La riforma 3 più 2 e il mercato del lavoro giovanile

21 maggio 2011 paola potestio

La disoccupazione giovanile è diventata un tema di grande attualità nel nostro paese. Ma i problemi non sono nuovi e le relazioni tra livelli di istruzione e status lavorativo dei giovani continuano a non ricevere l’attenzione che meritano.

La singolare, recente evoluzione dei tassi di occupazione e di disoccupazione per titolo di studio dei 20-24enni emerge chiara dalla prima Tabella sotto (fonte:EU Labour Force Survey), la quale confronta cinque paesi europei e la complessiva area EU-27. La scelta del 2003 come anno di comparazione è dovuta al fatto che i laureati di quell'anno sono ancora in misura nettamente maggioritaria laureati pre-riforma "3+2", cioè persone provenienti dal vecchio ordinamento didattico universitario. Il 2009 è la disponibilità più recente di dati annuali.

Nel 2003, a ciascun livello formativo l’Italia condivide con Spagna e Francia i livelli più bassi di occupazione. Le differenze nei tassi di occupazione si ampliano al crescere dei livelli di istruzione: al livello Isced 5-6 (si veda la nota alla Tabella), 25-30 punti percentuali separano Francia, Spagna, Italia, da Germania e Inghilterra. Il quadro è alquanto diverso nel 2009. Una caduta verticale dei tassi di occupazione dei laureati, rispetto ai livelli 2003 pone l’Italia in posizione del tutto isolata. L’Italia esibisce nel 2009 la speciale caratteristica che i tassi di occupazione diminuiscono rapidamente al crescere dei livelli di istruzione. Circa 50 punti percentuali separano ora, al livello Isced 5-6,  l’Italia da Germania e Inghilterra, e 35 punti dalla complessiva area EU-27. La caduta dei tassi di occupazione dei laureati si lega a una forte caduta in Italia dei tassi di attività: dal 63% del 2003 al 35% del 2009. Negli altri paesi si osserva invece una sostanziale stabilità o una crescita della partecipazione. In Italia poi, nel 2009, la disoccupazione dei 20-24enni si situa in posizione intermedia nei più bassi livelli di istruzione e, in decisa controtendenza rispetto agli altri paesi, cresce sensibilmente tra i laureati. Ma elevatissimi tassi di disoccupazione tra i laureati, intorno o superiori al 30%, si registrano anche in anni assai vicini (ad es. nel 2004-2005).

Tassi di occupazione dei 20-24enni per titolo di studio

 

isced 0_2

isced 3_4

isced 5_6

 

2003

2009

2003

2009

2003

2009

Germania

57,2

59,7

62,8

63,4

78,7

76,4

Spagna

66,2

49,2

35,0

39,2

53,9

49,3

Francia

48,7

43,2

52,1

50,7

50,5

57,8

Italia

48,9

45,9

35,4

35,3

53,3

25,0

UK

58,3

57,1

70,3

66,0

80,7

72,3

EU-27

54,9

51,2

50,2

50,6

62,9

60,1

Tassi di disoccupazione dei 20-24enni per titolo di studio

isced 0_2

isced 3_4

isced 5_6

 

2003

2009

2003

2009

2003

2009

Germania

17,7

17,2

10,5

9,0

5,2

8,3

Spagna

18,7

40,0

20,0

28,1

15,8

24,4

Francia

27,9

39,7

13,5

19,9

13,2

12,6

Italia

25,5

23,0

24,9

22,1

15,3

29,6

UK

16,7

23,6

6,9

13,4

5,1

14,6

EU-27

20,6

26,4

17,4

15,9

12,0

16,1

Nota alla Tabella: La classificazione dei livelli formativi della tabella è Isced 97. Il livello 0-2 giunge alla scuola secondaria inferiore; il livello 3-4 copre il variegato mondo dei diplomi; il livello 5-6 è composto dai titoli universitari.

I ritardi di ingresso nel mercato del lavoro si accentuano dunque ulteriormente in questi anni tra i laureati 20-24enni. La caduta dei tassi di partecipazione (al mercato del lavoro) dei laureati, va di pari passo con la caduta dei tassi di occupazione ed è il fatto nuovo di questi anni. Evidente è il collegamento con la riforma degli ordinamenti didattici del 1999, il cosiddetto 3+2. Il massiccio passaggio dei nuovi laureati triennali al successivo biennio della Laurea magistrale, unitamente alla particolare propensione italiana (ben documentata nei dati OCSE di Education at a Glance) di considerare studio e lavoro come attività alternative e dunque come impegno esclusivo, hanno determinato l’ulteriore ritardo di ingresso dei laureati. Ridurre il percorso di laurea e condurre più rapidamente una vasta maggioranza di giovani laureati al mercato del lavoro è, di fatto fino ad oggi, un obiettivo fallito della riforma.

Alla constatazione di questo obiettivo fallito nella fascia dei 20-24enni si aggiungono altre perplessità, che derivano dai dati relativi ai due livelli di laurea creati dalla riforma. Nella seconda Tabella (fonte: ISTAT) compaiono i tassi di attività, occupazione e disoccupazione dei laureati 25-29enni separati per tipo di laurea -- triennale (primo livello) e magistrale (secondo livello), dove queste ultime includono anche le residue lauree del vecchio ordinamento -- negli anni 2004-2009. Gli andamenti sono alquanto diversi tra i due livelli di laurea. La stabilità della partecipazione, la crescita dell’occupazione e la contrazione della disoccupazione dei laureati di secondo livello, in entrambi i gruppi di genere, contrastano con la continua discesa di partecipazione e occupazione dei laureati triennali. Quanto quest’ultimo esito si colleghi all’assai lento conseguimento della laurea magistrale (dai dati MIUR, 27 anni è l’età media di laurea magistrale nel 2009) o a effetti di scoraggiamento dovuti all'incertezza sugli sbocchi professionali è questione aperta. I risultati sono in ogni caso assai deludenti e preoccupanti. Infine, è bene sottolineare che questi risultati emergono da andamenti regionali omogenei. In ciascuna delle 4 aree del paese si osserva una consistente contrazione di partecipazione e occupazione dei laureati triennali. L’eterogeneità tra le aree si riflette, naturalmente, in livelli molto differenziati di occupazione e disoccupazione.

Tassi di attività, occupazione, disoccupazione dei laureati 25-29enni di 1° e 2° livello

 

M

F

 

2004

2006

2008

2009

2004

2006

2008

2009

Laureati 1° livello

 

 

 

 

 

 

 

 

Tassi di attività

79,3

69,6

62,6

57,7

83,6

75,3

65,8

65,5

Tassi di occupazione

68,3

61,3

54,4

47,7

73,9

64,7

58,4

55,6

Tassi di disoccupazione

13,9

11,9

13,0

17,4

11,5

14,1

11,1

15,1

Laureati 2° livello/VO

 

 

 

 

 

 

 

 

Tassi di attività

73,7

75,7

79,7

75,0

70,3

70,5

70,6

71,6

Tassi di occupazione

59,8

63,4

70,8

65,1

53,6

57,2

60,0

59,5

Tassi di disoccupazione

18,8

16,3

11,2

13,2

23,7

18,9

15,0

16,9

 

In conclusione. Complessivamente la riforma "3+2" ha rallentato l’ingresso nel mercato del lavoro. Ma si delinea anche un problema di collocazione nel mercato dei laureati di primo livello, un problema molto aperto all’analisi e a interventi di policy. Controlli e valutazioni dei nuovi corsi di laurea estremamente carenti e disegni di facoltà e sedi, tesi troppo spesso alla spartizione di posti piuttosto che alla efficiente creazione di competenze, hanno insieme contribuito a una figura di laureato incerta e dalla difficile collocazione. Una reale valutazione dei nuovi corsi, la semplificazione nella organizzazione dei due livelli di laurea (anche per evitare i tempi morti nel passaggio dall’uno all’altro livello) e concrete misure per facilitare l’ingresso nel mercato del lavoro dei laureati di primo livello dovrebbero essere oggi prioritari obiettivi di policy in questa area.  La rimozione di vincoli per l’accesso a una serie di professioni, in particolare nel settore pubblico, rafforzerebbe chiarezza e ruolo delle lauree triennali e favorirebbe una ripresa dei tassi di attività, o almeno ne frenerebbe il declino.

34 commenti (espandi tutti)

"La rimozione di vincoli per l’accesso a una serie di professioni, in particolare nel settore pubblico, rafforzerebbe chiarezza e ruolo delle lauree triennali e favorirebbe una ripresa dei tassi di attività, o almeno ne frenerebbe il declino."

Sante parole.

Peccato che questo governo vada nella direzione opposta. Addirittura, si è arrivati ad istituire un albo che rischia di togliere dal mercato professionisti attivi da tempo nel proprio settore. Succede nel campo dei restauratori (qui un articolo di Sergio Rizzo).

Altro esempio dove le restrizioni all'accesso sono aumentate invece di diminuire è l'albo dei commercialisti, per i quali non esiste più la figura del ragioniere commercialista e l'esame è passato ad avere una prova scritta aggiuntiva. Ho letto di altri orrori, come questo su cui non ce la faccio proprio a commentare...

Queste cose mi deprimono talmente che quasi quasi divento anarco-capitalista anch'io.  Purtroppo non e' nemmeno un problema solo italiano - vedi l'Economist di questa settimana sulla situazione Amerikana.

Grazie per il link all'articolo dell'Economist, che userò senz'altro in occasioni ufficiali per chiarire come stiano veramente le cose in materia di professioni regolate. In Italia siamo ancora usi a leggere un sacco di asinate, tipicamente raccontate da Professori della Bocconi, o da vari commentatori e pseudo-politici, sulla "specificità" dell'Italia (?). Naturalmente ti auguro di non cadere nella malattia anarco-capitalista, e ricordo che in una società sempre più complessa, in situzioni caratterizzate da forte asimmetria di informazioni, è sempre più necessario ricorrere a credenziali certificative pubbliche.

RR

"In Italia siamo ancora usi a leggere un sacco di asinate, tipicamente raccontate da Professori della Bocconi, o da vari commentatori e pseudo-politici, sulla "specificità" dell'Italia (?)."

Guarda un po' l'OECD, che notoriamente ne spara di asinate :) , dice proprio che l'Italia è piena di queste "specificità". Basta un'occhiata veloce all'indice di regulation costruito sulle professioni legale, ingegnere, contabilità e architetto, per verificare quanto in Italia le barriere all'entrata nei settori professionali siano mediamente più elevate:

 

Grafico OECD professional regulation index

 

Grazie per il link ai dati OCSE; proprio queste comparazioni ci raccontano della "non specificità" dell'Italia cui facevo cenno prima, e che è stata invece sostenuta da tutti gli ipersemplificatori "asinini" con lo slogan "abolire gli ordini professionali".

Leggendo le tabelle si capisce quali siano i punti rilevanti in questa o quella situazione relativa alle professioni citate (e soprattutto per interpretare i dati sottostanti alla costruzione delle tabelle). In particolare, faccio notare che l'Italia fa relativamente "peggio" a causa delle "regole di condotta" (ad esempio quelle di natura economica) più che per le c.d. "barriere all'entrata" che sono quelle più significative, invece, per garantire la qualità dei professionisti ed a cui si faceva riferimento nell'articolo dell'Economist sugli USA. Ovvio, poi, che se uno dà un giudizio negativo alla garanzia di qualità allora un punteggio più alto sarà "male"; invece per chi come me desidera casomai rendere più efficace questa garanzia, l'interpretazione è diversa.

RR

"Ovvio, poi, che se uno dà un giudizio negativo alla garanzia di qualità allora un punteggio più alto sarà "male"; invece per chi come me desidera casomai rendere più efficace questa garanzia, l'interpretazione è diversa."

Va bene, voglio allora seguire le tue indicazioni. Ammettiamo che esista, in astratto, un livello "ottimo" di regole che garantisce la qualità e non restringe troppo il libero mercato. Mi pare ragionevole pensare che tale livello ottimo non possa corrispondere ai valori estremi dell'indice OECD ma si trovi da qualche parte tra 0 e 6.

L'Italia registra un valore dell'indice di regulation più alto della media, e all'incirca nella media se prendiamo solo il sub-indice relativo alle "entry barriers" che, stando alla tua opinione, è l'aspetto importante per garantire la qualità. Rimane da spiegare perché l'altra misura, quella per le "conduct rules" è tanto più elevata in Italia che altrove, e quali effetti può avere sul mercato.

Ora, le "conduct rules" secondo la definizione OECD includono un sacco di cose: tariffe minime, vincoli all'esercizio in forma associata, e altro. Prendiamo per esempio le tariffe minime. Un effetto sicuro delle tariffe minime è quello di realizzare una barriera all'entrata aggiuntiva: i giovani professionisti non hanno ancora un record di reputazione che certifichi la loro abilità, quindi l'unico modo che hanno per essere competitivi rispetto agli studi professionali già avviati è quello di offrire i propri servizi a prezzo minore, cosa che appunto è impedita dai tariffari minimi obbligatori. Di conseguenza, anche le "conduct rules" di fatto realizzano barriere all'entrata e svantaggiano i giovani rispetto ai colleghi meno giovani.

Rimane da capire che effetto hanno le "conduct rules" sulla qualità media del servizio. Secondo la tua opinione (per come l'ho capita io) l'effetto è zero o poco più. Prendiamola per buona. Quindi in sintesi: l'Italia garantirebbe un livello di qualità professionale simile agli altri paesi OECD, ma ad un costo molto più elevato in termini di maggiori prezzi per l'utente finale, e di minori possibilità occupazionali per i giovani. Qualcuno questa la chiama la specificità italiana (la storia comunale, le corporazioni, cose così...), qualcun altro la chiama un'attività di rent-seeking ben riuscita. Nomi a parte, rimane il dato riflesso dalle tabelle riportate da Paola Potestio nell'articolo: tutto questo collabora nell'allungare i tempi di inserimento dei giovani lavoratori.

Abbandonando infine i tuoi assunti, io credo che gli albi professionali riescano a fare molto poco nel garantire un livello qualitativo minimo dei propri iscritti (io stesso faccio parte di uno di questi ordini professionali, e certe cose le vedo dall'interno). Credo che lunghi periodi di tirocinio ed esami di abilitazione difficili abbiano un effetto sulla qualità media del servizio assolutamente di secondo piano. Gli unici strumenti che davvero riescono a migliorare la qualità sono due: condivisione delle esperienze tra consumatori (lo fanno molto negli USA, dove pubblicano anche i record-track di avvocati e medici su internet), così da permettere di distinguere il professionista bravo dallo scarparo; ed un sistema del diritto funzionante che garantisca la punizione in casi di misconduct. Tutto il resto serve poco o per nulla al consumatore.

[...] i giovani professionisti non hanno ancora un record di reputazione che certifichi la loro abilità, quindi l'unico modo che hanno per essere competitivi rispetto agli studi professionali già avviati è quello di offrire i propri servizi a prezzo minore, cosa che appunto è impedita dai tariffari minimi obbligatori.

Noto di sfuggita che "tariffari minimi obbligatori" non significa "tariffari uguali obbligatori", quindi l'esistenza di tariffe minime non inibisce la differenziazione per "record di reputazione", come scrivi tu. Il concetto di "minimo" torna anche qui, come altrove (perlomeno per come lo approvo io) a salvaguardia di una competizione "umana" e non "disumana", ed equivale al minimum wage del lavoro dipendente.

Circa le altre conduct rules, non mi dichiaro competente ad una valutazione "on the spot" - comunque in linea di principio sono favorevole a quelle che possano garantire la qualità e la professionalità, non a quelle che mirano a restringere indebitamente la concorrenza.

Rimane da capire che effetto hanno le "conduct rules" sulla qualità media del servizio. Secondo la tua opinione (per come l'ho capita io) l'effetto è zero o poco più.

No, come ho detto vi sono senz'altro conduct rules che posoono promuovere e garantire la qualità del servizio, ma sono incompetente a dare una valutazione oracolare hic et nunc.

[...] condivisione delle esperienze tra consumatori (lo fanno molto negli USA, dove pubblicano anche i record-track di avvocati e medici su internet), così da permettere di distinguere il professionista bravo dallo scarparo; ed un sistema del diritto funzionante che garantisca la punizione in casi di misconduct.

Buone cose, ma non sufficienti. Inoltre l'Ordine serve appunto per intervenire su certi casi di  misconduct senza dover andare sempre dal giudice (cosa necessaria ma non sufficiente).

RR

 

 

 

 

 

 

IMHO gli incentivi sono tutto. Quali incentivi avrebbe una casta a proporre uno tariffario minimo adeguato piuttosto di un tariffario che funga da barriera per le new entry, ovvero che limiti la concorrenzialità?

Seconda domanda: come si calcola un minimo adeguato? Cosa ti fa pensare che sia possibile calcolarlo?

IMHO gli incentivi sono tutto.

Invece io non sono marxista, e quindi non faccio discendere la sovrastruttura dalla struttura in questo modo materialistico (Soldi, Sesso, Potere, etc.).

Per quanto riguarda la determinazione dei minimi in oggetto, propongo modestamente di guardare alle migliori esperienze internazionali, dove ci sono - e comunque non attribuirei di certo questa prerogativa ai professionisti stessi.

In generale mi interessa vedere applicato il principio, dopodichè sono molto laico e pragmatico sulle modalità. Ad esempio, non saprei in questo momento decidere fra il "metodo Bersani" per minimi differenziati, o "minimo unico", dovrei informarmi bene.

RR

Altro esempio dove le restrizioni all'accesso sono aumentate invece di diminuire è l'albo dei commercialisti, per i quali non esiste più la figura del ragioniere commercialista e l'esame è passato ad avere una prova scritta aggiuntiva

esiste la figura dell'esperto contabile:laurea triennale,tirocinio,esame di stato

iscrizione all'albo,sezione esperto contabile

esiste la figura dell'esperto contabile:laurea triennale,tirocinio,esame di stato

Si, ma il punto è che richiede una laurea triennale, non un diploma di scuola superiore. Quindi rispetto al previgente ordinamento allunga il tempo di studio richiesto per l'accesso minimo alla professione. Comunque era solo un esempio, immagino se ne potrebbero citare altri analoghi.

Si, ma il punto è che richiede una laurea triennale, non un diploma di scuola superiore. Quindi rispetto al previgente ordinamento allunga il tempo di studio richiesto per l'accesso minimo alla professione

su questo punto sicuramente hai ragione, ci ho riflettuto subito dopo avere inviato il post :-)

volendo ampliare la prospettiva si potrebbero valutare i costi monetari e non da sostenere per acquisire la laurea triennale e i benefici connessi alla laurea triennnale in termini di capacità di guadagno e maggiore grado d'istruzione;personalmente credo che un laureato triennale abbia una maggiore capacità di adattamento all'ambiente e una maggiore capacità di consulenza verso le imprese data appunto da quel grado di istruzione aggiuntivo,inoltre se dai un occhiata alla richiesta di ragionieri da parte del settore pubblico fanno parte dell'esame materie che non sono comprese nel programma didattico della scuola media superiore,diritto tributario ,per esempio,quindi da questo punto di vista sicuramente non esiste una continuità tra competenze richieste dal mondo del lavoro e formazione della scuola media superiore,cosiddetta disoccupazione strutturale?

 comunque saprò essere piu preciso in futuro ho appena iniziato a studiare economia del lavoro :-)

 

Qualche chiarimento in più per quanto riguarda il settore pubblico. Una circolare del dicembre 2000 dell’allora ministro della funzione pubblica Bassanini richiedeva la laurea specialistica come requisito per l’accesso alle funzioni dirigenziali nelle amministrazioni pubbliche. Relativamente alle qualifiche non dirigenziali, la circolare richiedeva il “titolo di studio di primo livello denominato laurea” come requisito per l’accesso a una serie di posizioni nel “comparto Ministeri”, nonché per l’accesso alle equivalenti qualifiche degli altri comparti”. Questi punti venivano ribaditi in una successiva circolare del 2005 del ministro Baccini: per la dirigenza pubblica occorre la laurea specialistica o magistrale, mentre con la laurea triennale si accede solo alla carriera direttiva. Queste disposizioni, peraltro felicemente formulate in governi  di diverso orientamento, hanno trovato davvero applicazione? Vengono sollevati molti dubbi su questo quesito e capita di sentire fortemente sottolineata la mancanza di strumenti giuridici per costringere le amministrazioni pubbliche a rispettare tali disposizioni.

Vengono sollevati molti dubbi su questo quesito e capita di sentire fortemente sottolineata la mancanza di strumenti giuridici per costringere le amministrazioni pubbliche a rispettare tali disposizioni.

Tanto per fare un esempio clamoroso, il direttore amministrativo della più grande università italiana non ha una laurea!

"Ridurre il percorso di laurea e condurre più rapidamente una vasta maggioranza di giovani laureati al mercato del lavoro è, di fatto fino ad oggi, un obiettivo fallito della riforma."

 

Vero...non potevano, ad esempio, ridurre gli anni delle scuole precedenti l'università?? Mi pare che solo in Italia ci si diplomi a 19 anni....o comunque sia una delle poche nazioni..

non potevano, ad esempio, ridurre gli anni delle scuole precedenti l'università?? Mi pare che solo in Italia ci si diplomi a 19 anni....o comunque sia una delle poche nazioni..>

Per accedere all'universita' in Germania bisogna avere l'Abitur e studiare fino a 19 anni (come in Italia) ; ma siamo in buona compagnia: bisogna avere 19 anni in Danimarca, Finlandia, Estonia, Slovenia, Bulgaria, Romania e Svezia....interessante anche guardare l'inizio della scuola dell'obbligo in UE: la maggioranza opta per i sei anni; mentre Danimarca, Estonia, Finlandia e Svezia sette anni; Paesi Bassi e Regno Unito quattro anni e l'Ungheria fa iniziare la scuola dell'obbligo a ben tre anni.   

sì però in quei paesi il sistema scolastico è diverso (in finlandia ad esempio iniziano a 7 anni e poi hanno una scuola di 9 anni. A 16 poi possono fare 3 anni (e di solito questi vanno poi in uni) oppure smettere. In Norvegia sono solo 3 anni di high school + 2 in un'azienda. 

 

In tutti gli altri paesi (USA, Japan, Lituania, Slovacchia, Belgio, India, Bosnia etc etc) finiscono a 18 anni. 

Senza contare che alcune facoltà universitarie da noi là sono scuola superiore (infermieristica ad esempio).

C'è qualcosa che non mi convince nei dati presentati e nella loro lettura. Posto che non mi dichiaro esperto in materia di mercato del lavoro e non ho familiarità con i relativi dati, quello che faccio tipicamente è seguire le ben note analisi di AlmaLaurea, che svolge una indagine annuale sulla Condizione occupazionale dei laureati, avvalendosi di una propria survey ad ampia base di dati.

Lì è possibile andare abbastanza nel dettaglio della questione del nuovo ordinamento didattico ("3 + 2") e si è potuto riscontrare qualitativamente un impatto moderatamente positivo della riforma, pur con le criticità e le carenze da attribuire alla fase progettuale e di implementazione dei nuovi corsi. Ho ridato un occhio al "riassunto" dell'indagine del 2010, che riporta la situazione del 2009, la quale risulta ovviamente segnata dalla crisi che ha picchiato duro in quell'anno, ma comunque non in modo da giustificare andamenti "totalmente discontinui".

Pertanto mi riprometto di tornare con più calma sulla questione, e nel frattempo formulo la seguente osservazione sulla tabella EU dei tassi di occupazione/disoccupazione dei 20-24enni per classi di titolo di studio. Ora, quanti erano gli ISCED 5-6 dell'ordinamento pre-riforma, già laureati prima dei 24 anni? Pochi, le schegge (forse i migliori, potremmo dire); oserei dire "pochissimi". Ora i "nostri" nuovi ISCED 5-6 post-riforma sono certamente molti di più. Insomma, vedo un problema di confrontabilità e di congruenza, per quanto riguarda quei dati, e invito a riflettere meglio sulla cosa. Un altro punto è comparativo: noi siamo stati i primi ad implementare la riforma, fra quei 5 paesi, quindi il raffronto è disomogeneo anche in questo senso.

Migliore (nel senso di "più utile/adeguata") appare invece la tabella ISTAT sui 25-29enni, che mi sembra fornisca una base più solida per dei ragionamenti nazionali. Anche lì va considerato ovviamente che fra il 2004 e il 2009 c'è una transizione quali-quantitativa delle coorti dovuta al continuo progresso della venuta a regime della riforma.

RR

Grazie del pezzo, molto interessante. Solo una domanda da "orologiaio" sull'errore campionario nella categoria "laureati 20-24" in Italia? Considerato che, a quanto immagino, i laureati 20-24 in Italia siano pochi, anche se il campione dell'indagine forze di lavoro e' immenso, a quanto ammonta la base campionaria nella categoria "laureati 20-24" in Italia?

Secondo me, le lauree triennali hanno senso solo in determinate facoltà, mentre in altre servono solo a rallentare i tempi per la magistrale (doppia tesi di laurea, ulteriori adempimenti burocratici, non perfetta coincidenza dei tempi...). Per es., tutti i corsi di laurea di ingegneria hanno un preciso sbocco professionale anche a livello di laurea (triennale): basta ricordare che i diplomi di laurea triennale erano pre-esistenti alla riforma.

Mi domando, invece, che senso abbiano lauree triennali nella facoltà di Lettere e Filosofia o Scienze politiche o Sociologia: quale collocazione di mercato dare ai laureati di queste facoltà? Francamente faccio difficoltà a trovarne. Non sarebbe allora più logico creari classi di laurea a ciclo unico come succede a Giurisprudenza, Medicina e Chirurgia e Architettura? (parlo dei corsi di laurea, visto che in quelle facoltà esistono diversi corsi di laurea triennali con scopi differenti).

Mi domando, invece, che senso abbiano lauree triennali nella facoltà di Lettere e Filosofia

mi sembra più che sufficiente per compiti dove serve una base di cultura generale (saper interpretare un testo, scrivere decentemente etc.) poi da arricchire con on the job training. Quello che dava il buon vecchio liceo dei miei tempi. Tanto per dire, lavori da segretaria, impiegato pubblico non di alto livello etc.  Una laurea triennale non sarebbe sufficiente per fare l'insegnante di lettere, che comunque prevede un percorso specifico

 

Scusa Giovanni ma saper scrivere decentemente e interpretare un testo non dovrebbero gia' essere patrimonio comune dopo la scuola dell'obbligo, o al massimo la superiore? Voglio dire, possibile che occorra la triennale per fare lavoro di segreteria o impiegatizio?

Lo chiedo perche', come ho visto scritto anche qui su nfA, mi pare che l'universita' si stia facendo carico di mancanze precedenti che e' difficile giustificare, anche e soprattutto con la riforma 3 + 2.

Il 70% (circa, non ho qui i dati precisi) dei diciannovenni consegue la maturità. E' ragionevole pensare che il 70% della popolazione sia in grado di scrivere con chiarezza e di leggere e capire un testo che non sia di narrativa? Ricordo che in molte università americane si offrono insegnamenti di "Reading comprehension" e di "English 1A" che servono per imparare a leggere e a scrivere. Tra l'altro il vecchio liceo classico non insegnava nemmeno a scrivere, perché la valutazione dei "temi" privilegiava lo stile rispetto alla chiarezza espositiva. Al liceo di 50 anni fa si imparava tuttavia a interpretare un testo attraverso il lavoro di traduzione dal greco o dal latino. Infine credo che l'università si debba far carico di insegnare agli studenti reali e non pensare di dover insegnare a studenti immaginari provenienti da un liceo immaginario che forse non è mai esistito. Gli studenti reali ed i futuri laureati dovebbero essere non dico il 50% ma almeno il 30-40% della popolazione di riferimento.

Ha perfettamente ragione nel fotografare la realta', pero' resto perplesso.

Se non si fa carico l'istruzione secondaria di portare i maturandi ad un livello standard di alfabetizzazione (capacita' di scrivere con chiarezza e di comprendere un testo non specialistico) e numeracy (sapere far di conto) non capisco come si possa sperare che lo faccia l'Universita' che e' (dovrebbe essere ?) caratterizzata da un insegnamento articolato diversamente rispetto alle scuole secondarie.

Dubito che i professori universitari possano o debbano insegnare a scrivere chiaramente o a comprendere un testo non specialistico. Quello che probabilmente succede e' che l'universita' selezioni e porti alla laurea chi ha gia' una alfabetizzazione decente o chi, posto davanti alla necessita' di leggere e comprendere una gran mole di testi per laurearsi, apprenda da solo queste capacita' nel corso degli studi universitari.

Mi chiedo se non sarebbe meglio quindi tornare a imporre degli standard piu' elevati per il conseguimento del diploma di maturita'. Mi sbaglio?

Alessandro, io non stavo criticando l'universita' che offre un mezzo agli studenti per recuperare delle mancanze. Mi stupisco invece del fatto che si accetti come "normale", invece di denunciarlo con forza, che a 18 anni - con 12 di studio alle spalle - queste mancanze siano cosi' diffuse.

La chiave, ripeto, e' nel fatto che non si denuncia. Secondo me dovrebbe essere oggetto di articoli di giornale e interrogazioni parlamentari, non solo di un paio di commenti o di articoli qui su nfA (senza offesa per i redattori, ovviamente).

 

Forse a questo punto sarà meglio entrare nel merito di ciò che conosco. Prerequisiti indispensabili per seguire con profitto un insegnamento universitario di matematica in qualsiasi corso di laurea (anche farmacia, scienze dell'educazione primaria, scienze ambientali, economia, ecc.) è aver capito un minimo di geometria analitica (equazioni delle rette e dei cerchi), saper manipolare espressioni polinomiali (es: la somma di due frazioni con polinomi a numeratore e denominatore), tralascio il terzo requisito ordinariamente citato: capire che cosa è una dimostrazione. Si iscrivono invece all'università in discipline che richiedono un insegnamento di matematica studenti che non sanno nemmeno trattare le somme di due frazioni numeriche. Ci sono, ad esempio, scuole secondarie in cui la matematica scompare dai programmi degli ultimi due anni. I maturi di queste scuole possono iscriversi a qualsiasi corso di laurea. Dovremmo escludere a priori questi studenti ignoranti? E' una scelta. Ma la mia esperienza è che alcuni almeno di questi studenti non sono affatto incapaci di apprendere la matematic. Sono semplicemente impreparati, ma, sempre in alcuni casi, possono sviluppare addirittura un forte interesse e curiosità per la matematica. In California questi studenti non potrebbero iscriversi a UCLA e nemmeno a Long Beach State University, ma avrebbero diritto a iscriversi ad un Community College, dove, se interessati e disponibili a lavorare, potrebbero acquisire crediti validi anche per UCLA, e passare dopo i primi due anni all'università del livello giusto (UCLA o una delle State University), o terminare la loro istruzione al Community College se non raggiungono il livello giusto. In Italia non abbiamo un sistema differenziato in tre categorie di istituzioni di istruzione post-secondaria, ma le esigenze e la realtà non sono diverse da quelle della California. E' quindi importante che la "rieducazione" e "selezione" che in California avviene attraverso i Community College abbia spazio all'interno del nostro sistema. Certo si può denunciare che la scuola secondaria non insegni a leggere scrivere e far di conto (Le tre R: Reading wRiting amd aRithmetic) ma bisogna anche rispondere ai problemi reali.

Ci sono, ad esempio, scuole secondarie in cui la matematica scompare dai programmi degli ultimi due anni. I maturi di queste scuole possono iscriversi a qualsiasi corso di laurea. Dovremmo escludere a priori questi studenti ignoranti?

Di nuovo: non sto parlando di escludere dall'insegnamento universitario chi ha queste mancanze.

Sto dicendo: la capacita' di leggere e capire un testo non specialistico e di far due conti dovrebbero bastare per un lavoro impiegatizio e/o di segreteria, in cui il resto si capisce lavorando. Queste capacita' dovrebbero essere patrimonio di chi esce dalla scuola dell'obbligo.

Non e' cosi' e l'universita' si adegua, e questo e' un bene.

Pero' nei commenti a cui ho risposto (Paolo Casillo e Giovanni Federico) esce fuori che:

Mi domando, invece, che senso abbiano lauree triennali nella facoltà di Lettere e Filosofia

mi sembra più che sufficiente per compiti dove serve una base di cultura generale (saper interpretare un testo, scrivere decentemente etc.) poi da arricchire con on the job training. Quello che dava il buon vecchio liceo dei miei tempi. Tanto per dire, lavori da segretaria, impiegato pubblico non di alto livello etc.

Ecco, prevedere che si prenda una laurea triennale per fare un lavoro per cui, fino a relativamente poco tempo fa, bastava il liceo significa, secondo me, solo due cose: o i due tipi di lavoro si sono complicati parecchio, o le scuole superiori non sono piu' funzionali. Protenderei per la seconda.


Correggetemi pure se dico una cazzata ma 

27 anni è l’età media di laurea magistrale nel 2009

non dovrebbe essere già un indicatore di malfunzionamento del sistema universitario? Assumendo che le capacità e l'impegno siano distribuiti in modo normale tra gli studenti, in media in un università decente gli studenti non dovrebbero laurearsi in corso? Va bene il caso singolo dello studente che lavora, o vuole una media più alta o ha n altre ragioni, ma non è anomalo che in media ci mettano 9-10 anni laurearsi?

Troppi anni

Olivier 23/5/2011 - 12:51

Beccato Massimo: hai proprio ragione. La durata abnorme del percorso universitario medio dei laureati nasconde più realtà.

La prima è senz'altro quella che definisci come malfunzionamento dell'università. Un'altra altretanto evidente è legata alla ricerca dell'ingresso sul mercato del lavoro (impiego full time dello stesso indirizzo degli studi) il più tardi possibile: non certo per volontà dei candidati laureati, bensi per le istituzioni che si devono prendere cura dei nuovi entranti sul mercato (anche solo a livello statistico).

I sistemi che funzionano prevedono l'esclusione dello studente del percorso di laurea quando si supera un determinato tempo per il superamento di esami necessari al conseguimento della laurea.

 A prescindere che la nozione di esami dovrebbe essere rapportata ad anni di corso: tot esami minimo superati in tot anni massimo, senza questa nozione di performance universitaria, la laurea diventa un investimento patrimoniale senza collegamento con la vita lavorativa.

A queste esigenze di rapporto esami/durata, dovrebbe anche coincidere un osservazione sulla durata della ricerca di una posizione lavorativa e sulla percentuale di posti di lavoro trovati in coincidenza con l'indirizzo di corso conseguito.

Re: 27 anni???

lugg 23/5/2011 - 13:02

Concordo. Non e' molto diversa dalla media della quinquennale (mi ricordo medie ad ingegneria, la Sapienza, di 27/28 anni).

Sostanzialmente per chi fa la magistrale non e' cambiato molto, a parte ulteriori complicazioni burocratiche. L'unico vantaggio e' riuscire ad andarsene prima se fai solo la triennale.

Non solo la durata effettiva degli studi è molto lunga, ma credo che quel valore medio di 27 anni possa essere influenzato al rialzo da alcune anomalie.

Per esempio, nel documento "I laureati e lo studio" prodotto da ISTAT nel 2004 e relativo all'anno 2001, leggo a pag. 26 che nel gruppo educazione fisica il 92.5% degli studenti si laureava in corso, ma curiosamente l'età media dei laureati era 35 anni. Probabilmente questo è un effetto del valore legale del titolo di laurea: se non sbaglio, in Italia esistono requisiti di legge per i responsabili tecnici di palestra. Immagino che diverse persone possano aver iniziato a lavorare dopo la scuola superiore, per poi fare un upgrade del curriculum in un secondo momento quando si ritenevano pronti a gestire un'attività in proprio.

La rimozione di vincoli per l’accesso a una serie di professioni, in particolare nel settore pubblico, rafforzerebbe chiarezza e ruolo delle lauree triennali e favorirebbe una ripresa dei tassi di attività, o almeno ne frenerebbe il declino.

In effetti la stessa amministrazione pubblica sembra intenta a sabotare la cosiddetta riforma del 3+2. Ci sono due circolari del ministro della funzione pubblica la prima emessa ai tempi di Bassanini, la seconda di un governo di centro destra che invitano inequivocabilmente le amministrazioni pubbliche a non richiedere la laurea magistrale per concorsi a funzioni non dirigenziali. Le stesse circolari prevedono che il funzionario pubblico entrato con la laurea (triennale) dopo cinque anni di servizio possa partecipare a concorsi per dirigente. Queste circolari vengono sistematicamente ignorate in assenza di un deciso indirizzo governativo. Basterebbe rendere cogenti queste circolari e imporre agli ordini professionali che prevedono due livelli, l'ammissione alle prove per l'iscrizione all'ordine di secondo livello degli iscritti al primo livello da oltre cinque anni, per rendere appetibile l'uscita dal sistema universitario con la sola laurea triennale. Si tratterebbe insomma di attenuare il valore legale della laurea magistrale. Priva, o quasi, di valore legale, la laurea magistrale acquisterebbe maggior valore scientifico e culturale, almeno in alcune sedi, mentre altre sedi sarebbero costrette ad offrire, almeno in certi ambiti, solo lauree triennali. Sarebbero queste riforme che non costano nulla ed anzi farebbero risparmiare soldi alle universita'. Devo dire che io avrei previsto per l'insegnamento elementare un percorso universitario triennale (ora è quinquennale!) e per l'insegnamento secondario un percorso universitario di 3+1 (laurea triennale ed un anno di formazione/tirocinio pedagogico, ora invece il percorso è di 5+1). Purtroppo è stato deciso altrimenti, creando le premesse per maggiori costi alle finanze pubblche e alle famiglie. Manca da noi la cultura necessaria per prevedere i costi diretti e indiretti della lunghezza dei percorsi universitari per l'accesso alle professioni e agli impieghi. Poi ci si lamenta che le università non sono adeguatamente finanziate. Forse lo sarebbero se molti corsi di laurea magistrale fossero chiusi per mancanza di studenti.

 

Scusami Alessandro, ho letto il tuo commento solo dopo aver inviato una precisazione che va nella tua stessa direzione.

Ammetto di aver letto i commenti in modo un po' random per cui è probabile che il mio non sia particolarmente centrato ma credo che il primo passo sarebbe/dovrebbe essere l'abolizione del valore legale del titolo di studio, in questo modo eviteremmo che degli imbecilli "titolati" prendano, a prescindere, il posto di gente capace.

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