Rivoluzionare, non riformare, il mercato del lavoro in Italia

20 novembre 2006 redattori noiseFromAmeriKa
Da un po' di tempo ci siamo chiesti: cosa bisognerebbe fare per cercare di rendere funzionante il mercato del lavoro italiano, per ridurre la precarietà, aumentare l'occupazione, far crescere i salari e la produttività, e, soprattutto, per dare a chi lavora la speranza che, lavorando e dandosi da fare, qualcosa si possa ricavare? Ce lo siamo chiesto in quanto economisti, non in quanto politici e sindacalisti. Dal dibattito collettivo sono emerse alcune riflessioni e alcune proposte abbastanza chiare, che vi proponiamo. Per un dibattito serio. ''Sommario''
  1. Introduzione
  2. Le leggi Biagi e Treu, ed i loro effetti
  3. Gli effetti della flessibilità nel mercato del lavoro: il Regno Unito e l'Irlanda
  4. Gli argomenti contro la flessibilità sono errati
  5. Che fare?
  6. Il "posto fisso alle poste". Conclusione

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1. Introduzione''
Il mercato del lavoro in Italia funziona male, anzi malissimo. I
lavoratori e le imprese (ma soprattutto i lavoratori) ne pagano enormi
consequenze. È assolutamente necessaria una riforma liberale e garantista del mercato del lavoro italiano.

Liberale, proprio nel senso di quella brutta
parola che tutti temono: lasciare che la creazione, l'estinzione e
l'evoluzione dei rapporti di lavoro sia affidata a contratti privati
stipulati volontariamente fra le parti. Lo stato deve limitarsi
a proibire contratti che vadano chiaramente contro l'interesse pubblico
e contro la dignità della persona, ossia schiavismo, contrattazione di
minori o incapaci d'intendere e volere, contratti coercitivi o
fraudolenti di vario tipo.

Garantista, perché lo stato deve garantire i
lavoratori fornendo loro (i) un'assicurazione pubblica e obbligatoria
contro la disoccupazione, di durata limitata e probabilmente non superiore ai 12 mesi, con
stretti criteri obiettivi di verifica della condizione di disoccupato
sul modello di quelli adottati da Spagna, Olanda o Inghilterra; (ii) un
reddito minimo adeguato a persone perennemente disabili o incapaci, per
cause esterne alla loro volontà, di sostenere economicamente se stesse.

Queste sono, dette in poche e semplici parole, le riforme del mercato del lavoro che auspichiamo. Sono riforme rivoluzionarie e favorevoli ai lavoratori; sono riforme che
questo governo, o qualsiasi altro governo, dovrebbe fare, e al più
presto. Infatti, per far presto, basterebbe fare così: copiare la
legislazione lavorativa dell'Irlanda, o dell'Inghilterra, o dell'Olanda
se proprio non si riesce a sopportare l'uso della lingua inglese. A
quelli che, a questo punto, già si chiedono: "perche' non suggerite di
copiare la legislazione spagnola? La Spagna è latina e va bene!" (ci
sono, ci sono, siamo facili profeti: ecco qui)
rispondiamo brevemente: è vero, la legislazione spagnola, è comunque
meglio di quella italiana; ma visto che abbiamo bisogno di fare una
rivoluzione, facciamola e mostriamo al mondo cosa il genio italico
riesce a fare ancora, se vuole.

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Premessa metodologica
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Nel seguito il lettore troverà argomenti economici con contorno di
dati statistici. Prima di entrare nel dettaglio delle argomentazioni
- che speriamo cogenti anche se non spassose - vorremmo esporre due
avvertenze, sia metodologiche che di finalità.

1) Il problema che ci poniamo è il seguente:

date
le circostanze concrete della società e dell'economia italiana
nell'anno 2006, quali politiche del mercato del lavoro sono
raccomandabili e quali non lo sono, al fine di aumentare l'occupazione,
la produttività media, e il reddito dei lavoratori italiani?

In altre parole, ci poniamo il problema del mercato del lavoro in Italia e delle possibili riforme, in termini pragmatici. Che
i mercati funzionano bene in teoria lo sappiamo tutti! Qui argomentiamo
che un mercato del lavoro con molti (ma molti) meno lacci e lacciuoli e
con un sistema di protezione e garanzia appropriato funzionerebbe bene
e favorirebbe i lavoratori in Italia, oggi; non solo
sui libri di testo. Ci poniamo il problema del mercato del lavoro in
Italia da economisti, e non da politici. Quest'ultima sottolineatura è
rilevante, in quanto ci permette di non incorporare i vincoli politici
nella nostra analisi. È ovvio che il compromesso è necessario per fare
qualcosa in pratica; ma se il compromesso è necessario in politica
(anche in quella "alta", nell'interesse del paese) non ha invece senso
nella logica e nelle argomentazioni economiche. Anzi, fa danno perché
oscura i costi ed i benefici di certe politiche piuttosto che altre.

Diciamo questo perché non abbiamo dubbio che qualche sepolcro
imbiancato argomenterà che siamo "irragionevoli" o "estremisti" o
"poco equilibrati". Non è così. È che non ci sembra il caso di stare a
fare i conti su dove un punto di convergenza possa essere
trovato fra le mille lobbies italiane coinvolte in questo dibattito. Anche perché le lobbies coinvolte
son troppe, e anche lì sta la follia dell'impostare il problema in
termini di "ragionevole compromesso": i ragionevoli compromessi sono,
molto spesso, irragionevoli pastrocchi che implicano decine di
clausole, eccezioni, distorsioni e controdistorsioni, le quali fanno
più danno a quasi tutte le parti coinvolte di quanto non lo farebbe una
riforma drastica e unilaterale. Invece, purtroppo, il dibattito
italiano è impostato a trovare un punto di "mezzo" fra industriali
grandi e piccoli, commercianti, artigiani, lavoratori dipendenti del
privato, "garantiti" o "precari", dipendenti pubblici strapagati (ossia
ministeriali dei piani alti), dipendenti pubblici sottopagati (ossia,
ad esempio, insegnanti della scuola primaria e secondaria), immigrati,
giovani laureati, anziani che vorrebbero pensionarsi al più
presto, sottosegretari verdi che vogliono la decrescita e ministri che
vogliono la crescita, politici meridionali che vogliono i sussidi per
chi crea occupazione al sud, e politici del nord che non vogliono
continuare a pagare le tasse che finanziano i sussidi, e cosi' via.

2) Come detto, ci chiediamo da economisti
come strutturare il mercato del lavoro al fine di aumentare
l'occupazione, la produttività del lavoro, ed il reddito dei
lavoratori. Non ci chiediamo, invece, quali altre riforme,
dei mercati dei prodotti, del settore creditizio, della legislazione
fiscale, di quella pensionistica, del diritto commerciale, del diritto
di immigrazione, del sistema scolastico e della ricerca, dei servizi
pubblici, della proprietà pubblica di attività produttive, eccetera,
eccetera, potrebbero o non potrebbero sortire effetti desiderabili e
costituire un ragionevole accompagnamento a una riforma del mercato del
lavoro. Questa è una seria limitazione perché, per esempio, siamo
convinti che una forte liberalizzazione del settore dei servizi
pubblici, il completamento del processo di privatizzazione, un drastico
taglio di trasferimenti e spese per il personale pubblico, congiunti ad
un egualmente drastico taglio di imposte sul reddito da lavoro e dei
contributi sociali, avrebbero un grande effetto positivo
sull'occupazione, la produttività e il reddito del cittadino italiano
medio. Così come l'avrebbero una semplice regolamentazione liberale
della corporate governance dell'impresa,
e una rigorosa politica per la concorrenza che combatta le rendite
monopolistiche delle imprese, specie quelle grandi, che da sempre in
Italia "contribuiscono" in maniera determinante alla formazione delle
politiche dei sussidi, delle tariffe, e cosi' via. Ma, visto che tutti
parlano di precarietà, parliamo di precarietà e mercato del lavoro
anche noi. Il resto, un'altra volta.

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Riassunto
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Il mercato del
lavoro in Italia è caratterizzato, dalla seconda metà degli anni
Sessanta almeno, da contrattazione centralizzata e notevoli rigidità
introdotte per legislazione, ad esempio attraverso la legge sul
licenziamento per giusta causa,
e lo Statuto dei Lavoratori. Ci chiederemo dove ci hanno portato queste
politiche. Ci chiederemo inoltre se la legislazione del mercato del
lavoro in Italia che si è così venuta costruendo, garantisce e protegge
i lavoratori meglio di quanto non avvenga in paesi che hanno scelto
invece, negli anni 80 e 90, la via della liberalizzazione, come il
Regno Unito e l'Irlanda. Argomenteremo che il mercato del lavoro (ed il
sistema fiscale e del welfare) in Italia impedisce (impediscono) la
crescita, che i principali danneggiati sono i lavoratori, specie i
lavoratori più deboli, come i giovani e le donne. Argomenteremo che la
strada da seguire è proprio quella del Regno Unito.
Ma perché,
allora, tutti in Italia appaiono d'accordo a richiedere politiche di
maggiore rigidità e protezione? Perché così tanti sognano il posto alle
Poste o in comune, come Francesco Giavazzi, voce sempre più solitaria,
sottolineava con sorpresa e timore recentemente sul Corriere? Discuteremo
le argomentazioni a questo proposito di sindacalisti, giuslavoristi, ed
economisti. Argomenteremo che sono empiricamente irrilevanti e talvolta
anche logicamente errate. Cercheremo di capire, comunque, perché
nessuno si fida del mercato in Italia (anche quelli che non hanno
rendite sindacali da difendere). E concluderemo quanto segue

No alla
contrattazione nazionale, no alla definizione legislativa della
tipologia dei contratti, si a un mercato del lavoro liberale supportato
da forme di assicurazione fatte come il buon senso e la logica
economica comandano.

2. Le leggi Biagi e Treu, ed i loro effetti

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2. Le leggi Biagi e Treu, ed i loro effetti
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Secondo il sito del Ministero del Welfare, gli obiettivi della
Legge Biagi (non dissimili da quelli del pacchetto Treu) erano i
seguenti

  • creare nuovi posti di lavoro e in particolare occupare più
    giovani nel Mezzogiorno, e più donne e più anziani nell'intero Paese
  • creare un mercato del lavoro trasparente nel quale viene
    tempestivamente considerata la condizione di ogni persona in età di
    lavoro
  • facilitare l'incontro tra chi cerca lavoro e chi cerca lavoratori
  • disegnare una rete di servizi pubblici e privati
  • promuovere un lavoro regolare e non precario e fornire tutele effettive
  • superare le rigidità che hanno prodotto nel passato tanti lavori "in nero" o insicuri
  • contrastare l'aumento abnorme delle collaborazioni coordinate e continuative
  • favorire il reciproco adattamento fra le esigenze dei lavoratori e
    quelle delle imprese, con particolare riguardo all'orario di la voro.

Cosa si è ottenuto? Poco o nulla, naturalmente. Perché? In due
parole: perché nessuno di questi obiettivi si raggiunge a colpi di
leggi, regolamentazioni e decreti. Il lavoro stabile, produttivo, e
soddisfacente, non si crea per legge, esso c'è quando c'è domanda di
tale lavoro. Quindi, occorre chiedersi cosa può aiutare la creazione di tale domanda di lavoro. Ma procediamo per ordine.

La legge Biagi, ed il Pacchetto Treu prima di essa, hanno
introdotto un po' di flessibilità nel mercato del lavoro ma lo hanno
fatto poco, per poco tempo, e soprattutto molto male. Che la
flessibilità introdotta sia stata molto poca è ovvio nei dati aggregati
sulle tipologie contrattuali. I contratti a tempi determinato (a
termine) sono non più del 10% in Italia e sostanzialmente meno di
quanto si osservi in altri paesi europei, anche della Francia e della
Germania, che hanno mercati del lavoro non certo noti per la loro
flessibilità.


Italia Spagna Olanda Francia Germania
10 30 15 13 12.5
% Occupazione con contratti a termine, 2004 (dati Confindustria)

Dati piu' disaggregati, da cui si possano valutare i flussi tra
varie tipologie contrattuali (ad esempio da contratti a tempo
determinato a contratti a tempo indeterminato) utili allo studio degli
effetti della Legge Biagi sono pochissimi, essenzialmente ottenuti da
una indagine della Confindustria
condotta presso le imprese ad essa associate. All'indagine, riferita al
2004, hanno partecipato oltre duemila imprese con circa 560mila
lavoratori alle dipendenze. Da questa indagine si ricavano alcune
conclusioni fondamentali:

  1. La maggior parte
    della nuova occupazione dal 2001 al 2004 (dati nazionali Istat) è
    avvenuta con contratti a tempo indeterminato (vedi figura 1.2
    dell'indagine Confindustria),
  2. Più del 50% delle assunzioni a tempo indeterminato
    nel corso del 2004 sono conversioni da contratti a termine precedenti
    (nel campione Confindustria),
  3. Il 45% circa dei contratti a termine in scadenza nel
    2004 (esclusi i contratti di apprendistato) sono stati trasformati in
    contratti a tempo indeterminato,
  4. La disoccupazione giovanile è andata diminuendo in
    maniera sostanziale (di circa sette punti percentuali, dalla fine degli
    anni 90 ad oggi) e il tasso di disoccupazione nazionale e' del
    7,7%, con la Lombardia e gran parte del Nord attorno al 4% e
    la Sicilia, all'estremo opposto, a quasi il 17%.
  5. Il tasso di occupazione, che è il vero dato
    importante perche' riflette la partecipazione alla forza lavoro, rimane
    bassissimo: 57,5%.
  6. I salari d'entrata sono molto bassi. Lo stesso vale
    per una gran parte dei salari dei lavoratori dipendenti che, come
    abbiamo appreso dal dibattito sulla parte fiscale della finanziaria,
    sono per il 90% inferiori ai 40-45mila euro annui lordi.

Prima domanda: quanto di
questo si "deve" all'accoppiata Biagi-Treu? Ovvero, come sarebbe stata
la situazione in assenza di tali leggi? È difficile rispondere a queste
domande contro-fattuali, ma proviamo ad usare il buon senso.
Probabilmente l'occupazione sarebbe stata minore: non vi sarebbero
stati i contratti a termine, quindi di quel 10% di occupati che sono a
termine solo una frazione avrebbe trovato posto di lavoro a tempo
indeterminato. Probabilmente il numero di nuovi occupati a tempo
indeterminato sarebbe stato risibile, perchè i costi ridotti e la
flessibilità che il 10% a tempo determinato ha "regalato" al sistema
hanno permesso di mantenere occupati anche un certo numero di
indeterminati che invece, per il loro costo, non si sarebbero mantenuti
altrimenti. Ma stiamo speculando. Sarebbe cresciuta maggiormente
l'occupazione totale? Chiaramente no! Sarebbero cresciuti maggiormente
i salari? Ancor più chiaramente, no! Sarebbe aumentata l'occupazione
giovanile? Nemmeno. Insomma, né la Biagi né la Treu hanno avuto grossi
effetti positivi, e certamente non ne hanno avuti di negativi. Il loro
limite vero è che erano due cerottini consunti che volevano coprire una
piaga purulenta, che invece occorre tagliare e poi disinfettare a fondo.

Perché, dunque, si è proceduto con i cerottini? Ci sia permessa una spiegazione di parte (la nostra parte). Biagi
era un giurista e, che noi si sappia, nessun economista degno di questo
titolo ha partecipato alla stesura della legge. Lo stesso vale per Treu
e, più in generale, per i decision makers
sindacali, politici e persino imprenditoriali che hanno partecipato
all'elaborazione della legislazione italiana del lavoro dall'inizio
degli anni 70 ad oggi. I giuristi scrivono e discutono leggi, ma non
hanno gli strumenti metodologici per capire il funzionamento di un
mercato: lo sommergono di tipologie contrattuali definite sulla base di
criteri astratti, deduttivi. Tale tipologie, a loro avviso, vanno
imposte e regolate per legge, con opzione di ricorso alla magistratura
quando sorgano conflitti. A nessuno viene in mente di lasciare alle
parti il decidere le modalità contrattuali; a nessuno viene in mente
che i conflitti economici si risolvono efficientemente a base di
"transferable utility", ossia di trasferimenti in denaro e fringe benefits. A
nessuno viene in mente che la fantasia degli agenti economici e la
varietà delle situazioni lavorative son tali e tante che tentarne una
classificazione deduttiva, sulla base di principi decisi a priori, è
folle oltre che controproducente; a nessuno viene in mente, infine, che
contratti che per legge devono durare giusto 3 anni sono assurdi: e se
le due parti preferiscono 2 anni e 9 mesi, o 3 anni ed un giorno?

Siamo chiari: il problema non si risolve cambiando il titolo di studio dei
consulenti! Può servire avere economisti oltre che (invece di)
giuristi, ma ovviamente i problemi del mercato del lavoro si risolvono
solo cambiando politica, ossia cambiando il punto di vista dei decision makers, ossia cambiando i soggetti sociali i cui interessi la legislazione tende a proteggere.

Quali
sono i soggetti sociali che bisognerebbe difendere/proteggere? I
lavoratori, sia quelli che già lavorano sia quelli che vorrebbero
lavorare (è importante questo, anche quelli che vorrebbero lavorare). Come
si raggiunge questo obiettivo? Facendo da un lato leggi che favoriscano
la domanda di lavoro stabile e qualificato e dall'altro leggi che
favoriscano la creazione-offerta di tale lavoro. In sintesi: creando
condizioni che permettano agli agenti economici privati di creare tale
domanda ed offerta. Come si ottiene questo? Guardiamo a due esempi
vicini a casa, e cerchiamo di imparare.

3. Gli effetti della flessibilità nel mercato del lavoro: il Regno Unito e l'Irlanda

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3. Gli effetti della flessibilità del mercato del lavoro: il Regno Unito e l'Irlanda
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Il miracolo economico italiano,
come tutti i miracoli economici, ebbe luogo perché un grande numero di
posti di lavoro divennero precari e cessarono di esistere mentre nuovi
posti di lavoro, produttivi, si crearono e divennero stabili. Nella
grande maggioranza il miracolo economico venne fatto da contadini e
piccoli coltivatori espulsi, o volontariamente in fuga, dalle campagne,
da artigiani e piccoli commercianti che fecero lo stesso, da operai che
lavoravano in aziende poco produttive e che se andarono in aziende più
produttive. Alcuni vennero licenziati, altri si dimisero e cercarono
posti di lavoro migliori. La disponibilità di questa manodopera,
flessibile e con la volontà di muoversi da un luogo all'altro per un
salario più alto e migliori prospettive per il futuro, fu un elemento
essenziale di quei due decenni di grande progresso economico. Se non ci
fosse stata la flessibilità del lavoro negli anni 50 e 60, non ci
sarebbe stato il miracolo economico, e il reddito medio degli italiani
sarebbe come quello dei portoghesi, o degli argentini. Non ci vuole
molto a rendersi conto che quanto diciamo è assolutamente ovvio: per
progredire occorre essere disposti a correre il rischio di dover
cambiare lavoro, a volte volontariamente e a volte involontariamente.
Chi ha 60 anni o più di età questo lo sa per esperienza diretta; i piu'
giovani, dai 40 in giù, provino a chiedere a padri e nonni.

Ma vediamo invece dove ci ha portato la rigidità del mercato del lavoro
e la contrattazione nazionale dalla fine anni '60 ad oggi, a miracolo economico avvenuto.
La teoria economica ci dice che la rigidità del mercato del lavoro ha
effetti negativi sull'occupazione giovanile. Perché assumere è un
rischio, per l'impresa, e assumere un giovane senza esperienza è un
rischio maggiore. A questo proposito, confrontiamo il mercato del
lavoro italiano con quello del Regno Unito e osserviamo soprattutto la
situazione dei giovani. Il confronto col Regno Unito è naturalmente
calzante: i) perché alla fine degli anni 70 il nostro GNP e quello del
Regno Unito erano pressoché uguali; ii) perche' il tasso di
disoccupazione italiano era uguale o inferiore a quello inglese per
tutti gli anni 60 e sino a circa il 1977; iii) perché è un'economia
molto simile alla nostra, sia per dimensioni, che per territorio, che
per orientamento all'esportazione, eccetera; iv) perché è un'economia
che alla metà degli anni 70 era ancora più ingessata, rigida,
sindacalizzata, e in crisi della nostra; v) perché il Regno Unito ha
avuto un interessante uno-due di politica economica, la Thatcher e
Blair, una destra ed una sinistra serie, che hanno portato a una
coerente liberalizzazione del mercato del lavoro; l'Italia invece no.

Nel Regno Unito il tasso di occupazione medio e' di circa 17
punti percentuali superiore all'italiano: 74% verso il 57%! Questo
significa che il cittadino inglese medio ha molte più opportunità di
lavoro di quello italiano. Ma le cose in Inghilterra sono
particolarmente migliori per i settori più 'a rischio' del mercato del
lavoro, quelli particolarmente esposti al rischio di
inoccupazione. Il tasso di attività delle donne da 20 a 24 anni è quasi
del 70%, in Italia è appena sopra il 30%. Il tasso di attività per le donne è, per ogni gruppo di età, almeno 10 punti percentuali più alto nel Regno Unito.
Sarà cultura? Sarà che le ragazze mediterranee vogliono lavorare meno
delle nordiche? O che i mariti machisti non le lasciano lavorare? Può
anche darsi. Ma ricordiamoci che un mercato del lavoro flessibile è
fondamentale per creare posti di lavoro soprattutto per le donne. Da un
lato le imprese, a parità di condizioni, spesso preferiscono offrire un
lavoro a tempo indeterminato a un uomo, che non partorisce e si occupa
meno dei raffreddori dei figli. Dall'altro, spesso sono le donne (per
le stesse ragioni di maternità e cura dei figli) a preferire una
situazione in cui è possibile entrare e uscire dal mercato del lavoro
con una certa facilità. Insomma, un mercato del lavoro flessibile è
molto meglio per le donne che, appunto, sono disproporzionatamente
rappresentate nei settori più a rischio del mercato del lavoro
italiano.

E gli uomini? La stessa storia. Con l'unica differenza che da
30 a 55 anni il tasso di attività in Italia e Regno Unito è pressoché
lo stesso. Il divario grande è nel mercato del lavoro dei giovani, le
vere vittime del sistema italiano. La differenza è di 25 punti
percentuali per il gruppo da 20 a 25 anni di età: nel
Regno Unito oltre il 70% lavora, mentre in Italia solo
il 45%. Il nostro problema è tutto qui. Questa è la differenza tra un
mercato del lavoro (e quindi una società) dinamico e vivo e uno
ingessato e necrotico! Se guardassimo a questi dati per il Sud del
paese, dove la rigidità, la contrattazione collettiva nazionale ed il
posto pubblico fisso la fanno da padroni, le cose sarebbero ancora più
drammatiche.

Ma c'è di peggio. Confrontiamoci con l'Irlanda, un
paese tra i più poveri d'Europa per molto tempo. Un dato per tutti, nel
1985 l'Irlanda aveva un reddito pro capite di poco superiore al 50% del
nostro. Proprio tra il 1985 ed il 1986 l'Irlanda intraprese una strada
liberista in politica economica: basse tasse, liberalizzazione del
mercato del lavoro, tagli "selvaggi" alla spesa pubblica, e via
sciorinando delizie. Insomma quello che vorremmo noi aver visto, per
l'Italia, in questa finanziaria. I risultati del confronto, nei numeri,
fanno impressione: il reddito pro capite irlandese, vent'anni dopo, è
circa il 25% più alto del nostro! Avete letto bene: da metà del nostro
è diventato un quarto più alto, in vent'anni. Per quanto riguarda, poi,
il mercato del lavoro e il destino dei giovani e delle donne, si puo'
ripetere parola per parola, ma aumentando le note positive, quello che
si è detto per il confronto con il Regno Unito. Nel periodo 1981-2002,
la produttività del lavoro è cresciuta più del quattro per cento
all'anno in Irlanda, contro un valore inferiore al due per cento in
Italia. Assieme alla produttività sono cresciuti i salari dei
lavoratori irlandesi: +4% all'anno, quasi tre volte più rapido del
tasso di crescita italiano! Avete capito perché i salari in Italia, sia
in entrata che dopo, sono nella grande maggioranza bassi? Perché da
venticinque anni non cresce la produttività. Fatto uguale a 100 il
valore aggiunto per ora lavorata negli USA, nel 2005 l'Irlanda e' a 104,
l'Italia a 79 (dati OCSE); avessimo preso i dati per l'industria, la
produttività irlandese per occupato sarebbe risultata il doppio di
quella italiana. Naturalmente la flessibilità del mercato del lavoro si
riversa sulla crescita: l'Irlanda cresce da vent'anni a botte del 6-9
percento l'anno; a noi va bene quando arriviamo a 1.5%.

Ma i dati sono sterili. E poi ci crediamo ai dati? Beh allora ricorriamo ai racconti sociologici e di costume. Nel New York Times
del 2 Giugno scorso è apparso un interessante articolo di John
Tagliabue. Racconta dell'invasione dei giovani francesi in Irlanda. (I
francesi sono nella stessa posizione di noi italiani, con un mercato
del lavoro che è uno schifo, rigido, con tassi di disoccupazione
giovanile pari ai nostri, e con un blocco sociale anti-precarietà
durissimo e letteralmente sulle barricate).
Ma cosa ci vanno a fare i giovani francesi in Irlanda? Ci vanno a fare
quello che non possono fare in Francia: lavori precari, ma redditizi
dopo un po' di anni. 20 mila immigrati francesi in Irlanda, negli
ultimi anni (86 mila in Inghilterra). Sembra strano, ma fate mente
locale: pensate al vostro ultimo viaggio a Parigi, al vostro ultimo croque monsieur
al bar, con il cameriere che apre la birra sotto l'ascella; e già,
aveva almeno 50 anni. A Parigi i camerieri non sono giovani che
guadagnano uno stipendio mentre studiano, come a New York o a Londra.
Ma anche a Roma i camerieri sono vecchiotti. Non sarà che i dati sono
giusti? Altri dati allora: le indagini Eurostat (2003 e 2004) ci
dicono che l'Italia e la Francia sono gli unici paesi in Europa dove
non va nessuno, nel senso che nessuno emigra per lavorare in Italia e
in Francia (dall'Europa). Guardate la figura, che indica i flussi
migratori interni all'Europa: nessuna freccia va verso l'Italia e la
Francia. In Italia, e Francia arrivano solo lavoratori dell'Europa
dell'est e tanti extracomunitari che cercano lavori poco o pochissimo
qualificati, e che quindi pagano poco.

Perché questo? Perché in Italia la situazione che abbiamo creato
genera domanda solo per lavoro poco qualificato (che attira gli
extracomunitari perché costoro son ben disposti a lavorare per un
salario basso, che è comunque molto migliore di quello che ottengono
nel paese di origine), mentre in Irlanda ed Inghilterra si
genera domanda per lavoro qualificato. E chi ha la capacità e la voglia
di lavorare in tali, precari, lavori va lì, inclusi molti italiani.

Qui non stiamo parlando solo di baristi e camerieri ma anche di
scienziati, accademici e non, di studenti, e via discorrendo. La
tabella di seguito, presa da un bell'articolo di S. Gagliarducci, A.
Ichino, G. Peri, R. Perotti (disponibile qui)
parla chiaro: la percentuale di stranieri occupati in scienza e
tecnologia in Italia è 1%, contro il 4% e più in Germania e Regno Unito
(e il 10% negli Stati Uniti, ma quelli stanno su Marte). La
percentuale di studenti di dottorato stranieri in Italia è risibile, 2%
(e indovinate da dove vengono ...). Il Regno Unito ha il 35% - trentacinque percento - di studenti stranieri.

  USA Germania Regno Unito Francia Italia Spagna Portogallo
Studenti di Ph.D. dall'estero 26% n.d. 35% n.d. 2% 11% 6%
% di stranieri in scienza e tecnologia 10.0% 4.0% 4.2% 3.5% 1.0% 1.5% n.d.

Insomma, ricapitoliamo: i) la teoria economica ed i dati ci dicono
che un mercato del lavoro regolamentato, sindacalizzato, e ingessato
come quello che si è sviluppato in Italia dal dopoguerra genera
disoccupazione e soprattutto disoccupazione dei giovani e delle donne;
ii) l'Italia questo ha, infatti: alta disoccupazione, specie di giovani
e donne. Sia chiaro allora: chi
vuole questo mercato del lavoro danneggia i lavoratori, soprattutto
quelli che vorrebbero lavorare ma non possono come i giovani e le donne.
Noi vorremmo un mercato del lavoro come quello dell'Irlanda.

4. Gli argomenti contro la flessibilità sono errati

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4. Gli argomenti "tecnici" contro la flessibilità sono empiricalmente irrilevanti e talvolta logicamente errati.
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Ma quali sono gli argomenti logici ed empirici
che forniscono supporto alle restrizioni legislative alla flessibilità
nel mercato del lavoro? Perché introdurre restrizioni legislative al
diritto di licenziamento per motivazioni economiche? Non è facile
trovare nel dibattito in Italia tali argomentazioni in forma
logicamente compiuta. Il livello del dibattito di politica economica
nel paese, lasciatecelo dire, è terrificante. Un "luogo" adatto dove
trovare una controparte con cui dibattere però c'è: il sito lavoce.info
è popolato da seri economisti del lavoro che si pongono queste domande,
come noi, anche se le loro risposte sono spesso differenti. Ecco per
esempio una classificazione di queste argomentazioni ad opera di Andrea Ichino, che riportiamo verbatim per meglio discutere:

  1. Un’eccessiva instabilità del rapporto di lavoro può ridurre
    l’investimento in capitale umano specifico e generale da parte di
    lavoratori e imprese, con esternalità negative e conseguente riduzione
    della produttività e del tasso di crescita.
  2. La possibilità di interrompere senza vincoli il
    rapporto di lavoro può indurre le imprese a selezionare i lavoratori da
    assumere con minore attenzione, peggiorando la qualità media del match tra impresa e lavoratore, con danni per l'intera economia.
  3. Se rapporti di lavoro instabili si alternano a periodi di non occupazione, esiste evidenza di un effetto "scarring"
    a danno del lavoratore, che permane nel tempo, con esternalità negative
    ad esempio sulla progenie del lavoratore stesso. Le conseguenze di
    lungo periodo di un "low labor attachment" sono state ampiamente studiate nel caso dell’occupazione femminile, ma non solo.

Analizziamo queste argomentazioni teoriche una ad una (per
verificarne la validità empirica occorrono i dati, che a quanto ci è
dato sapere sono scarsi). L'esternalità ipotizzata in i) è tutt'altro
che ovvia. Il rischio di licenziamento tende in generale ad
incentivare, invece che a ridurre, la formazione di capitale umano del
lavoratore. Chiedete cosa fanno all'estero i giovani professori in tenure track
(e cioè non ancora confermati), o i giovani avvocati che vogliono
diventare partners, o i giovani commercialisti che hanno iniziato da
poco a lavorare per un'azienda di consulenza o di contabilità. Lavorano
letteralmente giorno e notte. Lo sappiamo, l'abbiamo fatto anche noi.
Una distorsione a favore di capitale umano generale piuttosto che
specifico all'azienda è possibile, ma questa si cura non proibendo il
licenziamento ma, in principio, tassando monetariamente l'azienda che
licenzia "troppo". Notasi che occorre saper calcolare quale
azienda licenzi "troppo" e quale no; cosa non facile. Ma la
scorciatoia di tassare tutte le imprese che licenziano introduce enormi
costi di transazione. Il punto vero è che impedendo il licenziamento si
generano molte più distorsioni di quante supposte
esternalità si eliminino, visto che tutte le aziende che dovrebbero licenziare non
possono farlo, e quindi falliscono (o vivono di sussidi). Il fallimento
di un'azienda altrimenti sana (o il sussidio a vita di una decotta) ha
un costo sociale altissimo: questa è una delle peggiori esternalità che
una cattiva legislazione produce, dato che il fallimento/sussidio distrugge
capitale fisico, umano, ed organizzativo. Nemmeno la formazione di
capitale umano ne è avvantaggiata: nessuno investe in capitale umano
generale se sa che le sue chances
di tornare sul mercato del lavoro sono nulle o minime, visto che nessuno
licenzia e nessuno assume. E il capitale umano specifico all'impresa?
Ma chi investe con salari rigidi, licenziamento impossibile, carriera
per anzianità, mansioni definite per contratto? Avete mai visto qualche
funzionario ministeriale darsi da fare incessantemente per diventare più
bravo e sbrigare meglio le vostre pratiche?

Il punto in ii) ci pare logicamente incorretto. Ad ogni dato
livello di vincoli al licenziamento corrisponde un livello ottimo di
investimento in selezione del personale. Il legislatore stabilisce i
vincoli, e l'azienda sceglie quanto investire in
selezione. Poiché licenziare in Italia è quasi impossibile, le aziende
fanno selezione all'infinito tenendo i giovani assunti in contratti
temporali assurdi inventati dai nostri beneamati giuslavoristi. Ma che
sia sempre ottimo fare più selezione invece di licenziare è ovviamente
falso: implicherebbe che è ottimo non assumere mai e continuare a fare
selezione. Assumere e licenziare sono, entrambi, dei costi di
transazione. È banale che un sistema di diritti di proprietà
efficiente, ovvero una legislazione del mercato del lavoro
intelligente, dovrebbe cercare di minimizzare la somma dei costi di
transazione. Quindi dovrebbe rendere il licenziamento per ragioni
economiche facile, ed altrettanto facile l'assunzione di un nuovo
lavoratore. Starà poi all'azienda e al lavoratore decidere se fare
tanta selezione uno dell'altro e poi firmare contratti di lunga durata
con tutti i vincoli possibili; oppure se per loro è più conveniente un
rapporto di breve durata. Il legislatore saggio, ripetiamo, dovrebbe
solo preoccuparsi di minimizzare i costi di transazione. Lo sappiamo
anche noi che in presenza di inefficienze multiple ridurne solo alcune non
è necessariamente meglio (per i non economisti, questo si chiama
teorema del "second best"), ma ridurle tutte lo è: chiediamo si riducano tutte, dunque!

L'esternalità menzionata al punto iii) è al più un divertissement teorico che un fatto concreto, e la logica che la sottende e' scivolosa. Lo "scarring"
è dovuto proprio alla mancanza di flessibilità nel mercato del
lavoro. Se nessuno licenzia, pochi assumono; se pochi assumono, chi
viene licenziato avrà vita dura, molto dura. Se è stato licenziato
quando quasi nessuno lo è, ci sarà il suo bel motivo: l'effetto scarring
in questo caso è massimizzato proprio perché il licenziamento è raro.
La durata dei periodi di disoccupazione è endogena e una enorme
evidenza empirica, oltre che il senso comune, mostrano che i periodi di
disoccupazione medi sono molto bassi (pochi mesi) quando il mercato del
lavoro è flessibile. Quindi l'effetto "scarring"
in un mercato del lavoro liberale è di fatto limitato a casi
patologici, che ovviamente non si risolvono mantenendo tutti in
occupazioni improduttive. I casi patologici si risolvono con forme di
assicurazione, cose ben diverse dal divieto di licenziare. In ogni
caso, se esistesse un importante effetto "scarring"
generalizzato, anche questo andrebbe curato con un sussidio
all'impresa, non con un'imposizione erga-omnes, esattamente come nel
punto i).

Lo stesso tipo di annotazioni critiche possiamo fare ad
altre argomentazioni di tecnici del mercato del lavoro. Si prenda per
esempio, sempre dallo stesso sito, la recente proposta di "eliminazione
della precarietà" per via giuridica, elaborata da T. Boeri e P. Garibaldi.
La motivazione è lodevole, ma la proposta in cosa consiste? In
codificare la relazione di lavoro fra impresa e dipendente ancora di
più: sei mesi di "prova", poi trenta mesi di "inserimento"; dopo di
questi si passa alla situazione "normale", quella del contratto a tempo
indeterminato. Nient'altro, a parte una riduzione della durata massima
del contratto di lavoro a tempo determinato da tre a due anni, senza
spiegazione del perché. Cosa cambierebbe? Nulla! Perché sei mesi?
Magari al lavoratore e all'impresa vanno bene otto. Perché trenta di
inserimento? Magari ne preferiscono quattordici. Perché il tempo
determinato "giusto" è due anni? Se invece io lo volessi di due anni e
tre mesi? .. La logica della proposta ci pare chiara: ingabbiare i
mercati in criteri decisi a tavolino, con numeri che sembrano quelli di
Maastricht, tirati fuori a caso dal cappello dell'addetto ai lavori.

Sia chiaro, ci siamo concentrati sulle argomentazioni di Ichino da un lato e di
Boeri e Garibaldi dall'altro perché sono le più solide e perché ne rispettiamo gli
autori. Le altre che si trovano in circolazione lasciano molto più a
desiderare. Buona parte della discussione sui giornali è addirittura
senza senso.

5. Che fare?

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5. Che fare? Soyons realistes, exigeons l'impossible!
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Prima di tutto, aboliamo la regolamentazione legislativa delle tipologie contrattuali.

Abbiamo già discusso questo punto. L'articolo 1322 del codice
civile dice che le tipologie di contratto specificate dalla legge non
sono esaustive: le parti possono inventarsene di nuove. Perché questo
non vale per il mercato del lavoro? Una volta proibita la schiavitù e
le poche figure contrattuali che le assomigliano, perché non lasciare
che se un lavoratore e un'azienda sono contenti di avere un rapporto di
lavoro ad hoc, se lo decidano tra loro il contratto appropriato?

Inoltre, riduciamo fortemente l'onere probativo imposto alle imprese dalla legge sui licenziamenti per giusta causa.

Spiace dirlo così brutalmente, ma impedire alle imprese di licenziare
semplicemente quando lo impone il calcolo di convenienza economica,
significa anche impedire alle imprese di assumere quando un nuovo posto
di lavoro è profittevole, proprio perché si caricano le imprese di un
costo aggiuntivo di cui esse dovranno tener conto al momento
dell'ipotetica assunzione. In questo modo si svuoterebbe il dibattito
riguardante l'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, che obbliga il
reintegro del lavoratore nei casi di licenziamento senza giusta causa.

Il nodo da affrontare e tagliare è il seguente: il licenziamento di
poche persone, al limite una sola, per ragioni economiche costituisce
"giusta causa"? Noi riteniamo che, in principio, la risposta sia SI e
che norme debbano essere istituite che lo permettano. Questo non
significa che l'azienda deve esser libera di licenziare arbitrariamente
chiunque stia antipatico al padrone; ma a questo problema si risponde
con opportune leggi contro i licenziamenti individuali discriminatori e
motivati in realtà da ragioni politiche, religiose, e sessuali. La discriminazione ad personam non si elimina imponendo vincoli generali sul licenziamento per ragioni economiche. Noi auspichiamo che, inoltre, non venga definita per legge la necessità
di arbitrati da parte del giudice in caso di conflitto. Si lasci che
l'arbitrato avvenga privatamente e attraverso compensazioni in moneta
accettate dalle parti.

Riassumendo:
si tratta di definire quelle poche e ovvie circostanze in cui il
licenziamento non è permesso perché discriminatorio (e al quale fa
seguito o il reintegro o, se il lavoratore lo preferisce, una
compensazione economica) e permettere il licenziamento in tutte le
situazioni non classificate esplicitamente come discriminatorie.

Poi, aboliamo la contrattazione collettiva a livello nazionale dei salari e delle forme contrattuali.

Non vi è nessuna logica, né di efficienza né di equità, per
mantenere il contratto nazionale, di categoria o di quel che sia. I
contratti vanno fatti a livello aziendale, o individuale, perché è a
livello individuale o, al più, aziendale, che si verifica l'incontro
fra domanda e offerta di lavoro. L'argomento secondo cui solo a
livello nazionale la capacità contrattuale del lavoratore è
equiparabile a quella del datore di lavoro è falso empiricamente, oltre
che specioso logicamente.

Empiricamente falso perché, ovviamente, essendo la mobilità
territoriale del lavoro limitata e le capacità professionali dei lavoratori altamente eterogenee, certi lavoratori in certe aree hanno
una capacità contrattuale superiore alla media nazionale ed altri una
inferiore alla media nazionale: è una media dopotutto. Ugualmente,
alcune aziende saranno altamente produttive, e quindi troveranno il
salario medio nazionale un conveniente regalo (ossia, senza
quell'accordo potrebbero facilmente essere disposte a pagare i loro
dipendenti ben di più) mentre altre lo troveranno troppo alto e saranno
costrette a chiudere o a licenziare (mentre i loro lavoratori,
probabilmente, avrebbero preferito lavorare e guadagnare un salario,
magari inferiore al medio nazionale, invece di non guadagnare nulla).
Quindi, il contratto nazionale con il salario nazionale crea
ingiustizie e disuguaglianze ingiustificate da un punto di vista
economico. Altrettanto ovviamente il contratto nazionale crea gli
incentivi sbagliati: a chi non ha voglia di lavorare e non sa fare
nulla garantisce un salario troppo alto, e chi ha voglia di lavorare e
sa fare le cose bene, offre un salario troppo basso.

È logicamente specioso, perché è ovvio che la contrattazione
decentralizzata è superiore, in quanto si adatta meglio a situazioni
eterogenee, alla contrattazione centralizzata da parte di agenti i cui
interessi non sono allineati a quelli per conto di cui contrattano. E
qui veniamo al punto dolens: i contratti nazionali e la
rappresentatività erga omnes di alcune organizzazioni sindacali servono
solo a mantenere in piedi una burocrazia sindacale parassitaria e
potente, pagata con le tasse dei lavoratori, in attesa che si liberino
per i più fortunati fra di loro posti da ministro, viceministro,
presidente di camera e senato, parlamentare, o anche solo presidente
dell'Inps, o dei mille istituti inutili ma costosi che i sindacalisti
italiani presiedono prima d'andare in pensione.

Infine, proteggiamo i lavoratori da eventi avversi attraverso una assicurazione di disoccupazione obbligatoria e nazionale.

Esisteranno sempre congiunture sfavorevoli, fallimenti di imprese,
lavoratori che perdono il loro impiego. Il sistema attuale è
particolarmente sfavorevole verso i più sfortunati, i disoccupati. La
cassa integrazione guadagni provoca effetti perversi disincentivando il
lavoratore dal cercare un nuovo lavoro; soprattutto, non a tutti la
cassa integrazione viene concessa, alcuni sono "fortunati", altri molto
meno, il ché è ingiusto e crea incentivi distorti. E se l'impresa
fallisce, quando la cassa integrazione finisce il lavoratore si trova
senza lavoro e senza stipendio. Occorre invece istituire
un'assicurazione di disoccupazione obbligatoria e nazionale. Se proprio
volete un modello per quest'ultima, quello spagnolo è un buon punto di
partenza; In Spagna la cassa integrazione non esiste da tempo, e la
contrattazione nazionale e di categoria sta passando di moda, mentre
sempre di più il grosso della contrattazione si fa a livello aziendale
... sarà un caso che la Spagna ha aumentato il numero dei suoi occupati
del 50% (cinquanta per cento!) in undici anni?

Serve altro? No, per quanto riguarda il mercato del lavoro non serve altro.

Certo occorrono anche riforme in altri settori, ma abbiamo promesso
di parlare solo di mercato di lavoro in questo post. Comunque, ecco la
lista della spesa: oltre ai dieci, cento, mille 'bersani' che
liberalizzino persino il settore della distribuzione di carta igienica,
occorre tagliare le tasse sul reddito da lavoro, tagliare i contributi
sociali, liberalizzare in modo attuarialmente equo l'età di
pensionamento.

Se vi siete stancati di leggere cose tecniche - vi avevamo
avvisato: non sempre scriviamo cattiverie e goliardate più o meno
sconce - basta così. Il grosso l'abbiamo detto e la rivoluzione,
pardon: riforma, del mercato del lavoro che s'ha da fare l'abbiamo
descritta. Ma se vi vanno alcune altre riflessioni più generali,
adelante!

6. Il "posto fisso alle Poste" e conclusione

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6. Ma il "posto fisso alle Poste" non è un bene?
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Le microscopiche riforme introdotte dalla Legge Biagi hanno creato
sconcerto in alcuni settori del mondo politico-sindacale, uno sconcerto
che ha trasformato questa leggina in un simbolo da abbattere. A fronte
dell'effetto reale sortito, una tale reazione sembra francamente
spropositata. Ci sono varie ragioni per questo, ma la principale è
ovviamente di natura simbolico-politica: la legge Biagi stabilisce che
lo statuto dei lavoratori non è una bibbia intoccabile, ma una legge
fatta quasi quarant'anni fa, con un mucchio di difetti e che ha
prodotto più danni che altro ai lavoratori. Se era giustificata al tempo, di certo non lo e' piu' ora. Ovviamente, nel dibattito
sopra la legge Biagi, questo non viene detto. Ciò che viene detto,
invece, è che la legge Biagi "crea" o "genera" o "sostiene" o "incentiva" la precarietà del rapporto di lavoro.
Chiediamoci, dunque, è vera questa accusa? In cosa consiste la
precarietà? Cosa genera la precarietà? E' davvero così terribile la
precarietà?

Non c'è dubbio che la precarietà in Italia, e anche altrove,
spaventa. La lotta alla precarietà è l'unico argomento su cui destra e
sinistra appaiono in accordo. Dalla chat di Romano Prodi con il Corriere,
Domenica 26 Marzo, 2006, si legge: "Con questa legge [la Legge Biagi]
si è istituzionalizzato il precariato. Berlusconi dice che c'è solo il
12% di lavoratori precari. Sì, nella massa. Ma tra i giovani più della
metà sono precari. E questo significa distruggere una generazione:
impedire loro di fare programmi, acquistare una casa, fare figli. [...]
Per questo ho proposto di alzare il costo del lavoro precario e di
ridurre il costo per il lavoro stabile». Casini, a Porta a Porta,
difendendo la Legge Biagi, dice (riportiamo a memoria): "siamo tutti
genitori, e tutti sognamo un posto fisso per i nostri figli." La
dichiarazione di Casini è rivelatrice: secondo lui la precarietà si
elimina con il posto fisso, ovvero la precarietà è uguale al posto di
lavoro non fisso, non eterno.

Il posto fisso garantito esiste
solo nel mondo dei sogni e delle menzogne che i politici ed i
sindacalisti italiani da sempre raccontano. Chiediamolo ai giovani
meridionali quanto si sentono garantiti dal posto fisso (lo cercano,
naturalmente, perché non hanno altra possibilità - eccetto emigrare,
cosa che hanno sempre fatto e continuano a fare). Solo nel settore
pubblico esiste, purtroppo, il posto fisso. Infatti il settore pubblico
non progredisce, non compete, non migliora, non esiste per servire i
cittadini, e si vede. Se il settore pubblico volesse progredire
dovrebbe adottare prima di tutto il principio che il lavoratore che non
funziona si può cambiare di posto, rimuovere, abbassare di qualifica,
e anche licenziare. Come succede, guarda caso, in tutti i paesi del
mondo in cui i servizi pubblici sono minimamente funzionanti, e come sostiene - altra voce che predica nel deserto - Pietro Ichino.

Lo spettro della precarietà, dunque, si aggira per l'Europa. Noi la
chiamiamo flessibilità e vuol dire questo: un'azienda ha il diritto di
licenziare un lavoratore, con un preavviso di uno o due o anche tre
mesi, per ragioni puramente economiche, ovvero perché non ne ha più
"bisogno" ed il lavoratore costa troppo rispetto a ciò che produce. Da
molte parti si considera tale diritto un male, noi lo consideriamo un
bene, anzi un elemento necessario per lo sviluppo economico. Che
piaccia o meno alle anime belle che predicano la programmazione ed il
lavoro stabile come se fossero una specie di miracolo legale, il posto
di lavoro stabile non esiste e non è mai esistito. Laddove è stato
imposto, per esempio nei servizi pubblici, avviene ad un alto costo per
il resto della società che deve privarsi di parte del prodotto del
proprio lavoro per pagare il salario ad un lavoratore che sta facendo
cose che non servono a nessuno, oppure non sta facendo assolutamente
nulla. Poiché, per ovvie ragioni, se qualcuno consuma senza far nulla
dev'esserci qualcun'altro costretto a consumare meno di ciò che
produce.

L'istituzione del posto fisso è dunque iniqua e premia solo gli
approfittatori, i raccomandati, o anche solo i fortunati. Trasforma il
mercato del lavoro in una lotteria, nel migliore dei casi, o in un
lupanare dove si pratica il meretricio di massa: la raccomandazione,
l'amico/parente politico o sindacalista con il contatto che riesce a
farti assumere, che riesce a truccare il concorso, o addirittura tu
stesso/a che corrompi per vincere il concorso. Il posto fisso non
protegge i deboli, fa invece loro danno perché i deboli sono, appunto,
senza connessioni, senza capacità di meretricio, senza assi nella
manica, senza abilità di arrangiarsi. I deboli, in un mondo con i posti
fissi d'appannaggio ai furbi, si prendono le briciole. Il debole ha una
sola cosa a suo favore nella vita: che gli venga data l'occasione di
mostrare che vale, che ci sa fare, che anche lui può lavorare, produrre
e inventare.
Insomma, il debole figlio di nessuno ha solo la competizione come
speranza: se gli impedisci di competere, se crei un sistema dove i
furbi son "dentro" con i posti fissi per sempre, e i figli di nessuno
"fuori" con i posti marginali, i lavori più duri e senza prospettive
di carriera, allora il figlio di nessuno è debole per sempre. L'unica
salvezza dei deboli figli di nessuno, lo ripetiamo, è la precarietà dei
furbi, la possibilità che i furbi debbano temere la concorrenza dei
figli di nessuno: in un mondo flessibile il debole ha qualche speranza
di prosperare, in un mondo di posti fissi è fregato per sempre.

Se il lettore e' interessato ai dati seri sulla mobilità sociale, legga l'articolo di
Chris Flinn, "Labor Market Structure and Inequality: a Comparison of
Italy and the US" (in Review of Economic Studies
July 2002, vol. 69, n. 3). Chris trova che mentre la disuguaglianza
misurata scattando una fotografia dei redditi in un dato momento è più
alta negli USA che in Italia, quando si guarda all'intero arco di vita
non lo è. Questo perché nel mercato del lavoro americano ci sono più
opportunità di effettuare transizioni in su e in giù all'interno della
distribuzione dei redditi, mentre in Italia è tutto gessificato.
Perché gli italiani, ciononostante, cercano il loro bel posto alle
Poste? Decenni di politiche cattocomuniste sul mercato del lavoro e un
secolo e mezzo di emigrazione dei più motivati e ambiziosi (non stiamo
pensando a noi stessi, adesso, noi siamo solo poche centinaia,
irrilevanti; stiamo pensando all'emigrazione in Argentina e negli Stati
Uniti dalla fine dell'800 sino alla seconda guerra mondiale, e in
Germania e Svizzera negli anni 50 e 60) hanno lasciato il segno sulla
cultura e i valori del paese. Secondo la World Values Survey
del 1999, alla richiesta di identificare in una lista gli aspetti
importanti di un lavoro, gli italiani menzionano la "sicurezza e la
mancanza di rischio" molto più di quanto non facciano gli inglesi, gli
irlandesi, e gli americani, come riportato nella Tabella.

Sicurezza e mancanza di rischio (1999)
TOTALE Irlanda Italia Gran Bretagna USA
Non menzionata 28,5 31,4 23,9 34,9 28,2
Menzionata 71,5 68,6 76,1 65,1 71,8

Perché? Ci sono due ragioni fondamantali, oltre alle ragioni
"culturali" cui abbiamo accennato. Questi sono appunti per Ex-Kathedra
futuri, ma li mettiamo qui per chi ha voglia ancora di leggerci.

La flessibilità è un problema di equilibrio generale.

i) Non basta liberalizzare i contratti dei giovani solamente. ii)
Ogni misura sul mercato del lavoro ha impatto minimo in un paese con
tassazione violenta come il nostro (perché le imprese fanno fatica a
innovare, perché molte sono in nero...), quindi bisogna liberare
risorse dalla spesa, e tanta (e questo in Italia non è possibile senza
mettere le mani sulla "questione meridionale"). iii) Non basta un
mercato del lavoro flessibile se il mercato degli affitti è bloccato da
tipologie contrattuali stabilite per legge (a Milano non si puo'
affittare a meno di 4+4 anni; cioè 8 anni, che possono diventare 4 se
si dimostra necessita di usare l'appartamento per se stessi). iv)
Bisogna liberalizzare il mercato del credito, così se voglio dei
capitali per fare i "kinky boots"
posso trovarli facilmente. v) Bisogna abolire gabelle, timbri, licenze
e certificati (notarizzati, ovviamente) attualmente necessari per
aprire un business.

La transizione a un mercato del lavoro liberale è costosa.

Niente è gratuito. Per passare da un mercato del lavoro come quello
italiano a un mercato del lavoro di carattere liberale e garantista,
come quello inglese o irlandese che a noi piacciono tanto, ci vogliono
lacrime e sangue. Ricordate la Thatcher? La depressione delle grandi
città industriali inglesi (Liverpool, Manchester, per esempio) alle
fine degli anni 70? Ricordate i bei film sulla disperazione della
classe media che deve affrontare licenziamenti e riconversioni
industriali (pensiamo a My beautiful laundrette, Full monty,
i film di Ken Loach, e via così)? Lacrime e sangue allora. Ci rendiamo
conto. Ma 10-15 anni dopo l'Inghilterra è un paese vivo, sempre più
ricco (anche e soprattutto nella sua classe media); ricco
economicamente e vivo intellettualmente, positivo e ottimista. La
cinematografia inglese comincia a cambiare temi. Ora Ken Loach fa
film sulla guerra in Iraq, i giovani registi impegnati si occupano di
identità etnica (East is east, Bend it like Beckham)
molti registi fanno film allegri e divertenti, o magari intimisti, ma
nessuno si preoccupa più delle disperate periferie di Manchester, che
tanto disperate non sono più.

L'Italia è ora (beh, è stata negli ultimi 30 anni) dove
l'Inghilterra era alla fine degli anni 70. E le cose peggiorano.
Possiamo chiudere gli occhi e fare finta che la Cina non esista, né il
resto del mondo. Possiamo evitare di passare dalla fase di
riconversione e transizione, certamente, ma finiremo a passo svelto
verso il modello argentino. Non vogliamo nemmeno sapere che film fanno
in Argentina, francamente. Ah, si, fanno Nueve Reinas:
il manuale dell'arrangiarsi truffando il prossimo! Invece, pensiamo
all'Irlanda, quello deve essere l'obiettivo.

Oltretutto, i costi della
transizione, per quanto elevati, possono essere in parte alleviati con
opportune misure di assicurazione sociale (di cui non parliamo in
dettaglio, ma le abbiamo accennate sopra e ci ritorneremo). Tanto per
intenderci, assicurazione sociale non significa mantenere guardie
forestali in Calabria in numero 10 volte superiore a quelle del
Trentino, ma significa dare alle guardie un tempo ragionevole per
riconvertirsi ad altro. E "altro" può richiedere lavorare sul serio,
magari anche muoversi dove il lavoro è offerto. Questo è costoso,
per le guardie, e ci spiace per loro: non fanno nulla di male,
individualmente (hanno solo trovato il lavoro che più gli conviene), ma
sono stese su rendite socialmente inefficienti che il paese non può permettersi.

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Conclusione
''

Un'avvertenza conclusiva, per rassicurare il lettore (e addirittura
chiedergli di rileggere le argomentazioni, che abbiamo faticato a
fare): non siamo pazzi, né "amici dei padroni".

Ce la prendiamo qui con le rendite sul mercato del lavoro, garantite da
sindacati irresponsabili, perché parliamo del mercato del lavoro. Le
rendite monopolistiche dei "padroni" ci piacciono ancora meno. Ma di
questo ci occupiamo quotidianamente su nFA.
Qui ci occupiamo del mercato del lavoro, per una volta. E ci teniamo a
sostenere con forza, e a proposito insistiamo sia qui che altrove,
siamo certi d'essere "amici dei lavoratori".

Non siamo pazzi. Buona parte della gente che ha pensato e pensa a
queste cose da un punto di vista tecnico e privo di pregiudizi, la
pensa come noi. Blanchard e Tirole, economisti di fama e "di sinistra"
per esempio: "Reforms
of the unemployment insurance system which allow for higher insurance
while maintaining search effort [..] have both direct insurance
effects, but also indirect ones, as they allow to decrease employment
protection and improve efficiency" (in "Contours of employment protection reform"). Non
viviamo nelle catacombe: è il dibattito italiano sul mercato del
lavoro, cui il cittadino è normalmente esposto, che sta nelle catacombe
del pensiero economico.

La verità vera ma peccaminosa perché nega decadi di cattocomunismo
straccione, la verità che tutti tacciono travolti da un buonismo
anti-mercato tanto ipocrita quanto dannoso, è che la libertà
contrattuale sul mercato del lavoro fa bene soprattutto ai lavoratori!
La loro migliore protezione è proprio la flessibilità, e la migliore
garanzia è un sussidio di disoccupazione fatto come logica economica e
senso comune comandano. Ma per far tutto questo, occorre passare sopra
le lobbies sindacali, professionali, e parrocchiali; occorre
sconfiggere le loro parassitiche burocrazie.

Sappiamo che è difficile, ma non importa: soyons realistes, exigeons l'impossible.

Nota: abbiamo suddiviso l'articolo in sei pagine. Chi volesse leggerlo o stamparlo in un'unica pagina puo' usare la versione stampabile ottenibile cliccando sull'apposita icona a fianco della data di pubblicazione.

42 commenti (espandi tutti)

Da (modesto) economista, concordo sul piano tecnico con la vostra analisi e proposta. I miei dubbi - e sottolineo dubbi, non ho certezze al riguardo - sono di altro genere: gli USA (paese che ammiro incondizionatamente) o la Gran Bretagna sono davvero il modello di società da proporre in questo momento storico per l'Italia? Non parlo da economista: tacciatemi di "ateo devoto" o di "ratzingeriano di ritorno", ma dal settembre 2001 cerco di guardare a tali questioni spogliandomi per quanto possibile delle robuste convinzioni economiche (che in fondo credo coincidano con le vostre: il mio nickname dovrebbe essere self-explaining, anche se nessuno dei due era "solo" un economista) ed adottando una visione più complessiva. La butto lì a titolo di esempio e, ripeto, senza avere una risposta in tasca: quanto è compatibile difendere i valori occidentali, p.e. la famiglia e l'educazione tradizionale dei figli, obiettivo per me imprescindibile di fronte alla realtà dello scontro di civiltà in atto, con un sistema economico che spinge (meritoriamente sul piano della mera efficienza economica) alla mobilità p.e. territoriale? Se la forza della società italiana è nelle piazze e nei campanili, è davvero desiderabile creare generazioni di individui senza radici? Parafrasando un vostro esilarante pezzo di qualche giorno fa, dal punto di vista del "capitale sociale" da preservare non è in fondo meglio che il figlio del farmacista faccia anch'egli il farmacista, e il figlio dell'operaio faccia l'operaio, ecc., ecc. se questo consente di preservare una rete di valori e relazioni sociali secolari? Voi direte: assolutamente no, perché un sistema sociale mummificato non progredisce economicamente e quindi è destinato a perdere anche nell'(immagino per voi solo eventuale) scontro di civiltà. Io dico: e chi ci dice che il tipo di progresso in grado di farci vincere lo scontro sia (solo) quello di tipo economico? E se invece servisse un progresso (o una mera difesa) di tipo morale/culturale? Dico questo perché temo davvero che in un paese ormai marcio e quasi privo di valori come l'Italia riforme economiche come quelle che voi proponete potrebbero distruggere anche il residuo di "radici culturali" che ci rimangono. Mentre le stesse riforme, in nazioni con un sistema sociale, culturale e di valori condivisi molto più robusto come gli USA, i paesi anglosassoni in genere, ma anche alcuni stati europei (p.e. l'auspicabile futura Francia "all'americana" di Sarkozy), non possono che avere effetti positivi, non sono affatto certo che da noi il risultato non sarebbe il definitivo collasso della società italiana, con la resa di fronte al relativismo culturale e, più tardi, di fronte al "nemico tra noi".  

A mio modesto parere la "nuova famiglia italiana" non è proprio un
bene da proteggere. Proprio in questi giorni i giornali sono pieni di
episodi di bullismo a scuola e stupri da parte di ragazzini minorenni a
compagnette di scuola. I commenti dei genitori degli stupratori? "La
scuola sa solo punire!!!". Ma siamo matti, adesso la colpa è della
scuola e non della famiglia. E poi, se andiamo a vedere il consumo di
droga nelle discoteche frequentate da minorenni (purtroppo non ho dati
ma hoi ricevuto l'informazione da persone che ne hanno accesso), parlo
di cocaina, il consumo è altissimo. Chi glieli da i soldi a costoro se
non i genitori? 50 o 100 euro alla settimana? Io fino a 18 anni vedevo
tra le 10000 e le 20000 lire a settimana e zitto. E non ditemi che
adesso c'è l'euro!!!

Insomma, non mi sembra che la famiglia
italiana odierna rappresenti questa grande risorsa da proteggere.
Proteggere poi da cosa? Da una riforma che crea occupazione e che ti
obbliga a spostarti da Bari a Milano nella peggiore delle ipotesi? E
poi diciamoci la verità, ora come ora si spostano i migliori, chi va
all'estero e chi migra nelle grandi città per trovare un lavoro che si
addice alle sue capacità. Di questi non vogliamo curarci? Ci
preoccupiamo solo di coloro che poverini, potrebbero essere costretti a
spostarsi data una riforma che crea più occupazione e ricchezza per
tutti? Non mi sembra proprio il caso.

 

 

Dimenticavo! Scusate la nuova intrusione ma volevo una informazione tecnica: è possibile utilizzare i vostri articoli a scopi didattici (handout agli studenti o links sul sito del corso e simili)?

Certamente! Come dice il fine print in fondo alla pagina:

Contenuti pubblicati a norma di una licenza Creative Commons Attribuzione 2.5 .

Nel link puoi persino trovare i dettagli in legalese, se necessari.

Da un punto di vista GE, una condizione necessaria per far funzionare le cose proposte è, dopo aver cancellato lo statuto dei (non)lavoratori, una profonda riforma del processo civile. Se vengo licenziato e voglio portare in giudizio il datore di lavoro diciamo per discriminazione di qualche tipo, devo essere certo che la mia causa, se ha merito, verrà giudicata prima di una decina d'anni!!

Altro punto marginale ma (per me almeno) logicamente interessante: come la mettiamo con i contratti tenure? Negli US, a parte i giudizi di supremi court (forse anche i giudici federali, ma su questo non sono certo), tutti i contratti sono at will meno quelli tenure all'università. Si, lo so, l'impegno è sul non licenziare i tenure professors, non sull'adeguare le loro remunerazioni a market value e neanche all'inflazione, per non parlare del fatto che gli si può aumentare molto il carico didattico. Nonetheless, sapete meglio di me quanto difficile sia fire a tenure professor (do you remember graciela, michele?). Che ne pensate? C'è qualche paper su questo? Io ricordo solo, nella notte dei tempi, un paper di Piero Tedeschi al riguardo, molto complicato e, per quanto mi ricordo, non molto conclusive...

Comunque, anche se non serve dirlo, sono d'accordo in pieno sul modello (di partial equilibrium) proposto in questo articolo.

caro stockli,

siamo d'accordo sulla riforma del processo civile - mi pare di ricordare che la durata media di un processo civile oggi in Italia si aggiri sugli otto-nove anni... D'altronde avevamo specificato che ci limitavamo al mercato del lavoro, senza elencare tutti i campi di possibili (e dolorosamente necessarie) riforme. 

L'esempio della tenure e' ovviamente interessante. La motivazione che si usa di solito e' che la tenure e' necessaria per fornire gli incentivi giusti ad intraprendere progetti di ricerca di lungo respiro e molto rischiosi, che senza tenure magari non verrebbero fatti con possibile perdita per lo scibile umano (p.e., la prova dell'ultimo teorema di Fermat...). 

Per quanto riguarda gli strumenti a disposizione dell'universita' che volesse liberarsi di un professore nullafacente, a parte quelli che hai menzionato tu c'e' anche la possibilita' di chiudere un intero dipartimento, cosa che a volte e' stata utilizzata con successo.

...fra le coscenze italiche. Poco, forse, ma si muove. Ecco un fondo di Pietro Ichino di oggi, http://www.corriere.it/Primo_Piano/Editoriali/2006/11_Novembre/21/ichino.shtml.

Ancora più che la (sacrosanta) eliminazione di concorsi e valore legale del titolo di studio, mi colpisce la proposta ancor più sacrosanta di un sistema di voucher per l'università. Si, lo so, non c'è speranza che cose così intelligenti avvengano in Italia, ma leggere queste proposte almeno aiuta a non sentirsi così soli...

sara', mio caro stockli. pero' non riesco a togliermi l'immagine di ichino che legge i necrologi (sulla stampa anglo-sassone- poco o nulla su quella italiana o mi sbaglio?) su friedman e pensa, "pero' questa idea dei voucher non e' mica male; domani la vendo sul corriere come mia'

alberto, so che per noi capitalism and freedom, e le pagine splendide su education, sono altro che per l'ex compagno, cigiellino e allievo di giugni. A me però importa che certe cose si dicano, si ricordino, che non si stenda il velo dell'oblio (sto invecchiando male...), e anche se le dice l'ex compagno, cigiellino e allievo di giugni scoppiazzando dai necrologi su Friedman, meglio che niente.

Su university tenure, invece, che mi dici? 

Secondo me la tenure non induce gli incentivi giusti per fare ricerca;
trattasi questa di opinione personale che non posso supportare con studi
seri, che per io conosca non esistono; in ogni caso la presenza di tenure non e' grave cosa perche', come detto altrove, di fatto
esistono altri meccanismi che le universita' possono usare per
vanificarla (salari e inseghamento). Se questi meccanismi diventassero
difficili da usare, bisognerebbe pensare ad abolirla (sempre secondo me, e sempre salvo qualcuno mi porti un serio studio che dimostri che la somma dei suoi costi e benefici valgano a mantenerla)

[nota: commento modificato su richiesta di chiarimento, 11/24/06]

concordo assolutamente. e aggiungo: in un mercato fluido come quello USA e' completamente irrilevante. se la si togliesse si avrebbe come unico effetto che i "vecchi" che non fanno piu' ricerca insegnerebbero di piu', e questo sarebbe solo efficiente

Son d'accordo ma purtroppo non sarebbe il solo effetto (chi non fa ricerca, vecchio o giovane, gia' insegna di piu', a volte MOLTO di piu'). I giovani costerebbero MOLTO di piu' (se accademia ha lo stesso rischio di Wall Street, allora meglio che mi paghiate come Wall Street visto che anche Goldman ha appena fatto un offerta) e farebbero MOLTA meno ricerca (perche' sforzarsi tanto ora quando il premio non arriva subito ma e' diluito nel tempo?) ... alquanto inefficiente, come abbondante letteratura suggerisce.

Mi autochiarisco: uno puo' pensare quel che vuole sugli effetti di tenure sugli incentivi a fare ricerca; resta il fatto che l'esempio e' poco calzante col contenuto dell'articolo: tenure mica e' imposta dalla legge - noi siamo per la liberalizzazione dei contratti, se universita' x e docente y vogliono firmare un contratto con tenure, sono liberi di farlo. 

Si noti anche che infatti tenure e' sempre meno usata nell'accademia americana, ormai moltissime discipline usano adjuncts (professori a contratto a tempo determinato) per l'insegnamento undergratuate.

Cari Redattori, quanto è legato il successo dell'Irlanda alla bassa
tassazione sui capitali provenienti dall'estero? Grazie alla politica
di differenziazione tra la tassazione sul capitale interno (28%) e
quello estero (10%) gli irlandesi sono riusciti ad attrarre gran parte
degli investimenti diretti dall'estero verso l'europa.  Quale
sarebbe stato il risultato di questa politica se il mercato del lavoro
non fosse stato flessibilizzato allo stesso tempo? Immagino una
crescita meno sotenuta ma non sarebbe comunque l'Irlanda cresciuta più
dell'Italia? Non sarebbe auspicabile una politica di questo tipo anche
in Italia? D'altronde, non sarebbe più facile attuare una
liberalizzazione del mercato del lavoro in periodi di crescita che in
un periodo di stagnazione? 

Cari rumorosi americani:

 ho letto con gusto l’articolo sulla rivoluzione del mercato del lavoro e sono sinceramente intenerito dal vosto entusiasmo. Alcuni spunti polemici sono notevoli e ben scritti, da altri mi sembra vi lasciate trascinare dalla paranoia e immaginiate che solo sepolcri imbiancati possano non essere d’accordo con voi. Io mi limitero’ a chiedervi di lavorare di piu’ per fornire l’evidenza empirica che manca ad alcune delle vostre argomentazioni.

1) “Posto fisso alle Poste”: quanti sono quelli che lo sognano? Sono tanti rispetto a cosa? (Altri paesi? Altri periodi storici?). E’ assunto come dato di fatto nel dibattito che “tanti lo sognino” ma ottenere evidenza empirica non e’ banale: non basta certo il numero di iscritti ai concorsi pubblici (se il sistema di reclutamento non e’ omogeneo nel tempo e tra paesi questo puo’ amplificare o meno gli iscritti e far perdere valore alla comparazione riguardo al fatto se siano “tanti”).

2) Riguardo i (scandalosamente bassi) tassi di occupazione in Italia avete identificato la ragione principale: basso tasso di occupazione femminile e basso tasso di occupazione giovanile. Dati tutti i possibili effetti di feed-back provenienti dal mercato del lavoro, siamo sicuri che il mercato del lavoro abbia in first-order effect nello spiegare i bassi tassi di occupazione di queste due categorie. Butto li’ due possibili spiegazioni: per i giovani, il sistema scolastico a livello terziario (soprattutto per la fascia d’eta’ che citate: 20-25 anni); per le donne, asimmetrie nel carico di lavoro in famiglia e discriminazione. naturalmente entrambe le spiegazioni sono legate al mercato del lavoro ma dire che la mancanza di flessibilita’ nel mercato del lavoro sia la cuasa quantitativamente piu’ rilevante nello spiegare i bassi di attivita’ per questi due gruppi e' qualcosa che rimane da essere provato.

3) Nella risposta alla lista di Andrea Ichino riguardo i costi della flessibilita’ portate il solito esempio del tenure-track che coinvolge gli accademici americani. Una sola domanda: se la flessibilita’ ha questi formidabili effetti incentivo perche’ la tenure esiste? In fondo il tenured professor americano e’ nella stessa posizione dell’impiegato delle poste italiano: inamovibile posto a vita a meno di comportamento criminale. Richiesta di empirical evidence: data una cross-section di professori americani quanto sono in un contratto di lavoro flessibile?

4) L’impiegato alle poste o peggio al ministero o (brrr) all’INPS sono il vostro target preferito. Ancora richiesta di empirical evidence: la proporzione di occupati nel settore pubblico in Italia e’ molto piu’ alta di quella in altri paesi, ad esempio gli Stati Uniti dove il budget del Pentagono da solo e’ pari al GDP della maggior parte dei paesi del mondo? Ancora il calcolo non e’ banalissimo: ad esempio, come confrontiamo paesi con diverse proporzioni di scuola pubblica e privata o ancora con sistemi di assicurazione sanitaria diversa? Come calcoliamo l’indotto?Ancora: c’e’ effettivamente liberta’ di licenziamento nel settore pubblico americano (o irlandese o inglese)? Se non c’e’ usano altri sistemi di incentivi o bastano gli effetti di equilibrio provenienti dal mercato del lavoro privato?

5) Contrattazione collettiva: qui sinceramente mi sembra siate un po’ ingenui quando dite che “non vi e’ nessuna logica, ne’ di efficienza, ne’ di equita’ per mantenere il contratto nazionale”. Certo che c’e’: aumenta il bragaining power per gli unskilled workers. Altrimenti perche’ mai Wal-Mart fa’ tutta ‘sta fatica per tenere fuori i sindacati dai suoi orribili grandi magazzini? Poi possiamo discutere qual’e’ il beneficio netto, se sia appropriato a tutti i livelli o solo alcuni, quali effetti occupazionali abbia ma dire che non abbia logica mi sembra buttata li’. Domanda di evidenza empirica: che proporzione del salario totale e’ data dal contratto collettivo nazionale? (Per industria e occupazione, please).

Un’ultima cosa: non sottovalutate il cinema argentino.

Pau Flaccido

Vorrei provare a rispondere, ma non so se farlo o meno, ed ho paura di farmi prendere la mano. Per le seguenti ragioni che definirei "tecniche" (elencate seguendo la numerazione usata nel commento precedente):

1) Noi dei dati li diamo, molti altri hanno dato altri dati sul fenomeno, tutti puntano nella stessa direzione. Il commento dice che la direzione in cui i dati puntano non lo convince perche' la conclusione non gli piace. Mi dispiace non gli piaccia, ma avrebbe lui dei dati migliori e diversi? Ci voglion dei dati nuovi per far tacere i dati vecchi. Poi tira fuori un problema di non omogeneita' nel sistema raccolta dati e condizioni paesi che potrebbe distorcere i dati che noi ed altri abbiamo a disposizione: giusto, ma potrebbe distorcere in entrambe le direzioni, ovvero i sognatori del posto di usciere/postino in Italia potrebbero essere ancor piu' di quanto le statistiche rivelino! L'argomento non lo vedo, mentre vedo l'affermazione ideologica: non mi piacciono le conclusioni. Mi dispiace.

2) Sembra che il commentatore non abbia letto il testo del post. Parliamo di giovani e donne ed insistiamo su di essi. L'evidenza empirica e' univoca, la teoria pure. Gli argomenti che "butta li'" sono proprio "buttati li'", ovvero non hanno consistenza ne' logico-teorica ne' empirica. Valgono tanto quanto il seguente: i giovani e le donne in Italia hanno un tasso di occupazione piu' basso perche' i gelati italiani sono migliori che negli altri paesi, poiche' a giovani e donne i gelati piacciono molto preferiscono passare il tempo a mangiare gelati che a lavorare. Oppure che le mamme italiane sono piu' mammone (e non lasciano che i giovani escano da casa e vadano a lavorare) ed i maschi piu' machisti (idem per le donne). Aria fresca. Ripeto, ci vuole un modello e dei DATI per battere un modello e dei dati, altrimenti siamo alle solite proteste ideologiche: non mi piace la conclusione.

3) C'e' una letteratura gigantesca sull'argomento, non mi sembra domanda da farsi visto che l'anonimo scrivente da' l'impressione di essere uno che all'economia dedica piu' di una passeggera attenzione. Mai sentito di tenure professors che, avendo smesso di darsi da fare e di far ricerca, hanno ora lo stesso stipendio nominale di 5 anni fa? Quelli con lo stesso stipendio di 10 anni fa son pochi, infatti: cambiano lavoro prima. Esempi? A iosa, come on! Ma, di nuovo, il commentatore non si rende conto della natura illogica del suo argomento. Non potendo negare l'ovvio fatto che ovunque vi sia il rischio di essere licenziato la gente lavora duro ed investe in capitale umano - perche' non lo puo' negare e (by the way) l'esempio del tenure track e' quello quantitativamente meno rilevante fra quelli elencati nel post - fa la domanda retorico-controfattuale. Ossia, perche' non ce n'e' ancor piu' di flessibilita'? Perche' non ce n'e' ancora di piu' possiamo discutere, ma intanto: perche' non cominciamo ad introdurre in Italia la stessa flessibilita' che c'e' all'estero e poi discutiamo se aumentarla? In ogni caso, l'aspetto che conta del nostro argomento e' mostrare che la teoria di Andrea Ichino (ossia: rischio di licenziamento => basso investimento in capitale umano specifico) e' empiricamente, oltre che teoricamente, falsificata.

4) Domande interessanti, alcune hanno risposte ovvie e ben note (appena ho un attimo le elenco con bibliografia). Comunque, interessanti. Sarebbe carino che l'anonimo commentatore facesse anche lo sforzo di produrre alcune risposte, no? In ogni caso, in che senso quelle domande - e le mille altre possibili, per esempio: quanto dura un contenzioso fiscale negli USA? Ed in Italia? Io la risposta a queste domande la so, ma non ve la dico ... - eliminano o contraddicono la cogenza del nostro argomento? In Arizona, dove mi trovo, c'e' il sole, vero. Ma questo non elimina l'opportunita' d'uscire con l'ombrello a Londra verso la fine di novembre...

5) Lo stesso di prima. Dov'e' l'evidenza che sorregge la contro affermazione? Ripeto la nostra affermazione: collective bargaining non migliora per niente il bargaining power degli unskilled a livello aggregato. Il commentatore dice di no (e cita Wall Mart che non c'entra nulla, classica incomprensione degli effetti di equilibrio economico generale). Va bene, allora dev'esserci un argomento logico e dei dati empirici coerenti con esso che mostrano che la gente con low skills viene beneficiata, a livello aggregato e dopo gli aggiustamenti di equilibrio generale del caso, dalla contrattazione collettiva nazionale. Se ci sono, qualcuno li tiri fuori per favore. Attenzione, occorre mostrare che crescono sia il livello di reddito che il livello di occupazione di tutti i lavoratori poco qualificati, non dei fortunati che sono gia' "dentro" quando c'e' il colpo di mano contrattuale, e prima che si chiudano a serramanico i cancelli e le porte dell'occupazione "buona" per quelli che son fuori.

In sostanza, per discutere occorre

- mostrare che l'argomento logico dell'altro e' erroneo;

- portare dati che lo contraddicono, o pongono in dubbio i suoi, o sorreggono almeno il proprio argomento.

Tutto questo qui manca. C'e' solo una logica contorta che rivela, fondamentalmente, un profondo dispiacere con le conclusioni a cui siamo arrivati ... mi dispiace.

Bello: apprezzo la dettagliata risposta anche se nuovamente mi sembra venata da un po' di paranoia: da dove l'editor ha dedotto che io non sia d'accordo con le conclusioni? Mi sembra di essere stato abbastanza chiaro nel chiedere ulteriore empirical evidence e non nel dire che io ne avevo di alternativa, altrimenti l'avrei mostrata volentieri. Certo avrei potuto fare io il lavoro che chiedo a voi....

Alcune banali reply:

2) Veramente la teoria e l’evidenza empirica e’ univoca nell’affermare che l’unico (o quantomeno il di gran lunga quantitativamente piu' rilevante) motivo percui giovani e donne partecipano meno e’ la mancanza di flessibilita’ nel mercato del lavoro? Buttiamo via un trentennio di letteratura di labor supply? Vogliamo far finta che ci sia un modello condiviso di interazione all’interno della famiglia? Che non ci siano problemi nel capire gli effetti del mercato del lavoro sulle scelte di fertilita’? Vogliamo dimenticare che osserviamo altissimi tassi di partecipazione femminile sia in paesi con mercati del lavoro molto flessibili che in paesi con mercati del lavoro molto rigidi?

3) Mi soffermo sull’esempio della tenure per i professori su cui qualcosina in letteratura c’e’ anche se non proprio in misura sterminata. L’aspetto che i tenured professor non produttivi rimangano a stipendio fisso dice che ci sono altri sistemi di incentivo che non sono la minaccia di licenziamento. Cio’ detto puo’ non essere il sitema di incentivo efficiente. Sul fatto che “quelli con lo stesso stipendio di 10 anni fa sono pochi” ribadisco la mia domanda di empirical evidence. E’ proprio vero? E’ proprio vero tolti i top 10, top 20 departments? Sospetto inoltre ci siano grosse disomogeneita’ tra discipline.

4) Dove affermo che le mie domande elimino o contraddicano (necessariamente) la cogenza dell’argomento?

5) Ammetto, mi sono sbilanciato: ho affermato che che la contrattazione collettiva “aumenta il bragaining power per gli unskilled workers” senza grosso supporto di argomenti teorici o empirici e solo riportando il trito esempio di Wal-Mart. Ogni tanto la pigrizia porta a dare qualcosa per scontato.

In sostanza, per discutere:

- non occorre necessariamente mostrare che l’argomento logico dell’altro sia erroneo

- si puo' anche solo suggerire che alcuni dati riportati non sono sufficienti (anche se “consistenti” che l’argomentazione che si porta avanti)

 Infine, giurin-giuretta: non provo profondo dispiacere per le conclusioni a cui arrivate. Non stia a dispiacersi per me.

Pau Flaccido

PS: apprezzero' le references promesse.

 

Non manchero' alla promessa delle references, ma mi prendo due giorni perche' davvero sono subisssato. Infatti, da una settimana non riesco a scrivere nulla su nFA!

Rispondo rapidamente sui punti in relazione ai quali una risposta rapida e' possibile. Gli altri son piu' difficili e richiedono un po' di calma.

- Certo, non aumentare lo stipendio e' una soluzione diversa dal licenziare. Infatti, di solito si licenzia solo chi, come dire, fa danno. Ma non aumentare lo stipendio (o addirittura ridurlo) a chi poltrisce non si puo' senza contratti individuali: con il contratto collettivo, l'aumento c'e' sempre per tutti.

- Quanti sono quelli con lo stipendio bloccato? Non tantissimi ma non pochi. Nomi, ovviamente, non posso proprio farne. Ma posso dare percentuali, visto che sono uno che ha girato parecchi posti. Nel mio nuovo dipartimento, WUStL, saranno almeno 8-9 su 20, ma questo e' un dipartimento in forte transizione. A Minnesota erano 3-4 su 20 di nuovo. A Kellogg eran pochi, forse 4 o 5 nell'intera scuola, che aveva piu' di 100 professori, ma al dipartimento di Economia erano i soliti 4 o 5 su circa 30-32 persone al tempo. A UCLA stessa storia, ed a Chicago 2 o 3. Di questi, quanti se ne sono andati? Diciamo alcuni, se comincio a dare percentuali individuo persone. Pero' serve come metodo. Piu' scendi in realta', piu' e' effettivo: il carico d'insegnamento puo' crescere anno per anno, la tenure non stabilisce che il tuo carico di lavoro non cambia, ne' il tuo stipendio. E se non insegni o fai su casini, la tenure salta.

- Una nota metodologica. Nel nostro piccolo pamphlet abbiamo criticato solo alcune delle teorie secondo cui "forse" un mercato del lavoro competitivo non funziona. Non le abbiamo criticate tutte, non e' possibile. Non perche' siano incriticabili, ma perche' renderebbe il pamphlet un'enciclopedia noiosa. Inoltre, capiamo perfettamente che si possano tirare fuori mille imperfezioni di mercato che potrebbero TEORICAMENTE inficiare le nostre conclusioni. Per esempio, quando io ero in graduate school andavano molto di moda gli efficiency wages ... qualcuno ne ha piu' sentito parlare? Il punto e' questo: il mercato e' pieno di imperfezioni, pero' occorre anche quantificarle e saper dire quale di queste ha un effetto sostanziale, e quali sono invece pure curiosita' intellettuali. Ne abbiamo prese tre, a nostro avviso le tre logicamente piu' solide e con piu' possibilita' di avere un effetto quantitativamente rilevante. Ci siamo convinti che no, che nessun effetto rilevante hanno e che sono logicamente incoerenti. Se abbiamo sbagliato, siamo o sono (per lo meno) contento che mi si spieghi perche'. Se si ritiene che vi siano ALTRE imperfezioni che inficiano il nostro argomento, son di nuovo felice che mi vengano spiegate e che, in particolare, si punti il dito verso i dati che le sorreggono e che da tali imperfezioni fanno conseguire che occorre mantenere, chesso', la contrattazione collettiva o lo statuto dei lavoratori. PERO' non mi si puo' continuamente chiedere di fare la battaglia cultural/intellettuale contro dei fantasmi, ossia contro tutte le altre infinite possibilita' che non abbiamo considerato. E' una richiesta unfair, oltre che incoerente. L'insieme dei mondi possibili, nel senso di immaginabili da un teoricco, e' di cardinalita' infinita ... sono un teorico anche io e so come "inventare modelli". Il problema qui e' che qualcuno deve avere il coraggio di dire qual e' il modello coerente e suffragato da dati che giustifica la legislazione italiana ed inficia la nostra posizione. Questo son disposto a discuterlo, discutere "tutto" non posso proprio ed e' una scelta sterile.

- Ovviamente, questo non mi esime dallo sviluppare con documentazione adeguata le affermazioni che ho fatto nel commento precedente, e lo faro' entro lunedi' prossimo. Prende tempo, come si vede, rispondere con attenzione persino alle domande "corte" o "semplici" ...

La ringrazio: due giorni sono un intervallo piu’ che ragionevole e il bisogno di calma doveroso.

Per ora, risposta rapida a risposta rapida:

- Incentivi, contratto collettivo e contratto individuale: Mi trova d’accordo nel riconoscere che la minaccia di licenziamento non e’ l’unico sistema di incentivi ma che esistono anche sanzioni premiali. E’ anche logicamente ineccepibile che un tale sistema di incentivi sia inapplicabile in presenza di contrattazione collettiva che spesso dettaglia le presentazioni da fornire a livelli comici (ha mai provato a leggere un “mansionario”?). Il mio sforzo non era pero’ valutare i benefici della contrattazione individuale rispetto a quella collettiva ma valuare se sia corretta la vostra affermazione che “Non vi è nessuna logica, né di efficienza né di equità, per mantenere il contratto nazionale, di categoria o di quel che sia”. Le vostre argomentazioni a supporto di questa tesi hanno un cambio di registro rispetto ad altre parti del vostro intervento: piene di “ovviamente” e “e’ ovvio che”. Mi permetto di prenderle come un sintomo.

- Interessante la carrellata di dipartimenti con percentuali di tenure professor con stipendio bloccato: puo’ essere il primo passo per la raccolta di sistematica evidenza empirica? Anche qui faccio il noioso, adulandola: il suo campione e’ notevolmente distorto verso top departments. La mia domanda rimane: perche’ la tenure esiste? Leggendo altri interventi del dibattito mi sembra che solo Andrea Moro abbia dato un giudizio chiaro: e’ un residuo del passato che “non induce gli incentivi giusti”. Certo sarebbe un bell’esperimento mentale: tutti i professori con tenure italiani, in Italia e in giro per il mondo, provino ad immaginare che domani la tenure per cui hanno dato lacrime e sangue non c’e’ piu’.

- Nota metodologica: Apprezzatissima: e’ proprio di questo che si tratta, c’e’ gran confusione metodologica in giro, soprattutto da parte degli economisti. (Non e’ una novita’: gli economisti fanno sempre delle gran confusioni metodologiche e infatti sono spesso derisi da epistemologi e filosofi della scienza). Abbiamo politici che fanno finta di portare evidenza empirica “scientifica” e abbiamo economisti che fanno i politici mettondosi a scrivere un progetto di legge al giorno. Ma non sporcandosi le mani, per carita’: solo in teoria, in editoriali e interventi virtuali vari. Molto del gusto nel leggere il vostro intervento l’ho proprio ottenuto dalla nota metodologica iniziale (anche se mi sembra traspari un orgoglio eccessivo nell’essere i paladini della “mancanza di compromesso”).

Riguardo la sua sottolineatura che “Il problema qui e' che qualcuno deve avere il coraggio di dire qual e' il modello coerente e suffragato da dati che giustifica la legislazione italiana”: e’ su un punto come questo che vi muovo l’accusa di ingenuita’. Ma lei crede proprio che un “modello coerente e suffragato dai dati” sia rilevante per spiegare la longevita’ e la creazione della legislazione italiana? O che qualcuno pensi che esista? Eppure il mercato del lavoro italiano esiste e si perpetua: come mai? Mi sembra che non vi siate interrogati sul perche’ sia un sistema cosi’ stabile e longevo. Non mi sembra una domanda irrilevante, anzi utilissima ad informare interventi come il vostro. C’e’ una tensione tra il dettaglio e la competenza con cui affrontate alcune domande e il semplicismo con cui sorvolate su altre.

In attesa del prossimo colpo di fioretto, e con sincero apprezzamento per il dialogo che ha voluto instaurare, la ringrazio.

Alcune cose le discuto nel commento lungo di alcuni giorni fa, che si trova piu' sotto.

Sul perche' la contrattazione collettiva non serve ai lavoratori, credo risponda lo stesore del commento stesso: perche' la contrattazione collettiva uccide qualsiasi sistema d'incentivi e svilisce la produttivita'. A livello micro la contrattazione collettiva crea costi aggiuntivi che non creano occupazione ma solo rendite sindacali e per gli insiders, tipo la cassa integrazione, mentre danneggia gli outsiders. Abbiamo scritto "ovviamente" perche' la letteratura (no, non mi offro a preparare una bibliografia) e' tanto grande quanto chiara, e data dalla seconda meta' degli anni 80, insomma roba vecchia. Ho visto un mansionario piu' di una volta; fra i sindacalisti bazzico ed ho bazzicato per molto tempo e molto intimamente, credimi. A livello aggregato l'effetto negativo della contrattazione collettiva sull'occupazione e' banale, per una delle tante argomentazioni (con abbondanza di dati europei) vedasi "The Medium Run" di Olivier Blanchard, 1998 o dintorni, Brookings Papers. Se si e' interessati ad una cosa piu' tecnica, Boldrin e Fernandez Villaverde, rintracciabile sulla mia pagina web sotto Business Cycles, la contiene. Spero questo permetta valutare se abbiamo ragione a dire “Non vi è nessuna logica, né di efficienza né di equità, per mantenere il contratto nazionale, di categoria o di quel che sia” ... abbiamo passato l'esame? Qualche suggerimento?

Sulla lunga nota finale relativa alla nostra ingenuita', non so che dire. Tante cose sono, ingenuo temo mi manchi dalla lista. Non so per gli altri cinque che hanno sottoscritto il trabiccolo in questione. Il punto del documento non e' spiegare perche' il mercato italiano funziona come funziona ed e' regolato com'e' regolato, questo mi sembra chiaro da quanto scriviamo. Il punto e' solo di argomentare perche', a nostro avviso, i lavoratori dipendenti italiani guadagnano poco e l'occupazione in Italia e' bassa. Fine. Vogliamo parlare del resto? La prossima volta, se ci viene la voglia. Se se ne vuole parlare ora, prego: la porta e' aperta. Ci mandi l'articolo.

Anche i fisici vengono spesso derisi da epistempologi e filosofi della scienza. Un tal Richard Phyllips Feynman, nel terzo capitolo (se ricordo bene, il libro e' a casa e i "Six Easy Pieces" in cui e' riprodotto se l'e' portato via mio figlio) delle sue The Feynman Lectures on Physics spiega perche' non dobbiamo proprio preoccuparci delle opinioni espresse da filosofi della scienza ed epistempologi su come fare scienza. Fondamentalmente perche' costoro sono quasi sempre degli scienziati falliti, che non hanno imparato a fare nessuna scienza specifica e non son capaci di scrivere un modello o analizzare una base di dati, per quello scaricano le loro frustrazioni venendo a spiegarci come farlo. Concordo con l'allegro Richard: prima di scrivere di metodologia della zappa, meglio imparare a zappare, ed anche zappare sino ad avere i calli. Poi, fra zappatori esperti, si puo' anche discutere del metodo con un bicchiere di vino nelle mani callose ...

 

Per chi chiede i dati, consiglierei di consultare il sito www.menostato.it, in particolare lo spreadsheet di Excel scaricabile da lì, che contiene un bel po' di cifre e grafici sull'occupazione con tutte le fonti. In particolare, l'Italia ha uno dei più alti tassi di disoccupazione per gli under-25 in Europa: 24% rispetto a una media EU del 18.5% (Regno Unito: 12.9%, Stati Uniti: 11.3%). La fonte (Eurostat) è citata in dettaglio sullo spreadsheet di menostato.it. Un'altra area in cui l'Italia "eccelle" è nel tasso di disoccupazione di lunga durata: la percentuale di persone continuamente disoccupate per almeno un anno tra tutti i disoccupati. L'Italia è di nuovo in cima con 49.2% rispetto a una media EU del 45.3% (Regno Unito: 20.6%, Stati Uniti: 12.7%).

A parte questo, vedo dall'esperienza di parenti e amici in Italia che le possibilità di lavoro sono veramente poche. Tanti giovani, anche laureati, passano il tempo in lavoretti tipo call center, mentre fanno concorso dopo concorso. Se sono fortunati, o raccomandati, dopo qualche anno ne vincono uno e prendono un posto permanente in qualche comune o ministero. Non esiste quasi per niente la possibilità di riciclarsi, di cominciare a fare qualcos'altro da quello che hai fatto finora. E' il contrario della situazione che vedo qui in Inghilterra, dove c'è sempre la possibilità di cambiare, e ancora più negli Stati Uniti.

L'unica cosa che mi lascia un po' perplesso è il discorso sul garantismo. Non so quale tipo di sussidi di disoccupazione abbiate in mente. Che cosa intendete per "assicurazione pubblica e obbligatoria contro la disoccupazione"? Citate come esempio l'Inghilterra, ma qui i sussidi ai disoccupati sono più che altro simbolici (30-50 sterline la settimana, a seconda del reddito). Di più non c'è bisogno, perché chi vuole lavorare un posto nuovo lo trova praticamente subito, almeno a Londra o nelle grandi città.

 

Caro Marco,

grazie mille della segnalazione, e' sempre utile diffondere dati e fatti che possano meglio informare il dibattito. Permettimi di rispondere in due parole riguardo ai sussidi di disoccupazione. Prima di tutto, qualche dato sulla durata dei periodi di disoccupazione: negli USA, la durata media di tali periodi varia grosso modo dalle 12 alle 20 settimane, a seconda del ciclo (vedi qui per ulteriori dati); in Europa, di nuovo grosso modo, tale durata media va dagli 8 ai 12 mesi! (vedi qui per qualche dato europeo).

Per quanto riguarda i sussidi alla disoccupazione, variano molto da paese a paese sia per durata che per entita' (di nuovo, vedi qui , tabella A1, per un riassunto). In Germania, ad esempio, la durata va da 6 a 12 mesi (in funzione di quanto a lungo si e' rimasti occupati); l'ammontare del sussidio varia dal 60% al 67% del reddito medio netto negli ultimi 12 mesi. Negli Stati Uniti, la durata varia da stato a stato ma di solito non supera le 26 settimane; l'ammontare e' basato su una percentuale del reddito negli ultimi 12 mesi, e varia secondo formule molto complicate (vedi qui per un algoritmo che consente di calcolare i benefici a secondo dello stato, numero di figli a carico, ecc).

I sussidi di disoccupazione presentano un ovvio trade-off: da un lato, forniscono un elemento di assicurazione quando si perde il lavoro per eventi aleatori indipendenti dalla propria volonta', e questo e' un aspetto desiderabile. D'altro canto pero' riducono gli incentivi a cercare un nuovo lavoro, visto che comunque si riceve un sussidio monetario. Sempre il paper citato sopra menziona poi un altro beneficio dei sussidi: permettendo al lavoratore di essere piu' paziente nella ricerca di un nuovo lavoro, porta a dei "matrimoni" migliori fra lavoratore e potenziali datori di lavoro, aumentando di conseguenza la durata media dei successivi periodi di occupazione.

Grazie per il link all'articolo molto interessante (più che altro per i dati). L' "assicurazione sulla disoccupazione" non ha molto senso come concetto, e infatti nessuna compagnia d'assicurazioni si sognerebbe di venderla. Si tratta di sussidi statali alla disoccupazione, che è un po' diverso.

"da un lato, forniscono un elemento di assicurazione quando si perde il lavoro per eventi aleatori indipendenti dalla propria volonta', e questo e' un aspetto desiderabile."

Tutti i contratti di lavoro includono un periodo di preavviso per la convenienza di entrambe le parti. Qui è normalmente di un mese. Se qualcuno pensa che un mese non gli sia sufficiente per trovare un lavoro simile, sta a lui provvedere col risparmio, non al contribuente. Tra l'altro la disoccupazione "speculativa" ha senso solo tra i professionisti, non tra quelli che lavorano col salario minimo, perché in un libero mercato questi ultimi un lavoro simile lo trovano subito. Quindi se il sistema fosse usato in maniera onesta si tratterebbe probabilmente di un programma di redistribuzione del reddito da chi guadagna appena il necessario per mantenersi a chi ne ha meno bisogno. Non solo, ma a farne più uso sarebbero i professionisti meno capaci, quelli magari licenziati per incompetenza, o quelli di cui il mercato non ha bisogno e farebbero meglio a cercare un'altra strada. In pratica ovviamente il sistema non funziona così: i lavoratori con reddito più basso prenderanno i sussidi invece di andare a lavorare ogni volta che possono, con buona pace dei sindacati. Dubito che un sistema simile abbia molto senso.

Marco, un dettaglio tecnico. Le assicurazioni sulla disoccupazione non le paga il contribuente: sono assicurazioni ed i premi le pagano coloro che le utilizzano.

L'unica cosa che hanno e' che non sono volontarie ma obbligatorie (si puo' tentare di farle volontarie, ma dubito funzionino per ovvie ragioni di free-rider).  

Su perche' un mercato privato di assicurazione contro la disoccupazione abbia qualche sostanziale difficolta' a funzionare c'e' una vasta letteratura, da Pauly (QJE 1974) in avanti. Le cose piu' recenti, tipo Hopenhayn&Nicolini (JPE 1996) arrivano a studiare i meccanismi efficienti con molta profondita'. Le conclusioni a cui arrivi, mi dispiace, non hanno nessun fondamento ne' logico, ne' empirico; sembrano solo ideologia e come tale lasciano il tempo che trovano. Se hai un modello o un argomento logico o dei dati che sostengano quanto affermi, mi farebbe piacere leggerli.

Per esempio, negli USA, la durata dei periodi di disoccupazione (coperti dall'assicurazione) e' MAGGIORE per il lavoratori qualificati e con titolo di studio college che per quelli meno qualificati (Dati CPS, l'ultima volta che li ho guardati sara' stato il 2004, dubito sia cambiato molto).

> Le assicurazioni sulla disoccupazione non le paga il contribuente: sono assicurazioni ed i premi le pagano coloro che le utilizzano.  

Se l' "assicurazione" è obbligatoria, allora è solo una tassa con un altro nome. Infatti negli Stati Uniti si parla di Social Security Tax. Ma anche se la chiamassero National Insurance Contribution, come fanno qui, all'atto pratico sempre una tassa sarebbe.

> Su perche' un mercato privato di assicurazione contro la disoccupazione abbia qualche sostanziale difficolta' a funzionare c'e' una vasta letteratura

Beh, il "moral hazard" è ben noto. E' lo stesso motivo per cui non esistono assicurazioni private contro la povertà.

> Le conclusioni a cui arrivi, mi dispiace, non hanno nessun fondamento ne' logico, ne' empirico; sembrano solo ideologia e come tale lasciano il tempo che trovano.

L'unica differenza tra me e voi è che voi considerate questo sistema di sussidi statali come utile e, credo, socialmente giusto. Quest'ultimo è un giudizio ideologico a cui non posso controbattere. Per quanto riguarda l' "utilità" sta a voi, e non a me, definire cosa intendete per "utile" e dimostrare che i sussidi (o assicurazione, che dir si voglia) soddisfano questa definizione. L'articolo di Tatsiramos, per quanto interessante, non dimostra assolutamente nulla: non c'è alcun modo di stabilire un legame causale tra l'esistenza di sussidi di disoccupazione e i dati osservati.

Ti cito un esempio personale, con una domanda alla fine. Mia moglie è americana, viene dalla California, da una famiglia di braccianti di origine messicana. Visto che il lavoro nei campi è stagionale, per 3-4 mesi all'anno questi braccianti non hanno niente da fare. In questo periodo un bel po' di loro invece di cercarsi un altro lavoro prendono sussidi di disoccupazione e stanno a casa senza far niente. E questo è il meno, mia moglie ne ha viste di tutte: gruppi di persone on benefit che vanno in Messico per mesi mentre un amico ogni settiamana spedisce i moduli per fargli avere i sussidi, gente che è ufficialmente disoccupata e riceve il sussidio ma allo stesso tempo lavora in nero, ecc. Io ti chiedo: come fai ad impedire che si verifichino abusi del genere? Se non puoi impedirlo la gente se ne approfitterà, perché è difficile resistere la tentazione di guadagnar soldi senza far niente.

> Per esempio, negli USA, la durata dei periodi di disoccupazione (coperti dall'assicurazione) e' MAGGIORE per il lavoratori qualificati e con titolo di studio college

Questo non contraddice affatto quello che ho scritto io.

Se vogliamo ragionare senza battute, facciamolo e guardiamo i problemi in faccia, invece di saltarli perche' non ci piacciono. Altrimenti lasciamo stare.

(1) Una tassa e' una cosa che tutti pagano e con il ricavato della quale il governo si compra quello che vuole.

Un'assicurazione obbligatoria e' un sistema che, se si costruisce bene e la social security americana sino ad ora lo e' stata "abbastanza" (possiamo metterci a discutere degli aspetti erronei ed insensati della stessa, ma e' un altro tema), funziona sulla base di un principio assicurativo, ossia

- un sottoinsieme della popolazione contribuisce (quello che tu ed altri chiamate "tax" si chiama "contribution" nella maggioranza dei casi, mentre la "income tax" nessuno la chiama "income contribution") al fondo.

- il fondo si accumula attraverso contributi e rendimenti dei titoli in cui il fondo investe.

- i contribuenti al fondo ricevono copertura assicurativa nei termini e nelle condizioni prestabilite dall'assicurazione stessa.

(2) Il mercato privato contro la disoccupazione non funziona per tre motivi: rischio morale (che e' il minore: basta modulare il sistema adeguatamente ed il moral hazar quasi svanisce anche con un'assicurazione privata), selezione avversa (molto piu' complicato da eliminare senza l'obbligatorieta'), ed infine, cosa piu' seria di tutti, "inconsistenza temporale" (ossia il fatto che, come l'esperienza dimostra, senza l'obbligatorieta' nessuno si assicura, poi quando va pancia all'aria la grande impresa tutti a far casino per il sussidio, ottenendolo, mentre quando va a pancia all'aria la piccola impresa, che si fottano ... con ovvie distorsioni).

Ora, questi tre fattori ci sono e da anni li studiamo, quantifichiamo, cerchiamo di capire come ridurli/eliminarli/gestirli. Scrollare le spalle perche' irritano e dire "Beh, son 'ben noti'" non li elimina. Anche il cancro e' ben noto, nondimeno sembra che valga la pena provare a curarlo Se hai una soluzione migliore dell'assicurazione obbligatoria alla disoccupazione, nella forma da noi suggerita, ti prego di proporla. Se pensi che gli argomenti a cui accenno siano erronei, provamelo. Le battute, come quella sulla poverta', lasciano il tempo che trovano, anzi fanno venire le nuvole all'orizzonte.

Renditi conto inoltre che il "periodo di preavviso" altro non e' che assicurazione contro la disoccupazione, obbligatorio anch'esso! Nel tuo commento precedente lo citi come forma contrattuale che ti sembra accettabile ed utile. Ora, pensaci, e' la stessa cosa, solo piu' inefficiente. E' la stessa cosa, perche' (i) e' tipicamente obbligatorio e stabilito per legge, (ii) volendo lo si puo' estendere quanto si vuole (noi diciamo 6 mesi di assicurazione, basta fare 4 mesi di preavviso e siamo allo stesso risultato, visto che nessuno suggerisce di pagare il 100% del salario come assicurazione alla disoccupazione), (iii) si finanzia attraverso una "tassa implicita" (usando la tua logica) in quanto il costo del preavviso viene distribuito sul costo del lavoro di tutti, esattamente come il contributo pensionistico. E' piu' inefficiente, perche' scarica il costo dell'assicurazione (quando la stessa dev'essere elargita) sull'impresa che vuole licenziare. Ora, poiche' e' ragionevole assumere che le aziende non licenzino semplicemente per dar fastidio alla gente ma perche' hanno qualche difficolta' a usare i dipendenti in questione (tecnicamente: hanno avuto uno shock negativo) la logica economica, ed il buon senso, suggerisce non caricare tali imprese di un costo aggiuntivo in situazioni di difficolta' gia' presenti.

(3) "Voi" qui si riferisce ai sei che hanno scritto l'articolo, assumo. La differenza qui sembra essere di attenzione a quello che abbiamo scritto ed a quello che su questo argomento la gente che ha fatto ricerca ha scritto. Se la "separazione involontaria" (per usare un termine tecnico: ossia il fatto che l'impresa ti dice arrivederci, c'e' stato uncambio di domanda o un aggiustamento del personale e, per ragioni non prevedibili ed indipendenti dalla tua volonta' e dai tuoi atti, fra un mese o fra tre non abbiamo piu' bisogno di te) e' tale, essa dipende da eventi esterni. Non tutto cio' che ci succede ce lo "scegliamo", almeno non consapevolmente. Quindi, per ragioni utilitaristiche elementari, e' utile avere un'assicurazione contro tali eventi avversi. Ora, se per te non sembra "utile" mi devi spiegare perche' l'idea di assicurarsi contro rischi esterni e non controllabili dalle nostre azioni ti sembra "inutile". Questa e' la ragione per cui ci sembra "utile" avere un'assicurazione obbligatoria contro la disoccupazione: perche' produce un miglioramento nel senso di pareto, che a noi non sembra possibile attraverso meccanismi di mercato. Ripeto, per dimostrare che abbiamo torto occorre fare una almeno delle seguenti due cose: (a) dimostrare che un'assicurazione non serve per accrescere il benestare degli agenti in situazioni di rischio dovuto a shock esterni; (b) dimostrare che tale assicurazione si potrebbe ottenere, efficientemente, con meccanismi privatistici. Dubito alquanto che (a) sia possibile, fintanto che si riconosce l'ovvio fatto che le persone sono avverse al rischio, comunque magari mi sbaglio. Forse (b) e' possibile, ma in trent'anni che studiano il problema, tutti i colleghi che conosco, indipendentemente da quanto a favore siano del libero mercato, riconoscono che e' praticamente impossibile farlo in condizioni realistiche. Se hai un'idea migliore della loro, ben venga ... che magari ci scriviamo su un paper. In ogni caso, il nostro e' tutto fuorche' un giudizio "ideologico", a meno che tu non ritenga che e' "ideologico" assumere che il compito della politica e dello stato sia quello di creare istituzioni e diritti di proprieta' che massimizzino il benestare dei cittadini. Se cosi' e', ti pregherei di suggerire un ruolo per la politica e lo stato che scia scevro di tali distorsioni "ideologiche".

(4) Gli abusi del sistema che tua moglie descrive: e chi li nega? Ma vuoi che ti racconti qualche storiella di come il mio vicino abusa dell'assicurazione privata sulla casa, o gente che conosco abusa di quella privata per la salute, o per la macchina? Io stesso, qui lo dico e qui lo nego, credo di aver abusato della mia molto privata assicurazione privata sulla macchina per farmi aggiustare qualche ammaccatura che frutto di terzi certo non era ... Stiamo scoprendo che i meccanismi assicurativi sono suscettibili di manipolazione in presenza di informazione privata? Certo che lo sono! Per questo le assicurazioni, private e pubbliche, fanno di tutto per ridurle, per estrarre informazioni, insomma: per disegnare meccanismi che, sotto il vincolo dell'informazione privata, siano efficienti. Quando il costo sociale degli abusi diventa piu' alto dei benefici, allora forse conviene chiudere il sistema. Se e' questo che suggerisci, credo dovresti dare qualche dato. La letteratua sull'argomento (vedi per esempio i lavori di John Rust sull'assicurazione d'invalidita') suggeriscono che il livello di abuso negli Stati Uniti non sia particolarmente alto. Non conosco lavori sull'assicurazione alla disoccupazione. Che ne ha, ne metta.

(5) Tu hai scritto (commento anteriore):  <<In pratica ovviamente il sistema non funziona così: i lavoratori con
reddito più basso prenderanno i sussidi invece di andare a lavorare
ogni volta che possono, con buona pace dei sindacati.>>

 Io ho commentato: <<Per esempio, negli USA, la durata dei periodi di
disoccupazione (coperti dall'assicurazione) e' MAGGIORE per il
lavoratori qualificati e con titolo di studio college.>

Tu hai risposto: <<Questo non contraddice affatto quello che ho scritto io.>>

Io ora ggiungo: a me sembra proprio che contraddica la tua affermazione iniziale. In quale altra maniera si puo' interpretare la frase tua se non nel senso che i lavoratori con redditi bassi "userebbero/abuserebbero" del sussidio di disoccupazione piu' di quelli con redditi alti? I dati mostrano il contrario, quindi contraddicono la tua frase. Se la tua frase ha un altro significato recondito, dimmelo. Per il momento, non ne vedo altri. 

 

 

 

1) e 5) Se capisco bene su questo
punto abbiamo converso, e se non leggo male il punto di convergenza era il nostro punto di partenza. I dati OCSE (questa era anche una delle nostre fonti)
aggiunti da De Innocentis nel commento precedente confermano, credo, quello che
al riguardo sosteniamo. Di nuovo, se altri e differenti dati mostrano una
situazione differente da quella che abbiamo illustrato noi, ben vengano. Pero'
che vengano i dati, per favore.

2) Giovani e donne. Siamo anche
qui d'accordo che li' sta un buon 50-60% della differenza italiana (non
scordiamoci che c'e' anche il Sud, in Italia, e che il tasso d'occupazione fra
i maggiori di 55 anni e' se non il piu' basso certo uno dei piu' bassi in
Europa, quindi del mondo.) Riferimenti a
caso sul tema "Occupazione di giovani/donne, flessibilita' del mercato e
fertilita'", cercando di rimanere in sud europa il piu' possibile.

La prima e' una delle tante
surveys, gli altri sono titoli che mi vengono a caso dai miei files ... direi che
e' talmente tanta la letteratura che mi sembra impossibile non la si conosca.

- Siebert, H. "Labor Market Rigidities: At the Root of
Unemployment in Europe", Journal of Economic Perspectives, 11 (1997), 37-5

- IZA DP No. 1550 "Part-Time Work in EU Countries: Labour
Market Mobility, Entry and Exit", Hielke Buddelmeyer, Gilles Mourre, Melanie
Ward. April 2005

 

- Martinez-Granado,
Maite, and Javier Ruiz-Castillo, "The Decisions of Spanish Youth: Cross-Section
Study", Journal of Population Economics, XV (2002), 305-330.

- Dolado, Felgueroso and Jimeno, "Explaining Youth Labor
Market Problems in Spain:
Crowding-Out, Institutions, or Technology Shifts?" Discussion Paper No. 142 April 2000, IZA

- Del Boca, Pasqua, Pronzato, "Why Are Fertility and Women's
Employment Rates So Low in Italy?
Lessons from France
and the U.K", mimeo, Torino- NYU

LA DEL BOCA HA
ALMENO 5 O 6 PAPERS, SOLA O CON ALTRI, SULL'ARGOMENTO. VERIFICARE LA SUA PAGINA
SU IDEAS

-
Bertola e Garibaldi, "THE STRUCTURE AND HISTORY OF ITALIAN UNEMPLOYMENT",
CESIFO w.p. 907, 2003.

- Gilles Saint-Paul, "Assessing the Political Viability of
Labour Market Reform: the Case of Employment Protection", CEPR Discussion
Paper No. 2136

- Boeri, Conde-Ruiz,
Galasso "Protecting Against Labour Market Risk: Employment Protection or
Unemployment Benefits?" IZA Discussion Papers 834, 2003

-Acemoglu & Shimer "Efficient Unemployment Insurance" Journal of Political Economy, 107(5),
pages 893-928, ED OVVIAMENTE HOPENHAYN E NICOLINI, STESSO TEMA JPE 1997, CHE E'
IL LAVORO ORIGINALE

- Boden, RJ, "Flexible working hours, family
responsibilities, and female self-employment: Gender differences etc." The American journal of economics and
sociology
, 1999

- Peter Auer, Employment Revival in Europe: Labor Market
Success in Austria, Denmark, Ireland
and the Netherlands
ILO,
200?

- Steve Nickell "Unemployment
and Labor Market Rigidities: Europe versus North America"
Journal of Economic Perspectives, 11 (1997)
55-74

- Mac Culloch and Di Tella, "The Consequences of Labor
Market Flexibility: Panel Evidence Based on Survey Data" mimeo, harvard 2002, credo
pubblicato nella European Economic Review

... basta, senno' non finisco piu' ...

Poi c'e' una
sequenza di domande: <Vogliamo far finta che ci sia un modello condiviso di interazione
all'interno della famiglia? Che non ci siano problemi nel capire gli effetti del mercato del
lavoro sulle scelte di fertilita'? Vogliamo dimenticare che osserviamo
altissimi tassi di partecipazione femminile sia in paesi con mercati del lavoro molto flessibili che in paesi con mercati del lavoro molto
rigidi?>>
alle quali non so bene come rispondere.

Forse potresti
elaborare, o qualcun altro potrebbe farlo. Non capisco proprio, quindi faccio
domande chiarificatrici:

- Quali 30 anni
di letteratura stiamo o sto buttando via?

- In che senso i
modelli d'interazione nella famiglia implicano conclusioni differenti dalle
nostre sull'offerta di lavoro delle donne?

- Quali dei,
molti, problemi a capire la relazione fertilita'/partecipazione contraddicono
le nostre affermazioni?

- Quali sono i
paesi con mercati del lavoro piu' rigidi dell'italiano che hanno una
partecipazione femminile piu' alta?

- Insomma, dov'e'
la evidenza, if scant, che far crescere la rigidita' del mercato del lavoro
puo' anche vagamente far crescere l'occupazione femminile e giovanile?

Posso avere una
risposta documentata a qualcuna di queste domande? Altrimenti non so di cosa
stiamo parlando. Mi scuso in anticipo per la mia ignoranza della letteratura che senz'altro il commentatore conosce meglio di noi, viste le domande che pone.

3) Tenure. Avevo promesso
references, eccone alcune da cui si puo' partire, la letteratura e' enorme e
ritirare fuori tutto da files molto vecchi richiede troppo tempo.

L'argomento fondamentale viene
dalla domanda"senza tenure, chi controlla il controllore? Meglio, chi e' il
controllore?". Detto in soldoni, se in nel dipartimento di fisica teorica
nessuno ha tenure, chi assume i nuovi professori? E che incentivi avra' costui?
Diamo al dean (che ovviamente neppure ha tenure) il potere di assumere tutti,
di sua sponte? Ci vorrebbe veramente un bel dean ... o lo diamo al board of trustees?
La tradizione da cui io ho appreso questa impostazione, a mio avviso
ineludibile, del problema, lo attribuisce a Walter Oi e/o Sherwin Rosen, pero'
questa e' una tradizione verbale della vecchia Rochester, e sia Walter che
Sherwin sono stati rochesteriani (Walter tutt'ora lo e', Sherwin purtroppo no),
quindi chissa' ... La mia impressione e' che tutto venga da un pezzo scritto da
Fritz Machlup negli anni 60, che tutti citano (con titoli diversi, il piu'
frequente e' "In Defense of Academic Tenure" ...) ma io non ho mai letto perche'
e' pubblicato in un Bullettin of something. Forse via Google si trova da
qualche parte, specialmente con Google Print, se lo trovate fammi sapere che
m'incuriosisce leggerlo. FM era uno molto lucido, ed il suo report di un decennio
prima su IP e' una delle migliori cose che mai siano state scritte
sull'argomento.

Un articolo recente in cui lo
stesso argomento viene ripetuto per l'ennesima volta e' il seguente, anche se
l'abilita' dell'autore di modellare la cosa mi sembra lasci a desiderare.

Willam O. Brown, "University Governance and Academic Tenure:
A Property Rights Explanation," Journal
of Institutional and Theoretical Economics
, 153 (1997),

Altre "teorizzazioni"

Aloysius Siow, "Specialization, Obsolescence
and Asymmetric Info in Academia" Univ of Toronto
W.P. No. UT-ECIPA-SIOW-95-02

Ian Novos and Michael Waldman "Returns to Tenure: Conceptual
and Empirical Issues," Eastern Economic
Journal
, 23, Summer 1997. (MOLTE
DELLE COSE CHEWALDMAN HA SCRITTO IN QUEGLI ANNI HANNO A CHE FARE CON TENURE. PER ES IL PIECE IN QJE 1999)

Una survey, biased ma survey, del
dibattito piu' recente si trova a http://www.hup.harvard.edu/pdf/CHAQUE_excerpt.pdf

Un'altra survey, piu' orientata al lavoro
degli economisti, la trovate qui http://agecon.unl.edu/royer/tenure.htm

Enough, direi ... c'e' da leggere
per un paio di giorni. Argomenti seri che provino che un tenure contract e' un
contratto inefficiente (sotto ipotesi almeno ragionevoli) io non ne conosco
proprio, ne' so immaginarli, ma forse qualcuno piu' lucido/informato di me li
conosce o li puo' produrre.

4) Sulle molte domande che nel punto precedente, e qui (allo stesso numero, commento precedente) vengono poste: hai qualche risposta che contraddica le nostre/mie
affermazioni? Nelle circostanze in cui siamo vale proprio la regola che "it
takes a model and some data to beat a model and some data". Cerco di spiegarmi di nuovo, perche' sembra non ci
si intenda sulla metodologia.

Noi abbiamo fatto una proposta di
politica economica, prendendoci un rischio. Mantenere lo status quo, sia
chiaro, e' una proposta di politica economica alternativa alla nostra. Se
qualcuno ne ha in mente una terza, ben venga. La ricerca scientifica seria
raramente e' utilizzabile direttamente per fare proposte positive di politica
economica, di questo sono ben consapevole. La maniera migliore di usare la
ricerca scientifica e' per dire "questo di certo non funziona". Niente di male,
io lo faccio sempre e quando ho giocato a fare l'advisor ne ho spesso abusato.
A chi fa ricerca piace porre dubbi, criticare, avanzare il sospetto che la
soluzione suggerita sia migliorabile. Va benissimo.

Ma, ed e' un "ma" importante,
nelle circostanze presenti e data la situazione italiana, ci sembra chiaro che
le politiche attuali non funzionino. Lo dicono i fatti e lo dicono le
teorie. Quindi, punto uno, noi
affermiamo che tutta la ricerca economica di cui siamo a conoscenza dice

(A)
"Non fate le politiche del lavoro che sono
state fatte e si fanno in Italia dall'inizio anni 70 ad ora."

Magari ci sbagliamo, quindi
chiedo: esiste ricerca seria che neghi la nostra affermazione, ossia che
dimostri che lo status quo italiano fa bene a occupazione e produttivita' del
lavoro? Se c'e', che venga. Se non c'e', ciccia, e capitolo chiuso.

Capitolo chiuso vuol dire:
l'attuale organizzazione e legislazione del mercato del lavoro italiano fa male
a occupazione e produttivita'. Alla quale segue la domanda veramente difficile:
fra le politiche TEORICAMENTE possibili (diciamo chiaramente che del vincolo di
fattibilita' politico-sindacale per il momento ce ne freghiamo nel modo piu'
assoluto) quale politica sembra la piu' foriera dei risultati desiderati. Qui
ovviamente il rischio e' piu' grande perche' invece di dire cosa non fare
diciamo cosa fare, e probabilmente da qualche parte sbagliamo di sicuro. La
domanda quindi e':

(B)
"Fra le cose che suggeriamo, quale sembra
decisamente sbagliata, alla luce della ricerca economica?
"

Questa
mi sembra una domanda legittima, alla quale non capisco in quale senso le altre
domande fatte nel commento aiutino a rispondere. Ora, quali dati/modelli
suffragano le ripetute affermazioni secondo cui le nostre conclusioni sono
dubbie? Tutte o quasi le domande poste suggeriscono - direttamente ed
indirettamente: prego rileggere commento - che le nostre conclusioni sono per
lo meno dubbie e per nulla solide o accettabili/condivisibili. Insisto, per
mettere in dubbio la validita' di un'affermazione occore presentare almeno un
argomento logico o dei dati che ne mettano in dubbio, appunto, o la coerenza o
la consistenza con i fatti. Io sono incline a diventar dubbioso, ma il seme del
dubbio uno me lo debe pur piantare con almeno QUALCHE esempio o modello. Non
chiedo molto, suvvia!

A questa seconda domanda, che
credo il commento dovrebbe rispondere per far proseguire la discussione, ne
segue, o se ne accompagna, una terza:

(C) "Quali altre politiche avremmo potuto suggerire, assieme o in
alternativa a quelle gia' suggerite, che alla luce di quanto sappiamo
potrebbero meglio permettere il raggiungimento degli obiettivi desiderati?"

Anche per questa domanda, in che
senso le domande poste mi aiutano a trovare una risposta? Vorrei capirlo. In
soldoni:

se cio' che non diciamo e' dubbio
x%, cosa giustifica questo x% e cos'e' che e' dubbio y%, con y

=================================================

Nota sullo stile del dibattito.

Non avevo notato le battute sulla "paranoia" nei due commenti della persona che si firma "pau flaccido" e che non risulta corrispondere a nulla ed a nessuno di rintracciabile. Non avevo nemmeno notato che, sempre secondo la stessa persona, facciamo "intenerire" ed altre allusioni piu' o meno ironiche, tipiche di chi "knows better" e ti guarda con suprema condiscendenza ... faccio finta di non averli notati anche questa volta. Ora capisco meglio il tono delle domande e perche' mi si chiedono riferimenti bibliografici su un tema, flessibilita' ed occupazione, su cui la letteratura e' talmente sterminata che ci sbatti addosso anche senza volerlo. Va bene, facciamo finta che la letteratura non era nota e, comunque, qualche altro lettore forse la trovera' utile.

Pero' mi permetto una nota sullo stile del dibattito che ritengo appropriato fra persone che hanno argomenti solidi da proporre: lasciamo stare le battute facili e, le altrettanto facili ironie. Se abbiamo qualcosa da dire di serio ed argomentato, diciamolo, mettiamo i modelli e mettiamo i dati. Le facili battute e le domande retoriche senza risposta son cose che usano quelli che non sanno cosa dire.

E firmiamoci, che io mi firmo. La regola del put your money where your mouth is vale soprattutto in questioni di scienza dove, come a poker, the hand speaks by itself.

 

Provo a fare l'avvocato del diavolo (che, come dice sempre mio padre, puo' essere utile), e a rispondere ad una delle domande aperte da michele nel commento precedente.

Michele chiede "Quali sono i
paesi con mercati del lavoro piu' rigidi dell'italiano che hanno una
partecipazione femminile piu' alta?"

Questo rapporto contiene alcuni dati (anche se non recentissimi) su partecipazione femminile al mercato del lavoro. Si vedano, in particolare, le figure 1 e 2. Balza subito all'occhio che fra i paesi con partecipazione femminile piu' alta ci sono quelli scandinavi, che (credo) abbiano tutti un mercato del lavoro almeno altrettanto rigido di quello italiano. (si noti anche, pero', che Spagna e Irlanda pur partendo entrambi da livelli piu' bassi dell'Italia nel 1981, dopo 20 anni avevano bellamente superato il bel paese stesso. A occhio e croce mi sembra che Spagna, Irlanda e Olanda siano i paesi che hanno registrato gli incrementi maggiori nel periodo 1981-2001).

Ok, torniamo ai paesi scandinavi. Mi chiedo come si spieghi la loro anomalia. E' solo cultura? Sono io che conosco male i fatti dei paesi scandinavi? Ci sono delle differenze importanti fra le rigidita' del mercato del lavoro scandinavo e quelle del mercato del lavoro italiano? Mia moglie mi suggerisce che questi paesi hanno anch'essi effettuato delle (magari timide) riforme in senso liberistico negli ultimi anni. Qualcuno ne sa di piu'?

Quando stavo scrivendo la frase incriminata pensavo "vuoi vedere che qualche anima bella se ne uscira' con il solito esempio svedese?"

E' facile fare l'indovino, in certe cose ...

Non conosco a menadito il mercato del lavoro svedese o norvegiese (la seconda e' sempre di piu' un'eccezione strana, e' un paese che sta lentamente convergendo verso una versione "fredda" del Dubai, grazie al reddito per capita che il petrolio produce). Pero' mi risulta che quello danese sia altamente flessibile. A ogni buon conto, ho fatto un po' di ricerca (usando Google e Google Scholar, credo accessibili anche alla NY Fed) e l'evidenza mi sembra ci sia: i mercati del lavoro scandinavi sono parecchio piu' flessibili dell'italiano e di quelli del resto dell'Europa continentale, anche se lo sono meno degli anglosassoni. La disoccupazione giovanile, in Svezia, non e' poi cosi' piu' bassa dell'italiana, dalle tabelle che vedo in giro. Per quanto riguarda, in particolare, licenziamento ed orari flessibili, lavoro part-time e contratti temporanei, quello che ho capito da varie letture e' che stanno molto meglio dell'Italia, meglio nel senso da noi avocato ... Basta andare in questo interessante sito, ed entrare "Denmark", "Italy", "Netherlands" e "Sweden". Nota che la cassa integrazione e la liquidazione non sono chiaramente calcolate in questo sito, e che nemmeno il comportamento dei pretori del lavoro lo e', ma questo e' un discorso che porta lontano e richiede tempo che non ho.

Ecco una sintetica rendition della situazione, da un esperto (Gustav Ranis, YER Agosto 2006) "The Danish experience may not be easy to replicate in other OECD
countries or the developing world as each country has its own structural
characteristics. We can, however, classify countries according to their
labor market flexibility with potential for private-sector participation
and safety net contributions from the public sector. OECD countries can be classified into three types: Anglo-Saxon,
Scandinavian and Continental European. The Anglo-Saxon countries, the US
and UK, advocate minimal state intervention, leaving the main burden of
labor market adjustment to a private sector that operates in a more
flexible labor market. Scandinavian countries combine relatively
flexible labor markets with larger public-sector participation in
meeting the costs of adjustment. Continental European countries also
encourage substantial public-sector participation, with the private
sector’s ability to contribute to the adjustment process hampered by
more rigid labor-market conditions."

 

 

Infatti, mi ero stupito che non avessi scritto, dopo la frase incriminata, "e non ditemi i paesi scandinavi, troppo facile"  :-)

Immaginavo appunto che il mercato del lavoro svedese fosse piu' flessibile di quanto non si pensi. Per la disoccupazione giovanile, il solito sito menostato.it riporta i seguenti dati. L'Italia guida la classifica (!) con il 24% di disoccupazione fra i giovani sotto i 25 anni; all'altro estremo ci sono la solita Irlanda, insieme a Olanda e Danimarca, intorno all'8%; la Svezia sta esattamente a meta' con il 16%. Gli Stati Uniti sono all'11%, Regno Unito al 13%. Stupisce un po' trovare la Spagna al 20%, subito dopo la Francia (ma il trend e' in miglioramento).

Caro editor:

mi scuso: ho appeno posto una reply alla sua reply di qualche giorno fa e l'ho posta senza aver prima letto questo suo intervento che ho notato contiene risposte dettagliate ad alcune mie domande. Mi prendo il tempo di leggerlo.

Non rinuncio ad un appunto: l'anonimato tradizionalmente non danneggia il dialogo scientifico, non si fa cosi' nei referaggi? 

ma nei referaggi non c'e' dibattito: uno giudica e l'altro e' giudicato.

nel dibattito ci si guarda in faccia. 

 

Ho apprezzato l'articolo e, non essendo economista, ci rifletterò a lungo (pur avendo compreso (quasi) tutto e pur condividendo le conclusioni). Anche perchè di "questo" mercato del lavoro faccio parte, nel bene e, soprattutto, nel male.

Volevo però intervenire sulla "
Nota sullo stile del dibattito" e dare una simpatica tiratina d'orecchi a Michele:

- ma come "non avevo notato"??? erano ben visibili! Male che tu non abbia notato subito le ironie e le battutine di "pau flaccido" fin dal primo intervento... son sicuro che sei abituato a leggere bene e rapidamente con  buone tecniche di lettura che permettano di dare valore solo ai contenuti che ne hanno veramente... però anche alcune sfumature possono essere importanti...

- il secondo a fare ironia e a guardare dall'alto sei stato forse proprio tu, nella tua prima risposta a "pau flaccido"; tanto che io ti giustificavo pensando restituissi pan per focaccia, anche se mi sembravi addirittura troppo acido e risentito con quel "mi dispiace" ripetuto non a caso... e invece adesso mi dici che non avevi notato ironie e battutine... allora teoricamente sei stato tu il primo a fare l'ironico

- Mi sembra poi che il secondo intervento di "pau flaccido" ti abbia soddisfatto di più, tanto da farti rispondere in maniera opportuna... in effetti anche a me pareva che non fosse per forza obbligatorio fornire dei dati per aprire un dibattito su dei punti dubbi (o presunti tali)... anch'io avendo dubbi e non avendo il benchè minimo dato a disposizione affronterei un dibattito esponendoli e/o, se vogliamo provocando; saranno poi gli altri a smontarmi e a fornirmi i dati mancanti... insomma non vedevo nulla di male anche se le battutine c'erano e mi sembra che  alla fine di tutto, il tuo primo intervento fosse un po' sprecato, rispetto ai seguenti...

Infine una nota a molti tra voi: colgo l'inglese e pure l'americano e certe volte è d'obbligo usare certe forme linguistiche ma, SE POSSIBILE visto che scrivete in italiano... scrivete in italiano. Gli stessi proverbi o modi di dire esistono anche nella nostra lingua e forse più carini e spesso non c'è nessuna convenienza, nemmeno quella di risparmio d'inchiostro...  "knows better",  put your money..., the hand speaks...  Il primo intervento di stockli è quello che mi ha fatto più pensare all'idioma: già c'erano i termini "tecnici" di tenure, tenure professors,  supremi court, at will, market value (che tradotto non farebbe però brutta figura); se ci aggiungiamo Nonetheless, do you remember, paper, paper, partial equilibrium...

Il tutto con leggerezza, solo pensando a qualcuno che l'inglese non lo sa (sigh, ce ne sono!) e vorrebbero capirci qualcosa in un sito molto interessante come questo. 

caro Siracide,

ti ringrazio dell'apprezzamento. Immagino che Michele ti rispondera', ma volevo intanto dire che siamo molto consapevoli della nostra tendenza ad usare modi di dire americani o comunque anglosassoni, e cerchiamo di porvi rimedio (quando e' possibile). Ogni tanto qualcosa sfugge, specie quando si scrive di getto. Purtroppo e' una conseguenza dell'essere vissuti all'estero per molto tempo. Credimi, almeno da parte mia, non e' assolutamente fatto con arroganza, e anzi mi da molto fastidio l'aver perso, nel tempo, alcune sfumature della lingua italiana.

Lo so, lo so, e non pensavo, infatti, all'arroganza... conosce bene qualcuno tra di voi e il rischio di queste e altre conseguenze della lontananza.

Tirata d'orecchi accettata, anche se non prometto di non rifarlo nel futuro lo stesso errore. Cerco di spiegare perche' (l'altro pezzo della spiegazione si trova come risposta ad una osservazione, speculare alla tua, fatta da Nicola Lacetera nel dibattito su Stuyvesant).

Avevo notato, come se ne notano altri, ma uno prova a far finta. A volte c'e' chi ama "tirar di fioretto", facendo ironie e battutine da furbetto, pero' con l'intenzione di discutere seriamente. E' una specie di autodifesa iniziale, superata la quale la persona si rilassa e riesce a discutere sulle cose concrete, sui fatti-dati-teorie e lascia stare le battutine. C'era un 50% di probabilita' che il "pau flaccido" (tutti con questa mania dei nomi finti, mi sto un po' stancando ... ah, sto dibattendo con un altro nome finto ora che ci penso!) volesse discutere sul serio, quindi ho fatto hedging: ho risposto facendo finta di niente, ma just in case ho messo anche io le mie battutine. Ha risposto rincarando la dose ed ora, alle mie risposte che mi sembrano piu' che serie, vedo che non risponde. Diciamo che assegno un 12.7% di probabilita' al fatto ce lo faccia questa settimana ... 

Sull'opportunita' di fornire dati alternativi per dibattere: ti sbagli. Non vedo proprio in che senso si possa argomentare scientificamente contro un'ipotesi se non si ha almeno un'ombra di evidenza che la metta in dubbio. Nel caso del mercato del lavoro non sostengo che tale evidenza contraria alle nostre politiche esista, ne esiste e la conosco. Ed ho deciso che e' di gran lunga insufficiente a farmi cambiare idea. Se qualcuno ha dei dubbi sulla posizione che avanziamo deve almeno spcificare su CHE COSA si REGGANO tali dubbi, non ti pare? A me sembra che o si reggono su errori logici o di teoria che facciamo - nel qual caso, ci si dica dove sono tali errori o tali ipotesi dubbiose - o su evidenza empirica che contraddice quella che noi riportiamo - ed anche qui ritengo legittimo dire: mostrami l'evidenza. 

Dubitare e' bene, ma vi sono due livelli del dubbio. Quello a cui ti riferisci, il dubbio del ricercatore che non e' mai contento, che mette sempre in discussione i propri risultati, e' perfettamente salutare e legittimo. Ma inutile e paralizzante in una discussione di politica economica, visto che quest'ultima richiede PRENDERE DECISIONI ed AGIRE. Dire semplicemente: forse hai ragione, ma io comunque dubito e' una posizione utile per scrivere il prossimo paper, o per andare a cercare nuova evidenza su cosa determina il lavoro precario o un basso tasso di occupazione femminile. Ma finche' non hai fatto questa ricerca, tale tipo di dubbio e' inutile e paralizzante in una discussione di politica economica. Se gli ingegneri dovessero attendere che i fisici risolvano tutti i loro dubbi sulla struttura sub-atomica della materia, mai costruirebbero ponti. Non e' obbligatorio fare politica economica, ma se si fa e si dibatte di essa occorre seguire la regola "ci vogliono un modello e dei dati per prendere decisioni". Il che ci porta al secondo livello di dubbio, quello ingegneristico, che si applica al caso in questione. Se pensi che il ponte che sto suggerendo di costruire non regga devi darmi almeno una ragione tecnica precisa che giustifichi il tuo dubbio. Non puoi limitarti a dire "non ci credo, troppo facile, dubito ...". Mi spiego?

 

Il mio nome è Siro e il nick siracide non ne è poi così lontano anzi; tu potevi firmarti mike e sarebbe stato uguale. E poi, la presenza o meno del nome reale, in verità non conicide necessariamente con un non-anonimato... per quello ci vorrebbe ben altro... forse anni di amicizia... ma qui andremmo lontani.

Riguardo ai "dubbi" capisco cosa intendi, ma esistono anche i "dubbi" (forse è la parola "dubbio" a non essere la più azzeccata) di chi non comprende tutto, o almeno non tutto in modo così evidente, senza avere conoscenze e dati, senza per questo voler andare contro un'ipotesi, ma anzi proprio per poterla comprendere meglio e abbracciarla incondizionatamente. Sono quei dubbi che vengono quando non afferri qualcosa; se sapessi cosa forse avrei già risolto il dubbio. Non mi sembravano proprio questo il tipo di dubbi di "pau flaccido", che forse un po' ci giocava; però, pur non fornendo dati, poneva alcune domande. Ora, pur supponendo che potesse avere o meno delle risposte contrarie o meno alle tue, e ad ogni domanda si poteva comunque rispondere... come poi hai fatto.

osservo

Siro Pillan 4/12/2006 - 21:30

Nell'articolo non ho notato riferimenti ad alcuni fenomeni che invece a me sembrano evidenti (almeno stando qui in Italia a lavorare cercando nel frattempo altri impieghi). Mi riferisco al sorgere come funghi di "negozi" (più che agenzie) di lavoro temporaneo, lavoro interinale e simili. Ce ne sono un'infinità: è un tentativo maldestro di andare nella direzione da voi indicata, creando un "ricircolo" di impieghi e una varietà di soluzioni collaborative? O è semplicemente uno dei tanti modi di creare posti di non-lavoro? Anche perchè la maggior parte degli posti di lavoro in circolazione sono proprio per essere impiegati nelle agenzie stesse a fare selezione di personale o ad aprire nuovi sedi d'agenzia: chi cerca lavoro ci ritrova a fare il selezionatore o a cercare lavoro per altri... che, se ne trova uno, forse se lo tiene.

Quanto a categorie e sindacati, la mia drammatica esperienza (centinaia di persone in contratto di solidarietà, 6 mesi senza stipendi, azienda in amministrazione straordinaria, continue proroghe sulla presunta nostra acquisizione da parte di qualche altra azienda...) non può che confermare tristemente la loro utilità e la (meglio "il") loro fine.

Le agenzie di lavoro "interinale" come credo le chiamino evidentemente nascono perche' c'e' domanda, no? Altrimenti come sopravviverebbero se non ci fossero imprese che usano i loro servizi e che pagano per essi? Insomma, dubito che siano una specie di machinetta che si autoalimenta a meno, beh a meno che qualche leggina o qualche codicillo della Biagi o della Treu non abbia creato finanziamenti e sussidi per questo tipo di imprese, nel qual caso il loro eccessivo ed inutile moltiplicarsi si spiegherebbe con l'ennesima prebenda. Ma non sono a conoscenza di tale sussidio.

Il secondo paragrafo e' troppo "ermetico", quindi non capisco cosa vuoi dire ...

 

Per il secondo paragrafo ermetico... niente di speciale. Solo che la mia esperienza diretta mi ha confermato quel che viene da voi detto riguardo l'utilità dei sindacalisti e delle categorie e la loro fine (cioè quella di finire in ministeri o in qualche dirigenza).

Ho l'impressione che, forse perche' predicavamo ai convertiti, il nostro pezzo collettivo sul mercato del lavoro abbia sollevato meno dibattito e polemiche di quante ci aspettavamo. Bene, male? Male, credo, in quanto e' probabile che questo sia dovuto al fatto che la maggioranza di chi ci legge queste cose le aveva gia' capite.

Il che conferma che ci legge una sparuta minoranza ... beh, PARLATENE AD AMICI E COLLEGHI CHE NON CONDIVIDONO!

Ad ogni buon conto, ecco un altro e ben fatto lavoro empirico che conferma, con dati e metodi nuovi, il punto su cui insistiamo e CHE entra anche nel dettaglio di come i mercati del lavoro rigidi facciano male ai lavoratori. [Micco&Pages]

Non credo proprio di poter essere io a far diventare grande questo dibattito. Dici "male perchè la maggioranza aveva già capito queste cose"... è un male questo? Forse solo perchè temi che a leggere queste pagine siano i soliti che già le condividono; per il resto altrimenti credo sia un bene, anche se non penso che basti capirle e condividerle per cambiare le cose... c'è un modo per fare arrivare questi vostri "studi" a "chi" può far qualcosa (ammesso che voglia far qualcosa)?

Io, credo, non le avevo già capite, ma leggendo mi sono sembrate abbastanza chiare (quasi ovvie?), come se in fondo sospettassi già che fosse così. Inoltre mi è venuto quello spunto di curiosità sulle agenzie di lavoro temporaneo o interinale... ammessa la loro validità, non possono essere un primo passo per la flessibilità del mercato del lavoro? Ma vorrei saperne di più sul perchè ce ne siano così tante... non credo alla semplice "domanda-offerta"... del resto è pur sempre un intermediario tra datore di lavoro e lavoratore e non credo che questo sia sempre utile e/o conveniente.

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