Quinto potere

9 ottobre 2007 michele boldrin
Ci sono i tre classici, a cui spesso si aggiunge quello degli organi d'informazione indipendenti. In Italia, a mio avviso, il quarto manca ma in compenso c'è il quinto potere, quello dei sindacati e dei loro iscritti.

Nessuno in Italia sembra rendersi conto dell'anomalia, anzi della follia di tutto questo

Sono in corso delle elezioni private, o meglio un referendum privato, per approvare o disapprovare alcune leggi dello stato. Tale referendum è stato organizzato da tre lobbies (i sindacati CGIL-CISL-UIL) che rappresentano una risibile minoranza dei cittadini elettori. Gli iscritti alla CGIL sono circa 5.6M, quelli della CISL sono 4.3M e quelli della UIL 1.8M, per un totale di 11.7M: ovvero il 25% del corpo elettorale italiano. Di questi 11.7M di cittadini, circa il 45-50% sono pensionati. Il referendum in questione non è regolato (ed ovviamente non e' richiesto) da alcuna legislazione, né è oggetto di imparziale supervisione da parte di terzi. Nella costituzione italiana, che io sappia, non si dice che prima di essere approvate da esecutivo e legislativo le leggi italiane debbano essere sottoposte a referendum consultativo organizzato da CGIL-CISL-UIL.

Alla faccia del dettato costituzionale, invece, da quasi quarant'anni a questa parte in Italia tutti (tutti?) hanno accettato la seguente prassi. I dirigenti di tre associazioni private - a volte son quattro, la quarta si chiama Confindustria; in alcuni rarissimi casi altre si aggiungono all'indecente partouze, tipo Confesercenti, Confcommercio, e Confartigianato - concludono un accordo con l'esecutivo, accordo che vorrebbero far applicare a tutti i cittadini italiani trasformandone il contenuto in legge dello stato. I medesimi dirigenti poi chiedono ai loro iscritti e simpatizzanti se i contenuti dell'accordo sono di loro gradimento. Nel frattempo, finche' questa consultazione del tutto privata ed a-costituzionale si svolge, governo e parlamento democraticamente eletti siedono passivi, in attesa del responso di coloro che in CGIL-CISL-UIL si riconoscono. Se la consultazione da' risultato negativo, si ritorna al tavolo negoziale, altrimenti si legifera.

Il referendum si svolge in maniera del tutto anomala, ed è completamente gestito dalle tre organizzazioni private in questione: i seggi sono nelle loro sedi, o dove i funzionari sindacali abbiano deciso di installarli. La campagna elettorale è gestita dalle organizzazioni sindacali, e la scelta a disposizione è fra un "si'" globale ed un "no" altrettanto globale. Chi non soddisfa i requisiti decisi unilateralmente dalle tre organizzazioni non ha diritto di voto; come spiego sotto, questo significa che a circa 2/3 dei cittadini italiani di maggiore eta' è proibito partecipare ad un referendum che pure deciderà delle loro imposte, delle loro pensioni, delle loro condizioni di lavoro, dei loro assegni familiari. Un elettore su tre, invece, gode dello speciale diritto di approvare o disapprovare la legislazione in materia.

Io pensavo che decidere e legislare su questi temi fosse compito esclusivo e principale dei poteri esecutivo e legislativo, secondo le modalità e le procedure a tutti note. Pensavo che per questo ci fossero le elezioni, i parlamenti e le centinaia di lautamente compensati parlamentari, con le loro commissioni, i loro uffici legislativi, i loro esperti. Sembra invece di no: in Italia la legislazione fiscale, pensionistica, del lavoro e assistenziale la decidono gli iscritti a tre associazioni private chiamate CGIL-CISL-UIL. E a tutti sembra una gran bella cosa, una cosa normale, un segno di democrazia e civiltà. Scrive il giornalista de La Repubblica:

Il voto. Alle urne (fino alle 14 di mercoledì), oltre ai
lavoratori a tempo indeterminato e ai pensionati, possono andare anche
precari e disoccupati, presentando la busta paga o il certificato di
iscrizione al collocamento. Positivi i commenti sull'affluenza da parte
dei sindacati, che contano di superare il risultato del referendum del
1995 sulla riforma delle pensioni. Allora votarono oltre 4,4 milioni di
lavoratori e vinsero i "sì". Le previsioni parlano di circa 5 milioni
di votanti.

Credo di aver letto bene: secondo i capi di queste associazioni private, voteranno 5M di persone, ossia meno di metà degli "aventi diritto" (mai il virgolettato mi è risultato più necessario). I cittadini italiani sono quasi 60M, ed i maggiori di 18 anni sono circa 48M! Questo implica che (approssimativamente) un 11% super-privilegiato del corpo elettorale decide, in forma privata, la sostanza della legislazione assistenziale, fiscale, pensionistica e lavorativa. Gli altri 9/10 che si adeguino e non rompano: sono cittadini di serie B.

In realta' gli aventi diritto al voto sono leggermente di piu' degli iscritti al sindacato, bonta' loro. Apprendo, sempre su La Repubblica, che i criteri per votare sono i seguenti

Possono votare lavoratori dipendenti, pensionati, precari e disoccupati
presentando nei seggi la busta paga, il libretto di pensione o il
certificato del collocamento. Al voto si arriva dopo 53.000 [assemblee, credo] fatte per
spiegare l'accordo sul welfare a lavoratori e pensionati.

Insomma, in teoria sono "autorizzati" a votare 15/16 milioni di persone - da cui il mio calcolo precedente: 16/48 = 1/3 del corpo elettorale si arroga il diritto di decidere per tutti. Ma in realta', come i sindacati stessi ci spiegano e come e' ovvio attendersi conoscendo il funzionamento della macchina sindacale italiana, finiranno per votare in 5 o 6 milioni al piu': ossia l'11-12% del corpo elettorale. Ad informarsi si scopre che non voteranno solo su contenuti tipicamente sindacali, ma persino sulle politiche a favore della competitivita' e sulla regolamentazione dell'immigrazione. Praticamente l'intera politica economica del governo Prodi viene decisa dai sindacati CGIL-CISL-UIL, ci spiega tutto felice l'articolista di La Repubblica, che ovviamente non nota alcuna anomalia.

Quesiti - Riguardano i nove grandi temi del protocollo: giovani,
donne, ammortizzatori sociali, immigrati ed extracomunitari, mercato
del lavoro, pensionati, lavori particolarmente usuranti, l'età del
pensionamento, le misure a sostegno delle competitività.

E tutti sono contenti che si faccia così, nessuno grida al colpo di stato, alla violazione delle più banali regole della democrazia rappresentativa, all'usurpazione dello stato di diritto ed all'umiliazione del parlamento: sembra di essere in una "democrazia popolare" (credo le chiamassero così, al tempo) in cui gli iscritti al partito decidono per tutti, ed il resto della popolazione si adegua, timorosa della propria incolumità.  

Sono pazzo io o in Italia state molto male?

33 commenti (espandi tutti)

Condivido il fatto che il potere dei sindacati in Italia sia una autentica iattura: di questo ho gia scritto in precedenza su questo sito.

Non sono sicuro pero' di condividere quanto dici riguardo le regole della democrazia. Il sindacato e' una delle tante lobby, e le lobby hanno un preciso ruolo da svolgere nel processo democratico: quello di contribuire alla definizione delle leggi. Sulla procedura di "contrattazione" fra lobby e parlamento/governo non ho molto da dire; parlamento e lobby hanno tutti i diritti di interagire nei modi che
ritengono opportuni nella definizione delle leggi. Questo fanno le
lobby in tutto il mondo: scrivono le leggi, contrattano nelle
commissioni parlamentari sui comma, etc... e' proprio il loro ruolo! Ci possono essere lobby e governi con procedure diverse, quelli con le procedure piu' efficienti emergeranno.

L'anomalia non e' che il governo si accordi o contratti con i sindacati. E' la procedura specifica adottata, e cioe' il fatto che il governo si sieda ad attendere il risultato del referendum, senza interrogarsi sul fatto che un referendum svoltosi a giochi fatti non fa che supportare l'idea che le decisioni vengano prese ed imposte dall'alto della gerarchia sindacale. Perche' il governo non si interroga sulla effettiva rappresentativita' dei sindacalisti con cui sta contrattando? Credono davvero che la certificazione di un referendum ex-post conferisca legittimita' rappresentativa ai vertici sindacali.

L'anomalia non e' che il governo si accordi o contratti con i sindacati. E' la procedura specifica adottata, e cioe' il fatto che il governo si sieda ad attendere il risultato del referendum, senza interrogarsi sul fatto che un referendum svoltosi a giochi fatti non fa che supportare l'idea che le decisioni vengano prese ed imposte dall'alto della gerarchia sindacale. Perche' il governo non si interroga sulla effettiva rappresentativita' dei sindacalisti con cui sta contrattando? Credono davvero che la certificazione di un referendum ex-post conferisca legittimita' rappresentativa ai vertici sindacali.

Il problema è che il governo si regge al senato su un paio di voti e quindi ha la necessità continua di trovare puntelli esterni dato che non è sufficientemente forte da imporre la sua politica.

Il "referendum" - sul quale l'analisi di Boldrin è lucida e pienamente condivisibile - rappresenta uno di questi puntelli, nel senso che una possibile approvazione dell'intesa da parte dell'elettorato di riferimento di Rifondazione & Co. limita il rischio di una azione di cecchinaggio parlamentare cui potrebbero sentirsi spinti i parlamentari della sinistra "antagonista" (qualunque cosa questo termine vuole dire).

Il che non toglie che sempre di triste spettacolo si tratta.

Sabino, grazie per l'interpretazione tattico-politica dell'intera storia, che non avevo colto. La pagliacciata del referendum sindacale per decidere la legislazione nazionale e' praticamente un balletto tra Epifani e Prodi, con il supporto di Bertinotti che, da quando fa la terza carica dello stato, si diverte tanto ad andare a feste importanti con la 'sora Lella che a sentir parlare d'elezioni gli va via l'erre moscia. Sembra credibile e spiega perche' rifondaroli e comunisti vari siano cosi' incazzati. Se persino i mitici, ed oramai inesistenti ed irrilevanti, metalmeccanici gli approvano l'accordo essi perdono potere di ricatto. 

Ah, mi sono permesso di aggiustare il mio cognome. Siccome esistono anche i "Bordin" in terra veneta, cosi' evitiamo confusioni! 

Riporto un episodio osservato ieri sera a Porta a Porta. Anche
se un po' fuori tema, rivela la scarsezza intellettuale della nostra
classe dirigente. Mi spiace di non poter riportare le citazioni esatte,
ma il succo della vicenda lo ricordo bene. 

Il segretario della
CGIL Epifani era collegato via telefono; in sala c'era Rizzo, dei
comunisti
italiani. Rizzo, come hanno documentato oggi i giornali (evidenzando
poco i fatti peraltro) ha mostrato alcuni documenti dimostranti che due
lavoratori erano riusciti a votare in almeno 3 seggi
elettorali (facendo nomi e cognomi e mostrando alcune fotocopie). Rizzo
ha persino invitando gli
iscritti al sindacato ad andare a votare piu' volte, oggi e mercoledi',
per vedere se l'anomalia ed il mancato controllo sono generalizzati (e'
ovvio che lo sono: l'intento dei comunisti italiani non e' di
controllare ma di delegittimare il referendum scavalcando a sinistra i
sindacati).

Ebbene
la cosa piu' sconvolgente e' stata la risposta di
Epifani, che rivela la bassezza intellettuale, e anche di semplice IQ,
cui sta arrivando la dirigenza italiana. Trasecolando, ha
inizialmente minimizzato dicendo che questo e' semplicemente una
consultazione, che non si stanno prendendo decisioni importanti
(immagino quelle non le lascino ai lavoratori), ed ironizzando che ora
cercheranno di chiamare gli ispettori dell'ONU. Poi invece di salvarsi
in corner (bastava mentire
sostenendo che erano a conoscenza di alcune anomalie isolate) si e'
messo a protestare lamentandosi della scorrettezza dell'interlocutore
nell'aver fatto lo scoop in
TV, etc... (anche il piu' ingenuo degli spettatori non puo' non aver
sospettato che Rizzo e i comunisti avevano preparato la cosa da
giorni). Mi scuso se non cito gli interventi con esattezza; l'episodio
comunque rivela quanta considerazione abbiano i vertici sindacali
dell'opinione dei lavoratori.

La chicca della serata poi viene quando
Vespa interpella sull'argomento Mastella in collegamento
da NYC (in precedenza mastella gongolava sul fatto che in America
venisse osannato, al
contrario del giudice De Magistris che invece li' "nessuno lo
conosce"). Mastella cercava di supportare il governo minimizzando
sull'accusa di brogli referendari. Dopo alcune frasi senza chiara
connessione ai fatti, ad un certo punto dice che gran parte degli
iscritti al
sindacato sono metalmeccanici, che sono gente dura, non si puo'
scherzare con i metalmeccanici, e cose simili. Vorrei poter rivedere il
filmato per riportare le parole esatte. L'interpretazione
dell'intervento e' alquanto difficile, ma sembrava quasi volesse dire
che bisogna stare attenti a fare dei brogli elettorali con i
metalmeccanici, che poi si finisce male. Qualcuno ricorda meglio
l'intervento? Roba da non credersi.

Grazie, ho trovato il passaggio, troppo divertente, ho trascritto le affermazioni e le ho messe in un articolo

Quinto potere

format 9/10/2007 - 18:23

Credo che il gesto compiuto dai sindacati abbia un aspetto fortemente positivo: portare la gente comune lontana dal partito ma vicino al sindacato ad esprimere la propria opinione. E questo penso sia giusto farlo su temi di politica economica, altrimenti sono temi da bar. Sarei contento di vedere se vanno a votare tutti e 11 milioni di lavoratori. Ma dalla lucida spiegazione di Boldrin, non saranno mai 11...manco 5.

L'aspetto che mi inquieta è il passaggio da semplice opinione e movimento di opinione su temi caldi d'interesse del sindacato, si passi ad una vera manovra di politica economica perché così ha deciso il popolo. Grave sarebbe se Schioppa & Prodi prendessero per "opinioni di popolo" le opinioni della minoranza del popolo.

Aggiungo: ma in tutto questo gran vociare e votare non c'era una parola sul debito? Ce ne fosse una di fazione che promuove l'abbattimento del debito...solo IMF e Commissione, che noia!

 

debito

Marco Boleo 10/10/2007 - 20:42

Caro Format

se ci si limitasse solo ad ignorare il problema del debito sarebbe un grave problema ma c'è un sito www.appellodeglieconomisti.com dove 70 economisti e più certificano l'idea che il debito può essere stabilizzato e non ridotto e questo per me è molto più grave: nel loro manifesto si afferma tra l'altro: "A questo scopo, noi proponiamo che il Governo fissi come obiettivo generale di legislatura non l’abbattimento ma la sola stabilizzazione del debito rispetto al Pil, determinando conseguentemente il valore del rapporto tra deficit e Pil". Bisognerebbe fare su nFA un contro manifesto sottoscritto dagli amici del "nFA team" e dai lettori per illustrare i pericoli di una simile politica. Il debito pubblico è stato il nostro ammortizzatore. Tutti a concertare e le risorse mancanti venivano create attraverso il disavanzo finanziato con debito pubblico. Ed a sedere sul tavolo della concertazione vi erano organi che rappresentavano e rappresentano una piccola parte del popolo italico, come ha argomentato efficacemente Michele. Le generazioni attuali e quelle future si sono ritrovate sulla groppa uno stock di debito superiore al Pil che nella spesa per interessi equivale quasi a due finanziarie. Ho visto nel sito di Alberto Bisin nei materiali didattici per i suoi corsi consigliato il paper sulla "sgradevole aritmetica monetarista" di Sargent e Wallace che a più di 25 anni dalla sua pubblicazione in Italia viene ancora quasi ignorato.

Questo, ne son certo, sorprendera' Marco. Ma io la vedo come segue:

Mentre e' vero che quasi tutto, o forse tutto, quanto detto in quel sito mi sembra basato su una sostanziale incomprensione di come funzionano i sistemi economici (e la logica), l'unica proposizione che condivido o che, perlomeno, non trovo sbagliata e' che il debito basta stabilizzarlo in rapporto al PIL, non serve necessariamente diminuirlo.

Le ragioni per cui ritengo che quella particolare proposta non sia insensata sono BEN ALTRE da quelle che i soggetti che firmano l'appello adducono (e che non ho nemmeno capito). Pero' si da' il caso che l'ossessione della sinistra italiana per il debito, mutata dalle follie delle Commissione come definite da Maastricht, a sua volta dovute a fissazioni nazionali tedesche, io non le intendo ne' le giustifico su NESSUNA base teorica, o anche empirica. L'ho detto, abbastanza chiaramente, circa un anno fa criticando la prima finanziaria di TPS e VV, e vale anche per oggi. A dire il vero, l'ho detto anche 20 anni fa ... Questo NON vuol dire che il rapporto debito/PIL puo' andare da tutte le parti, vuol dire che fare una religione del 60% o dell'80% o anche del 110% e' insensato. Che si studiassero il Giappone!

Mi rendo conto che, come argomentazione teorica, questa sia molto debole ma vado di fretta. Mettiamola cosi:

PERCHE' E' NECESSARIO RIDURRE IL RAPPORTO DEBITO/PIL AL 60% (o qualsiasi altro numero <1 che piaccia a voi)?

Qualcuno, per favore, me lo spiega? La spiegazione che non accetto e' che cosi' si riduce la spesa pubblica improduttiva ed inefficiente. Quest'ultimo, sacrosanto, obiettivo, si puo' raggiungere riducendo simultaneamente spesa e tasse, che sarebbe la cosa ideale. Lasciando il debito esattamente dov'e' ora in rapporto al PIL! Le due cose NON hanno alcuna connessione, ne' teorica, ne' pratica.

 

 

Mi rendo conto che, come argomentazione teorica, questa sia molto debole ma vado di fretta. Mettiamola cosi:

PERCHE' E' NECESSARIO RIDURRE IL RAPPORTO DEBITO/PIL AL 60% (o qualsiasi altro numero <1 che piaccia a voi)?

1. In primo luogo, perche' un alto livello d'indebitamento incoraggia i governi a tornare a politiche inflazionistiche: vedi il parallelo tra gli attacchi di Sarkozy alla BCE (che secondo lui dovrebbe "sostenere l'economia" riducendo i tassi d'interesse e frenando l'apprezzamento dell'euro sul dollaro) e la sua attuale finanziaria spendacciona.

2. Perche' l'idea che il livello del debito e' irrilevante da' spazio a chi il debito neppure lo vuole stabilizzare: "Se e' OK al 120%, perche' non al 300%? Aumentiamo la spesa pubblica, allora! Yeah, baby!"

3. Perche' finanziare la spesa col debito rappresenta per i politici un metodo particolarmente efficace di comprarsi voti con i soldi degli altri (in questo caso, quelli dei cittadini futuri, che quanto meno saranno tassati maggiormente per pagarne gli interessi). Ricordiamoci che gli anni di crescita piu' rapida del debito furono
quelli dell'era Craxi, in cui l'inflazione fu tagliata ma la spesa
pubblica no.

Infine, la politica economica del Giappone non mi pare molto proponibile senza arrossire, visti i suoi effetti: gigantesca bolla speculativa negli anni '80 (in parte una "bolla locale" causata dalle iniezioni globali di liquidita' orchestrate dalla FED dopo il crash in borsa del 1987), e deflazione/stagnazione dal 1990 in poi; fallimentare "pump-priming" neo-Keynesiano a meta' anni '90 finanziato con inasprimenti fiscali (aumento della sales tax dal 3% al 5% nell'aprile del 1997); sistema distributivo e agricoltura estremamente protetti e inefficienti, e riluttanza o incapacita' a riformarli; e casta politica di incompetenza e corruzione a livelli quasi italiani.

1) L'offerta di moneta e' controllata dalla BCE, che si sta dimostrando indipendente. Quindi i governi nazionali ben poco possono fare per generare inflazione ed eliminare il debito. Per evitare potenziali confusioni: l'argomento classico di Sargent&Wallace, secondo cui si puo' generare inflazione anche con debito corrente, non vale in questo caso: per generare inflazione occorre un debito che cresce, non che rimane costante. Non solo, l'esperienza dimostra che i detentori di debito pubblico denominato in moneta corrente capiscono molto bene l'incentivo del governo ad inflazionare il debito: come abbiamo visto negli anni '70 ed '80, politiche inflazionistiche fanno fuggire i risparmiatori dal debito pubblico verso altri assets, rendendo il costo del debito insostenibile per un governo inflazionista. Il costo reale del debito e' calato ovunque al calare dell'inflazione. Infatti, il solito Giappone che ha debt/gnp = 160% non inflaziona proprio, e nemmeno ci pensa. Infine, esistono sempre i buoni indicizzati all'inflazione che eliminano del tutto la tentazione di fare i furbi.

2) Evidenza, vecchia ma anche recente, prova il contrario: tutti i paesi con alti debt/gnp ratio insistono con alzare le tasse per ridurre il debito. Quindi non vi e' nessuna evidenza che un valore "alto" di debt/gnp crei un ambiente favorevole ad un valore "ancora piu' alto", ossia ad ulteriori eccessi di spesa. Non solo, by the same token i governi dei paesi dove debt/gnp ratio e' basso potrebbero dire "abbiamo pochissimo debito, spendiamo allegramente che c'e' spazio per dei bei deficits ..." Infine, proprio per la sua ambivalenza, non permette di decidere che cosa sia un valore "alto" o "basso".

3) Vale quanto sopra. Il debito gia' ESISTE, ossia i soldi se li sono gia' spesi. Stabilizzarlo vuol dire mantenerlo dov'e', non accrescerlo e nemmeno tassare per diminuirlo. Siccome c'e', ed e' considerato alto dai piu', la tentazione di finanziare spesa senza tassare e' ridotta. Se fosse basso, come da 2) la tentazione riemergerebbe, con doppio danno: ora ci tassano per ridurlo e dopo spendono e spandono. Meglio lasciarlo li' dov'e', il debito.

Quanto dici sulla "fallimentare" politica giapponese nulla ha a che fare con il debito pubblico! Il debito e' l'effetto non la causa delle idiotesche politiche keynesiane che i giapponesi hanno seguito dal 1995 al 2005. Sono quelle politiche, oltre che una situazione di pochissima concorrenza nel mercato interno, ad aver generato la stagnazione 1995[thanks M!]-2005! La letteratura sull'argomento e' assolutamente trasparente: il debito non ha causato la stagnazione, ma viceversa. Di certo il debito giapponese non si deve ne' all'agricoltura protetta, ne' all'aumento della sale tax inizio anni '90 (il debito era relativamente basso, allora, e lo volevano ridurre ulteriormente grazie a quella bella tassa), ne' alle varie politiche protezionistiche. E' vero che il debito si deve, in parte, alla corruzione, ma di nuovo non vale l'opposto: l'alto debito non causa corruzione. Anzi, tagliarlo lascerebbe spazio ad ulteriore corruzione, visto che i politici corrotti avrebbero spazio per spendere allegramente di nuovo! Infatti, cosa si stanno proponedo di fare in Italia con la Finanziaria 2008, se non esattamente questo? Han raccontato a tutti d'aver portato il deficit e debito sotto controllo, ed ecco che spendono allegramente! Infine, cosa piu' importante, il Giappone ha ripreso a crecere decentemente negli ultimi due anni nonostante il debito; il Giappone paga un premio al rischio negativo (rispetto all'Italia) nonostante il debito; il Giappone non soffre certo di problemi inflattivi, nonostante il debito.

Ricorda, la mia tesi non e' che 110% e' il numero giusto, o che 69% lo e'. La mia tesi e' che, qualsiasi sia il numero ora, lasciamo che rimanga la' dove sta o, se proprio volete, lasciamo il valore reale del debito costante (cosi' se il PIL cresce il rapporto debito/PIL cala) ed occupiamoci della crescita tagliando spese e tasse in parallelo. Rimango in attesa di una teoria opposta che sia coerente internamente e con i fatti. In particolare, continuo a chiedere, quale sarebbe la percentuale debt/gnp "giusta"?



2) Evidenza, vecchia ma anche recente, prova il contrario: tutti i
paesi con alti debt/gnp ratio insistono con alzare le tasse per ridurre
il debito. Quindi non vi e' nessuna evidenza che un valore "alto" di
debt/gnp crei un ambiente favorevole ad un valore "ancora piu' alto",
ossia ad ulteriori eccessi di spesa.

A chiacchiere per fare i virtuosi, ma in realta' poi alzano le tasse per aumentare la spesa pubblica, come si sta vedendo in Italia con la triste vicenda del "tesoretto": e questo e' un punto su bisognerebbe denunciare la responsabilita' del governo (c'e' chi, lodevolmente, lo fa). Altri governi possono usare la riduzione del debito come argomento a favore di cause migliori, per esempio le privatizzazioni, come fece quello australiano nel 2002 a proposito della vendita di Telstra (e in certa misura anche il precedente governo Prodi).

Non solo, by the same token i
governi dei paesi dove debt/gnp ratio e' basso potrebbero dire "abbiamo
pochissimo debito, spendiamo allegramente che c'e' spazio per dei bei
deficits ..." Infine, proprio per la sua ambivalenza, non permette di
decidere che cosa sia un valore "alto" o "basso".

Con un governo spendaccione, anche affermare questo diventa pericoloso: perche' il 300% dovrebbe essere "alto"? Insomma, you can't have it both ways: "il livello del debito e' irrilevante", e anche "il livello del debito va tenuto costante". Il punto su cui dare battaglia e' il livello di tasse e spesa pubblica, specialmente in casi come l'Italia dove il denaro pubblico e' speso in modo estremamente inefficiente; l'obiettivo della riduzione del debito non ostacola di per se' questa battaglia.

3) Vale quanto sopra. Il debito gia' ESISTE, ossia i soldi se li sono
gia' spesi. Stabilizzarlo vuol dire mantenerlo dov'e', non accrescerlo
e nemmeno tassare per diminuirlo.

Be', intanto bisogna pagarne l'interesse, che, con tassi reali maggiori di zero, non e' trascurabile. Anche questi sono soldi reperiti con le tasse, e sottratti alla crescita.

Quello degli interessi mi sembra l'argomento più stringente per replicare alla domanda di Michele.

NO! NO! NO! Per favore, signori ...

Pensateci un attimo, come on! Non fatemi fare sempre il professore!

Gli interessi sul debito, nella misura in cui sono determinati dal mercato e non implicano un premio al rischio superiore di quello che il cittadino medio sarebbe disposto a ricevere/pagare sui propri investimenti/debiti, non vogliono dire nulla! Per eliminare gli interessi occorre pagare il capitale, per pagare il capitale occorre tassare o vendere beni capitali, e questo ha un costo opportunita' misurato dal rendimento di quei beni capitali e/o degli investimenti in cui il reddito tassato finirebbe se non tassato. Basta fare un pelo di algebra da liceo, e si scopre che o le due cose sono equivalenti o, di fatto, il costo per interessi del debito pubblico e' inferiore al suo costo opportunita' se si dovesse ripagarlo! Quest'ultima affermazione non segue dalla pura teoria ma dall'evidenza empirica: il premio al rischio sul debito pubblico italiano e' zero, quello su qualsiasi investimento (compreso il mutuo garantito dall'ipoteca sulla casa) e' positivo. Fine della storia. 

Spero gli altri argomenti per l'abattimento del debito siano leggermente piu' "stringenti"! :-)

P.S. Inoltre: se l'argomento "il debito costa perche' paghiamo interessi" fosse logicamente corretto, che non lo e', avrebbe un implicazione assurda. Infatti esso implica che la quantita' ottima di debito e' zero; una conclusione palesemente folle. Quest'ultima affermazione (ossia "debt=0" <=> "follia") spero non sia necessario provarla, altrimenti saremmo costretti a ricominciare dai principi di economia 001.

Basta fare un pelo di algebra da liceo, e si scopre che o le due cose
sono equivalenti o, di fatto, il costo per interessi del debito
pubblico e' inferiore al suo costo opportunita' se si dovesse
ripagarlo! Quest'ultima affermazione non segue dalla pura teoria ma
dall'evidenza empirica: il premio al rischio sul debito pubblico
italiano e' zero, quello su qualsiasi investimento (compreso il mutuo
garantito dall'ipoteca sulla casa) e' positivo. Fine della storia.

Non e' esattamente zero: se confronti i rendimenti dei BTP con quelli p.es. dei Bund tedeschi o degli OAT francesi di pari scadenza (valori aggiornati qui e qui in orario d'apertura italiano) vedrai che ci sono alcuni punti base di differenza in piu'. Certo, il mercato sembra essere molto ottimistico sul credit risk dell'Italia, ma lo era anche su quello dell'Argentina prima del 2002, della Russia prima del 1998 etc., e l'ottimismo fa presto a trasformarsi in panico in tempi di crisi.

Ma comunque, quel che dicevo io e' che gli interessi vanno pagati, foss'anche zero il risk premium, e questo ha i suoi costi sulla crescita perche' il pagamento e' estratto per via fiscale (e quindi agisce in modo redistributivo, ne' piu' ne' meno di tasse applicate per ripagarlo).

E soprattutto c'e' un fattore importante che rende politicamente irraggiungibile la semplice stabilizzazione del debito: ogni governo che assume che il livello di indebitamento e' irrilevante va subito ad aumentarlo (vedi, caso tipico, l'amministrazione Bush). La ragione e' semplice: i benefici sono immediati, ma i costi sono differiti e la loro impopolarita' puo' essere scaricata sui governi futuri.

No, non esattamente zero, ma praticamente zero. Inoltre, compara gli italiani con gli spagnoli, i portoghesi ed i belgi ... vedi chiara correlazione con il rapporto debito/pil? Io, a occhio lo ammetto, no.

Sui due punti logici, invece ho parecchio da eccepire.

- Se le tasse per pagare gli interessi sul debito sono distorsive, forse che le medesime tasse (ma 20 o 25 volte maggiori) non sono distorsive quando si usano per ripagare il debito vero e proprio? Lo dico e lo ripeto: volete eliminare il debito? Vendete caserme, palazzi ed arazzi di Palazzo Chigi.  Pero' prima dovete dirmi QUANTO debito volete eliminare ed a che valore vi sembra appropriato arrivare. Rimango in paziente attesa.

- Non mi sembra che i governi che hanno aumentato, o diminuito, il debito siano partiti dall'affermazione che il suo livello fosse irrilevante. Anzi, Bush era tutto fuoco e fiamme contro il debito. Comunque, continui a non voler vedere il punto: piu' diminuisci il debito piu' spazio c'e' per il prossimo ciarlatano per spendere a vanvera. Infatti, Bush ha potuto spendere a caso senza preoccuparsi perche' Clinton gli aveva consegnato un bilancio pubblico da sogni! Si fosse trovato un debito al 110% del PIL ed un deficit corrente del 3%, avrei voluto vedere! 

 

- Se le tasse per pagare gli interessi sul debito sono distorsive,
forse che le medesime tasse (ma 20 o 25 volte maggiori) non sono
distorsive quando si usano per ripagare il debito vero e proprio?

Certo che lo sono (anche se non sono 20 o 25 volte maggiori: mica si parla di ripagarlo in un anno!). Mi sa che qui non ci capiamo: io non considero la riduzione del debito un bene in se': io considero un male la creazione del debito, marginalmente per spese in conto capitale (perche' spesso gli investimenti pubblici sono meno efficienti di quelli privati) e totalmente per reperimento di fondi per la spesa corrente. Finanziare spesa corrente tramite debito e' immensamente piu' pericoloso che finanziarla tramite tasse immediate, perche' non genera le doverose reazioni negative nell'elettorato. E poi, perche' assumi che il debito possa essere ripagato solo con nuove tasse? Cominciamo a far passare la linea di ripagarlo tagliando la spesa.

Lo
dico e lo ripeto: volete eliminare il debito? Vendete caserme, palazzi
ed arazzi di Palazzo Chigi.

Magari anche i suoi abitanti, se non ne deprezzano troppo il valore (anche perche' poi quelli si riaffittano Palazzo Chigi e mandano il conto al contribuente). Anzi, meglio vendere solo i suoi abitanti, dato che vendere immobili per ripagare debiti non cambia la bottom line del bilancio: Palazzo Chigi e le caserme possono anche essere messi sul mercato degli affitti.

- Non mi sembra che i governi che
hanno aumentato, o diminuito, il debito siano partiti dall'affermazione
che il suo livello fosse irrilevante. Anzi, Bush era tutto fuoco e
fiamme contro il debito.

Durante la sua presidenza l'ha esplicitamente negato. Cheney e' stato anche piu' sincero (almeno in privato) sulle vere motivazioni, dicendo a O'Neill : "You know, Paul, Reagan proved deficits don't matter. We won the midterms. This is our due."

Comunque, continui a non voler vedere il
punto: piu' diminuisci il debito piu' spazio c'e' per il prossimo
ciarlatano per spendere a vanvera. Infatti, Bush ha potuto spendere a
caso senza preoccuparsi perche' Clinton gli aveva consegnato un
bilancio pubblico da sogni! Si fosse trovato un debito al 110% del PIL
ed un deficit corrente del 3%, avrei voluto vedere!

Oh bella, e perche'? Se, come sostieni, non esiste un livello appropriato di debito, che differenza fa?

The Beast can't be starved. It has to be slaughtered. 

Enzo, tu sei un maestro nel girarla. In altre occasioni ho lasciato perdere, ma oggi ho le balle che mi girano per affari miei, quindi scarico la tensione su di te. Dunque

... anche se non sono 20 o 25 volte maggiori: mica si parla di ripagarlo in un anno!

Non fa nessuna differenza quanto debito ripaghi in un anno. Se paghi 100 lire di debito risparmi 4 lire di interessi quell'anno. Il rapporto sempre di 25 e'. Se son distorsive le prime, lo sono anche le seconde, o no?

Poi

... io considero un male la creazione del debito ...

Libero tu di avere questa opinione (sbagliata a mio avviso, come spero di articolare nell'Ex-K del week end) ma irrilevante in questa discussione. Il debito ESISTE GIA'!!! Stiamo discutendo di cosa fare con il debito che esiste gia', non so se mi spiego! Far prediche su quello che avrebbero dovuto fare nel 1978 non e' molto utile a questa bisogna.

Poi ancora

Cominciamo a far passare la linea di ripagarlo tagliando la spesa.

Assolutamente no!! Ma siamo matti? Vedi che ti contraddici? SE ripaghiamo il debito in essere tagliando la spesa ALLORA vuol dire che manteniamo le tasse dove sono, o comunque piu' alte della spesa! Giusto? Beh, questo vuol dire che vuoi usare le tasse per ripagare il debito, contraddizione!

La battuta su Chigi te la passo, ma pensaci bene: vendere le caserme ed il palazzo e' una maniera per "impegnarsi" (committment). Affittarle lascia l'opzione di tornare ad usarle!

Anche quella su Bush e' una battuta, vero? Non vuoi che mi cerchi il programma economico di Bush 2000 (che ho firmato, ascoltando per l'ultima volta l'invito del mio amico John Taylor!), spero?

Infine,

Oh bella, e perche'? Se, come sostieni, non esiste un livello appropriato di debito, che differenza fa?

Ma hai letto quello che ho scritto? Tu argomenti che occorre evitare di offrire ai ciarlatani opportunita' di FARE ulteriore debito, di creare ulteriore debito spendendo a vanvera. Bene, dico io che odio la spesa pubblica e le tasse distorsive. Anche io penso sia necessario evitare che si CREI ulteriore debito a causa delle spese dei ciarlatani. QUINDI siccome il debito alto gia' ce l'abbiamo, prendiamo due piccioni con una fava. LASCIAMO il debito dov'e', cosi' (1) non tassiamo la gente per ripagarlo, (2) togliamo incentivi ai ciarlatani per spendere di piu' in futuro.

Il fatto che non vi sia un livello "ideale" del debito NON IMPLICA che lo si puo' aumentare quando si vuole! Questo e' un non sequitur! La spesa, che crea debito, fa male. Il debito pregresso e' il debito pregresso: fanno male le tasse per ripagarlo, quindi lasciamolo li' dov'e!!

Il mio statement implica SOLO che non serve tassare la gente per ripagarlo. Lo si lascia li, a marcire. Mai sentito parlare di random walks? Ecco, la politica ottimale e' quella che rende il valore del debito un random walk, ossia tale che E_t[DEBT_{t+1}] = DEBT_t. Lasciatelo li, e tagliate tasse e spese.

 

Enzo, tu sei un maestro nel girarla. In altre occasioni ho lasciato
perdere, ma oggi ho le balle che mi girano per affari miei, quindi
scarico la tensione su di te.

Prego, mica mi offendo :-) 

Non fa nessuna differenza quanto debito ripaghi in un anno. Se paghi
100 lire di debito risparmi 4 lire di interessi quell'anno. Il rapporto
sempre di 25 e'. Se son distorsive le prime, lo sono anche le seconde,
o no?

Quel che dico e' che l'onere non e' "25 volte piu' grande", dato che il ripagamento evita il pagamento degli interessi futuri. Se si assume che gli interessi reali resteranno gli stessi da qui all'eternita', l'onere e' lo stesso. Se i tassi d'interesse aumentano (e ricorda che la BCE non li decide solo in base alla situazione in Italia), pagare gli interessi sara' molto piu' pesante.

Il debito ESISTE GIA'!!! Stiamo discutendo di cosa fare con il debito
che esiste gia', non so se mi spiego! Far prediche su quello che
avrebbero dovuto fare nel 1978 non e' molto utile a questa bisogna.

E invece e' fondamentale, perche' se accrediti la tesi che accrescere il debito nel 1978 era accettabile, i politici diranno che e' accettabile accrescerlo anche adesso, e gli elettori, che non cercano altro che scuse per "instant gratification", non faticheranno a convincersi che e' vero.

Assolutamente no!! Ma siamo matti? Vedi che ti contraddici? SE
ripaghiamo il debito in essere tagliando la spesa ALLORA vuol dire che
manteniamo le tasse dove sono

Ma neanche per sogno! Se taglio 100 euro dalla spesa e ne uso 50 per ripagare il debito e 50 per ridurre le tasse, dove sta la contraddizione? Certo, le tasse saranno piu' alte della spesa, ma entrambe saranno tagliate. Che starei rigirando? Dove ho mai detto che le tasse non vanno ridotte, o vanno ridotte con priorita' inferiore al ripagamento del debito? Niente strawmen, please.

La battuta su Chigi te la passo, ma pensaci bene: vendere le caserme ed
il palazzo e' una maniera per "impegnarsi" (committment). Affittarle
lascia l'opzione di tornare ad usarle!

Anche venderle lascia l'opzione di affittare altre sedi da privati, o comprarne di nuove emettendo altro debito... Che credi che facciano gia' ora, ogni volta che creano una nuova provincia o circoscrizione o altra entita' utile solo a dare un posto pubblico a funzionari di partito?

Anche quella su Bush e' una battuta, vero? Non vuoi che mi cerchi il
programma economico di Bush 2000 (che ho firmato, ascoltando per
l'ultima volta l'invito del mio amico John Taylor!), spero?

Perche' consideri i programmi elettorali piu' importanti delle azioni? Bush nel 2000 disse anche "If we are an arrogant nation, they will resent us; but if we're a humble nation, but strong, they'll welcome us"...

 

Quinto potere

format 11/10/2007 - 11:04

Una modesta ma empirica tesi sulla sostenibilità della politica fiscale
(Indicatori e Test di sostenibilità della politica fiscale: il caso italiano 1970-2006) mi ha insegnato che il
problema dell'entità del debito è più un problema di sostenibilità del debito in
relazione alle altre variabili che sono espresse nell'equazione di moto del
debito.

La dinamica del debito è uguale alla differenze (entrate e uscite fiscali)
più la differenza tra (tasso d'interesse sul debito e tasso di crescita
dell'economia) moltiplicato per lo stock di debito. Se scaliamo le varabili per
l'entità del PIL abbiamo il moto dinamico del debito in termini di PIL ovvero
come il debito evolve nel tempo. Per assicurare la sostenibilità è sufficiente
che il valore degli avanzi primari scontati eccedono il valore presente scontato
dei disavanzi primari per un ammontare necessario a bilanciare il valore
iniziale dello stock del debito ed il valore presente e scontato dello stock di
debito finale.

Teoria a parte, ciò che deve essere rispettato nella pratica è il vincolo di
bilancio intertemporale (l'uguaglianza tra il valore atteso e scontato degli
avanzi primari ed il valore inziale del debito pubblico) e la condizione
di trasversalità (il tasso di crescita del debito deve essere inferiore al tasso
di crescita dell'economia).

Per le due ragioni soprastanti, concordo con chi afferma che non esiste un
livello di debito/Pil oltre il quale bisogna iniziare a preoccuparsi ma sono in
disaccordo con chi pensa che non bisogna stabilizzare e abbattere il debito in
Italia. La prima ragione è che non esiste una teoria che definisce il livello di
debito "preoccupante" e che occorre osservare alla sostenibilità del debito. La
seconda ragione è perché osservando i dati sull'Italia (1970-2006) si osserva
una preoccupante crescita dell'avanzo primario e quindi un mancato rispetto
della prima condizione. Penso sia questa motivazione che abbia spinto TPS a fare
una finanziaria che ristabilisca l'avanzo primario e di conseguenza ristabilisca
il debito.

Per tornare alla discussione e scartare la teoria economica... mi fa
imbestialire che con gli interessi sul debito si potrebbero fare un paio di
finanziarie o un'intera Sanità!!

Aggiungi anche un altro dettaglio (non insignificante) alla teoria: i beni capitali pubblici. Non vi e' alcuna ragione che lo stato abbia un patrimonio finanziario netto. Quindi il valore di mercato del debito residuo (ovviamente scontato, eccetera) dovrebbe banalmente essere uguale al valore di mercato dei beni capitali posseduti dallo stato e che vengono trasferiti dal periodo T al periodo T+1. La qual cosa anche implica che la maniera corretta di eliminare il debito NON e' tassando, ma alienando beni capitali, ossia privatizzando. Le caserme, per esempio, o palazzi ministeriali in centro citta', Roma specialmente. Altro che tasse.

Stabilito, comunque, che NON esiste un numero magico x% a cui il rapporto debt/gnp dovrebbe attenersi e che l'unico indicatore credibile che si e' passata la soglia accettabile e' l'apparire di un premio al rischio sul debito pubblico (al momento, in Italia, un bel 0.0%), veniamo ai fatti. Dici

La
seconda ragione è perché osservando i dati sull'Italia (1970-2006) si osserva
una preoccupante crescita dell'avanzo [disavanzo credo tu intenda] primario e quindi un mancato rispetto
della prima condizione. Penso sia questa motivazione che abbia spinto TPS a fare
una finanziaria che ristabilisca l'avanzo primario e di conseguenza ristabilisca
il debito.

Chiedo: mi mostri i dati? A me non risulta proprio che cosi' sia successo, in particolare in relazione al PIL. Secondo, dove diavolo TPS avrebbe ristabilito un avanzo primario con le sue mosse? Ti sei letto la discussione in corso sulla Finanziaria 2008? Per favore, mi puoi documentare questi "fatti"? A me non risultano, ma sarei felicissimo di dovermi ricredere. 

Sugli interessi, ho gia' detto sopra. Per risparmiare gli interessi voi vendereste gli ospedali, mica male come idea. 

Quinto potere

Marco Boleo 11/10/2007 - 11:30

Cari amici di nFA vedo che nella notte e nella prima mattinata il dibattito si è elevato in seguito agli interventi tra gli altri di Michele, Enzo, Format, LuigiP. Devo dire a Michele che sono sorpreso meno di quello che lui pensa visto che ieri dopo aver inserito il commento sono andato a leggermi vecchi contributi sull'argomento presenti su nFA: tra i quali anche il pezzo che lui ricorda. Pur concordando sul nonsense dei parametri di Mastricht, tenendo presenti le lucide analisi di Format ed Enzo, per me va inserita nel programma del governo la riduzione del debito per lanciare un messaggio ai concertatori che il disavanzo ed il debito sono dei vincoli e non un residuo. In Italia si sono fatte politiche coerenti solo quando abbiamo avuto la morsa dei vincoli esterni. Vista la vostra competenza vorrei chiedervi alcuni chiarimenti: 1) considerare solo il debito pubblico di una nazione e non il suo debito totale dato dalla somma di quello pubblico e di quello privato è sensato o no; 2) ha senso rapportare uno stock: il debito ad un flusso: il Pil; 3) ha senso calcolare il debito pubblico procapite di una nazione includendo nel calcolo lo stock di titoli detenuto dai residenti visto che Melon diceva che il debito interno di una nazione è il debito che la mano destra deve alla sinistra. Un caro saluto M  

Re: Quinto potere

format 11/10/2007 - 11:50

Caro Marco,

sono molto d'accordo con te. Anche io vedo il debito (stock) come un problema che riguarda il valore atteso e scontato dei futuri avanzi primari (attenzione agli interessi!!) di bilancio (flussi). Per questa ragione è un vincolo, non un residuo. Anche perché mi interessa discutere del perché è aumentato molto meno di come limiterà la crescita, le mie future tasse (ho 25 anni e voglio vedere quanto pagherò di tasse per pagare gli interessi sul debito, il debito, i fondi per la mia pensione, gli accantonamenti per la pensione di mio figlio) e la futura spesa (più sanità, più scuola, più università).

Credo che:

1) sia sbagliato mettere insieme i due debiti (pubblico e privato) perché sebbene siano parte della stessa famiglia (i cittadini) hanno natura, gestione e conseguenze diverse.  Di più non so, purtroppo.

2) sia giusto rapportare uno stock ad un flusso solo nel caso in cui ci interessa sapere la dimensione del "problema". Successivamente occorre misurare i diversi flussi...tasso di crescita del Pil con tasso di crescita reale del Pil.

3) No so, corro a ripassare Melon.

 Facciamo anche noi un referendum? (polemico)

Format 

1) considerare solo il debito pubblico di una nazione e non il suo
debito totale dato dalla somma di quello pubblico e di quello privato è
sensato o no;

Il debito privato non e' un fattore ignorabile perche' puo' avere conseguenze destabilizzanti (vedi le paure per l'economia USA se ci fosse un crollo dei prezzi delle case, la cui crescita ha sinora tenuti vivi i consumi a suon d'ipoteche). Tuttavia, certe assunzioni che valgono per il debito pubblico ovviamente non valgono per quello privato: per dirne una, i privati, per trovare i soldi, non possono tassare i loro vicini :-)

2) ha senso rapportare uno stock: il debito ad un flusso:
il Pil;

Beh, serve a dare un senso delle proporzioni. Ti dice in prima approssimazione quanti anni ci vorrebbero a ripagare il debito destinando a maggiori tasse una data frazione della spesa privata (se la maggiore tassazione non incidesse sulla crescita etc.)

3) ha senso calcolare il debito pubblico procapite di una
nazione includendo nel calcolo lo stock di titoli detenuto dai
residenti visto che Melon diceva che il debito interno di una nazione è
il debito che la mano destra deve alla sinistra.

Dal mio punto di vista personale, lo stato e' un fornitore di servizi ai cittadini, non una sua mano (destra o sinistra che sia). E' vero che ha il potere di tassare i residenti, ma i residenti hanno il potere di spostare i loro investimenti all'estero, e anche di andarsene del tutto, quindi ci deve stare attento.

Oh, a proposito: qui in Hong Kong il governo ha annunciato ieri che l'anno scorso il surplus fiscale ha superato i 7 miliardi di dollari (circa 1,000 dollari per residente) e quindi nel 2008-2009 le imposte sui profitti d'azienda e quelle sui redditi saranno ridotte di un punto percentuale, passando, rispettivamente, al 16.5% e a un valore non superiore al 15% (e le rendite finanziarie sono sempre state esentasse). Ha inoltre annunciato svariati nuovi investimenti in infrastruttura, e l'estensione della pubblica istruzione gratuita dai primi 9 ai primi 12 anni. Il debito pubblico e' di 16.5 miliardi di dollari (8.7% del PIL) ma e' ampiamento coperto da riserve valutarie di circa 138 miliardi di dollari (19,700 dollari per residente, o circa il 73% del PIL).

Salutatemi TPS.

Dal corriere di oggi:

«È un protocollo che abbiamo voluto, su cui le previsioni erano
prevalentemente pessimistiche». Invece, ha aggiunto Prodi, non solo si
è raggiunto un accordo, ma a quanto sembra è anche stato approvato da
un larghissimo numero di interessati».

Veramente ridicolo, no?

Spero il fine settimana lo permetta. Stiamo facendo piu' confusione del previsto, davvero. Stiamo mischiando le patate con i cavoli, ed il passato con il futuro. Suggerimento: riflettere sulle implicazioni logiche del detto americano secondo cui "let bygones be bygones".

Michele, solo come spunto per l'atteso ex cathedra e dare un contributo per così dire storico alla questione "perché il 60%?".


Sono andato a ripescare vecchi handouts ricevuti da studente riguardo al problema della stabilizzazione del debito pubblico. Ho trovato un testo che risale, credo, al 1993. Avrei voluto copiare ed incollare la parte che mi pareva più significativa, senza modifiche (anche per mostrare cosa si insegnava allora nelle Università italiane), ma il formato del dischetto MAC in cui avevo archiviato all'epoca è illeggibile. La formula chiave era comunque: b' = f + (r - g)b, dove b' è il tasso di crescita del rapporto b = debito/PIL, r e g sono interesse reale e tasso di crescita ed f è il rapporto deficit primario/PIL. Se b' = 0 il debito è stabilizzato. In particolare, se r > g, occorre avere f = - (r - g) b.


Aggiungo solo che mi pare di ricordare che il prof (che ha avuto, e forse ha tuttora, incarichi importanti presso il Tesoro italiano) ci spiegasse che il limite del 60% di Maastricht al rapporto debito/PIL era venuto fuori nelle trattative proprio usando la formula precedente e mettendoci dentro dati più o meno realistici per l'epoca (tipo g = 2%, r = 5%, f = 1.5%, ma non sono certo e mi fa fatica verificare con le serie storiche del 1990: lascio volentieri l'incombenza al buon Enzo!). Come vedi trattasi comunquedi derivazione puramente spannometrica e quindi concordo in pieno sulla "stupidità" (citazione d'annata...) del tetto al 60%, o qualsiasi altro... senza dire poi che fare un rapporto tra uno stock ed un flusso mi pare operazione alquanto discutibile; capirei casomai il contrario.

Una nota di colore: il solito Caruso pensa bene di organizzare il suo referendum, lo battezza "Precarity Day" e si ripropone di occupare l' ufficio regionale del lavoro, ma sbaglia piano e alla sede provinciale non trovano nessuno:l'occupazione è rimasta segreta per un quarto d'ora. 

Per il gioco dei fusi orari e dello skakanovismo, un italiano come me che inizia la sua giornata aprendo nFA trova da due giorni a questa parte un vibrante dibattito tra Michele (Boldrin) ed Enzo (Michelangeli) sul debito e le scintille con due giganti come loro non mancano. Io nella mia notte insonne ho potuto solo seguirli sul mio blackberry. Debbo dire subito che io sono arrivato a partecipare al dibattito, col primo pezzo che ho scritto, con una forma mentis più vicina alle idee che difende Enzo. E questo Michele lo sa perché in privato lo avevo invitato ad andare sul sito www.appellodeglieconomisti.org per fare un contromanifesto per sbugiardare la tesi della stabilizzazione ad un certo livello del debito e per questo scriveva l'altra notte che sarei rimasto sorpreso dalla sua posizione. Ma la lettura dei suoi interventi ed il proverbio amerikano, che io traduco così: "il passato è passato" mi hanno portato a propendere più per la sua tesi risvegliando anche in me alcune perplessità che nutrivo sul valore dei parametri di Maastricht. Infatti quando vennero introdotti, ad alcuni amici che chiedevano un mio parere sapendo che ero un arrotino dell'economia (uno che affila teorie altrui ma che non ne produce), risposi che avevano preso i primi due numeri estratti sulla ruota di Bari nel primo sabato utile, andando a ritroso, corrispondente al giorno di nascita dell'ultimo Governatore della Bundesbank. Cerco di riassumere quello che lui dice: il debito c'è: lo abbiamo ereditato dal passato; non crea problemi di finanziamento visto che il premio per il rischio sui bond italiani è zero o giù di lì. Inutile ridurlo con le tasse oggi se poi in futuro si creerà lo spazio per riaumentarlo. Mettiamolo sotto protezione come si fà per le scorie radioattive e teniamolo sotto controllo. Al limite valutiamo se vendere l'argenteria dello Stato per ridurlo ma consideriamo in aggregato gli assets dello stato; ovvero se non ho capito male, valutare se è meglio avere il debito che si ha e l'argenteria o meno debito vendendo l'argenteria. In attesa dell'Ex Kathedra  un caro saluto a tutti

CEPR

Marco Boleo 12/10/2007 - 12:07

Caro Giocoli


a mio avviso il riferimento più adatto su questo argomento è


Buiter W. - Corsetti G. - Roubini N. - Excessive Deficits: sense and nonsense in the Treaty of Maastricht CEPR discussion papers n°750;


ed in versione aggiornata:


Buiter W. - The "Sense and Nonsense of Maastricht" revisited: What have we learnt about stabilization in EMU? Journal of Common Market Studies, Volume 44, Number 4, pp.687-710.[Disponibile online sul sito dell'autore] 

Nel WP di B-C-R da me ricordato in precedenza gli autori utilizzando l'equazione della dinamica del debito, che lega tra loro il tasso di crescita nominale del Pil ed il disavanzo, danno la seguente giustificazione dei parametri di Maastricht: un disavanzo del 3% del Pil ed un tasso di crescita del Pil nominale del 5% richiedono un rapporto debito/prodotto di lungo periodo di circa il 60%.

formula

Marco Boleo 12/10/2007 - 17:04

 Formula che assicura la costanza del rapporto debito/Pil


d(al tempo t)=[(1+g(al tempo t)/g(al tempo t)]def(al tempo t) formula utilizzata da B-C-R


dove d=rapporto debito/Pil; g=tasso di crescita del Pil nominale, ovvero la somma del tasso di crescita del Pil reale e del tasso d'inflazione e def=rapporto disavanzo/Pil; g viene fissato = 5,  dato un tasso di crescita reale del 3% ed un tasso d'inflazione del 2%

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