Pubblicata la bozza di Calderoli sul federalismo fiscale

6 agosto 2008 alberto lusiani

Il Sole24Ore ed altri mezzi di informazione hanno pubblicato la bozza di disegno di legge delega (pdf, doc) approntato da Calderoli sull'attuazione dell'art.119 della Costituzione e quindi sul federalismo fiscale.

Il disegno di legge delega (DDLD) elenca una "serie di principi e criteri direttivi di carattere generale" cui il governo si atterrà nel redigere la legge attuativa del federalismo fiscale entro alcuni mesi, se otterrà l'approvazione del Parlamento.

Come è stato già notato (giornalettismo.com) a prima vista si tratta di una rimasticazione di analogo DDLD approntato dal governo Prodi/2006 (pdf) d'intesa con i rappresentanti degli Enti locali. Inoltre, questo DDLD dovrà essere vincolato dalla Costituzione vigente che, seguendo una pessima tradizione italiana, tende a trascendere dall'enunciazione di principi generali all'elencazione dei dettagli applicativi. Per esempio, non si limita ad enunciare che un principio (come potrebbe essere "lo Stato promuove la convergenza economica delle sue Regioni" o "promuove lo sviluppo delle sue Regioni sottosviluppate") ma fa assurgere al livello di principio costituzionale anche banali meccanismi tecnici come il fondo perequativo (art.119: "La legge dello Stato istituisce un fondo perequativo, senza vincoli di destinazione, per i territori con minore capacità fiscale per abitante"). In conclusione, il quadro di riferimento entro cui ha lavorato Calderoli è molto centralista, statalista e catto-comunista.

Introduzione

La Costituzione vigente definisce numerose competenze esclusive dello Stato (art.117 commi a..s), un cospicuo numero di materie di competenza "concorrente" Stato-Regioni, tutto il resto è competenza delle Regioni. Nelle materie concorrenti lo Stato definisce i principi generali e le Regioni legiferano dentro la cornice definita, attuano e gestiscono. Le materie concorrenti associate a spesa pubblica rilevante sono sanità ed istruzione. La Costituzione assegna allo Stato la competenza di determinare i "livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale". L'art.119 inoltre afferma "I Comuni, le Province, le Città metropolitane e le Regioni hanno autonomia finanziaria di entrata e di spesa.", si tratta di una norma costituzionale sostanzialmente non applicata dal 2001.

Molto in breve

Le entrate delle Regioni saranno:

  • tributi propri, istituiti dalle Regioni stesse su basi imponibili diverse da quelle dei tributi statali;
  • tributi propri derivati: frazione decisa dallo Stato di tributi statali rapportati al territorio regionale che sono versati direttamente alle Regioni;
  • fondo perequativo, assegnato alle Regioni la cui "capacità fiscale" è insufficiente a coprire le uscite.

Lo Stato determina i servizi essenziali (SE: sanità, assistenza e istruzione) e il loro costo standard (CS). Lo Stato fissa i tributi propri derivati e i trasferimenti dal fondo perequativo per coprire i costi standard dei servizi essenziali. Il trasporto pubblico locale viene sostanzialmente assimilato ai servizi essenziali. Per quanto il testo di Calderoli sia poco chiaro al riguardo, per quanto capisco anche i costi delle istituzioni regionali, provinciali e comunali sono considerati servizi essenziali protetti da norma costituzionale (art.117/p: organi di governo e funzioni fondamentali di Comuni, Province e Città metropolitane). Lo Stato determina la capacità fiscale di ogni Regione, e in base a questo "perequa" le risorse delle Regioni perché queste abbiano risorse pari ai CS dei SE sopra elencati.

Discussione

Fin qui c'è praticamente solo statalismo e centralismo molto catto-comunista, il sistema non è molto diverso dalla pianificazione sovietica, in linea con la Costituzione vigente, piuttosto condizionante, e in linea anche con la cultura dominante del Belpaese. I miglioramenti rispetto al presente sono: la sostituzione della "spesa storica" con il "costo standard" come base di calcolo per i finanziamenti alle Regioni, una migliore trasparenza su quale parte della spesa regionale è coperta da entrate locali e quale parte è coperta con soldi altrui mediante il fondo perequativo, il concetto di "capacità fiscale" (peraltro lasciato nel vago) come elemento in base al quale sono calcolati i trasferimenti perequativi. In teoria, si dovrebbe passare da un sistema basato sul rimborso a pié di lista della spesa storica e dei suoi sforamenti ad un sistema di pianificazione sovietica in cui dal Centro si determina il costo dei servizi e si fanno arrivare i soldi necessari per pagarli.

L'unico elemento che sembra sfuggire al centralismo statalista sono le entrate in eccesso ai costi standard che le Regioni più ricche potranno avere direttamente con i tributi propri derivati decisi dallo Stato: apparentemente le Regioni ne potranno disporre liberamente. Peraltro, non sono riuscito a capire come è previsto sia alimentato il fondo perequativo. Nel DDLD Prodi/2006 ovviamente il fondo perequativo veniva alimentato con queste eccedenze (specificamente l'IRPEF compartecipato alle Regioni con gettiti fiscali maggiori) appiattendo quindi verso un unico livello tutti i finanziamenti regionali.

Un certo livello di autonomia appare essere concesso solo per le spese regionali più modeste e discrezionali che non rientrano nei servizi essenziali. Per coprire queste spese le Regioni useranno i tributi propri che sono libere di istituire purché su "materie" diverse da quelle già utilizzate per i tributi statali. Le Regioni inoltre possono in certa misura modulare i tributi propri derivati cambiando aliquote ed esenzioni ma viene sottolineato (per fortuna un principio virtuoso e responsabilizzante) che i minori gettiti dovuti alle modifiche regionali non verranno compensati da aumenti di trasferimenti perequativi. Peraltro, anche per questa parte del bilancio regionale si prevede comunque una perequazione "attuata in modo trasparente sulla capacità fiscale". Per chiarire, cito : "Il principio di perequazione delle differenze delle capacità fiscali deve essere applicato in modo tale da ridurre adeguatamente le differenze tra i territori con diverse capacita' fiscali per abitante senza alterarne l’ordine e senza impedirne la modifica nel tempo conseguente all’evoluzione del quadro economico territoriale"). Si tratta di un principio responsabilizzante e virtuoso già presente nel DDLD Prodi/2006.

Lo Stato centrale manterrà funzioni di indirizzo e controllo su non meglio determinati "obiettivi" (che possono voler dire tutto ma spero siano primariamente i vincoli di bilancio e spesa) e potrà intervenire sugli Enti Locali che sgarrano alzando le aliquote dei tributi statali e vietando l'assunzione di dipendenti pubblici anche a fronte di posizioni vacanti in pianta organica.

Per passare dal sistema attuale al nuovo sistema si prevedono tre anni per le (relativamente modeste) spese non essenziali, e un periodo "sostenibile", non limitato altrimenti, per le spese essenziali.

La bozza nel complesso rivela un'impostazione molto statalista, centralista, cattocomunista ed è quasi identica al DDLD Prodi/2006. Per fortuna vengono enunciati abbastanza chiaramente alcuni principi virtuosi, tuttavia il sistema si basa sempre troppo sullo Stato (e quindi su strutture amministrative e giudiziarie notoriamente disastrate e inefficienti) e troppo poco sulla trasparenza, sulla responsabilità, sulla competizione, sul giudizio democratico degli elettori. Il modello "federale" della UE che ha beneficiato Irlanda, Spagna e Grecia è completamente diverso, gli unici vincoli sono sul deficit degli Stati e sul fatto che gli Stati non possono distorcere la concorrenza economica. Le aree sottosviluppate vengono aiutate con investimenti per lo sviluppo e non pagando loro Scuola e Sanità, con dipendenti statali pagati secondo contratti europei chiaramente ingiustificati, insostenibili ed economicamente distorcenti nel contesto delle aree sottosviluppate. Oltre a questo, il giudizio sui governanti dei singoli stati è affidato ai loro elettori.

Insomma, si preannuncia per l'Italia un federalismo fiscale alquanto scadente e molto in linea con la cultura dominante del Paese. Le aree sottosviluppate avranno modesti incentivi a svilupparsi, perché lo Stato tenderà ad avere una spesa pubblica in buona misura indipendente dal gettito locale. Con tutto questo, ci sono diverse novità che almeno potenzialmente costituiscono un progresso significativo: i concetti di costo standard e capacità fiscale, ed alcuni principi virtuosi che inducono maggiore responsabilizzazione su spese ed entrate locali, nonchè sull'evasione fiscale locale.

Come avrebbe dovuto essere scritta la bozza per un corretto Federalismo

La bozza sarebbe da riscrivere, rendendo le Regioni completamente responsabili della gestione di alcuni tributi con cui finanziare i servizi statali devoluti. Lo Stato non dovrebbe pagare i servizi pubblici delle regioni più povere (un modello che non ha mai generato sviluppo, per quanto ne so), ma dovrebbe invece fornire fondi in compartecipazione con risorse locali su progetti di sviluppo come fa la UE. Ovviamente, tenendo conto della Costituzione vigente nonchè dei limiti culturali del Belpaese questa riscrittura è improponibile. Rimanendo nel contesto statal-centralista nel quale siamo immersi, si potrebbero comunque aggiungere modifiche e principi più virtuosi.

Come potrebbe essere scritta la bozza, dati i limiti socio-culturali italiani

I costi standard dei servizi dovrebbero essere indipendenti dalle dimensioni degli Enti locali per favorire accorpamenti e sfavorire separazioni finalizzate a moltiplicare le poltrone dei politici. I compensi totali di eletti ed amministratori di ogni Ente locale dovrebbero essere limitati alla media europea di entità amministrative comparabili come popolazione, riscalata secondo il PIL nominale dell'Ente locale. Entro questa spesa, sarà compito dell'Ente determinare il numero dei consiglieri e dei ministri/assessori. I salari dei dipendenti pubblici dovrebbero essere modulati o proporzionalmente al PIL regionale o proporzionalmente ad una stima del costo della vita, e comunque in una misura tale da azzerare lo squilibrio ora esistente nelle domande di trasferimento da Nord a Sud. Come conseguenza, i costi standard devono essere determinati proporzionalmente al costo della vita o al PIL regionale per le varie Regioni. In questo modo non sarebbe necessaria alcuna perequazione. Il fondo perequativo dovrebbe essere rinominato "fondo per lo sviluppo delle aree sottosviluppate" e usato per finanziamenti allo sviluppo seguendo l'esempio della UE. Purtroppo quest'ultima proposta sarebbe anticostituzionale.

Maggiori dettagli e discussione di alcuni brani della bozza

Sopra ho cercato di riassumere al massimo, nel seguito cerco di dare qualche dettaglio aggiuntivo facendo alcune citazioni. Chi non è particolarmente interessato all'argomento può benissimo fermarsi qui.

Costi standard e capacità fiscale

In qualche modo a livello centrale si decide quale è il costo standard dei servizi essenziali, e quale è la capacità fiscale delle Regioni. Idealmente, il costo standard dovrebbe essere il costo della Regione più efficiente, e la capacità fiscale dovrebbe essere il gettito teorico assumendo nessuna modifica locale ai tributi decisi centralmente, e tasso di evasione fiscale uniforme o zero. In pratica principi del genere non vengono enunciati, lasciando ampi margini di incertezza su come verranno definiti tali concetti.

Come la relazione introduttiva riassume i principi di finanziamento e perequazione

In altre parole, si garantisce il finanziamento integrale (sulla base di costi standard) delle prestazioni essenziali concernenti i diritti civili e sociali (sanità, istruzione e assistenza) e un adeguato finanziamento del trasporto pubblico locale sulla base degli specifici criteri indicati. Il finanziamento avviene attraverso il gettito dell’IRAP, in attesa che questa imposta venga sostituita con altri tributi propri regionali da individuare in una fase successiva, attraverso altri tributi regionali che i decreti legislativi dovranno individuare in base al principio di correlazione, attraverso la compartecipazione regionale all’imposta sui redditi delle persone fisiche e della compartecipazione regionale all’IVA, nonché con quote specifiche del fondo perequativo, in modo tale da garantire nelle predette condizioni il finanziamento integrale in ciascuna Regione. La parte residua delle spese viene, invece, finanziata con il gettito dei tributi regionali e con la perequazione, attuata in modo trasparente sulla capacità fiscale.

Per le residue funzioni, l'uniformità nei livelli o nelle caratteristiche dell'offerta dei servizi sul territorio non solo non è necessaria, ma può essere perfino controproducente rispetto all'esigenza di differenziare le politiche per tenere conto di interessi specifici locali: per questo terzo tipo di funzioni sono quindi ammissibili sistemi di finanziamento e di perequazione meno pervasivi. Si precisa poi che, in conformità al dettato costituzionale, le quote del fondo perequativo non sono soggette a vincolo di destinazione e vengono previste adeguate coperture per l’assegnazione di nuove funzioni amministrative. Viene infine stabilito il principio per cui la perequazione delle differenze delle capacità fiscali sia applicata in modo tale da ridurre le differenze tra i vari territori, ma senza alterare l’ordine delle graduatorie. Si tratta di un principio in atto in altri ordinamenti regionali e federali che riprende ad esempio il principio sancito dalla Corte costituzionale tedesca nella sentenza dell’11 novembre 1999 (BVerfGE 101, 158), all’origine della riforma del federalismo fiscale in Germania.

Riassunto della relazione introduttiva sulle entrate regionali

Riguardo alle fonti di finanziamento degli Enti locali, si prevede che sia lo Stato a individuare i tributi propri dei Comuni e delle Province; a definirne i presupposti, soggetti passivi e basi imponibili; a stabilirne le aliquote di riferimento valide per tutto il territorio nazionale. Alle Regioni, nell’ambito dei loro poteri legislativi in materia tributaria, si riconosce la potestà di istituire nuovi tributi comunali e provinciali nel proprio territorio, specificando gli ambiti di autonomia riconosciuti agli Enti locali, sempre senza insistere su basi imponibili già coperte dall’imposizione statale

Premi e sanzioni statali agli enti locali

introduzione a favore degli enti più virtuosi e meno virtuosi di un sistema, rispettivamente premiante e sanzionatorio, che porti a modificazioni della aliquota di un tributo erariale commisurata allo scostamento tra i risultati programmati e gli obiettivi realizzati; divieto agli enti che non hanno raggiunto gli obiettivi di procedere alla copertura di posti di ruolo vacanti nelle piante organiche e di iscrivere in bilancio spese per attività discrezionali, fatte salve quelle afferenti al cofinanziamento regionale per l’attuazione delle politiche comunitarie, fino alla dimostrazione della messa in atto di provvedimenti, fra i quali anche l’attivazione nella misura massima dell’autonomia impositiva, atti a raggiungere gli obiettivi; previsione di meccanismi automatici sanzionatori degli organi di governo e amministrativi nel caso di mancato rispetto degli equilibri e degli obiettivi economico-finanziari assegnati alla regione e agli enti locali.

Tutto questo è molto molto centralista e poco federalista, poco competitivo, poco democratico, ma molto in linea con la cultura catto-comunista del Paese.

Viene enunciato un principio molto discutibile in base al quale verranno privilegiate le regioni piccole (già presente nel DDLD Prodi/2006):

la ripartizione del fondo perequativo tiene conto del fattore dimensione demografica che è in funzione inversa rispetto alla dimensione demografica stessa;

Io, invece, non darei nessun privilegio al fine d'incentivare accorpamenti di Enti troppo piccoli per gestire efficientemente le funzioni assegnate. Inoltre, si continueranno a favorire i territori di montagna:

la spesa corrente standardizzata è computata sulla base di una quota uniforme per abitante, corretta per tenere conto della diversità della spesa in relazione all’ampiezza demografica, alle caratteristiche territoriali, con particolare riferimento alla presenza di zone montane, alle caratteristiche demografiche, sociali e produttive dei diversi enti

Noto una evidente falla che potenzialmente mina ogni serietà nella determinazione dei costi standard:

Il peso delle caratteristiche individuali dei singoli enti nella determinazione del fabbisogno è determinato con tecniche statistiche, utilizzando i dati di spesa storica dei singoli enti, tenendo conto anche della spesa relativa a servizi esternalizzati o svolti in forma associata;

Vengono privilegiate le aree di confine (credo già presente nel DDLD Prodi/2006, ma non ho controllato):

considerazione delle specifiche realtà territoriali, con particolare riguardo alla collocazione geografica degli enti e, con riferimento ai Comuni, alla loro prossimità al confine con altri Stati o con Regioni a statuto speciale;

20 commenti (espandi tutti)

Interessanti le considerazioni sul costo standard: in realtà i costi standard non sarebbero neppure i costi del più virtuoso, ma sono i costi determinati razionalmente sulla base di condizioni operative standard. Ad esempio per quanto riguarda il trasporto il costo standard chilometrico standard si calcola in base a condizioni operative normali di materiale rotabile, costo del personale, costo del carburante etc.

Ma, almeno per i trasporti, il problema è sempre lo stesso: se ho delle AZIENDE perché dovrei coprire i COSTI? Sarebbe molto più razionale remunerare i passeggeri x km: questo lo si sa da anni e non lo si vuole fare. In Veneto abbiamo appena assistito ad una penosa frignata sulla copertura dei costi degli investimenti di queste finte aziende.

E questo ci riporta alle interessanti considerazioni sulle regioni piccole: perché abbandonare un criterio SEMPLICE come quello del numero dei residenti/utenti?

Non ho capito cos'hai contro i cattocomunisti e cosa intendi per cattocomunista: non mi pare che i "liberal"socialisti, ancora al governo stiano dando grandi prove di coerenza.

Credo Alberto intendesse che nonostante lo sbandierato liberismo e federalismo, Calderoli ha redatto un DDLD che e' dirigista e centralista, pensiero che condividono sia cattolici che comunisti. Niente di male in se', ma non puoi dire che sei bianco quando scrivi le cose pensando in nero.

Il numero di residenti/utenti potrebbe non bastare come criterio,IMHO: parlo in generale, non pensando al decreto. Che succede se viaggio spesso o ho prorpieta'/interessi/capitali in una regione senza esservi residente? Non dubito si possa correggere la cosa, altrimenti prevedo gia' che in Molise, in Basilicata e in Val d'Aosta ci sarebbe una forte crescita economica... :)

 

Non ho dubbi sulle buone intenzioni: penso comunque che per uscire dai problemi dobbiamo tener conto della nostra storia... negli anni della DC imperante, magari non disinteressatamente, ma i comunisti  italiani furono tra i pochi a fare qualcosa per le autonomie. Mi pare che "cattocomunista" se lo siano inventato i ciellini per stampellare il CAF pentapartitico (non ne sono sicuro).

Per quanto riguarda i criteri di ripartizione ho trovato l'articolo interessante per l'accento sugli standard e sui criteri e volevo evidenziare il valore della semplicità. Se tu viaggi spesso credo troveresti ragionevole che le regioni che percorri siano remunerate in funzione dell'utilizzo delle infrastrutture di trasporto con criteri razionali; se ti ammali, in una situazione normale (non quella del sud) probabilmente andresti in una infrastruttura sanitaria vicina alla tua residenza, mentre le tue proprietà ed i tuoi capitali esprimerebbero una capacità contributiva che verrebbe tassata dove questi si trovano.

Non nego a priori i correttivi ma perché per una volta non FARE LE COSE NORMALMENTE?

Negli anni della DC imperante, magari non disinteressatamente, ma i
comunisti italiani furono tra i pochi a fare qualcosa per le autonomie.

Ideologicamente sia cattolici che comunisti seguono ideologie universaliste e quindi sono contro le autonomie regionali. Fortunatamente le ambizioni storiche di controllo temporale dei cattolici sono state ormai da molti secoli definitivamente sconfitte dal potere statale e in particolare a partire dal 1800 dagli Stati nazionali, per cui i cattolici hanno dovuto ridursi a difendere le autonomie locali, la sussidiarieta' e anche gli individui in funzione anti-statale, quindi contro un potere statale tendenzialmente totalizzante, anche se queste difese non appartengono alla piu' profonda identita' culturale cattolica a mio parere.

In ogni caso, al momento della discussione della Costituzione repubblicana, i cattolici si sono dimostrati sinceri difensori e ben disposti nei confronti delle autonomie regionali mentre i comunisti di Togliatti sono stati strenui difensori del centralismo statale, tanto che Togliatti in persona fece un pesante intervento contro ogni eventualita' di assegnare anche minime competenze legislative alle Regioni.

Solo dopo che la DC prese saldamente il potere politico in Italia il PCI divenne difensore delle autonomie regionali, ma al contrario dei cattolici fino al 1948 sempre con assoluto cinismo e doppiezza: i comunisti al contrario dei cattolici non appaiono aver acquisito alcuna sensibilita' per autonomia, sussidiarieta' e liberta' individuali se non al livello di tattica giorno per giorno. Quanto ai cattolici, preso il potere politico e rinsaldato il vincolo concordatario con lo Stato italiano sono diventati progressivamente e in maggioranza statal-centralisti, salvo forse quanche limitato santuario lombardo. Questo riguarda l'Italia e specificamente la CEI, che difende a spada tratta lo Stato italiano in quanto Stato concordatario che paga dobloni sonanti. Per il resto del mondo, dove gli Stati non pagano dobloni sonanti, la Chiesa difende la sussidiarieta', beninteso:

Encyclical Letter Centesimus Annus: loc. cit., 48. (1991)

Here again the principle of subsidiarity must be respected: a community of a higher order should not interfere in the internal life of a community of a lower order, depriving the latter of its functions, but rather should support it in case of need and help to coordinate its activity with the activities of the rest of society, always with a view to the common good.

Concludendo, in Italia cattolici e comunisti (e fascisti) sono statal-centralisti, e lo sono in maniera seria e difficilmente recuperabile. Comunisti e fascisti sono statal-centralisti perche' questa e' esattamente la loro ideologia e come tali sono irrecuperabili, i cattolici sono statal-centralisti probabilmente per un'antica impostazione universalista e oggi come oggi perche' cosi' a loro conviene in Italia. I cattolici sarebbero recuperabili abolendo il Concordato e il finanziamento di Stato, probabilmente. In ogni caso tutto cio' e' abbastanza manifesto nella revisione costituzionale del'Ulivo e nel DDLD approntato durante Prodi/2006 che Calderoli ha rimasticato nella recente bozza.

Non sono sicuro di capire le tue considerazioni iniziali. Per l'istruzione lo Stato non ha aziende ma il grosso della spesa va negli stipendi degli insegnanti. Il costo standard potrebbe essere un costo standard medio italiano per studente, moltiplicato il numero degli studenti, oppure moltoplicato una frazione fissa del numero degli abitanti della Regione. Per la Sanita' forse si puo' parlare di Aziende, ma io almeno fisserei il costo standard a 2-3000 Euro per abitante per anno che sara' la media italiana, o i 1700 Euro per abitante per anno che e' il costo della Regione piu' virtuosa (la Lombardia).

In ogni caso, e' evidente che il costo standard sara' la sintesi dialettica di due posizioni: da una parte ci saranno i rappresentanti del partito della spesa pubblica e delle Regioni che piu' spendono, che tenteranno di avere il rimborso di quanto spendono oggi e degli inevitabili aumenti. Dall'altra parte ci saranno i rappresentanti del partito che vuole porre un freno alla spesa pubblica per diminuire le tasse e delle Regioni piu' efficienti, che tenteranno di fissare il costo standard al costo della Regione piu' virtuosa per costringere gli altri o a risparmiare o ad addossare ai contribuenti locali gli extra-costi. Conoscendo l'Italia prevarranno i primi e con una serie di artifizi il costo standard sara' ben poco standard e assomigliera' parecchio alla spesa storica che ingloba decenni di sprechi e inefficienze.

E questo ci riporta alle interessanti considerazioni sulle regioni
piccole: perché abbandonare un criterio SEMPLICE come quello del numero
dei residenti/utenti?

Troppo semplice. Il "fattore demografico" altro non e' che uno dei tanti artfizi che sono usati e verranno usati per aumentare la spesa pubblica in maniera diseguale. Manca poco che lo mettano nella Costituzione. E' un principio oltremodo stupido perche' incita al frazionamento degli Enti locali per moltiplicare le poltrone diminuendo l'efficienza. Purtroppo l'idea che lo Stato Centrale debba dare la mancia ed extra-fondi agli Enti piu' piccoli e' profondamente radicata nella mentalita' italiana. Il burocrate italiano medio puo' anche essere micragnoso e risparmiatore sulle grandi spese, ma su quelle piccole si comporta come il notabile d'altri tempi che non bada alle piccole spese ed e' incline ad essere prodigo e generoso. Il Molise chiede 100 miliardi extra? Significa, diviso gli abitanti, un finanziamento pro-capite che e' il triplo di quello del Lazio o della Campania? Cosa vuoi che sia, sono 100 miliardi, una bazzecola: accontentiamoli! Questo e' il modo di procedere in Italia. Specularmente i grandi giornalisti italiani quando abbaiano alla luna sulla spesa pubblica se la prendono con la spesa sanitaria di Lazio, Campania e Sicilia, perche' in termini assoluti e' grande e gli sforamenti sono grandi, trascurando che in termini pro-capite Abruzzo e Molise e magari la Val d'Aosta fanno peggio. Ma quelli sprechi sono pochi soldi, e il giornalista li concede come mancia senza fiatare.

Non ho capito cos'hai contro i cattocomunisti e cosa intendi per
cattocomunista: non mi pare che i "liberal"socialisti, ancora al
governo stiano dando grandi prove di coerenza.

Parlare di questo porterebbe troppo lontano, si potrebbe farlo in un intervento separato. In ogni caso la mentalita' che mi e' indigesta forse si potrebbe chiamare ancora piu' propriamente catto-fascio-comunismo ed e' un miscuglio di idealismo, illiberalismo, poca considerazione per l'individuo e le autonomie, statalismo e centralismo e avversione alla scienza e all'empirismo che costituisce la zavorra ideologica e culturale del Belpaese. Non pervade solo il centro-sinistra ma anche praticamente tutto il centro-destra, come mostra il DDLD che stiamo discutendo.

 

In ogni caso, e' evidente che il costo standard sara' la sintesi dialettica di due posizioni: da una parte ci saranno i rappresentanti del partito della spesa pubblica e delle Regioni che piu' spendono, che tenteranno di avere il rimborso di quanto spendono oggi e degli inevitabili aumenti. Dall'altra parte ci saranno i rappresentanti del partito che vuole porre un freno alla spesa pubblica per diminuire le tasse e delle Regioni piu' efficienti, che tenteranno di fissare il costo standard al costo della Regione piu' virtuosa per costringere gli altri o a risparmiare o ad addossare ai contribuenti locali gli extra-costi. Conoscendo l'Italia prevarranno i primi e con una serie di artifizi il costo standard sara' ben poco standard e assomigliera' parecchio alla spesa storica che ingloba decenni di sprechi e inefficienze.

Perchè le regioni virtuose dovrebbero avere incentivi a tirare giu' il costo standard? Se il costo standard è interamente rimborsato, avranno anche loro incentivi a fare un po' di free-ride sugli altri: piu' alto è il costo standard, piu' alto è il rimborso, che nel caso delle regioni virtuose si trasforma in un guadagno netto, senza bisogno di modificare gli standard di efficienza già presenti. Questo "extra-gettito" puo' poi essere utilizzato in molti modi, ovviamente piu' o meno produttivi (ma si spera che a questo punto il federalismo fiscale faccia sentire i suoi effetti benefici, e i cittadini possano avere piu' potere per influenzare l'uso dell'extra gettito)

Perchè le regioni virtuose dovrebbero avere incentivi a tirare giu' il
costo standard? Se il costo standard è interamente rimborsato, avranno
anche loro incentivi a fare un po' di free-ride sugli altri: piu' alto
è il costo standard, piu' alto è il rimborso, che nel caso delle
regioni virtuose si trasforma in un guadagno netto, senza bisogno di
modificare gli standard di efficienza già presenti.

Corretto. Quanto scrivi evidenzia il fatto che questo scadente federalismo di cui stiamo discutendo non collega in maniera sufficientemente chiara e trasparente la spesa pubblica alla pressione fiscale necessaria ad alimentarla. In realta' avrei dovuto scrivere non le Regioni piu' efficienti, ma sostanzialmente quei pochi rappresentanti delle Regioni che pagano il conto per tutte le altre e che si rendono conto di farlo. Il sistema di governo italano e' congegnato in maniera cosi' stupida (e l'incompetenza dei politici e' cosi' elevata) che la maggior parte dei politici per es. lombardi credono che sia bene che "lo Stato" dia piu' soldi per es. per la Sanita', non rendendosi conto che se lo Stato da' a tutte le regioni 100 Euro in piu' pro-capite questo si traduce in 300 Euro di tasse in piu' per ogni contribuente lombardo, che paghera' 100 Euro di aumenti suoi (partita di giro) e 200 Euro di maggiore spesa al resto dell'Italia, e quindi complessivamente ci perde. In altre parole, per chi vive nelle regioni che finanziano la spesa centrale, non conviene tirare ad aumentare i costi standard, ammesso che voglia fare gli interessi dei suoi elettori.

Credo che la contraddizione su cui vi siete soffermati non dipenda solo dal livello del costo standard ma, più a monte, dal concetto, molto radicato nella tradizione amministrativa italiana della "copertura" del costo. Gli abusi dipendono prima dalla mentalità della copertura, che di per sè stimola l'inefficienza, e poi dalla tendenza alla sovrastima.

Quindi se io remunerassi ad es. il servizio sanitario prestato, lo studente istruito od il passeggero trasportato il costo standard correttamente applicato fungerebbe anche da verifica di coerenza. A quel punto, se il costo standard sovrastimato fungesse semplicemente da criterio di ripartizione, l'effetto distorsivo verrebbe almeno in parte contenuto.

L'utilizzo, più che il livello, dei costi standard sarà il problema da risolvere.

Scusa Marco ma la logica dei tuoi interventi mi sfugge.  Sembra che tu consideri il costo standard come un il costo effettivamente sostenuto di cui ottenere il rimborso a posteriori e a pie' di lista presentanto fatture e scontrini alla cassa centrale dello Stato. Sembra dai tuoi interventi che tutto il controllo della spesa locale debba essere burocratico sulla carta. Sbaglio? La logica del pur scadente statal-centralista federalismo fiscale di cui stiamo discutendo e' abbastanza diversa. Il costo standard e' un costo di riferimento in base al quale in un modo (con risorse provenienti dai propri contribuenti) o nell'altro (con risorse provenienti in parte da contribuenti di altre Regioni) ogni Regione vede alimentate le sue entrate. A questo punto le Regioni possono spendere di piu' o di meno o uguale (sempreche' seguano la Costituzione piu' le leggi cornice dello Stato) e lo Stato non mette piu' il naso nei loro affari a meno che non sforino gli obiettivi complessivi di bilancio. In teoria dovrebbero essere gli elettori locali a giudicare gli amministratori regionali sul fatto che abbiano speso bene o male i soldi loro assegnati.

Al contrario, mi sto attenendo ad una classica definizione del costo standard, per cui, oltre ad essere preventivo (come stai puntualizzando tu) dev'essere razionalmente determinato (come la teoria dice da cento anni).

Quindi niente scontrini o piè di lista ma (numero utenti)x(livello di servizio)x(costo std). (adesso non farmi le pulci perché semplifico, è solo per capirci).

Volevo però portare la discussione un po' più in là e dire: il costo std va COPERTO o è una BASE DI RIPARTIZIONE? Se vale la seconda, come sembra, forse i danni da calcolo non sarebbero così grandi.

Mi piacerebbe continuare a disquisire (diretto? struttura/e), perché gli std sono la mia passione, ma ho un po' di acciacchi al computer e non so quando ci risentiamo.

 Ciao e grazie per l'articolo, che è interessante.

Non voglio continuare a citarmi, davvero non me ne frega un piffero. Ma il criterio della "regione più efficiente" e quello della "massima imposizione fiscale esistente" elaborati dal buon Rustichini Aldo e dal sottoscritto or sono quasi 15 anni, risolvono tutti i problemi che qui si discutono, e di cui la bozza Calderoli è imbarazzantemente piena. Sono spiegati anche qui, i dettagli sono ovviamente nell'articolo originale (pp. 75-77).

Nel Novembre 1994, vi fu un pomeriggio in cui sembrava che persino Bossi Umberto fosse riuscito ad afferrare i due concetti, ma si trattò evidentemente di uno stato quantico irripetibile: gli sparuti neuroni che, solitari come i numeri primi, rimbalzano nella scatola cranica del capo supremo (ora con tanto di erede naturale) del popolo padano si dedicarano rapidamente a qualcos'altro di più tangibile. Tipo le chiappe della bionda jeosolana che lo attendeva al bar sorbendo martini.

L'effetto, o la ragione, di cotanta povertà umana si vedono 15 anni dopo: il federalismo che Calderoli propone e che il capo supremo benedice (senza capire neanche questo, ma fa nulla) è uno schifo statalista ed assistenzialista che avrà l'unico effetto di aumentare le risorse controllate dalla casta illudendo i tontoloni padani che i loro soldi ora son ben spesi e rimangono a casa. Fregnacce. Il federalismo fiscale in Italia è morto e sepolto ed è oramai diventato una parola d'ordine "reazionaria" ed antiliberale. Volete capire ilfederalismo di Bossi, Berlusconi ed Alemanno? Studiatevi il federalismo Argentino, sono uguali. Non scherzo, e non è una boutade. Il tema è troppo serio per scherzarci sopra. 

Ma il criterio della "regione più efficiente" e quello della "massima
imposizione fiscale esistente" elaborati dal buon Rustichini Aldo e dal
sottoscritto or sono quasi 15 anni, risolvono tutti i problemi che qui
si discutono, e di cui la bozza Calderoli è imbarazzantemente piena.
Sono spiegati anche qui, i dettagli sono ovviamente nell'articolo originale (pp. 75-77).

Calderoli invece di scopiazzare il DDL elaborato dai cattocomunsti, avrebbe dovuto infatti studiare in quale misura i due criteri elaborati nel vostro studio potevano essere attuati nel quadro della Costituzione vigente (cercando di evitare di venire inquisiti per attentato alla stessa). Purtroppo la Costituzione vigente mi sembra parecchio costrittiva, i concentti di livello essenziale dei servizi e del fondo perequativo sono gia' li'. Ci sono perfino commi che opportunamente interpretati corrispondono a vietare qualunque forma di differenza nella spesa pubblica per Regione, rendendo incostituzionale qualunque forma di federalismo.

 

Ma la riforma non dovrebbe abolire in primis le Regioni a statuto speciale ? mi pare che le tensioni in essere in Veneto con i Comuni che indicono referendum per passare alle vicine Regioni a Statuto Speciale dovrebbero insegnare qualcosa. Per questo forse non serve una riforma della Costituzione, basterebbe uniformare gli Statuti Speciali delle singole regioni (Art. 116 della Costituzione).

 

Ma la riforma non dovrebbe abolire in primis le Regioni a statuto speciale?

Perche'? Non mi sembra che la nuova Costutuzione le abbia abolite. Qui si sta parlando di leggi attuative della Costituzione vigente. Non c'e' alcun bisogno di modificare gli statuti speciali. Piuttosto, e' oltremodo ridicolo che lo Stato italiano finanzi con la spesa pro-capite piu' elevata in assoluto alcune aree come il Trentino-AA che sono tra le piu' ricche e progredite, questa stupidaggine non sta scritta da nessuna parte negli statuti speciali e deriva solo dall'usuale stupido statal-centralismo: il Trentino-AA sarebbe probabilmente  disposto a pagarsi tutto da solo senza chiedere una lira a Roma, purche' possa fare i suoi concorsi pubblici, le sue assunzioni pubbliche, i suoi appalti pubblici e cosi' via, ma questo per gli statal-centralisti e' inconcepibile e preferiscono pagare addossando ai contribuenti di Regioni mediamente piu' povere del Trentino-AA il costo della stupidita' statal-centralista dello Stato italiano.

Seguendo il modello statal-centralista, Calderoli sta cercando un'altra via per recuperare un po' della spesa pubblica stupidamente in eccesso in Trentino-AA chiedendo a queste regioni di contribuire al fondo perequativo.  Naturalmente i cattocomunisti locali hanno subito elevato alte grida al cielo: non sia mai che debbano essere solidali con chi e' piu' povero di loro con soldi veri oltre che con la usuale propaganda per i polli...

Segnalo una serie di articoli sul tema pubblicati su lavoce.info: DUE COMMI PER IL FEDERALISMO, QUELLA CAPACITA' DI GOVERNO CHE FA LA DIFFERENZA. Purtroppo vedo solo critiche central-stataliste-catto-comuniste ad una bozza che è già central-statalista-catto-comunista. Il dibattito sta assumendo toni piuttosto ridicoli.

Come scritto, nella bozza Calderoli lo Stato determina il costo dei servizi regionali, e attraverso un fondo perequativo garantisce a tutte le Regioni risorse esattamente uguali ai costi standard delle funzioni essenziali, che come abbiamo visto sono praticamente tutte. Insomma una pianificazione centralista di stampo sovietico quasi totale. Cosa rimane fuori?

Calderoli ha deviato da una pianificazione sovietica integrale solo su pochi dettagli. Uno di questi e' il criterio che fissa le tasse devolute alle Regioni in misura tale che esattamente le tre Regioni piu' ricche abbiano risorse sufficienti alle competenze essenziali devolute. Quali sono le conseguenze? Tutte le Regioni meno tre avrebbero risorse proprie insufficienti, e lo Stato aggiungerebbe soldi fino a perequare al livello dei costi standard. La terza Regione avrebbe risorse proprie esattamente uguali ai costi. Fin qui solo centralismo e statalismo e nessun federalismo se non formale. L'unica deviazione dalla pianificazione sovietica e' costituita dl fatto che due Regioni avrebbero risorse proprie superiori al livello uguale per tutte le altre, peraltro finanziate esclusivamente dai propri contribuenti, e dopo aver contribuito piu' di ogni altra Regione a finanziare il fondo perequativo. Ebbene, questa deviazione dalla pianificazione sovietica integrale solleva critiche a non finire (e non solo su lavoce.info). Per gli statal-centralisti e' una specie di attentato all'unita' della Nazione e ai suoi dogmi costituzionali catto-comunisti.

Segnalo anche una discussione, che credo sarebbe impossibile in qualunque altro Paese e con qualunque altra Costituzione (propagandata come) federale, sull'interpretazione di un comma costituzionale che renderebbe anti-costituzionale ogni sia pur minima forma di federalismo, imponendo un finanziamento rigorosamente uguale per tutte le Regioni indipendentemente da qualunque altra considerazione.

Siccome in Italia c'e' sempre da anticipare il peggio, cerco di anticipare dovre potrebbero appuntarsi le prossime critiche.

Secondo la bozza lo Stato perequa la differenza tra "capacita' fiscale" e "costi standard", ora se la capacita' fiscale fosse definita in base al PIL regionale assumendo un livello di evasione fiscale uguale per tutti (ma la bozza di Calderoli non e' esplicita su questo) , almeno ogni Regione dovrebbe pagarsi la sua evasione, e ci sarebbe un meccanismo virtuoso per cui ogni Regione avrebbe incentivo a ridurre la sua evasione fiscale piuttosto che - come ora - a favorire l'evasione locale e semmai a ridurre quella delle altre Regioni che danno allo Stato le risorse per coprire i buchi del gettito locale.

Scommettiamo che anche questo dettaglio della bozza Calderoli verra' attaccato in nome di una corretta interpretazione della Costituzione (che il CS ha propagandato come ... federale!).

Ok, non è arrivato quindi il momento di pensare ad altro? Vale a dire, per quanto tempo assisteremo a balletti di tal fatta? Peggio: per quanto tempo daremo mano libera a simili ortodossie dirigiste?

Credo sia difficile non convenire sull'evidenza di un dominio culturale centralista, ad ogni livello e in forma forse irrimediabile. Perché non suggerire altro, allora?

Perché non guardare alla possibilità di "frantumare" questo sistema politico spugnoso, gommoso e irriformabile, attraverso una promozione degli indipendentismi che pure non mancano in questo stato-burletta: dai siciliani, ai sardi, ai sud-tirolesi, ai veneti, solo per citarne alcuni?

Sarà allora più semplice creare nuovi percorsi virtuosi, ripartendo dal basso.

Non e' da oggi che qualcuno propone di dividere la Repubblica delle
Banane, personalmente ritengo che una secessione democratica come e'
avvenuto in Cecoslovacchia sia pressoche' l'unica soluzione per
introdurre un a forma virtuosa di governo con incentivi corretti
Regione per Regione.

Il sistema centralista deresponsabilizzante ora in vigore incentiva
la maggioranza delle Regioni (in realta' tutte, data la scarsa qualita'
delle maggioranza delle elites al potere nelle Regioni che dal sistema
ci perdono) a vivere alle spalle altrui, massimizzando il proprio
prelievo dalla cassa centrale di Roma, e minimizzando il proprio
contributo (quindi massimizzando sia la spesa pubblica locale sia
l'evasione fiscale locale). I risultati li vediamo nello sfascio dello
Stato. Ma oltre a questo il sistema centralista vizioso ha generato
anche uno sfascio culturale ed un pensiero unico dominante
statal-centralista, orientato a difendere questo ridicolo e
indifendibile sistema. Con questi limiti culturali, e con la tradizione
giuridica italiana, ritengo sia impossibile produrre una riforma
federale decente, che introduca incentivi Regione per Regione a
limitare l'evasione fiscale locale, a limitare l'imposizione fiscale
locale, a spendere al meglio i soldi dei contribuenti a vantaggio dei
cittadini invece che per comperare consenso e arricchire la Casta al
potere. Perche' questo avvenga, la spesa pubblica locale deve essere
sostenuta da imposte locali, in maniera trasparente ed immediatamente percepita dal cittadino-elettore-contribuente, non c'e' altra strada. Come avviene nella
UE, Stato per Stato. Non ci deve essere la minima possibilita' per il cittadino di pensare che che sia suo vantaggio aumentare la spesa pubblica di cui beneficia a spese altrui. Non e' certo questo che ha fatto dell'Irlanda uno dei paesi piu' ricchi della UE.  Deve essere ultra chiaro ed acquisito chi chiede aumento della spesa pubblica deve prevedere poi di finanziarlo con le sue tasse, almeno in buona parte. Gli aiuti allo sviluppo devono essere
investimenti, non sussidi, punto. Certo ci vuole una transizione
graduale, ora il sistema e' drogato e assuefatto, ma quello deve essere
il traguardo. Ma gli italiani non vogliono disintossicarsi, perche' la
maggioranza crede di guadagnarci, vorrebbe solo piu' soldi da Roma a
spese di qualcun altro che non identifica mai in se' stesso.

Sistemi di amministrazione centralisti sono sensati solo per aree
socioeconomicamente omogenee. Se ci sono aree di sottosviluppo queste
si possono sviluppare col libero commercio e con aiuti e finanziamenti
allo sviluppo, ma MAI con i sussidi alla spesa pubblica corrente
locale. Il problema e' che l'Italia non ha risorse culturali
sufficienti ad arrivarci, prevale l'interesse minuto e corporativo, che
accomuna quasi tutti a chiedere piu' soldi alla cassa comune di Roma,
riempita con i soldi di chissachi.

Quindi una secessione delle Regioni che ora ci perdono e' pressoche
l'unica soluzione per separare le finanze dalla Cassa comune di Roma,
disarticolare il sistema vizioso ora vigente e porre le basi per
costruire un sistema virtuoso di governo e di amministrazione. E va
sottolineato che dalla secessione cecoslovacca ci ha quadagnato piu' la
Slovacchia che era l'area economicamente piu' povera e meno sviluppata.
Tuttavia la secessione ha bisogno del consenso della maggioranza
assoluta, e possibilmente di una maggioranza qualificata di chi la
chiede, che ancora non c'e'. Inoltre la secessione Cecoslovacca aveva
il consenso di entrambi i nuovi Stati. La soluzione migliore sarebbe
appunto una secessione consensuale oppure un federalismo equivalente
alla secessione effettiva della cassa comune ora centralizzata a Roma.

Ho cancellato una replica incorrettamente posizionata.

federalismo fiscale Italiano no grazie noi preferiamo la giustizia fiscale

il 70 percento delle uniche entrate I.S- E- I.R.P.E.F LE GESTICE DIRETAMENTE IL SINDACO DEL COMUNE.

IL RESTO 30 % LE GESTISCE DIRETTAMENTE IL GOVERNO CENTRALE

SENPLICE MA BELLO NON VI PARE?

propaganda e
progresso:

Egregi concittadini Veneti ora possiamo
esercitare il pieno diritto all'autogoverno senza nessun rischio di ritorsioni
delle fiame gialle, grazie alla sentenza emessa il 28-02-08 dal Tribunale
di Venezia.

Le tasse e le imposte si pagano all'Autogoverno
del popolo Veneto!

la richeza dello Stato, la sua funsionalità istituzionale, il
prestigio, è determinato dai suoi contribuenti.

Se ti interessa che il tuo Stato Veneto,
sia ricco, funzionale, e prestigioso, contribuisci come prevedono le leggi di
autogoverno del Popolo Veneto

Serenissimi saluti a tutti

Luciano Franceschi

il passa e-mail è possibile e gradito.

per informarsi:

http://repubblica.org/governo/veneto/decreti/lexe02j10a.htm

http://repubblica.org/governo/veneto/decreti/dec06l10_v.html#dec06l10_v....

http://repubblica.org/governo/veneto/decreti/coord.htm

http://repubblica.org/governo/veneto/decreti/dec00h01_1_v.html

Cito alcuni brani da due articoli di G.Tabellini sul Sole 24 Ore.

Dal Sole24Ore del 31/7/2008 (rassegna.governo.it, renatosoru.it):

Imposte trasparenti per misurare i politici - G.Tabellini

[...]

Ma il finanziamento della spesa locale è sostanzialmente basato su trasferimenti statali, o su basi imponibili poco visibili agli elettori e sulle quali i governi locali hanno limitati margini di autonomia nella determinazione delle aliquote.

Questi rapporti finanziari tra centro e periferia hanno incentivi perversi: se i politici locali spendono di più, essi riscuotono maggiori consensi presso gli elettori perché, a torto o a ragione, i costi del finanziamento non sono percepiti a carico della comunità locale.
Il federalismo fiscale può diventare davvero l`occasione per facilitare il contenimento della spesa e delle imposte solo se riesce a cambiare radicalmente questi incentivi. Il politico locale deve subire un costo se non riesce a contenere la spesa.

Perché questo succeda, deve esservi un legame diretto e trasparente tra spesa e prelievo, e il ruolo dei trasferimenti statali deve essere quasi esclusivamente finalizzato alla perequazione tra Regioni ricche
e povere.
I governi locali devono avere ampi margini nella scelta delle aliquote. E le basi imponibili locali devono essere il più possibile visibili ai cittadini e mobili sul territorio. La visibilità consente agli elettori di fare confronti tra amministrazioni più o meno efficienti; e la mobilità induce concorrenza fiscale e scoraggia
un`amministrazione dal fissare aliquote più alte del vicino.

Le controproposte delle Regioni alla bozza Calderoli per il federalismo fiscale L`Ici era "odiosa" proprio perché ben visibile ai cittadini. Per questo sopprimerla è stato un passo indietro.

Dal Sole24Ore del 26/8/2008 (rassegna governo, affariregionali.it,
pdf - corteconti.it):

FEDERALISMO FISCALE
La solidarietà tra le Regioni dimentichi la spesa storica
di Guido Tabellini

[...]

L`assistenzialismo dello Stato centrale ha favorito le pratiche
clientelari dei Governi locali, minando le capacità di autogoverno e
ostacolando lo sviluppo economico. Poiché il costo opportunità (le
alternative perdute con impieghi migliori) della spesa pubblica non
era evidente o non ricadeva sui contribuenti locali, i cittadini
meridionali sono stati incoraggiati a premiare i politici più per i
favori elargiti che per l`efficienza nella gestione dei beni pubblici
locali.

Il federalismo fiscale è un`occasione per correggere queste
distorsioni. Il buongoverno è possibile solo se le amministrazioni
locali hanno un vincolo di bilancio rigido e trasparente.

In particolare, le risorse disponibili non devono dipendere da
decisioni discrezionali dello Stato centrale o, peggio ancora, dalla
necessità di sopperire a inefficienze gestionali.

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