Tentazioni forti, incentivi deboli: chi vincera’?

26 luglio 2010 paola potestio e aldo rustichini

Il dibattito sulla riforma dell' università continua. È il momento di fare qualche conto, e vedere come andranno le cose.

Vi proponiamo un dilemma morale. Immaginate di essere un professore in una certa università italiana, e che la vostra facoltà abbia l'ormai rara opportunità di assumere un nuovo collega. Due candidati sono in ballo. Per un concorso di circostanze, la decisione sta interamente a voi. Per esempio, dopo ampie consultazioni con i colleghi avete capito che il numero dei sostenitori dell'uno e dell'altro candidato sono uguali, e vi trovate dunque ad essere l'ago della bilancia. Si' dà il caso che uno dei candidati sia un amico; l'altro no, anche se è sicuramente migliore del vostro amico sul piano accademico.

Immaginate ora anche, per un breve momento, di essere una persona guidata più dall'interesse personale, e meno da norme astratte di comportamento. Avete ragioni a favore dell'una e dell'altra scelta. L'amico è un amico, e favori fatti oggi avranno contropartite domani. L'altro, amico non è, e quindi non si può contare su di lui nel futuro. Ma la maggiore abilità accademica potrebbe portare dei vantaggi. Per esempio, il dipartimento acquisterebbe lustro grazie alla sua presenza. D'altra parte, un albero grande fa ombra, ed essendo umano, e quindi attento alla vostra collocazione nella gerarchia della facoltà, non siete sicuri che questo sia poi un gran guadagno. Stando così le cose, ed essendo voi come si diceva umano, molto umano, propendete per l'amico. È in fondo una storia comune.

Ora però il Ministero vi fa sapere che una quota del Fondo di Finanziamento Ordinario sarà in futuro assegnata ai dipartimenti sulla base della quantità e qualità della ricerca prodotta nel dipartimento. Questa quota aggiuntiva sarà distribuita (dicamo così, per semplicità) ugualmente fra i membri del dipartimento. In seguito a questa comunicazione, i vostri conti cambiano, e l'amico meno capace è improvvisamente un po' meno attraente. Questa è naturalmente una conseguenza positiva: gli incentivi offerti cambiano la scelta, e nella direzione giusta. Sulla massa delle decisioni, una serie di piccoli effetti marginali, sommandosi, dà un effetto totale di miglioramento. Il problema è, di quanto?

Facciamo qualche conto. Fra il 1994 e il 2008 il FFO è aumentato in media per anno di circa il 5 per cento. La percentuale è diversa fra le varie regioni, fra un minimo di poco più del 3 per cento all'8 per cento. Se si guarda alle singole università ci sono state differenze non piccole, con variazioni del tasso di crescita annuo fra il 3 e il 14 per cento.  Negli anni, dunque, una qualche differenziazione c’è stata sulla base di un tentativo, modesto sia per gli indicatori che per le risorse utilizzate, di premiare le università più efficienti.

Nel 2009 è stata fissata una percentuale del 7% del FFO da distribuirsi tra gli atenei come quota premiale per i risultati conseguiti. Francesco Giavazzi sottolinea sul Corriere (Le Università sotto esame) che la quota premiale cumulabile nel tempo consentirà agli atenei virtuosi di ricevere nel 2011 fino al 14% in più, mentre in altre sedi il taglio potrebbe superare il 14%. Ma, può ritenersi sufficiente una disponibilità complessiva del 7% del FFO per le valutazioni dell’istituendo ANVUR? L’ordine di grandezza dei possibili premi non si discosta poi moltissimo dalle cifre già osservate. Siccome i risultati delle università italiane negli ultimi 16 anni non sono stati eccellenti, dubitiamo che l'effetto sia notevole.

Ma ci sono due altre considerazioni di cui tener conto. La prima è che, intanto, assumere l'amico paga subito, e con certezza, o con certezza si costituisce un credito a vostro favore. Assumere il candidato capace paga forse (se viene, e se mantiene le promesse, e se resta) e nel futuro (le giovani promesse non si realizzano subito) e il premio viene poi condiviso con gli altri membri della facoltà o del dipartimento.

Veniamo alla seconda considerazione. Al nostro ipotetico dilemma morale aggiungiamo ora una tentazione. Invece di decidere se chiamare o meno un candidato, ora siete membri di una commissione che deve decidere l'idoneita di un gruppo di candidati. Membro della stessa commissione è un professore di una diversa Università del Ponente, che ha un candidato a cui tiene moltissimo nella rosa di chi ha fatto domanda. Supponiamo che il candidato non sia neppure mediocre. Ma vi viene proposto uno scambio: il vostro candidato riceverà il voto del membro della Università del Ponente, se voi in scambio votate il loro. Che interesse avete a dire di no? Non necessariamente la proposta sarà esplicita. Ma lo stesso risultato sarà assicurato da una estenuante discussione che alla fine spingerà tutti a risolvere le divergenze di valutazione attribuendo ai candidati in discussione (e la lista fatalmente si allargherà!) l’idoneità. Ora, questo è esattamente il meccanismo concorsuale che la nuova riforma ha messo in piedi. Che ci possiamo aspettare dalla combinazione delle due parti, incentivi finanziari piccoli e liste aperte di idoneità?

Conclusione: La riforma universitaria corrente sta mettendo insieme un incentivo che va nella direzione giusta, ma debole, con uno che va nella direzione sbagliata, e forte. Gli effetti, pessimi, non potranno mancare. Morale, di metodo: gli incentivi sono molto facile da capire, se ci si pensa con calma e precisione. Usiamoli con più attenzione.

55 commenti (espandi tutti)

 Articolo assolutamente da condividere. Il nuovo sistema, come tutti i meccanismi concorsuali inventati negli ultimi quarant'anni, non servirà a niente e potrebbe peggiorare la situazione, a meno che l'ANVUR non funzioni miracolosamente bene.

L'articolo è però impreciso laddove afferma

Fra il 1994 e il 2008 il FFO è aumentato in media per anno di circa il 5 per cento. La percentuale è diversa fra le varie regioni, fra un minimo di poco più del 3 per cento all'8 per cento. Se si guarda alle singole università ci sono state differenze non piccole, con variazioni del tasso di crescita annuo fra il 3 e il 14 per cento.  Negli anni, dunque, una qualche differenziazione c’è stata sulla base di un tentativo, modesto sia per gli indicatori che per le risorse utilizzate, di premiare le università più efficienti.

Prima del 2008, l'allocazione  del FFO è dipesa da una formula complessa, senza riferimento alla qualità della ricerca. Ques'ultima (il renking secondo il CIVR) è stata introdotto fra i parametri di calcolo solo nel 2009.

 

Non a caso abbiamo parlato di “un tentativo, modesto sia per gli indicatori che per le risorse utilizzate, di premiare le università più efficienti”. La considerazione dei risultati CIVR, che pur vi è stata nella distribuzione del FFO negli anni 2006-2008, è stata infatti quantitativamente risibile. Dunque, nessuna imprecisione direi.

Imprecisione nella misura in cui la vostra frase si riferiva (o sembrava riferirsi) a tutte le allocazioni dal 1994 al 2008. Non credo che i progetti di ricerca finanziati possano essere un buon indicatore della qualità della ricerca. Anche senza ipotizzare una distribuzione a pioggia o clientelare (pur probabile), essi premiano i progetti, non le ricerche effettivamente effettuate. E' ben noto che è mancato qualsiasi controllo ex-post dei risultati in termini di pubblicazione. In termini di prodotti di ricerca, la prima valutaizone effettiva è la VTR a cura del CIVR, che è stata utilizzata per la prima volta (e solo parzialmente) nel 2009

Non è proprio così: una modesta percentuale della quota di riequilibrio è stata attribuita sulla base di una valutazione della ricerca basata sui successi nei PRIN ai tempi del Ministro Zecchino. La valutazione della ricerca è stata introdotta di nuovo dal Ministro Moratti nel 2004. Ogni nuovo ministro si attribuisce il merito di aver introdotto la valutazione (non solo della ricerca), per la distribuzione del FFO. In realtà si tratta di una innovazione che risale al 1994.  Naturalmente sono nuovi i criteri di valutazione della ricerca introdotti dal Ministro Gelmini (o dai suoi consiglieri) in particolare l'utilizzo delle valutazioni VTR che non erano disponibili ai precedenti ministri. In ogni caso anch'io condivido abbastanza il pessimismo di Paola Potestio sulla applicazione della legge. Per la abilitazione, specialmente per l'abilitazione a professore di seconda fascia, tutti gli incentivi sono diretti a favorire un certo lassismo, o, se vogliamo, una certa generosità. Per nostra fortuna i ricercatori universitari di oggi sono molto migliori di quelli di dieci o venti anni fa e tutto sommato meritano una promozione. Il problema è quindi quello finanziario: come si potrà procedere ad un sia pure modesto reclutamento di esterni al sistema se tutti i fondi disponibili dovranno essere impiegati per promuovere ad associato almeno 15.000 (ma forse addirittura 20.000) ricercatori a professore associato?

Abbiamo già avuto modo di scambiarci opinioni sull'argomento. Ma lei pensa davvero che ci saranno i fondi per promuovere 15000 ricercatori ad associato? Personalmente sono scettico... e non credo che sia corretto. Lo pensa anche la rete29aprile.

Condivido l'osservazione che i ricercatori di oggi sono migliori di qualche lustro fa. Basta guardare alle pubblicazioni (almeno nel campo scientifico): con il numero e la qualità delle pubblicazioni di alcuni aspiranti ricercatori di oggi, qualche lustro fa si diventava ordinari.

Valditara nella sua relazione al Senato parlava di 900 euro settimanali per uno stage in Banca d'Italia e 1200 mensili per un ricercatore, e poneva l'accento alla questione finanziaria.

Credo che comunque ci debba essere un filtro (un concorso?) per selezionare fra quei 20000 almeno i migliori. Quanti? non lo so. Inoltre, abbassare l'età media dei ricercatori dovrebbe essere un obiettivo, e sarebbe un errore, secondo me, intasare l'università senza far entrare forze nuove e fresche, e, spero, meritevoli.

Da profano mi sembra evidente che finché il "ranking" (anche informale) di un'università o di un dipartimento non riuscirà a generare cassa, anche e soprattutto privata, un meccanismo come quello descritto sarà assolutamente inefficiente, perché arbitrario (è una norma che può anche essere abolita) e minoritario.

Il discorso cambia se inserito in un contesto "virtuoso", ma questo prevede che il famigerato sistema paese si accorga che:

  • c'è un forte bisogno di Ricerca & Sviluppo (intesa proprio come funzione aziendale funzionante)
  • c'è una grossa parte di R&S che beneficia non del vantaggio competitivo della segretezza ma dalla "massa critica" che ci lavora sopra e che ci sono strutture serissime (o almeno dovrebbero esserlo) che possono fare questo lavoro e che si chiamano, appunto, università

 

In soldoni: bel meccanismo, ma il fatto che quei soldi vengano assegnati per decreto non contribuirà a creare un circolo virtuoso.  La domanda contenuta nel titolo dell'articolo ha una risposta (al momento) ineludibile.

Sulla lettera di Giavazzi al corriere cio sono state numerose repliche e proteste in quanto NON è vero che i ricercatori chiedono una ope legis, anzi, è esattamente l'opposto. Chi lo ha fatto e lo sta facendo è una piccola parte dei ricercatori, secondo la cosiddetta proposta di Marco Merafina, che però molti rifiutano. Consiglio, invece, di leggere l'articolo di Benedetta Tobagi su Repubblica in quanto molto più veritiero della situazione attuale, che è magmatica ed in costante sviluppo.

Giovedi' scorso il Sen. Valditara in Senato ha portato ll DDL Gelmini. dal resoconto stenografico riporto:

Se nella legge finanziaria di ottobre non saranno ridate risorse adeguate non si potranno fare assunzioni di personale e i ricercatori non avranno adeguate prospettive di carriera; questo è il vero problema per i ricercatori. Ciò costituirà un ulteriore elemento per scoraggiare i giovani dall'intraprendere una carriera lunga e difficile.

Voglio anche aggiungere che nella finanziaria dovranno essere ripristinati gli scatti stipendiali. Non si capisce perché essi siano stati ridati ai magistrati, si è previsto che agli insegnanti di scuola si daranno i risparmi attesi, mentre professori e ricercatori sono rimasti esclusi. Proprio perché gli scatti sono meritocratici e non sono concessi più sulla base di automatismi, anche professori e ricercatori dovranno riottenerli. In Gazzetta Ufficiale ho letto di uno stage presso la Banca d'Italia per giovani laureati: retribuzione 900 euro a settimana. Come pensa di attrarre i migliori talenti una università che offre 1.200 euro al mese ad un giovane ricercatore e 3.000 euro ad un affermato ordinario?

La partita è complessa e si gioca a 360°. Se saranno applicati i tagli al FFO cosiì come indicati, per stessa ammissione dei relatori di maggioranza, le università non potranno sostenere il peso economico.

Una cosa mi sento di poter giudicare positivamente, già operativa negli attuali concorsi: l'estrazione a sorte dei commissari. Ma un sistema che è andato avanti in questa maniera per decenni non è facile da sradicare. Se fosse possibile eliminare sia gli incentivi che le tentazioni....

Non ci pigliamo in giro. Merafina vuole l'ope legis, hic et nunc, senza aumento di stipendio. La rete 29 aprile vuole il ruolo unico della docenza con stipendi differenziati ma ingresso unico. In pratica, l'abolizione dei concorsi da associato e ordinario, sostituiti da valutazioni ad personam locali non meglio specificate. In questo ruolo dovrebbero essere ovviamente assunti tutti gli attuali professori ordinari ed associati e gli attuali ricercatori a tempo inderminato (RTI) previa valutazione del loro lavoro. E' esattamente il meccanismo della 382/80. Gli allora incaricati ed assistenti divennero associati, gli allora precari  (quorum ego) ricercatori con giudizio di idoneità - con commissioni sorteggiate. Anche quella volta si parlò di filtro rigoroso, qualità etc (io c'ero) e poi passarono il 90% alla prima tornata ed il resto alla seconda.  Non la vogliamo chiamare ope legis? Chiamamola concorso riservato - ma se non è zuppa è pan bagnato. Il meccanismo è sempre il solito. Si parte dagli interessi degli insiders, che già ci sono, e non da quelli dell'istituzione. Si parte dall'esigenza di sistemare X - non di trovare il migliore professore.

 

La rete 29 aprile vuole il ruolo unico della docenza con stipendi differenziati ma ingresso unico. In pratica, l'abolizione dei concorsi da associato e ordinario, sostituiti da valutazioni ad personam locali non meglio specificate.

Ch.mo Professore, bravo, mi piace questa sua difesa dei concorsi. Non avevo dubbio che - sotto sotto - per chi professa idee come le sue, la concorrenza fosse un valore supremo, e tutto deve essere messo a concorso. Le persone devono mettersi in testa che la gara è il miglior metodo per valutare comparativamente qualcosa, e quindi devono prepararsi per correre più veloce degli altri.

Ma... c'è un problemino. Non si diceva che c'è una differenza fra reclutamento e progressione di carriera? Non si diceva, anche qui su nFA, che

Boldrin: In Amerika mica succede così. Se cerchiamo uno nuovo ... è perché non ce l'abbiamo. Se ce l'avessimo, lo promuovessimo ...

In sostanza, e senza farla troppo lunga, non sarà che a difendere i concorsi per le promozioni ci si dimentica di difenderli, in primis, per il reclutamento (dove vanno applicati, più propriamente), mentre per le promozioni potrebbero comunque essere sostituiti da valutazioni non comparative, magari con l'ausilio di una abilitazione nazionale per evitare il localismo?

RR

 

Merafina chiede l'ope legis. La proposta 29aprile è diversa. Anche qui, non pigliamoci in giro. Basta intendersi su cosa si vuole. Perchè forse i concorsi attuali sono totalmente meritocratici? Attualmente i ricercatori svolgono un compito didattico notevole in molte Facoltà (in scienze era così fino a ieri). In cosa differisce il lavoro dei ricercatori da quello dei PO e PA? Nulla. A meno che non si ritorni alla concezione che i ricercatori fanno ricerca e basta. Il problema dei ricercatori non è stato mai affrontato, scaricando sulle loro spalle parte dei problemi che affliggono il mondo universitario.

Qui si tratta di scegliere due vie: o si mantiene il ruolo del ricercatore, senza didattica (o limitata), o si riconosce che fino ad ora molti hanno svolto il ruolo dei docenti. Cioè, vogliamo che i ricercatori facciano didattica? Allora consideriamoli docenti.

Quanto alle progressioni di carriera non mi sembra che il sistema attuale funzioni così bene. La proposta 29aprile, emendabile e migliorabile, non parla di ope legis. I concorsi sono mantenuti, ma il ruolo unico dà libertà ai ricercatori di partecipare alla vita democratica universitaria. Questo è il cuore del ruolo unico. Equiparazione in materia di prepensionamento, possibilità di partecipare a commissioni di concorso, etc... Per esempio in certe università vi è solo una rappresentanza dei ricercatori agli organi collegiali. Nulla vieta che la progressione (o concorsi) "interna" sfoci in una progressione verso altre università.

Anch'io sono per il matenimento dei concorsi. Allo stato attuale non è la norma che una università chiami un ordinario esterno, per ragioni principalmente economiche. Il "delta" RU-PA-PO è minore che il "balzo" PA-PO. Qui si dovrebbe intervenire se veramente si volesse liberalizzare e rendere competitive le università.

Poi, la rete29aprile propone anche una valutazione bi- o triennale per TUTTI i docenti, non solo per chi aspira all'avanzamento di carriera. E qui se ne vedrebbero delle belle..

 

Non pigliamoci in giro. I ricercatori sono docenti a tutti gli effetti che prendono uno stipendio inferiore a quello degli associati e degli ordinari a fronte di un impegno didattico minore. Lo stipendio all'inizio è scandalosamente basso ma con l'anzianità diventa più che dignitoso e superiore a quello di un docente di scuola media superiore. Se il problema fosse la rappresentanza democratica sarebbe facilmente risolvibile (in molte università i ricercatori sono membri dei consigli di facoltà etc.). In realtà il problema è quello della CARRIERA. Tutti i professori associati e ricercatori  pensano di avere diritto a fare carriera e tutti i precari pensano di avere diritto ad un posto (e poi ad una carriera), perchè sono "bravi".  Gli ordinari, si sa, sono bravi a prescindere (e si stupiscono se qualcuno gli domanda conto di questa assunzione). Molti associati e ricercatori sono  veramente bravi in termini assoluti ("studiosi di livello internazionale") e moltissimi sono meglio degli ordinari servizio.

Ma è la logica che è sbagliata. Non si deve dare un posto (o promuovere) X perchè lo merita, ma assumere i migliori per un posto di cui l'università ha bisogno. I migliori possono essere interni o esterni, giovani o vecchi. Pensate cosa succederebbe ad Harvard se dovesse assumere e tenere anche solo metà dei suoi studenti di PhD (che in genere sono molto bravi).

Vi sono ricercatori che hanno un impegno didattico che non definirei minore. Spesso superiori a molti ordinari. Ma questa e' un'altra storia... Concordo abbastanza con quanto scritto. Il ragionamento dovrebbe valere a livello nazionale, non locale. Ergo, programmiamo X posti in tutta l'universita' italiana, X saranno i vincitori con un concorso nazionale. I primi scelgono dove andare.

E' un meccanismo che dovrebbe essere applicato pure ai dottorandi. Purtroppo la realta' e' ben diversa. La mobilita' e' anche legata alla consistenza dello stipendio ed alla disponibilita' finanziaria dell'universita'. Come si puo' andare a lavorare in una nuova citta', magari portandosi appresso la famiglia, con 1200 euro al mese? In certe citta' 1000 partono per l'affitto...

Quando son stato negli USA l'affitto era di $500+spese, ma lo stipendio di $2800. E parlo di qualche lustro fa...

Il ragionamento dovrebbe valere a livello nazionale, non locale. Ergo, programmiamo X posti in tutta l'universita' italiana, X saranno i vincitori con un concorso nazionale. I primi scelgono dove andare.

 

Assolutamente no. Questo era (ufficialmente) il sistema in vigore dal 1980 al 1998, ed ha funzionato anche peggio dell'attuale.

Il ragionamento dovrebbe valere a livello nazionale, non locale. Ergo, programmiamo X posti in tutta l'universita' italiana, X saranno i vincitori con un concorso nazionale. I primi scelgono dove andare.

Gia' sperimentato in Italia: non funziona bene. La commissione nazionale quale incentivo avrebbe a scegliere i migliori e non ad esaudire le richieste delle sedi veicolate attraverso telefonate e pizzini? Bisogna costruire un sistema dove e' interesse di chi sceglie scegliere bene, e l'interesse deve corrispondere ad una qualche misura dal merito delle persone scelte. La commissione nazionale non ha alcun interesse nemmeno a perdere tempo per approfondire la selezione: gli eventuali guadagni verrebbero dispersi nelle sedi scelte dai vincitori. Non e' per nulla banale realizzare concorsi ben funzionanti in una societa' familistica, corporativa, anti-meritocratica e anche caratterizzata da labile onesta' come quella italiana.

S'è visto a cosa hanno portato i concorsi locali. Non ho capito se siete favorevoli ai concorsi locali, che originerebbero il solito mercato dei posti...

I concorsi locali, così come quelli nazionali, funzionano se vi sono persone che scelgono i migliori. A mio parere i concorsi locali hanno creato più danno di quelli nazionali.

Posso essere d'accordo sulla commissione locale, ma a patto di trovare un meccanismo diverso. Quello attuale non ha funzionato.

A me comunque rode il fatto che da anni si attacca l'università senza considerare che, almeno nelle facoltà scientifiche, la situazione è molto diversa. Vi sono i clienterismi, è vero, ma il grosso è sano.

Ma la volete capire. una buona volta, che la questione non è concorsi locali, nazionali, misti, provinciali o galattici? La questione è: chi paga e chi riceve i frutti del merito? Sino a che i SOLDI arrivano alle sedi sulla base di quelli dell'anno precedente (FFO) o delle capacità di manovra dei politici locali e del rettore in quel di Roma, a chi mai importerà di prendere gente brava e fare un buon lavoro?

Dovremmo (dovreste, scusatemi: io ho smess da un pezzo) smetterla di discutere continuamente di concorsi e commissioni ed altre amenità e porre al centro la vera questione! Chi fa meglio prende i soldi, chi fa male non li prende. Ho appena mandato un piccolo editoriale a Il Fatto per ribadire questo punto: non esiste meritocrazia senza premi e punizioni dirette agil individui.

P.S. Approfitto per ringraziare Massimo Famularo e Vincenco Valori per l'ispirazione. L'articolo dell'uno ed il commento dell'altro mi hanno fatto uscire dal torpore.

P.P.S. Domanda a C. Nervi: sento spesso fare l'affermazione secondo cui nel campo scientifico la situazione è ben diversa che altrove e competiamo alla pari con i migliori. Tutta l'evidenza a mia disposizione dice che, fatte salve le solite sparute eccezioni, così non è. Su quali elementi basi il tuo giudizio? Lo chiedo senza intento polemico, semplicemente per capire: io vedo centinaia, migliaia di scienziati italiani all'estero, in tutti i campi e paesi e zero scienziati stranieri in Italia. Io vedo continue polemiche su ritorni falliti perché il sistema è incancrenito. Io vedo scoperte all'estero finise sui giornali, ma molto raramente scoperte italiane. Insomma, non capisco.

Caro Michele, provo a risponderti con dei dati (so che ami i dati :-), testè presi da isiknowledge (ci ho perso un po' di tempo sottratto alla scrittura di un report...).

Innanzi tutto c'è da constatare che in Italia esiste solo la ricerca scientifica statale. Quella privata non esiste. Ho provato a cercare su Web of Science la keyword "luminescence" (una a caso, più o meno del campo in cui lavoro io). Vi sono 2885 lavori con address=Italy, 4364 (France), 3396 (England or UK), 6436 (Germany or Deutschland), 2016 (Spain or Espana), 1245 (Switzerland or Suisse), 1025 (Sweden), 12010 (USA), 1619 (Canada), 4882 (Russia), 699 (Czech Republic), 735 (Belgium), 7 (Greek or Grece), 2015  (Poland), 11610 (China), 8417 (Japan).

Ora, a prescindere dalla qualità delle pubblicazioni (bisognerebbe farlo, lo so, ma andrei a fare un lavoro lungo e non di mia competenza...), che comunque sono solo ISI, siamo quasi alla pari dell'inghilterra. Sono anche cosciente che "luminescence" non è forse un campione rappresentivo, ma... La Germania storicamente in campo chimico ci batte alla grande, ma in campo fisico (che non è il mio) siamo messi molto meglio (per es., molti dei ricercatori "dirigenti" al LHC di Ginevra sono italiani).

Se fosse possibile attingere a fonti come il numero dei ricercatori strutturati, i fondi dati alla ricerca in valore assoluto), il numero di abitanti per stato ed infine la sommatoria di tutti gli Impact Factor dei giornali (aargh... lavoraccio), potrei risponderti compiutamente :-) Magari per voi sono dati "banali" e ai quali avete comunemente le sorgenti....

Da questi dati, però (semplicisticamente), considerando che la ricerca da noi è solo statale, il numero di ricercatori è quello che è, il rapporto studenti/ricercatori sia piuttosto altino, i dati non sono disastrosi. In una presentazione circolata per la protesta Gelmini, da questo sito (p.265, Chart B6.2) si ricava che l'Italia è 26 esima, dopo la slovacchia e vicino al brasile, per investimenti in "expenditure on educational core services, R&D as a percentage of GDP (2006)". Non ho il tempo (ripeto, non è il mio mestiere) di raccogliere i dati, ma il nostro Rettore (lo prendo per buono, è/era un valido scienziato internazionale) ci ha sempre informato che la ricerca media italiana, in particolare quella di Torino, non è piazzata male.

Sono sicuro che in ambito biologico/medico ci piazzeremmo ancora meglio.

In una presentazione circolata per la protesta Gelmini, da questo sito (p.265, Chart B6.2) si ricava che l'Italia è 26 esima, dopo la slovacchia e vicino al brasile, per investimenti in "expenditure on educational core services, R&D as a percentage of GDP (2006)".

Si tratta del tipico modo all'italiana di riportare i dati: imbrogliando.  L'Italia spende poco perche 1) ha una natalita' bassa, tra le piu' basse del mondo, quindi pochi giovani 2) perche' pochi giovani italiani italiani tra i pochi esistenti - rispetto ai Paesi avanzati - fanno l'universita'. I dati che che per onesta' e correttezza dovrebbero essere usati sono i costi per studente, se vuoi in proporzione al PIL.

Se posso aggiungere...

io vedo centinaia, migliaia di scienziati italiani all'estero, in tutti i campi e paesi e zero scienziati stranieri in Italia. Io vedo continue polemiche su ritorni falliti perché il sistema è incancrenito. Io vedo scoperte all'estero finise sui giornali, ma molto raramente scoperte italiane. Insomma, non capisco.

Questo, in fin dei conti, certifica che la produzione dei cervelli italiani non è così male. Se sono messi in grado di competere, con strutture, attrezzature e risorse (all'estero), sono produttivi. La materia di partenza è buona. Permettimi, quindi, di dare parte di questo successo anche alla qualità didattica e di iniziazione alla ricerca all'università italiana. Come dicevo i nostri laureati sono ben considerati negli USA...E' ciò che viene dopo che non va.... Come possiamo attrarre uno scienziato straniero se a) lo paghiamo una miseria b), non gli diamo la libertà scientifica di agire (scegliendo i suoi collaboratori), c) amminstrativamente lo si carica di idiozie e lungaggini perditempo burocratiche....

Carlo (Carlo, vero? Per i nomi ho sempre sofferto d'alzheimer, quindi chiedo venia in anticipo se fosse Claudio o Corrado o altro), a me sembra che ti accontenti di poco. È un atteggiamento diffuso in Italia e mi rendo conto che sia spiegabile, fra la gente che come te prova a far ricerca seriamente, con un certo e naturale sentimento di onore professionale. Però, se vogliamo fare un'analisi razionale della situazione, dobbiamo evitare di farci coinvolgere "sentimentalmente" e guardare ai brutti fatti statistici.

Anzitutto, che in Italia i privati investano poco in ricerca è un ALTRO sintomo della pessima qualità della ricerca italiana e delle nostre università, non ti sembra? Voglio dire: il grosso della ricerca scientifica la fanno e finanziano grandi imprese che non hanno alcun problema a piazzare i loro laboratori o a finanziare progetti di ricerca in un qualsiasi paese. Men che meno nell'ottava "potenza" economica mondiale. Se non danno contratti di ricerca ad università italiane e non piazzano in Italia i loro laboratori forse qualche ragione legata all'università italiana c'è, non ti sembra? In altre parole, quello è un ALTRO sintomo di mediocrità, non l'opposto.

I dati, poi, quando si tratta di un esempio, uno li interpreta come vuole ma, permettimi. Ho come l'impressione che il topic da te scelto sia uno in cui ci difendiamo. Eppure facciamo solo di poco meglio della Spagna, paese che viene dall'arretratezza e che ha una popolazione pari a circa 2/3 della nostra: più o meno la proporzione fra le nostre e le loro references ... Non è che guardiamo le medie fanno già meglio di noi (anzi, credo proprio di si anche se non ricordo più dove averlo visto proprio recentemente ...).

Infine, ed insisto: la grande presenza di italiani all'estero prova SOLO che gli italiani non sono scemi e, se vogliono, sanno farsi valere! Non prova NULLA sulla qualità della ricerca in Italia, suvvia!

Permettimi, quindi, di dare parte di questo successo anche alla qualità didattica e di iniziazione alla ricerca all'università italiana. Come dicevo i nostri laureati sono ben considerati negli USA...

Mito diffuso. Sono ben considerati anche gli spagnoli, francesi, tedeschi, olandesi ... sino ai russi e gli indiani. Il fatto è che chi cerca di venire a fare il phd negli USA è l'elite, self-selezionata, di un paese avanzato: vorrei anche vedere che non fosse ben vista! Come minimo ha doti personali superiori alla media e viene dalle migliori università di quel paese. Perché non dovrebbe essere ben vista? Fra un italiano che appartiene allo 0,1% della distribuzione italiana ed un americano che appartiene al 5% dell'americana, perché non dovrei aspettarmi che l'italiano abbia capacità naturali superiori?

È ciò che viene dopo che non va....

Questa è la parte che non si vuole cogliere: quello che viene DOPO è legato a quello che viene PRIMA! Son le stesse persone, le stesse istituzioni, lo stesso sistema di selezione, eccetera!

Come possiamo attrarre uno scienziato straniero se a) lo paghiamo una miseria b), non gli diamo la libertà scientifica di agire (scegliendo i suoi collaboratori), c) amminstrativamente lo si carica di idiozie e lungaggini perditempo burocratiche...

Quindi? Da un lato le cose che descrivi sono, appunto, parte del sistema che non fa, non sono cose che vengono dal cielo: se le è cucite addosso l'accademia italiana da mezzo secolo a questa parte. Dall'altro, come abbiamo dimostrato qui oramai mezza dozzina di volte, GLI STIPENDI UNIVERSITARI ITALIANI NON SONO IN MEDIA INFERIORI A QUELLI DEL RESTO D'EUROPA! Mettiamoci una pietra sopra a questo argomento, che ne dite? Non è lì il problema rispetto al resto d'Europa, proprio non è lì.

Gli spagnoli, che hanno un reddito pro capite leggermente superiori al nostro, prendono ancora meno, MENO! Non che siano il paradiso (ci ho lavorato per quasi un decennio e me ne sono ritornato negli USA) ma guarda caso ci hanno raggiunto quasi ovunque e ci stanno superando. E venivano da ben lontano, così lontano che 40 anni fa non li si vedeva nemmeno!

Grazie Michele per il reply. Yes, ti ricordi bene, ....Carlo (forse dovrei cambiare il nick...)...

sono abbastanza concorde con quanto scrivi, ma mi piace (perdonami) mettere i puntini sulle i. Guarda la Cina. Dai dati (limitati) che ho riportato sono vicini agli USA. Non è un mistero, basta guardare la provenienza degli autori sulle riviste della ACS (American Chemical Society): i cinesi stanno dilagando. E' da mo' che lo vado sostenendo. Quando ai congressi vedo le loro presentazioni rimango sempre affascinato: strumentazione al top, gruppo di ricerca sui 50 fra strutturati/dottorandi che lavorano per un singolo docente. Noi NON possiamo competere. Io, quando va bene, ho UN (uno) dottorando. Ed i recenti tagli ridurranno il numero di borse di dottorato per l'intero comparto universitario. Le previsioni sono che avremo UN dottorando per docente ogni 10 anni. Drammatico. (Come sai la ricerca nelle facoltà scientifiche è di gruppo e non può essere fatta individualmente.)

E' vero che le risorse vanno anche cercate altrove (finanziamenti europei), ma come posso competere se non ho gli strumenti? E' (anche) un cane che si morde la coda.

Son concorde con l'affermare che la nostra ricerca non sia in assoluto molto competitiva (e quindi le grosse aziende non vengono qui), ma tutto sommato rispetto ai mezzi ed ai fondi che abbiamo sopravviviamo. In scienza servono soldi per produrre. Non si scappa.

Noi abbiamo avuto contratti con una azienda giapponese che ci ha finanziato per svariati anni (4-5) al ritmo di 200 keuro/anno. A me ha dato tanto lavoro, poco danaro in tasca, 1 dottorato, 1 brevetto e 3 pubblicazioni. Poco, ma per ragioni legate alla segretezza industriale. Presumo sia così anche per altre discipline tecnico-scientifiche. La ricerca privata sottrae tempo e pubblicazioni a quella pubblica (per inciso, non è completamete un male, va solo considerato). Il male, invece, è che la ditta arriva, paga, e si porta via le conoscenze acquisite, senza lasciare nulla qui. Se ci fossero delle grosse ditte coinvolte nella ricerca presenti sul territorio nazionale le ricadute sarebbero ben diverse (ad esempio occupazione).

Questa è la parte che non si vuole cogliere: quello che viene DOPO è legato a quello che viene PRIMA! Son le stesse persone, le stesse istituzioni, lo stesso sistema di selezione, eccetera!

Vero. Io vedo che chi si impegna nella didattica è anche bravo nella ricerca. Probabilmente, però, chi ottiene fondi non è necessariamente il più bravo.

Dall'altro, come abbiamo dimostrato qui oramai mezza dozzina di volte, GLI STIPENDI UNIVERSITARI ITALIANI NON SONO IN MEDIA INFERIORI A QUELLI DEL RESTO D'EUROPA! Mettiamoci una pietra sopra a questo argomento, che ne dite? Non è lì il problema rispetto al resto d'Europa, proprio non è lì.

Scusa se insisto (non mi odiare e non ti scaldare troppo :-), e poi prometto che cerchero' di non tornarci più su, ma come facciamo a rilanciare il sistema universitario se promettiamo ai nostri giovani migliori un dottorato (3 anni) a 1000 euro/mese, poi un post-doc (variabile) a poco piu', un salario di 1200 euro/mese da ricercatore (3+3 anni), e poi gli diciamo che SE ci saranno le risorse finanziarie ti assumeremo, a prescindere dai risultati ottenuti? come dicevo qui, lo stesso Senatore Valditara, relatore di maggioranza del DDL Gelmini, se n'è accorto quando dice "In Gazzetta Ufficiale ho letto di uno stage presso la Banca d'Italia per giovani laureati: retribuzione 900 euro a settimana. Come pensa di attrarre i migliori talenti una università che offre 1.200 euro al mese ad un giovane ricercatore e 3.000 euro ad un affermato ordinario?"

Io non ho la bacchetta magica e non mi ci metto nemmeno a proporre soluzioni (non mi sento per nulla un politico). Mi limito ad evidenziare le incongruenze e le inconsistenze che vedo e, se posso, faccio suonare la campana d'allarme su una situazione universitaria che è sì messa male, anche e sopratttto per colpa di parte del corpo docente attuale, ma che i provvedimenti attuali non faranno che peggiorare drammaticamente la situazione.

Non mi fido per nulla di chi ci ha governato per decenni con una visione lungimirante inferiore a quella di una talpa, e che è ben al di sotto dei peggiori docenti universitari.

Michele, tu dici:

GLI STIPENDI UNIVERSITARI ITALIANI NON SONO IN MEDIA INFERIORI A QUELLI DEL RESTO D'EUROPA!

ed è vero, però questa media include ad esempio i professori ordinari con lunga anzianità di servizio.

Faccio outing così parliamo concreto. Il mio stipendio di ricercatore, con 6 anni di anzianità, è ca. 1750 euro netti al mese. Un mio studente ha appena ottenuto un dottorato in Germania. Prenderà da subito 1650 euro. Per me è la prima volta che un mio studente all'estero piglierà meno di me.

Una mia collega a Milano è rientrata per ragioni personali dagli UK, e il suo stipendio non le basta a sopravvivere. Se non avesse soldi da parte dal suo passato di Lecturer, la vedremmo in fila assieme ai senzatetto per un pasto di fronte a qualche ente di carità. Non sto esagerando: mi ha spiegato il suo bilancio mensile ed effettivamente a Milano non si sopravvive con lo stipendio da ricercatore neoassunto.

In sintesi, Michele: la tua è una verità parziale, che omette il punto chiave: chi entrasse dall'estero per fare il ricercatore in Italia partirebbe con uno stipendio più modesto degli studenti nella sua nazione di origine. Quindi in Italia non ci viene. Su questo Nervi C. ha ragione.

Giusto, hai (avete, la risposta di Carlo Nervi menziona la stessa questione) perfettamente ragione: non c'è solo la media, c'è anche la varianza. Ossia: non è questione di QUANTI soldi si spendono ma di COME vengono spesi. Esattamente: siamo in perfetto accordo. Qui è il punto e questa è la risposta che cercavo.

Perché il sistema su questo si regge, su una visione della ricerca come "naja", ossia su un sistema medievale di sottomissione servile e di collusione inter-generazionale. Lo fa da decenni e per questo decisi di andarmene: non ero né ricco né servile abbastanza per stare a portar la borsa (ed altro) ai vari baroni veneziani del tempo (e di ora, solo che alcuni si son spostati a fare i baroni altrove) in attesa della mia sospirata promozione a membro del clan baronale. LI mandai a quel paese e sai cosa? Non me l'hanno mai perdonato, tanto che se c'è un posto in Italia in cui mai vengo invitato a fare un seminario è Venezia! Non hai idea di quanto ne soffra, non ci dormo la notte ...

Molto bene: perché i ricercatori, quelli bravi e che all'estero guadagnerebbero il doppio o il triplo, non insorgono contro questo stato di cose? Non ho ancora sentito di ricercatori italiani che scendano in piazza contro gli stipendi immeritati dei baroni che li opprimono o dei colleghi ricercatori che, nella loro mediocre inutilità, dividono di fatto i loro stipendi a metà. Bene: è tempo di farlo.

Perché non create (NON sto scherzando: se lo fate vi dò tutto l'appoggio possibile e mi faccio in quattro per trovarvi l'appoggio dei vecchi famosi all'estero, in ogni disciplina) il "sindacato dei ricercatori bravi"? Di quelli che hanno un CV vero, con pubblicazioni vere, con offerte dall'estero o, almeno, possibilità serie di ottenerle? Ed insorgete dichiarando: NOI siamo bravi, loro no. NOI facciamo ricerca di alto livello, gli altri no! I soldi spettano a NOI, non a quella banda di inutili portaborse e baroni ammanicati!

Parlo sul serio, kaapitone: la situazione è esattamente quella che descrivi. Bene, che i bravi e meritevoli si assumano l'onere e l'onore di dire pubblicamente: i soldi spettano a NOI, via gli inutili, gli ignoranti, gli sfaticati, gli ammanicati, i furbetti. L'università a chi sa e produce, gli altri che vadano a spalare letame altrove.

nFA è qui a vostra disposizione: ti posso garantire che nell'università italiana viene letta, eccome. Sta a voi smettere di elemosinare e cominciare ad esigere ciò che vi spetta. La meritocrazia si fonda anche su questo: sul coraggio di dire che X produce e merita mentre Y non produce e non merita.

Il motivo è molteplice e le difficoltà tante. La rete29aprile sta cercando di proporre a livello nazionale (ce n'è voluta per smuovere il PD, ma qualcosa s'è mosso) qualcosa di positivo in cui si afferma che "i ricercatori chiedono solo la possibilità di essere valutati, e non di essere messi ad esaurimento". Nell'articolo di oggi su LaStampa dal titolo "Università, la riforma oggi in Senato", invece, nuovamente (l'articolo di Giavazzi sul corriere andava di pari passo) si attaccano i ricercatori con la scusa che vogliono l'ope legis (convinzione che è stata inculcata in molti, ma che è errata). Il direttore riceverà lettere infuriate così come le ha ricevute il direttore del Corriere. L'articolo su Repubblica, invece, di Benedetta Tobagi spiega decisamente meglio i termini della vicenda (con lettere dei ricercatori).

L'attacco mediatico che l'università tutta sta sopportando da anni, è ora rivolto verso i ricercatori, che hanno la colpa di aver sollevato la questione tramite la minaccia di smettere di fare lezione aggratis. Poi, non illudiamoci: ci sono i "bravi" ed i "cattivi" in tutte le categorie, ordinari, associati e ricercatori.

Come si fa a smuovere qualcosa se maggioranza ed opposizione stanno dalla stessa parte?

Carlo,

mi dispiace ma non ci siamo. Ho letto, forse un po' di corsa ma ho letto, i vari documenti di questa rete29aprile che menzioni. Non vedo da nessun lato le parole esplicite che sarebbero necessarie. Vedo, fondamentalmente, richieste di soldi per loro e discorsi vaghi in puro stile benaltrista sulla meritocrazia e la competizione. Questi, con poche eccezioni, vogliono il riconoscimento di quello che chiamano l'"impegno pregresso". L'articolo della Tobagi documentava che sono la carne da macello dell'università italiana: condivido.

Io sto chiedendo se (alcuni fra loro) son disposti a rompere il velo di omertà e separare il grano dal loglio, oppure no! Movimenti che difendano gli interessi di tutti i ricercatori sono, per definizione, l'opposto di ciò che ci vuole. Sono movimenti sindacal-corporativi di gente che vuole il posto e si fa forza del minimo comun denominatore: che son tutti dipendenti dell'università, quindi funzionari. L'opposto della meritocrazia.

Non ci sono né santi né madonne su questo terreno ed a questo punto: se vogliono rompere il cerchio infernale devono avere il coraggio di dire chi è bravo e chi no, chi merita e chi no, quali criteri vanno adottati e quali no. Il politichese serve solo a mandare messaggi sindacal-trasversali. Ossia, se ci garantite posto e risorse stiamo buonini e ci allineiamo.

Non ci siamo, proprio non ci siamo.

Condivido, purtroppo condidivido. Mi risulta difficile, però, sentire la Gelmini (che legge un testo preconfezionato), ancora una volta, denigrare l'università quando la politica tutta e lei in primis sono impresentabili....

Mario Monicelli invocava una rivoluzione... che avesse ragione?

Mi risulta difficile, però, sentire la Gelmini, ancora una volta, denigrare l'università quando la politica tutta e lei in primis sono impresentabili...

Capisco la tristezza, ma non è Maristella Gelmini, per mediocre ed anche un po', come dire ..., che sia la causa dei mali dell'università. Inutile prendersela con la Gelmini, mi sembra veramente inappropriato. A modo suo - ripeto, nella mediocrità intellettuale che caratterizza sia lei ed i suoi consiglieri privati - ha provato più di altri a spingere, occorre riconoscerlo. Solo che il corpo dell'università quello è: o ben c'è il coraggio politico di rompere verticalmente con una fetta sostanziale (direi maggioritaria) del corpo docente e di confrontarsi duramente (stile Reagan con i controllori, per capirsi) con essa, o non se ne esce.

L'università italiana ha affossato se stessa, nel senso che il corpo docente dell'università italiana (in primis gli ordinari, da mezzo secolo a questa parte) l'hanno affossata. Non scordiamoci che a fare le riforme son quasi sempre stati parlamentari e ministri che erano anche ordinari di università. Mussi e Gelmini sono due recenti eccezioni, il resto è tutta farina del sacco baronale. Ed è farina bipartisan: basta vedere le vergognose cazzate fatte da Mussi e le autentiche boiate da vuoto mentale che oggi propongono il PD ed i suoi "esponenti" accademici!

 

Perchè quelli  bravi insegnano e fanno ricerca e si sbattono per trovare soldi e non hanno tempo per fare politica. Inoltre, quelli bravi sono individualisti e competitivi, mentre per fare politica accademica bisogna essere corporativi. Pensa a due potenziali sindacalisti. Uno dice "seguitemi e diventerete tutti baroni, lavorando pochino e con uno  stipendio magari  non altissimo ma sicuramente in aumento). L'altro dice "seguitemi e il 10% di voi farà carriera e avrà un ottimo stipendio, purchè continui a studiare come un pazzo, mentre il restante 90% rimarrà dov'è ed anzi dovrà ringraziare iddio se non lo licenziamo" Secondo te chi ha più chances?

PS Io ho provato a fare dei discorsi "riformatori" (molto più moderati di quelli che Michele fa) in un paio di liste di dsicussione fra accademici. Ho preso una raffica di insulti. Uno ha addirittura insinuato che non fossi un professore italiano perchè un professore non può ragionare come me

 

Michele, tu dici:

Perché non create [...] il "sindacato dei ricercatori bravi"?

e hai ragione. E so che dici sul serio, e so che ce ne sarebbe bisogno.

Però accidenti io non sono capace di fare politica. E poi a chi parlerei? Al mio rettore? Ah! Al governo? Ah ah... al parlamento? Ma quanti dei parlamentari sono professori ordinari?

Questo è un argomento a cui penso continuamente e che mi cruccia. L'unica soluzione concreta che sono riuscito a pensare è sulla scia di "una risata vi seppellirà". Ci vorrebbe un comico che a Zelig si mette a fare scene da un dipartimento. Farebbe ridere, sarebbe surreale, sarebbe facile come fare satira politica (cioè: si dicono le cose come stanno senza esagerare e poi si fa una faccia di attesa - un secondo e mezzo perché il pubblico realizzi che non è uno scherzo - risata - applauso). O un fumetto: avete presente Dilbert? Uguale, ma sull'università. Ma accidenti nemmeno so disegnare o stare sul palco.

Quando mor' Falcone io ero studente, e il professore di Fisica ci guardò tutti negli occhi e ci disse, e adesso che facciamo? Noi, zitti. E lui: lavoriamo di più e meglio. E voi continuate a studiare. Ecco, al momento questo riesco a fare, la mia parte, onestamente.

...e questa:

Perché il sistema su questo si regge, su una visione della ricerca come "naja"

è impagabile!

Nonni (gli ordinari) e burbe (i ricercatori e borsisti). Per chi fosse fuori dal sistema, ecco, è così.

Voglio spendere due parole su questo punto. Le Facoltà scientifiche sono profondamente cambiate. Di nuovo, sembra che stia difendendo a spada tratta il mondo scientifico, ma, almeno per le realtà che conosco, posso affermare che molte Facoltà di Scienze hanno subito una certa evoluzione. Erano così come le descrivi tu Michele, con un acume e semplicità impagabile (come dice kaapitone), probabilmente 10-15 anni fa (esistono ancora "sacche" di "nonnismo", chiamiamolo così, ma non è più la regola). Non faccio tuttavia difficoltà a credere che sia ancora così in certe università e/o certe Facoltà....

molte Facoltà di Scienze hanno subito una certa evoluzione.

Non esagererei.  La struttura di sfruttamento delle "reclute" e' in piena azione anche a Scienze, basta solo vedere i compensi di dottorandi, assegnisti, post-doc, che sono a livelli miserabili, mentre un professore ordinario ad elevata anzianita' costa come nei Paesi ricchi e non ha quasi nessun obbligo e comunque nessun controllo di efficienza. Non solo, almeno a Fisica sperimentale ora il posto di ricercatore si vince a 37-40 anni, e da 22-23 anni a 37-40 anni i giovani sono impiegati a pieno ritmo con compensi miserabili e in tutto o in parte senza benefici pensionistici.

Son d'accordo, ma non darei la colpa dei bassi salari dei PhD e post-doc agli ordinari....

Son d'accordo, ma non darei la colpa dei bassi salari dei PhD e post-doc agli ordinari....

Io invece sì. Perché l'università la governano gli ordinari, l'allocazione delle risorse la fanno loro, loro decidono le promozioni, loro fanno le leggi (i parlamentari che si occupano di università sono quasi tutti ordinari ... in aspettativa ovviamente).

Un sistema universitario, per essere compatibile con le finanze di un paese, non può superare certi "costi totali per studente". Come Alberto Lusiani ed altri hanno documentati, i nostri costi per studente sono fra i più alti in Europa, in particolare se teniamo in conto il PIL per capita.

Non è quindi possibile pensare che possano aumentare di molto le risorse a disposizione per studente universitario (aumentare il numero di studenti, anche se utile per altre ragioni, non risolve questo problema: già l'offerta didattica fa pena, se aumenti in numero di studenti devi aumentare le aule, i professori, eccetera).

Fatte 100 quelle risorse, se gli ordinari decidono: 1) di pagarsi profumatamente in funzione puramente all'età; 2) di fare l'imbarcata di amici e portaborse finché sono in tempo (anni '80 e '90); 3) di insegnare poco e dedicarsi alla professione privata o alla politica ogni volta che possono; ne consegue automaticamente che

4) qualcuno deve sobbarcarsi il carico didattico, essere pagato una miseria e non avere alcuna possibilità di carriera perché tutti i posti di associato ed ordinario sono stati occupati negli anni precedenti da una massa di nullafacenti.

Ecco perché, molto banalmente, la colpa è degli ordinari. Come casta, ovviamente. Poi ogni singolo conosce le proprie responsabilià individuali.

 

Capisco che c'hai il dente avvelenato con gli ordinari, capisco anche che molti sono in parlamento, ma allora prendiamocela solo con quelli. Gli altri che lavorano a tempo pieno in universita', senza un secondo lavoro (magari piu' remunerativo), cosa ne possono? Devono seguire le leggi (i.e. salario del PhD, spesso pagato dal ministero se non hai risorse esterne).

Hai un'idea di quanti sono col secondo lavoro? Lo chiedo perche' non ne ho assolutamente l'idea. Nelle Facolta' scientifiche non sono molti, anzi, sono molto molto pochi. Di piu' al politecnico dove l'interazione con le ditte e' maggiore.

Se prendi un grant europeo puoi, e' vero, bandire un post-doc a 2000-2500 euro/mese, come accade in europa. Ma ci sono dei limiti amministrativi. Come la mettiamo se il collega ricercatore prende solo 1250 euro/mese? Ti ricordo che nel nostro campo si parla di ricerca di gruppo, e non si possono introdurre tensioni di questo genere nel gruppo di ricerca. Un PhD ha un costo fisso che va sui 45000 euro per 3 anni (inclusi i contributi).

A proposito, in Russia vi sono 2 tipi di universita': accademica e tecnologica. Viaggiano su binari separati. La prima si occupa dell'insegnamento e della ricerca "accademica". La seconda si occupa del trasferimento tecnologico alle industrie. E vi e' una profonda distinzione fra scienze "umanistiche" e scienze naturali....

Non ho nessun dente avvelenato particolare con gli ordinari italiani, non più di quanto ce l'abbia con una qualsiasi delle tante consorterie omertose che si stanno mangiando il paese da decenni. Forse sembro più cattivo con loro solo perché li conosco meglio e direttamente, mentre le magagne dei (tanto per fare il solito esempio) notai mi sono note solo per dati statistici e letture.

Quelli che ho riportato sono fatti, Carlo. Se si vuole capire perché i ricercatori italiani prendono una miseria occorre partire da quei fatti. Non c'è via di scampo, mi dispiace: quello è il vincolo aggregato di bilancio.

Eppoi, fra gli ordinari ed associati, il problema NON sono solo quei pochi che vanno in parlamento o quei molti di più (stima nasometrica: media del 30-40% con facoltà dove si arriva al 60%) che, mentre fan finta di fare il professore universitario passano il 90% del loro tempo nel loro studio professionale (medico, commercialista, fiscalista, consulente aziendale, consulente marketing, consulente statistico, consulente strategico, ingegnere, architetto, avvocato, notaio, editore, dentista, membro del consiglio d'amministrazione di a, b, c, d, assessore, ...).

Il problema son anche quei (pochi) che non fanno i deputati, non hanno il secondo lavoro e, magari, fanno anche un po' di ricerca e didattica seriamente.

Sai perché sono anche questi il problema? Perché sono omertosi. Perché non hanno mai, assolutamente mai, avuto il coraggio di esporre pubblicamente le magagne degli altri e chiedere meritocrazia. Non hanno mai avuto il coraggio di organizzarsi e dire: noi siamo i docenti universitari che fanno ricerca e didattica, quelli (nome, cognome, indirizzo) non fanno ricerca e didattica ma usano l'università per farsi gli affari privati. Vanno cacciati o vanno, per lo meno, messi in un ruolo DIVERSO dal nostro. Altro che buffonata del tempo parziale: adjuct professors o lecturers, si chiamano a casa mia. Prendono due lire, insegnano quel che devono insegnare e non contano nulla, nulla, nella vita del dipartimento. Il loro lavoro è un altro, in facoltà vengono ad arrottondare.

E invece no: da sempre tutti assolutamente zitti, allineati e coperti! Ecco, quella è la "colpa" politica di fondo dell'ordinario medio: l'omertà. Come sta accadendo, appunto, fra i ricercatori. Come è successo a Roma 3 con il caso Valeria Termini ... L'elenco è infinito, infinito.

Omertosi, questo sono gli ordinari (e gli associati, ed i ricercatori) italici. Altro che dente avvelenato.

They fit perfectly in the country they belong.

Se le differenze e i dati sono quelli che mi dici, vedrei bene separare la parte "Scienze Matematiche, Fisiche e Naturali" dell'universita' dal resto.

Ci servono anche strumenti. Se un "bidello" (o un amministrativo, giusto per fare un esempio a caso...) non fa il suo dovere, non vi sono gli strumenti per intervenire.

Gran parte della colpa ce l'hanno anche i sindacati quando, a volte, invece di difendere i diritti dei lavoratori difendono l'impunita' degli scansafatiche e dei lestofanti. Mi pare che siamo messi cosi' pure in alto....  Michele, mi stai spostando (un pochino) da sinistra verso destra... :-)

[Edit]... a proposito.. riusciro' a spostarti dal nucleare? Qui :-)

Non è questione di "destra" e di "sinistra", Carlo. È questione di ciò che succede.

Gli "strumenti" che li avete: se l'amministrazione dell'università (controllata al 100% dagli ordinari) vuole che il personale lavori, lo fa lavorare, credimi. E lo sappiamo tutti.

Comunque, vedo che sei più disposto a dar "colpe" ai sindacati che agli ordinari omertosi.

Oh well, cos'altro posso aggiungere? Attendo con ansia il sindacati dei ricercatori bravi.

Sul nucleare, ho appena messo un commento in loco.

 

Gli "strumenti" che li avete: se l'amministrazione dell'università (controllata al 100% dagli ordinari) vuole che il personale lavori, lo fa lavorare, credimi. E lo sappiamo tutti.

spesso NON vogliono che noi lavoriamo. Dovresti vedere la storia della direzione delle biblioteche, per far dirigere le biblioteche ai bibliotecari (che lo fanno a tempo pieno) e non ai docenti ci sono voluti decenni, puoi leggerti ad es. Le disavventure di un bibliotecario : la storia vera di un viaggio allucinante nelle biblioteche delle università di Roma / Ennio Michele Tarantola. - Matera : Altrimedia, 2010. Uno mobbizzato per aver cercato di ottenere un servizio efficiente.

Ai tempi in cui le banche dati erano su CD-ROM mi sono preso una lettera di richiamo per aver insistito a voler aspettare qualche mese e comprare la banca dati in questione a tre milioni e mezzo di vecchie lire dal produttore usando fondi del nuovo esercizio che potevano essere usati liberamente, invece di comprarla subito a sette milioni con fondi del vecchio esercizio vincolati ad un unico fornitore ... poi l'ordinario quando è andato in pensione mi ha chiesto scusa, "avevo capito che non voleva comprarla proprio e allora ho pressato il preside".

Michele, hai ragione e hai torto.

Hai ragione da vendere a dire che troppi professori parcheggiano in università ma il loro lavoro è altrove, e questi si succhiano le mie risorse. Ma ha ragione Carlo a tenere Scienze MMFFNN da parte in questo. A scienze questo è un problema davvero minore, ciò di cui parli è invece uno scandalo ad esempio a Giurisprudenza o Medicina.

E hai ragione sull'omertà. Però provo a mettermi nei miei panni (cosa non troppo difficile!), e mi rendo conto che uscire con nomi e cognomi significa fare il don Quixote contro i mulini a vento. Mi spiego: mi è capitato due volte in consiglio di dipartimento (una riunione verbalizzata) che un professore ordinario ci comunicasse i vincitori di concorsi ancora da celebrare (o ancora da bandire). Nessuna reazione. A chi dovrei andare a dire i nomi? Questo sistema è condiviso da tutti qui dentro, sarei un alieno a lamentarmi. C'è anche un record di casi in cui sono stati denunciati concorsi truccati alla magistratura, risultato: nulla. Gli ordinari tutti al loro posto e chi ha denunciato un paria nel proprio dipartimento.

We fit perfectly in the country we belong. Però alla mia età non è facile convincere un dipartimento estero a pigliarmi. Qui si fa quel che si può, molta gente (non la maggioranza forse, ma nemmeno pochi) è gente onesta, forse siamo troppo agnelli per combattere i lupi attorno.

O forse le cose stanno come in questa vignetta, e siamo tutti parte del gioco.

http://t0.gstatic.com/images?q=tbn:qFrEWNk0i8w_-M:http://i41.photobucket...

Corollario: per uscire dall'impasse qualcuno con grande carisma dentro l'Università dovrebbe fare l'eroe. Quello però non sono io, sono solo un comune ricercatore, non certo geniale e non certo un eroe.

In genere comunque non sono gli stati civili e democratici ad avere bisogno di eroi. Se il ministro (o chi per lui) vi legge, beh, vorrei che su questa considerazione spendesse un pensiero.

 

Aggiornamento: che sia il CIPUR il sindacato dei buoni? Non li ho mai seguiti molto, ma in questo comunicato:

http://www.cipur.it/COMUNICATI/Comunicati%202010/COMUNICATO%20CIPUR-DEMO...

c'è questa frase:

  • fatta una nuova e razionale configurazione del sistema, si mettano tutti i docenti di ruolo ad esaurimento e si proceda alla verifica delle attività di ognuno, traghettando nella nuova progressione solo chi supera la verifica.

Non ho niente da obbiettare, e mi pare che penalizzi chiunque eccetto pochi bravi. Non riesco a credere che sia davvero un sindacalista a scriverlo.

Domanda a C. Nervi: sento spesso fare l'affermazione secondo cui nel campo scientifico la situazione è ben diversa che altrove e competiamo alla pari con i migliori. Tutta l'evidenza a mia disposizione dice che, fatte salve le solite sparute eccezioni, così non è. Su quali elementi basi il tuo giudizio?

Sono anche io curioso di sentire gli argomenti oggettivi e quantitativi di C.Nervi.

Tuttavia, secondo me e' vero che nel settore scientifico il contributo dell'Italia e' dignitoso. Secondo me questo si puo' constatare quantitativamente leggendo questo rapporto tedesco del 2007, "Identifying the Best: The CHE Ranking of Excellent European Graduate Programmes in the Natural Sciences and Mathematics" (pdf).

Siamo probabilmente dopo UK, Olanda, Svizzera, Germania, Francia e molti altri Paesi OCSE, pero' siamo a molta poca distanza dalla Francia, che probabilmente superiamo in diversi settori, e (per ora) siamo superiori alla Spagna. Preso atto del fatto che l'Italia e' un paese relativamente povero, e uscito molto tardi dall'analfabetismo di massa, la distanza che ci separa dai Paesi evoluti in ambito scientifico e' piccola.  Secondo me negli altri settori accademici, piu' influenzati dalle specificita' perniciose della cultura italiana, il ritardo dell'Italia e' molto maggiore rispetto alla media dei Paesi evoluti.

Detto questo non si puo' sorvolare sul fatto che anche nel settore scientifico italiano dominano (pur attenuati) localismo, familismo, inbreeding, anti-meritocrazia.  In particolare mi sembra che con poche eccezioni tutti i premi Nobel italiani del dopoguerra, specie nei decenni piu' recenti, sono stati espulsi dal sistema accademico italiano, sono stati valorizzati in sedi universitarie estere, e hanno preso il Nobel per ricerche non certo finanziate dall'Italia. Allo stesso tempo nessuno straniero e' stato valorizzato in sedi universitarie italiane e ha preso il Nobel dopo essere stato finanziato in Italia. E rimane vero quanto osservi, rispetto ai Paesi evoluti (ma ormai anche rispetto alla Spagna): il sistema accademico italiano anche scientifico e' quasi totalmente chiuso allo straniero, e comunque estremamente poco ricettivo.

Come fatti aneddotici a favore del contributo scientifico dell'Italia posso menzionare relativamente alla fisica delle particelle che gli USA hanno concesso recentemeente ben due volte a italiani che lavorano in Italia (Pisa in entrambi i casi) un importante premio di fisica delle particelle (Panofsky prize), e alla data di oggi i due esperimenti piu' importanti della fisica delle particelle (CMS e ATLAS al CERN) hanno uno spokesman italiano (entrambi hanno presentato a ICHEP 2010 in sessione plenaria proprio ieri), e hanno o hanno avuto spokesman italiano anche diversi altri tra i piu' importanti esperimenti.  Tutto cio' deriva anche dai soldi spesi dall'Italia, e dal fatto che gli italiani sono andati a lavorare al CERN in misura superiore a Francia, Germania e Inghilterra, ma dipende anche dalla qualita' del contributo italiano, sia come uomini sia come sviluppo di rivelatori.

Sono anche io curioso di sentire gli argomenti oggettivi e quantitativi di C.Nervi.

Ho provato a rispondere così, su due piedi... vedi post  precedente...

S'è visto a cosa hanno portato i concorsi locali. Non ho capito se siete favorevoli ai concorsi locali, che originerebbero il solito mercato dei posti...

I concorsi locali ora esistenti sono una ridicola italianata, se possibile peggio anche dei concorsi nazionali.  Quando sono stati proposti, i concorsi locali avevano il divieto di promozione interna.  Poi ci ha messo mano la comunita' accademica italiana e li hanno trasformati nell'italianata che conosciamo, da cui si salvano pochissime discipline (per quanto so io, solo Matematica e forse Fisica teorica).

Se dovessi riformare il sistema io, come ho gia scritto, farei cosi':

  • reclutamento interamente locale, con commissione interamente locale
  • per dottorato, post-doc e assistant professor divieto totale di reclutamento di candidati interni (che lavorano formalmente o di fatto nella stessa provincia). per rendere possibile questo occorre alzare gli stipendi iniziali e le risorse per questo si possono trovare redistribuendo i compensi lungo la carriera, che in Italia sono sbilanciati in misura abnorme sulle anzianita' elevate e sulle gerarchie superiori
  • una volta che una persona supera i tre gradi descritti di concorso come esterno, il resto della carriera puo' essere interna, gestita dal suo Dipartimento
  • perche' il sistema funzioni ci deve essere allocazione delle risorse ai Dipartimenti sulla base della produzione scientifica e inoltre una forma di gestione a livello di Ateneo e Dipartimento che non sia solo espressione degli interni, ma che abbia a cuore il buon funzionamento dell'universita' per la societa' piuttosto che gli interessi corporativi (questa temo rimarra' sempre un'utopia in Italia)
  • per contenere il todos caballeros probabilmente sara' anche opportuno svincolare totalmente il monte stipendi dalle promozioni interne, cioe' ogni Dipartimento riceve per i salari una cifra fissa commisurata ai servizi erogati e alla produzione scientifica (costo standard?) poi a seconda delle promozioni tale monte salari viene redistribuito tra i vari livelli.  Ma oltre a questo rimane la necessita' di una supervisione esterna, come accade in UK e USA, sia a livello di Ateneo/Dipartimento, sia nell'assegnazione delle risorse, stipendi inclusi.

Il punto importante secondo me e' che c'e' speranza che il reclutamento sia onesto solo se vengono confrontati candidati rigorosamente esterni.  Quando uno dei candidati ha legami preesistenti con la sede, il concorso non puo' essere onesto, quantomeno in Italia. Naturalmente anche un reclutamento solo formalmente esterno potrebbe venire aggirato. Ci vorrebbero una serie di controlli sostanziali, difficili perfino da concepire per la mentalita' italiana per cui esiste solo la forma.  Temo che in Italia non saremo mai capaci.

Prima di decidere cosa vogliono i ricercatori ci starei un attimo attento.

Tutti (ricercatori e professori) vogliamo la cosa più ovvia: più soldi possibile lavorando il meno possibile. Tutti, con rarissime eccezioni, siamo dove siamo attraverso lo stesso meccanismo: un concorso truccato.

Ma non tutti siamo profondamente disonesti, e molti meno di quel che si possa credere battono la fiacca. Insomma: la docenza universitaria non è una categoria coesa, e tanto meno lo sono i ricercatori. Quindi non è vero che i ricercatori vogliono la ope legis. Questo è quello che vogliono i ricercatori cinici e meno produttivi.

Sarebbe più utile domandarsi (1) cosa vuole un ricercatore bravo, e (2) come setacciare i ricercatori migliori e farsi dire cosa vogliono di diverso dalle categorie che hanno rappresentanza (se il parlamento avvesse voglia di ascoltarli, si intende).

Trattandosi di fondi che vengono assegnati secondo una valutazione relativa, può capitare che i professori membri esterni (maggioranza assoluta) spingano per il candidato più scarso, favorendo così potenzialmente le posizioni delle proprie rispettive università nel ranking di assegnazione?

commento interessante... Non ci ho mai pensato e non credo che si sia mai verificato. Ma è da tenere in considerazione. Aggiungo qualche mio pensiero: scusate, ma negli USA e in UK si valuta non solo la produzione scientifica, ma anche le caratteristiche umane dei candidati. In genere è il direttore del dipartimento che insieme ad un collegio docenti ristretto esamina i candidato dal punto di vista scientifico, ma ci vanno pure a cena insieme per conoscere anche dal punto di vista umano la persona. L'università è fatta di persone.

A me questa soluzione, in fin dei conti, non dispiace. Per lo meno si elimina l'ipocrisia. Ma come responsabilizzare le scelte dei docenti?

Forse sbaglio, ma la mia impressione è che anche con il nuovo meccanismo il legislatore continui a ragionare in maniera "vecchia" sovapponendo agli incentivi (di cui evidentemente non si fida) norme che dovrebbero obbligare a comportamenti virtuosi (concorsi basati su barocche e fantasiose procedure)

Se il sistema di incentivi è ben disegnato (ovvero fa coincidere la scelta giusta in termini di qualità della ricerca con quella giusta in termini di ritorno economico-posizionale per chi la compie) a cosa servono i concorsi per le idoneità? Viceversa se i concorsi che assegnano le idoneità sono ben disegnati e gli idonei saranno tutti e soli coloro che se lo meritavano, a cosa servono gi incentivi?

La duplicazione dei controlli (soprattutto quando non è nullo il rischio che risultino contraddittori) è sempre fonte di inefficienze. Inoltre, in questo caso, è forte il rischio che gli effetti si annullino a vicenda.

Mi lancio in una previsione. La logica del legislatore è del tipo: "Mettiamo un primo filtro con le idoneità nazionali e poi, siccome qualcosa sfuggirà alle sue maglie, un sistema di incentivi che induca le necessarie correzioni al momento delle chiamate". La logica che si affermerà sarà invece: (al momento delle idoneità) "Possiamo essere generosi, poi ogni ateneo potrà valutare liberamente tenendo conto degli incentivi"; (al momento delle chiamate) "Il candidato ha ricevuto una idoneità nazionale e quindi merita chiaramente di essere promosso". Con tanti saluti agli (invero scarsi) incentivi.

Sottoscrivo al 100%.

Modo vecchissimo di ragionare, che contrappone incentivi a norme, mentre ovviamente in tutto il resto del mondo non è così: l'"etica del denaro" (e, forse, della gnocca, ma per ora la lasciamo stare) è l'unica risposta che viene in mente agli economisti di lingua italiana (stile Javazzy/Perotti per intenderci) per governare il sistema universitario italiano.

Si vede che hanno in mente solo quello, sono economisti, d'altra parte, e forse pensano che "la struttura determini la sovrastruttura" o giù di lì.

RR

Forse sbaglio, ma la mia impressione è che anche con il nuovo meccanismo il legislatore continui a ragionare in maniera "vecchia" sovapponendo agli incentivi (di cui evidentemente non si fida) norme che dovrebbero obbligare a comportamenti virtuosi (concorsi basati su barocche e fantasiose procedure).

A me sembra che gli incentivi non siano per nulla "vecchi".  Gli incentivi, in particolare la ripartizione del finanziamento determinata in parte crescente da misure di produttivita' scientifica sono qualcosa di nuovo e poco sperimentato in Italia.

Piuttosto "vecchio" rimane il sistema dei concorsi incentrato su norme formali, inclusa l'abilitazione nazionale.

In ogni caso e' ovvio che c'e' bisogno di qualcosa per contrastare il reclutamento familistico imperante in varia misura in molte sedi universitarie.  Qui riemerge la fiducia (immotivata) nelle virtu' salvifiche di un concorso nazionale ben regolato.  Si tratta probabilmente di una limitazione culturale italiana.  Sarebbe meglio usare incentivi piu' incisivi, per esempio ridurre gli stipendi nei Dipartimenti affollati di parenti e con produzione scientifica aggregata significativamente sotto la media.

Sarebbe meglio usare incentivi piu' incisivi, per esempio ridurre gli stipendi nei Dipartimenti affollati di parenti e con produzione scientifica aggregata significativamente sotto la media.

 

Questa potrebbe essere una buona idea. Basterebbe sbloccare gli scatti di anzianita' e dare agli atenei la facolta' di trattenerli a chi non e' efficiente, usando i soldi risparmiati per spese di interesse generale (tipo bonificare il bilancio).

 

Infatti con "vecchio" non mi riferivo agli incentivi ma al fatto che di essi non ci si fidi abbastanza.

In ogni caso, in assenza pressoché totale di fondi parlare di incentivi è un esercizio puramente retorico.

Qui il dibattito in diretta al Senato:

http://www.corriere.it/

e poi click su "Diretta dal Senato"

[Add] dopo che Valdiatara ha parlato, c'è ora la Gelmini.. sta semplicemente leggendo (male) un testo.

Inizia una nuova discussione

Login o registrati per inviare commenti