Scelta TFR: fondi aperti o fondo chiuso/negoziale?

26 maggio 2007 andrea moro
Continuo la mia attività di consulente finanziario, ancora una volta sollecitato da richieste specifiche di amici. Non mi ci ritrovo molto in questo ruolo, ma visto che ho fatto l'investimento di tempo iniziale mi costa poco continuare, e non mi spiace farlo visto che arrivano al sito diverse visite di lavoratori che cercano consiglio. Sperando di fare cosa utile, questa volta assumo che il lavoratore abbia deciso di aderire ad un fondo e debba scegliere fra il fondo chiuso aziendale e uno dei tanti fondi cosiddetti aperti.

Innanzitutto, una premessa: molti consigliano cautela nella decisione
di abbandonare il TFR aziendale, per esempio sostenendo che
i vantaggi fiscali sono illusori, visto che le tasse possono sempre
aumentare in futuro. Così la pensano non solo esperti ipercauti
come il famoso Beppe Scienza, ma anche siti informativi indipendenti
che trovo per il resto abbastanza obiettivi come tuapensione.it.
Che le tasse possano aumentare è vero, occorre però vedere se le
tasse aumenteranno in misura maggiore per i fondi che per il TFR.
Inoltre, si noti che il parlamento è stato quasi unanime nell'intento
di incentivare la previdenza alternativa. Non credo dunque che gli
incentivi fiscali possano cambiare direzione in futuro. Ho documentato altrove che i vantaggi fiscali sono notevoli, soprattutto per i lavoratori più anziani, fatto di cui tutti tacciono. Prima di rinunciarvici dunque, meglio pensarci due volte.



Ma torniamo all'oggetto dell'articolo - la scelta amletica fra fondo chiuso e fondi aperti. Questione difficile. I fondi chiusi genericamente hanno costi di gestione inferiori, genericamente hanno una bassa componente azionaria, e sempre limitano la possibilità di scelta. Inoltre, l'adesione a un fondo chiuso comporta di solito un contributo aggiuntivo fornito dal datore di lavoro. Per esempio, nel contratto dei metalmeccanici
il datore di lavoro contribuisce l'1,2 percento dello stipendio lordo,
a fronte di un contributo uguale del lavoratore, e del versamento del
TFR, da effettuarsi obbligatoriamente nel fondo chiuso. Oltre ad avere limitate possibilità di scelta, se il lavoratore scoprisse un giorno che gli amministratori di
Cometa sono degli incapaci, e volesse trasferire le somme accumulate ad
fondo aperto, perderà il diritto a ricevere i contributi futuri da
parte del datore di lavoro. Insomma, per il metalmeccanico non c'è
scelta: o versa il TFR (6,91 % dello stipendio) e un contributo
individuale (0,55%) a Cometa, o non riceve nulla dal datore, ed il
proprio potenziale stipendio si riduce dell'1,2%. E non puo' nemmeno trasferire i fondi in seguito, pena l'interruzione delle contribuzioni del datore di lavoro.

Il metalmeccanico dovrebbe ritenersi fortunato. Il fondo chiuso di categoria, Cometa, gli da almeno la possibilità di scegliere fra quattro "comparti" chiamati Monetario plus, Sicurezza, Reddito, Crescita,
corrispondenti, rispettivamente, ad un contenuto massimo percentuale di
titoli azionari dello 0, 10, 30, 60. Si noti come il lavoratore
non abbia l'opzione di scegliere una
componente azionaria più aggressiva, come di solito si consiglia a chi è a 30 anni dalla pensione. [Piccola nota a latere: gli addetti ai
lavori noteranno che ai fondi sono stati dati nomi sbagliati, nel senso
che, nella prassi dei fondi americani, le parole income (reddito) e
growth (crescita) vengono riservate non a fondi con diversa componente
obbligazionaria, ma a fondi che investono in aziende che abitualmente
distribuiscono i profitti (fornendo reddito) piuttosto che reinvestendo
in azienda (fornendo crescita del valore del titolo). Spero questo non
sia un segnale della competenza dei gestori di questo fondo].



Altro esempio, FonTE, il fondo dei lavoratori nel settore dei servizi,
di cui parlo perché è il settore in cui lavora il mio amico. Per un
verso le cose stanno meglio, visto che il contributo del datore di
lavoro è dell'1,55 per cento a fronte di un versamento minimo dello
0,55 per cento da parte del lavoratore (e sempre con l'obbligo di
versarvi anche il TFR). FonTE però ha solo due comparti, garantito, e bilanciato, quest'ultimo
con una componente azionaria attorno al 20 percento del capitale. Il
mio amico si lamenta che il rendimento del fondo sia "uno dei più
bassi". E vorrei ben dire, difficile rendere tanto quando si investe
quasi tutto in obbligazioni. Mi chiede se non convenga a questo punto
rinunciare al contributo del datore pur di poter scegliere un fondo
più aggressivo fra quelli aperti. Un rapido calcolo con excel rivela
che il mio amico non ha poi tutti i torti (salvo quanto poi riporterò sotto nella conclusione). Riporto qui sotto i
risultati considerando ipoteticamente uno stipendio di 25 mila euro, e
rendimenti dei fondi chiuso e aperto rispettivamente del 3 e 7 percento.
Come si vede, il contributo del datore di 348,75 euro (all'1,55 per
cento va tolto il 10% da dare all'INPS come contributo di solidarietà)
si annulla nell'arco di 5 anni. Dopo 25 anni il capitale accumulato dal
fondo aperto è quasi il doppio. Chiaramente, le differenze si
amplificano aggiungendo le contribuzioni degli anni successivi al primo.






Montante del primo anno di contribuzione

 
Anno
Fondo chiuso Fondo aperto
Stipendio lordo
25000
0 2213.75 1865
Contributo datore, 1.55% per lavoratori nei servizi 348.75
1
2280 1996
Rendimento fondo chiuso
1.03
2 2348 2135
Rendimento fondo aperto
1.07
3 2419 2285

 
4 2491 2445

 
5 2566 2616

 
 




25
4369 8841
Per il nostro lettore metalmeccanico di Sesto San Giovanni le cose
stanno in parte meglio, perché può scegliere un comparto con maggiore
componente azionaria, cosa consigliabile se l'età del pensionamento è
lontana. D'altra parte però il suo contratto prevede un contributo del
datore solamente dell'1,2 per cento, a fronte di un maggiore
investimento personale. Assumendo una differenza fra rendimenti dello 0.2% occorrono circa dieci anni perché la convenienza del fondo chiuso si estingua. Ecco dunque alcuni consigli finali per il mio amico in procinto di scegliere:
  1. Non trarre valutazioni negative su un fondo chiuso in base alla
    scarsa performance; molto spesso si tratta di fondi molto conservativi.
    In genere, i fondi chiusi hanno costi di gestione notevolmente più
    bassi dei fondi aperti (ma vale la pena controllare e verificare questo
    nelle note informative dei fondi), quindi vale la pena di considerarli seriamente.
  2. La convenienza del fondo aperto sembra ovvia, se valgono le ipotesi
    effettuate nella tabella. Occorre tuttavia inquadrare l'investimento pensionistico
    nel contesto di tutti gli investimenti del lavoratore. Per esempio se
    il lavoratore già investe parte dei propri risparmi in titoli a reddito fisso e
    obbligazioni, significa che non è disposto ad accettare il rischio
    azionario per la totalità dei propri investimenti. Se così fosse,
    meglio sarebbe scegliere di investire nel fondo chiuso per ricevere
    così anche i contributi del datore di lavoro. Poi, è sempre
    possibile riprisitinare il desiderato livello di rendimento/rischio
    ribilanciando i propri risparmi non-pensionistici verso una maggiore
    componente azionaria.
  3. Rielaboro dal punto 2 nel caso non fosse chiaro: se esiste un contributo del datore di lavoro legato all'adesione al fondo chiuso, conviene investire sul fondo chiuso, a meno che i risparmi personali (quelli in eccesso alla quota che si tiene liquidabile per fronteggiare spese impreviste) siano tutti investiti in azioni. E a meno che non si pensi i gestori dei fondi chiusi siano cosi' incapaci da rendere conveniente la rinuncia al contributo del datore pur di evitare di avere a che fare con loro (si tenga conto anche del fatto che i costi di gestione dei fondi chiusi sono spesso molto inferiori dei costi dei fondi comuni reperibili sul mercato). Se parte dei risparmi personali e' investita in obbligazioni e titoli di stato, e' sempre possibile disinvestire da questi l'ammontare che il fondo chiuso "costringe" ad investire in obbligazioni e investirlo in un fondo azionario per ripristinare la desiderata composizione di portafoglio.
  4. Non so a quanto questo serva, ma occorrerebbe fare pressioni sul
    proprio datore di lavoro, specie se si tratta di piccola impresa,
    perché mantenga la contribuzione anche in caso di adesione ad un fondo
    aperto senza cedere al ricatto sindacale. Coinvolgere i sindacalisti
    non so quanto serva, visto che sono i diretti responsabili di queste
    clausole capestro che limitano le possibilità di scelta dei
    lavoratori, e con queste il loro benessere. Chi siano i beneficiari lo
    si veda nella composizione dei consigli di amministrazione e di controllo dei fondi chiusi.

Concludo con la solita avvertenza: le opinioni espresse in questo articolo sono solamente mie e non quelle del mio datore di lavoro

10 commenti (espandi tutti)

Alcune informazioni aggiuntive. In Italia i dipendenti del settore del credito hanno la possibilità di sottoscrivere fondi pensione aperti (gestiti dal proprio gruppo, ovviamente...) con il benefit di contribuzione da parte dell'azienda, che si situa intorno al 2-2.5 per cento della retribuzione lorda (incluse le voci variabili come il bonus). In molti casi, il dipendente può limitarsi a trasferire il proprio Tfr senza contribuire con parte del proprio lordo retributivo, e l'azienda versa comunque il benefit.

Sulla (impropria) denominazione data ai prodotti italiani rispetto alla prassi statunitense: è vero, concordo con la critica, ma specificherei che queste forme di ignoranza discernitiva non sono responsabilità dei gestori bensì dei maghetti del marketing, che nei prodotti finanziari hanno molto più potere di quanto non appaia all'esterno: spesso, tale potere giunge a condizionare la strutturazione di benchmark efficienti quanto potrebbe esserlo un ubriaco che cerca le chiavi di casa sotto il lampione più vicino. E non lo dico per difendere la casta dei gestori, che spesso in realtà si trovano a gestire prodotti del tutto irrazionali, e ne pagano le conseguenze in termini di immagine. Anche se di Van Basten in giro non ce n'è neppure nel risparmio gestito, ovviamente;

Riguardo l'aspetto fiscale della previdenza integrativa, Andrea scrive che "che il parlamento è stato quasi unanime nell'intento
di incentivare la previdenza alternativa", e quindi il timore di futuri trattamenti discriminanti a danno della previdenza integrativa non dovrebbe sussistere. Forse è così, ma non dimenticate quello che era scritto (sotto dettatura della sinistra radicale) nel programma dell'Unione, a pagina 171, sulle prestazioni previdenziali integrative:

va rivista anche la tassazione delle prestazioni che è, senza motivo, molto più vantaggiosa del trattamento riservato alla pensione pubblica e accentua il carattere di regressività dell’impianto, già condizionato dal vantaggio prodotto dalla maggiore aliquota marginale dei redditi più alti sulla deducibilità della contribuzione in somma fissa;

Poi, è vero che anche l'aumento di tassazione del risparmio è stato accantonato dalla maggioranza, che ne aveva esaltato per mesi il valore salvifico. Credo che, in caso di rallentamento congiunturale e relativa flessione di gettito fiscale, torneremo a sentir parlare del "valore etico" della maggiore tassazione del risparmio...

Concordo con il punto 4 delle raccomandazioni: individuare chi sta frenando lo sviluppo della competizione nei prodotti di previdenza alternativa è piuttosto agevole. Diciamo che si tratta di una convergenza di interessi tra chi è interessato a mantenere vischiosità alla migrazione dei clienti verso prodotti migliori.

 

Un piccolo appunto sulla convenienza fiscale. Il programma dell'Unione e' un fatto, non posso criticarti su questo, ma non vorrei che il nostro lettore che giunge da Google fosse ulteriormente allarmato, e proprio da te! Il mio intento era di cercare di prevedere in modo ragionevole come verranno tassati in futuro questi contributi, e trovo la gli inviti generalizzati alla cautela basati su questo eccessivi. Da quanto posso interpretare dalla tua citazione, capisco che se l'ultrasinistra andra' al governo togliera' o ridurra' la deducibilita' dei contributi. Benissimo,  meglio allora affrettarsi a contribuire piu' che si puo' finche' c'e' la detraibilita'. Si disinvestano i propri risparmi per contribuire quest'anno il massimo dei 5100 e passa detraibili! Poi, quando toglieranno la deducibilita', si smetta di contribuire.

Si parla anche di alzare ed uniformare la tassazione sui rendimenti, ma questo evento e' neutrale sulla scelta su quanto investire nella previdenza alternativa, e persino sulla scelta della destinazione del TFR. I rendimenti del TFR sono tassati oggi nella stessa misura in cui sono tassati i rendimenti dei fondi (11 per cento). Si parla di alzare tutto al 20 per cento. Qual e' la probabilita' che i rendimenti dei fondi verranno tassati in misura maggiore del TFR, o in misura maggiore sui rendimenti da capitale? Direi molto vicina allo zero.

In sintesi, condivido il tuo astio nei confronti di un programma di governo miope, per non dire di peggio, ma vorrei invitare ad un po' di realismo. Anche se quanto scritto venisse realizzato, rimane la convenienza -per ora- di investire nei fondi, fino al limite della deducibilita'. Poi un altro appunto: ricordiamoci che le convenienze fiscali della previdenza alternativa costituiscono un risparmio forzato; di questo ha parlato alberto recentemente. Togliere questi incentivi ci avvicina al first best.

Ovviamente, io sono il primo ad aver interesse allo sviluppo della previdenza complementare e dei prodotti di risparmio gestito ad essa relativi, anche per motivi di continuare a mettere assieme il pranzo con la cena! In effetti, la mia non voleva essere una focalizzazione esclusiva su quanto di demenziale (e ideologico) c'è nel programma dell'Unione; semplicemente volevo richiamare l'attenzione sulla "volubilità fiscale" del legislatore italiano. D'accordissimo circa l'opportunità di sfruttare nella sua interezza il leverage fiscale offerto dalla normativa odierna.

Inoltre, si noti che il parlamento è stato quasi unanime nell'intento
di incentivare la previdenza alternativa. Non credo dunque che gli
incentivi fiscali possano cambiare direzione in futuro.

Mah, su questo non saprei. Essendo un vecchio cinico, penso che la ragione principale per cui le forze politiche ora cercano di incentivare la previdenza alternativa non e' certo il bene dei lavoratori, ma il desiderio di scrollarsi di dosso almeno in parte le gigantesche liabilities di un sistema PAYE con "defined benefits" e sempre meno nuovi pagatori di contributi. La politica fiscale futura dipendera' unicamente da quel che sara' loro piu' conveniente all'epoca: in particolare, da cio' che permettera' loro di reperire altri fondi da destinare alla spesa per comprarsi voti.

E aridaje con gli inviti all'allarmismo. Mi spieghi come quanto dici implichi che non si debba usufruire degli incentivi fiscali che esistono -adesso-? L'incertezza sulla fiscalita' futura vale sia sui contributi investiti, sia su quelli lasciati in azienda col TFR, e per quanto mi riguarda e' neutrale. O indicate un'ipotesi concreta e realistica che spieghi come cambiamenti fiscali futuri (come l'annullamento della detraibilita') rendano sconveniente lo sfruttamento dei vantaggi fiscali odierni, oppure lasciate perdere.

E aridaje con gli inviti all'allarmismo. Mi spieghi come quanto dici
implichi che non si debba usufruire degli incentivi fiscali che
esistono -adesso-? L'incertezza sulla fiscalita' futura vale sia sui
contributi investiti, sia su quelli lasciati in azienda col TFR, e per
quanto mi riguarda e' neutrale. O indicate un'ipotesi concreta e
realistica che spieghi come cambiamenti fiscali futuri (come
l'annullamento della detraibilita') rendano sconveniente lo
sfruttamento dei vantaggi fiscali odierni, oppure lasciate perdere.

Ma io non voglio convincere nessuno a tenere i soldi in azienda. Sono solo esterrefatto dal fatto che tutto il dibattito corrente in campo politico sia sul soggetto a cui lasciare la gestione dei propri sudati soldi, mentre a nessuno, dico nessuno, viene il sospetto che i soldi guadagnati andrebbero piuttosto lasciati a chi li ha guadagnati, e che i motivi dietro le scelte dei governi siano men nobili e certamente non ispirati alla preoccupazione per i il benessere dei cittadini.

Per chiarire, la mia posizione e' la seguente:

1. La previdenza sociale corrente e' una gigantesca truffa perpetrata da chi l'ha escogitata e messa in atto inizialmente (da Bismarck a Giolitti e Mussolini a Franklin Delano Roosevelt e tutti i loro degni colleghi nei vari paesi). Comprarsi l'appoggio popolare (dando pensioni a chi non ha mai contribuito) con soldi che appartengono alle generazioni future, rappresenta l'applicazione del principio della catena di sant'Antonio alla corruzione politica: combina la criminalita' comune con l'insostenibilita' finanziaria. Per fortuna, nel posto dove vivo questo gioco falli' quando tredici anni fa fu tentato dal demagogo di turno (Chris Patten).

2. Dato che i nodi stanno venendo al pettine, i governi stanno ora cercando di eliminare le loro unfunded liabilities incoraggiando schemi "defined contributions" col settore privato: sperando che nessuno si accorga del fatto che loro saranno la generazione dei polli che paghera' per chi aveva preso soldi non suoi dalle mani di Giolitti, Mussolini e governi successivi. Intendiamoci, non che io creda che restare all'INPS sarebbe meglio: il risultato sarebbe o l'insolvenza o un continuo aumento dei gia' altissimi contributi previdenziali.

3. Dal canto suo, l'industria finanziaria e' ben lieta di avere nuovi captive customers costretti da leggi dello stato a segliere tra prodotti mediocri, e sta al gioco. Accettiamo pure il discutibile principio che lo stato abbia il diritto di costringere i cittadini a investire i propri soldi per il futuro (anziche' lasciarli liberi di spendere e spandere in modo irresponsabile se cosi' decidono, e buttarsi da un ponte se dopo averlo fatto restano senza soldi per vivere -- un'attitudine che incoraggerebbe un'approccio alla vita molto piu' responsabile di quello prevalente). Ma anche qui, perche' non permettere investimenti molto meno costosi, tipo un mix tra un fondo indice o ETF, titoli di stato e cash calcolato sulla base del profilo di rischio (in base a eta' e preferenze del risparmiatore)? Un governo responsabile e non asservito agli interessi di tutti tranne che a quelli dei cittadini, e consulenti finanziari che fanno gli interessi di chi li paga anziche' percepire commissioni di vendita, potrebbero fornire ai cittadini tutti i dati e i tools per fare una decisione informata: per esempio, pubblicando medie e matrice delle covarianze per gli ETF quotati in borsa (in Italia, svariate decine di cui alcuni probabilmente troppo esotici per usi previdenziali) e obbligazioni di stato o private investment-grade, e fornire su web semplici tools per calcolare un mix di tre o quattro di essi sulla frontiera efficiente (magari con grafici di simulazioni montecarlo per mostrare non solo il ritorno aspettato ma anche la sua distribuzione calcolata). Invece no: abbiamo un'industria del "risparmio gestito" che tratta i risparmiatori come agnelli da tosare, e allegramente appioppa loro fondi con ritorni sistematicamente sotto il benchmark e con T.E.R. superiori al 2%. Come sorprendersi se, quando se ne accorgono, i risparmiatori decidono che in fondo sarebbe meglio lasciare tutto come sta e che hanno ragione Rifondazione e sindacati?

Mi sto scervellando per cercare di capire se sia piu' patetico o criminale... qualcuno ha mai sentito questa storia dei "fondi falliti all'estero"? Di che fondi sta parlando? L'unica cosa che ho trovato e' questa, come sospettavo, un riferimento a fondi aziendali che poco hanno a che vedere con i fondi comuni oggetto della previdenza alternativa in Italia   

Un dubbio "di fondo" mi turba: chi effettuera' materialmente la gestione del patrimonio dei diversi fondi negoziali? Dei gestori professionali, che magari gia' gestiscono dei loro fondi aperti? Oppure de(gl)i (ex-)sindacalisti?

In generale, quando si valuta un fondo (a gestione attiva) la figura del gestore non dovrebbe essere secondaria. O non dovrebbe esserlo, anche se mi rendo conto che in Italia (in altri Paesi non so) le curve di performance dei fondi sono tipicamente appiattite sul bemchmark di riferimento, ovviamente meno l'altissimo costo - ovviamente fisso - di gestione.

Oppure si puo' assumere che, per profili prevalentemente "obbligazionari" come quelli che tipicamente caratterizzano i fondi chiusi, il contributo attivo del gestore sia trascurabile? Ma allora basterebbe una economicissima gestione passiva (ETF).... Non serve anche un certo uso di derivati per cercare di guadagnare/contenere le perdite anche in caso di mercati discendenti? Per queste scelte non serve un gestore umano?     

In estrema sintesi, anche se i rendimenti passati non sono indicazioni per il futuro, i fondi aperti sono soggetti a rating (= performance passate, comunque) e se uno volesse magari potrebbe anche seguire i CV dei gestori riportati su Morninstar. Dei fondi chiusi invece non si sa quasi nulla: gestori, performance passate (quel poco che si vede dei pochi anni passati, non entusiasma), NAV giornaliero, ... 

FYI, personalmente devo fari i conti con TELEMACO (telecomunicazioni), e, sebbene mi consideri abbastanza attento in materia di investimenti in questo momento sinceramente non saprei dire chi ne gestsce il patrimonio. Ho invece un vago ricordo (o sogno?) che in COMETA (metalmeccanici) ci fosse un meccanismo multigestore, ossia per ogni linea di investimento, il 50% e' attribuito a un gestore (SIM) e l'altro 50% ad un altro gestore, scelti periodicamente su base gara fra quelli gia' operanti sul mercato del risparmio gestito (italiano o estero non saprei dire).

Mi piacerebbe sentire un vostro commento su questo aspetto: la gestione finanziaria attiva dei fondi chiusi.

Cordialmente

--Paolo

P.S.

se all'industria del risparmio gestito italiano sono applicabili le critiche del prof. Beppe Scienza, come non ritenere che gli stessi difetti si porteranno naturalmente anche sui fondi chiusi? 

 

In aggiunta, leggo oggi che i consigli di amministrazione dei fondi chiusi sono composti paritariamente da sindacati e dalle aziende del settore cui il fondo si riferisce. Questo non portera' naturalmente il fondo a guardare con un'attenzione particolare alle azioni delle aziende medesime, qualora quotate?

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