Protezione dell’occupazione: cosa sappiamo e cosa no. Parte 1: teoria

27 febbraio 2012 alberto bisin e giulio zanella

Seconda puntata della serie inaugurata dal post di Pica e Leonardi. La battaglia a quattro tra governo, parlamento, sindacati dei lavoratori e sindacati degli imprenditori è già incandescente e in parte ideologizzata. È utile quindi riassumere quello che sappiamo dalla teoria economica e dall’evidenza empirica circa gli effetti della legislazione sulla protezione dell’occupazione. Si tratta di un’area di ricerca molto attiva e molto affollata, per cui ci limiteremo a degli highlights a beneficio dei non specialisti. In questo primo post iniziamo con la teoria. Seguirà nei prossimi giorni il post con l'evidenza.

1. Premessa, definizioni e un chiarimento.

Il governo Monti ha promesso che quella del mercato del lavoro sarà la prossima grande riforma per tentare di rianimare il paese, e che sarà pronta entro marzo (in questo post facciamo finta di crederci nonostante quello che sta succedendo in questi giorni con la riforma precedente, quella  che avrebbero dovuto essere delle liberalizzazioni). Si tratterebbe del più importante tentativo di trasformazione dell’intero mercato del lavoro italiano degli ultimi 40 anni, da quando cioè fu introdotto lo statuto dei lavoratori. La trasformazione di 15 anni fa (correva l’anno 1997 e il primo governo Prodi varò il pacchetto Treu segnando l’inizio della propria fine un anno più tardi) operò una riforma parziale. Se è vero che la riforma Treu (e il suo proseguimento, la “legge Biagi”) aumentò la flessibilità del mercato del lavoro, lo fece al costo di accentuare quel sistema duale le cui nefaste conseguenze sono oggi parte del problema cui occurre porre rimedio. Questo, ovviamente, per non intaccare gli insiders.

Protezione del'occupazione. Cominciamo con le definizioni. La protezione legale dell’occupazione consiste di norme che restringono o rendono costosa la possibilità di licenziare un lavoratore. Secondo la classificazione dell’OCSE esse consistono in: notifica del licenziamento con x settimane di anticipo, pagamento di un indennizzo al lavoratore licenziato pari a y settimane di stipendio, compensazione o reintegrazione del lavoratore in caso di licenziamento senza giusta causa, limitazioni temporali al periodo di prova o alla durata e all’utilizzo dei contratti a tempo determinato, regolamentazione delle agenzie di lavoro temporaneo, procedure per i licenziamenti collettivi. Tutti i paesi avanzati utilizzano una combinazione di queste norme, come riassunto nel documento OCSE appena citato. Nel post di Pica e Leonardi è ricostruita e commentata l’evoluzione delle norme in materia di licenziamenti in Italia.

In Italia, l’articolo 18 dello statuto dei lavoratori non è l’unica forma di protezione dell’occupazione, ma è la principale per aziende con più di 15 lavoratori. In sostanza, esso sancisce l’obbligo di risarcimento e reintegrazione nel posto di lavoro del lavoratore che sia stato licenziato senza “giusta causa.” Il giudice, in linea di principio, sancisce l’assenza della giusta causa ogni volta che il lavoratore licenziato non abbia commesso qualcosa che comprometta il rapporto di fiducia tra lavoratore e datore di lavoro. In realtà però il vincolo della giusta causa  è necessariamente ambiguo e lasciato all’interpretazione discrezionale del giudice. Di conseguenza, al datore di lavoro che voglia licenziare un lavoratore è imposto anche un costo  - il reintegro in caso il giudice ritenga assente la “giusta causa”.  Il costo è aleatorio (chissà cosa decide il giudice) e dipendente dal funzionamento del sistema giudiziario - più inefficiente il sistema (ad esempio, più lunga è la causa) più alto è il costo atteso. Questo è inefficiente, perché il costo pesa sulle imprese ma senza realmente beneficiare il lavoratore, che anzi è anch’egli sottoposto all’alea dovuta all’arbitrarietà e alla discrezionalità del giudice.

Abbiamo parlato (e parleremo sotto) di protezione dell'occupazione, intendendo protezione del posto di lavoro. Questa cosa è molto diversa dalla protezione del lavoratore, una distinzione che è tanto importante quanto intorbidita nel dibattito sulla riforma dell'articolo 18. Quest'ultimo, laddove si applichi, protegge il posto di lavoro (vedi sopra) ma non il lavoratore licenziato con giusta causa o per licenziamento collettivo, che in Italia è lasciato in balia di un sistema di ammortizzatori sociali del tutto inadeguato. La riforma prospettata dal governo Monti trasformerebbe la protezione di cui godono oggi alcuni posti di lavoro in protezione (parziale) per tutti i lavoratori. Torneremo su questa distinzione alla fine del post. Per il momento il lettore deve tenere bene a mente che stiamo parlando degli effetti di proteggere il posto di lavoro. Iniziamo subito.

2. Cosa sappiamo dalla teoria

Da un punto di vista teorico il funzionamento di qualunque meccanismo di protezione legale dell'occupazione è, in prima battuta, semplice da caratterizzare.

Un primo modello. Iniziamo da una economia  in cui le imprese competono in un mercato perfettamente concorrenziale per i propri prodotti. Il salario è invece determinato dalla contrattazione collettiva - che non discutiamo né caratterizziamo se non per dire che sarà più alto del salario concorrenziale.
In questo caso:

  1. Dato un numero di occupati oggi, una maggiore protezione dell’occupazione riduce il numero di lavoratori che perdono il lavoro domani. O direttamente perché è vietato licenziare o indirettamente perché l’impresa licenzierà meno se è più costoso farlo.
  2. In entrambi i casi, a parità di salario il costo di assumere un lavoratore oggi sarà più alto per le imprese, perché esse si accollano il rischio di dover occupare domani lavoratori che ex post potrebbero non voler occupare e/o perché sostengono i maggiori costi attesi di licenziare domani questi lavoratori.
  3. La domanda di lavoro da parte delle imprese domani si riduce se la protezione dell’occupazione si traduce effettivamente in un maggiore costo del lavoro; cioè se i salari non sono ridotti in proporzione.

L’effetto sull’occupazione domani, quindi, non è determinato. A parità di salario le imprese licenziano meno ma anche assumono meno. Idem per disoccupazione e salari. Se nulla possiamo dire riguardo a quello che succede domani all’occupazione e alla disoccupazione possiamo però proiettare l’analisi ad un’economia stazionaria, una specie di lungo periodo in cui le imprese abbiano operato tutti i riaggiustamenti di capitale e lavoro resi necessari dall’ipotetico aumento dei livelli di protezione del lavoro. In questo stato stazionario, ogni lavoratore che va in pensione è sostituito da un nuovo assunto. Un’astrazione, naturalmente, che ci serve a valutare gli effetti nel medio periodo dell’introduzione di nuove forme di protezione dei lavoratori. Questa è l’economia che è bene avere in mente quando si confrontano paesi caratterizzati, tradizionalmente, da diversi livelli di protezione dei lavoratori - Italia e Grecia vs. Stati Uniti e Regno Unito, ad esempio.

In un’economia stazionaria maggiori protezioni a salari invariati sono quindi associate a minore occupazione. In questa economia, infatti, l’occupazione è determinata esclusivamente da quanto le imprese assumono a dati livelli di  protezione.  In altre parole, gli effetti dell’aumento dei livelli di protezione si esauriscono nel corso del processo di aggiustamento, quando l’ultimo lavoratore che l’impresa non vuole sostituire con un nuovo assunto sia andato in pensione.

Riassumendo con parole diverse, un aumento della protezione del lavoro aumenta i costi dell’impresa a parità di salario e quindi, in stato stazionario, dopo i necessari riaggiustamenti: o i salari scendono per compensare il costo della protezione o scende la domanda di lavoro da parte dell’impresa (e quindi l’occupazione - tutti vogliono lavorare nella nostra semplice economia, nessuno che esca dalla forza lavoro per il momento). Tipicamente, scenderanno i salari, ma non abbastanza da compensare il costo (a cosa servono sennò i sindacati?) e quindi scenderà anche l’occupazione. Oppure, se volete una storia senza sindacati, lo slittamento verso il basso della curva di domanda di lavoro da parte delle imprese farà sì che il nuovo punto di incontro con la curva di offerta di lavoro (che ha pendenza positiva) sia a un punto in cui sia il salario sia l'occupazione sono più bassi. È anche importante notare che i costi per le imprese  di un aumento della protezione del lavoro tenderanno a  essere maggiori dei vantaggi per i lavoratori perché una parte dei vantaggi va alla burocrazia che garantisce la protezione, inclusi sindacalisti, giudici, avvocati.

In questa economia stazionaria, quindi, più alta è la protezione, minore la domanda di lavoro da parte dell’impresa e, ceteris paribus, minore l’occupazione e minore il salario.

Eterogeneità. Questa prima analisi teorica degli effetti dei meccanismi di protezione dei lavoratori è valida, appunto, solo in prima battuta. Per capire bene quale sia l’effetto teorico di queste norme è necessario riconoscere che il mercato del lavoro non è un mercato concorrenziale qualunque, come quelli in cui si scambiano mandarini e mele. Le mele e i mandarini (di un dato tipo, per esempio renette del trentino), infatti, sono beni omogenei la cui qualità è facilmente verificabile. I servizi forniti da un lavoratore e i posti di lavoro offerti dalle imprese, al contrario, sono eterogenei (ogni lavoratore è diverso da un altro per caratteristiche ed abilità e ogni posto di lavoro è diverso da un altro per condizioni di lavoro e mansioni).

Con imprese e lavoratori eterogenei c’è un’altra ragione perché un aumento della protezione del lavoratore generi inefficienze. Supponiamo (l’ipotesi è ragionevole) che le decisioni di assunzione e di licenziamento siano dovute a un calcolo di produttività. Le imprese assumono un lavoratore sulla base della sua produttività attesa, date cioè le sue caratteristiche osservabili (livello di istruzione, conoscenza delle lingue, ecc.). Nel corso del rapporto di lavoro alcune delle caratteristiche del lavoratore che non sono facilmente osservabili ex ante ma che hanno un effetto potenzialmente importante sulla sua produttività (ad esempio serietà, disponibilità al lavoro straordinario, propensioni e attitudini psicologiche varie, ecc.) vengono rivelate.  Alcune di queste caratteristiche non osservabili sono di particolare importanza per alcune imprese e non altre (ad esempio, in alcune imprese è importante essere socievoli, perché il lavoro è lavoro di gruppo; in altre meno). Le imprese vincolate dalla legislazione a protezione dell’occupazione, in generale, potrebbero voler licenziare per due ragioni: i) per chiudere o ridurre la produzione perché sono inefficienti, ii) per sostituire il lavoratore la cui produttività è ora rivelata con uno che ci si aspetta essere più produttivo, viste le caratteristiche di quello assunto in precedenza e le caratteristiche osservabili dei lavoratori disponibili sul mercato del lavoro. Questo significa che l’impossibilità di licenziare riduce la produttività media del lavoro nell’economia, perché i) i lavoratori protetti non hanno interesse ad essere efficienti ex post; ii) i lavoratori non sono in generale assegnati alle imprese la cui produttività più dipende dalle loro caratteristiche; iii) le imprese inefficienti non sono sostituite da altre potenzialmente più efficienti. In altre parole, la produttività del lavoro è più bassa in un’economia ad alte protezioni. Questo è importante perché, contrattazione collettiva o meno, sindacati o non sindacati, in uno stato stazionario, se le imprese sono competitive e a parità di altre condizioni, il salario tende a essere uguale alla produttività.  Se i mercati in cui operano le imprese non sono concorrenziali allora l’effetto sul salario diventa incerto: conta non solo la produttività ma anche il potere contrattuale dei lavoratori nella contrattazione collettiva,  che è maggiore quando l’occupazione è protetta.

Un sistema duale.
Fin qui abbiamo assunto che la protezione dell’occupazione si applicasse a tutti i lavoratori. In realtà sappiamo che in molti mercati del lavoro (tra cui quello italiano) si è introdotta flessibilità creando un sistema duale in cui un gruppo di lavoratori è protetto dal licenziamento e un altro no. Questo secondo gruppo è noto come “i precari”. In questo caso, partendo da un regime di protezione per tutti, segue dall’analisi sopra che le imprese assumeranno più lavoratori attraverso il canale precario, e che questi saranno i primi ad essere licenziati a fronte di shock negativi, anche se fossero più produttivi dei protetti. In altre parole, i lavoratori precari vengono utilizzati per creare un margine di flessibilità in un sistema altrimenti rigido. Inoltre, man mano che i protetti si ritirano dalla forza lavoro le imprese tenderanno a sostituirli con precari. Anche qui è utile ragionare in termini di economia stazionaria: finiti gli aggiustamenti in un’economia osserveremo tutti lavoratori precari? È possibile. Ma è possibile (probabile, diremmo) anche che almeno ad alcuni lavoratori siano offerte protezioni, cioè che si abbiano un mix di precari e protetti in stato stazionario.

Concentriamoci sul secondo caso: qui l’eterogeneità di cui parlavamo sopra è cruciale: se tutti i lavoratori fossero uguali non osserveremmo un mix di precari e protetti, ma avremmo davvero tutti precari. Ma il punto da non dimenticare, a questo proposito, è che le imprese per alcuni tipi di lavoro e con alcuni lavoratori possono avere interesse ad investire nel capitale umano specifico all’impresa dei lavoratori stessi. Queste sono un misto di cognizioni tecnologiche e sociali (come funziona quella particolare macchina, quali sono i pregi e i difetti nascosti del prodotto dell’impresa, come parlare a quel particolare dirigente, o quel particolare cliente, chi chiamare quando si rompe un computer...). In questo caso, contratti precari non sono appropriati, perché soggetti a restrizioni varie nella durata e nel rinnovo. E quindi, per quanto la protezione del lavoratori costi, le imprese possono preferire questa a un contratto precario per un numero limitato di posti di lavoro. Ma è chiaro che questo tipo di posti “non-precari” saranno minori in stato stazionario maggiore siano le protezioni; cioè le imprese cercheranno di strutturare le proprie operazioni produttive ed amministrative il più possibile attorno a lavori che possano essere offerti a precari. A chi poi offriranno i (relativamente pochi) posti non precari, le imprese, dipende da condizioni varie ed eterogenee, ma è naturale teorizzare  che tenderanno a farlo con lavoratori maturi (di esperienza, che abbiano lavorato già magari in forma precaria nell’impresa e che abbiano quindi già rivelato la propria produttività non-osservabile nell’impresa stessa), maggiormente istruiti, e soprattutto a lavoratori che abbiano relativamente poca mobilità tra imprese e dentro e fuori dal mercato del lavoro (e qui cascano le donne). Insomma, la teoria suggersice, tagliando con l’accetta,  che siano giovani e donne a fare i precari, anche in stato stazionario.

Nel sistema duale con mix protetti/precari in equilibrio, quindi, l’occupazione è maggiore ma anche più volatile, e selettivamente tale: è il cuscinetto di precari a contrarsi ed espandersi. Per quanto riguarda l’accumulazione di capitale umano specifico all’impresa, ciò implica che per i lavoratori precari questo capitale viene continuamente distrutto e quindi viene meno l’incentivo ad accumularlo in primo luogo, come dicevamo. Questo, a sua volta, esercita una pressione verso il basso sul salario dei precari, perché questo è il “rendimento” del capitale umano. Ma cosa succede ai salari, in generale, in questo sistema duale? Difficile dirlo, perché ci sono più forze che spingono in direzioni diverse. Per esempio, l’occupazione flessibile è meno costosa per l’impresa (nel senso discusso sopra) e questo spinge nella direzione di far diminuire il rapporto tra salario protetto e salario precario. Prendiamo due lavoratori identici, uno protetto e uno precario (senza chiederci perché se sono identici sono protetto uno e precario l’altro): il salario del secondo deve essere maggiore perché per l’impresa il costo di licenziarlo in futuro è più basso. Se poi i due lavoratori sono avversi al rischio c’è un altro motivo per cui il salario del precario deve essere maggiore: questo si assume maggiore rischio accettando l’occupazione precaria. Tuttavia, lavoratori protetti e precari non sono identici: nell’economia stazionaria con mix protetti/precari i secondi hanno probabilmente più bassa produttività e/o piu’ basso capitale umano specifico all’impresa, e questo spinge in alto il rapporto tra salario protetto e salario precario. Inoltre, se i salari si determinano mediante contrattazione (ossia, le imprese operano in mercati dei prodotti non concorrenziali per cui esiste un surplus di profitti da oligopolio/monopolio da spartire tra capitale e lavoro), i lavoratori protetti hanno maggiore potere contrattuale di quelli precari, e anche questo spinge il rapporto in alto. Tutti sappiamo che in Italia i precari hanno salari più bassi dei protetti: ciò suggerisce che queste due forze prevalgono sulle prime due.

Non occupati né disoccupati.
Nelle statistiche sul mercato del lavoro i disoccupati sono coloro che non hanno lavoro ma “lo cercano” (evitiamo di entrare nella definizione di “lo cercano”). Esiste quindi in principio tutto un gruppo di persone che pur in età di lavoro, non lavorano né lo cercano. Per capire questo fenomeno, bisogna buttare a mare l’ipotesi che abbiamo mantenuto sino ad ora che chiunque nella nostra economia vuole lavorare. Alcuni preferiscono non farlo. La teoria implica quindi che questi siano maggiormente rappresentati tra i) coloro cui  il mercato del lavoro offre cattive condizioni (cioè lavori precari a basso salario) e ii) che allo stesso tempo possano guadagnarsi (o procurarsi) da vivere  altrimenti. Indovina indovinello, chi sono questi?  Ancora una volta, giovani e donne, sopratutto quelli con basso livello di istruzione, che restano o si ritirano  “in famiglia”.

Frizioni. Fin qui abbiamo assunto che posti di lavoro eterogenei e lavoratori eterogenei si incontrassero senza alcuna difficoltà sul mercato del lavoro. La dimensione temporale era quindi irrilevante. In realtà è necessario che potenziali lavoratori e potenziali datori di lavoro si cerchino (a lungo, talvolta) prima di trovarsi. Questo introduce un elemento non competitivo nell’equilibrio del mercato del lavoro.

Per capire questa variante dobbiamo pensare al mercato del lavoro come a un insieme di flussi di lavoratori e imprese tra diversi stati. Più in particolare, semplificando parecchio, il lavoratore può essere in uno di due stati:  occupato o non-occupato. Le imprese anche esse sono in uno di due stati, o hanno posti di lavoro vacanti o non ne hanno. La coesistenza di lavoratori disoccupati e posti di lavoro vacanti (un fatto empirico) sta lì a dimostrare che nel mercato del lavoro le frizioni sono importanti: ci vuole tempo perché il lavoratore giusto e l’impresa giusta si trovino a vicenda.

Nuove persone entrano continuamente nel mercato del lavoro come disoccupati (i più fortunati direttamente come occupati) e iniziano a cercare un lavoro. Quando lo trovano transitano dal gruppo dei disoccupati a quello degli occupati, e il  posto di lavoro  vacante diventa occupato. Altri lavoratori fanno il percorso inverso quando il loro posto di lavoro scompare o quando lo lasciano per cercarne un altro (nel qual caso quel posto di lavoro torna nel gruppo dei posti vacanti se l’impresa che lo aveva creato cerca un sostituto). Infine, nuovi posti di lavoro vengono creati e fanno parte  dei posti vacanti finché non vengono occupati da qualcuno. Ci sono poi flussi da disoccupazione e occupazione al gruppo che è fuori dalla forza lavoro (esempi: pensionamenti e lavoratori scoraggiati), e viceversa. Questi flussi per unità di tempo tra i vari gruppi ne determinano la consistenza (stock) in ogni istante. Di particolare interesse sono gli stock di occupazione e disoccupazione, la loro composizione, e la durata della permanenza in essi.

In questo mondo dinamico e con frizioni permane (è ovvio) la stessa ambiguità discussa sopra circa l’effetto della protezione del lavoratore su occupazione, disoccupazione, salari. Tuttavia possiamo concludere che in equilibrio sia occupazione sia disoccupazione avranno maggiore durata. Avremo cioè occupati di lungo periodo (carriere ininterrotte di 35 anni, per esempio) e disoccupati anch’essi di lungo periodo (persone che restano disoccupate per un anno o due dopo aver perso il lavoro, per esempio). Il motivo è lo stesso: la protezione riduce i flussi in entrata e in uscita sia tra i disoccupati sia tra gli occupati. Nella misura in cui la disoccupazione di lunga durata si conclude con una transizione dalla disoccupazione al gruppo fuori dalla forza lavoro e scoraggia l’inizio della ricerca di un lavoro, la protezione dell’occupazione genera anche maggiori flussi in entrata e minori flussi in uscita dal gruppo non forza lavoro: in altre parole, diminuisce il tasso di partecipazione. Il modello implica anche che se ci sono soggetti che più frequentemente di altri entrano ed escono dalla forza lavoro, i primi avranno tassi di disoccupazione più elevati, maggiore durata della disoccupazione e, in ultima istanza, una minor tasso di partecipazione al mercato del lavoro. Per le ragioni di cui si diceva sopra, la teoria implica che questi soggetti marginali siano soprattutto le donne e i giovani. Gli insiders al mercato del lavoro, invece (cioè gli occupati da molto tempo e che non devono uscire temporaneamente dal mercato per rientrarvi successivamente) faranno prevalentemente parte del gruppo degli occupati e quindi avranno un tasso di disoccupazione minore della media e un più alto tasso di partecipazione.

3. Conclusione

Cosa dovremmo aspettarci se quest’anno il governo riuscisse ad allentare il regime di protezione dell’occupazione attualmente vigente in Italia? La teoria economica predice che il mercato del lavoro diventerebbe più dinamico: più lavoratori perderebbero il lavoro ma più persone (incluse quelle che l’avessero perso a causa della maggiore flessibilità) ne troverebbero uno. La durata della disoccupazione si ridurrebbe e aumenterebbe la produttività dell’economia a causa della maggiore efficienza del processo di riallocazione di lavoro e capitale. L'aumento di produttività indurrebbe un aumento dei salari, almeno nei settori concorrenziali. Inoltre, i gruppi più marginali nel mercato del lavoro (giovani e donne, in particolare) avrebbero solo da guadagnare: per essi (come gruppo) la teoria predice maggiore occupazione e minore durata della disoccupazione. Infine, i contratti a tempo determinato inizierebbero ad essere sostituiti con quelli a tempo indeterminato (meno “precari”). L’evidenza empirica disponibile conferma questi fatti. Ma per questo dovete aspettare la prossima puntata.

Nota della redazione: questo post è il secondo di una serie di contributi che appariranno su nFA nelle prossime settimane sul tema della protezione legale dell'occupazione. Il governo renderà noto entro fine marzo il proprio disegno di riforma del mercato del lavoro e, in particolare, della protezione legale dell'occupazione. Il sentiero si preannuncia in salita. I lettori di nFA non arriveranno impreparati. Segnaliamo anche due lezioni per la serie ''A conti fatti'': una discussione tra Giorgio Brunello e Michele Boldrin sull'art. 18 dello Statuto dei Lavoratori e una lezione di Michele Boldrin sul mercato del lavoro.

68 commenti (espandi tutti)

 

Va bene, molto interessante, ma possible che in queste analisi (mi riferisco al sistema non-duale) non trovi mai posto la considerazione degli effetti della ri-proletarizzazione dei lavoratori dipendenti? Pensare che le imprese funzionino solo come “organismi economici” è illusorio, sono prima di tutto “organismi sociali” dove le decisioni riflettono i bias culturali e sociali individuali. Trasformando il lavoratore subordinato da individuo “collaboratore”, con cui viene stipulato un patto di fiducia anche umana, in commodity, si attua una tale trasformazione strutturale da rischiare di scardinare qualunque modello previsionale... non dimentichiamo che il fine dell’economia, non come oggetto di studio ma come oggetto di pratica, è il benessere degli individui, chissenefrega di massimizzare l’efficienza di un processo se il risultato è alternativamente un ritorno alla suddivisione della società in aristocratici e popolari ovvero (come è più probabile) un ritorno ad una bella stagione di violenza? Per cui ben venga la rimozione del dualismo, ben venga la rimozione di eccessi assurdi come l’obbligo di reintegro dei ladri, ma che il licenziamento debba rimanere un costo è socialmente consigliabile.

 

non trovi mai posto la considerazione degli effetti della ri-proletarizzazione dei lavoratori dipendenti?

E della considerazione che in un sistema duale avete già ri-proletarizzato (qualsiasi cosa tu intenda) milioni di lavoratori dipendenti che ne facciamo?

x A.R.

chemist 27/2/2012 - 16:18

“Avete”? Io non ho fatto nulla… comunque affinché sia chiaro io sono per l’adozione la più diffusa possible di un contratto unico a tempo indeterminato con possibilità di licenziamento senza giusta causa previo indennizzo (però cospicuo con numero di mensilità proporzionato all’anzianità di servizio, tipo 2 mensilità/anno servizio fino ad un massimo di 40 mensilità) mentre limiterei il diritto al reintegro ai casi di evidente discriminazione, mobbing ecc...

Certamente il sistema duale ne ha ri-proletarizzati parecchi ma, mentre sulla bassa efficienza del sistema per gli insiders e la loro relativamente scarsa produttività, il cambiamento potrebbe risultare opportuno (anche se un po' doloroso socialmente), non mi pare altrettanto convincente la prospettiva per gli attuali "precari".

Una parte importante dei non tutelati non coincide con co.co.co, finte partite IVA o interinali "di infima categoria" impiegati nel commercio/turismo/agricoltura e quasi completamente composti da immigrati ma che opera nelle micro aziende artigiane.

Quindi sono sotto i 15 dip., scoperti per l'art.18 e per la CIG ( a parte la cassa in deroga - eccezione - di adesso)  e hanno da sempre due caratteristiche:

a) il salario reale è mediamente più alto del nominale (contrattuale, che invece è addirittura inferiore allo standard CCNL industria) al centro nord, con sforamenti notevoli da parte degli "specializzati/esperti" che si contrattano la fidelizzazione a suon di euro/mese (o cambiano azienda e padroncino);

b) in tutto il centro sud sono invece (quando va bene e si parla di assunzioni reali..) in linea con gli standard salariali inferiori e con un tasso di licenziamento/assunzione elevatissimo (ragazzi per il metalmeccanico e giovani donne per il tessile "da cantina" che lavora per le aziende medie del nord).

Nella descrizione della teoria che fanno Bisin e Zanella mi pare che queste fattispecie non rientrino: le prime perchè in realtà sono già oggi "tutelate" da una contrattazione individuale col DL e da posizioni professionali di forza che tagliano fuori completamente sia i sindacati che le associazioni datoriali;  le seconde perchè sono fuori dal circuito del mercato del lavoro ufficiale: non se ne occupa ne MENPOWER ne l'ufficio provinciale del lavoro, si agisce nella rete informale del parroco, dell'amico e spesso con (almeno) un primo periodo in nero.

Credo che qualunque proposta di protezione e stimolo al mercato del lavoro in Italia, non possa evitare di fare i conti con queste realtà e con la loro necessaria trasformazione (verso quale assetto produttivio? con quali risorse e cultura imprenditoriale, ecc.).

please

giulio zanella 27/2/2012 - 23:43

chemist, please...

Abbiamo fare uno sforzo analitico per riassumere in modo accessibile una letteratura vasta. Credo che questo post meriti una discussione migliore. La nostra analisi puo' non piacere, ma allora bisogna contribuire con altre analisi, non brandire a caso parole come "proletarizzazione", "lavoratore commodity", "aristocratici e proletari", e "stagione di violenza". Per le amene discussioni su tutto questo c'e' il bar li' sotto.

"aristocratici e popolari" veramente.. il riferimento era al conflitto insanabile dell'antica Roma, che portò gradualmente al fallimento della repubblica ed all'instaurazione del principato. Un fallimento su cui penso che ancora oggi valga la pena di riflettere... in fondo si tratta di un vecchio esperimento di globalizzazione, nel quale lo sconvolgimento degli equilibri sociali ed economici ha reso "impossibile" la prosecuzione della democrazia. Nulla a che fare col presente? Può darsi...
Per venire alla proletarizzazione ed al lavoratore commodity, mi pare un tantinello difficile negare che la globalizzazione abbia ridotto drasticamente il valore di molte forme di lavoro (tutte quelle che sono trasparenti rispetto alla localizzazione geografica). Al momento la situazione non è drammatica, ma potenzialmente pericolosa sì: siamo in una condizione di forte squilibrio, con miliardi di indiani cinesi ecc... che producono molto e costano poco, e forse un miliardo di occidentali che consumano molto e non possono più essere abbastanza competitivi per produrre e quindi si indebitano o si mangiano la ricchezza accumulata... visione banale e semplicistica? mah... Quanto alla violenza, non la invoco, la temo, e mi concederai che sarebbe una novità assoluta della storia, se riuscissimo ad attraversare la crisi attuale evitandola (dalla rivoluzione francese a quella bolscevica a quelle nazifasciste... erano tutte inevitabili e necessarie? no, ma sono avvenute all the same... ah ma adesso gli esseri umani sono cambiati, dimenticavo...)
OK, sento che fanno il 3x2 della tequila al bar di sotto, devo scappare.
E certo, non è una analisi scientifica, dopotutto io faccio il chimico, non l'economista.

chemist, non volevo mandarti al bar :-) solo invitarti  a una discussione meno vaga. Cosi' va gia' meglio, grazie.

Vengo al merito delle questioni che hai chiarito.

 il riferimento era al conflitto insanabile dell'antica Roma, che portò gradualmente al fallimento della repubblica ed all'instaurazione del principato. Un fallimento su cui penso che ancora oggi valga la pena di riflettere

Certo, ma di cose cosi' e' piena la storia anche recente, no? La differenza rispetto ad allora e agli 30 del 1900 in Italia, per dire, e' che abbiamo istituzioni democratiche (nazionali e sovranazionali) molto piu' forti. Questo non e' sufficiente a prevenire quello a cui ti riferisci, ma e' certamente necessario.

Per venire alla proletarizzazione ed al lavoratore commodity, mi pare un tantinello difficile negare che la globalizzazione abbia ridotto drasticamente il valore di molte forme di lavoro 

Per chi e dove? Prova a chiedere a cinesi e indiani di quanto e' aumentato il valore del loro lavoro (in qualunque  forma) dal 1990 a oggi. Ci fanno concorrenza? Cosi' va il mondo, anche noi facevamo concorrenza (con enorme successo) agli inglesi, agli americani, ai francesi e tanti altri fino al 1970. E che oggi che siamo diventati ricchi vogliamo far rimanere li' fermi a morire di fame 1/3 della popolazione mondiale?

hangover

chemist 28/2/2012 - 13:11

Scrivo dal tavolino del bar, cercando di gestire un terribile hangover...:-)
Non credo che, se la situazione dovesse deteriorarsi seriamente in Europa, il fenomeno comincerebbe proprio dall’Italia, piuttosto da paesi come Ungheria o Grecia... poi si sa, il cattivo esempio è contagioso.
Quanto al secondo punto sono totalmente d’accordo: il valore di molte forme di lavoro si è ridotto localmente, cioè nei paesi ricchi. Il punto, secondo me, è gestire la transizione da una prosperità riservata solo ad alcune aree geografiche (es. tipico -Europa occidentale) ad una prosperità molto più diffusa (es. tipico Cina) senza passare attraverso livelli socialmente inaccettabili e comunque esplosivi di umiliazione delle classi più o meno direttamente esposte, che in prima approssimazione sono i lavoratori dipendenti dell’industria, ma in seconda approssimazione è un po` tutta la società perché su per li rami l’impoverimento di una parte si trasmette inevitabilmente a tutto il rimanente.
Più flessibilità per essere più competitivi? Va bene, ma primo non mi farei illusioni sull’entità dei benefici ottenibili (basta considerare che paesi più flessibili come gli USA non hanno mostrato tutta questa attitudine a compensare a livello industriale gli svantaggi con l’Asia) ed inoltre tirando troppo questa leva si rischia di rompere la macchina, ossia fuor di metafora di rompere la famosa “coesione sociale”.
That’s my view, anyway.

per definizione la globalizzazione porta benefici. Se un altro paese produce qualcosa in maniera più competitiva le soluzioni sono 1) abbassare il proprio salario 2) cambiare il tipo di produzione logicamente non puoi competere con i cinesi producendo magliette di cotone tutti i dubbi sulla globalizzazione sono un semplice spauracchio per chi non sa (o non vuole) adattarsi alle nuove condizioni

x enrico

chemist 28/2/2012 - 17:44

Lavorando per una multinazionale che opera in settori a tecnologia avanzata con sedi operative in tutti i continenti e sede legale a Singapore direi di non potermi considerare così sprovveduto su cosa significhi competere nel mondo globalizzato.
Ma posso sempre imparare.

x chemist

enrico 28/2/2012 - 17:51

perfetto.
allora non c'è alcun conflitto sociale insanabile.
Da sempre i lavori meno produttivi sono stati abbandonati.
Difendere posti di lavoro improduttivi non può che peggiorare la situazione.
Ogni obiezione a tale inevitabile processo è pura ideologia

E del fatto che i lavoratori dipendenti sono già stati ri-proletarizzati da decenni di posta extra fisso, che tengo a sottolineare è un FATTO cosa mi puoi dire???

x b79

chemist 27/2/2012 - 16:28

vedi risposta ad A.R.

Davvero un bel post. Parziale (nel senso di una visione secondo me solo parziale della storia), ma interessante. Ho due ordini di problemi collegati tra loro:

1) Collegate l'art 18 alla più generale "possibilitá di licenziare"; in realtá l'art 18, come voi stessi ricordate, impedisce i licenziamenti solo di alcuni "tipi", in particolare di quelli discriminatori. Ovvero, il caso che voi proponete in alcuni passaggi, ad esempio come quello della verifica ex-post degli skill dei lavoratori, dovrebbe (qui non sono un uomo di legge e quindi non posso essere sicurissimo) rientrare tra i possibili licenziamenti economici, che cadono sotto altra disciplina. L'art 18 impedisce di licenziare solo se l'imprenditore si vuole liberare del lavoratore perché magari ex-post si accorge che quel lavoratore é ad esempio "vegetariano", "comunista" (brutto e cattivo per definizione) o per altre caratteristiche individuali o collettive (appartenenza a particolari gruppi sociali); come a voler dire, immaginiamo che ex-ante ci sia qualche caratteristica individuale non osservabile che fa si che ex-post (quando l'imprenditore la realizza) induce l'imprenditore a volersi "liberare" del lavoratore. Bene, se questa caratteristica individuale é non correlata all'attivitá produttiva si chiama discriminazione ed é impedita dall'ordinamento. Il punto che ho sulla vostra storia é allora qui; ma se la caratteristica individuale "discriminatoria" (nel senso di possibile fonte di discriminazione) non é correlata con l'attivitá produttiva del lavoratore (per definizione di art 18) allora la norma in sé non dovrebbe avere alcun effetto sul mercato del lavoro. Il costo per l'imprenditore in termini di licenziamento per bassa produttivitá non dovrebbe dipendere dall'art 18.

2) Collegato al punto 1, c'é un'altra questione con cui ho un problema. Ovvero, mi sembra che nella vostra storia manchi completamente un capitolo bello corposo, che é quello relativo alla produttivitá e agli skills degli imprenditori. La domanda di skills e di capitale umano dipende infatti anche dalla qualitá dell'imprenditore. Uno "stupido" avrá difficoltá a riconoscere le potenzialitá di lavoratori skilled, e avrá meno incentivi a che la classe di lavoratori nel complesso sia più istruita, riducendo al tempo stesso e la qualità di capitale umano dell'economia e la produttività di ogni singola impresa. Ora, non sfugge a nessuno che la qualità media degli imprenditori italiani non sia esattamente quella di Silicon Valley (ma qui potrebbe esserci uno spunto per la vostra analisi empirica e vedere cosa esce fuori). In particolare, l'economia italiana da che tipi di imprenditori é composta. Qui sono un poco brutale e me ne scuso. In gran parte le famigerate piccole e medie imprese come sono evolute nel corso del tempo?. Trasmettendo le imprese all'interno della famiglia di padre in figlio. Ora capita che alcuni di questi figli siano particolarmente dotati, e possano innovare e riconoscere il valore degli skill anche senza aver studiato, ma in gran parte la maggioranza di figli che hanno ereditato le imprese dai rispettivi padri senza aver studiato abbastanza, si trovano ad aver gestito le imprese con uno stock di abilità talmente basso da avere inibito sia la domanda di capitale umano che la produttività.

In generale, quello che realmente mi provoca fastidio (non voi) nella discussione sulla produttività del mercato del lavoro è questo. Non riconoscere che parte (e io credo rilevante) del problema sia dovuto alla scarsissima qualità della classe imprenditoriale italiana che per conservare le proprie posizioni di vantaggio (rent-extraction) ha inibito per tanti anni sia l'accumulazione di capitale umano dell'economia che la mobilità occupazionale. Invece di chiedersi qual'é quella norma che potrebbe migliorare la flessibilitá (rendendola da cattiva a buona, secondo un significato che veramente non mi é chiaro), perché non ragionare come fare per indurre gli imprenditori a studiare. Vi lascio con questa citazione di uno tra i più grandi (nel senso di dimensione) imprenditori italiani, De Benedetti, che a Repubblica del 16/02/2012 dichiara:

"Fare l'imprenditore oggi significa essere preparati...".

Ecco la parola chiave é, secondo me, "OGGI". Come a dire fino ad ora forse non era cosí importante aver studiato e acquisito degli skills per fare gli imprenditori! 

 Non riconoscere che parte (e io credo rilevante) del problema sia dovuto alla scarsissima qualità della classe imprenditoriale italiana

Gli imprenditori italiani sono quello che sono perché avete costruito un sistema che li favorisce e li seleziona così come sono. Un sistema paese da 60M di abitanti è un sistema complesso, maledettamente complicato e che avrà un'inerzia mostruosa,  e se vuoi produrre imprenditori "migliori" secondo tante definizioni, devi accettare i rischi che inevitabilmente ti prendi tentando di cambiarlo. Se non vuoi prenderti questi rischi, rinunci alle conseguenti opportunità, e ti tieni quella tipologia di imprenditori, non c'è nulla da fare.

Siamo d'accordo, é un particolare sistema, insieme di regole e comportamenti, che induce quella selezione. Il mio punto é proprio questo; aggredire questo problema, ma ancora non capisco come l' art 18 migliorerebbe la selezione della classe imprenditoriale.

Più sotto  marcospx citava degli studi che darebbero in oltre mezzo milione nel primo quinquennio le imprese che evitano di crescere oltre il 15mo dipendente per non incorrere nell'art. 18. Immagino che ci siano anche altre concause, ma già questo dovrebbe essere una ragione sufficiente per implementare un sistema migliore (le imprese più grandi sono mediamente più efficienti, e quindi creano più ricchezza, innovazione e occupazione).

1) Il post spiega che c'è un margine di discrezionalità corposo per il giudice, per cui anche se su carta tutto funziona bene e la giustizia trionfa non è inusuale che l'impresa perda la causa anche quando il licenziamento ha motivazioni esclusivamente economiche. L'aneddottica è piena di casi. Inoltre, come faceva notare qualche commentatore nel post precedente, abbiamo tutti idee politiche, religiose, calcistiche etc. etc. quindi teoricamente possiamo tutti sostenere che siamo stati discriminati sulle base di queste - e intanto si rimane in causa N anni.

 

2) La soluzione migliore al problema che poni è che quelli che hanno skill organizzative e sanno fare innovazione si mettano a fare gli imprenditori, il che succede se fare impresa diventa piu' semplice e se i costi impliciti spiegati in questo post diminuiscono. Tu sei un imprenditore? Se la risposta è no chiediti quali sono le ragioni per cui non hai ancora aperto un'impresa... 

Non dico questo, che tutti lo siano, anzi sono sicurissimo del contrario. Ma l'esistenza della questione dell'art 18 risiede nella possibilitá che esistano fattispecie simili. Se poi vogliamo dire che la rilevanza dei casi é minima, infatti é cosí. Ma allora, oltre al punto 1) che dicevo, che senso ha continuare a discutere dell'art 18? La mia questione é l'altra; aggredire la fonte d'inefficienza e bassa produttivitá da un altro canale, che é quello di favorire una migliore selezione della classe imprenditoriale.

scusa ho avuto problemi con l'editing e ha ricopiato il mio commento di sotto. Il mio commento era questo:

1) Che non c'é un arbitrio completo sulla discriminazione, ma i casi sono definiti nell'art 18 nel richiamo alla Costituzione; quindi non é che una mattina un giudice si sveglia e decide cosa é e cosa non é discriminazione. L'incertezza come sottolineato anche dagli autori puó essere sui tempi e sulle procedure, ma nel mio punto 1) questo tipo di incertezza non dovrebbe influire. Quello che volevo sottolineare era che per la natura della norma che tende a colpire la discriminazione il costo implicito dell'imprenditore su questo punto non esiste. 

2) Sul secondo punto, io vorrei sottolineare proprio questo; perché si continua a parlare di art 18 non di migliore selezione della classe imprenditoriale? Ora posto quanto sopra, ridurre i costi impliciti nel fare imprese non é che necessariamente sia positivo se fare impresa non é legato ad un ambiente che selezione gli imprenditori sulla base della loro abilitá. Se rendi piú facile fare impresa, lo fai anche per quelli che potenzialmente non sono idonei a farlo; anzi gli rendi il processo di estrazione della rendita ancora piú facile e li tieni in gioco. Ora non capisco come l'art 18 mi fa ridurre la quota degli imprenditori meno abili e che stanno sul mercato solo grazie a loro posizioni di vantaggio.

Ora non capisco come l'art 18 mi fa ridurre la quota degli imprenditori meno abili e che stanno sul mercato solo grazie a loro posizioni di vantaggio.

Per non fare che un esempio, ci saranno già ora in giro decine di migliaia di imprenditori abilissimi e capacissimi che scientemente da decenni decidono di non crescere perché se vanno oltre i 15 dipendenti, si prendono un rischio più grande delle eventuali opportunità sul breve-medio periodo. Alcuni in passato moltiplicavano le aziende (max 15 dipendenti l'una), altri cercheranno altre scappatoie con i vari tipi di precariato (i.e. PIVA, compartecipazioni e quant'altro), altri ancora proprio non ci pensano lontanamente. Tutte queste soluzioni (compresa quella di assumere il sedicesimo fatidico dipendente) sono inefficienti rispetto alle soluzioni disponibili ai competitor di tutti (o poco ci manca) gli altri paesi OCSE. Per immaginare il risultato non credo ci voglia un genio ..

Un argomento spesso usato ed abusato afferma che l’art. 18 impedisca alle imprese di crescere e che rimuoverlo aiuterebbe a risolvere il problema del nanismo delle imprese italiane. Borgarello, Garibaldi e Pacelli (2004) e Schivardi e Torrini (2008) analizzano l’effetto dell’art. 18 sulla dimensione delle imprese italiane, guardando alla propensione delle imprese a crescere intorno alla soglia critica di 15 dipendenti. Entrambi i lavori concordano sul fatto che l’effetto soglia esiste, cioè la probabilità di assumere uno o più dipendenti decresce intorno alla soglia di 15 dipendenti, ma è un effetto che si aggira intorno al 2% ed è quantitativamente troppo limitato per spiegare perché le dimensioni delle imprese italiane sia molto minore rispetto alla media europea

 

Ma, in ogni caso... tu davvero credi che queste "decine di migliaia di imprenditori abilissimi e capacissimi" siano frenati proprio dall'articolo 18? Peraltro, nel tuo commento precedente (19:33), parli, se ho capito bene, di un sistema che "seleziona" imprenditori "peggiori". Ora, anche ammesso che l'articolo 18 danneggi i "bravi" imprenditori, perchè dovrebbe danneggiarli in misura maggiore rispetto ai "cattivi"?


Infine, la cosa più importante: chi è il "noi" a cui ti riferisci (e contro cui inveisci) in tutti i tuoi commenti? Non so se sia un problema mio, ma lo trovo maledettamente irritante... Credo siano in molti, per dire, i lettori di nfa che non hanno mai riproletarizzato nessuno...

A parte il fatto che non era che un esempio, ammettiamo che sia il 2%. Fatto 100 il numero di aziende con meno di 15 dipendenti, quest'anno il 2% non diventa più grande specificatamente per questa ragione, il prossimo anno un altro 1.96%, quello dopo un altro 1.92%, quello successivo un altro 1.88%, in 4 anni siamo già all'8% della popolazione osservata, e via così finché la stima che citi tiene. Se ci aggiungi che ci saranno anche altri motivi oltre a quello, vedrai come a lungo andare è una gran bella batosta per la produttività del sistema paese.

Ma, in ogni caso... tu davvero credi che queste "decine di migliaia di imprenditori abilissimi e capacissimi" siano frenati proprio dall'articolo 18?

Sui milioni di imprenditori italiani, ce ne sono certamente decine di migliaia frenati dall'art. 18 (fattualmente, il 2% di 4.356.236 è pari ad oltre 87 mila). Confronta con qualsiasi paese a pari livello di sviluppo, o che sia passato al livello di sviluppo che aveva la RI 10, 20 o 30 anni fa, ma con un sistema paese "migliore", e ti dovresti rendere conto della cosa da solo.

anche ammesso che l'articolo 18 danneggi i "bravi" imprenditori, perchè dovrebbe danneggiarli in misura maggiore rispetto ai "cattivi"?

Perché i "cattivi" se ne fregano, ed assumono in nero, o con contratti precari, o ti fanno firmare le dimissioni in bianco prima di firmare un TI? Perché al "cattivo" non fa né caldo né freddo cacciare la dipendente che gli "confessa" di essere incinta? Prova a fargli concorrenza mettendo al rischio i tuoi soldi, i tuoi beni, i tuoi cari, la tua vita, e poi ne riparliamo. Nella RI non c'è dominio della legge, o almeno non c'è come inteso ed atteso in molti dei partner europei, ed anche altrove oramai. Il sistema attuale privilegia i disonesti e gli sfruttatori, sono invece possibili altri sistemi dove il lavoratore è incentivato a non farsi sfruttare per sopravvivere, e l'imprenditore è incentivato a far crescere la propria attività e creare conseguentemente nuova ricchezza e nuova occupazione.

Infine, la cosa più importante: 

chi è il "noi" a cui ti riferisci (e contro cui inveisci) in tutti i tuoi commenti? Non so se sia un problema mio, ma lo trovo maledettamente irritante... Credo siano in molti, per dire, i lettori di nfa che non hanno mai riproletarizzato nessuno...

Mi spiace se ti irrita, ma da un altra prospettiva mi incoraggia, perché spero ti sproni a riflettere più approfonditamente sul sistema attuale, e su quanto sia equo o anche soltanto sostenibile. Come già raccontato, io andai agli scioperi generali del 1990 e 1991 per estendere l'art. 18 alle aziende con meno di 15 dipendenti. Idealmente, sono del tutto favorevole all'art. 18. In un mondo ideale, sarebbe probabilmente la legge ideale. All'atto pratico, nel mondo reale, e con molta più esperienza e comprensione di questo mondo di quella che avevo vent'anni fa, mi sono reso conto ormai da diversi anni che è insostenibile, non soltanto economicamente, ma anche socialmente e soprattutto moralmente. In questi 20 anni ho visto la gran parte della mia generazione, la gran parte dei miei amici, compagni di studio, e la generazione delle mie sorelle e di mio fratello, più giovani di me, e dei loro amici e compagni, completamente tradita e sfruttata da un sistema paese che in cambio del lavoro e del sacrificio di alcuni concede ad altri privilegi altrimenti insostenibili.

Chi difende il sistema attuale, non può non ritenersi complice, peggio ancora se compartecipa ai privilegi che esso garantisce alle spalle delle altrui sofferenze e privazioni.

Che poi, capirei l'irritazione se chiedessi la libertà di licenziare e buttare in strada senza pietù e senza alcuna rete di protezione (com'è tra l'altro ad oggi la situazione della maggior parte dei precari), mentre quello che chiedo è semplicemente che dato che la coperta è corta, invece di darla soltanto ad alcuni (a mio avviso, con una bassa correlazione con gli eventuali meriti), di stare tutti più stretti e farci rientrare tutti i meritevoli.

 

P.S.: perché non ti firmi con nome e cognome?


il 2% di 4.356.236 è pari ad oltre 87 mila

 

le imprese con dipendenti da 10 a 19 furono stimate nel 2007 in 148840 con 1954006 dipendenti (QUI)

Interfacciando questo numero con la distribuzione delle imprese per numero di addetti che ho dato prima (ora 21.49) si deduce che i dipendenti da imprese con 15 dipendenti erano meno di 200000. (2% di 200.000 = 4000)

ISTAT via Ichino.

BTW, bastava cercare su Google per quel numero.

No, scusami, ma uno non si trattiene... In quei 4 milioni riportate dall'ISTAT e ripresi nell'articolo di Ichino (intitolato, guarda un po', "lettura errata dei dati istat ...") ci sono le imprese composte da un solo addetto, molte delle quali non sono imprese, ma gente che lavora a partita iva come dipendenti di imprese più grandi.

Ma anche se così non fosse, come fai a utilizzare, nel tuo conto sulla crescita delle imprese, il 2% riportato da Schivardi (che, chiaramente, si riferisce alle sole imprese sulla soglia dei 15 dipendenti) a TUTTE le micro imprese? Ritieni plausibile che le imprese composte da uno o due o tre addetti non crescano per colpa dell'articolo 18? Anche facendo finta che i tuoi calcoli non partano da presupposti errati, non ti accorgi dell'assurdo?

(E, ripeto, non voglio stare certo qui a difendere l'articolo 18...).

In quei 4 milioni riportate dall'ISTAT e ripresi nell'articolo di Ichino (intitolato, guarda un po', "lettura errata dei dati istat ...")

Il Sig. Ichino ha le sue rispettabilissime opinioni, io avrò le mie, no? Ad ogni modo, quelle imprese composte da 1 solo addetto, con un sistema paese diverso, con un articolo 18 diverso, potrebbero diventare dipendenti, oppure assumersi più rischi, crescere, assumere altro personale più rapidamente, per raggiungere e superare i 15 dipendenti. Io e te, e nemmeno il Sig. Schivardi o il Sig. Ichino, o chi vuoi tu, non possiamo certo decidere che solo tra le aziende di 15 dipendenti e non uno di meno siano quelle che non crescono per via dell'art. 18. BTW, conosci una stima di quante aziende ci siano con 15 dipendenti o meno che in realtà sono state organizzate in quella maniera per non superare il limite? Perché il fatto che io aneddoticamente abbia visto entrambe queste situazioni più volte (imprenditori che non volevano assumere più di 15 dipendenti, ed altri che se li suddividevano), probabilmente influisce non poco nella mia valutazione di quanto da te o Aldo presentato come una, a mio avviso evidente, sottostima del fenomeno.

Ad ogni modo, una maniera a mio avviso più interessante per difendere quel punto (che ripeto, per me non è certo centrale) è quello di andarsi a fare i confronti con altri paesi simili, magari anche indietro nel tempo nel momento dello stesso livello di sviluppo.

 

Per il RU ho trovato questi dati per il 2010, e non mi pare ci sia particolarmente bisogno di commentarli:

 

0 - 4 5 - 9 10 - 19 20 - 49 50 - 99 100 - 249 250 - 499 500 - 999 1,000 + TOTAL
1,740,685 388,990 215,370 141,920 49,505 25,945 7,700 2,795 1,320 2,574,230

Ok, vedo che sulla questione del 2% Aldo ha postato i dati cui facevo riferimento, che spiegano perché la prima parte del tuo ragionamento fosse ben lontana dal livello di approfondimento che tu suggerisci agli altri.

Nel merito, io come te ero al Circo Massimo a manifestare contro l'abolizione dell'articolo 18 (avevo 20 anni!) e come te ora penso che alcuni vincoli andrebbero eliminati, nel quadro di una riforma complessiva. E credo che conti la riforma complessiva, e sia sbagliato mettere l'articolo 18 al centro.

Sulla parte più generale del tuo comento: il sistema non va, gli incentivi sono sbagliati, il "sistema paese" è una cacca, eccetera, lo sappiamo, sono d'accordissimo.

Ciò che mi irrita (e che non mi sprona per nulla a "riflettere più approfonditamente sul sistema atuale", per cui il tuo incoraggiamento, ahimé, è poco fondato... al massimo mi sprona a limitare i miei interventi su nfa!) è che tu continui a contrapporre te stesso che hai capito tutto, ad un "voi" che non ha capito nulla ("voi" di cui, a quanto pare, faccio parte).  Io sono qui per capire e per imparare.  Sulla base di una battuta hai interpretato - male - il mio pensiero. E' un approccio alla discussione che trovo detestabile. Ma devo essermi espresso male, se non hai capito nemmeno cosa mi aveva irritato.

Solitamente posto commenti per fare domande e cercare di capirne di più. Questa volta l'ho fatto perchè infastidito dal tuo modo di esprimerti - e ho sbagliato, perchè ora sono più infastidito ancora e, probabilmente, ho infastidito inutilmente anche te. Ti chiedo scusa e la taglio qui.

Ah, no, scusa: mi chiamo Marco Sparro e mi firmo con un nick un po' per abitudine, un po' perchè quando, anni fa, mi registrai su nfa era anche per commentare una questione che riguardava, sia pur indirettamente, l'azienda per cui lavoro. E non reputo opportuno firmarmi con nome e cognome se devo esprimere opinioni personali in merito a problemi su cui sono pagato per portare avanti (almeno in pubblico) le posizioni della mia azienda. (Faccio presente, giacché siamo in tema, che ciò vale nonostante sarei comunque ben tutelato dall'articolo 18! :D)

Ok, vedo che sulla questione del 2% Aldo ha postato i dati cui facevo riferimento, che spiegano perché la prima parte del tuo ragionamento fosse ben lontana dal livello di approfondimento che tu suggerisci agli altri.

Il 2% l'hai suggerito tu, io l'ho preso per buono. Questo senza nemmeno considerare che non era nemmeno lontanamente il punto centrale del mio ragionamento, che è l'immoralità di avere un sistema che concede ad alcuni privilegi facendoli pagare ad altri, senza nessuna correlazione con un eventuale merito. Nella RI ci sono oramai milioni di persone che fanno le stesse identiche cose di qualcun altro, che lavora nello stesso settore, magari nella stessa azienda, alcuni inquadrati con un tipo di contratto ed altri con altri, alcuni protetti, altri no, senza relazione alcuna con la loro produttività o il loro potenziale, o la produttività e il potenziale del loro datore di lavoro. A me non pare un sistema sano o in un qualche modo difendibile.

Ciò che mi irrita ... è che tu continui a contrapporre te stesso che hai capito tutto, ad un "voi" che non ha capito nulla

Onestamente? Perché una volta che si hanno le informazioni necessarie (non ci sono le risorse per offrire quel privilegio a tutti i lavoratori dipendenti in maniera sostenibile), mi sembra che non dovrebbe essere particolarmente difficile raggiungere le necessarie conseguenze.

Non c'è alcuna arroganza o pretesa di superiorità, tant'è vero che non ho alcuna remora ad ammettere che mi ci sono voluti anni per raccogliere e comprendere le informazioni necessarie.

Spero che un giorno l'art. 18 e legislazione similari siano in qualche modo sostenibili in maniera equa, ma purtroppo dubito che avverrà nel corso della mia vita.

dati

aldo lanfranconi 27/2/2012 - 22:49

 

da un articolo di Fabiano Schivardi sul Lavoce.ifo  La distribuzione del numero di imprese in funzione del numero di addetti non mostra alcun sovraffolamento di imprese con 15 o poco meno dipendenti.

  

 

dallo stesso articolo di Fabiano Schivardi sul Lavoce.ifo. Mostra come la probabilità di crescita delle aziende con 15 dipendenti si potrebbe ridurre dal 35% risultante dal fitting dei due rami > e < di 15 al 33%. Poichè i lavoratori di imprese con 15 addetti erano  nel 2007 meno di 200000,  l'articolo potrebbe impedire  un aumento di occupazione di circa 4000 unità / anno (su 23 milioni), circa 0,017%). Dalla sua nascita, in oltre 40 anni, l'articolo 18 avrebbe quindi potuto limitare gli occupati dello 0,7%.

 

Tutte queste soluzioni (compresa quella di assumere il sedicesimo fatidico dipendente) sono inefficienti rispetto alle soluzioni disponibili ai competitor di tutti (o poco ci manca) gli altri paesi OCSE. Per immaginare il risultato non credo ci voglia un genio ..

 La distribuzione del numero di imprese in funzione del numero di addetti non mostra alcun sovraffolamento di imprese con 15 o poco meno dipendenti.

Quel grafico non prova che non ci siano aziende di 15 o meno dipendenti che non crescono per via dell'art. 18.

 Mostra come la probabilità di crescita delle aziende con 15 dipendenti si potrebbe ridurre dal 35% risultante dal fitting dei due rami > e < di 15 al 33%. Poichè i lavoratori di imprese con 15 addetti erano  nel 2007 meno di 200000,  l'articolo potrebbe impedire  un aumento di occupazione di circa 4000 unità / anno (su 23 milioni), circa 0,017%). Dalla sua nascita, in oltre 40 anni, l'articolo 18 avrebbe quindi potuto limitare gli occupati dello 0,7%.

Ottima dimostrazione di ragionamento superfisso. Ammettiamo avesse ragione Schivardi, e che ne sappiamo che una soltanto di quelle aziende rimaste nane sarebbe invece potuta nel frattempo diventare una Apple Inc o una SAP AG, e produrre centinaia di miliardi di euro di ricchezza, e centinaia di migliaia di lavori?

bella arrampicata

33 sono con probabilità cresciute sfondando la barriera (Hic sun leones) dei 15 dipendenti ma erano mediocri, delle uniche due che non hanno avuto il coraggio di attraversare la fatidica barriera  una era la nuova Intel l'altra la nuova Apple

delle uniche due che non hanno avuto il coraggio di attraversare la fatidica barriera  una era la nuova Intel l'altra la nuova Apple

No, magari non sono mai nemmeno nate, perché i loro fondatori non hanno mai trovato nemmeno lavoro nel settore, e si sono fatti una vita come pizzaioli, uno in Malesia e l'altro in Corea del Sud.

nanismo

Francesco Forti 29/2/2012 - 16:51

Il nanismo delle imprese europee è noto e il caso italiano poi è addirittura macroscopico

 

In generale, le PMI europee soffrono tuttora di una produttività inferiore e di uno sviluppo più lento rispetto alle loro omologhe negli USA.
Negli USA, le aziende che sopravvivono aumentano in media l’occupazione del 60% entro il 7° anno di vita, mentre il dato corrispondente - in Europa - si aggira intorno al 10%-20%.

Il brano è tratto dallo small business act che trovate qui nelle varie lingue.

http://ec.europa.eu/enterprise/policies/sme/small-business-act/index_en.htm

Nel doc trovate una decina di principi guida comuni a tutta l'Unione ognuno con una decina circa di suggerimenti. Ritengo quindi che Art 18 sia uno solo dei tanti punti da affrontare ma se è chiaro che crea dei costi che si riflettono sul sistema, rientra abbondantemene nei punti da affrontare e risolvere.

Ma chi lo dice che l'imprenditore è sempre quello brutto sporco e cattivo che caccia via i lavoratori perchè non lo ossequiano abbastanza???

Non dico questo, che tutti lo siano, anzi sono sicurissimo del contrario. Ma l'esistenza della questione dell'art 18 risiede nella possibilitá che esistano fattispecie simili. Se poi vogliamo dire che la rilevanza dei casi é minima, infatti é cosí. Ma allora, oltre al punto 1) che dicevo, che senso ha continuare a discutere dell'art 18? La mia questione é l'altra; aggredire la fonte d'inefficienza e bassa produttivitá da un altro canale, che é quello di favorire una migliore selezione della classe imprenditoriale.

Il costo per l'imprenditore in termini di licenziamento per bassa produttivitá non dovrebbe dipendere dall'art 18.

Il costo dipende da due cose: (1) l'intrepretazione stringente di "giusta causa": licenziare il singolo lavoratore a tempo indeterminato per bassa produttivita' e'di fatto impossibile; (2) l'incertezza circa i tempi di un procedimento e la possibilita' di arrivare a una sentenza di reintegro.

La domanda di skills e di capitale umano dipende infatti anche dalla qualitá dell'imprenditore. Uno "stupido" avrá difficoltá a riconoscere le potenzialitá di lavoratori skilled

A tali "stupidi" pensa la concorrenza: essi non possono sopravvivere in un mercato concorrenziale. La domanda diventa quindi un'altra: cos'e' che impedisce che le imprese piu' inefficienti vengano chiuse e il capitale e lavoro che impiegano riallocati verso usi piu' produttivi?

cos'e' che impedisce che le imprese piu' inefficienti vengano chiuse e il capitale e lavoro che impiegano riallocati verso usi piu' produttivi?

Proprio la mancanza di concorrenza. Ma questo é esattamente il punto che volevo enfatizzare. Porre l'attenzione sui lavoratori induce a pensare che le imperfezioni sul mercato del lavoro siano la causa principale della bassa produttivitá italiana. Mentre io ritengo che - al netto dei vari fattori istituzionali, infrastrutturali che pure incidono moltissimo - relativamente molta piú importanza l'abbiano le imperfezioni che hanno indotto il nostro sistema ad avere imprenditori di bassa qualitá imprenditoriale. In questo quadro, non capisco ancora cosa c'entri l'art 18. Per essere cosí fondamentale, dovrei pensare che il mercato delle imprese (nel senso o di mercato del controllo di esse o di possibilitá di accesso al settore imprenditoriale o ancora di possibilitá di sana competizione) funzioni estremamente bene, al limite ipotizziamo che sia perfetto, e che tutte le distorsioni arrivino dal mercato del lavoro e dalla possibilitá o meno di licenziare delle imprese. Bene, non mi convince per due motivi; uno quello che dicevo sull'evoluzione delle imprese italiane. Due, che l'ipotesi per cui il mercato del lavoro influenzi decisivamente la produttivitá italiana (e non dico che in assoluto non sia vero) implica anche dire che vi é una sotto-capacitá produttiva o una minore efficienza del processo produttivo causato dal mercato del lavoro. Ma come si fa a distinguere quest'effetto da un potenziale imprenditore di bassa qualitá la cui capacitá produttiva 0 efficienza sarebbe comunque bassa? Io penso, onestamente, che la seconda abbia una grande rilevanza nel dibattito in questione. Ancora sull'art 18 e sulla stringenza della giusta causa; posso essere d'accordo sulle procedure, ma ancora una volta questo implicherebbe che nulla ha a che vedere con l'idea che vietare licenziamenti discriminatori influenzi la produttivitá delle imprese. In particolare, per l'argomento che usavo prima sulla correlazione tra caratteristiche non osservate che potrebbero influenzare la discriminazione (vegeteriano) e quelle che riguardano la bassa produttivitá, a meno che non vogliamo dire che le due sono anch'esse correlate, ma mi sembrerebbe eccessivamente troppo. Come a dire che quelli discriminati sarebbero anche i meno produttivi a causa del fattore discriminatorio. Spero, e penso, che non si voglia arrivare a tanto.

possibili dati

cajamarca 28/2/2012 - 01:11

e per non darti l'impressione che siano solo mie fantasie, la letteratura empirica é piena di dati sulla correlazione tra struttura imprenditoriale e avanzamento tecnologico e in generale su misallocation e bassa tfp. un esempio per il caso italiano é qui:

http://ideas.repec.org/p/prt/dpaper/1_2011.html

Siamo assolutamente d'accordo che in principio la qualita' degli imprenditori e' importante e che anche in questo caso la soluzione sia la concorrenza. Non vi e' alcun dubbio che una parte dell'industria e' protetta - ma una larga parte pero' compete all'estero. Non vedo nessun Camusso o Marcegaglia che costringe i clienti esteri a continuare a comprare i prodotti italiani dopo che li abbiano provati e trovati scadenti. 

Se non c'è concorrenza, la colpa è soltanto del governo e delle proprie politiche economiche fallimentari passate.
Il discorso della possibile incapacità degli imprenditori è poco accettabile, perché inevitabilmente se un'azienda non è in grado di competere verrà soppiantata dalle altre.

Problemi

Andrea Grenti 27/2/2012 - 22:38

Il problema non è solo ovviamente l'articolo 18, ma soprattutto che non esiste alcuna libertà contrattuale. Con il contratto collettivo oggi il mercato del lavoro è rigido e poco flessibile, in quanto ogni lavoratore e azienda non mettersi d'accordo in base alle proprie capacità ed esigenze, i salari non possono essere corrisposti all'effettiva produttività e non c'è abbastanza libertà di licenziamento. Inoltre, il datore di lavoro non può licenziare un dipendente per un altro magari precario, ma più produttivo.
L'articolo 18 è abbastanza generico, il lavoratore con i sindacati può comunque portare in tribunale il datore di lavoro nonostante la causa del licenziamento possa essere quella di scarsa produttività e non magari di discriminazione, e questo già comporta dei costi per l'impresa in ogni caso. Oltre ad una tassazione e i costi sul lavoro già di per sé abbastanza elevati.

giusto

giulio zanella 28/2/2012 - 00:03

Giusto, Andrea.

La contrattazione decentrata aiuterebbe. Se i salari riflettessero la produttivita' locale sarebbero gli stessi lavoratori ad avere un incentivo a riallocarsi, tra aree, settori, e imprese diverse. Come discuteremo nel post empirico gli effetti negativi della protezione del posto di lavoro sono piu' forti in presenza di contrattazione collettiva.

Scusate, ma non vi state dimenticando la miriade di forme contrattuali che hanno governato il mercato del lavoro italiano degli ultimi circa 15-20 anni (da treu in poi)? Piú libertá contrattuale di quella offerta in questi anni, ancora? Gli imprenditori italiani hanno avuto la libertá di fare un poco quello che volevano, e non riconoscerlo mi sembrerebbe eccessivo. Eppure, sta maledetta produttivitá non é migliorata anzia é peggiorata. Non é arrivato il momento di pensare all'altro lato della medaglia? Cosa ancora serve per rendersi conto della bassissima qualitá della classe imprenditoriale italiana? I salari non possono riflettere la produttivitá locale proprio perché localmente l'offerta contrattuale (la domanda di lavoro) é fatta da imprenditori che non hanno la minima idea di cosa significa stare sul mercato veramente e competere sulla qualitá e sull'innovazione. 

Really?

alberto bisin 28/2/2012 - 07:15

Cajamarca. Leggi il post se vuoi discutere per favore. Cari saluti

Caro Bisin, certo che ho letto il post. Dai non c'e' alcun bisogno di stizzirsi, veramente cerco solo di discutere. La bottom line del vostro ragionamento mi sembra sia che la protezione degli insiders abbia causato o, più leggermente, indotto la bassa protezione, precarizzazione, degli outsiders. Non so quanto effettivamente sia un gioco a somma zero questo. Potrei essere d'accordo che se il mercato del lavoro e' troppo ingessato si fa fatica a discriminare la produttivita' dei lavoratori. Ma qui parte la vostra ipotesi

Supponiamo (l’ipotesi è ragionevole) che le decisioni di assunzione e di licenziamento siano dovute a un calcolo di produttività.

 

Questa ipotesi sarebbe innocua se pensassi che gli imprenditori italiani si muovano secondo  questo meccanismo, ma non sono così sicuro. Come fanno a resistere sul mercato? Beh, semplicemente perché nonostante la concorrenza sul mercato internazionale all'interno una massa di imprese di bassa qualità resistono in forza di posizioni di vantaggio rilevanti.

qui cerchi di smentire un fatto, cioè la bassa produttività Italiana, con l'ipotesi, cioè l'incompetenza degli imprenditori.
La produttività scarsa italiana è dimostrata, mentre l'incompetenza imprenditoriale NO
d'altronnde se un imprenditore è incompetente il mercato lo fa fallire.
Però non si spiega come molti imprenditori decidano di delocalizzare anche in paesi come ls Svizzera e le imprese riescano a sopravvivere.
La bassa produttività è dovuta a vari fattori.
La poca libertà contrattuale e le protezioni (i privilegi) di una cerchia di dipendenti sono una causa fondamentale
Non serve a nulla pretendere la protezione se poi ciò porta ad una massiccia delocalizzazione

E chi vuole smentire nulla. La bassa produttività é certa. Qui si discute sulle possibili cause della bassa produttività, e fra le tante ne stavamo discutendo due in particolare. Ovvero se relativamente  possa contare di più una frizione sul mercato del lavoro di un particolare tipo (art 18) o altre imperfezioni sul "mercato delle imprese" (vedi altri post per vedere cosa intendo con questa espressione). Ora dovresti tu dimostrarmi che le imperfezioni del mercato del lavoro sono quelle che CAUSANO la bassa produttività e in piú che sono quelle relativamente più importanti rispetto all'altra menzionata. E mi pare che ancora sono pochissime le evidenze empiriche tra effetti di possibili riforme su art 18 oppure su meccanismi che incentivino gli imprenditori a migliorare le loro capacità (skills). Per quanto riguarda delocalizzazione-Svizzera; hai mai sentito di una cosa tipo self-selection? Sarei proprio curioso di sapere di che tipo d'imprenditore parliamo? E leggiti i post prima di partire a razzo.

ok la classe imprenditoriale italiana è un cesso, nel concreto cosa proponi? campi di formazione con la scritta all'ingresso "la conoscenza rende liberi"? te l'hanno ripetuto in tutte le salse, un imprenditore incapace alla lunga fallisce: è uno di quei casi in cui il mercato tende a fare bene da sé senza bisogno dell'intervento del regolatore. peraltro non ti seguo, se sei assolutamente convinto della scadente qualità della classe imprenditoriale italiana dovresti fare i salti di gioia, perché il mercato italiano sarebbe pieno di opportunità per fare impresa e quindi soldi!

x cajamarca

enrico 28/2/2012 - 21:54

è presto detto.
Sia che un'impresa sia soggetta o meno all'articolo 18 (nella gran parte dei casi) non può licenziare un dipendente per assumerne un altro più produttivo.
è considerato comportamento anti sindacale.
Poi se a questo aggiungi l'alta pressione fiscale, la burocrazia elefantica, la corruzione, gli studi di settore e il gioco è fatto.
Se fosse solo un problema di "selezione della classe imprenditoriale" allora non delocalizzerebbero, poichè fallirebbero in qualsiasi paese

Contratti

Andrea Grenti 28/2/2012 - 20:16

Esistono i contratti nazionali, in pochissimi casi vi è la contrattazione aziendale.
Le varie forme contrattuali devono comunque rientrare nelle condizioni del contratto collettivo dipendente la categoria di lavoro, inoltre anche se vi fosse libertà contrattuale tra precari resta il problema dei lavoratori già assunti a tempo indeterminato che non possono essere toccati in alcun modo, e quindi vengono danneggiati inevitabilmente i primi e in generale il mercato del lavoro.

Quindi, Giulio, siccome nella RI c'è stè difetto di voler contrattare il miglioramento delle condizioni di lavoro (ecc. ecc.) che ha prodotto un centinaio di Contratti Collettivi Nazionali e almeno una decina di migliaia di accordi decentrati e aziendali) ma che naturalmente incidono pochissimo sulla stragrande maggioranza delle micro imprese (per motivi che ho spiegato alle 17,96 del 27/02) il problema sarebbe fare contrattazione decentrata...

Visto che stiamo parlando di datori di lavoro (artigiani e commercio: almeno una milionata e mezzo) che sono nella top ten dell'evasione fiscale riuscendo nel miracolo di pagare stipendi ai dipendenti maggiori dei profitti realizzati e messi a bilancio per il fisco e che dell'art. 18 se ne fottono allegramente, cosa ci azzeccano con il post, la sua analisi di fondo e le possibilità di agire sugli effetti negativi della protezione del posto di lavoro in presenza di contrattazione collettiva?

Dice: ma no, ci si riferisce alle grandi imprese dove ci sarebbe il combinato disposto di vincoli (art.18) e tabelle contrattauli da rispettare.  Eròre, come dicono a Roma, neppure lì c'è il problema: oltre agli accordi FIAT di Marchionne/CISL e UIL ce ne sono almeno un centinaio in giro per l'Italia che derogano, ampliano, svincolano (dal 18, e da tanti altri articoli)  senza bisogno di nessuna manovra normativa.  La questione è Altra: l'area dei precari (co.co.co, finte IVA e una parte di interinali) oggi sono solo uno strumento in più per gestire la giungla del lavoro italica, con tanti imprenditori semianalfabeti che campano con sotterfugi ed evasione e tanti altri che tirano la carretta (con i loro dipendenti) per tutti; con differenziali organizzativi, culturali, economici fra nord e sud paurosi e "compensati" solo falsi ammortizzatori sociali (PI parassitario e lavoro in nero a dimensioni ciclopiche).

Tutto ciò non è solo "una situazione complicata" è un terreno in cui le elaborazioni teoriche "a prescindere" non funzionano e servono solo se le si collega ad altri piani: cosa rende in RU sopportabile  1.700.000 piccoli imprenditori senza avere gli effetti devastanti (ma anche di produzione di PIL...) italiani? E' forse  il modello di relazioni industriali delle Trade Union e il diritto di sciopero "all'inglese" ad aiutare? Possibile che le forme e le tradizioni dell'associazionismo imprenditoriale della RI non c'entri nulla? 

grazie Giulio di aver introdotto il tema.

penso che meriterebbe un approfondimento a parte in un apposito testo

Sentivo ieri nella diretta dal Senato che la contrattazione decentrata è una realtà in Svezia, Germania e non ricordo dove. In Italia mi pare che l'anno scorso sia stato firmato un accordo, anche da CGIL, ma non so se contempla salari legati alla produttività locale. Ma come fare poi nel pubblico, dove Valore Aggiunto e produttività sono difficilmente calcolabili?

 

Per quanto riguarda questo settore, secondo me sarebbe sufficiente stipendiare i dipendenti pubblici in base alla produttività del territorio dove risiedono. E così anche gli amministratori locali e la classe politica in generale. Oppure dare un massimo di stipendio medio a tutti i lavoratori, e in base alla produttività del territorio aggiungere una percentuale in più. Se il territorio produce di meno, la percentuale sarà più bassa rispetto ad altre zone.

Premetto che non sono economista, solo un appassionato che ultimamente, vista la situazione che c'è in giro, cerca di tenersi informato per evitare fregature.

Premetto anche che per formazione e anche per esperienza lavorativa, lavoro con soddisfazione in una grande  multinazionale americana e ne apprezzo la cultura meritocratica, sono più portato per il liberalismo che per altri sistemi economici.

Sto seguendo ultimamente essenzialmente blog liberali, come ad esempio noisefromamerika appunto (complimenti per l'ottimo livello),  ma anche, visto che bisogna ascoltare tutte le campane, neweconomicperspectives, la casa della MMT, dove ho appena avuto una accesissima discussione proprio con L.R. Wray (non voglio peccare di immodestia, ma non è stato in grado di rispondere, pur avendo una preparazione sicuramente migliore della mia, adeguatamente ad alcune osservazioni che gli ho fatto). Sebbene consideri la MMT un po' un libro dei sogni, penso però che possa fornire alcuni utili spunti di riflessione proprio sul tema del lavoro. Per chi non lfosse informato al riguardo, uno dei loro cavalli di battaglia è l'idea del programma di Job Guarantee da parte del Governo, altrimenti detto ELR (Employer of Last Resources).

Fatta questa lunga premessa, vengo al punto, anzi ai punti.

1) Da non esperto, un appunto che mi sento di muovere alla visione dell'economia che hanno gli esperti è che questi basano la teoria economica su osservazioni fatte in larghissima misura negli ultimi due secoli, un periodo in cui il mondo occidentale è passato da uno stato "arcaico"  caratterizzato da povertà diffusa (anzi diciamo che la maggior parte della gente moriva letteralmente di fame) e di pratica assenza di beni capitali, ad uno di benessere diffuso e di alta concentrazione di beni capitali e anche di beni durevoli. Due secoli fa moltissimi ancora vivevano in case che erano poco più che capanne, oggi molti vivino in confortevoli e robusti edifici.

E' quindi un fatto che negli ultimi due secoli moltissimi sonno stati impiegati nella costruzione di questi beni capitali e di questi beni durevoli come le case (anzi addirittura la ricostruzione dopo le ultime guerre).

Ugualmente moltissimi sono stati impiegati per costruire gli impianti produttivi e poi le automobili per motorizzarci tutti.

Arrivati oggisicuramente la necessità di manodopera per queste attività, che sono molto intensive, si sono ridotte notevolmente. Non c'è più bisogno di costrure molte nuove case per tutti, ma fondamentalmente di mantenere il "parco" esistente e di aggiungere un piccolo numero di nuove costruzioni per fare fronte a mutate esigenze che però non sono sicuramente di enorme impatto. Non c'è bisogno di motorizzare tutti, ma solo di rimpiazzare le macchine troppo vecchie. Non c'è bisogno di tanti nuovi capannoni industriali. Ognuno di noi ha magari cinque o sei cappotti, al massimo ne comprerà uno nuovo ogni due o tre anni e così via. Inoltre il progresso della tecnologia fa sì che laddove prima ci volevano dieci persone ora ne basta una. E' vero che nel frattempo è nata internet, la telefonia mobile e via discorrendo, ma sicuramente nessuna di queste attività può richiedere la quantità di manodopera dell'edilizia. E poi, mica ci possiamo inventare una internet ogni anno. Detto in altre parole pochi possono ormai produrre quanto basta sia per i consumi di tutti noché sia i beni capitali necessari a mantenere lo standard produttivo. Domanda: come fare sì che tutti questi beni vengano distribuiti? Forse l'idea di impiegare gente a pulire parchi, badare agli anziani, catalogare le opere d'arte, cose che in altri tempi non sarebbero state in cima alla lista delle priorità non è poi una pessima idea.

2) E' vero che se i cinesi possono fare le magliette a minor costo è meglio che le facciano loro, ma è anche vero che poi, per potere comprare delle magliette dobbiamo avere qualcosa da dare in cambio, e che i cinesi vogliano comprare. Altrimenti, visto che ci servono, meglio continuare a farcele da soli. D'altra parte se consideriamo una nazione come una grande famiglia dal punto di vista del bilancio, possiamo farci una similitudine. E' sicuramente vero che le pulizie di casa le fa in maniera più efficiente una colf professionista, ma è anche vero che bisogna pagarla. Se posso utilizzare il tempo che risparmio per fare le pulizie di casa per guadagnare più di quanto devo dare alla colf, faccio una operazione intelligente ad assumerla, altrimenti faccio una fesseria. Quindi se chiudo la fabbrica di magliette per produrre, che so, montature da occhiali che vendo ai cinesi, ben venga. Se invece devo dare un sussidio di disoccupazione agli operai che hanno perso il posto, meglio tenersi la fabbrica di magliette a casa.

 

Un'ultima osservazione, da esperienza personale seppure breve. La qualità media dei piccoli imprenditori, almeno intorno a Roma, non è molto elevata.

 

Nel corso del rapporto di lavoro alcune delle caratteristiche del lavoratore che non sono facilmente osservabili ex ante ma che hanno un effetto potenzialmente importante sulla sua produttività (ad esempio serietà, disponibilità al lavoro straordinario, propensioni e attitudini psicologiche varie, ecc.) vengono rivelate.

Credo che per questo esista il periodo di prova, durante il quale il lavoratore puo' essere licenziato senza obbligo di fornire particolari spiegazioni. E' possibile tenerne conto nel modello? Esiste qualche statistica a riguardo, ad es. % di periodi di prova non superati?


Alessandro 


Questo è importante perché, contrattazione collettiva o meno, sindacati o non sindacati, in uno stato stazionario, se le imprese sono competitive e a parità di altre condizioni, il salario tende a essere uguale alla produttività.

Ebbene forse in vece di "salario uguale alla produttività" sarebbe meglio "salario in funzione della produttività". Se la calcoliamo come Valore Aggiunto Procapite, possiamo osservare che il VAP in euro è:

 

Germania 56'863
Danimarca 69'198
Italia 30'678 (senza le micro <10)

 

Il salario lordo invece è:

Germania 32'678 57.00%
Danimarca 42'126 61.00%
Italia 26'398 86.00% (senza le micro).


la percentuale indica quanta produttività si trasforma in salario. In ITA come si nota la % è maggiore, perché se si versasse solo il 57~61% il salario sarebbe bassissimo (e poi ci sono i contratti nazionali).  Naturalmente le trattenute fanno si 0che il netto posi sia egualmente da fame.


Elaborazione mia da questa fonte dati


Francesco, parte del valore aggiunto va anche ad altri fattori produttivi. Vabbe' che i capitalisti sono unti e grassi, ma insomma devono mangiare pure loro :-)

ma appunto, nel vostro testo era scritto "uguale" ma in nessun sistema tutto il VA diventa salario. Bisogna fare gli investimenti, l'innovazione.  Vedevo per esempio che in USA un VA di 72'336 euro si trasforma in 32'000 circa di salari (stessa fonte di prima).  E ci sono molti capitali per investimenti. In Europa una maggior fetta di VA diventa salario, soprattutto in Italia.  E mancano capitali per l'autofianziamento.  Interessante vedere anche la relazione tra spesa sociale procapite e valore aggiunto procapite, paese per paese. Ci sto lavorando.

Non vedo l'ora della prossima parte

articolo molto stimolante ,grazie(anche per le slides,tengono vivi i concetti in mente).

ci sono alcune cose su cui ho dei dubbi.

per esempio:

 

1)Questo è inefficiente, perché il costo pesa sulle imprese ma senza realmente beneficiare il lavoratore, che anzi è anch’egli sottoposto all’alea dovuta all’arbitrarietà e alla discrezionalità del giudice.

 una volta che il giudice avrà emesso la sentenza una delle 2 parti avrà massimizzato l'utilità(il lavoratore viene reintegrato e si vede corrispondere le mensilità a cui ha diritto,oppure l'impresa ha la certezza di averlo dismesso)

perchè c è inefficienza?

 2)un periodo di prova che possa essere esteso ,mi pare ,fino a 6 mesi genera ugualmente bassa produttività nell'economia?voglio dire,la protezione dell'impiego può generare più bassa produttività ,ma un periodo di prova fino a 6 mesi ,durante il quale è possibile recedere,non è sufficiente affinchè vengano rivelate tutte le caretteristiche del lavoratore?

 3°e ultima cosa.

Tutti sappiamo che in Italia i precari hanno salari più bassi dei protetti.

 Ma sempre la legge non stabilisce che i lavoratori assunti a termine debbano godere degli stessi trattamenti(TFR,13 MENSILITà,RETRIBUZONE ecc) dei lavoratori a tempo indeterminato che svolgono le stesse mansioni?se le condizioni contrattuali sono fissate dalle parti sociali e la legge tutela sotto quest'aspetto i L.T.Determinato in che modo il mercato può fissare un più basso salario verso questi ultimi?

 

grazie per le eventuali risposte

p.s.chiedo scusa qualora le conoscenze(limitate)o la scarsa memoria avessero fatto cilecca

 

...pronto agli strali!!!

1) L'inefficienza nasce dai costi (privati e collettivi) per processo, carte, avvocati che con un modello diverso non servirebbero (o, meglio, potrebbero essere meglio utilizzati per pagare il firing cost al lavoratore) E dal prezzo del rischio di perdere la causa che, con una giurisprudenza alquanto variabile, è anche di difficile valutazione anticipata, per ambo le parti.

2) Non è detto che i casi estremi (licenziato gratis o reintegro + danni) siano le soluzioni efficienti: se pensi all'utilità che cresce dallo 0 della sconfitta al 100 della vittoria per KO sull'avversario, si vede che l'ottimo complessivo  è  potrebbe anche essere da qualche parte nel mezzo.

ma quel passaggio parlava del rapporto tra impresa e lavoratore.non sono in grado di dire se ciò provochi esternalità.le spese processuali non sono ,in linea generale a carico della parte soccombente?

 

comunque,mentre ci pensavo mi è venuto in mente un caso di inefficienza ,forse.

la Fiat sta continuando a pagare i 3 dipendenti che aveva  licenziato,  che sono stati reintegrati,ma senza farli lavorare.

i lavoratori non stanno massimizzando l'utilità perchè  il patrimonio di conoscenze

accumulate pian piano viene meno.

Fiat d'altra parte  paga 3 persone che non producono

Se anche (ma ne dubito) il pagamento delle spese processuali coprisse per intero i costi sociali del servizio, c'è comunque una serie di soldi spesi per il processo che i soggetti avrebbero preferito spendere altrimenti.
Pensa ai vari casi:
1) Il lavoratore soccombe: è licenziato, non riceve niente; anzi, deve pagare almeno le proprie spese: per lui non sarebbe stato "meglio" che, invece di fare un processo, l'azienda gli avesse subito versato quanto poi pagato all'avvocato?
2) l'azienda soccombe, ma si accorda con il lavoratore e l'azienda per il'interruzione consensuale a fronte di un pagamento al lavoratore: anche stavolta, per l'azienda e per il lavoratore, sarebbe stato meglio versare subito la stessa cifra.
3) l'azienda soccombe ed il lavoratore si impunta: qui l'inefficienza è palese per l'azienda (che pagherà un lavoratore che a suo giudizio non rende), ma anche per il lavoratore, visto che l'azienda probabilmente farà tutto quel che può per convincerlo a passare al caso (2): mobbing, mansioni noiose, mancati benefit, rotture di scatole ....

ho paura di essermi andato ad infognare  in una discussione più grande di me.

fa niente,1) non ho un'immagine da difendere.:-),2 posso sempre emigrare:-).3) il prof Boldrin l'ho visto molto tranquillo l'ultima volta a Ballarò:-)

penso dovremmo confrontare le utilità nei vari stati del mondo.

per esempio.

nel caso 1 ,se le spese sono pagate per intero dalla parte che soccombe,il lavoratore risparmierà le spese processuali ma l'impresa sosterrà un costo che altrimenti non avrebbe sostenuto.

nel caso 2, se l'azienda soccombe il lavoratore non ha vantaggio ad accordarsi per una rescissione consensuale.infatti per lui sarà maggiore l'utilità se continuerà a lavorare.in questo secondo caso inoltre ci sarebbero  da considerare i costi sociali degli ammortizzatori.

il caso 3,  sono d'accordo. ma ritorniamo al caso Fiat che ho citato nell'ultimo post.l'azienda non ha convenienza a pagare un lavoratore che non rende. il lavoratore dal canto suo potrebbe massimizzare l'utilità andando a lavorare da un 'altra parte invece che stare a casa senza far niente.

...e infatti desisto dal procedere oltre ^_^

 

Solo una ultima annotazione: ricorda che a priori non sai se sei nel caso (1), (2) o (3), quindi devi considerare che la scelta è tra una cifra esattamente misurabile oggi contro una cifra forse minore, forse maggiore (non si sa) domani. E nel primo caso le due parti sono complessivamente più ricche che in caso di litigio.

 

E con questo, come preannunciavo, mi fermo prima degli inevitabili strali! ^_^

 

P.S. per il webmaster: non sarebbe il caso di ripristinare la funzionalità per cui l'Oggetto delle repliche era di default l'oggetto del commento di riferimento, magari precedendolo con "Re:" ?

Questo post basa la propria analisi sul modello concorrenziale, così come viene insegnato nei manuali di microeconomia.

 

Vorrei sapere anche se esistono altri modelli e quali sarebbero le previsioni che si otterrebbero a partire da modelli diversi.

 

grazie

Solo la prima parte del post si basa sul modello concorrenziale (un benchmark che e' utile fissare per valutare ognuna di quelle "imperfezioni" che caratterizzano i mercati reali).

Poi parliamo di un altro modello molto importante, non concorrenziale, che va piu' o meno sotto il nome di "search", "matching", o l'unione dei due.

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