Referendum subito: i perché di un appello

25 gennaio 2008 redattori noiseFromAmeriKa
Come redattori di nFA ci siamo fatti promotori di un appello per la celebrazione dei referendum elettorali alla prima data utile, il 20 di aprile. L'appello è, di necessità , un documento rapido, sintetico e di natura propagandistica. In questo post spieghiamo in maggiore dettaglio e con ricchezza di argomenti le ragioni di tale appello, ossia perché pensiamo che una modificazione in senso maggioritario della legge elettorale sia utile e opportuna e perché pensiamo che il referendum sia uno strumento idoneo a raggiungere tale obiettivo.

Ci sono due questioni che vanno discusse. La prima è: risulta desiderabile in generale, e nella situazione italiana in particolare, l'introduzione di un sistema elettorale maggioritario? Nel caso in cui la risposta alla prima domanda sia positiva, se ne pone immediatamente una seconda: il referendum è uno strumento adatto a raggiungere tale obiettivo?

Perché vogliamo un sistema maggioritario.

Dato che questo tema è gia stato discusso su questo sito, affronteremo la questione in modo relativamente breve. Un
buon sistema elettorale deve raggiungere un compromesso tra l'obiettivo della rappresentanza (il parlamento deve riflettere fedelmente le opinioni espresse dai cittadini) e l'obiettivo della governabilità (il parlamento deve essere in grado di esprimere un governo che possa prendere decisioni). Per semplificare brutalmente, il primo obiettivo è più facile da raggiungere con un sistema elettorale proporzionale, mentre il secondo si ottiene più facilmente con un sistema maggioritario. Si tratta quindi di due obiettivi almeno parzialmente in contrasto, e un buon sistema elettorale dovrebbe raggiungere un compromesso. Ora, si possono avere idee differenti rispetto a quale sia il compromesso giusto e quanto sia importante la rappresentanza rispetto alla governabilità, ma a noi sembra abbastanza chiaro che il sistema elettorale attuale è palesemente distorto contro la governabilità in modo eccessivo.

L'infernale sistema del premio alle coalizioni ha permesso ai partitini di mantenere un elevato grado di visibilità e di godere al tempo stesso dell'aumento di seggi che il premio di maggioranza ha assicurato alla coalizione vincente. Come era ovvio attendersi i partititini non sono in grado di imporre decisioni alla maggioranza governativa, ma hanno ottenuto de facto un potere di veto sulle decisioni sgradite che ha di fatto condotto alla paralisi di buona parte dell'azione governativa. Forse perché siamo economisti, la cosa risulta a noi particolarmente chiara con riferimento alla politica economica. I partitini della sinistra radicale vorrebbero eliminare per legge tutti i contratti di lavoro diversi da quelli a tempo indeterminato. Fortunatamente, essendo troppo piccoli, non sono in grado di imporre una svolta in senso ancora più vincolistico della legislazione sul lavoro, almeno non quanto vorrebbero. Ma sono comunque abbastanza determinanti da poter bloccare qualunque riforma seria. Il risultato è la perpetuazione dell'attuale regime dualistico, con un diritto del lavoro barocco e irrazionale e palesemente inadatto alla promozione della crescita economica. Discorso analogo può farsi per le liberalizzazioni, un tema su cui questo governo aveva inizialmente fatto sperare e che poi si è arenato, tra le altre cose, per l'opposizione di partitini sia di sinistra sia di centro. Discorso analogo si può fare per la riduzione della spesa pubblica; tutti le forze politiche della maggioranza sono state colpevoli di una scarsa volontà di affrontare il tema, ma è risultato palese che la presenza dei partitini ha contribuito in modo addizionale ad aggravare il problema. E discorsi analoghi si possono fare su tanti altri temi.

Non solo l'attuale legge ha generato paralisi decisionale, ha anche favorito un'esplosione del numero di ministeri e sottosegretariati. Se ogni più piccolo membro della coalizione può farsi forte della sua visibilità e reclamare un pezzo della torta, l'unico risultato possibile è l'ingrossamento della torta a spese dei cittadini. Questi effetti deleteri si riproporrano in forma anche più grave in futuro, se la legge elettorale non viene cambiata.

Tutto questo ci fa giungere alla conclusione che un cambiamento in senso maggioritario della legge elettorale è oggi non solo opportuno ma vitale per il rilancio del paese. L'Italia ha da anni uno dei tassi di crescita più bassi tra i paesi industrializzati, conseguenza diretta dell'incapacità del paese di affrontare in modo deciso i propri nodi strutturali. Restituire alla politica la capacità di decidere può non essere condizione sufficiente per uscire dalla crisi, ma è senz'altro condizione necessaria.

Perché serve il referendum, e perché serve subito.

Nel migliore dei mondi possibili un Parlamento fatto di persone intelligenti e perbene discuterebbe in modo informato e attento della legge elettorale e cercherebbe di varare una riforma che aiuta il paese a uscire dalle attuali secche decisionali. Noi viviamo in un modo diverso, in cui politici furbetti e di basso profilo guardano solo al proprio tornaconto di breve periodo e paralizzano qualunque riforma, elettorale o no.

Diciamo questo a mo' di premessa perché siamo perfettamente coscienti che il referendum è uno strumento imperfetto per ottenere una migliore legge elettorale. Ma, realmente, qual è l'alternativa? Se si critica il referendum come strumento imperfetto bisogna essere in grado di proporre qualcos'altro. Questo qualcos'altro, ci spiace doverlo dire, non può essere la proposta che la riforma elettorale venga interamente delegata ai nostro beneamati rappresentanti, magari nel quadro di una più ampia riforma delle istituzioni. Questo Parlamento ha mostrato finora che non è in grado di approvare una riforma elettorale decente. Il Parlamento precedente ha fatto anche peggio, approvando l'abominevole legge che i referendum stanno cercando di abolire. Come cittadini, occorre riconoscere che il referendum è una delle poche armi che restano efficaci a fronte di un Parlamento sordo e incapace di agire.

Il referendum è uno strumento imperfetto perché la costituzione italiana prevede unicamente il referendum abrogativo, non quello propositivo. Ci sono stati in passato esempi assolutamente clamorosi di referendum disattesi. Gli italiani hanno abrogato il Ministero dell'Agricoltura solo per vederlo sostituire dal Ministero delle Politiche Agricole. Hanno abrogato la norma che definisce pubblica la Rai per avviarne la privatizzazione, senza che poi tale privatizzazione sia mai stata fatta. E purtroppo ci sono vari altri esempi. Anche così, va detto che in altri casi i referendum hanno invece avuto un impatto importante e duraturo. Di più, il caso più evidente di positivi e duraturi effetti è dato proprio dai referendum elettorali. Il referendum sulla preferenza unica del 1991 segnò un punto di svolta nella politica italiana, rendendo chiaro come fosse divenuto tenue la presa delle elites politiche sulla popolazione. Il referendum sul sistema elettorale del Senato del 1993 ha avuto effetti benefici di lungo periodo, causando una modificazone in senso maggioritario della legge elettorale che ha retto fino all'infame introduzione del porcellum. Questo referendum può avere un ruolo analogo. Come minimo, manderà un chiaro segnale che la popolazione è stanca di una politica che non decide, o decide solo come aumentare i privilegi della casta. E in ogni caso il sistema elettorale che uscirà dal referendum sarà migliore di quello attualmente esistente.

Quanto migliore? Inutile nasconderselo, il sistema che uscirebbe dal referendum è ben lontano dall'essere ideale. I promotori del referendum hanno cercato di modificare l'attuale legge in senso maggioritario, ma hanno dovuto tener conto della precedente giurisprudenza della corte costituzionale (si veda qui per un punto di vista critico) e in particolare della necessità che dal referendum esca comunque una legge in grado di essere immediatamente usata. La norma che prevede l'assegnazione del premio di maggioranza al partito anziché alla coalizione può essere senz'altro aggirata mediante la presentazione di liste che sono uniche solo nel nome ma in realtà sono coalizioni mascherate. Anche se la norma non venisse aggirata resterebbe il sistema dei premi regionali al Senato, che costituiscono un'autentica lotteria con aspetti addirittura grotteschi quando si guarda alla consistenza dei premi nelle varie regioni. Lo stesso, come abbiamo già osservato, l'animosità con cui i partitini si stanno opponendo ai referendum è una chiara indicazione del fatto che i referendum avranno delle conseguenze reali e che tali conseguenze andranno nella direzione giusta: limitazione dello strapotere dei partitini, che vedranno ridotta la loro visibilità e il loro potere, riduzione del potere delle elites nella selezione di deputati e senatori, rafforzamento in senso maggioritario del quadro politico.

Infine, perché è importante che il referendum si faccia alla prima data possibile, il 20 aprile? La risposta è semplice: per evitare che i referendum vengano neutralizzati dallo scioglimento anticipato del Parlamento. Questo è un rischio che occorre assolutamente scongiurare. Quanto prima viene fissata la data, tanto più facile sarà assicurarsi che le eventuali elezioni vengano celebrate dopo i referendum.

Anticipare il voto al 20 aprile non avrebbe alcuna conseguenza negativa. Sarebbe auspicabile accompagnare la riforma elettorale ad altre riforme istituzionali, come l'eliminazione del bicameralismo, ma tali riforme richiederebbero un cambiamento della Costituzione. È un processo
lungo che non sarebbe comunque possibile portare a compimento prima del termine
ultimo ammesso dalla legge per la celebrazione del referendum, ossia il 15
giugno; in ogni caso questo è impossibile data l'attuale situazione politica. Ritardare quindi non fornisce assolutamente la possibiltà di inserire
la riforma elettorale in un coerente quadro di rinnovamento istituzionale. Che
piaccia o no, le riforme istituzionali andranno fatte dopo il referendum, o
comunque dopo l’approvazione di una nuova legge elettorale. E se così stanno le
cose, meglio celebrare il referendum il prima possibile e poi mettersi
immediatemente all’opera per portare a compimento le riforme istituzionali. Inoltre, ritardare la celebrazione del referendum
fino al 15 giugno non servirà ad approvare una legge elettorale migliore. Il
tema è stato ampiamente discusso sia dalle forze politiche sia dagli studiosi.
Le posizioni delle diverse forze in campo e i loro interessi concreti sono chiari
e non necessitano di ulteriore dibattito. Se le forze politiche sono in grado
di raggiungere un accordo e produrre una buona legge elettorale, hanno tutto il
tempo di farlo prima del 15 aprile. Se invece non sono in grado di raggiungere
tale accordo allora i due mesi in più di discussione saranno solo una perdita
di tempo e di energie.

In sintesi, celebrare il referendum il prima possibile non danneggerà né
la possibilità di raggiungere accordi più ampi di riforma istituzionale né la
possibilità di approvare una buona legge elettorale. Servirà invece a togliere
più rapidamente il paese dalla paralisi decisionale in cui attualmente si
trova.

La vittoria del SI ai referendum non sarà la fine della battaglia.
Sarà solo l'inizio. Occorrerà poi far sentire alta la voce dei
cittadini, sia per impedire lo snaturamento del risultato referendario
sia per promuovere riforme elettorali e istituzionali che ripristino la
capacità di decisione della politica. Ma da qualche parte bisogna pur
iniziare, e il referendum è un buon punto di inizio.

 

8 commenti (espandi tutti)

"Un
buon sistema elettorale
deve raggiungere un compromesso tra l'obiettivo della rappresentanza
(il parlamento deve riflettere fedelmente le opinioni espresse dai
cittadini) e l'obiettivo della governabilità (il parlamento deve essere
in grado di esprimere un governo che possa prendere decisioni). Per
semplificare brutalmente, il primo obiettivo è più facile da
raggiungere con un sistema elettorale proporzionale, mentre il secondo
si ottiene più facilmente con un sistema maggioritario."

Scusa ma parti da premesse non vere. Con un sistema elettorale proporzionale si rilfette l'opinione del corpo elettorale (e quindi le opinioni di tutto il corpo elettorale), ma non è vero che il sistema elettorale maggioritario possa garantire la governabilità. Lo stesso risultato della governabilità lo puoi ottenere sia con il maggioritario che con il proporzionale, perchè dipende esclusivamente dalla forma di governo che adotti e dagli sbarramenti correttivi che inserisci in una legge elettorale.

In sostanza credo che il sistema elettorale sia solo un falso problema. Cambiarlo non risolverà un bel niente. Spruzzare profumo in una pattumiera ti permette di attenuare il cattivo odore per un pò, ma sicuramente non toglie il problema: devi buttare la spazzatura.

È vero che in linea teorica anche un sistema maggioritario non garantisce la governabilità, nel pezzo l'abbiamo detto che stavamo semplificando brutalmente. Ma in termini pratici nell'Italia di oggi è a mio avviso abbastanza chiaro che un cambiamento in senso maggioritario della legge elettorale, per esempio come quello proposto dai referendum, renderebbe più facile governare il paese perché eliminerebbe il potere di interdizione di una miriade di partitini il cui unico scopo è fungere da agenzia di collocamento a spese del contribuenti per i capetti di tali partitini e i loro amici e familiari.

Dissento totalmente dall'idea che il sistema elettorale sia un falso problema. Al contrario, è uno dei problemi cruciali. Gli italiani continuano a baloccarsi con questa idea che hanno solo avuto sfortuna, che è solo per caso che il Parlamento, le Regioni e quant'altre istituzioni sono popolate da incompetenti e manigoldi. Non è così. Le regole di selezione del personale politico sono una determinante importante, anche se ovviamente non l'unica, della qualità dei rappresentanti. Mettiamo regole elettorale che permettono a partitini di furbetti di fare il bello e il cattivo tempo e, guess what, avremo un parlamento popolato da partitini di furbetti.

Ovviamente il sistema politico italiano ha tanti altri problemi e difetti, ma cambiare la legge elettorale, è un inizio importante per ripristinare un minimo di decenza.

Senza fare il referendum, basterebbe inserire modificare la legge attuale inserendo uno sbarramento robusto. Oppure dare la maggioranza assoluta al partito che raggiunge il 30%. Non è necessario il maggioritario per fare una cosa del genere.

Cambiare la legge elettorale non porterà nessun vantaggio. Il problema credo sia solo di mentalità. Noi italiani non siamo pronti ad essere una democrazia matura. In toscana se il PD presenta un manichino al senato, viene eletto sicuramente. Forse un 5% degli elettori può spostarsi e chiedersi per chi sta votando. Lo stesso vale per l'altra parte (AN., FI ecc). Se vedi cosa è successo in campania, ti rendi conto che neanche con la più perfetta delle leggi elettorali riuscirai a cambiare le cose: sono 20 anni che i napoletani annegano nella sporcizia e eleggono lo stesso che non gli ha risolto il problema.

Uno "sbarramento robusto" è comunque una modifica in senso maggioritario. Sono d'accordo che se il parlamento fosse in grado di fare una legge elettorale decente il referendum non servirebbe. La verità è che il parlamento tale legge non riesce a farla. Almeno dal referendum del 1993 il parlamento ha sempre stemperato in senso proporzionale le indicazioni maggioritarie che venivano dalla popolazione, fino a giungere alla pessima legge attuale. Ben venga quindi il referendum, che si è dimostrato l'unico modo di cambiare le cose.

Sul fatto che gli italiani non siano pronti per una democrazia matura, può darsi. Io però non sarei così pessimista. Perfino a Bologna, a un certo punto, quando la sinistra ha presentato una scialba funzionaria di partito ha vinto la destra. E una storia simile è successa alle ultime regionali in Puglia, questa volta sul versante opposto. Quindi non dispererei. È vero che in Campania rimarrebbero problemi seri di selezione della classe politica con qualunque sistema elettorale, nessuno pensa che solo la legge elettorale possa risolvere tutti i problemi. Ma sono convinto che Mastella non farebbe così tanto il bello e il cattivo con un sistema maggioritario.

A Bologna fu piu' complessa la storia di come la sinistra perse le elezioni. NOn fu per la cadidatura di una signorina di scarso spessore politico, ma fu una serie di liti tra il PDS ed i cattolici di sinistra a fare scardinare il sistema.

Tanto e' vero che al giro successivo, pur presentando uno che alla prima cena verso' del vino rosso nei tortellini in brodo (il che a Bologna e' una cosa che non e' tollerabile) e raccattando una maggioranza ancora piu' eterogena di quella che sosteneva Prodi (tanto e' vero che i partiti piu' a sinistra si sono sfilati, mentre gli assessori si sono dimessi dai partiti che li avevano portati al potere), e' stato eletto un personaggio che ora nessuno vuole piu' e non si sa come mandarlo via senza fare un figura da fessi totali.

Insomma, non e' cambiando il sistema elettorale che si avranno risultati tanto diversi, qua bisogna cambiare la testa degli italiani, perche' io non vedo tutto questo anelito al libero mercato, alla concorrenza, alla meritocrazia, al riconoscimento delle capacita' fra i miei conterranei.

Secondo me a molti, a moltissimi, quasi a tutti, a parte pochi idealisti, tutta 'sta spinta verso un sistema di governare diverso mica interessa, anzi...

Altrimenti non si spiega perche' i pochi partiti che tentavano di essere liberali, negli ultimi decenni hanno preso voti da prefisso telefonico, mentre i tutti i governi, pur attribuendosi titoli di "liberali" (anche i socialisti, ultimamente, si dicono liberali), hanno fatto di tutto per stroncare il merito ed il libero mercato e sono stati premiati alle elezioni.

 

 

 

 

 

 

 

basterebbe inserire modificare la legge attuale inserendo uno sbarramento robusto. Oppure dare la maggioranza assoluta al partito che raggiunge il 30%

Lo sbarramento - robusto o meno che sia -  non serve a nulla nella realtà italiana: ciò che va disinnescata è la logica perversa della coalizione e del vincolo connesso, che è tale solo in fase elettorale e poi si sfilaccia in fase di governo o di opposizione.

Già oggi, la legge elettorale in vigore prevede uno sbarramento relativamente robusto a 4% ed un consistente premio di maggioranza alla Camera, che non a caso ha consentito a Prodi, con appena 24.000 voti di differenza, di avere un notevole vantaggio in termini di deputati.

I problemi per Prodi (e per chiunque altro dovesse governare con questa legge) derivano dal fatto che il premio di maggioranza è stato concesso alla coalizione: ciò ha comportato la necessità di imbarcare il maggior numero possibili di passeggeri sulla barca delle due coalizioni, prevedendo anche - per quei partiti che presumibilmente non avrebbero raggiunto il 4% - che alcuni loro esponenti (tra cui lo stesso Mastella) venissero ospitati nelle liste maggiori, così da garantirsi l'accesso in Parlamento.

Questa assurdità (non dimentichiamoci che gli elettori non hanno la possibilità di sceglire col voto di preferenza all'interno delle varie liste) ha avuto come conseguenza che deputati eletti grazie ai voti (per esempio) dei DS o di FI hanno poi formato dei loro gruppi autonomi nonostante i rispettivi partiti non avessero raggiunto la soglia del 4%, andando così a ruota libera, sempre pronti a riaffermare la propria identità, ricordando che senza il loro 1 virgola qualcosa la coalizione non avrebbe vinto.

Credo che da questo stato di cose sia nata la scelta di Veltroni di affermare (non sappiamo se lo farà realmente) che alle prossime elezioni il PD correrà da solo: certo il rischio concreto è che - con la legge attuale - il litigioso polo delle libertà o come si chiama adesso abbia l'80%dei seggi, tuttavia col referendum le cose potrebbero cambiare, quindi nonostante la possibilità delle elezioni anticipate ammazza-referendum sia l'ipotesi più probabile, non escluderei che il PD decidesse di rompere gli indugi e puntare su questa carta.

E' una manovra quasi impossibile, da triplo salto mortale, perchè richiede la collaborazione del Presidente della Repubblica, l'inerzia o quasi di FI e una certa dose di aggregazione verso il PD di alcune formazioni minori tipo Di Pietro e i Radicali.

D'altra parte è oggi fose l'unica strada percorribile per il PD, altrimenti ripresentandosi assieme ad un'armata Brancaleone simile a quella che ha governato sin qui, Veltroni va incontro ad una sicura sconfitta.

 

Ottimista.....

Il referendum servirà per "smuovere le acque" ma non credere che sortirà effetti. Comunque vedremo (se ce lo lasceranno votare, altra cosa di cui dubito fortemente).

Secondo me, con un sistema elettorale maggioritario, Mastella a Ceppaloni starebbe come un topo nel formaggio..... avrebbe l'elezione assicurata.

Mastella a Ceppaloni probabilmente vincerebbe con qualunque sistema elettorale.

Se ne esiste uno che ha una chance di scalzarlo è il maggioritario a doppio turno:l' unico che può unire tutti gli antimastelliani di Ceppaloni da rifonzazione ad AN (ed oltre).

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