La proposta di Hillary Clinton sulle pensioni

22 ottobre 2007 alberto bisin
Alcuni brevi commenti sulla recente proposta da parte di Hillary Clinton di estendere a tutti i cittadini alcuni sussidi che il codice fiscale americano già prevede per la maggioranza dei lavoratori dipendenti. Una forma di paternalismo già pervade il codice, e certo Hillary non ha intenzione di procedere in retromarcia su questo punto.

Tempo fa notavo come i politici di sinistra stiano adottando a man bassa le idee dell'economia comportamentale. Lo fanno perché questa giustifica le loro idee preconcette: buon governo è regolamentare ogni aspetto della vita economica degli individui e ogni mercato.

A questo proposito, leggo con interesse del nuovo piano pensionistico di Hillary Clinton, ormai quasi certamente candidata democratica alla presidenza degli Stati Uniti. Negli Stati Uniti, dalla fine degli anni 70 (dal Tax Reform Act del 1978, per la precisione), esistono fondi pensione privati a cui si contribuisce con reddito esentasse, qualora al fondo non si attinga prima del raggiungimento di 59 e mezzo anni di età,  e fino ad un tetto variabile anno per anno. Nel migliore dei casi il datore di lavoro fornisce ai dipendenti accesso diretto a questi fondi pensione - chiamati, con riferimento al codice fiscale, 401(k) nel caso più frequente, o anche 401(a), 403(a), 403(b) (caso dei professori universitari) eccetera - contribuendovi in varia maniera. La legislazione prevede che qualsiasi lavoratore possa avere il proprio 401(k) al quale può contribuire, esentasse, sino a $15,500 all'anno. Se anche l'impresa contribuisce al fondo, allora l'esenzione fiscale si applica sino a un tetto totale (dipendente + azienda) che nel 2007 era di $45,000 e che sara' di $46,000 nel 2008. Per questa ragione le aziende contribuiscono 1-1, o anche 2-1,  in rapporto ai contributi del dipendente: il dipendente ha un  vantaggio fiscale dal ricevere una parte del salario direttamente nel 401(k). I guadagni in conto capitale sono esenti, sino a che il lavoratore non decida di utilizzare il capitale accumulato. Insomma, una situazione simile a quella dei nuovi fondi italiani, solo che negli USA dura da 30 anni e non soffre delle particolari distorsioni fiscali ed intrusioni sindacali di cui soffrono i nuovi fondi italiani.

Il piano di Hillary Clinton è motivato dal fatto che molti lavoratori USA (l'ufficio stampa di Clinton dice la metà) non hanno accesso a fondi 401(k) attraverso il datore di lavoro. In questo caso, per esempio per chi è un lavoratore autonomo, il tetto di esenzione arriva solo sino a $15,500 - di contributi, sia chiaro, non di reddito. L'idea è quella di offrire un vantaggio fiscale ai lavoratori che non contribuiscono al 401(k) attraverso la propria azienda, vantaggio fiscale che dovrebbe in parte compensare per il fatto che non c'è anche un'azienda che contribuisca fondi "matching". Lo stato si impegnerebbe a versare nel fondo un dollaro proprio per ogni dollaro versato da un contribuente che dichiari al fisco meno di 60 mila dollari di reddito, e mezzo dollaro per ogni dollaro versato da un contribuente che dichiari al fisco tra 60 e  100 mila dollari. Il contributo statale sarà però limitato ai primi 1000 dollari investiti, e il contributo totale esentasse non potrà superare i 5000 dollari. Infine, lo stato sceglierà come investire i risparmi dei contribuenti che non lo facciano di per sé, cioè definirà un "investimento tipo" poco rischioso che implicitamente suggerisce.

Il piano, così disegnato, non è chiaro in un aspetto rilevante.  Cosa succede a chi ha un 401(k) con il datore di lavoro (e ha dichiarazione dei redditi inferiore ai 100 mila dollari)? Riceverà i contributi dello stato all'interno del suo 401(k)? Allo stato della proposta non si dà risposta (o almeno io non ho visto risposta) al quesito.  Immaginiamo che la risposta sia che solo chi non ha accesso a fondi pensione attraverso il datore di lavoro  possa accedere ai nuovi 401(k). Questo di per sé creerebbe una certa confusione, con la possibile apertura di nuovi fondi per trarre vantaggio del sussidio fiscale, e con la possibile rinegoziazione dei contratti di lavoro senza 401(k). 

Anche a prescindere da questo effetto, avrei comunque un po' da ridire sul piano Clinton? Beh, solo un po'. Dopotutto il piano non fa che aumentare leggermente i vantaggi fiscali già esistenti a favore dei fondi pensione, ed è abbastanza limitato negli ammontari. In questo senso, i miei dubbi e lamenti sono più diretti verso il sistema così come definito dal Tax Reform Act del 1978 che non verso il piano di Hillary Clinton. Continuo a chiedermi:

1) Perché detassare risparmi destinati alla pensione, cioè risparmi cui non si accede fino ai 59 anni di età?  Ogni distorsione è male, fino a prova contraria. E questa detassazione dei risparmi destinati alla pensione genera una distorsione nei mercati finanziari a favore del risparmio (a sfavore del consumo) e soprattutto a favore del risparmio illiquido. Una ragione che giustifica la distorsione la si può addurre: se i cittadini non risparmiano per la pensione, lo stato dovrà occuparsene in un modo o nell'altro. Non mi è mai parsa questa ragione sufficiente.

Ed infatti la motivazione classica per detassazione dei risparmi destinati alla pensione, ripetuta naturalmente da Hillary Clinton l'altro giorno, è che la gente non risparmia abbastanza, e poi si trova, da vecchia, a dover lavorare. E qui casca l'asino: Il popolo bue non risparmia se non glielo facciamo fare noi. Meno male che ci siamo noi. Questo è il ragionamento. Io non credo affatto che la gente risparmi poco. Anzi, c'è tutta una gran letteratura che cerca di spiegare perché la gente muore con un mucchio di soldi in banca; così tanti che i nostri modelli non sanno spiegarlo: sarà il desiderio di lasciare eredità ai figli? Sarà la paura di essere messi dai figli in una pessima casa di cura quando non-autosufficiente? (Abbiamo addirittura una economista italiana da citare al proposito, alla frontiera di questa letterature;  guardatevi i lavori di Mariacristina De Nardi).  Certo, chi di soldi ne ha avuti pochi durante tutta la vita ne avrà ancor meno quando sarà in pensione. Ma questo è un altro problema. Un grosso problema, ma un altro problema.

2) L'argomento da popolo bue giustifica quindi anche gli altri incentivi al risparmio elargiti nel piano di Hillary Clinton: i) il fatto che lo stato si impegna a versare nel fondo un contributo proprio per ogni dollaro investito; ii) il fatto che il contributo decresca in percentuale del reddito all'aumentare di quest'ultimo (più basso il reddito, più bue il contribuente); iii), il fatto che lo stato suggerisca un "investimento tipo" poco rischioso.

C'è di peggio di Hillary Clinton, anche negli Stati Uniti. John Edwards critica il piano Clinton perché lascia troppo spazio alla libertà di scelta individuale, e in particolare perché esso prevede una generosa lista di situazioni in cui il contribuente puo' attingere al 401(k) (senza pagare tasse) prima dei 59 anni e mezzo. Anche questo è analogo alla legislazione già esistente, che prevede esenzioni dalla tassazione nel caso di perdita di lavoro, malattia, acquisto della casa. Beh, in effetti la critica è anche logicamente coerente: se il popolo è bue, ....

3 commenti (espandi tutti)

Ed infatti la motivazione classica per detassazione dei risparmi
destinati alla pensione, ripetuta naturalmente da Hillary Clinton
l'altro giorno, è che la gente non risparmia abbastanza, e poi si
trova, da vecchia, a dover lavorare. E qui casca l'asino: Il popolo bue non risparmia se non glielo facciamo fare noi. Meno male che ci siamo noi.

Credo che la motivazione ufficiale sia piu' che altro l'evitare il moral hazard derivante dalla presenza di forme di assistenza che intervengono anche se l'assistito non ha mai contribuito un centesimo in vita sua, e che disincentivano il risparmio volontario. Questo punto fu sicuramente al centro del dibattito quando fu istituito il Mandatory Provident Fund in Hong Kong, che io abolirei all'istante per ragioni che discussi in questo commento, ma che rappresenta comunque un miglioramento rispetto alla proposta iniziale di sistema pay-as-you-go senza copertura.

Evviva le "distorsioni" indotte dalla detassazione del risparmio, almeno laddove evita al governo di intraprendere in campo assicurativo e previdenziale.


In questo secondo caso infatti le distorsioni sarebbero ben più gravi. Lo vediamo da noi, dove i nonni decrepiti mantengono nipoti arzilli e nel pieno della loro forza produttiva.


Ma detassare il risparmio è poi tanto distortivo? Sembra di no. In un sistema fiscale dove abbia centralità l' imposta sui redditi, la scelta di consumare godrebbe di privilegi degni di essere bilanciati. Infatti, posto in mano al contribuente il suo reddito disponibile, costui dovrà scegliere se consumare o risparmiare. Costui però sa anche che i frutti della prima attività (godimento) non saranno tassati, mentre quelli della seconda (interessi) sì. 


Se non ricordo male mi sono imbattuto nell' esposizione di questo argomento a cura dell' economista francese Pascal Salin.

Quando si dice il caso. Con un tempismo singolare in questo articolo pubblicato giusto oggi si fa cenno alle distorsioni che l' imposta reddituale implica sulla scelta risparmio/consumo.

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