I sette peccati capitali della scuola italiana. Con accenno a possibili rimedi

18 marzo 2018 Fabrizio Bercelli

Non mi baso su risultati di ricerche, che pure sarebbero utili, ma sulla mia esperienza personale: prima come padre di tre figli che ho seguito, fra elementari e scuola secondaria superiore, in un arco di tre decenni. Ora, da qualche anno, come volontario in un doposcuola per elementari e medie inferiori, frequentato principalmente da piccoli figli di immigrati, quasi tutti nati in Italia. Luogo ora e allora: Bologna. E’ un’esperienza limitata, ma ha il pregio di riguardare sia scolari privilegiati, come i miei figli, sia svantaggiati.

Elenco sette difetti della scuola di cui gli uni e gli altri subiscono ogni giorno le conseguenze, drammatiche per i più svantaggiati, pesanti per tutti. Li chiamo “peccati capitali” perché fanno gravi danni che la scuola potrebbe evitare. Senza far colpa a nessuno: anche gli insegnanti portano il peso di un sistema scolastico disfunzionale.

1. Una scuola sconnessa dal mondo reale

La scuola dovrebbe aiutare bambini e adolescenti a entrare nel mondo degli adulti, a entrarvi quanto meno sprovveduti possibile rispetto a ciò che li aspetta. Può aiutarli ben poco se il legame fra scuola e mondo esterno è troppo debole. In effetti la scuola italiana, nelle sue pratiche quotidiane, è quasi del tutto autoreferenziale.

Tuttavia gran parte di autorità scolastiche, insegnanti e genitori, danno per scontata questa sconnessione. Per dirne una, i test INVALSI e PISA misurano basilari competenze linguistiche e logico-matematiche, necessarie per stare efficacemente nel mondo attuale. I risultati italiani sono mediocri ma, invece di chiedersi come rimediare, non pochi contestano validità e utilità dei test. Per dirne un’altra, perfino la recente timida introduzione, nelle superiori, dell’alternanza scuola/lavoro, ha trovato diffuse resistenze.

2. Un diluvio di nozioni superflue

Le assurdità generate da questo isolamento della scuola sono innumerevoli. Qualche esempio a caso. Che utilità può mai avere, per l’uso della matematica nella vita adulta, imparare a 12 anni le formulette di trasformazione dei numeri periodici in frazioni? O, per l’uso competente della lingua italiana, imparare decine e decine di complementi in analisi logica (ne ho contati 43, trattati in 71 lunghe pagine di un testo di 2a media)? O, per capire la società, leggere, a 9 anni, l’elenco delle dinastie egizie con nomi e date di faraoni e consorti?

Un simile diluvio di nozioni distrae dall’obiettivo prioritario che tutti gli scolari acquisiscano bene le competenze davvero basilari. Obiettivo mancato, come mostrano i test PISA e INVALSI. Se invece fosse conseguito, niente poi impedirebbe che agli scolari più motivati venisse data l’opportunità di approfondire i loro specifici interessi, fosse anche la lista dei 43 “complementi” in analisi logica -- lo dico con amara ironia.

3. Libri di testo poco utili

Un cardine di queste insensatezze è, a mio giudizio, il libro di testo. Mi limito a qualche aspetto, con qualche dato ed esempio.

Mole. Per i testi annuali di Italiano e Matematica, siamo sulle 1500 pagine in tutto. Se si aggiungono le altre discipline, siamo sulle 3000 pagine ogni anno. Quante di esse verranno lette, non dico studiate? Un 20% potrebbe essere una stima ottimistica. Sarei qui favorevole a un’imposizione statale: nelle medie inferiori, non più di 1000 pagine l’anno come totale dei testi di studio obbligatori. A guadagnarne sarebbero le schiene dei pre-adolescenti, e anche le loro menti. Caso estremo, ma istruttivo: in Nuova Zelanda, a 13 anni, niente libri di testo (però un pc per ogni alunno); nelle graduatorie PISA, la Nuova Zelanda supera l’Italia in tutto.

Linguaggio. Più spesso nei testi per le medie, ma talvolta perfino in quelli per le elementari, vien usato un italiano troppo astratto e formale, ricalcato sui testi universitari, inadatto all’apprendimento a quell’età. Basti vedere questo esempio da un testo di matematica di terza media, peraltro eccellente nel panorama italiano. Confrontare con testi e video didattici della Khan Academy, ora tradotti anche nella nostra lingua.

Eserciziari. Il primato spetta ad aritmetica e geometria, ma anche l’italiano (grammatica) non scherza. Migliaia di esercizi (centinaia non basterebbero?) che addestrano a cose che saranno di scarsa o nessuna utilità nella vita di gran parte delle alunne e degli alunni, perciò vissuti da loro come una pena insensata. Che dire del calcolo, a 11 anni, di espressioni numeriche come queste o, a 12 anni, di problemi geometrici come questi? (Confronta in entrambi i casi con i due esempi di test Invalsi pure presenti nelle due pagine.)

Ci sono pure, va detto, case editrici che si sforzano di innovare: risorse digitali, video didattici, testi semplificati per scolari svantaggiati, guide ai test Invalsi. Purtroppo questi ausili, oltre a mantenere i difetti dei testi principale, aggiungono appendici a corpi già straripanti, quando invece bisognerebbe snellire radicalmente tutto.

Strano a dirsi, qualcosa di prossimo alla soluzione ci sarebbe, prodotta dalle case editrici stesse: i loro libri per le vacanze! Esposizione delle nozioni basilari in un linguaggio più amichevole, pochi e meno astrusi esercizi, molte meno pagine: se fossero adottati questi come libri di testo? O se venissero usati, in alternativa, alcuni degli splendidi libri educativi che i buoni genitori borghesi, o chi può permetterselo, comprano nelle librerie per ragazzi come regalo di compleanno per i figli loro e dei loro amici?

E’ probabile che linguaggio astratto ed eccessi nozionistici dei libri di testo si riproducano nelle lezioni degli insegnanti -- li hanno adottati poi loro. Ci saranno pure bravi insegnanti che riescono a far apprendere ciò che conta, ma il diffuso ricorso a dosi massicce di compiti a casa fa pensare al peggio.

4. Caterve di compiti a casa

Immaginiamo una scuola che funziona davvero, che realizza il suo compito primario (punto 1). Gli scolari capiscono bene ciò che l’insegnante brevemente spiega, e il resto del tempo è impiegato a fare pratica, con l’aiuto e la supervisione dell’insegnante. I testi, in questa fantasia, sono una sorta di pronto soccorso: se uno ha un dubbio, apre il testo, trova facilmente il punto e risolve il dubbio. Se invece, a scuola, buona parte del tempo è occupato dalla lezione dell’insegnante, dove va a finire la parte principale dell’apprendimento, la pratica che porta a saper fare? Va a finire nei compiti a casa. Meno funziona la scuola, più compiti a casa si danno. Come dire: a scuola impari poco, impara a casa da solo!

Il movimento Basta compiti! ha descritto i danni di questa infelice specialità della nostra scuola. Ne richiamo due: sovraccarico di lavoro che toglie spazio alla vita extrascolastica; discriminazione fra chi può essere seguito a casa da genitori più istruiti e chi meno o per niente. Ma il punto principale è quello già detto: un falso alibi che cela la povertà dell’apprendimento a scuola.

Rimedi? Eliminare o ridurre drasticamente i compiti è il più immediato. Più strutturale è la proposta della Classe capovolta (Flipped classroom): centrare la vita scolastica sulla pratica, riducendo al minimo le lezioni, anche con l’aiuto di testi di studio più snelli e leggibili.

5. Lacune su lacune: la finzione di Nessuno resti indietro

Se questo è il quadro, nessuna meraviglia che larga parte degli scolari apprenda male, o non apprenda affatto, nozioni e procedure basilari. Sto pensando alla matematica, ma vale anche per altre discipline, secondo i test PISA e anche nella mia limitata esperienza. Le lacune si accumulano l’una sull’altra, di giorno in giorno, di mese in mese, di anno in anno. Fino al punto in cui un recupero diventa impossibile, l’apprendimento si riduce a zero, e la frequenza scolastica perde ogni senso.

In passato, il rimando a settembre e la bocciatura erano, nella loro grossolanità, meccanismi che potevano consentire almeno un parziale recupero di alcune lacune. L’abolizione di entrambi (formale dell’uno e sostanziale dell’altra), sostituiti da corsi di recupero velleitari e inefficaci, ha aggravato il problema.

Per fare solo un esempio noto a tutti, un’alta percentuale dei ragazzini delle medie inferiori non sa le tabelline. Anche ammesso l’uso delle calcolatrici, risolvere le (inutilmente) complicate espressioni numeriche assegnate in gran copia come compiti a casa, diventa un compito improbo. Per non dire delle comunissime lacune nella comprensione delle frazioni, delle percentuali, perfino dei concetti di moltiplicazione e divisione. Parlo di problemi che affliggono la quasi totalità degli scolari - anche italiani, non solo immigrati - che frequentano il mio doposcuola.

Per dare un’idea dell’abisso che separa la scuola ufficiale (quella dei libri di testo) dalla scuola reale, due tristi aneddoti. Ieri, un ragazzino di 13 anni, 2a media, cui spiegavo, nel mio doposcuola, il concetto di funzione (con l'esempio y=3x), alla mia domanda "Ma scusa 6:2 quanto fa?" ripetutamente risponde "Boh, che ne so". Ragazzina stessa età e classe: "Quanto costa un appartamento di 100 mq se il costo al mq è 1000 euro?", idem.   

Esistono soluzioni al problema dell’accumulo di lacune? Certamente, basti guardare a tanti sistemi scolastici migliori del nostro. Ma per prima cosa bisogna rendersi conto della drammaticità del problema. Lo slogan Nessuno resti indietro, tradotto nella pratica di non bocciare nessuno, è un altro falso alibi, una resa all’analfabetismo funzionale; e un inganno, fintamente benevolo, a danno di troppi ragazzini destinati alla marginalità sociale.

6. Ognuno per sé perdutamente

Il calvario degli scolari perdenti è solitario. Una scuola che non provvede a colmare le loro lacune, li abbandona a se stessi. Non solo: l’aiuto reciproco fra più bravi e meno bravi è stigmatizzato -- non copiare! non suggerire! -- invece che incoraggiato. Non si tratta di abolire le verifiche individuali, ma di organizzare il lavoro scolastico come lavoro di gruppo. Così dovrebbe avvenire in una scuola che prepari al mondo attuale, in cui l’attitudine alla collaborazione è basilare. Vedi i risultati PISA per l’Italia anche su questo.

7.  Indicazioni Nazionali e test INVALSI: buoni rimedi ignoratI

Seguo qualche scolaro in difficoltà nel mio doposcuola e vado a colloquio con gli insegnanti. Segnalo drammatiche lacune da colmare. L’insegnante sospira “Sì, sì, ma io devo portare avanti il programma.” Vado a controllare: le Indicazioni Nazionali (…), nella loro parte operativa, in particolare in Matematica (pp. 60-65), richiedono molto di meno di quello che viene insegnato e richiesto in classe e nei compiti a casa. Niente numeri periodici, niente calcoli di complicatissime espressioni numeriche, niente teoremi di Euclide e Talete. Tutto questo, e molto altro, viene in effetti ignorato dai test INVALSI, che invece richiedono capacità di ragionamento. Capacità soffocata dall’addestramento a una quasi cieca applicazione di un mare di formulette. I test INVALSI sarebbero un’ottima guida per capire che cosa serve che gli scolari apprendano, ma  vengono invece osteggiati o vissuti come una strana appendice dei programmi tradizionali, che i libri di testo perpetuano e gli insegnanti erroneamente ritengono tuttora obbligatori.

Che fare?

E’ possibile fare tantissimo, in tanti modi, dal basso e dall’alto.

Prima cosa, prendere atto -- insegnanti, genitori, studenti, cittadini -- della situazione, rendersi conto della malattia, della sua gravità, dell’urgenza di correre ai ripari.

Poi riconoscere le molte risorse che sono già in campo per produrre cambiamenti: movimenti come Basta compiti!, La classe capovolta e altri; l’INVALSI, che è già e può diventare sempre di più uno strumento utilissimo; le sensate Indicazioni Nazionali, finora quasi lettera morta; e migliaia di bravi insegnanti, decine di presidi intraprendenti, con tante buone pratiche da riconoscere e diffondere.

Su come cambiare il sistema, meglio ragionarne insieme. Queste modeste note spero contribuiscano a questo. Mi limito a un accenno, tutto da sviluppare: un cambiamento profondo richiede innovazioni ad opera di insegnanti e dirigenti; che a loro volta richiedono più autonomia e responsabilità dei singoli istituti, riguardo anche a programmi e organizzazione didattica; in un contesto di sana competizione fra gli istituti stessi. Come avviare un processo in questa direzione? Su questo bisognerà ragionare.

59 commenti (espandi tutti)

Complimenti, ottimo intervento.

1) Sulla sconnessione dal mondo reale, verissimo. La scuola è un sistema chiuso che funziona su principi suoi, autoreferenziali. La riconnessione che serve non è soltanto o principalmente diretta (mandare gli studenti nel secolo, per così dire), ma funzionale: se la scuola funzionasse in maniera più simile al mondo esterno, con cause ed effetti paragonabili, il senso di alterità diminuirebbe. Di contro, quando gli studenti vengono mandati nel mondo (ad es. con l'alternanza scuola-lavoro) ma i principi funzionali rimangono gli stessi, gli effetti positivi sono limitati. 

L'ASL, come quasi tutto nella scuola italiana, è obbligatoria (200 ore di stage aziendali in tre anni per i licei, 400 per tecnici e professionali). Questo vuol dire che le scuole, per rientrare nel monte-ore, fanno fare di tutto e di più, anche le cose più stupide o che non sono davvero ASL. E agli studenti di quel che si fa importa relativamente poco (è solo un altro obbligo), non vedono risultati particolari in quello che fanno e l'unica cosa che conta concretamente per loro è quanto questa influisca sul voto finale (comunque molto poco). La cosa viene vissuta, perché lo è, come una cosa tanto per fare. 

In più, quelle ore vengono spesso buttate in mezzo all'anno scolastico senza nessuna coordinazione: qualsiasi altra attività viene travolta, non c'è organizzazione, il caos prevale su tutto. Questo ovviamente non riguarda solo l'ASL, che è solo l'ultima di una serie di innovazioni anche interessanti che sono state rovesciate sulla scuola senza alcuna pianificazione. ASL, registri elettronici, materie insegnate in inglese, sono tutte cose ottime che sono state riversate su un macchinario che non è fatto per accoglierle. E' come se la scuola fosse una vecchia Panda su cui il ministero ha montato gli accessori di alta gamma di un'Audi. Il risultato non è una supermacchina, ma un trabiccolo.

Sui 2) e 3) sono semplicemente d'accordo (anche per le superiori, che sono il mio ambito). Brillante l'osservazione sui libri delle vacanze, e rivelatrice di una mentalità: siccome quei libri sono "meno importanti", "trascurabili", vengono meno il sussiego, la retorica e il trombonismo.

4) Sostanzialmente d'accordo con una sola osservazione: per la flipped lesson servono degli strumenti e studenti con un minimo di autonomia e capacità di "gestione di sé stessi". Nessuna di questa cosa è scontata, quindi più che rovesciarla sulle scuole sarebbe meglio lasciare che decidano i docenti se usarla o meno (può sembrare ovvio, ma la frenesia per le innovazioni ha spesso esiti strani).

5) Attenzione sulla bocciatura: c'è un'ampia letteratura che dimostra che la bocciatura non ha gli effetti dichiarati o sperati (dare tempo per recuperare, far prendere coscienza, ecc.). E' uno strumento grossolano: fa ripetere l'anno in TUTTE le materie, anche quelle in cui non si va male, costringe al cambiamento di classe e professori proprio quegli studenti che hanno più bisogno di continuità, genera comportamenti oppositivi, ecc.

6) Sulla socializzazione, sul collaborare, sul lavorare insieme: la scuola italiana media e superiore, con i suoi fittissimi e compattissimi orari con non più di 10-10 minuti di intervallo al giorno è strutturalmente anti-cooperazione. Ne ho scritto qui, mi permetto di autopromuovermi: http://www.imille.org/2018/03/06/la-scuola-la-socialita-la-didattica-cosa-non-funziona-e-non-funzionera-per-molto-ancora/ .

7) e conclusioni: soluzioni minute se ne potrebbero indicare tante, ma la realtà è che la scuola comincerà a funzionare bene quando si valorizzeranno i docenti più bravi, riconoscendo il loro lavoro e mettendoli in condizione di lavorare. Il bonus premiale attuale è un obbrobrio senza senso, istituito in fretta e furia laddove invece serviva creare una posizione di middle management per i docenti capaci di ricoprire una tale posizione. Ma tant'è.

quelle di Francesco Rocchi.

1) contributo prezioso sull'alternanza scuola/lavoro, di cui sapevo poco; concordo sulla critica alle innovazioni calate dall'alto

4) anch'io a favore di innovazioni dal basso, volontarie e sperimentali, flipped classroom inclusa; governo, ministero e regioni dovrebbero facilitarle in modo efficace (come farlo è un problema strutturale, complesso e delicato) piuttosto che imporle

5) anch'io contrario alla bocciatura; favorevole invece a "ripetere" la singola materia in cui uno ha lacune gravi, cambiando l'organizzazione didattica per cui lo scolaro possa ripetere, diciamo, un semestre di una singola materia, in casi estremi anche più volte, finché non colma le sue lacune in quella materia; anche per questo il livello delle competenze minime obbligatorie dovrebbe essere abbastanza basso, in modo che tutti prima o poi ci arrivino; con spazi facoltativi abbastanza ampi per chi vuole imparare di più.

continuo con l'autopromozione, sull'ASL:  http://www.leparoleelecose.it/?p=29502

condivido il malessere per la scuola italiana, e sulle caterve di compiti si può discutere, ma richiamare il movimento Basta compiti! è fuorviante se non dannoso. Infatti, la mission di basta compiti! è che

i compiti a casa siano aboliti, nella “scuola dell’obbligo”

Un'affermazione che non ha riscontro in altri sistemi scolastici, dove i compiti sono essenziali per il consolidamento di quello che viene svolto in classe. I compiti sono inutili se non vi è un feedback dell'insegnante, e sono inutili se svolti come atto di contrizione per compensare quello che non si è fatto. Un compito ben assestato con il feedback giusto è molto più produttivo di una serie di esercizi meccanici. Se a 12 anni fissare la lezione sulle date o la cronologia, anziché le relazioni di causalità, degli eventi è inutile,  allora anche il compito a casa collegato è inutile. E' utile l'analisi logica svolta a casa quando poi non si capisce un testo o non si riesce a interpretarlo criticamente? E' utile lo studio della funzione a casa, quando non si ha consapevolezza operativa del principio "che una rondine non fa primavera"? E' utile assimilare e rigurgitare nozioni a casa quando non si è in grado di metter in fila un discorso sensato su carta (o sul video)? Spaccare pietre è molto faticoso, ma non è allenante per nessuna attività sportiva. Ma senza il giusto allenamento non si è in grado di portare a termine un'attività sportiva senza incidenti.



Concordo sulle molte pecche elencate della scuola italiana. Ma non condivido l'ottimismo sull'impegno di migliaia di bravi insegnanti visto che solo quelli di ruolo sono in totale 729.668.

Sull'ASL posso dire di aver visto ragazzi bighellonare tra bar e sale giochi; non darei la colpa a loro ma a chi l'ha organizzata in quel modo. Vedo però molti ostacoli da parte della classe docente ad assumere un ruolo positivo, salvo poche eccezioni sia individuali che di qualche istituto.

Ho visto docenti leggere il giornale in classe; scrivere articoli per il suo giornalino, preparare relazioni per sue attività esterne, ecc. Addirittura un docente addormentato, col capo chino sulla cattedra. Mentre gli studenti s'intrattenevano in amenità varie.

Ho visto l'alto assenteismo nella classe docente, lo sfruttamento anche abusivo della 104, il poco impegno di docenti autorizzati ad esercitare libere professioni (avvocati, ingegneri, commercialisti, ecc).

Ho visto docenti venir meno all'obbligo che non è solo formale di effettuare le valutazioni, e di largheggiare per evitare contestazioni da parte di studenti e genitori. Demotivando gli studenti stessi.

Ho visto l'insofferenza crescente, anche da parte di docenti che pure avevano iniziato il loro lavoro con impegno, verso la sempre più crescente indifferenza di alunni e studenti. Casi di aggressione da parte di genitori a docenti sono stati rari, ma hanno contribuito a demotivare moltissimi altri.

Ho visto presidi (ora dirigenti manager) affidare progetti a docenti amici, vantandosi di farlo 'motu proprio', e pagarli anche senza una relazione scritta sul lavoro svolto durante l'anno.

Mi sa che poche punte di diamante possono fare poco in questo sistema scolastico.

Certo, meglio sarebbe prolungare la pemanenza negli istituti, per consentire la socializzazione, ma anche per dare più tempo agli studenti di studiare; soprattutto se si ritiene inutile lo studio autonomo a casa. Eliminarlo sic et simpliciter credo che comporti un ulteriore abbassamento del livello, già bocciato dall'Ocse, che ritiene impreparati anche i laureati italiani.

Credo che sia anche antieducativo far crescere ragazzini senza senso di responsabilità, abbandonati per l'intero pomeriggio davanti alle tv, ai cellulari o per le strade. Salvo quelli per i quali la famiglia è in grado di svolgere quel ruolo educativo necessario a quell'età.

Il livello si è andato sempre più abbassando a causa di riforme sbagliate, che hanno determinato un abbassamento progressivo del livello culturale.

E siamo arrivati a questo, a novembre 2017, secondo l’ultima indagine Ocse-Pisa: "Circa 3.500 studenti, 50% maschi, 50% femmine, hanno svolto le relative prove, ma l’Italia si piazza nella parte bassa della classifica: al 30esimo posto (su 51 paesi presi in considerazione) con un punteggio medio di 478 punti, inferiore alla media Ocse di 500. Il 65% degli studenti raggiunge il livello minimo di competenza stabilito dall’Ocse, soltanto il 4,2% degli studenti si colloca al livello avanzato mentre più di un terzo degli studenti si colloca al di sotto del livello minimo di competenza."

Perché in tv fanno trasmissioni a premio basate su domande di cultura varia e invitano persone all'oscuro di tutto? In questo mondo dell'apparire anche questi ignoranti, che ciononostante appaiono in tv, fanno pensare che si vuole abbassare volutamente il livello culturale. O almeno demotivano uno studente, che si chiederà: se quello va in tv che studio a fare io?

Non credo che basti qualche riforma.

Ci vorrebbe una mente illuminata in alto. Ma s'è visto come la classe politica seleziona se stessa per quel ruolo. Ci vorrebbero investimenti, ma in Italia la spesa è calata dell'11% dal 2005 al 2013, mentre è aumentata del 19% nella media degli altri Paesi.

Ci sarebbe bisogno di una rivoluzione dell'intero corpo docente. Ma dov'è, questo corpo, in grado di farla?

Cambiare la scuola senza la partecipazione attiva di una parte almeno degli insegnanti è impossibile. Per questo bisogna fare leva su quelli disponibili, per quanto pochi siano. Avviare processi cui partecipino alcuni insegnanti e alcuni dirigenti.

Riporto, a questo proposito, un intervento di ieri del dirigente scolastico Maurizio Parodi, che guida il movimento Basta compiti!, sui "Compiti di realtà" cui i libri di testo correnti dedicano qualche rara paginetta in aggiunta alle moltissime pagine di altri compiti: 

Sui "Compiti di realtà". [Secondo le Linee guida del Ministero] "Si chiede allo studente di risolvere una situazione problematica, complessa e nuova, quanto più possibile vicina al mondo reale, utilizzando conoscenze e abilità già acquisite e trasferendo procedure e condotte cognitive in contesti e ambiti di riferimento moderatamente diversi da quelli resi familiari dalla pratica didattica. Il compito di realtà è: progettuale, realistico, operativo, spendibile, complesso, disciplinare, trasversale, verificabile, sociale."
Molto interessante [commenta Parodi], molto significativo ... e molto inquietante.
Se si sono inventati i “compiti di realtà” significa che i compiti attualmente, normalmente assegnati e svolti sono irreali, per non dire artificiosi, astrusi o, peggio, assurdi: ed è proprio così. L'esperienza scolastica si caratterizza soprattutto per l'insensatezza o l'inutilità dei contenuti trattati e dei modi in cui sono trattati.
È ormai difficile ignorare l'evidenza di un simile paradosso: si impara sempre meno a scuola e si dimentica sempre più rapidamente ciò che a scuola si impara. Inevitabile laddove l'apprendimento sia solo nozionistico: le informazioni ingurgitate attraverso lo studio domestico per essere rigettate, a comando (interrogazioni, verifiche...), hanno durata brevissima; non “insegnano”, non lasciano il “segno”, attivano solo la memoria a breve termine, veicolano un sapere “usa e getta” (dopo pochi mesi restano solo labili tracce della faticosa applicazione).
Da qui l'ennesimo richiamo all'autenticità dei processi di conoscenza, ma l'imprinting “pedagogico” è troppo forte (non ce la possono fare): non si auspica l'irruzione della realtà, della vita, della socialità nella scuola, prospettiva evidentemente spaventosa, ci si limita a evocare una simulazione meno distorta un po' più verosimile (e magari riuscisse).
Per inciso: i compiti di realtà si aggiungono ai compiti a casa (“surreali”) abitualmente assegnati, non li sostituiscono.
Credere che la didattica reale possa giovarsi dei richiami alla realtà di Montessori, Freinet, Milani, Rodari, Lodi è del tutto irreale. 

Con dirigenti e insegnanti che ragionano così, e ce ne sono, si può provare a fare qualcosa. 

Sì. Ho letto pure la petizione su change.org, che ad oggi ha raccolto meno di 30.000 firme, il 4% del corpo docente di ruolo. Non tanto condivisa, pare.

I compiti a casa sono:

° inutili, lasciano 'dopo mesi labili tracce'

La 'memoria a breve termine' mi risulta che sia attivata anche durante una spiegazione del docente, o addirittura nemmeno attivata se la mente dell'alunno-studente vaga altrove o su facebook. Spesso qualche riscontro positivo lo si ha solo interrogando sull'argomento spiegato il giorno prima. Mentre la concentrazione e la ripetizione mi sembrano più proficui nello studio a casa, soprattutto se fatto con uno o due altri compagni di classe in un confronto dialettico.

° dannosi

Si giustifica l'eliminazione dei compiti a casa perché sono dannosi per gli studenti 'diversamente dotati, della propria «naturale» inabilità allo studio'. A causa della presenza di chi non ha buone capacità si chiede meno impegno anche a chi invece può fare di più. Boh

° discriminanti

Per evitare ulteriore disagio di chi ha strumenti culturali e sostegno familiare inferiori va abbassato il livello di chi invece ha questo vantaggi. Cioè si abbassa l'asticella della cultura.

° prevaricanti 'diritto al riposo'

Non so di eccessive esagerazioni, evidentemente da limitare. Ma due/tre ore per quattro pomeriggi sottratte all'attività di 'apprendimento' davanti a tv, cellulari o fuori in sale giochi non mi pare siano lesive di quel diritto.

° impropri

Mi pare in contrasto con il 'discriminante'. Lì si dice che solo alcuni fortunati avrebbero il beneficio dell'aiutino a casa; qui si dice che anche gli altri lo hanno, anche da genitori che però non hanno le necessarie competenze.

° limitanti

Bella questa immagine dell'Italia piena di ragazzi che si dedicano a musica e sport. Ma dov'è? Tutta questa massa di studenti che s'impegna in musica, sport non la vedo nelle sale giochi, nelle piazze, nei bar.

° stressanti

Anche questa immagine di case piene di litigi per questo motivo mi manca.

° malsani

Gli zaini pesantissimi, cui pure s'è messo un limite, sono per andare a scuola non per i compiti a casa: non se ne fanno tanti da riempire lo zaino.

D'accordo sul non oberare di compiti, sul diritto a riposo e tempo libero. Ma ci dev'essere un limite anche a questo; un giusto equilibrio. Non si penserà di chiudere la scuola e di aprire centri ludici? Così si esalta ancora di più la possibilità di una ristretta classe, dove invece si studia, a diventare classe dirigente e dominante dell'intera società.

Con tanto di rispetto, ma non di condivisione, per le 'autorità' firmatarie.

Sul nozionismo spesso imperante nella didattica se ne parla da decenni. Mi pare che si sia un po' attenuato, ma se ancora molti ne parlano il problema persiste, e vuol dire che questi molti alla fine sono pochi per risolverlo.

Sono d'accordo sul fatto che s'impari sempre meno, e lo si vede dai risultati sempre peggiori ad ogni livello, fino all'università. Perfino sui testi delle leggi.

Anche all'università s'è dato un duro colpo col 3+2. Programmi del triennio non finalizzati al risultato complessivo dell'intero corso; esami frequenti su programmi spezzettati, studiati e memorizzati giusto il tempo per superarli. Proprio come è scritto su. Oltre a non aver differenziato la possibilità di impiego almeno nella scuola, con i diversi titoli di Laurea triennale e Laurea specialistica. Sarebbe stato ovvio consentire l'insegnamento con la Laurea triennale, poiché ci sono gli spazi, e non soltanto supplenze.

Il classico contadino che porta 12 uova al mercato, due si rompevano ecc ecc durò molto. Si è aggiornato parecchio l'armamentario. I 'compiti di realtà' mi sembrano più utili di tanti esercizi canonici; hanno un buon obiettivo, essendo finalizzati alla interpretazione, elaborazione e risoluzione di problemi pratici abbastanza quotidiani, che ogni docente può inventare anziché affidarsi a quelli standard dei testi. Perfino far giocare a scacchi o far risolvere sudoku killer è meglio delle uova, per allenare la mente.

Certo, rimane sempre da sapere cosa passarono nei dettagli (che esagerazione) Renzo e Lucia, e che c'è dietro la siepe sull'ermo colle; e non si allarga l'orizzonte alla 'letteratura' , non solo italiana, almeno con cenni su Hugo, Mann, Tolstoj, Shakespeare.

Si può snellire il superfluo, però penso sia meglio far riempire il vuoto pomeridiano con un po' di studio, in mancanza di scuole aperte. Per far crescere il senso di responsabilità e per compensare qualcosa di quello che non si riesce a fare in classe.

Già le 'ore' di lezione ridotte a 50 primi comportano una riduzione a quattro anni dei cinque nominali di corso.

Cosa farebbero gli studenti di pomeriggio, con le scuole chiuse?

Che si possa e si debba migliorare il sistema scolastico d'accordo. Che eliminare solo i compiti a casa senza nessun altro intervento compensativo sia un passo utile, no. Almeno per l 'utile' che intendo io.

Alla fine della fiera ci vedo solo l'effetto negativo di un abbassamento del livello medio non solo della cultura ma anche dello stimolo all'impegno per l'ottenimento di un profitto. E non mi pare poco in quella fase di apprendimento. Anche visti i risultati del rilevamento Ocse di prima.

Ma questo è solo quello che penso io.

Ho un percorso simile a Fabrizio (due figli che hanno seguito tutto l'iter scolastico, .... ma all'estero) e ho per 8 anni fatto parte sempre all'estero di organismi scolastici.  Ho fatto però le scuole in Italia ed quindi ho visto le differenze. ASL in CH è praticamente identica a quella tedesca (grazie Francesco rocchi per le spiegazioni) e confermo la qualità di quel sistema. 

Piuttosto non condivido la critica all'analisi logica, fatta alle medie. Analisi logica e grammaticale, se fatte bene (of course) come ricordo di averle fatte io negli anni 60 sono fondamentali per creare quelle competenze linguistiche che tanto sono carenti in Italia (vedi analfabetismo funzionale). Chiedo a questo punto come sia possibile affrontare lo studio di una nuova lingua, o anche più d'una, con le sue regole grammaticali, e quindi tradurre da una all'altra senza saper riconoscere soggetti, verbi, predicati, complementi  di tempo e di agente e tutto quanto serve per riconoscere queste figure nelle varie lingue e saperle interpolare. 

Esercizi, saranno inutili o lo sembrano ma se non ne fai abbastanza e poi arrivi all'università e fai ingegneria, fisica, matematica o economia con il cervello non allenato, appena imbatti in Analis1 e Analisi2 inciampi e cadi, sprecando anni della tua vita. Certo che sono meno utili se il tuo sbocco non va versol'università ma verso un sistema duale o professionale. Per questo qui in CH le medie inferiori (4 anni, non 3) vedono un primo biennio biennio uguale per tutti e il secondo diversificato a seconda del probabile sbocco (che si nota osservando le medie scolastiche).  

Cosa criticatissima dai genitori che si ritrovano con figli che hanno medie basse ma che tutto sommato porta rapidamente i loro figli ad un ottimo sbocco lavorativo (ed è sempre possibile poi accedere anche all'univiversità se si migliora strada facendo). 

Per l'analisi logica posso dire quel che penso io, da insegnante di lettere. La tassonomia infinita dei complementi è il frutto di una grammatica tradizionale goffa e abbastanza sbagliata (tra le altre cose, prende di peso le categorie del latino e le usa sull'italiano senza troppo pensarci).

Ad un ragazzino delle medie, ma anche delle superiori, distinguere, che so, nei complementi di causa quella impediente ("Non parlava a causa del pianto") da quella, boh, non mi ricordo come si chiama, ma comunque non causa efficiente che è un'altra cosa ancora, è abbasanza inutile.

Più utile usare la gamatica valenziale, che pian piano si fa strada, ed è basata su una linguistica studiata e meditata. Piano piano ci arriveremo tutti. Cosa sia ora è lungo da dire.

Chiaro, esagerare non è mai equilibrato. La giusta via però non si trova certo eliminandola del tutto. Se poi ci sono nuove metodologie che danno risutati migliori, ben vengano.  Si sperimentano e poi si adottano. 

Grazie Fabrizio Bercelli.
Quello della scuola è un argomento infinito e spinosissimo, di cui non si dibatterà mai abbastanza. Ricordo quanto putiferio scatenò il post "Aboliamo il classico!" di Michele Boldrin qui su nFA quattro anni fa.

In merito getto il mio sassolino nello stagno. Il peccato maggiore del nostro sistema è che è "scollegato dal paese", come dice Bercelli, cioè non forma quelle competenze che il sistema paese richiede. Su questo punto siamo un po' tutti d'accordo.
Vado più controcorrente invece se scrivo che uno dei difetti del nostro sistema scolastico è che produce troppi laureati.
E' talmente radicata l'idea che i laureati non siano mai troppi, quasi che l'ideale sia avere un paese dove "..ad ogni semaforo c'è un lavavetri in possesso di una laurea qualsiasi", come ha scritto qualcuno; che non si riesce nemmeno a dire che in Italia vale il contrario: esiste, non da ora ma da 150 anni almeno (da prima ancora dell'unità d'Italia) uno squlibrio drammatico tra domanda e offerta di forza lavoro intellettuale, che sta tra le cause profonde di molte magagne croniche di questo paese. Comprese l'elefantiasi della PA e la diffusione di meccanismi clientelari.

Visto che anche Francesco Rocchi ha fatto la sua autopromozione, vi lascio qui un link dove  raccolgo le mie riflessioni riguardo alle ragioni di ciò.

La tesi di fondo del suo post mi sembra interessante, ma ritengo piuttosto malposta l'enfasi sul susseguirsi di riforme in Italia dal momento che il problema della "classe disagiata", in linea di massima, è comune a molti paesi occidentali, almeno tra quelle 'elite' che maggiormente sono orientate ad acquisire "credenziali", titoli di studio, etc. per il tramite del sistema educativo. Volendo mantenere il discorso su una trattazione specificamente economica, e quindi più facilmente comprensibile a chi segue questo blog, mi sembra utile fare riferimento al libro recentemente pubblicato, The Case Against Education (di Bryan Caplan), di cui peraltro si trovano facilmente svariate recensioni che ne sintetizzano le linee generali, oltre ad articoli e post dello stesso Caplan.  La tesi di Caplan mi sembra decisamente sovrapponibile alle dinamiche da lei esposte per l'Italia, cioè che sussidiare l'accesso ad un sistema educativo che inizialmente si era evoluto sulle domande di una élite relativamente ristretta e sostenuta da rendite di posizione (quindi, tipicamente, poca se non pochissima enfasi sullo sviluppo "professionale" del capitale umano, e molta su un modello culturale genericamente classista, che enfatizza sia titoli di studio e credenziali, sia più in generale l'opportunità di 'distinguersi' dalla massa) genera overeducation, richiesta smodata di credenziali e titoli sempre più 'di élite', e cattivo sviluppo di quelle forme di capitale umano che effettivamente promuovono la produttività e la crescita di un "sistema" paese.

Mi sembra invece decisamente fuorviante identificare queste dinamiche con la cultura borghese, a cui molti studiosi dello sviluppo attribuiscono anzi un ruolo decisamente positivo nella crescita economica (un esempio fra tutti Deirdre McCloskey) e di cui questo paese sembra ancora oggi difettare.  C'è decisamente poco di borghese, e molto di medievale, nell'impostazione culturale che ha prodotto il moltiplicarsi di ordini professionali nel nostro paese.

della vecchia McCloskey esistono, eccome se esistono, e io sono l'ultimo che intende negarle.
Anzi la mia preoccupazione è che possano andare perdute, o che vada perduta la consapevolezza del loro valore, negli stessi occidentali.
La mia critica al modello culturale borghese si appunta (in estrema sintesi) sul fatto che è un modello elitario e ove massificato insostenibile.
Una società in cui sono tutti borghesi (per borghese qui mi riferisco all'Habitus, non alla condizione economica di una classe media) è disfunzionale in misura disastrosa.
Tuttavia lo stesso modello culturale potrebbe forse essere corretto per essere reso sostenibile, mantenendo intatte quelle belle virtù humeane di cui parla McCloskey (e cui fa riferimento anche Lei), prima di essere massificato.
In quest'ottica io condivido l'attacco di Boldrin alla cultura "del classico": da correggere è la parte elitista del modello culturale, quella che insegue la "cultura" come strumento di distinzione, e non di efficientamento del capitale umano.
Una parte che tuttavia appartiene dello stesso modello culturale, non gli è estranea come si pretende che sia.

Grazie per aver ricordato lo splendido Post "Aboliamo il classico!".

Il problema dell'Italia è che ci sono allo stesso tempo pochi laureati (in materie "utili" come Ingegneria, Economia, Scienze varie) e anche troppi laureati (in materie che noi Ingegneri chiamiamo scherzosamente "Scienze delle Merendine"). Forse abolendo il classico come scuola d'elite si risolverebbe qualcosa. L'Italia dovrebbe copiare dalla Cina.

Anche nell'università il distacco tra istruzione e mondo del lavoro è impressionante.

secondo me voi ingegneri chimate "scienza delle merendine" anche l'economia ... e la stessa ingegneria gestionale direi :D

ma nella mia opinione lo squilibrio domanda/offerta di forza lavoro intellettuale coinvolge anche gli ingegneri, anche se in misura minore rispetto ad altre categorie.
Citando un pezzo del mio articolo linkato sopra

Anche le facoltà di Ingegneria, in Italia, sfornano ingegneri con una preparazione da dirigente di grande impresa multinazionale, poco o punto collegata con la progettazione, la manutenzione, l'impiego e il collaudo di macchine. E' indicativo come si traduca "Engineer" con "ingegnere" che suona simile a orecchio, senza rilevare la differenza di etimologia. "Engineer" significa motorista, e si dovrebbe tradurre col più generale "macchinista", col significato di esperto di macchine; ma nella lingua italiana la parola macchinista è riservata a quello che guida il tram, e gli ingegneri sono "uomini di ingegno".

Gli ingegneri sono la categoria di laureati che si occupa meglio rispetto alle altre.
Ma in termini assoluti - in questo momento in Italia - una laurea in ingegneria vale nel mercato del lavoro quanto una qualifica da conduttore di gru. Forse anche meno.

in base a cosa affermi che il "nostro sistema scolastico è che produce troppi laureati"? Addirittura da 150 anni?

Rispetto agli altri paesi, il nostro sistema produce meno laureati. E il tasso di disoccupazione tra i laureati è più basso rispetto ai non laureati.

A queste domande sono qui.

Il numero "giusto" di laureati non si misura "rispetto alla Svezia" ma rispetto alle esigenze del tessuto produttivo italiano.

Negli altri paesi europei i sistemi scolastici hanno una scuola di scarico professionalizzante, e forniscono molti tipi di preparazione secondaria subito spendibili nel mercato del lavoro, alternativi alle professioni liberali "classiche".

Il fatto che il tasso di disoccupazione tra i laureati sia più basso rispetto ai non laurati dipende dal fatto che studiare è un lusso: semplicemente studia di più chi può permettersi di farlo.
Trascurando la Self Selection non si rileva che si tratta di una correlazione spuria: i laureati hanno un vantaggio competitivo rispetto ai non laureati che consiste nello stesso capitale (economico, sociale, relazionale) che gli ha permesso di laurearsi.

I 150 anni fanno riferimento alla legge Casati del 1859, che originariamente fissò la struttura aperta del sistema scolastico italiano.

non hai risposto alla domanda che è semplice: in base a cosa affermi che il "nostro sistema scolastico ... produce troppi laureati"?

Il mercato del lavoro assorbe più laureati che non laureati. E questo è un fatto a prescindere dalla causa, e cioé che il laureato ha un capitale umano di partenza superiore al non laureato, in quanto è vero anche che in media il capitale umano di una persona con la laurea è  più elevato rispetto a quello della stessa persona senza laurea. Ed è qui il punto. Secondo l'OCSE in Italia, come altrove, il tasso di rendimento dell'investimento in istruzione terziaria è positivo sia per il privato, sia per la collettività.

In Italia ci sono meno laureati rispetto a tutti i paesi OCSE, in ogni fascia di età.  Ad esempio, nella fascia 35-44 anni, il 19% degli italiani possiede una laurea, contro il 39% della Francia, il 29% della Germania, e il 46% del Regno Unito. Differenze enormi. Il tessuto produttivo italiano è in grado di assorbire i laureati, nonostante l'incidenza più elevata di lauree umanistiche o "inutili". 

è nell'articolo.
Fare copia e incolla qui mi pare poco elegante, e saturerebbe il blog.

il problema dell'articolo è che non risponde alla domanda, se non con volteggi inutili.

Se legge fino in fondo, troverà dati aggiornati al 2016 per ogni categoria professionale, cioè relativi ad avvocati, notai, architetti, medici, ingegneri, dottori commercialisti, giornalisti, psicologi e giornalisti.
In base a tutti questi dati, la risposta alla domanda è banale: ci sono troppi laureati perché in ciascuna di queste categorie l'offerta supera la domanda di dieci volte almeno.

Spero proprio di no - anche questo ottimo post dimostra quanto sia ancora attuale.

Grazie

peccato 0

bonghi 20/3/2018 - 18:10

prima degli altri 7 peccati m pare doverosa una considerazione sulla finalita' della scuola , e cioe' : 

lo scopo dell'istituzione scolastica e' formare buoni "operai" o buoni cittadini?

chiaramente ai buoni "operai" non servono la storia , le lettere e altre materie ( ma del resto , oltre alla filosofia e il latino , nemmeno la matematica e la fisica servono a nulla alle aziende ) che forse invece servono ai buoni cittadini

Una è quella di preparare all'inserimento del mondo del lavoro (secondo il modello funzionalista) l'altra è quella di socializzazione (il "formare buoni cittadini").
In linea di massima, nei livelli inferiori di scolarizzazione (elementari e medie) la prevalente (ma non unica) è la socializzazione; nei livelli superiori (scuola secondaria e università) la prevalente (ma anche qui non l'unica, soprattutto nelle superiori) è la preparazione al mondo del lavoro. L'equilibrio tra le due è variabile, e sarà sempre oggetto di discussione. Non dovrebbe essere oggetto di discussione il fatto che le due funzioni esistono entrambe, e devono procedere di pari passo.

Secondo me il sistema scolastico italiano fallisce due volte, e nella prima e nella seconda funzione (qui le mie ragioni). E' giusto e logico che in un blog di economia come questo ci si concentri sulla capacità della scuola di preparare all'inserimento nel mondo del lavoro, adottando il modello funzionalista. Tuttavia se si dimentica l'altra funzione si fa una analisi zoppa perché le due sono collegate: il "buon cittadino", l'individuo ben socializzato, è poi anche quello che si inserisce meglio nel tessuto produttivo, a prescindere dalla sua formazione specifica.

nasissimo

bonghi 22/3/2018 - 18:37

condivido , almeno parzialmente , la tua lettura sull'eccesso di laureati prodotti dal sistema italiano , e ti lancio 2 provocazioni : 

_ lo stato italiano si indebita per far studiare gente che poi va all'estero , cio' e' evidentemente svantaggioso dal punto di vista economico

_ molti dei laureati sono in realta' una inutile "burocrazia privata" : ormai , a seguito dell'informatizzazione di molti settori i laureati sono dei "firmatori di carte" che non mettono in pratica nulla di quanto imparato e rappresentano non una ricchezza ma un costo  

Le sue sono oneste osservazioni.

1) Una ragione in più per essere contrari all'università gratuita. Quale vantaggio ha la collettività nel finaziare i tuoi studi, se spendi il tuo titolo all'estero?
Se l'università è "gratis", si finanzia con la fiscalità generale. Se vediamo la formazione come un investimento in favore del singolo, allora che il singolo se la paghi. Se la vediamo come un investimento a favore della collettività, allora la collettività ha diritto di pretendere misure fidejussorie (come nel sistema inglese)

2) E' vero ma non dipende dall'informatizzazione in sé. Molti laureati impiegati nella PA sono percettori di "larvati sussidi di disoccupazione" perché la loro formazione non è spendibile nel mondo del lavoro.
Il sistema scolastico non produce quelle competenze che il mercato del lavoro richiede, e gli studenti non si orientano verso quei percorsi di studi che potrebbero garantire migliori sbocchi professionali, perché obnubilati da un modello culturale elitista che li porta a orientarsi verso le professioni liberali.
E questo anche quando la scelta economicamente non si giustifica. La retribuzione economica a volte passa in secondo piano, rispetto a una retribuzione simbolica fatta di riconoscimento e distinzione (richiamando due concetti abbondantemente studiati dalla sociologia del '900).

al netto del fatto che credo che lo stato debba investire nella scuola ... il progresso scientifico lo si ha , storicamente , quando estendiamo al maggior numero di persone la possibilita' di studiare ( ma questa non e' la provocazione ) ... einstein era notoriamente un "parassita sociale" ( lavorava all'ufficio brevetti )

ora la provocazione : 

la retribuzione economica e' un disincentivo per la societa' , mi spiego con un esempio : 

la facolta' di giurisprudenza e' tra le piu' gettonate a causa dai possibili compensi economici che puo' portare l'avvocatura

cio' e' un duplice male : 

_ produce avvocati  ( che come detto sono un costo e non una ricchezza )

_ma sopratutto drena menti da altre facolta' verso la giurisprudenza : quanti chimici , fisici e ingegneri in piu' potremo avere se l'avvocatura fosse meno remunerativa?

L'eccesso di avvocati fa aumentare la litigiosità, il riscorso alla causa per ogni sciocchezza, quindi la durata media del processo. Blocca la giustizia civile, riduce l'efficienza dei mercati, aumenta il costo per i contribuenti.
Questo studio della Banca d'Italia ("Too many Lawyers. Litigation in italian civil courts", 2009) dimostra il nesso causale con un approccio rigoroso 2SLS.

Sul fatto che i compiti a casa corroborino disuguaglianze sociali si veda qui. Gli studenti italiani sono quelli che vi dedicano più tempo in Occidente.

Riflessione. A una lettura più attenta i test che valutano il sistema scolastico italiano mostrano risultati molto disomogenei. C’è un’Italia del Nord che ha performance simili alla Germania e ai paesi dell’Europa del nord e un’Italia del sud con performance simili a Turchia, Cipro e Grecia. Le analisi e i consigli di Bercelli sono condivisibili e di buon senso, compresi quelli sui compiti a casa, mi chiedo però, dal momento che le Indicazioni Nazionali sono le stesse da Bolzano a Ragusa, perché a Bolzano funzionano e a Ragusa no? Quando si parla di risultati del sistema scolastico italiano si fa riferimento a una media nazionale, ma nella realtà di fatti quell’Italia media è un’astrazione, una finzione che non esiste. Alla fine i fattori determinanti sono sempre quelli socioeconomici. Si torna sempre al Pil pro capite con cui tutto è correlato. Al di là di tutti le modifiche migliorative che si possono apportare al sistema scolastico credo si riuscirà a scalare le posizioni nei ranking internazionali solamente quando si risolverà il dualismo nord-sud. Mi viene anche da pensare che non ci sia un unico modello di buona scuola; che il sistema italiano (almeno per quanto riguarda l’istruzione primaria e secondaria), con tutti i limiti che conosciamo, se applicato in un contesto socioeconomico favorevole dà risultati che non si discostano da quelli che consideriamo best practices e che se i sistemi tedesco, olandese e belga fossero implementati nel Mezzogiorno sarebbero ugualmente fallimentari.

 il focus OECD che hai linkato suggerisce invece come conclusione finale di incoraggiare gli studenti svantaggiati a finire i compiti.

Il punto è che in Italia una parte cospicua dell’apprendimento è demandata ai compiti a casa, molto più che altrove (8.7 ore/sett vs 4.9 media OECD). È chiaro quindi che chi non studia a casa non va bene a scuola, e gli studenti che fanno meno compiti a casa sono quelli socioeconomicamente svantaggiati.

e quindi? Gli svantaggiati devono fare più compiti o gli avvantaggiati devono farne meno?

I compiti

ASTROLOGO 26/3/2018 - 14:35

I compiti, dato che la scuola li impone, andrebbero fatti.

QUINDI

gli studenti svantaggiati dovrebbero dedicare più tempo ai compiti, quanto ne dedicano gli avvantaggiati

MA

sarebbe meglio se la scuola assegnasse pochi compiti

PERCHÈ

«at after around four hours of homework per week, the additional time invested in homework has a negligible impact on performance»

E

«the average number of hours that students spend on homework or other study set by teachers tends to be unrelated to the school system’s overall performance»

rimane il fatto che il focus OECD da te linkato comunqe suggerisce di incoraggiare gli studenti svantaggiati a finire i compiti e non a fare meno compiti. Per quelli privilegiati, ci pensano mamma e papà.

Mi sembra che per l’ennesima volta si stia ignorando un punto cruciale.

Gli insegnanti a cui affidiamo buona parte della formazione dei nostri figli, dalle scuole dell’infanzia all’istruzione superiore, sono pagati male. Gli stipendi della scuola —compresi in una forchetta tra i 1150 e i 1900 EUR netti raggiunti con il massimo (35 anni !!) di anzianita’ — non sono semplicemente attraenti per le persone di maggiore qualità’. Cosi’, con la lodevole eccezione di alcune scelte puramente vocazionali, la professione dell’insegnante non può’ che diventare un lavoro di ripiego.

Francamente, al netto di ogni altro ragionamento, mi sfugge come si possa pretendere di avere una scuola di qualità’ comparabile pagando gli insegnanti molto meno che in Francia o in Germania.

Gli insegnanti a cui affidiamo buona parte della formazione dei nostri figli

per delicatezza di ruolo non sono molto diversi dagli infermieri, forze dell'ordine, militari, vigili del fuoco. sarebbe tragico se  la qualità, prima del reclutamento e poi del servizio, fosse molto sensibile solo al loro stipendio netto. vale anche al ribasso: con una riduzione di paga, gli insegnanti tedeschi e francesi, posto che siano migliori dei nostri, continuerebbero ad essere migliori.

è lo status dell'insegnante e del poliziotto etc, che ci deve interessare, non gli 80 euro. un ambiente di lavoro estremamante appiattito, dove gli scatti sono solo per anzianità e il merito è disprezzato, continuerà ad attrarre solo i "meno abili", per ogni livello di retribuzione realisticamente concepibile.

i soldi fanno status, però, da che mondo è mondo...

I rapporti OCSE-PISA mostrano che la qualità delle scuole europee varia enormemente di paese in paese. Da cosa dipende questa disparità? Tra gli elementi da tenere in considerazione ci sono senz'altro la formazione dei docenti, la loro valutazione e le modalità di assunzione, ma sono quest'ultime a costituire un discrimine particolarmente rilevanti.

il gold standard per il reclutamento rimane questo famoso annuncio:

non certo: "se riuscite a intrufolarvi in un concorso, poi nessuno vi chiederà mai più nulla".

Nondimeno, se hai un ottimo sistema di formazione, selezione e valutazione ma poi paghi quattro soldi, ottieni che quelli bravi ti dicano "Tutto bellissimo, però vado dove mi pagano meglio".

E' il principio secondo il quale se vuoi un lavoro ben fatto lo devi pagare adeguatamente, e mi sembra abbastanza lineare.

Francamente non so bene cosa dire di fronte a cotanto ascetismo.

Io non so se sarei un buon insegnante di liceo. Ma so per certo che, in un momento della mia vita in cui dovevo decidere se preparare con cura un concorsone scolastico, mi resi conto che un lavoro che mi avrebbe portato a guadagnare circa 1500 euro al mese con 15 anni (!!) di anzianità’ non faceva per me.

Evidentemente io saro’ un gretto materialista, pero’ mi viene il dubbio che tu il pane (e le rose) non debba comprarli con i soldi…

Non sono sicuro di capire come hai interpretato il mio commento, ma in sostanza lo status sociale è dato anche dai consumi che puoi permetterti. Non che la cosa riscuota il mio plauso o la mia approvazione, ma le società umane generalmente funzionano così. Alcuni lo chiamano status, altri decoro, altri ostentazione. Ma siamo sempre lì.

Stavo principalmente rispondendo a dragonfly, ma ho male interpretato il tuo commento, scusa

Un lavoratore di Fiat comprende che non può avere la stessa retribuzione di un suo omologo francese o tedesco perché è la produttività che paga gli stipendi. La classe professorale non lo capisce, o finge di non capirlo. Per loro è solo una questione sindacal-burocratica, un’ingiustizia a cui si rimedia con un adeguamento tabellare.

Ma secondo te la bassa produttività’ e maggiormente responsabilita' del lavoratore italiano o delle nostre elite politiche e industriali che, a differenza dei tedeschi, hanno deciso di puntare su produzioni a basso valore aggiunto?

Ma a prescindere, non ti e’ mai venuto il dubbio che per migliorare la produttività’ serva migliorare la formazione? E che per migliorare la formazione sia necessario attrarre formatori di qualita’?

(Per sgombrare il campo da ogni dubbio, gli scatti automatici di anzianità’ non sono un’anomalia Italiana, ma sono diffusi in [quasi] tutta l’Europa occidentale).

Una risposta puntuale sarebbe troppo lunga e -sarà che sono sempre meno engagé- non ce la faccio proprio. Dico solo che la tua è una implicita riedizione del pernicioso concetto di salario variabile indipendente di certo sindacalismo ideologico d’antan. Infatti è una battaglia di retroguardia che alligna in ambienti in cui le retribuzioni non si determinano in un mercato ma vengono decise da un’autorità.

con pensioni generose e poche ore di lavoro, la paga oraria dell'insegnante italiano è stata finora molto competitiva.

I dati che link sono piuttosto scombiccherati [Ore lavorate self-reported. Seriously? E il dato sullo stipendio cosa sarebbe? La media lorda dell’intero corpo docente? Boh. Ti sei accorto che manca la Germania?], ma anche a volerli prendere sul serio, che profilo sarebbe attratto verso l’insegnamento?

Chi pur di lavorare poco e’ disposto a ricevere un salario minimo?

Sarebbero questi gli insegnanti che vogliamo per i nostri figli? Mi dispiace ma non fai altro che confermare le mie osservazioni.

la fonte del grafico The Economist  è OCSE. I dati sono disponibili sui vari OECD Education at a glance. Come è noto, a quasi tutti, la scuola italiana si caratterizza rispetto agli altri sistemi per stipendi più bassi, pensioni più generose, orario di lavoro più breve, dimensioni delle classi in linea con la media ma rapporto studenti/insegnanti più basso. Ciò porta all'affermazione precedente che la paga oraria degli insegnanti italiani è competitiva. infatti, tanto competitiva da essere più elevata della paga oraria degli insegnanti in Francia.

Manca la Germania? Bene, nel link postato nel capoverso sopra trovi anche la Germania, e quindi? Lo stipendio dell'insegnante tedesco è più elevato? Anche il salario dell'operaio della Volkswagen è più alto di quello della Fiat.

Se lo stipendio è la variabile chiave, allora è possibile ribaltare le tue domande retoriche. Che profilo sarebbe attratto verso l'insegnamento? Chi pur di guadagnare di più è disposto a fare l'insegnante? Sarebbero questi gli insegnanti che vogliamo per i ns figli?

Comunque se hai dati, grafici e/o spiegazioni migliori, postali.

Si, l'ho visto che la fonte e' OCSE.

Cio' non toglie che "self-declared working hours" lascia un po' il tempo che trova per una serie di motivi che mi sembrano alquanto evidenti (soprattutto se non chiarifichi la metodologia).

Comunque non voglio neanche entrare in una discussione su quanto sia vero il mito degli insegnanti italiani che lavorano poco. Il punto e' un altro.

Che profilo sarebbe attratto verso l'insegnamento? Chi pur di guadagnare di più è disposto a fare l'insegnante? Sarebbero questi gli insegnanti che vogliamo per i ns figli?

Io voglio gente capace. E la gente capace, perdonami, da che mondo e' mondo la paghi, con la possibile eccezione di qualche volontario in odore di santita' (ma forse tu pensi che si possa costruire un'istruzione nazionale sulle buone intenzioni di qualcuno).

Se invece offri stipendi bassi e orari di lavoro ridotti, attrarrai per lo piu' gente che cerca uno stipendio minimo ma poco impegno sul lavoro.

Supponendo che i dati che riporti siano corretti, significa che i nostri insegnanto non svolgono alcuna attivita' al di fuori dell'insegnamento frontale. Non un ora di preparazione delle lezioni, di correzione degli elaborati, di aggiornamento o di studio. Per non dimenticarci degli adempimenti burocratici.

Ora, i miei amici e conoscenti, che nella scuola ci lavorano, mi raccontano di un impegno orario che supera largamente quello dell'insegnamento frontale. Ma se prendiamo per vero i tuoi dati e ammettiamo che si tratti di poche mosche bianche, non possiamo che concludere che siamo di fronte ad uno scenario desolante.

Un paese fanalino di coda per percentuale del proprio PIL investito in istruzione (i dati sono facili da reperire, basta googlare). Con una scuola che rischia di svolgere un ruolo di ammortizzatore sociale prima che di luogo di formazione. Con insegnanti a cui viene richiesto un impegno limitato a fronte di uno stipendio limitato. 

Un paese in declino, che non a caso soffre di una bassa produttivita'.

non ho capito se non ti fidi del self-reported degli italiani o dei tedeschi. Se le survey lasciano il tempo che trovano, allora che facciamo? ci basiamo sull'esperienza personale o degli "amici  e conoscenti, che nella scuola ci lavorano"?  Comunque l'OCSE pubblica anche gli Statutory teaching hours, che mostrano anch'essi come gli insegnanti italiani fanno meno ore di lezione di altri, come ad esempio i tedeschi (100 ore in meno all'anno) e degli svizzeri (400 ore in meno all'anno), ma anche dei francesi, degli inglesi, degli statunitensi etc.

Ovviamente le ore di preparazione sono proporzionali alle ore di insegnamento, e la survey aveva l'obiettivo di calcolare quanto tempo era dedicato all'insegnamento e quanto ad altre attività (ad esempio, preparazione, welfare e amministrativo). Non sono solo gli insegnanti italiani a preparare le lezioni e a correggere i compiti. Giusto?

Trattamento economico. Come detto, la paga oraria è competitiva, di più ancora se si tiene conto del trattamento pensionistico. Pago poco/lavoro poco vs Pago molto/lavoro molto, non so quale sia meglio/peggio nell'attrarre le persone giuste con le motivazioni giuste. Nel primo caso forse più donne e sportivi, nel secondo più uomini e con pochi impegni extralavorativi. In ogni caso, l'Italia ha indiscutibilmente una spesa pubblica elevata, anche per l'incidenza della spesa previdenziale. Quello che non arrivava con la busta paga, arrivava con la pensione.

 

1)” La scuola dovrebbe aiutare bambini e adolescenti a entrare nel mondo degli adulti, a entrarvi quanto meno sprovveduti possibile rispetto a ciò che li aspetta. Può aiutarli ben poco se il legame fra scuola e mondo esterno è troppo debole. In effetti la scuola italiana, nelle sue pratiche quotidiane, è quasi del tutto autoreferenziale.”

Questa è pura retorica, cosa significa che gli argomenti trattati a scuola sono “sconnessi del mondo reale”? Studiare platone e kant vuol dire affrontare argomenti che nulla hanno a che fare con ciò che ci circonda?

“Tuttavia gran parte di autorità scolastiche, insegnanti e genitori, danno per scontata questa sconnessione. Per dirne una, i test INVALSI e PISA misurano basilari competenze linguistiche e logico-matematiche, necessarie per stare efficacemente nel mondo attuale. I risultati italiani sono mediocri ma, invece di chiedersi come rimediare, non pochi contestano validità e utilità dei test.”

In realtà sono favorevole ai test INVALSI ed OCSE PISA, come sono favorevole in generale a tutti i vari test su scala nazionale, aiutano il confronto e stimolano gli studenti, detto ciò il problema è l’uso che se ne fa. 
Un conto è se tali valutazioni servono come strumento statistico per trarre determinate conclusioni, un conto è se vengono usate per colpire determinati istituti anziché aiutarli.

“Per dirne un’altra, perfino la recente timida introduzione, nelle superiori, dell’alternanza scuola/lavoro, ha trovato diffuse resistenze.”

Obbligare gli studenti di tutta italia a lavorare, tra l’altro negli anni in cui la scuola non è obbligatoria talvolta presso enti privati e senza alcuna retribuzione, è un’offesa alla libertà per chiunque.
Un conto può essere incoraggiare gli studenti ad avvicinarsi al mondo del lavoro, specie se frequentatori di istituti tecnici, un conto è invece obbligarli.

2. Un diluvio di nozioni superflue
“Le assurdità generate da questo isolamento della scuola sono innumerevoli. Qualche esempio a caso. Che utilità può mai avere, per l’uso della matematica nella vita adulta, imparare a 12 anni le formulette di trasformazione dei numeri periodici in frazioni? O, per l’uso competente della lingua italiana, imparare decine e decine di complementi in analisi logica (ne ho contati 43, trattati in 71 lunghe pagine di un testo di 2a media)? O, per capire la società, leggere, a 9 anni, l’elenco delle dinastie egizie con nomi e date di faraoni e consorti?”

Devo seriamente rispondere a questo punto? 

“Un simile diluvio di nozioni distrae dall’obiettivo prioritario che tutti gli scolari acquisiscano bene le competenze davvero basilari. Obiettivo mancato, come mostrano i test PISA e INVALSI. Se invece fosse conseguito, niente poi impedirebbe che agli scolari più motivati venisse data l’opportunità di approfondire i loro specifici interessi, fosse anche la lista dei 43 “complementi” in analisi logica -- lo dico con amara ironia.”

Facciamo una scommessa, sono abbastanza convinto che gli studenti che si ricordano i 43 complementi sono gli stessi che vanno meglio nei test PISA ed INVALSI ;) (e fino a prova contraria questo “attacco” agli argomenti da studiare lo trovo decisamente ridicolo e basato sul nulla)

3. Libri di testo poco utili
“Un cardine di queste insensatezze è, a mio giudizio, il libro di testo. Mi limito a qualche aspetto, con qualche dato ed esempio.
Mole. Per i testi annuali di Italiano e Matematica, siamo sulle 1500 pagine in tutto. Se si aggiungono le altre discipline, siamo sulle 3000 pagine ogni anno. Quante di esse verranno lette, non dico studiate? Un 20% potrebbe essere una stima ottimistica. Sarei qui favorevole a un’imposizione statale: nelle medie inferiori, non più di 1000 pagine l’anno come totale dei testi di studio obbligatori. A guadagnarne sarebbero le schiene dei pre-adolescenti, e anche le loro menti. Caso estremo, ma istruttivo: in Nuova Zelanda, a 13 anni, niente libri di testo (però un pc per ogni alunno); nelle graduatorie PISA, la Nuova Zelanda supera l’Italia in tutto. ”

Qui tocchiamo le vette più alte forse dell’articolo. E’ OVVIO che non vengono studiate tutte le pagine; però più pagine ci sono, più l’insegnate può selezionare quanto ritiene maggiormente opportuno. E’ anche un modo per incentivare lo studente a spaziare di più ed andare magari oltre quello che viene fatto in classe.
Discorso diverso è la questione libro fisico/virtuale; io sarei ad esempio per la diminuzione delle pagine stampate e l’aumento dei contenuti digitali, proprio per salvaguardare la schiena degli studenti, ma questo è un discorso totalmente diverso. 

“Linguaggio. Più spesso nei testi per le medie, ma talvolta perfino in quelli per le elementari, vien usato un italiano troppo astratto e formale, ricalcato sui testi universitari, inadatto all’apprendimento a quell’età. Basti vedere questo esempio da un testo di matematica di terza media, peraltro eccellente nel panorama italiano. Confrontare con testi e video didattici della Khan Academy, ora tradotti anche nella nostra lingua.”

Qui scadiamo addirittura nella contraddizione. Nella matematica è ovvio che venga usato un linguaggio formale, rigoroso e preciso; ti assicuro che chi capisce quelle definizioni nei vari test INVALSI e PISA non ha affatto problemi. Il vero problema magari è proprio di chi quel linguaggio non lo capisce, non trovi?

“Eserciziari. Il primato spetta ad aritmetica e geometria, ma anche l’italiano (grammatica) non scherza. Migliaia di esercizi (centinaia non basterebbero?) che addestrano a cose che saranno di scarsa o nessuna utilità nella vita di gran parte delle alunne e degli alunni, perciò vissuti da loro come una pena insensata. Che dire del calcolo, a 11 anni, di espressioni numeriche come queste o, a 12 anni, di problemi geometrici come questi? (Confronta in entrambi i casi con i due esempi di test Invalsi pure presenti nelle due pagine.)”

Ho già detto tutto ciò che penso. Comunque quando vedo certi attacchi alla matematica due sono le possibili risposte o l’incompetenza o la malafede (o un buon mix che non guasta mai).
Aggiungo uno dei problemi della scuola italiana è che molti docenti quei problemi di geometria non li fanno fare (o comunque la maggior parte degli studenti non li sa svolgere perché non studia).

“Ci sono pure, va detto, case editrici che si sforzano di innovare: risorse digitali, video didattici, testi semplificati per scolari svantaggiati, guide ai test Invalsi. Purtroppo questi ausili, oltre a mantenere i difetti dei testi principale, aggiungono appendici a corpi già straripanti, quando invece bisognerebbe snellire radicalmente tutto.”

Certo eliminiamo tutto, tanto a cosa serve avere materiale per approfondire e capire meglio ^^.


4. Caterve di compiti a casa
“Immaginiamo una scuola che funziona davvero, che realizza il suo compito primario (punto 1). Gli scolari capiscono bene ciò che l’insegnante brevemente spiega, e il resto del tempo è impiegato a fare pratica, con l’aiuto e la supervisione dell’insegnante. I testi, in questa fantasia, sono una sorta di pronto soccorso: se uno ha un dubbio, apre il testo, trova facilmente il punto e risolve il dubbio. Se invece, a scuola, buona parte del tempo è occupato dalla lezione dell’insegnante, dove va a finire la parte principale dell’apprendimento, la pratica che porta a saper fare? Va a finire nei compiti a casa. Meno funziona la scuola, più compiti a casa si danno. Come dire: a scuola impari poco, impara a casa da solo!”

Questo è quello che si fa alle elementari, poi si spera che le persone crescendo inizino ad avere strumenti propri ed un proprio metodo di studio.
Le ore in classe servono per farsi introdurre gli argomenti dal professore, confrontarsi con quest’ultimo e coi compagni, ed essere giudicati. 

“Il movimento Basta compiti! ha descritto i danni di questa infelice specialità della nostra scuola. Ne richiamo due: sovraccarico di lavoro che toglie spazio alla vita extrascolastica; discriminazione fra chi può essere seguito a casa da genitori più istruiti e chi meno o per niente. Ma il punto principale è quello già detto: un falso alibi che cela la povertà dell’apprendimento a scuola.”

Ho due genitori insegnanti, non ho praticamente mai chiesto loro un aiuto, gli strumenti fornitimi dalla scuola sono sempre stati più che sufficienti per capire le cose e studiare da solo; e non sono andato in alcun istituto speciale o particolare, non vedo motivi per cui altri debbano avere difficoltà se si impegnino un minimo (sono stato un buono studente a scuola, ma di certo non passavo 5 ore al giorno sui libri a casa, forse 2-3…)

“Rimedi? Eliminare o ridurre drasticamente i compiti è il più immediato. Più strutturale è la proposta della Classe capovolta (Flipped classroom): centrare la vita scolastica sulla pratica, riducendo al minimo le lezioni, anche con l’aiuto di testi di studio più snelli e leggibili.”

La flipped classroom è un’idea partorita nella testa di qualcuno che non ha la più vaga concezione di come funzionino le cose a scuola, e magari è abituata al modello (quello si abbastanza criticabile) della lezione universitaria.

5. Lacune su lacune: la finzione di Nessuno resti indietro
“Se questo è il quadro, nessuna meraviglia che larga parte degli scolari apprenda male, o non apprenda affatto, nozioni e procedure basilari. Sto pensando alla matematica, ma vale anche per altre discipline, secondo i test PISA e anche nella mia limitata esperienza. Le lacune si accumulano l’una sull’altra, di giorno in giorno, di mese in mese, di anno in anno. Fino al punto in cui un recupero diventa impossibile, l’apprendimento si riduce a zero, e la frequenza scolastica perde ogni senso.
In passato, il rimando a settembre e la bocciatura erano, nella loro grossolanità, meccanismi che potevano consentire almeno un parziale recupero di alcune lacune. L’abolizione di entrambi (formale dell’uno e sostanziale dell’altra), sostituiti da corsi di recupero velleitari e inefficaci, ha aggravato il problema.
Per fare solo un esempio noto a tutti, un’alta percentuale dei ragazzini delle medie inferiori non sa le tabelline. Anche ammesso l’uso delle calcolatrici, risolvere le (inutilmente) complicate espressioni numeriche assegnate in gran copia come compiti a casa, diventa un compito improbo. Per non dire delle comunissime lacune nella comprensione delle frazioni, delle percentuali, perfino dei concetti di moltiplicazione e divisione. Parlo di problemi che affliggono la quasi totalità degli scolari - anche italiani, non solo immigrati - che frequentano il mio doposcuola.
Per dare un’idea dell’abisso che separa la scuola ufficiale (quella dei libri di testo) dalla scuola reale, due tristi aneddoti. Ieri, un ragazzino di 13 anni, 2a media, cui spiegavo, nel mio doposcuola, il concetto di funzione (con l'esempio y=3x), alla mia domanda "Ma scusa 6:2 quanto fa?" ripetutamente risponde "Boh, che ne so". Ragazzina stessa età e classe: "Quanto costa un appartamento di 100 mq se il costo al mq è 1000 euro?", idem. 
Esistono soluzioni al problema dell’accumulo di lacune? Certamente, basti guardare a tanti sistemi scolastici migliori del nostro. Ma per prima cosa bisogna rendersi conto della drammaticità del problema. Lo slogan Nessuno resti indietro, tradotto nella pratica di non bocciare nessuno, è un altro falso alibi, una resa all’analfabetismo funzionale; e un inganno, fintamente benevolo, a danno di troppi ragazzini destinati alla marginalità sociale.”

L’unica punto condivisibile (fermo restando che l’esempio del ragazzino di terza media che sa il concetto di funzione e non sa fare 6:2 è un qualcosa di ridicolo ed abbastanza lontano dalla realtà)

6. Ognuno per sé perdutamente
“Il calvario degli scolari perdenti è solitario. Una scuola che non provvede a colmare le loro lacune, li abbandona a se stessi. Non solo: l’aiuto reciproco fra più bravi e meno bravi è stigmatizzato -- non copiare! non suggerire! -- invece che incoraggiato. Non si tratta di abolire le verifiche individuali, ma di organizzare il lavoro scolastico come lavoro di gruppo. Così dovrebbe avvenire in una scuola che prepari al mondo attuale, in cui l’attitudine alla collaborazione è basilare. Vedi i risultati PISA per l’Italia anche su questo.”

Non ho mai visto insegnanti disincentivare l’aiuto e la collaborazione fra studenti, anzi tutt’altro, spesso si è soliti cercare di avvicinare gli studenti più bravi a quelli meno bravi.
Ovviamente questo al di fuori delle verifiche, per motivi evidenti agli occhi di chiunque.

Evito gli ultimi due punti perché non sono altro che la riproposizione di argomenti già trattati.

 

Punto 1.

Questa è pura retorica, cosa significa che gli argomenti trattati a scuola sono “sconnessi del mondo reale”? Studiare platone e kant vuol dire affrontare argomenti che nulla hanno a che fare con ciò che ci circonda?

Si se a svantaggio di nozioni e preparazioni di uso ben piu' fondamentale. Inoltre, non tutti sono portati per affrontare certi livelli di astrazione. Molto meglio sapere l'inglese o la matematica o la fisica o l'economia in maniera piu' seria e, in seguito, affrontare certe astrazioni se occorre.

Quasi tutti studiano l'aritmetica con profitto e non sentono il bisogno di sapere che i numeri interi sono un anello algebrico, ne perche' ed in cosa si differenzino come gruppo abeliano commutativo dai non commutativi. O sbaglio ? 

Quasi tutti usano la prova del nove e nessuno o quasi sarebbe in grado di dimostrarne algebricamente la validita' .  Embeh ?

Chissa' perche' c'e' sempre questa convinzione che per capire l'universo sia necessario passare dalle caverne e dai noumeni laddove la matematica o la fisica possono essere presentate cosi in maniera avulsa dal contesto e van bene lo stesso.

Un conto è se tali valutazioni servono come strumento statistico per trarre determinate conclusioni, un conto è se vengono usate per colpire determinati istituti anziché aiutarli.

 Affermazione generica sul refrain "non valutiamo ed in generale facciamo che le valutazioni non significhino nulla"

Obbligare gli studenti di tutta italia a lavorare, tra l’altro negli anni in cui la scuola non è obbligatoria talvolta presso enti privati e senza alcuna retribuzione, è un’offesa alla libertà per chiunque.

Non sia mai che si arrivi sul lavoro con qualche esperienza pratica, giammai. 


Punto 2.

Devo seriamente rispondere a questo punto?

Direi. Occorrono 71 pagine di complementi ? Ovviamente no, occorre una robusta preparazione di base delineata e sintetizzata in maniera efficace. Cosicche' non si arrivi poi avendo letto tutte le pagine e con ortografia e sintassi zoppicante e totalmente incapaci di leggere e comprendere.

Facciamo una scommessa, sono abbastanza convinto che gli studenti che si ricordano i 43 complementi sono gli stessi che vanno meglio nei test PISA ed INVALSI ;) (e fino a prova contraria questo “attacco” agli argomenti da studiare lo trovo decisamente ridicolo e basato sul nulla)

Primo non ne sono affatto convinto. Secondo il fatto che un sottogruppo di eccellenza sia anche quello che sopporta meglio un peso inutile non toglie che il peso sia inutile.

3.

Qui tocchiamo le vette più alte forse dell’articolo. E’ OVVIO che non vengono studiate tutte le pagine; però più pagine ci sono, più l’insegnate può selezionare quanto ritiene maggiormente opportuno. E’ anche un modo per incentivare lo studente a spaziare di più ed andare magari oltre quello che viene fatto in classe

Continuiamo con le affermazioni generiche. Parliamo di scuole di base dove questa presunta "selezione" e' minima. Gia' il programma di base e' sterminato e non viene MAI finito. Un libro che viene sfruttato al 20/30% e'un costo enorme per una famiglia non abbiente ad esempio. Inoltre l'immediatezza della connessione tra quantita' e qualita' mi sfugge, io non la vedo sui libri dei miei figli ad esempio.

 Qui scadiamo addirittura nella contraddizione. Nella matematica è ovvio che venga usato un linguaggio formale, rigoroso e preciso; ti assicuro che chi capisce quelle definizioni nei vari test INVALSI e PISA non ha affatto problemi. Il vero problema magari è proprio di chi quel linguaggio non lo capisce, non trovi?

Non trovo. 

https://it.wikipedia.org/wiki/Omotetia

Questa definizione e' sostanzialmente esatta, formale ma comprensibile. 

Se vogliamo l'omotetia e' una traformazione affine dell'algebra lineare e anche qui lascerei perdere il concetto di giusto livello di approfondimento. 

Comunque quando vedo certi attacchi alla matematica due sono le possibili risposte o l’incompetenza o la malafede (o un buon mix che non guasta mai).

Difatti il risultato finale e' che fingendo di insegnare a risolvere cose difficili nessuno s risolvere quelle facili. Si parte dai risultati, si analizzano e di consenguenza si modificano le azioni. Il contrario produce le solite finzioni, lamenti ed il dilagante analfabetismo cui assistiamo con una vasta maggioranza di persone che tanto "di matematica non capisce nulla"

Certo eliminiamo tutto, tanto a cosa serve avere materiale per approfondire e capire meglio ^^.

Certo in seconda/terza media nel 2018 son tutti li ad aspettare il testo per eventuali approfondimenti. Secondo questa logica quindi si fa il testo (che comunque e' una misera selezione) per quello 0.01% che andra' ad approfondire. E questo gruppettino di menti che a 13/14 anni sono gia' cosi elevate....rimarra' sul testo invece di documentarsi in mille altri modi. Logica stringente.

4.

e non sono andato in alcun istituto speciale o particolare, non vedo motivi per cui altri debbano avere difficoltà se si impegnino un minimo (sono stato un buono studente a scuola, ma di certo non passavo 5 ore al giorno sui libri a casa, forse 2-3…)

Anche qui logica stringente. Io sono sempre uscito col massimo dei voti e la lode con uno sforzo ragionevole anzi a scuola facevo POCO. Dunque, erano gli altri ad essere imbecilli e disorganizzati. A 16 anni lo pensavo. A 46 invece penso che la scuola debba produrre risultati ragionevoli per la media e proporre sfide aggiuntive e premi aggiuntivi per chi e' piu'dotato.

In particolare il sistema deve essere progettato per un carico intorno alle 50 ore settimanali. Non si capisce perche' un impiegato debba fare 37 ore ed uno studente molte di piu'.

A meno che non si punti decisamente sull'eccellenza ma allora il discorso cambia completamente. Meritocrazia feroce, lavoro duro e grandi risultati modello Korea. Un topos lontanissimo dalla scuola italiana.  

Su 5 e 6 sono d'accordo. Anzi esiste la tendenza nefasta a sbattere i peggiori sulle spalle dei migliori.







per le ottime repliche.

Punto 1

"Si se a svantaggio di nozioni e preparazioni di uso ben piu' fondamentale. Inoltre, non tutti sono portati per affrontare certi livelli di astrazione. Molto meglio sapere l'inglese o la matematica o la fisica o l'economia in maniera piu' seria e, in seguito, affrontare certe astrazioni se occorre.

Quasi tutti studiano l'aritmetica con profitto e non sentono il bisogno di sapere che i numeri interi sono un anello algebrico, ne perche' ed in cosa si differenzino come gruppo abeliano commutativo dai non commutativi. O sbaglio ? 

Quasi tutti usano la prova del nove e nessuno o quasi sarebbe in grado di dimostrarne algebricamente la validita' .  Embeh ?

Chissa' perche' c'e' sempre questa convinzione che per capire l'universo sia necessario passare dalle caverne e dai noumeni laddove la matematica o la fisica possono essere presentate cosi in maniera avulsa dal contesto e van bene lo stesso."

 

Ma di cosa stai parlando? a scuola si studiano gruppi abeliani?non mi pare. Se devi difendere il tuo punto usando un esempio che con la realtà non c'entra nulla, mi dispiace, ma significa che questa tua critica non ha senso di esistere.

 

" Affermazione generica sul refrain "non valutiamo ed in generale facciamo che le valutazioni non significhino nulla"

 

Non ho scritto questo, per cercare di darmi contro stravolgi il senso delle mie parole; anche in questo caso, critica inutile.

 

"Non sia mai che si arrivi sul lavoro con qualche esperienza pratica, giammai. "

 

A 15 anni non si è obbligati nemmeno a studiare, figurati se bisogna essere obbligati a lavorare. Chi vuole farlo lo faccia, mischiare le due cose non ha senso. Senza contare che il lavoro nella realtà è sempre molto meno formativo di quel che si fa finta di credere.

 

Punto 2

 

"Direi. Occorrono 71 pagine di complementi ? Ovviamente no, occorre una robusta preparazione di base delineata e sintetizzata in maniera efficace. Cosicche' non si arrivi poi avendo letto tutte le pagine e con ortografia e sintassi zoppicante e totalmente incapaci di leggere e comprendere."

 

In che modo? calati per un attimo nella realtà e rispondimi, senza dire "eh 71 pagine sui complementi sono inutili, l'importante e trovare un mezzo (ovviamente non dico quale) per evitare che si facciano errori grammaticali/logici". Perchè quelle 71 pagine (sicuramente ricche di esempi ed esercizi) sono studiate proprio per questo scopo, da gente che probabilmente ne sa più di te e me su certi argomenti.

 

Punto 3

 

"Continuiamo con le affermazioni generiche. Parliamo di scuole di base dove questa presunta "selezione" e' minima. Gia' il programma di base e' sterminato e non viene MAI finito. Un libro che viene sfruttato al 20/30% e'un costo enorme per una famiglia non abbiente ad esempio. Inoltre l'immediatezza della connessione tra quantita' e qualita' mi sfugge, io non la vedo sui libri dei miei figli ad esempio."

 

Non mettere in mezzo i costi, innanzitutto non sono un problema nella realtà, in secondo luogo anche se lo fossero si risolverebbe con altre metodologie (libri in comodato d’uso ad esempio).
Inoltre dimmi dove avrei scritto che maggiore quantità significa maggiore qualità. Ovviamente da nessuna parte, come al solito stravolgi il senso delle mie parole, altrimenti non sapresti cosa “attaccare” del mio discorso.

 

“Non trovo. 

https://it.wikipedia.org/wiki/Omotetia

Questa definizione e' sostanzialmente esatta, formale ma comprensibile. 

Se vogliamo l'omotetia e' una traformazione affine dell'algebra lineare e anche qui lascerei perdere il concetto di giusto livello di approfondimento. “


Complimenti mi linki una definizione ancora più “complicata”. 

 

“Difatti il risultato finale e' che fingendo di insegnare a risolvere cose difficili nessuno s risolvere quelle facili. Si parte dai risultati, si analizzano e di consenguenza si modificano le azioni. Il contrario produce le solite finzioni, lamenti ed il dilagante analfabetismo cui assistiamo con una vasta maggioranza di persone che tanto "di matematica non capisce nulla" ”

 

Visto che conosci la matematica, fammi alcuni esempi concreti, altrimenti continuiamo a parlare del nulla. Io posso assicurarti che chi aveva voglia in classe mia di fare i problemi più articolati e complicati del libro era chi andava meglio in matematica e certe cose la capiva, chi si limitava a risolvere le due equazioni per il  5 nel compito era chi alla matematica si disinteressava.

 

“Certo in seconda/terza media nel 2018 son tutti li ad aspettare il testo per eventuali approfondimenti. Secondo questa logica quindi si fa il testo (che comunque e' una misera selezione) per quello 0.01% che andra' ad approfondire. E questo gruppettino di menti che a 13/14 anni sono gia' cosi elevate....rimarra' sul testo invece di documentarsi in mille altri modi. Logica stringente.”

 

Su internet una persona non cerca le cose di cui non sa l’esistenza, il libro invece, anche per caso e per curiosità ti capita di sfogliarlo. Sono uno che è cresciuto con internet, a differenza tua, so di cosa parlo.

 

Punto 4

 

“Anche qui logica stringente. Io sono sempre uscito col massimo dei voti e la lode con uno sforzo ragionevole anzi a scuola facevo POCO. Dunque, erano gli altri ad essere imbecilli e disorganizzati. A 16 anni lo pensavo. A 46 invece penso che la scuola debba produrre risultati ragionevoli per la media e proporre sfide aggiuntive e premi aggiuntivi per chi e' piu'dotato.

In particolare il sistema deve essere progettato per un carico intorno alle 50 ore settimanali. Non si capisce perche' un impiegato debba fare 37 ore ed uno studente molte di piu'.

A meno che non si punti decisamente sull'eccellenza ma allora il discorso cambia completamente. Meritocrazia feroce, lavoro duro e grandi risultati modello Korea. Un topos lontanissimo dalla scuola italiana.  ”

 

Parli di 50 ore settimanali…guarda caso sottrai le 30 di lezione e ne rimangano 20, che sono poco meno di due ore al giorno, esattamente quelle che dicevo io (ok magari gli ultimi anni di liceo facevo qualcosa in più, ma anche perché in classe c’era fondamentalmente un po’ troppo cazzeggio e bisognava recuperare).
Ah inutile dire che a 16 anni avevi una percezione migliore, perché certe cose le vivevi, ora che ne hai 46 alcuni ricordi magari son sbiaditi e non ti sei dimenticato che il compagno di banco veniva rimandato non perché studiava 2 ore al giorno invece di 5, ma perché non passava sui libri neanche 20 minuti e per sua volontà.

 

p.s. fabrizio bercelli tu invece non sapevi come replicare immagino…vabbè è normale non preoccuparti ^^.

 

p.p.s. luca scusami se son “cattivo” nelle risposte, è uno stile più che altro, con le buone maniere su internet i discorsi a mio avviso non passano, con le cattive, forse, un filo sì.

perché le sue critiche sono a mio giudizio poco utili alla discussione. Se antares13 ha esperienza della scuola come insegnante o genitore o altro, lo prego di essere più specifico e gli risponderò.

Le mie critiche sono poco utile alla discussione, bocciano l'articolo senza dare diritto di replica.

Comunque "l'esperienza da genitore" è davvero un qualcosa che mi ha fatto sorridere, come se un genitore possa veramente rendersi conto di come funzioni la scuola.

 

p.s. curioso che ha risposto solo a due utenti che le davano fondamentalmente ragione, se per lei quella è una "buona discussione"...

'fondamentalmente ragione'

mi permetto solo in quanto citato, perché dovrei essere uno dei due

e perché, evidentemente, devo essere stato poco chiaro

oppure letto male

non intendevo dare 'fondamentalmente ragione' 

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