

non è che chi ha un posto fisso non lo possa cambiare anche una volta l'anno

ma lo fa se lo ritiene migliore e non perchè obbligato

scelta

alberto bisin 2/2/2012 - 16:03

e' chiaro che se perdere il posto significa dipserare per anni trovarne uno nuovo - nessuno mai lascera' di sua sponte. io dico solo che un mondo in cui il posto non e' fisso ma si trova facile e' un mondo da non sottovalutare

Va detto che la recente congiuntura economica ha portato alla nascita di forme di precariato tout court anche negli Stati Uniti; in proposito si veda questo programma della National Public Radio dedicato alla 'gig economy' (dove gig sta per lavoretto). Il fatto che questo fenomeno sia associato alla recessione dimostra chiaramente che la causa della precarietà è la rigidità dei salari e delle condizioni di lavoro nell'economia formale.  Come segnala l'economista Scott Sumner, chi rimane tagliato fuori da mansioni più produttive e desiderabili nel mondo del lavoro vero e proprio è costretto a cercare soluzioni alternative.

Mi sembra che la discussione in Italia abbia cominciato a girare a vuoto. Molti "giovani" della mia generazione non aspirano già da tempo alla protezione assoluta dell'art. 18. A un lavoro decente invece sì.

Invece di dire "il posto fisso è monotono" oppure "cambiare lavoro è bello", bisognerebbe cominciare a parlare di come migliorare quello che c'è. Che ci sia bisogno di una riforma degli ammortizzatori sociali, quello credo che ormai sia accettato da tutti, perché la cassa integrazione così com'è non favorisce di certo il lavoratore che sta per essere licenziato perché l'azienda va male. Tutti sappiamo che la cassa integrazione è quasi sempre solo l'anticamera del licenziamento.

Insomma, bisognerebbe separare quella che è la "protezione del lavoratore", da quella che è la "protezione del posto di lavoro" come giustamente dice Bisin.

Invece, sul post in questione ho una domanda da fare a Bisin.

Una cosa è fare il precario per 10 anni e poi ottenere una agognata tenure. Una cosa è essere licenziati a 55 anni e cercare disperatamente un lavoro in competizione con i ventenni. Io negli USA ho visto troppi anziani mettersi dietro le cassiere dei supermercati per aiutare i clienti a imbustare la spesa.  E quindi: va bene la mobilità, ma non ci sarebbe magari bisogno di una protezione crescente nel tempo per evitare tragedie familiari in tarda età?

anziani

alberto bisin 2/2/2012 - 17:10

sono d'accordo, si vedono spesso anziani in lavori umilianti negli Stati Uniti. E non e' un bel vedere. Ci sono tanti fattori; non ultimo che la fragilita' della famiglia. 

r.

marcodivice 2/2/2012 - 16:23

il discorso di bisin fila che è un piacere. Credo che adottare la proposta Ichino (anche Boeri anni fa propose qualcosa di analogo) rappresenterebbe un passo avanti rispetto alla situazione attuale. però. Però a me sembra il modus operandi già visto in passato con le liberalizzazioni. Si parte da dichiarazioni roboanti per partorie il topolino, con il problema oggettivo che se stavolta alle parole seguiranno i fatti, quanto non fatto con le liberalizzazioni e costi della politica lascerebbero il fianco scoperto alle critiche . Semplificando: perchè noi si e loro no? Avrebbe dovuto esser più coraggioso ed includere tutto nello stesso decreto, ma magari sbaglio io.

Chi dice il contrario, o non capisce o è in malafede. Nel caso italiano, di solito, è in malafede. 

Non saprei. Parlando con molti amici, studenti universitari e dottorandi in fisica e altre materie scientifiche, mi rendo conto che spesso è ignoranza. C'è pochissima comprensione dei trade-off che certe scelte implicano. Il modello superfisso la fa da padrone...

Non ho mai sentito nessuno lamentarsi del precariato. Della mancanza di assicurazione sanitaria, sì, sempre. Della disoccupazione ogni tanto, specie nei periodi di crisi come questo. Ma mai del precariato. Mai dei giovani che non riescono ad avere sicurezza sufficiente per metter su famiglia. Non esiste nemmeno la parola “precariato”. almeno non con il significato peggiorativo che ha in italiano

Vorrei farti una domanda: negli Usa il lavoratore precario con contratto da 7 ore pagate che lavora per 9-10 ore, si lamenta o no?

Se si lamenta, in che modo?

deve essere una doimada retorica, questa. ma non l'ho capita. cosa vuol dire.  se uno lavora di piu' di quanto specificato nel contratto di solito  e' per far carriera. oppure perche' c'e' la coda fuori e lavora sotto minaccia di licenziamento. 

Non era rotorica. Tu hai scritto che negli Usa nessuno si lamenta del precariato e siccome sappiamo tutti bene che il posto fisso ha lo scopo di impedire gli abusi, ti ho chiesto: quando negli Usa un lavoratore precario viene pagato per 7 ore e lavora 9-10 ore, si lamenta o no?

Se un lavoratore negli Stati Uniti fa straordinari non pagati e ha una paga oraria (non lo stipendio settimanale o mensile, come invece accade ad es. per molti dirigenti o per lavoratori IT che fanno ore extra) può fare causa al datore di lavoro ed essere pagato per le ore effettivamente lavorate.  In Italia questo è meno praticabile, visti i tempi della nostra giustizia.

ecco appunto, sono due situazioni ben diverse, fare straordinari per la carriera (scelta) o per non perdere il posto (costrizione). Insomma se la precarietà serve solo a mettere il sale sulla coda ai piccioni (lavoratori) non può stupire che incontri resistenze. Tanto più se quelli che mettono il sale hanno invece un posto intoccabile...

Personalmente mi piacerebbe che tutti avessero un pizzico di sale sulla coda, ma senza diventare tutti baccalà sotto sale!

Nessuna obiezione sulla necessità di un mercato di lavoro flessibile.

Oltretutto ci sono indagini che dimostrano che nei paesi dove un sistema flessibile funziona il posto fisso è ritenuto davvero monotono e non desiderabile.

Allo stato attuale però in Italia non avere il posto fisso significa avere un lavoro con buona parte dei diritti ( sciopero, orari umani, diritto di replica ai superiori etc ) fittizi, con condizioni di lavoro peggiori rispetto ai colleghi a TI, e la cui perdita prefigura un lungo tempo di disoccupazione senza ammorizzatori sociali.

Una condizione umana su cui non credo che far battute sia né utile né di buon gusto.

concordo. i due mondi, quello con le protezioni in cui il precario e' rovinato se perde lavoro - e quello senza, in cui e' facile perdere lavoro (o lasciarlo) ma anche ritrovarlo - sono proprio due mondi (due equilibri diciamo noi). per saltare da uno all'altro ci vogliono politiche di liberalizzazione dei mercati e una transizione - che puo' anche essere non facile da oltrepassare. 

Mi riferisco sia alle condizioni economiche (l’eccessiva partecipazione dello Stato inefficiente nella vita economica) che a quelle culturali (in cui il desiderio del “posto fisso” è scolpito quasi indelebilmente nella mente di molti)

Per quanto riguarda quelle culturali, il mammismo italiano (leggi le polemiche sui bamboccioni e recentemente sugli sfigati) implica che chi abbandona il protettivo nucleo familiare lo faccia solo se trova altrettanta protezione fuori. Per esempio con un posto fisso, meglio se statale.  La cultura del posto fisso secondo me  ha tutta l'aria di essere una prosecuzione della Sindrome di Peter Pan

image

e gli sfigati.Io sarei favorevole ad un sistema che disincentiva il fuoricorso perchè 1)sono un costo per lo stato dato che non restituiscono l'investimento fatto su di loro 2)occupano posti rendendo meno efficienti i servizi a chi è in corso 3)sveglierebbe qualche addormentato.

detto questo però, a me pare evidente che quella di Martone è una sonora cazzata: il signore in questione non ha alcun diritto di dare giudizi morali sulle scelte personali di chicchessia.

C''è una gran bella differenza tra il disincentivare una pratica dannosa per la collettività ed esprimere il proprio disprezzo per chi la opera. Martone se ci tiene a fare il moralizzatore e a diffondere il suo verbo salvificotra gli italiani dovrebbe provare a farsi eleggere sotto altro incarico (decidete voi quale)

tra l'altro nelle risposte che dà sul suo sito

http://www.michelmartone.org/ dimostra di non averlo proprio capito qual'è il vero punto, dato che insiste con le stesse argomentazioni

per tornare a monti - mi pare si possa fare più o meno lo stesso discorso, anche se la cazzata mi sembra meno sonora-ma tale rimane-, perchè una cosa è dire che la flessibilità del lavoro serve, e mi pare serva, e un altra è dire che la vita con il posto fisso è noiosa.

Se sia noiosa o meno non è affare del sior monti, che come pdc ha altro ruolo che quello di maestro di vita.

amen

sono

michele t 3/2/2012 - 11:03

solo io ad avere problemi con la formattazione del testo?

A me quell'uscita da parte che uno che prima ancora di cominciare a lavorare si è fatto nominare senatore a vita  (evidentemente una scranno di senatore con i relativi emolumenti per tutta la vita e senza neanche il fastidio di farse eleggere non è "monotono") mi ha fatto venire in mente quella di Maria Antonietta a proposito delle brioches. E mi ha fatto venire voglia di tirargli un modellino in marmo del duomo di Milano. Tanto per rimanere nel campo dei tecnici, Carlo Azeglio Ciampi non era senatore a vita quando è andato a fare il Presidente del Consiglio, e quando è stato eletto Presidente della Repubblica ha pure rinunciato all'appannaggio.

La frase intera é:

”I giovani devono abituarsi all’idea che non avranno un posto fisso per tutta la vita. Del resto, diciamo la verità, che monotonia un posto fisso per tutta la vita. E’ più bello cambiare e accettare nuove sfide purché siano in condizioni accettabili. E questo vuol dire che bisogna tutelare un po’ meno chi oggi è ipertutelato e tutelare un po’ di più chi oggi è quasi schiavo nel mercato del lavoro o proprio non riesce a entrarci”


Che ha un significato diverso rispetto al solo "il posto fisso è noioso"

secondo me il problema e' proprio questo, capire cosa si intende per "condizioni accettabili", altrimenti si rischia di parlare a vuoto. Ha senso il post di Alberto Bisin quando parla del posto fisso, proprio perche' e' un post, meno senso ha l'affermazione generica di un premier su un argomento cosi' importante; per fare tali affermazioni bisognerebbe quantomeno essere un po' piu' precisi e spiegare cosa si intende per condizione accettabile, perche' una frase detta in questo modo puo' voler dire tutto e niente.

Che ha un significato diverso rispetto al solo "il posto fisso è noioso"

 

E' stato riportato correttamente "monotono", non "noioso", però segnalo che il Vocabolario Treccani lo mette in correlazione, anche forte...

RR

Bisognerebbe sempre non confondere flessibilità con precarietà.
In Italia i due termini sono ormai sinonimi.
Due, mi sembrano, le cose rimarchevoli affermate da Bisin.
1) la protezione è del posto di lavoro, non del lavoratore;
2) Negli Stati Uniti il lavoro precario tende ad avere salari superiori a quello fisso (perché richiede la remunerazione del rischio di perdere il lavoro).
In Italia, invece, la discussione sembra tutta focalizzata sul mantenere o meno l'Art. 18.
Ma perchè il lavoro sia flessibile bisogna che prima ci sia, il lavoro.
Anche in Italia le imprese innovative, se hanno prodotti e mercato, assumono senza preoccuparsi dell'art. 18.

un commento.

luigi 2/2/2012 - 20:16

vi riporto un commento di una mia amica, che mi sembra particolarmente azzeccato:

la parte del problema che da' fastidio a me e' che la frase il posto fisso e' noioso non vuol dire niente se non mi spieghi "as opposed to what" perche' as opposed to laurearsi con 110 e lode e lavorare a nero e/o in un call center, ma vfnc... as opposed to un mondo di opportunita' in cui lasciato un lavoro ne trovi un altro e a 50 anni non sei finito ma potresti scoprire la tua vera passione e start a new career, a vabbe', allora si che e' noioso e se mi stai dicendo, dietro la battuta, che vuoi lavorare per passare a questo nuovo equilibrio, mi sta pure bene, ma me lo devi dire. Altrimenti, io ipotizzo che stiamo nell'equilibrio di adesso, non in quello del mondo di opportunita'.

p.s. quando ho suggerito alla mia amica di postare questo commento mi ha risposto:

"come studiarono loro in un vecchio post, noi femmine ci rompiamo le palle di polemizzare su nfa, poi l'idea di litigare con qualche troll mentre potrei farmi lo shampoo mi deterre"

una cosa non riesco a capire, dall'alto della mia ignoranza, relativamente al tema. D'accordo con il fatto che gli articoli 1 e 18 dello statuto dei lavoratori sono una protezione del posto di lavoro, piuttosto che del lavoratore, ma non riesco proprio a capire come ciò si correli con la possibilità di raggiungere l'efficienza allocativa, dato che tali articoli prevedono già la possibilità di licenziamento per cause economiche (crisi dell'azienda o decisioni in merito alla ristrutturazione), che per altro a me paiono anche molto lasche, dato che consentono a molte grandi imprese di distribuire grandi dividendi e super-bonus ma contemporaneamente di licenziare/esternalizzare (ma ciò ha più a che fare con la morale che con la scienza economica, anche se poi la legislazione dovrebbe curare anche questi aspetti), ossia per cause c.d. OGGETTIVE oltre che per le cause c.d. SOGGETTIVE, ossia il comportamento del singolo lavoratore (scarsa produttività, comportamento in contrasto con il regolamento aziendale etc) che si sostanzia nelle famose TRE lettere di richiamo (che, diciamoci la verità sono piuttosto una farsa, visto che basta anche un ritardo di 10 minuti per farti una lettera). Inoltre è anche consentita la libera recessione del contratto (ovviamente dopo un accordo sulla buonuscita) come in tutto il resto del mondo. Il problema è che l'azienda è costretta ad affrontare pesanti spese legali (come anche il lavoratore)? Rendiamo più efficiente la giustizia.

Il problema dell'Italia non è l'eccessiva protezione degli insider (come dimostrano i licenziamenti a iosa messi in atto, anche giustamente, in questa fase della crisi e l'ampio ricorso alla CIG), ma la totale assenza di tutela per gli outsider, che crea eccessiva frammentazione del reddito e sfruttamento, nonché l'incapacità di proporre e mettere in atto una seria politica industriale, di investimento (anche pubblico) efficiente, investendo sulle risorse proprie del nostro paese: il territorio, l'arte, l'innovazione, i giovani.

Mi piacerebbe conoscere in che contratto nazionale 3 lettere per ritardi di 10 minuti bastano a licenziare.

Già ha ragione. Per esempio nel commercio non sono 3, ma cinque, dopo diffida per iscritto. Comunque non era questo il punto, quanto il fatto che il licenziamento per ragioni economiche esiste eccome.

aumentare la protezione degli outsider di oggi non impedirebbe affatto la nascita di una nuova generazione di outsider domani. Impedire che ciò avvenga per legge produrrebbe un ulteriore perdita di competitività del nostro sistema produttivo.

Dunque noi non vogliamo aumentare la tutela ai lavoratori del call center (esempio pratico, altrimenti essendo io ignorante non capisco), perché ciò non vuol dire che non ci sarebbero in futuro figure analoghe, ma ciò costituirebbe comunque un ulteriore perdita di competitività del sistema produttivo. A parte chiarie se una cosa ha o non ha effetti, allora per aumentare la produttività eliminiamo anche: malattia, maternità, infortuni, nonché le tasse gravanti sulle impresi per pensioni e CIG (che almeno aumentiamo anche l'efficienza allocativa perché riduciamo la differenza fra salario e costo del lavoro). Ovviamente abbassiamo i salari.

Saremmo efficienti? Forse. Ma non so se in un mondo come questo l'offerta creerebbe la sua domanda. Voi ne siete convinti?

Il problema, è che per quanto riguarda gli ammortizzatori sociali dovrebbe occuparsene lo Stato, e non caricare parte dei costi sulle imprese. Inoltre, alcune misure di assistenza sociale vanno ampliate e migliorate, e a questo devono pensare i politici.

La considero una gaffe perché nessun giovane si aspetta il posto fisso, una retorica del genere è portata avanti solo dai sindacati, dalla sinistra radicale, da una parte del PD e dai centri sociali. I giovani sanno benissimo che non avranno mai un posto fisso, quello che vogliono è la possibilità di trovare un lavoro decente: ma con quest'uscita montiana (che era OVVIO che i giornali cogliessero al volo) abbiamo buttato alle ortiche la possibilità di discutere nel merito, perdendoci in tanti bei segoni mentali sul posto fisso o non fisso. Peccato.

Sei stato chiarissimo.  Partendo da questi presupposti allora l'uscita Montiana potrebbe non essere una gaffes (aggiungo il presupposto che non è un cretino e sembra sempre pesare molto le parole).

Quindi potrebbe anche aver voluto dare questo argomento, propro in questa forma e in questo momento in pasto ai giornali.

Al motivo ci devo ancora pensare :-) ma, volendo vedere dei collegamenti, anche l'altra "gaffe" governativa di qualche giorno fa (quella sugli sfigati) fa passare un messaggio simile. Magari è un caso.

Credo che il tono con cui è stata formulata l'affermazione sia suonato offensivo, più che il contenuto. Come se i giovani italiani fossero dei lagnosi alla ricerca del posto fisso entro 3 km da casa, così magari ci puoi tornare nella pausa pranzo. Il tono era francamente quello di un privilegiato. Sappiamo tutti che in Italia il mercato del lavoro è ingessato, e pensare di smuoverlo con posizioni di parte (abolizione dell'art. 18, etc.) e con boutades di questo tipo è ridicolo. Da un governo serio si attendono proposte serie, che sino ad ora, mi dispiace, galleggiano nel limbo. 

Credo che il tono con cui è stata formulata l'affermazione sia suonato offensivo, più che il contenuto

Il fatto è che non c'è alcun contenuto. E' possibile che Mario Monti non sappia che lo Stato per funzionare ha bisogno di medici, poliziotti, magistrati, insegnanti, funzionari, amministrativi, etc, che sono tutti lavori tradizionalmente monotoni? La dichiarazione di Monti cosa dovrebbe voler dire, che in futuro ci sarà il medico di famiglia precario? L'artigiano che svolge l'attività da una vita, di un mestiere imparato dai genitori, imparato dai nonni, dovrebbe abbandonare il suo posto fisso perché monotono? Spero di no, il made in Italy è in grandissima parte artigianato generazionale. Se ci pensi un attimo la dichiarazione di Monti non ha contenuto, è solo una provocazione bella e buona.

C'e' anche il gruppo facebook, aperto qualche anno fa:
https://www.facebook.com/group.php?gid=30594383730

Comunque da ex-giovane precario non posso concordare con l'opinione generale. Ci sono molti in Italia "precari" per scelta. Da lavoratori nel settore alberghiero a consulenti informatici.

Il problema e' che richiede un cambiamento di mentalita', muoversi per cercare il lavoro dove c'e', imparare, riqualificarsi ecc.

Io capisco che non e' ancora possibile in Italia per un laureato in Lettere o in Economia per esempio trovare un lavoro precario qualificato, non tutti almeno. Ma questo sarebbe un altro problema penso.

- Quando fa notare che ”I giovani devono abituarsi all’idea che non avranno un posto fisso per tutta la vita. E questo vuol dire che bisogna tutelare un po’ meno chi oggi è ipertutelato e tutelare un po’ di più chi oggi è quasi schiavo nel mercato del lavoro o proprio non riesce a entrarci”  MM fa un'osservazione empiricamente corretta e ne trae anche una conclusione adeguata all'attuale situazione italiana. Ossia, SE vogliamo mantenere a posto fisso quelli che gia' ce l'hanno, con salari, prebende e vantaggi di cui godono, ALLORA occorre occorre mantenere nel precariato piu' abominevole e sottopagato gli altri, per compensare il costo totale. Non c'e' ascesa degli uni senza mobilita' degli altri e, se aspettiamo che i superprotetti vengano "eliminati" dalla demografia, aspettiamo ancora troppi anni e facciamo crollare il sistema economico oltre che scatenare la rivolta. sociale.Su questo non ci piove, non e' un concetto particolarmente nuovo e, senza dubbio alcuno, se si fosse limitato a spiegare questo dando esempi pratici (e, vedi sotto, facendo operare il suo governo perche' i peggiori casi di immobilismo parassitico si cominciasse ad eliminarli) non solo non avrei nulla da ridire ma lo appoggerei. Applaudirlo, come fanno alcuni, mi sembra servile, anche perche' arriva buon ultimo a spiegare cose che alcuni di noi si son scottati di spiegare in tempi molto meno "favorevoli" a questa prospettiva.

- Quando invece sentenzia:"Del resto, diciamo la verità, che monotonia un posto fisso per tutta la vita."  dice una falsita' che, perdippiu' puzza di ipocrisia e snobbismo. Dice una cosa falsa perche' una delle ipotesi base su cui tutta la teoria economica della scelta e del benestare e' basata e' che le nostre funzioni di utilita' sono concave, quindi preferiamo stabilita' del consumo/reddito/sforzolavorativo nel tempo all'opposto. QUINDI il posto fisso, le garanzie, la carriera piena di certezze e tutto il resto NON sono noiosi, almeno non nell'unico senso rilevante che e' quello alternativo. Ossia, sono meno noiosi e molto piu' graditi della loro alternativa, che e' il licenziamento continuo, l'ansia, l'insicurezza, la carriera che non c'e'. Il fatto che, siccome siamo eterogenei ed alcuni di noi sono meno avversi al rischio di altri, alcuni di noi scelgano carriere piu' rischiose (che magari rendono di piu') non vuol dire NULLA: SE quelle carriere piu' rischiose non generassero maggiori soddisfazioni sia professionali, che personali, economiche COL CAVOLO che le sceglieremo. L'accademico medio una tale banalita' la dovrebbe sapere, specialmente se economista, sia perche' (nonostante i rischi iniziali) la tenure arriva piuttosto presto (prestissimo, nel caso di MM, che deve essersi annoiato da morire negli ultimi 40 anni ...), sia perche' molti di noi hanno rinunciato, a suo tempo, a rischiosissime carriere a GS e paraggi che avrebbero implicato piu' soldi ma meno posto fisso, eccetera, eccetera. Tutte banalita', le guali rendono la frase meno scusabile, specialmente da uno che fa dell'aplomb e dello stile una specie di medaglia sul petto ...

- Quando cerca di aggiustarla, aggiungendo: "E’ più bello cambiare e accettare nuove sfide purché siano in condizioni accettabili." si rende un po' ridicolo, perche' emette una vuota tautologia. OVVIAMENTE e' piu' bello cambiare se quanto mi offrono e' accettabile: se non lo fosse non cambierei e se cambio dev'essere che lo preferisco, o no? Ma il dibattito NON e' sulla questione se e' piu' bello fare carriera saltando di successo in successo verso il non farla. Il dibattito, che occorre vincere ANCHE non umiliando gli sfigati e quelli nati peggio, e' se in media sia preferibile un mondo dove si corre anche il rischio di essere licenziati controvoglia ma c'e' possibilita' di ritrovare un lavoro rapidamente e si viene anche premiati (economicamente) quando si e' produttivi ad un mondo come l'attuale, in Italia. Per vincere questo dibattito affermazioni del genere non aiutano, anzi confondono le acque.

 

Morali:

1. Un buon economista non dovrebbe mai confondere l'analisi positiva con quella normativa. Che occorra mobilita' e flessibilita' e che sia necessario correre rischi occupazionali che 40 anni fa erano meno necessari, e' un fatto, ossia la conseguenza dell'analisi positiva. Che per svariati gruppi sociali questo sia meglio di quanto avveniva prima perche' e' meno "noioso" e' falso ed e' una falsa implicazione normativa dell'analisi positiva. 

2. Un buon politico, come MM chiaramente vuole essere se non gia' e' da molto tempo, sta attendo a non confondere le preferenze che dichiara di avere (come m'annoia il posto fisso) con quelle che la sua vita rivelano (non credo serva mi dilunghi su questo).

3. E, di nuovo, un economista e politico attento alla logica dovrebbe fare attenzione a non confondere la utilita' attesa con quella realizzata ... Quando si entra nel mercato del lavoro l'utilita' ATTESA (ossia la media, calcolata sopra tutte le possibili realizzazioni di una carriera) e' minore se il rischio di perdere il lavoro frequentemente e non volontariamente e' alto. Quindi, all'aumentare del rischio, l'utilita' attesa tende a diminuire. Anche se fosse vero che i guadagni attesi medi (in termini monetari e professionali) crescono al crescere del rischio che ognuno affronta e' perfettamente possibile che l'utilita' attesa diminuisca. Ma il punto di fondo e' che, all'aumentare del rischio, saranno parecchi quelli che, nella realizzazione concreta della loro carriera, NON saranno fortunati. Ossia, avranno carriere misere, con pochi soldi, poche soddisfazioni, eccetera. E' divertente scoprire, l'ho appena scoperto in questi giorni, che questo e' vero ... indovinate un po' di chi? Dei professori universitari americani ... Questo implica che chi, come MM o anche come l'MB che qui scrive, ha avuto una carriera buona o addirittura ottima (ex post) dovrebbe evitarsi lo snobbismo altezzoso di dare dei "noiosi" a quelli che, essendo stati piu' sfigati nella loro realizzazione concreta, preferirebbero, ex-post, aver scelto carriere con minor rischio.

Quest'ultimo punto, me ne rendo conto, e' piu' soggettivo di quelli precedenti, quindi sono meno disposto ad argomentare per difenderlo anche perche', avendo scelto io una carriera abbastanza piu' rischiosa di quella media dei miei colleghi, non mi sento "istintivamente" molto vicino ai pavidi. Ma e' rilevante comunque visto che il dibattito in corso e' ANCHE redistributivo e non solo di efficienza. E, in questioni redistributive, cio' che conta sono le realizzazioni e non i valori attesi perche' sono le realizzazioni che la gente valuta e sulla base delle quali fa le proprie scelte politiche. Quindi NON e' buona cosa predicare il rischio prima di aver cacciato dai loro posti fissi e supergarantiti le migliaia di privilegiati di lusso che li occupano da decenni e che sembra continueranno ad occuparli. Bassa retorica per bassa retorica: non parlo degli operai FIAT ma dei Michel Martone di questo paese.

Re: Che noia il

tizioc 3/2/2012 - 06:07

- Quando invece sentenzia:"Del resto, diciamo la verità, che monotonia un posto fisso per tutta la vita."  dice una falsita' che, perdippiu' puzza di ipocrisia e snobbismo.

Per una volta concordo pienamente con Boldrin.  Del resto il fatto che in paesi come gli Stati Uniti e il Regno Unito (dove, almeno in prima approssimazione, non operano le distorsioni provocate dal dualismo tra insider e outsider) il lavoro meno sicuro sia pagato di più, dimostra chiaramente che la sicurezza del lavoro è considerata un fattore di qualità, non certo di 'monotonia'.  Con le sue considerazioni, Monti sembra prendersi gioco di tutti quelli che oggi sono verosimilmente tagliati fuori dai lavori più produttivi e gratificanti, e fa paradossalmente l'interesse di quegli insider, privilegiati e percettori di rendite di cui a parole vorrebbe ridurre la tutela.  L'errore di valutazione mi pare evidente.

Non potevi dirle meglio!

Concordo al 100%.

E mi fa specie poi che un economista\politico confonda "posto fisso" (che NON significa necessariamente impiegato alle poste) con "monotonia".

Personalmente sono 10 anni che lavoro,senza aver mai cambiato "posto" (azienda si, tra spin off, JV, acquisizioni...), eppure ho fatto nel tempo cose diverse. Che richiedevano competenze e responsabilità differenti.

E molti miei colleghi nei "dinamici" US hanno avuto carriere analoghe.

Sono completamente d'accordo.

Il problema del posto fisso e della sua monotonia è un non problema nel senso che se ci fosse la possibilità di cambiare e di avere un'abbondaza di offerte di lavoro nessuno si porrebbe il problema del posto fisso.
Il mio lavoro è diventato monotono? ho perso interesse in quello che sto facendo? ho problemi con i miei colleghi? non c'è più intesa con il mio datore di lavoro? sono ai ferri corti con qualche manager o qualche capetto che mi rende la vita difficile? la mia azienda vuole ristrutturare? è arrivato il figlio ignorante del padrone e vuole cambiare tutto con un colpo di spugna facendo fallire l'azienda? voglio più soldi? voglio meno soldi per avere più tempo?
Allora cosa c'è di meglio che un sano addio, cancellare tutto prima che la situazione degeneri.
In abbondanza di offerte di lavoro il posto fisso è un non problema. Non ci sarebbe nemmeno l'art 18 il dipendente se ne andrebbe prima.
Toccare l'art 18 in Italia adesso significherebbe permettere ai manager attuali di mettere in atto una serie infinita di vendette trasversali che avranno come risultato l'espulsione di centinaia di lavoratori scomodi fastidiosi e non allineati.

La schiera di incapaci e raccomandati, gente che occupana posizioni rilevanti in azienda che è spesso a fianco dei nostri imprenditori, avrà carta bianca per applicare la regola aurea: fare in modo che nessun collega possa minare la loro posizione privilegiata.
L'inapplicabilità di un sistema moderno di relazioni lavorative in Italia può essere riassunta in questi punti:

1) L'assenza totale di criteri di valutazione e di reclutamento della forza la lavoro, di meritocrazia interna alle aziende, di un sistema di gestione dei risultati: l'assenza dell'idea stessa di risultato.

2) Scarsa conoscenza delle effettive competenze del personale in azienda, incapacità di valorizzarle, ricorso continuo a consulenti esterni ritenuti maggiormente qualificati con assurdo aggravio di costi.

3) Difficoltà nella mobilità lavorativa a livello nazionale e anche locale per mancanza di servizi alla famiglia, nidi, scuole per l'infanza, trasporti pubblici e di una vera politica per la casa.

4) Totale mancanza di pianificazione e di investimenti a lungo termine con ovviamente ritorni economici positivi a lungo termine.

Questo dimostra che il sistema non è competitivo.

Se lo fosse allora lavoratori scomodi, fastidiosi, incapaci e raccomandati sarebbero al piu' presto sostituiti da lavoratori capaci e metitevoli. Pena la fine dell'azienda per impossibilità di procedere a fronte di altre aziende che seguano la strada delle competitività. 

Nel privato un simile sistema non competitivo dura poco.

Secondo me  stai descrivendo sistemi pubblici o sistemi che godono di rendite di posizione (monopoli o cartelli).

Sta descrivendo anche il privato.

Privato dove però il pubblico interviene massicciamente, vuoi come cliente, vuoi elargendo sussidi più o meno espliciti.

Permettendo ad aziende zombie di campare per generazioni.

Sto descrivendo il privato. Ho sempre e solo lavorato nel privato dove esistono tanto quanto nel pubblico le rendite di posizione. Rendite che vengono poco a poco rosicchiate da non lungimiranti proprietari consigliati da schiere di incompetenti consiglieri. Fortunatamente da un lato queste aziende chiudono ma anche creano spazi di monopolio e di non competitività che peggiorano il tessuto di competenze dei lavoratori e questo a danno di tutto il tessuto sociale.
Francamente a volte toglierei la possibilità alla proprietà di decidere sul futuro di una azienda, per evidente incompetenza, e la darei a un ente terzo. Non è possibile affidare la vita di decine di famiglie a gente che non è in grado di gestire nulla.
E sono nel Veneto produttivo e lavoratore!!!
Son stufo di queste parole d'ordine e luoghi comuni tipo art. 18, il privato è bello, innovazione, formazione. Guardate la fine che hanno fatto aziende tipo Olivetti, Campagnolo.
La formazione è quasi a zero almeno nelle aziende che conosco io da 10 a 150 dipendenti, il poco che c'è di innovativo lo porta avanti qualche tecnico sottopagato che si forma a sue spese e di notte e che lavora più per passione che per il salario.
Le rendite di posizione poi solitamente vengono sprecate tra il comparto commerciale e quello amministrativo senza reinvestire nella famosa innovazione.
Quante di queste aziende ho visto fallire sia nel passaggio generazionale sia nello spreco delle famose rendite di posizione.

La domanda da porsi è: perché altrove le offerte di lavoro ci sono, nonostante la tanto odiata flexicurity, e qui no?

Sto descrivendo il privato. Ho sempre e solo lavorato nel privato dove esistono tanto quanto nel pubblico le rendite di posizione.

In Italia il privato "grande" (Fiat, Pirelli) tende a diventare simile al pubblico, allo Stato cui e' colluso (specie nel passato) per sussidi, protezione dalla concorrenza, tangenti, leggi sui prepensionamenti. Poi simili al pubblico diventano anche molte piccole imprese che vivono di commesse pubbliche, anch'esse colluse con lo Stato.

Ho visto citati degli studi, che sarebbe interessante approfondire, secondo cui sia nello Stato italiano sia nelle grandi imprese italiane, statisticamente, non c'e' meritocrazia, empiricamente, perche' si osserva che  c'e' poca correlazione tra risultati scolastici e successo personale.  Al contrario nelle piccole imprese private tale corrispondenza c'e'.  Non certo per cultura, perche' a me sembra che la cultura italiana sia di natura anti-meritocratica, ma per necessita' di competere nel mercato, specie estero immagino, il complesso delle piccole imprese italiane risulta meritocratico, empiricamente.  Credo che da questo bisognerebbe partire, bisogna fare in modo che una parte sempre maggiore di imprese, anche e specie medio-grandi, sia piu' esposta al mercato e meno collusa coi finanziamenti pubblici e le protezioni e concessioni statali.

Riguardo l'articolo 18 e' evidente che si tratta di un baluardo ideologico connaturato col complesso di potere sindacale italiano, che e' strettamente colluso con lo Stato. Una societa' moderna non dovrebbe avere l'obbligo di reintegro senza altre possibilita' per i licenziamenti non per giusta causa, specie quando la magistratura del lavoro e' poco seria ed onesta e da' un'intepretazione ultra-estensiva di cosa non sia "giusta causa".

Tuttavia e' necessario tenere presente che l'art. 18 e' una risposta ideologica, sbagliata e nociva ma ad un problema storico reale, la precarieta' del lavoro agricolo specie dei braccianti della bassa padana fino ai primi decenni del 1900, quando perdere il "posto" metteva a rischio di morire di fame per l'intera famiglia.  Sia pure molto attenuato, il problema esiste anche ai nostri giorni, perche' le pessime elites politico-sindacali italiane hanno costruito un catafalco ridicolo e assurdo ma soprattutto insostenibile a sostegno della continuita' dell'occupazione dipendente (in realta' di una modesta minoranza di lavoratori dipendenti), che ha come conseguenza l'espulsione dalla possibilita' di impiego dipendente decente di qualunque lavoratore anziano (sembra che ora si parta da 45 anni) perda il posto. In queste condizioni risulta difficile rimuovere prima l'articolo 18 e poi una serie di altre stupidaggini che ingessano il comparto del lavoro dipendente italiano.  Una delle stupidaggini di maggiore importanza sono le progressioni salariali automatiche di carriera molto superiori rispetto all'estero, che producono salari iniziali molto bassi e salari finali molto alti, indipendenti dalla produttivita', e inducono le imprese a cercare in ogni modo di prepensionare sostituendo con giovani (producendo anche una ridicola cultura che giustifica intellettualmente tale operazione).

In un periodo in cui i posti di lavoro latitano, chi fosse licenziato o finanche dimessosi (costretto come alternativa al licenziamente)  non troverà mai più un posto di lavoro. (chi è quel pazzo che in questa situazione si dimette volotariamente senza già avere un nuovo posto?) Poichè non potrà spiegare i motivi  delle dimissioni (che risultano dal libretto di lavoro) il possibile nuovo datore di lavoro penserà nella migliore delle ipotesi che abbia cornificato il vecchio op stuprato un paio di colleghe, più probabilmente che abbia rubato almeno metà ufficio o officina o menato l'ex datore di lavoro o il capo o mezzo ufficio o reparto. E nel caso il licenziamento non fosse giusto il poveraccio non avrà nessuna possibilità di evitare la sua ingiusta rovina prossima ventura.

Il confronto fra posto fisso e non fisso che si fa normalmente non e'  tra due posti identici, uno in cui si puo' essere licenziati e uno no; si immagina (un po' vagamente, ammetto) il posto fisso come il posto alle poste, 9-5, senza carriera possibile.... mentre quello non fisso come un posto rischioso in cui uno puo' essere licenziato ma puo' anche far carriera. 

Forse questo confronto si fa nella teoria. Ma nella pratica realtà, i giovani di oggi (mi ci metto pure io, che a 36 suonati sono un "diversamente giovane") fanno il confronto tra loro (precari) e chi fa lo stesso identico lavoro (spesso fatto peggio) ma è garantito.

«Le differenze nei regimi di protezione dell’impiego appaiono largamente incorrelate alle differenze tra i tassi di occupazione dei vari paesi» (European unemployment: the evolution of facts and ideas, Economic policy 2006) (cito di seconda mano, da Brancaccio).

Se questo è vero, la tesi del prof. Bisin, secondo la quale la protezione degli uni danneggia gli altri, è errata.

O ci sono dei dati a provare la correlazione, oppure non si può usare un argomento simile. Non credo che Blanchard sia accusabile di avversione ideologica contro la flessibilità del lavoro.

Se non sbaglio lo stesso Blanchard si è occupato più volte di questo tema, con risultati talora difficili da interpretare; vedi ad esempio The Role of Shocks and Institutions in the Rise of European Unemployment: the Aggregate Evidence.

Uno dei problemi è che le possibili fonti di distorsione nel mercato del lavoro sono molteplici.  Non è affatto scontato che una protezione del lavoro eccessiva influisca sull'occupazione nel lungo periodo, piuttosto che ad esempio contribuire a ridurre la produttività e il reddito dei lavoratori stessi, e/o favorire lo sviluppo di un'economia parallela di attività autonoma meno regolamentata.  Al contrario esistono altri fattori (ad esempio la determinazione delle retribuzioni o gli incentivi creati dalle politiche di assistenza sociale) che possono avere un'impatto più diretto sull'occupazione.

Per di più lo stesso Blanchard (nella citazione da lei riportata) chiarisce che "[e]mployment protection is probably one of the main factors behind the long unemployment duration in Europe;" (corsivo aggiunto).  Quindi, l'effetto della protezione del lavoro è che il lavoratore disoccupato resta tale per più tempo, anche se al tasso di occupazione concorrono piuttosto altri fattori.

Vorrei capire un po' piu' in dettaglio cosa si intende per

permettere alle imprese di licenziare per ragioni economiche

perche'  è una frase generica che puo' significare molte cose, 

se non si entra nel dettaglio. Grazie

Una precisazione:quello che non mi quadra è che ci sono decine di esempi in italia di aziende che

chiudono definitivamente o portano all'estero parte o tutta la produzione o riducono gli organici

e io questo lo definisco licenziare per ragioni economiche,percio' in teoria e in pratica quel permesso le aziende lo hanno gia. 

se si debba per forza obbligarle di trasferirsi all'estero o chiudere, piuttosto che tenere in vita quei posti di lavoro che potrebbero e vorrebbero tenere. 

L'obbligo a trasferirsi all'estero o chiudere(e pure ad attrarre investimenti dall'estero) da quello che scrivi è dovuto secondo te principalmente a troppe protezioni della manodopera?
Secondo me esistono altri fattori,piu' importanti,ma forse piu' complicati da migliorare che lo determinano e sono motivi arcinoti:burocrazia,processo civile,tassazione alta e in alcune zone mafia.

Quello che l'autore non sa, infatti, o finge di non sapere (vedi mio commento precedente "Un ignorante", che è comunque riferito al sottoscritto, e non all'autore) è che gli artt. 1 e 18 dello statuto dei lavoratori CONSENTONO GIA' il licenziamento per ragioni economiche, che in parte rientrano nella casistica oggettiva (cioè facente capo all'azienda: ristrutturazioni, crisi, mancanza di liquidità etc.), ed in parte in quelle soggettive (ossia facenti capo al lavoratore: bassa produttività, assenteismo, blocco della produzione etc.). Tutto il resto è fuffa. Come anche il fatto che una deregolamentazione porterebbe lavoro od un aumento della produttività. Commento a latere: avete notato che il governo che vorrebbe maggiore mobilità è anche lo stesso che ha aumentato (per l'ennesima volta) l'età pensionabile? Che non è esattamente un provvedimento che alza produttività e viene incontro ai giovani...a me pare che si faccia più ideologia che non economia. Inoltre torno a notare che NON ESISTE CORRELAZIONE TRA DEREGULATION E MAGGIORE OCCUPAZIONE, come anche sostenuto da professori comunisti che hanno studiato Marx (come l'autore ci fà gentilmente notare) http://www.emilianobrancaccio.it/2012/02/03/la-maggiore-precarieta-non-riduce-la-disoccupazione/  http://www.gustavopiga.it/2012/investimenti-e-protezione-del-lavoro-o-delle-banche/

Re: Quello che

tizioc 5/2/2012 - 14:04

è che gli artt. 1 e 18 dello statuto dei lavoratori CONSENTONO GIA' il licenziamento per ragioni economiche,

A mio parere questo non centra il problema.  Come segnalano T. Boeri e J. Van Ours  in The economics of imperfect labor markets (2008), l'obiettivo forse più importante della protezione dell'impiego è proprio evitare che l'impresa licenzi a fronte di fluttuazioni economiche, a meno che il lavoratore non sia debitamente compensato con una buonuscita.  Il fatto che alcuni eventi di maggiore portata siano invece considerati come "ragioni economiche" tali da giustificare il licenziamento cambia poco in condizioni normali, anche perché il ricorso a strumenti legali è passibile di introdurre alti costi di transazione.

Come anche il fatto che una deregolamentazione porterebbe lavoro od un aumento della produttività.

Come ho scritto sopra, la protezione dell'impiego non è l'unica regolazione del mercato del lavoro.  Altri tipi di regolazione influiscono sia sull'occupazione che sulla produttività, come riporta Blanchard.

Concordo invece con l'economista Piga che una deregolamentazione del settore bancario e finanziario sarebbe estremamente utile anche per il mondo del lavoro.  Purtroppo, si dà il caso che il "senso comune" veda un sistema finanziario troppo liberalizzato come "la causa" della recessione del 2008 e/o della crisi dell'Eurozona, e si prospettino quindi interventi in senso esattamente opposto.  (Come se il regolatore avrebbe potuto ovviare agli errori ormai sempre più evidenti delle principali banche centrali, che nelle due distinte occasioni hanno portato a consistenti riduzioni sia della spesa nominale aggregata, sia delle aspettative di inflazione.)

E allora vogliamo eliminare anche la buonuscita? Ossia quello che voi proponete è: una rescissione da parte di un solo contraente senza equo indennizzo. E allora perché non applicare tale impostazione giuridica ovunque, sai che vantaggi!

Quindi riassumendo: lo statuto dei lavoratori è sbagliato, anzi è antieconomico, perché abbassa la produttività dato che non si può licenziare per ragioni economiche. Anzi, si può fare, ma ci sono i costi di transazione, dovuti all'indennizzo. Ovvero il ricorso al tribunale. E allora riformiamo le regole del processo civile etc etc.

Comunque, a parte le regole del buon senso e del diritto (vedi il fatto che si tratti sempre e comunque di un contratto, con precisi obblighi, doveri e retribuzioni), che mi inducono a pensare che sia cosa perlomeno doverosa che l'indennizzo debba esistere (non è così un po' dovunque?), vi sono anche i concetti base dell'economia aziendale, che affermano che il capitale deve avere una remunerazione residuale (il che significa maggiore se tutto va bene, minore financo allo 0 o alla remunerazione negativa) poiché supporta il rischio d'impresa, cosa che non fanno gli altri fattori produttivi. Ergo, eliminare la tutela del contratto così come nello statuto dei lavoratori si può fare: cambiamo però anche le regole di remunerazione dei fattori produttivi?

Inoltre, che Boeri e Van Ours segnalino che l'obbiettivo della regolazione è quello è piuttosto tautologico, visto che non c'è bisogno certo di tutele  durante la fase di espansione (del ciclo economico o dell'impresa). I punti sono di natura teorica e di opportunità:

1) la tutela del lavoro è correlata con la disoccupazione? Risposta: no, al livello attuale degli studi.

2) la tutela del lavoro è correlata con l'offerta: può darsi, dato che (pare una maggiore flessibilità aumenti la produttività e quindi etc etc). Ma i costi di riconversione dei lavoratori dove sono? Non sono anch'essi costi di transazione?

3) E la domanda? La crisi (ora) non è certo una crisi determinata dall'offerta, semmai dalla domanda. La nostra capacità produttiva è di 100 e non produciamo 60, a che serve portarla a 120(sempre che la risposta al punto 2 sia vera)? Perché parlare ORA di queste cose quando il sistema paese è a pezzi? E soprattutto: se io do modo alle imprese di licenziare ora, chi riassumerà ora i lavoratori? Esistono settori dinamici? E quali sarà il risultato della maggiore disoccupazione sulla domanda aggregata?

Re

tizioc 5/2/2012 - 20:26

Personalmente le proposte che ho visto sono sempre state nella direzione di superare l'"obbligo del reintegro" previsto attualmente, esplicitando il ricorso all'indennizzo come avviene comunemente in altri paesi.  Il fatto che si sia previsto questo obbligo (per di più senza possibilità di prospettare una deroga ex-ante nel contratto di lavoro) è un'anomalia tutta italiana.  In pratica, l'equivalente della "esecuzione in forma specifica" che nel diritto contrattuale si applica piuttosto raramente, in quanto è spesso onerosa e in prospettiva può favorire condotte opportunistiche delle parti.

A parte che per quello che ne so l'obbligo di reintegro è sanzione anche nel diritto inglese (Employment Act 1978), con il risarcimento previsto in via residuale nel caso in cui il reintegro non sia possibile, come anche può essere ordinato dal giudice in Germania, così come è anche previsto dalla Carta di Nizza dell'Unione Europea. Per cui l'Italia, dove è previsto solo se la causa non viene comunicata, per ingiusto motivo o per discriminazione non è un'anomalia. Se permettete, inoltre, sapere che mia moglie non possa essere licenziata perché rimane incinta, è per me di grande sollievo.

Ma al di là delle fattispecie giudiche, sono essenziali i principi economici: e dell'economia aziendale (il lavoro ha una retribuzione,in media, più bassa perché non si fa caricodel rischio d'impresa), e della macro (e micro) economia (nesso causale maggiore flessibilità minore disoccupazione, maggiore produttività, uscita da una crisi nata dall'abbassamento della domanda aggregata).

R.

tizioc 6/2/2012 - 03:40

Negli altri paesi da lei citati la valutazione di licenziamento ingiustificato è ben più stringente, tipicamente si tratta di licenziamenti discriminatori, come appunto il caso del dipendente che sta per mettersi in maternità.  In quel caso ci si preoccupa meno dell'onere per il datore di lavoro, e anzi il reintegro può avere una funzione esemplare.  Non è questo il caso di cui si discute.

Sulla questione del rischio sostenuto dal lavoratore lei ha ragione, ma noti che un indennizzo in moneta assolve pienamente sia alla funzione di tutelare il lavoratore dai rischi al proprio reddito, sia a quella di deterrente contro i licenziamenti eccessivi.  È per questo motivo che ora viene ampiamente discussa.

Per quanto riguarda la questione macroeconomica, il problema è oltremodo complesso ed i termini sono un po' diversi da quelli che lei indica, mi scuserà quindi se scelgo di non essere esaustivo.  Per farla breve, da una recessione si esce aumentando il livello di spesa nominale aggregata.  Trovandoci in una unione valutaria (con la BCE che attualmente è un po' troppo restìa a creare moneta, anche se a volte si dice il contrario) e con vincoli di bilancio stringenti, il modo migliore per fare ciò è (a) attrarre moneta dall'estero, sia con le esportazioni sia tramite ingresso di capitale (b) favorire gli investimenti anche interni, per mobilitare il sistema bancario.  Non è detto che questo sia un obiettivo esplicito del governo, ma in generale le riforme proposte vanno anche in questa direzione.

Il problema della disoccupazione ciclica è complicato, e in buona misura insolubile fintanto che permane una recessione da domanda.  Non basta però difendere il diritto acquisito, perché esiste anche un interesse di chi nonostante ogni tutela perde il lavoro a tornare produttivo quanto prima, sia pure in un lavoro temporaneo e flessibile.

Si, me lo immagino l'investitore cinese o americano che dice: "Ehi, in Italia ora possiamo licenziare più facilmente, andiamo li!"

Sa qual'è il punto? Che prima di limitare le tutele dell'anello debole della catena, per renderlo più "europeo", dovremmo far diventare l'Italia europea, a livello di lotta alla corruzione, alle mafie, servizi sociali, tutela in sede civile e penale efficiente ed efficace, ecc ecc. In un tale contesto la revisione dell'articolo 18 potrebbe (forse) avere un senso.

Altrimenti rimane solo accanimento contro i più deboli. Perché se mia madre domani viene licenziata, se prima non facciamo tutte quelle cose, dopodomani sarà comunque senza lavoro. (Inoltre le faccio gentilmente notare che le riforme sopra elencante sarebbero, oltre che oggettivamente più necessarie, anche più utili allo scopo da lei indicato)

da una recessione si esce aumentando il livello di spesa nominale aggregata

Un po' off-topic, ma vale la pena precisare. Ci sono recessioni e recessioni. Negli usa siamo in recessione perche' siamo un 20-30% meno ricchi di quanto pensavamo di essere, e questo ci portava a spendere troppo, non troppo poco. Quindi non so se aumentare la spesa sia la strada giusta. Fino a quando pensiamo che i cinesi possano sostenerla? In fin dei conti, ci inviano magliette e ipods in cambio di carta, che possiamo inflazionare a volonta'. 

In Italia, siamo decisamente meno ricchi di quanto pensiamo di essere, la bolla immobiliare non era grande quanto quella usa, ma da decenni un 20-30% di reddito viene sprecato o bruciato dal settore pubblico, e nel farlo induce un sistema di disincentivi al lavoro e all'innovazione. Anche in questo caso, maggiore spesa (pubblica per di piu') mi sembra peggio di una droga.

Insomma, da qualche parte si e' possibile concepire una inflazione da scarsita' di domanda che genera scarsita' di produzione che genera scarsita' di domanda... ma non mi sembra questo il caso ne' negli stati uniti ne' in europa. E anche in quel caso, la ricetta della maggiore spesa pubblica che dovrebbe farci saltare di equilibrio e' wishful thinking. 

Re: come

tizioc 6/2/2012 - 17:30

Credo che ci sia un equivoco.  Per "spesa" nell'accezione a cui facevo riferimento si intendono non solo i consumi, ma qualsiasi smobilizzo di moneta che porti all'acquisto di beni e servizi di nuova produzione, compresi ad esempio gli investimenti.  Il termine è un po' ambiguo, ma è importante evitare questa confusione, così come quella "uguale ed opposta" tra risparmio nel senso comune e tesaurizzazione di moneta.

un'osservazione

Mario 4/2/2012 - 16:16

Avanzo un'osservazione da nuovo utente, profano e per nulla versato nella materia economico-finanziaria: la prospettiva di un mercato del lavoro che presenti una maggiore flessibilità bilanciata da un'offerta lavorativa abbondante e qualificata (e qualificante) sarebbe certamente da discutere, in vista di un superamento dell'odierna asfittica situazione italica. ma credo che il problema inerente un'affermazione di quel genere da parte di una figura istituzionale con responsabilità di governo, risieda essenzialmente nel fatto che allo stato, non esistono in Italia (come rilevato dall'autore) condizioni tali da poter rendere auspicabile una flessibilità virtuosa: chi ha uno o più privilegi continua a tenerseli stretti sostanzialmente indisturbato dai governi degli ultimi 50 anni a questa parte. vero è che la frase di MM, che ha innescato una polemica enorme ma, come qui accade spesso, sterile, è stata estrapolata da un discorso più complesso che conteneva alcune precisazioni e attenuazioni; vero anche che per vedere i risultati dell'operato dell'attuale governo occorrerà che passi ancora un po' di tempo. ma una tale affermazione, sic stantibus rebus, non può che risultare profondamente irritante, al limite dell'offensivo, per chi si rapporta con un mondo del lavoro avaro e bloccato.

m

Mario, la prospettiva di un mercato del lavoro più flessibile con maggiori opportunità non è da discutere, ma è AUSPICABILE, perlomeno per le persone giovani come me (35 anni) e più giovani di me, io lo odio questo sistema che nel migliore dei casi ti ingabbia o nel peggiore dei casi ti esclude o ti condanna al precariato perpetuo. Ti faccio un esempio con la mia storia: a 19 anni vengo assunta a tempo indeterminato per il gruppo FS, grazie ai miei meriti scolastici e l'ottima conoscenza di due lingue straniere (un raro caso di meritocrazia). Sei mesi dopo decido di licenziarmi (stupidamente, ma l'ho capito dopo) per proseguire i miei studi universitari e non incastrarmi per sempre nel posto fisso, per poter cambiare nella vita e fare nuove esperienze, immaginavo già da allora più percorsi possibili ed opportunità, ero troppo avanti per la mentalità di allora, ma non lo sapevo perché avevo sempre viaggiato molto e con una mentalità molto europea e poco italiana. Finiti i miei studi universitari la strada è stata tutta in salita in Italia, è nato il precariato e ci sono finita dentro per un po', ho fatto diversi lavori: insegnante di lingue, traduttrice, interprete, persona che accompagna studenti all'estero, organizzatrice di congressi fino ad approdare ad un lavoro da impiegata "fisso". Dopo 6 anni di lavoro da impiegata vorrei cambiare perché appunto mi annoio (quanto ha ragione Monti), vorrei poter crescere, fare carriera, migliorare la mia posizione economica, imparare cose nuove. Tutto questo è impossibile in Italia a 35 anni, nessuno molla il proprio posto fisso e il mercato è completamente ingessato condannando alla depressione i più bravi e meritoveli. Probabilmente fra 30 anni le cose saranno finalmente diverse, io purtroppo mi sarò giocata la mia vita in questo Paese, i miei figli forse vedranno le cose che avrei desiderato vedere io. 

R:

Mario 4/2/2012 - 21:31

Cara Ylenia,

dicevo "da discutere" poiché, da non tecnico della materia, non ritengo opportuno pronunciarmi per un modello o per un altro adducendo motivi desunti dalla mia personale esperienza: la mia osservazione riguardava soprattutto la non accortezza dell'affermazione di MM. Nello specifico, mi trovo perfettamente d'accordo con te sul blocco che interessa il nostro mercato del lavoro, ho solo qualche remora nei confronti del modello anglosassone, che, se non erro, rischia in molti casi di produrre arbitrio da un lato e sfrenata competizione dall'altro: ritengo piuttosto che la flessibilità debba essere auspicabilmente accompagnata da politiche tali da scongiurare il formarsi di sofferenze sociali.

R.

tizioc 4/2/2012 - 21:55

Non mi è chiaro nello specifico cosa intenda per "arbitrio" o "competizione sfrenata".  Se il modello anglosassone ha un difetto è quello (peraltro indicato da MM nella recente video-intervista) di non tutelare affatto i lavoratori dai rischi legati al mercato del lavoro.  Questo non vuol dire che sia impraticabile, ma richiede un adattamento socio-culturale, ad esempio un maggior ricorso al risparmio (ed eventualmente al credito) per far fronte alle variazioni di reddito.  Evidentemente, non è qualcosa che si può introdurre in pochi mesi o anni.  Molto meglio quindi il modello nordico, in cui la tutela è diretta al lavoratore con un'indennità di disoccupazione, eventualmente finanziata dalla stessa impresa che licenzia tramite una sorta di liquidazione.

L'arbitrio da parte dei datori di lavoro e la sfrenata competizione (non sana dunque, ma eccessiva, fino alla disumanità) tra i dipendenti, oltre all'aumento delle sofferenze sociali, sono appunto a mio parere alcune possibili conseguenze di una mancata tutela dei lavoratori: e devo aggiungere che non auspicherei un'apertura culturale all'impiego del credito in tal senso, poiché non credo che il circuito bancario-creditizio, volto al profitto, possa sopperire efficacemente ad esigenze sociali. se non erro, d'altronde, un'eccessiva fiducia in certe forme di credito, soprattutto minimo, è stata tra le cause scatenanti della crisi in corso. meglio, sono d'accordo, un modello che preveda l'introduzione di un sostegno economico (ad esempio, appunto, un'indennità di disoccupazione) tale da non permettere che quest'ultima diventi una tragedia umana e sociale.

R.

tizioc 5/2/2012 - 14:47

In realtà io avevo semplicemente ipotizzato un maggiore uso del credito rispetto a oggi, senza implicazioni particolari.  Sulla questione esiste però un problema non indifferente, di come conciliare l'accesso al credito di soggetti marginali con la necessità dei creditori di essere ripagati.  La crisi negli Stati Uniti nacque proprio dall'emissione di mutui immobiliari a persone svantaggiate, non troppo dissimili da coloro che in Italia definiremmo precari e che guardacaso lamentano di non poter accedere a questo genere di credito.  A mio parere l'esperienza statunitense è stata eccessivamente demonizzata e credo che si finirà per rivalutarne alcuni strumenti in senso positivo.  Ma queste sono considerazioni personali, che non risolvono la questione.

ma certo contessa, facciamo come in America, con una spaventosa percetualedi poveri non disoccupati o precari ma lavoratori

dove tutti sono docenti universitari che girano qua e là per stare vicini ai propri cari o ai colleghi

a scemoooo!

io so cosa vuol dire andare al mercato ortofrutticolo la mattina alle quattro, mettersi con altri poveracci contro un muro e aspettare quello che arriva e sceglie "tu col cappellino, tu con la giacca rossa..."

questo sì è eccitante, altro che il posto fisso!! l'adrrenalina ti va su.............e se tornando a casa trovi un professore universitario (alle 5.30? difficile!) tivien vogliadi dirgli che compiangi lui, e le sue fissazioni idiote.

Le persone a basso reddito che negli Stati Uniti lavorano a giornata svolgendo mansioni non qualificate, in Italia non troverebbero mai un lavoro regolare e finirebbero a lavorare in nero sfruttate dal caporalato.  Il lavoro nero esiste anche negli Stati Uniti, ma in misura molto minore e riguarda soprattutto clandestini, anche perché i cittadini poveri che svolgono lavori regolari godono di una integrazione al reddito.  Peraltro negli Stati Uniti la qualità della vita è molto migliore a parità di lavoro, e anche la povertà è un fenomeno molto relativo e legato soprattutto a cattivi stili di vita.

Così, per dire, in Italia i redditi sono più concentrati e la povertà è minore rispetto agli USA, lei come se lo spiega?. E come si spiega il fatto che all'aumentare della flessibilità è aumentata la povertà.

cito

"Peraltro negli Stati Uniti la qualità della vita è molto migliore a parità di lavoro, e anche la povertà è un fenomeno molto relativo e legato soprattutto a cattivi stili di vita."

forse hai solo sbagliato secolo

nell'800 sidiceva infatti che i poveri sono tali perché spendono tutto quel che hanno per ubriacarsi.

non ti vergogni?

chiudo questi due thread.. non ha granche' senso rispondere.

Capisco che l'editore abbia deciso di chiudere i thread di cui sopra, ma qui si rischia di banalizzare un problema per certi aspetti gravissimo, che è stato discusso anche nel New York Times (nel 2012, non nel XIX secolo).  Uno dei problemi è che gli USA non si possono valutare con lo standard dell'Italia.  Loro sono una società molto più meritocratica della nostra, e il lato "cattivo" della meritocrazia è lasciare semplicemente indietro chi per un motivo o un altro non riesce ad emergere.  (Proprio per questo molti americani anche liberisti sostengono l'importanza di avere delle politiche di assistenza sociale ben congegnate.)  L'altro problema è che qualcuno dovrà pur farsi carico di istruire questa parte della popolazione a prendere parte produttivamente alla società.  Il sistema educativo non lo fa, e la questione rischia di diventare politicizzata, in quanto i più bigotti vedono in questo un'occasione per propagandare i propri valori tradizionalisti.

Complimenti

Enrico T. 6/2/2012 - 17:02

L'articolo riassume bene e con onesta' intellettuale il problema del mercato del lavoro italiano.

Mi piace anche il secondo pezzo.

Mi restano pero' alcuni dubbi: riuscira' Super Mario ad incidere sulla mentalita' italiana e a cambiare qualcosa nel mercato del lavoro di questo paese?

Il paese mi sembra veramente in ritardo se confrontato con altri paesi europei piu' avanzati. Pero' la gente e' pronta ad un cambiamento di questa portata?

Mi sembra ci sia ancora molta resistenza ideologica soprattutto da parte dei sindacati.

Ad oggi le uniche cose che si sono sentite ricorrentemente sono l'abolizione dell'art. 18 o, come ha detto oggi la cancellieri, gli italiani che vogliono stare vicino a mamma e papa' (che sono uno dei pochi ammortizzatori sociali che funzionano). Nessuno parla di come modificare gli ammortizzatori sociali o di come modificare i servizi pubblici offerti ai cittadini per rendere sensata una riforma cosi' importante. Non ti sembra normale che in questo modo aumentino le perplessita', e che cio' dipenda da come si sta affrontando il problema piuttosto che dalle resistenze ideologiche dei sindacati?

Non direi proprio. Ci sono varie proposte in merito. La piu' gettonata al momento pare essere quella che si ispira alla flex-security danese. Sicuramente gli ammortizzatori sociali vanno rivisti perche' come sono ora non funzionano (si pensi ad esempio alla cassa integrazione in deroga). Ci sono aziende fallite da anni che vengono tenute in stato vegetativo mediante questi ammortizzatori sbagliati. Anche qui si e' parlato di abolirla, ma c'e' stata subito l'alzata di scudi dei sindacati. Sul fatto che si parli troppo dell'art. 18 e troppo poco di tutto il resto e' vero. Purtroppo la discussione viene sempre incentrata solo su quello e in questo aspetto ci vedo le resistenze ideologiche.

vedi questo articolo su Repubblica di oggi http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=... uno che sicuramente è liberista, visto che scrive da un dominio @adamsmith.it, scrive che bisogna imitare la Tatcher e "prima lezione: scegliere un totem da abbattere". Da questo punto di vista, non discutere nel merito fa parte della strategia. A me invece della Tatcher vengono in mente gli interventisti democratici nella prima guerra mondiale, che volevano convincere i fanti contadini a "morire per una vita migliore", come aveva scritto Isnenghi, perché dopo la guerra sarebbero venute la democrazia, la pace universale e la riforma agraria. Mi pare che sia andata un poco differentemente...

Ci sono diverse cose che non condivido del post. Una su tutte, quella sui professori marxisti italiani. Vorrei che fossero nominati, perché sinceramente non ne vedo. E vedo pochi keynesiani, o sraffiani. un qualsiasi eterodosso lo si trova a fatica nelle facoltà.  Il pluralismo non è certo il lato forte dei dipartimenti di economia italiani.

Ma quello su cui vorrei conoscere il parere dell'autore è questo articolo di cui riporto il link.

http://www.emilianobrancaccio.it/2012/02/03/la-maggiore-precarieta-non-r...

E' brutto ridurre l'attività scientifica di una persona ad un' etichetta, specie se non è rivendicata dall' interessato. In questa sede si preferisce discutere  questioni specifiche piuttosto che classificare economisti come gli entomologi fanno con gli insetti.

Tempo fa qui si è discussa una "lettera degli economisti" di ispirazione marcatamente eterodossa, firmata da oltre 100 economisti(1) accademici italiani, il che dimostra che certe posizioni hanno seguito, ma non autorizza ad etichettare nessuno dei firmatari.

Quanto all' affermazione di Brancaccio riportata sopra, non ho le competenze per discuterlo nei dettagli a parte un po' di buonsenso, che mi dice:

1)Il grafico riportato ha come datapoint i paesi, e mette in correlazione medie ponderate su 25 anni. Le differenze tra i vari paesi non si limitano all' indice di protezione del lavoro, non mi pare dica molto il fatto che la correlazione sia debole.Sarebbe più interessante vedere come si comportano le due variabili nello stesso paese nei 25 anni suddetti.

2) L' argomento per cui la flessibilità riduce la disoccupazione si basa su due ipotesi:

  a) la protezione del lavoro ha un costo

  b) esiste un insieme non vuoto di posti di lavoro che al datore rendono meno del costo per proteggerli

Finchè non mi mostrano un ragionamento e dei dati che negano credibilmente (a) o (b) resto convinto che la protezione del lavoro aumenta la disoccupazione (meglio, riduce il numero degli attivi). Se poi il gioco valga la candela è un'altro discorso, il buon senso non basta più.

(1)credo che in realtà alcuni non siano economisti in senso stretto, ma comunque professori o ricercatori in discipline vicine all' economia.

PS ho cancellato un commento trollesco di lorenzos.

@lorenzos: non abbiamo nessuna remora a bannare i troll e nessuna pretesa di democrazia. Se vuoi argomentare fa pure, i flamebait sei pregato di tenerli per te.

Sarebbe  inoltre piu' opportuno guardare al tasso di occupazione piuttosto che a quello di disoccupazione. La protezione del lavoro distrugge opportunita' di lavoro, la gente finisce per non cercarlo nemmeno,

riguardo al punto 1) anche la flessibilità ha un costo, sia in termini di spesa sociale (sostegno al reddito) che di impresa (riconversione del lavoratore, tutoraggio, apprendimento del know-how). Minori? Maggiori? Non lo so, e creo onestamente che nessuno lo possa sapere al di là di ogni ragionevole dubbio.

Per il punto 2). Molto probabilmente è vero (sempre che il punto 1) sia corroborato), ma è vero in questa fase economica? Ossia, ha senso smettere di tutelare il lavoro in questa fase recessiva, e senza aver approntato prima misure ben più urgenti che possono sin da ora liberare risorse economiche importanti nei punti forti della catena della produzione (energia, telecomunicazioni, ITC, mafia corruzione, lotta contro la GRANDE evasione).

Insomma, ogni dibattito sulla riforma del mercato del lavoro (che per me è possibile) non può prescindere da una revisione del contesto, dato che comunque il lavoratore è l'anello più debole del sistema.

Ergo, detto con uno slogan, PRIMA portiamo il sistema economico italiano in Europa, e si fa ripartire il sistema, POI si può discutere di riforma del lavoro.

E non venitemi a dire che tale riforma attrae investimenti. Un sistema giuridico efficienti li attrae. Una semplificazione regolativa li attrae. Un abbassamento del costo delle materie prime li attrae. Investimenti in ricerca e sviluppo, lotta alla criminalità, infrastrutture, sviluppo dei servizi, lotta alla corruzione. Questo attrae investimenti.

riguardo al punto 1) anche la flessibilità ha un costo, sia in termini di spesa sociale (sostegno al reddito) che di impresa (riconversione del lavoratore, tutoraggio, apprendimento del know-how). Minori? Maggiori? Non lo so, e creo onestamente che nessuno lo possa sapere al di là di ogni ragionevole dubbio.

Non si tratta di stabilirlo esattamente, quello che conta è il parere del datore di lavoro.

Se ritienesse che i costi della flessibilità siano superati dai vantaggi di un impiego stabile scarerebbe da solo l' idea di assumere con contratti flessibili e prenderebbe una decisione tra assunzione a TI  e non assunzione.

L'alternativa tra assunzione a tempo/non assunzione ha senso solo quando la prima è (ritenuta) conveniente rispetto al TI.

A meno che tu pensi che gli imprenditori siano cretini (nel senso di Cipolla) e siano disposti a perderci pur di danneggiare i dipendenti.

Per il punto 2). Molto probabilmente è vero (sempre che il punto 1) sia corroborato), ma è vero in questa fase economica? Ossia, ha senso smettere di tutelare il lavoro in questa fase recessiva, e senza aver approntato prima misure ben più urgenti che possono sin da ora liberare risorse economiche importanti nei punti forti della catena della produzione (energia, telecomunicazioni, ITC, mafia corruzione, lotta contro la GRANDE evasione).

Di nuovo, siamo d'accordo ma non è rilevante per valutare la validità dell' affermazione che contestavo:

La maggiore precarietà non riduce la disoccupazione

E' rilevante, e parecchio, per decidere quale politica implementare qui ed ora in italia, questione ben al di sopra delle mie capacità.

Ergo, detto con uno slogan, PRIMA portiamo il sistema economico italiano in Europa, e si fa ripartire il sistema, POI si può discutere di riforma del lavoro.

IMHO riformare il mercato del lavoro e gli ammortizzatori sociali fa parte del "portiamo il sistema economico in europa", insieme alle altre cose che citi: giustizia civile, legalità, lotta alla corruzione,... ed altre che non citi, come il dimagrimento dello stato che oggi controlla gran parte dell' economia.

Si ma i contratti flessibili e di inserimento, esistono già. Per cui, mi permetto di dire, la possibilità di rivedere ORA in Italia lo statuto dei lavoratori, CETERIS PARIBUS, mi pare una forzatura dettata dall'ideologia, che potrebbe portare alla realizzazione della equazione + flessibilità = stessa occupazione = minori salari = minore sicurerra = + precarietà (in senso psicologico, sociologico e microeconomico)

Sopra Battisti chiedeva un commento ad una posizione di Brancaccio, ed io da incompetente criticavo quella.

Se passiamo al discorso normativo la questione resta rilevante ma come abbiamo concordato ci sono molte altre cose da considerare.

Credo che tra le cose da fare ci sia anche il ridisegno dello statuto dei lavoratori e degli ammortizzatori sociali: ho capito che discordi, ma mi pare tu assuma

riforma del diritto del lavoro = reintroduzione della schiavitù o quasi

che non è corretto.

Per dirla tutta, credo che il problema principale sia garantire maggiori protezioni ai "precari", ma visto che le protezioni costano non vedo come si possano finanziare questi senza rivedere gli ammortizzatori attuali.Non penso tanto all'articolo 18 (1) quanto alla cassa integrazione straordinaria ed alla santità del posto pubblico, per cui dipendenti in sovrannumero e dirigenti fuori ruolo vengono pagati per far nulla.

(1) lo ritengo dannoso come impostazione,ed ho visto da vicino diversi abusi da parte di dipendenti, ma visto che si applica a pochissimi lavoratori non vale la pena di farci grandi discussioni, se fossi un politico lo dichiarerei intoccabile per puro opportunismo.

P.S. cambia nick!

Io non assumo proprio nulla: mi sono limitato a dire che, nelle condizioni attuali, e considerando l'esperienze derivate dalla "legge Biagi" e dal "pacchetto Treu", che si sono risolte in una sostanziale precarizzazione del lavoro, e non flessibilizzazione (esisterà questo termine nella mia linga madre? mah), si può facilmente immaginare che la modifica dell'art.18 SENZA prima aver messo le mani sull'assetto economico normativo di tutte quelle cose (ammortizzatori concorrenza corruzione etc) ed effettuata in QUESTA congiuntura economica, in cui il priblema (a mio parere) non è la produttività ma la domanda (per cui flessibilizzare serve a poco, perché se non si consuma non si produce e non si assume, anzi magari si licenzia, si consuma ancora meno e così via), potrebbe facilmente tradursi in una ulteriore precarizzazione (sino a che il ciclo non si inverte, cioè 5-6 anni almeno). Riguardo in particolare gli ammortizzatori, bisognerebbe fare chiarezza: perché se un 50enne che si è spaccato la schiena dietro una fresatrice, o appresso alla sua piccola impresa, e viene messo "fuori mercato", nella sciagura ipotesi che non riesca a rientrare, che si fa? Ma qu (sia ben chiaro) si esce dal campo della scienza e si entra in quello della morale >(sempre che in economia siano due cose distinte :D )

Ad ogni modo, gli abusi sono equamente divisi, a prescindere dal sistema di protezione attuato, ed il posto pubblico è meno santo di quel che si possa pensare. O almeno, lo sarebbe se anche li non vigesse un "patto di scabio" di reciprochi favori (oggi compri a me, domani a te, anche fra superiori e sottoposti).

Rispetto al ps: lo farei, lo vorrei fare, ma non so come farlo!

La ringrazio per la risposta. Devo essere sincero, visto che l'articolo citato è di un collega dell'autore e tratta dello stesso argomento, sinceramente mi aspettavo una risposta ufficiale e dettagliata.

Riguardo allo stato di pluralismo delle facoltà italiane, spero davvero che non ci si voglia nascondere dietro un dito. Dei professori che insegnano teoria economica, politica economica etc penso si possano enumerare facilmente i nomi degli eterodossi. Se poi si guarda ai docenti o ai ricercatori sotto i 45 anni (quelli diciamo che sono entrati dopo la caduta del muro di berlino), penso che siamo 3-4 compreso Brancaccio. Sicuramente ci saranno problemi di merito. Ma come potrebbe non essere così quando la prima rivista eterodossa credo stia in 40esima posizione e nessuna delle principali accetta articoli non mainstream?

Riguardo alle obiezioni all'articolo di brancaccio, penso sarebbe bene inviarle a lui per conoscenza, visto che di lui stiamo parlando.

Per parte mia, faccio notare alcune cose. Che la protezione che esiste in italia rispetto agli altri ordinamenti è l'art.18. Questo tutela contro i licenzialmenti *individuali* discriminanti nelle imprese sopra i 15 dipendenti. Significa cioè che obbliga al reintegro di lavoratori che sono stati licenziati per ragioni di opinioni politiche, perchè iscritti al sindacato, perchè in stato interessante, perchè stranieri o di altra religione, perchè troppo attenti alle leggi sulla sicurezza etc. I licenziamenti per ragioni economiche non rientrano in tutto ciò. Così come quelli collettivi, che devono essere discussi con il sindacato e che godono di tutele inferiori a quelle per esempio di francia o germania.

Pare che il vero obiettivo sia quello di evitare la sindacalizzazione e sopratutto la presenza di sindacati che non si limitino a cogestire la forza lavoro con l'impresa.

A sostegno di questo, ricordo di aver letto diversi articoli del Prof.Bruno Maggi sul fatto che molto spesso i lavori temporanei (e le esternalizzazioni) costano più della situazione precedente, e che alle imprese interessi soprattutto il potere sul preocesso di produzione.

Io sono un programmatore, solo abbastanza arrogante da rigettare teorie che vanno contro il mio buonsenso. Almeno finchè non mi sbattono in faccia dei dati che provino il contrario, cosa che a mio avviso mancava nell'articolo linkato (nei paper magari c'era pure, ma non ho tempo di leggermeli tutti).

Credo di essere libero di discutere dove mi pare, e non credo di far torti a nessuno facendolo qui (sarebbe diverso se fossi effettivamente un collega).

I redattori di questo sito hanno discusso piu volte le posizioni di Brancaccio, ma non credo abbiano tempo ( o si sentano in dovere ) di discutere tutti i suoi scritti.

Sulla composizione dell'accademia non fatico a crederle, visto che la conosco solo per sentito dire,  l' episodio della lettera (inizialmente firmata da 100 persone, poi piu che raddoppiate) mi aveva dato l' impressione che le posizioni non fossero così impopolari.

D'altronde se fossero maggioritari non potrebbero definirsi eterodossi :)

cosa e' un impresa se non quell'ente che ha, alla fine della fiera, il controllo del processo di produzione?

totalitaria

lbattisti80 15/2/2012 - 23:12

Se credessi in questa categoria, potrei rispondere che è una visione totalitaria. In questa sua risposta, qualsiasi cosa accada varcata la soglia dell'azienda (cioè per 8-10-12-14 ore al giorno), è sottoposto all'assoluta e unica volontà della stessa. Questo si configurerebbe come una sorta di moderno schiavismo a tempo.

Inoltre è una visione tutt'altro che condivisa, e nemmeno la più efficiente. I socialdemocratici fanno partecipare i sindacati alla gestione. I francesi hanno i comitati d'impresa. alcuni studiosi americani pensano alla partecipazione dei lavoratori. altri hanno la teoria degli stakeholders.

inoltre, è possibile avere il controllo del processo di produzione senza il consenso dei lavoratori stessi (posto che non parliamo appunto di schiavi)?
e ancora,perchè il controllo del processo di produzione non può essere pensato come esercitato dai produttori stessi, cioè i lavoratori?

Mi pare che fu Calamandrei ad affermare che, prima di cominciare ad esercitare le sue funzioni, un giudice dovrebbe obbligatoriamente trascorrere almeno una settimana nelle patrie galere.

e così, prima di mettersi a parlare di lavoro, i signori professori e ministri dovrebbero almeno provare sulle proprie carni di che cosa si tratta

loro, che per lavoro intendono fare delle chiacchierate o passare qualche ora sui libri (so di che parlo, ho tenutodei corsi anch'io, ad adulti - maestre elementari e prof delle medie sono altra cosa)

loro che al massimo rischiano di cadere dalla sedia o un po' di mal di testa provino a fare i turni di notte alla catena, o stare ore a inserire dati

Strano poi che tutti coloro che stanno un po' su pensino di averlo meritato, e che ci sia poca meritocrazia......

io penso che in realtà di geni ce ne siano veramente pochi, e altrettano di perfetti cretini... tutto il reato è aurea mediocrità, dalla quale si emerge quasi solo per caso, o per destino

(ma c'è anche quella che entra a 19 anni alle ferrovie perchè ha bei voti e sa due lingue)

@- per il prof marcello urbani si chiama argomentazione solo quello che lo è per lui

Un problema che mi pare non sia stato ancora toccato nè dall'articolo nè dai commenti riguarda la flessibilità del lavoro e la possibilità di accedere al prestito bancario. 

Esaminando i dati che ho reperito in rete (fondazioneabacus.it) emerge che nel 2003 l'indebitamento italiano era pari al 25% del pil, quello americano 82% e la media UE 42%.

una diversità piuttosto pronunciata che può essere spiegata dalla bassa propensione delle famiglie italiane di prendere denaro a prestito. Questa considerazione risulta essere, a mio avviso, coerente col fatto che "La cifra più elevata per i prestiti si riferisce ai mutui per comprare casa: la quota più elevata a novembre 2004 corrispondeva a oltre la metà dell’indebitamento complessivo"  poichè per l'acquisto di un bene molto costoso come la casa l'accesso al credito risulta essere l'unica via percorribile. 

Tuttavia l'enorme differenza quantitativa tra italia e usa non può essere spiegata solo dal lato della domanda, ma ritengo che in buona parte sia pure spiegata dalla maggior difficoltà di accesso al credito che si ha in Italia rispetto che negli Usa. E questo mi sembra in buona norma confermato da quanto successo durante la crisi subprime. 

Fatta questa dovuta premessa mi ricollego al tema di discussione evidenziando come dato il regime bancario italiano siano richieste garanzie più solide per accedere a un mutuo, garanzie che comprendono, tra le altre, anche il posto fisso.

"per chi è assunto a termine: la richiesta di garanzie collaterali, leggi fidejussioni, è imprescindibile per chi vuole accendere un mutuo prima casa. Ad esempio un precario che si rivolge a Unicredit per accendere un mutuo non può richiedere una somma superiore a 200mila euro, oppure una cifra che superi il 70% dell’ammontare totale, deve inoltre percepire una retribuzione da almeno 36 mesi e deve essere occupato per almeno 180 giorni l’anno. Condizioni che decadono se il precario in questione è in grado di trovare una persona che garantisce per lui, leggi genitori. Per il credito al consumo, invece, c’è meno elasticità: senza garanzie di terzi non è possibile richiedere finanziamenti o carte di credito, se non per un periodo uguale alla durata del contratto, in assenza di fidejussioni." (fonte http://www.linkiesta.it)

Inoltre il tasso applicato ai prestiti di chi non ha un posto fisso è generalmente più elevato... della serie "piove sempre sul bagnato".

Quindi, in ragione dei dati sopracitati, viene da pensare che contemporaneamente a riformare il lavoro sarebbe necessaria una regolamentazione bancaria che vada di pari passo.

Non c'è bisogno di riformare anche il sistema bancario.

Il mercato del lavoro italiano odierno è un pantano, dove il precario una volta perso il posto fa molta fatica a trovarne un altro.

Per questo motivo non si fa credito ai precari.

In un mercato del lavoro più dinamico (e con ammortizzatori sociali adeguati) il problema non si pone più. Se è facile trovare (e cambiare) lavoro e se nei periodi di disoccupazione il reddito è in qualche modo garantito, alla banca non interesserà nulla del tipo di contratto. Forse comincerà ad avere peso il titolo di studio e/o la preparazione ed esperienza, cioè la capacità di trovare lavoro più velocemente.

In America sono andati a game all'aria perché il credito era facile per tutti (semplificando molto suvvia), vogliamo, per legge, la stessa situazione anche qui?

Il problema non sono (solo) le banche che non prestano ai precari o a chi ha reddito basso, ma il fatto che sempre più persone siano precarie (all'italiana) e con un reddito basso!

Ne parlava anche Boldrin su l'inkiesta.

Non regala niente nessuno, ma con un sostegno al reddito dei precari tra un lavoro e l'altro e maggior concorrenza tra le banche la musica sarebbe diversa.

Praticamente Bisin dice: "Quant' è bello il lavoro a tempo determinato nei paesi civili !". Già, ma l' Italia che c' entra ?. E' ovvio che si guardi con desiderio al posto fisso, per motivi (in)culturali, ma anche per come è costruito questo paesone: nessuno di noi ha voglia e tempo di fare una rivoluzione culturale, ed il politico nostrano mai si è preoccupato di comporre gli interessi per raggiungere un progetto di società chiaro, ma ha sempre contentato chi strillava di più. Conoscete la barzelletta della differenza tra teoria e pratica ? Ecco: Monti e Bisin in teoria hanno ragione, ma in pratica tortissimo.

aspettiamo

marcodivice 7/2/2012 - 14:30

per il momento non ci sono proposte concrete sul tavolo da parte del governo quindi la discussione è del tutto accademica. tra la proposta ichino e la possibilità di licenziare previo indennizzo poco più che simbolico, c'è la stessa differenza che c'è tra il giorno e la notte. Aspettiamo almeno la presentazione ufficiale del decreto.

Continuo a ritenere che separare gli interventi in più decreti sia stato un errore, così come ritengo che la timidezza mostrata con le liberalizzazioni* presterà il fianco a più di una critica se  invece stavolta agisse con incisività.

*ok comunque meglio di quanto fatto in passato da chi diceva di ispirarsi a principi liberali.

MI permetto di porre un'altra domanda. Non è invece maggiormente probabile un collegamento tra il grado di libertà sul mercato del lavoro e la distribuzione della produttività? e che, quindi, la quantità di lavoro sia dipendente, non dal posto fisso o meno, quanto piuttosto da livello di domanda aggregata?

il caso americano, che si prende in esempio, mostra una distribuzione della produttività molto sfavorevole al lavoro, un aumento molto modesto dei salari in termini reali e, appunto, una grande libertà sul mercato del lavoro.

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