Una riforma federale con autonomia tributaria

12 gennaio 2018 lodovico pizzati

È possibile approvare con ampio consenso una riforma federale, senza che nessuna regione ci rimetta? Si. In questo articolo si calcola il massimo di autonomia tributaria possibile, senza dover ridurre la spesa attualmente disponibile in ogni singola regione.

Premessa

I recenti eventi catalani insegnano un paio di cose. Dal lato statale le istanze regionali non possono essere lasciate irrisolte senza eventualmente correre il rischio di uno strappo irreparabile. Dal lato regionale il percorso indipendentista, seppur democratico, non riesce a sfondare in maniera unilaterale, dato che di fronte ad un potenziale impatto economico avverso la Spagna ha reagito mostrando i muscoli.

Sul difficile rapporto con le regioni lo stato italiano ha molto in comune con la Spagna, e in base a quanto è successo nella penisola iberica abbiamo ora l’opportunità di non commettere simili errori. Daltronde le richieste di autonomia non sono sconnesse al comune declino economico, e una soluzione alle questioni regionali può collegarsi alla crescita complessiva dell’intero paese. In questo articolo si propone una via di uscita in tre punti: i) evidenziare il principale problema del sistema Italia; ii) presentare una riforma adatta; e iii) tracciare il percorso politico che renda fattibile tale riforma.

I. Le difficoltà della finanza pubblica italiana sono riassunte da una sola statistica, il debito pubblico, che rappresenta decenni di politica fiscale irresponsabile. Spesa pubblica inefficiente e un alto tasso di evasione fiscale non sono slacciati dall’eterogeneità economica tra regioni italiane. Attuare un’autonomia regionale di sola spesa può perfino peggiorare il problema, per una chiara ragione di moral hazard. Una regione che gestisce parte della propria spesa pubblica non ha incentivo a diminuirla, perché non sarebbe premiata con meno pressione fiscale, ma lascerebbe solo una fetta maggiore della torta ad altre regioni. Un discorso parallelo vale anche per la lotta all’evasione fiscale. Un’amministrazione locale non ha incentivo a sradicare il sommerso perché toglierebbe risorse ai propri cittadini senza che le derivanti entrate fiscali vengano direttamente gestite in loco. Più eterogeneo e grande uno stato, più questo problema si amplifica.

II. La soluzione a questo moral hazard non è sconosciuta ed è attuata già in diversi stati di ogni dimensione. Si tratta di adottare un sistema federale, di devolution, di decentramento. Purtroppo nel dibattito politico italiano il significato di autonomia fiscale si è diluito a causa di decenni di proposte fuorvianti. Occorre specificare che la riforma necessaria richiede un’autonomia tributaria: cioè non basta la gestione decentrata della spesa pubblica, ma occorre una gestione autonoma delle tasse. Per essere più efficiente ed offrire un servizio pubblico con meno sprechi un ente ammnistrativo ha bisogno del seguente stimolo: la gestione delle entrate fiscali, e soprattutto la decisione sulla pressione fiscale, devono essere decentralizzate. Questo per garantire che i risparmi da una buona amministrazione pubblica vengano percepiti nel territorio stesso. Occorre appunto una riforma costituzionale, di tipo federale, che tuteli gli enti locali dallo stato centrale in temi tributari e fiscali. Un ente territoriale deve essere in grado di diminuire la propria pressione fiscale in base ai propri tagli alla spesa. Questo è quanto accade nei paesi federali.

III. I dettagli di una riforma adatta non sono una novità, ma la parte cruciale è l’accordo politico necessario per passare tale riforma. Ci vuole ovviamente un ampio consenso, ed è chiaro che con un vero sistema federale gli enti regionali dovrebbero essere in grado di sostenersi sulle proprie risorse. Come potrebbero mai le regioni che ricevono risorse dallo stato accettare di vedersi ridurre drasticamente la propria spesa pubblica? Una riforma deve essere politicamente possibile, e per questo occorre distinguere tra saldo contabile, o residuo fiscale, e vantaggi economici. Il requisito cruciale per la fattibilità politica di tale riforma è che sia neutrale a livello contabile ed universalmente vantaggioso a livello economico.

a)      Contabilmente neutrale: con la riforma, il residuo fiscale di ogni regione rimane inalterato. Le regioni con residuo fiscale negativo continueranno a  ricevere di più, e le regioni con residuo fiscale positivo continueranno a pagare di più.

b)      Economicamente vantaggioso: con la riforma, ogni regione avrà un vantaggio economico rispetto allo status quo, grazie all’ottenimento dell’autonomia tributaria.

La Proposta

I seguenti calcoli si basano sul database Conti Pubblici Territoriali del Ministero del Tesoro. Gli ultimi dati regionali disponibili sono del 2015, e sebbene esista una discrepanza con i conti pubblici aggregati, i valori indicati in questo database sono sufficienti per le conclusioni di questa analisi. Naturalmente un’eventuale applicazione di questa riforma fiscale richiederà uno studio molto più dettagliato.

La motivazione principale di devolvere parte della politica tributaria a enti territoriali è per far fronte all’eterogeneità economica presente soprattutto in paesi grandi. Ma anche un’eccessivo decentramento a enti locali troppo piccoli può creare delle inefficienze. Per questo vengono indicate come unità territoriali le macroregioni, perché sufficientemente omogenee al loro interno. L’attuale suddivisione in macroregioni, secondo la nomenclatura europea, non è ideale per l’obbiettivo di questa riforma (di essere contabilmente neutrale ed economicamente vantaggiosa). Per questo l’analisi dei dati si basa su delle macroregioni leggermente ridisegnate.

GRAFICO 1. Macroregioni Attuali: Pil, Popolazione e Pil Pro Capite

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Il Grafico 1 illustra l’attuale ripartizione macroregionale e, come è noto, il Pil pro capite al Centro-Nord è abbastanza omogeneo appena sopra i 30 mila euro, mentro al Sud e Isole si aggira attorno ai 18 mila euro. Nel Grafico 2 si riporta invece una ripartizione nuova delle macroregioni con un paio di cambiamenti. Per prima cosa la macroregione Sud viene suddivisa in macroregione Sud-Ovest e macroregione Sud-Est. Il motivo diverrà chiaro nella sezione che motiva i sussidi al Mezzogiorno. Per seconda cosa la Regione Emilia-Romagna viene spostata dalla macroregione Nord-Est alla macroregione Centro, per ragioni di residuo ficale che verrano spiegate appena sotto. Infine, per bilanciare le macroregioni settentrionali in termini di popolazione, la Lombardia orientale viene collocata a Nord-Est, ma questo ultimo cambiamento non è di gran importanza e anzi, data l’omogeneità al Nord i confini tra le due macroregioni settentrionali sono meno importanti.

GRAFICO 2. Macroregioni Nuove: Pil, Popolazione e Pil Pro Capite

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Decentramento estremo: indipendenza

Come punto di riferimento il decentramento più estremo consiste nel mantenere il 100% delle risorse fiscali nelle macroregioni. Federalismo o no, dal punto di vista fiscale equivarrebbe all’indipendenza politica. Naturalmente questo risultato non è neutrale dal punto di vista contabile perché delle macroregioni avrebbero dozzine di miliardi di surplus e altre rimarrebbero con un buco di miliardi. Politicamente tale decentramento non avrebbe mai un ampio consenso, ma è utile per paragonare come i residui fiscali si distribuiscono a seconda di come le macroregioni vengono suddivise.

GRAFICO 3. Macroregioni Attuali: Residuo Fiscale

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Aggregando per macroregione i residui fiscali dei conti pubblici territoriali, solo il Nord-Ovest e il Nord-Est sono in attivo, mentre le rimanenti macroregioni (la maggioranza del paese) si ritroverebbe in rosso. Con le macroregioni riorganizzate, l’intero Centro-Nord invece sarebbe in attivo.

GRAFICO 4. Macroregioni Nuove: Residuo Fiscale

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Decentramento Parziale: tutto fuorché Previdenza e Contributi Sociali

Perché le regioni del Mezzogiorno sono in rosso? Questo si spiega in parte con il fatto che il Mezzogiorno produce solo un quarto del Pil mentre ha spesa pubblica per un terzo della popolazione. Prendendo i conti pubblici della Puglia come esempio, è possibile compartimentare sia articoli di spesa che di entrate ed evidenziare eventuali inefficienze.

TABELLA 1. Regione Puglia: Spesa Pubblica ed Entrate Fiscali Totali

SPESA PUBBLICA

milioni di €

 

ENTRATE FISCALI

milioni di €

Previdenza e Integrazioni Salariali

17621

 

Imposte dirette

10920

Sanita'

6793

 

Imposte indirette

12540

Amministrazione Generale

5796

 

Contributi sociali

10099

Istruzione

3091

 

Altre Entrate**

4681

Interventi in campo sociale

3085

 

TOTALE

38239

Difesa

2024

     

Sicurezza pubblica

1078

 

RESIDUO FISCALE

-7216

Oneri non ripartibili

862

     

Altra spesa*

5104

     

TOTALE

45455

     

 NOTE: Fonte Conti Pubblici Territoriali

*Altra Spesa: Viabilità, Giustizia, Cultura, Ambiente, Ricerca e Sviluppo, Telecomunicazioni, ecc.

**Altre Entrate: Vendita Beni e Servizi, Redditi da Capitale, Altri Tributi Propri, ecc.

Dalla Tabella 1 risalta un residuo fiscale negativo di oltre sette miliardi (la differenza tra totale entrate fiscali e totale spesa pubblica). Perché la Puglia pesa sui conti pubblici nazionali con un buco di queste dimensioni? Dove sta la colpa degli amministratori regionali pugliesi? In realtà, se guardiamo alla spesa pro capite per la maggior parte delle voci ci accorgiamo che la Regione Puglia spende pressapoco alla pari delle regioni settentrionali. L’unica voce ben al di sopra la media è quella della previdenza (molte pensioni) specie se confrontata alle entrate da contributi sociali che in teoria dovrebbe finanziarla. Ma il divario tra contributi sociali e spesa previdenziale non è colpa dell’amministratore regionale e locale pugliese. La Regione Puglia non ha nessun potere decisionale né sulle pensioni né sui contributi sociali. Questo è un problema intergenerazionale e demografico che ha poco a che fare con l’efficienza o meno dell’amministrazione pubblica regionale. Forse l’eccesso di pensioni è dovuto a troppi statali in passato, ma se paragoniamo per esempio la spesa pro capite del 2015 per Amministrazione Generale pugliese rispetto a quella veneta abbiamo rispettivamente €1417 e €1755.

Togliendo Spesa Previdenziale e entrate da Contributi Sociali la Puglia avrebbe un pareggio di bilancio. In sostanza la Regione Puglia sarebbe autosufficiente con una autonomia tributaria, se solo fosse alleviata dal problema pensionistico.

TABELLA 2. Puglia: Spesa Pubblica (senza Previdenza) ed Entrate Fiscali (senza Contributi Sociali)

SPESA PUBBLICA

milioni di euro

 

ENTRATE FISCALI

milioni di euro

Sanita'

6793

 

Imposte dirette

10920

Amministrazione Generale

5796

 

Imposte indirette

12540

Istruzione

3091

 

Altre Entrate

4681

Interventi in campo sociale

3085

 

TOTALE

28140

Difesa

2024

     

Sicurezza pubblica

1078

 

RESIDUO FISCALE

+307

Oneri non ripartibili

862

     

Altro*

5104

     

TOTALE

27834

     

 NOTE: Fonte Conti Pubblici Territoriali

*Altra Spesa: Viabilità, Giustizia, Cultura, Ambiente, Ricerca e Sviluppo, Telecomunicazioni, ecc.

**Altre Entrate: Vendita Beni e Servizi, Redditi da Capitale, Altri Tributi Propri, ecc.

Dalla Tabella 2 risalta il fatto che con un’autonomia tributaria dove la Puglia trattiene la totalità delle proprie imposte dirette (tipo IRPEF), imposte indirette (tipo IVA), e altro (tipo vendita beni e servizi) sarebbe in grado di finanziare tutti i propri servizi pubblici, previdenza a parte. Una riforma federale di questo tipo, con forte ma non totale autonomia tributaria, potrebbe benissimo ottenere un larghissimo consenso politico in Puglia.

E nel resto dell’Italia? Il Grafico 5 illustra il residuo fiscale delle macroregioni applicando questa autonomia tributaria, esclusa spesa previdenziale ed entrate da contributi sociali.

GRAFICO 5 Macroregioni Nuove: Residuo Fiscale non previdenziale

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Il Grafico 5 è al netto del residuo previdenziale nazionale (negativo: spesa previdenziale meno entrate da contributi sociali) che per il 2015 si aggira sui 100 miliardi di euro ed è finanziato dal surplus non previdenziale delle regioni centro-settentrionali, evidenziato nel Grafico 5. Il punto del grafico è che, pensioni a parte, rimangono solo quattro regioni in rosso (Campania, Calabria, Sicilia e Sardegna) mentre la macroregione Sud Est (Abruzzo, Molise, Puglia, Basilicata) potrebbe benissimo essere autosufficiente solo gestendosi le proprie entrate dirette (IRPEF...), indirette (IVA...) e altro (vendita beni e servizi...), per coprire tutti i propri servizi pubblici (inclusa la propria quota di difesa e interessi sul debito pubblico) con sola eccezzione della previdenza (pensioni).

Autonomia tributaria più sussidio a Isole e Sud Ovest

I residui non previdenziali del Grafico 5 per la Macroregione Isole e la Macroregione Sud Ovest ammontano rispettivamente a -6,1 miliardi e -3,3 miliardi di euro. Questo includendo nella spesa pubblica a carico delle macroregioni anche delle voci chiaramente di spesa statale ma ripartite per regioni, come per esempio la spesa per la difesa e per gli interessi sul debito pubblico. La quota di queste due spese (difesa più interessi sul debito pubblico) ammonta a 3,6 miliardi e 4,2 miliardi rispettivamente per la Macroregione Isole e la Macroregione Sud Ovest. Togliendo queste due voci significa che la Macroregione Sud Ovest (Campania e Calabria) sarebbe in grado di finanziare tutte la propria spesa pubblica (eccetto previdenza, difesa e interessi sul debito pubblico) utilizzando le entrate fiscali provenienti dal proprio territorio: imposte dirette, imposte indirette e altre entrate (vendita beni e servizi...). La Macroregione Isole (Sicilia e Sardegna) quasi, dato che rimarrebbe un residuo fiscale negativo di 2,5 miliardi. Il Grafico 6 illustra la situazione di ogni macroregione con la quota di difesa e interessi sul debito di Isole e Sud Ovest finanziata dal surplus delle macroregioni centro settentrionali.

GRAFICO 6: Residui Fiscali non previdenziali con sussidio a Sud Ovest e Isole

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Alle macroregioni centro settentrionali rimane da sussidiare 9,4 miliardi a Isole e Sud Ovest per la loro quota di difesa e interessi sul debito, più il buco previdenziale nazionale (spesa previdenziale non coperta da contributi sociali). Il tutto ammonta a 110 miliardi il quale può essere finanziato con circa 67 miliardi di “altre entrate fiscali” (vendita beni e servizi, redditi da capitale, riscossione crediti, ecc...) più un 6 percento dell’IVA proveniente dal centro nord. Come autonomia tributaria rimarrebbe alle macroregioni del centro nord la totalità delle imposte dirette più il rimanente delle imposte indirette. Dal punto di vista contabile sarebbe una riforma neutrale per ogni macroregione, ma dal punto di vista economico ogni macroregione avrebbe un incentivo a gestirsi autonomamente il grosso della propria spesa pubblica controllando la maggior parte delle proprie entrate tributarie.

Conclusione

La riforma costituzionale proposta in questo articolo descrive il massimo di autonomia tributaria conferibile a enti territoriali (macroregioni) mantenendo gli attuali livelli di spesa pubblica per ogni regione (neutralità contabile). È tramite l’autonomia tributaria che è possibile incentivare più efficienza nella spesa pubblica e quindi spingere per meno pressione fiscale per così ottenere più benessere economico, maggior lavoro e crescita. In sintesi questi i punti salienti di questa riforma federale:

  • Le entità territoriali di riferimento sono delle macroregioni modificate dalle attuali: i) il Mezzogiorno è suddiviso in Macroregione Isole, Macroregione Sud Ovest e Macroregione Sud Est; ii) l’Emilia Romagna fa parte della Macroregione Centro anziché della Macroregione Nord Est; iii) la Lombardia Orientale fa parte della Macroregione Nord Est.
  • Le entrate da contributi sociali rimangono gestite a livello statale e servono per finanziare (anche se solo parzialmente) la spesa di previdenza. Il problema delle pensioni non viene risolto da questa riforma federale ma rimane un problema condiviso a livello nazionale e non decentralizzato per via della sua natura intergenerazionale e demografica.
  • Tutte le altre entrate fiscali (non da imposte dirette o indirette), tipo vendita beni e servizi e entrate in conto capitale, provenienti dalle macroregioni centro settentrionali rimangono gestite a livello statale. Questo per finanziare il rimanente della spesa previdenziale nazionale. Inoltre, pressapoco un quarto delle entrate da imposte indirette provenienti dalle macroregioni centro settentrionali (circa un 6 percento dell’IVA) rimane gestito a livello statale per coprire il rimanente buco previdenziale più quasi 10 miliardi di sussidio alle macroregioni Isole e Sud Ovest.
  • Le macroregioni centro settentrionali (Nord Ovest, Nord Est e Centro) trattengono la totalità delle imposte dirette più tre quarti delle imposte indirette per finanziare i propri servizi pubblici (tutto, inclusa la propria quota di difesa e di interessi su debito pubblico). Sebbene gli attuali residui fiscali rimangano inalterati, con questa riforma una macroregione virtuosa sarebbe libera di ridurre autonomamente la propria pressione fiscale. La riforma costituzionale tutela le casse territoriali dallo stato centrale.
  • La macroregione Sud Est (Abruzzo, Molise, Puglia e Basilicata) trattiene tutte le entrate fiscali del proprio territorio (eccetto i contributi sociali) per finanziare tutti i servizi pubblici del proprio territorio (eccetto la previdenza che verrà gestita a livello nazionale). Qualsiasi aumento di entrate fiscali derivante dalla lotta all’evasione rimarrà gestito da quella macroregione.
  • La macroregione Sud Ovest (Campania e Calabria) e la macroregione Isole (Sicilia e Sardegna) trattengono tutte le entrate fiscali del proprio territorio (eccetto i contributi sociali) per finanziare tutti i servizi pubblici del proprio territorio (eccetto la previdenza, e le quote di difesa e interessi sul debito pubblico). Qualsiasi aumento di entrate fiscali dalla lotta all’evasione rimarrà gestito da quelle macroregioni.

Come nota finale si ribadisce che questi calcoli si basano sui dati del 2015 provenienti dai Conti Pubblici Territoriali del Ministero del Tesoro, i quali non combaciano esattamente con i conti economici nazionali aggregati. Tuttavia l’idea di base rimane valida: è possibilissimo architettare una riforma federale con autonomia tributaria che ottenga la totalità del consenso politico. Cioè che sia contabilmente neutrale per i residui fiscali di ogni macroregione e che porti vantaggi economici per tutti incentivando l’efficienza della gestione pubblica.

Tabella 3. Conti Pubblici Territoriali 2015 raggruppati per le proposte macroregioni (milioni di euro)

ENTRATE NORDOVEST NORDEST CENTRO SUDEST SUDOVEST ISOLE ITALIA
Imposte dirette 78365 56316 86714 18046 19835 17214 276492
Imposte indirette 63373 47725 76112 20231 23253 20232 250925
Contributi sociali 57948 46560 69159 16523 17573 15930 223693
Altre Entrate 19214 16307 31615 7527 10551 8729 93944
TOT Entrate 218900 166908 263600 62327 71213 62105 845054
               
SPESA PUBBLICA NORDOVEST NORDEST CENTRO SUDEST SUDOVEST ISOLE ITALIA
Previdenza 57092 56047 100421 28454 29772 28120 299907
Sanita' 18763 20560 32550 10807 11928 11584 106191
Oneri non Ripartibili 17886 20565 35892 10240 11707 10143 106432
Ammin. Generale 9431 10428 15162 1729 2635 2043 41427
Campo sociale 6836 8371 13252 5067 7254 5988 46768
Campo economico 5850 7536 14162 4795 5920 6022 44286
Istruzione 2696 2465 5908 923 2489 2266 16748
Trasporti 2637 2340 3973 972 1881 1245 13048
Difesa 2037 2126 5709 1882 1945 2005 15704
Altre Spese 9455 13200 23821 9087 11221 10950 77733
TOT Spesa Pubblica 132682 143639 250850 73957 86751 80365 768244

18 commenti (espandi tutti)

E  volendo semplificare moltissimo, il messaggio sembra essere quello che la soluzione sarebbe "utilizzare" l'Emilia Romagna per sovvenzionare il "centro"... Dove sbaglio nella lettura?

anche

lodovico pizzati 12/1/2018 - 15:46

E' vero che utilizzando macroregioni c'e' un livellamento intramacroregionale. Stesso con Piemonte e Valdaosta, Veneto e Trentino-AA, ecc... Nel caso dell'Emilia diciamo che controbilancia il Lazio.

Se metti, per fare un esempio, il Lazio nella macroregione SudOvest, i calcoli cambiano che il centro nord deve concedere un po' di piu'.

Il punto era stabilire il "massimo" di autonomia tributaria possibile ed essere comunque politicamente possible. Poi ci sarebbero diversi accorgimenti da fare, questo si.

Grazie

micheleL 15/1/2018 - 10:25

tutto chiaro

Ad una prima lettura, molto interessante. Non sono d'accordo sulle macroregioni (sarebbero carrozzoni troppo grandi, forse l'errore più grande che fece la Lega ai tempi di Miglio) ma devo vedere in dettaglio tutta la parte dei conti. Dammi tempo e inserirò le mie considerazioni. 

Giustissimo estromettere la parte previdenziale. 

MI pare che però, a occhio e croce quanto, rimarrebbe allo Stato centrale sia troppo poco per gestire previdenza (pura, non assistenza), difesa e debito pubblico. 

Per me si riesce a quadrare il cerchio solo se le le regioni del sud rivedono verso il basso la spesa dei dipendenti (sia come numero sia come importi, visto il minor costo della vita). 

E attenzione che stante l'attuale stipendio unificato, le regioni del nord dovranno invece aumentare i salari dei dipendenti pubblici. Bisogna infatti considerare che ogni esperimento modifica la realtà (che è il nostro obiettivo) ma non sempre secondo i nostri piani. Un sistema come quello proposto impone localmente un diverso equilbrio dei conti: i dipendenti pubblici (scuola e sanità compresi) non saranno più in carica allo stato centrale ma alla giurisdizione locale, con contratti locali e stipendi locamente gestiti. Questo è un forte argomento per far sì che il SUD possa avere una pressione fiscale più bassa (attirando attività economiche, se accompegnerà il tutto con servizi adeguati). Cosa che puo' fare agendo su IRPEF e IRES, non certo sull'IVA. 

Così facendo IVA dovrebbe (per me DEVE) rimanere allo stato centrale (tanto non è modulabile ... non ce la vedo un'IVA con aliquote differenti in ogni giurisdizione, sarebbe un casino) e questo potrebbe finanziare la spesa centrale.

la parte statale implica che oggi circa 90 miliardi (in crescita) vengono spesi dalla fiscalità generale per integrare le missioni INPS. Alcuni vanno verso l'assistenza altro verso buchi previdenziali (il piu' grande è prprio quello dei dipendenti pubblici).

Poi c'è il costo del debito; variabile poco sotto controllo ma che possiamo stimare a spanne in 80 miliardi. 

Poi c'è l'altra partita che hai escluso: il militare. Mi risultano una ventina di miliardi. 

Questi costi devono essere finanziati da un prelievo autonomo dello stato.
Ho sempre pensato che si dovesse fare con le imposte indirette, che mi sembrano dare proprio il gettito necessario. 

E' vero che se ci sono servizi non suddivisibili (difesa, interessi sul debito, ecc...) tanto vale mantenere il prelievo tributario a livello statale.

Qui ho voluto solo stabilire, anche se in maniera grezza, il massimo di autonomia tributaria senza intaccare i residui fiscali.

Invece, riguardo quale imposta lasciare statale, io credo che la cosa migliore sia per ogni imposta mantenere una parte statale e una parte territoriale. Per esempio, se la gestione macroregionale di una imposta crea incentivi alla lotta all'evasione fiscale, in questa maniera anche le casse statali ne traggono beneficio.

io credo che la cosa migliore sia per ogni imposta mantenere una parte statale e una parte territoriale.

ma così finisce subito a schifio l'evidenza pubblica della responsabilità locale nel determinare l'aliquota e, anche ora più importante, nell'esazione dell'imposta. calato poi nel porcaio del sistema fiscale italiano, provocherebe poi un aumento certo della complicazione delle competenze, che verrebbe risolto politicamente, al centro come in periferia, da un aumento di uffici e di personale e contenzioso.

no, occorre togliersi il dente: alle regioni( e non alle macro regioni che sono somplicemente impossibili da realizzare) vanno assegnate in esclusiva una o più basi imponibili, chiare e nette. a occhio, il reddito di impresa non è male. questo comporterà un livello delle compensazioni ancora abbondante, ma sicuramente avvierebbe  una certa responsabilizzazione dei centri di spesa.

Per evitare  le doppia tassazione io invece preferisco che il piu' possibile non ci siano sovrapposizioni. Non è facile ma se già destiniamo le dirette alla perfiferia e le indirette al livello federale, ci avviciniamo alla perfezione. 

premetto che quella immaginata sia la soluzione verso cui si vuole andare , non solo a livello italiano , ma anche a livello europeo ...

l'errore , a mio modestissimo avviso , sta nell'immaginare che la doppia tassazione sia locale / stato italiano , l'obiettivo e' di avere un dualismo locale / stato europeo ...

il "triello" locale/nazionale/sovranazionale complicherebbe ulteriormente le cose

Il residuo fiscale è dato dal calcolo algebrico di tutte le spese e tutte le entrate delle pubbliche amministrazioni in una data regione. Questo calcolo è fuorviante per numerosi aspetti. E se un calcolo è affetto da errori concettuali, tutte le conclusioni che derivano da quel calcolo sono prive di significato.

1° errore: le pensioni. In questo calcolo rientrano sia i contributi pensionistici che le pensioni erogate. Succede a migliaia, forse qualche milione, di lavorare in una regione, soprattutto del nord, e percepire la pensione in un'altra regione, soprattutto al sud. Con questo calcolo i contributi figurano al nord e la spesa per le pensioni al sud. Sarebbe come se le pensioni di chi va a vivere a Santo Domingo le pagassero i dominicani.

2° errore: la sede fiscale. Moltissime aziende hanno filiali e stabilimenti in tutta Italia, ma la sede fiscale in una sola regione, e lì pagano le imposte sulle società. Il reddito che viene generato in tutto il paese figura in una sola regione.

3° errore: contributi straordinari. I salvataggi bancari, al contrario, non figurano nel residuo fiscale negativo della regione sede delle banche fallite (ma guarda un po'). Invece figurano nel residuo fiscale positivo della regione le tasse sul reddito generato dai prestiti non restituiti di queste banche locali.

Il residuo fiscale è una fake new.

Sul primo errore penso che questo non infici assolutamente l'esercizio di questo articolo.

Infatti il settore previdenza viene scorporato dai calcoli fatti da Lodovico. 

Sul secondo errore, tutto vero. Tra gli articoli collegati nella colonna a destra si trova un mio contributo del 2012 in cui si spiega come in Svizzera il problema venga risolto (con i riparti d'imposta tra comuni e tra cantoni).  Oggi questo strumento in Italia non c'è (ovvio, visto che non è un paese federale) ma quando e se ci sarà, le imposte verranno riscosse dove il reddito viene realmente prodotto. 

Sul terzo errore mi pare che sia poca cosa e che il bail-in risolva il problema. 

Ho trovato articoli in cui si quantifica in 17 miliardi il costo dei salvataggi delle banche venete. Leggo: residuo fiscale di tutto il Nord-est 32,7 miliardi. Almeno in un anno questo residuo si dimezza.
Per quanto riguarda il riparto d'imposta, credo che siano cifre consistenti: banche, assicurazioni, telecomunicazioni, poste, energia elettrica, grande distribuzione... hanno sede legale soprattutto a Milano o Roma, ma filiali e impianti in tutta Italia. Ripartendo le imposte di queste e altre società in tutta Italia, visto che svolgono l'attività in tutta Italia, dopo aver sottratto la previdenza, potremmo avere delle sorprese.
Purtroppo questo residuo fiscale, calcolato senza correttivi, quindi farlocco, sembra che sia già stato usato dai governi degli ultimi anni come strumento per distribuire risorse per gli investimenti, da destinare soprattutto al nord, visto l'enorme residuo fiscale vantato e debitamente amplificato da certi media.
Non ho trovato politici del sud che lo abbiano fatto notare, forse perché l'impegno per ottenere o mantenere la poltrona non gli lascia tempo di approfondire argomenti così insignificanti.

La proposta di questo articolo è quella di escludere la spesa previdenziale dal calcolo del residuo fiscale. Bisogna riflettere se è la scelta più equa, rispetto a quella di imputare la spesa alle regioni dove sono stati versati i contributi.

Ragioniamo: se avessimo micro-stati, ognuno autonomo, chi pagherebbe la pensione? Risposta: gli stati dove sono stati versati i contributi ed è maturata la relativa pensione. Poi, giustamente, ciascuno è libero di spenderla dove vuole.

Il vantaggio, rispetto alla soluzione di escludere la previdenza dal calcolo, è quello di tarpare le ali alle formazioni politiche che vanno in cerca di facili consensi promettendo di restaurare le pensioni di anzianità (cioè di giovinezza). In questo modo, proprio le regioni dove queste formazioni sono più forti sarebbero penalizzate, in quanto dovrebbero farsi carico di tante pensioni elargite a persone ancora produttive, che magari andranno a vivere altrove.

E il famoso residuo finirebbe per cambiare segno.

L'obiettivo principale era di proporre qualcosa di politicamente fattibile, e quindi di non penalizzare nessuna forza politica e non alterare l'attuale equilibrio di interessi.

Regionalizzare le pensioni non porterebbe un granche' di flessibilita' tributaria alle entita' territoriali proposte, ed e' nell'autonomia tributaria che questo articolo vede uno spiraglio per la crescita. Quindi tanto valeva mantenere la previdenza centralizzata con tutta l'ingiustizia del caso. 

La discussione con G.P. Galli e M. Boldrin la potete trovare qui

Second Parte (57 minuti)

https://www.youtube.com/watch?v=MfS1n6HnmaQ

Prima Parte (47 minuti)

https://www.youtube.com/watch?v=eDuacfoxDgE

Un po lungo ma interessante , sopratutto la Seconda Parte. Se si ascolta la prima consiglio di saltare i primi 14:39 che sono registarti male.

Non vorrei sembrare campanilistico, ma dividere la Lombardia in due (con capoluoghi regionali "lontani" come Torino e Venezia) non ha nessun effetto? Non è che la posizione geografica e la presenza di Milano determinano un effetto positivo sulla prima regione per residuo fiscale che rischia di andare perduto con danni per tutte le altre regioni?

Era solo per bilanciare le dimensioni delle due macroregioni settentrionali, ma come detto nell'articolo non e' importante. Si possono anche utilizzare le attuali venti regioni come unita' territoriali e le conclusioni dell'articolo non dovrebbero cambiare di molto.

Una discussione a parte potrebbe riguardare le dimensioni delle unita' territoriali. Per esempio, avere una autonomia tributaria sulle imposte dirette comune per comune forse e' troppo disaggregato.

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