Università Italiana: fuori i (cog)nomi!

4 agosto 2011 Stefano Allesina

Nelle università anglosassoni, le named chairs sono le cattedre più prestigiose: alla Lucasian Chair of Mathematics a Cambridge (finanziata da Henri Lucas nel 1663) si sono succeduti, tra gli altri, Isaac Newton, Paul Dirac e Stephen Hawking. Nell'università italiana, l'idea è stata presa più letteralmente: spesso le cattedre vanno a persone che portano lo stesso cognome del precedente detentore.

I casi di nepotismo nell'università (e in vasti settori della società) non si contano, ma la retorica accademica e ministeriale è quasi invariabilmente quella delle "poche mele marce". Per verificare se effettivamente i casi sono pochi, ho condotto una piccola indagine statistica, appena pubblicata dalla rivista PLoS ONE.

L'idea è molto semplice. Prendiamo come esempio le scienze mediche (settori disciplinari MED), in cui lavorano 10.783 accademici (ordinari, associati e ricercatori). Tra tutti gli accademici in questo settore, troviamo 7.471 cognomi distinti. Quello che vogliamo vedere è se il numero di cognomi è simile a quello che ci aspetteremmo a caso. Per testare questa ipotesi, estraiamo 10.783 accademici a caso (senza ripetizione) dall'insieme di tutti gli accademici italiani (61.340) e contiamo quanti cognomi abbiamo nel campione. Ripetiamo l'operazione un milione di volte e contiamo in quanti casi osserviamo al massimo 7.471 cognomi. Ho fatto questo esperimento (grazie ai dati pubblicati sul sito CINECA), e, in un milione di campioni, non ho mai osservato meno di 7.471 cognomi (media: 7783.2 cognomi): è altamente improbabile che la scarsezza di cognomi in medicina si sia creata per caso. Ho ripetuto l'esperimento per tutti i settori disciplinari. Riporto nella tabella qui sotto le discipline in cui ho riscontrato i valori più estremi. Il p-value rappresenta la probabilità di trovare nel campione un numero di cognomi uguale o inferiore a quello registrato nella disciplina. La tabella completa si trova nell'articolo (che è open access).

Settore Numero Accademici Numero Cognomi Valore Atteso p-value
IND (Ing. Industriale) 3180 2691 2759.4 <0.001
IUS (Legge) 5144 4031 4207.7 <0.001
MED (Medicina) 10783 7471 7783.2 <0.001
M-GGR (Geografia) 377 359 368.3 0.004
M-PED (Pedagogia) 675 634 648.8 0.005
AGR (Agricoltura) 2345 2058 2095.8 0.007
ICAR (Ing. Civile/Architettura) 3836 3206 3259.1 0.008

Molti settori accademici hanno una notevole scarsità di cognomi e quindi un'alta probabilità di essere severamente influenzati dal nepotismo. Va notato che estraendo i campioni dalla distribuzione di tutti gli accademici, si tiene conto del fatto che alcuni cognomi sono frequenti, mentre la maggior parte sono rari. Inoltre, i valori riportati in tabella sono altamente significativi anche controllando per il problema del multiple-testing.

Analizzando i cognomi, si rilevano alcuni casi di nepotismo (es. padre-figli, fratelli), ma non altri (es. marito-moglie, madre-figli, senza contare amanti, figliocci e lontani parenti): l'analisi non può che sottostimare l'incidenza del nepotismo nell'università. Le discipline con un numero di cognomi significativamente troppo basso includono la maggior parte degli accademici italiani: il problema del nepotismo è endemico.

Ho testato questi risultati in maniera differente: prendendo due accademici a caso, qual è la probabilità che abbiano lo stesso cognome? Come cambia la probabilità se i due lavorano nella stessa università? Innanzitutto bisogna creare un modello geografico, in cui due persone che vivono nella stessa zona hanno una probabilità di avere lo stesso cognome più alta che due persone che vivono lontane. Anche tenendo conto della distribuzione geografica dei cognomi, appartenere alla stessa università aumenta significativamente la probabilità di portare lo stesso cognome in 16 settori (su 28). In 18 settori la probabilità di portare lo stesso cognome aumenta notevolmente andando da nord a sud. Il trend è chiaro anche se si considera semplicemente la frequenza dei cognomi condivisi (Figura 1).

 

Frequenza accademici con lo stesso cognome

Figura 1. Frequenza degli accademici con lo stesso cognome. Per ogni università (84, escludendo quelle esclusivamente on-line) ho calcolato quanti professori hanno lo stesso cognome e diviso per il numero totale di possibilità. Se più istituzioni sono nella stessa città (es. Roma, Milano, Napoli), le università sono disposte in cerchio. Le tonalità più scure indicano frequenze più alte. I dati si trovano nel supplemento all'articolo.

Certamente, ci possono essere forze positive che spingono i figli a seguire le orme dei genitori nelle professioni. Il termine human-capital transfer descrive l'insieme di conoscenze, relazioni personali, attitudini e passioni che si trasferiscono da una generazione all'altra. In molti casi, i figli sceglieranno la carriera dei genitori. Ma devono proprio seguirli nella stessa università o addirittura nello stesso dipartimento? In molte discipline, appartenere allo stesso settore di concorso incrementa la probabilità di portare lo stesso cognome: per quanto sia forte questo trasferimento di conoscenze,  è difficile giustificare questi risultati.

Quali sono i problemi che hanno creato questa situazione? Numerosi e complessi meccanismi entrano in gioco, ma sicuramente si possono individuare alcuni aspetti chiave:

  • la dimensione dei settori di concorso è molto piccola, e quindi è facile per pochi baroni controllare il campo;
  • nel sistema concorsuale adottato in passato i commissari non erano incentivati a scegliere i candidati migliori;
  • tutte le posizioni erano, fino a poco tempo fa, tenured: passare il concorso equivaleva a una posizione a vita. Questo crea incentivi a truccare i concorsi;
  • non esistono meccanismi di spousal hire (comuni negli Stati Uniti) per cui anche legittime aspettative di bilanciare lavoro e famiglia richiedono pratiche per lo più illegali.

La riforma Gelmini, che mi trova molto scettico, include provvedimenti draconiani per fronteggiare il nepotismo. Ripetere questo esercizio fra cinque-dieci anni dovrebbe testare se effettivamente la riforma ha sortito degli effetti positivi sul questo fronte.

Ringraziamenti: Ricerca finanziata dalla National Science Foundation (SMA #1042164). Elena Rizzo ha corretto l'articolo.

111 commenti (espandi tutti)

Vorrei sapere se esistono studi simili anche per altri sistemi universitari, cosi' da capire se succede ad esempio anche in Spagna o Germania.

E' un modello applicabile anche ad altre professioni? (a parte i notai?)

grazie

E' un modello applicabile anche ad altre professioni? (a parte i notai?)

 

Me la spieghi ?

Non ho ancora letto l'articolo,

Ma e' possibile che un figlio succeda al padre dopo che quest'ultimo e' gia' andato in pensione? In tal caso, l'articolo sottostimerebbe ulteriormente il nepotismo :)

P.S.: E' bello non essere l'unico ecologo che segue noisefromamerika!

Noto che i p-value sono bassissimi anche quando il valore osservato (che è la media del numero di cognomi, giusto? Non la media del minimo numero di cognomi?) si discosta anche del 2% dal valore atteso. Come mai? Nel senso, la standard deviation è bassissima, ok. Ma è normale?

 

Per fare un esempio, prendendo due discipline con un numero simile di accademici: a near eastern studies si ha il 98% delle persone aventi cognome diverso. A geography, il 95%. Conclusione: near eastern studies nepotismo da escludere (probabilisticamente), geography quasi certo. Non ci starebbe bene una correzione per l'ampiezza del campione valutato? Capisco che è "insita" nel database, ma 300 persone sono proprio poche se confrontate con 60'000 e non è facile dedurre qualcosa da una variazione del 3% IMHO. 

In generale i dati mi pare vadano così: data una quantità N di persone accademici, dalla simulazione esce una frazione fissa di cognomi diversi (ad es. per 300 è il 97%, per 1100 93...normale convergenza alla media). Se il numero di cognomi osservati è minore, allora quasi sicuro nepotismo. Se è maggiore, quasi certo rigetto nepotismo. 

Noto che i p-value sono bassissimi anche quando il valore osservato (che è la media del numero di cognomi, giusto? Non la media del minimo numero di cognomi?) si discosta anche del 2% dal valore atteso.

Anche io ho questa sensazione. I p-value mi sembrano molto bassi, per differenze così piccole.

 

 

 

La correzione é insita nel calcolo del p-value. Supponi di misurare una standard deviation campionaria s, una media campionaria m e di avere un valore atteso m0: un p-value di 0.05 si ottiene circa per m=mo+2s/sqrt(n) con n dimensione campionaria.

Questo implica m-m0= 2s/sqrt(n):  per avere lo stesso p-value, una  molto maggiore differenza (m-m0) tra valore atteso e media misurata  é richiesta se il  campione é piccolo e viceversa. 

Questo implica che si possono ottenere p-value molto piccoli su differenze molto piccole, se il campione é molto grande.

PC

Sì, lo so che la correzione è insita nel calcolo, ma qui ho l'impressione che la grandezza del campione sia intesa come numero di ripetizioni della simulazione, per questo piccolissime differenze causano forti discrepanze nel p-value. Un campione di 300 non mi pare "molto grande"...

in pratica, io credo che la standard deviation campionaria usata sia stata quella delle 10^6 ripetizioni monte carlo. Che sarà per forza bassissima. Ma la realizzazione su 300 ricercatori "reali" avviene solo una volta, dunque non si può pretendere la stessa convergenza. 

mi sembra che tu abbia le idee molto, molto, confuse.

cerco di spiegare quello che ho capito io. assumi che la popolazione accademica sia popolata complessivamente da due Verdi e due Rossi. ora assumi che un settore disciplinare contenga 2 individui.

la distribuzione del numero di cognomi diversi che otterresti se gli accademici fossero selected randomly (senza ripetizione) nelle discipline e':

1 --> 1/3   (la probabilita' che selezioni due Rossi o due Verdi)

2 --> 2/3   (la remaining probability)

questo significa, almeno come capisco io, che il p-value di osservare due cognomi uguali nella stessa disciplina composta da due individui e' 1/3.

ora ripeti questo esercizio per un numero elevato di cognomi e calcola la distribuzione del numero di cognomi diversi presenti in ogni data disciplina. poiche' diventa complicato calcolare analiticamente la distribuzione (come ho fatto io sopra) quando i numeri sono elevati, l'autore la approssima utilizzando la distribuzione che ottiene osservando un numero ampio di estrazioni casuali dalla popolazione (se non ti fidi che il procedimento sia corretto testalo tu stesso: prova a tirare un dado un milione di volte, segnati la frequenza di ogni risultato e poi calcola la distribuzione, mi fai poi sapere se e' molto distante da 1/6 uniform).

in generale la distribuzione (quella vera, ed anche quella approssimata) tendera' ad assomigliare ad una campana concentrata su un valore medio di cognomi uguali. un numero molto basso di cognomi e' molto unlikely (il minimo e' 1), come improbabile e' che tutti i cognomi siano diversi (quindi il massimo e' dato dall'ampiezza del settore disciplinare).

per concludere tu prendi il numero di cognomi osservati nel tuo campione e valuti la probabilita' che sia stato estratto casualmente dalla distribuzione. tutto qui. tutto molto standard.

poi cosa voglia dire questo numero che hai ottenuto, questo e' tutto un'altro discorso...

Per niente confuse, mi sono dovuto arrabattare anche io con questioni analoghe. Il problema, come dici nella tua ultima riga, è di interpretazione: data un'estrazione ripetuta migliaia di volte da una distribuzione empirica, dedurre che delle variazioni rispetto all'estrazione siano *causate* dal nepotismo è più complesso di quanto possa sembrare dall'articolo.

E' chiaro che l'analisi non misura il nepotismo, ma misura se c'è una concentrazione anomala di cognomi in un determinato settore piuttosto che in un altro.

Quel che mi chiedo è quello che misura il p-value. Anch'io lavoro con migliaia di dati, però capisco poco di statistica (nel senso che uso strumenti creati da altri). Quei p-value mi turbano.

Faccio una supposizione, e spero che qualcuno più bravo di me mi dica se giusta o sbagliata.
Secondo me quel p-value misura la probabilità che non vi sia ALMENO UN caso di *nepotismo* all'interno di un determinato settore. Che corrisponde alla probabilità che il dato osservato sia dovuto alla casualità.

Ad esempio:

Agricoltura: p-value 0.007 significa che la probabilità che vi sia ALMENO UN episodio di *nepotismo* all'interno del Settore agricoltura è del 99.3%.

Psicologia: p-value 0.754 significa che la probabilità che vi sia ALMENO UN episodio di *nepotismo* all'interno del Settore psicologia è del 24.6%.

Sapere che all'interno di un settore come Agricoltura con 2300 persone vi è una probabilità del 99.3% che vi sia stato ALMENO UN episodio di nepotismo è assolutamente inutile.

Sarebbe più utile sapere qual è il numero di episodi di nepotismo più probabile. Del tipo, sparo a caso: vi è più del 50% di probabilità che il numero di *nepotizzati* sia superiore a 150 (su 2300).

Ha senso quello che dico?

io credo che il p-value indichi, roughly speaking, quanto e' likely che la serie di cognomi presenti in un settore disciplinare sia un random sample dall'insieme dei cognomi presenti in accademia.

cosa concludere dal fatto che il sample non e' random e' altro affare - ma il nepotismo e' un'ipotesi.

io credo che il p-value indichi, roughly speaking, quanto e' likely che la serie di cognomi presenti in un settore disciplinare sia un random sample dall'insieme dei cognomi presenti in accademia.

ecco. sì. sono d'accordo. lo scrive molto meglio lei di me (vado molto ad intuito, purtroppo, e si vede leggendo).
ma una volta determinato che la serie dei cognomi non è un campione casuale, ma vi è un arricchimento di alcuni cognomi (che l'autore presume dovuto al nepotismo, diamola per postulata), cosa dice a me il p-value? Mi dice, come ho scritto sopra che, ad esempio, agricoltura ha un arricchimento in alcuni cognomi presumibilmente dovuti a nepotismo, cioé che c'è una altissima probabilità che vi sia stato almeno un episodio di nepotismo. E allora, che informazione mi da' sulla diffusione del nepotismo il sapere che tra 2300 persone sicuramente (9.3%) c'è stato almeno un episodio di nepotismo?

Continuo a non capire.

(P.s. c'è la probabilità del 92% che semplicemente sono scemo io)

 

 

l'informazione che tu ottieni e' solo quella che detta e ripetuta sopra. e' unlikely che i professori siano distribuiti nei settori disciplinari in maniera casuale (i.e. come ci si aspetterebbe, in prima approssimazione, in un sistema meritocratico).

se non sono stati distribuiti in modo casuale sembra che l'unica ipotesi alternativa che spieghi la concentrazione sia il nepotismo (certo, ci si potrebbe anche inventare una teoria per la quale i professori di agricultaral economics tendono ad essere persone che vivono in zone rurarli ad alta concentrazione di cognomi uguali perche' crescere in quelle zone fornisce competenze utili al successo accademico...)

a questo punto, una prima stima dell'entita' del nepotismo potrebbe essere ottenuta valutando la differenza tra la concentrazione di cognomi osservata e quella media che verrebbe fuori da un random sample (credo ci sia un post dell'autore su questo). ma ovviamente tale operazione necessita di ulteriore fede nella teoria del nepotismo sottostante....

Scusa, ma ciò che affermi non dovrebbe valere solo nel caso in cui i cognomi siano distribuiti randomly in un dato luogo geografico (es. regione, zona)? Se cosi' non fosse il confronto sarebbe biased dalla distribuzione non-random. Quindi, il fenomeno sarebbe sopravvalutato.

O mi sbaglio?

Non mi sembra un caso che la Sardegna (isola, pochi abitanti e forte concentrazione di cognomi, per motivi geografici e storici di isolamento) balzi al top con entrambe la universita'.

 

 

no, ti sbagli. perche' (stando a quello che ho capito io) l'unita' di analisi sono i settori disciplinari, che raccolgono gli accademici di tutte le universita' italiane. 

...a meno che tu non ipotizzi che i sardi siano particolarmente forti in specifici settori disciplinari, per esempio in archeologia e storia dell'india e dell'asia centrale, nel qual caso l'analisi di quel settore sovrastimerebbe il nepotismo... 

se l'unità di analisi sono i settori scientifici allora è molto probabile abbia ragione tu. Anche se cmq occorre correggere per la distribuzione dei cognomi in Italia (che non è random, su 100 persone randomly-chosen non trovi 100 cognomi), in altri termini per il numero atteso di cognomi diversi in un campione preso dalla popolazione generale

Se è corretta la tua interpretazione, allora però non mi spiego la figura 1 e l'interpretazione data dai giornali (e avallata dall'autore). Non si può dire che in una data università ci sia un valore anomalo in un settore scientifico o in generale, no?

rispetto al primo punto. non credo sia un problema. il punto di partenza sono l'insieme dei cognomi di tutti i professori universitari. quindi si tiene gia' conto che non tutti i cognomi sono ugualmente numerosi e quindi alcuni si ripetono piu' di altri.

rispetto al secondo tu hai parzialmente ragione. a quanto capisco io non e' possibile fare lo stesso ragionamento per universita' a meno che si usi come punto di partenza l'insieme dei cognomi di tutti gli accademici di quella citta'. tuttavia per dire che il ragionamento generale non e' valido dovresti argomentare, per esempio, che nell'universita' sarda e' naturale che ci siano molti sardi (non sara' anche questo il risultato di una sorta di nepotismo regionale?)

...detto ricorda che l'autore, se capisco beme, sta usando una diversa statistica nel caso della figura 1, e probabilmente ha normalizzato per la diversa concentrazione dei cognomi nei diversi settori...ma per essere sicuro dovresti leggere il paper o chiedere all'autore. 

 

 

 

Per mantenere il tuo esempio: nell'universita' sarda e' naturale che ci siano molti sardi, senza che questo sia il risultato di una sorta di nepotismo regionale. Pensa ai costi di transazione, funzione di utilità dei potenziali docenti, ecc, tutto ciò porta ad una posizione di questo tipo senza che per questo vi sia necessariamente "nepotismo".

Continuo a pensare che può essere fuorviante generalizzare senza cntrollare per il numero atteso di cognomi diversi in un campione preso dalla popolazione generale.

Per il resto ho fatto una domanda all'autore, perche' nel paper non è chiaro.

 

Nonostante l'accanimento dei giornali nel stilare classifiche delle universita' piu' o meno nepotistiche, il focus principale del mio lavoro sono le discipline. Infatti, se i cognomi sono distribuiti non uniformemente, e non lo sono, e' difficile fare statistiche senza dati sulla distribuzione locale. Per esempio, il paper di Durante et al, citato sotto, fa questo tipo di analisi, e lo fa usando i dati locali.

Io invece mi sono concentrato sulle discipline, proprio perche' in questo modo rimuovo questo effetto geografico. In Italia c'e' circa un accademico per 1000 persone, e ovviamente mi serve avere Medicina etc. in ogni zona/regione. Quindi, la distribuzione dei cognomi in medicina, legge etc. dovrebbe rispecchiare (se non ci fossero pratiche illegali) quella nazionale.

Quando discuto di modelli geografici, introduco un termine che tiene conto del fatto che due persone che lavorano nella stessa zona hanno una piu' alta probabilita' di avere lo stesso nome che non due che sono distanti geograficamente, anche senza dover ricorrere al nepotismo. Se pero' questa probabilita' aumenta grandemente, anche all'interno della stessa citta'!, quando i due prof lavorano nella stessa universita'/dipartimento, allora ci sono problemi...

Spero che questo chiarisca alcune delle osservazioni fatte nei commenti.

Grazie per la pazienza nella spiegazione.

Ok, certo, questo è un modo di interpretare i risultati con cui sono completamente d'accordo. Mi pare che l'ipotesi di nepotismo sia però affermata con una certa forza nell'articolo originario. IMHO è realisticamente difficile supporre che la distribuzione empirica di un fenomeno ripetuto un numero molto limitato di volte (quante generazioni di professori ci saranno state dal dopoguerra? Considerando una generazione come un'estrazione) debba convergere all'uniforme teorica. 

Se prendi una serie di N dati (tipo i cognomi degli accademici in una certa disciplina) il p-value e' la probabilita', partendo da una distribuzione di test ed estraendo N valori, di ottenere un risultato tanto estremo quanto o piu estremo che di quello osservato. Immagino che in questo caso la distribuzione di test sia la distribuzione dei cognomi in Italia, o qualche cosa di leggermente piu' raffinato che tiene conto delle clusterizzazioni regionali.

Quindi il p-value e' la probabilita' di vedere quello che stai vedendo senza che ci siano state correlazioni tra i singoli eventi (tipo Mario Rossi e Giuseppe Rossi che sono entrambi professori ma non sono parenti stretti).

Quindi il p-value e' la probabilita' di vedere quello che stai vedendo senza che ci siano state correlazioni tra i singoli eventi

...che stai vedendo, o peggio, senza che etc.

Mi si perdoni l'imprecisione colloquiale, avevo scritto sopra "tanto quanto o piu' estremo" :)

Questo thread e' molto interessante.

In generale, la probabilita' di trovare K cognomi estraendo N elementi, date le frequenze di tutti i cognomi, si puo' risolvere usando una multivariate hypergeometric distribution. Sfortunatamente, calcolare la probabilita' esatta per N grande e' infattibile, per problemi computazionali.

Comunque, per N grande, la distribuzione e' simile a una distribuzione di Poisson(lambda). Se usiamo questa approssimazione per MED e calcoliamo qual e' la probabilita' di osservare 7471 cognomi usando Poisson(7783.2) (i.e. lambda=media osservata nelle simulazioni) troviamo p=0.000185, che non e' molto diverso da quanto ho trovato usando Monte Carlo.

In una distribuzione di Poisson, la deviazione standard e' la radice quadrata di lambda (media). Per cui, proporzionalmente medie piu' alte (e quindi discipline con tanti accademici) avranno deviazioni standard minori.

Mi chiedo quale sia il numero atteso di cognomi diversi in un campione preso dalla popolazione generale.

Analizzando i cognomi, si rilevano alcuni casi di nepotismo (es. padre-figli, fratelli), ma non altri (es. marito-moglie, madre-figli, senza contare amanti, figliocci e lontani parenti): l'analisi non può che sottostimare l'incidenza del nepotismo nell'università.

Ma l'analisi trascura la possibilità di omonimia - Guido Rossi può NON essere parente di Luigi Rossi. In questo caso, si  sopravvaluterebbe il tasso di nepotismo.

 

L'autore, mi pare, sta confrontando un campione di tutta l'accademia italiana con il campione di ciascuna disciplina specifica. Non credo ci sia motivo di pensare che ci siano piu' omonimi non imparentati nelle discipline piuttosto che nel campione generale. Sarebbe pero' interessante sapere quale sarebbe il risultato dell'esercizio usando la popolazione generale (vedi mio commento precedente)

Ci sono cognomi che comunque sono più diffusi e verosimilmente è più probabile che non vi siano parenti, non si potrebbe dare un peso diverso per i cognomi più diffusi tipo: Rossi,Russo,Ferrari,Esposito,Bianchi,Romano,Colombo,Martino, Ricci, Greco?


Questa è una osservazione perfettamente legittima ma diversa dalla mia. Voi notate che l'autore misura il "nepotismo" relativo, non quello assoluto (medicina è più nepotista di lettere). Io rilevo invece che l'autore assume implicitamente che ogni ripetizione di cognome sia indice di nepotismo  E' invece possibile che l'omonimia sia causale e che due persone con lo stesso cognome non siano parenti. In questo casi si ha una sopravvalutazione del tasso di nepotismo che potrebbe compensare, almeno in parte, la sottovalutazione dall'omissione dei casi di nepotismo trasversale (parenti con cognomi diversi).

Più in generale, il nepotismo genetico è solo una manifestazione estrema di un vizio molto diffuso - la promozione sulla base di legami personali. Nella stragrande maggioranza dei casi, si promuove (o si tenta di promuovere) comunque l'allievo, anche senza legami di parentela. Il nepotismo è più "grave" nella misura in cui il legame di parentela aumenta la probabilità di un individuo di essere scelto a parità di qualità personali - o riduce le qualità minime per essere scelto. Ma anche il rapporto barone-allievo distorce seriamente la scelta e peggiora la qualità dei professori.

Cmq non necessariamente sopravvaluta il nepotismo: lo sopravvaluta nei casi in cui c'è omonimia accidentale, sottovaluta (rispetto ad una "media" ideale) nei casi in cui non c'è. Perchè la frequenza di un dato cognome è presa dalla popolazione degli accademici, dunque un livello di omonimia "standard" è implicito. 

L'autore, mi pare, sta confrontando un campione di tutta l'accademia italiana con il campione di ciascuna disciplina specifica. Non credo ci sia motivo di pensare che ci siano piu' omonimi non imparentati nelle discipline piuttosto che nel campione generale.

Però è un po' come dire che ogni estate è fredda se è sotto media ed è calda se è sopra media. Dato che il campione generale è composto dalla somma di tutte le discipline, mi aspetterei che ci possano essere delle variazioni considerevoli nell'omonimia, che verranno poi "rarefatte" nel totale. Dunque estraendo dal totale usando un random number generator può traquillamente condurre a una situazione dove una frazione è sempre sopra media, un'altra sempre sotto media...ripetendo la simulazione un milione di volte, è tautologico ottenere dei p-value estremi, se la distribuzione non è degenere. 

Più in generale, il nepotismo genetico è solo una manifestazione estrema di un vizio molto diffuso - la promozione sulla base di legami personali. Nella stragrande maggioranza dei casi, si promuove (o si tenta di promuovere) comunque l'allievo, anche senza legami di parentela. Il nepotismo è più "grave" nella misura in cui il legame di parentela aumenta la probabilità di un individuo di essere scelto a parità di qualità personali - o riduce le qualità minime per essere scelto. Ma anche il rapporto barone-allievo distorce seriamente la scelta e peggiora la qualità dei professori.

Per una volta mi trovo totalmente d'accordo con Giovanni. Il nepotismo genetico è più notiziabile, ma rappresenta solo la punta dell'iceberg di un malcostume ben più grave.

PS: la statistica è disciplina complessa, sarebbe interessante monitorare come i giornali faranno scempio di questi dati.

Nel primo esperimento, il valore atteso é calcolato rispetto alla  popolazione degli accademici. Mi sembra che così tu trovi i settori con nepotismo più alto rispetto alla media  della popolazione degli accademici. Se ho capito bene,  un'analisi esaustiva su tutti i settori mostrerebbe alcuni settori con tasso di nepotismo inferiore ed altri superiore alla media. Tuttavia anche i settori con tasso di nepotismo inferiore alla media della popolazione accademica potrebbero essere ugualmente soggetti a nepotismo.

Per verificare questo punto, sarebbe quindi necessario calcolare i valore attesi rispetto a come si ripetono i nomi nell'intera popolazione italiana, piuttosto che all'interno della popolazione accademica. 

 

PC 

 

Tuttavia anche i settori con tasso di nepotismo inferiore alla media della popolazione accademica potrebbero essere ugualmente soggetti a nepotismo.

Certo. E questo sistema li trova comunque.
Semplificando: se tutti i Rossi stanno a Medicina, e tutti i Bianchi stanno ad Economia, entrambi i settori risultano avere una concetrazione di cognomi anomala rispetto alla media dei cognomi dell'accademia italiana, ed entambi i settori risulterebbero viziati da nepotismo.
(non so se ho capito bene la domanda)

 

Una battuta prima di due brevi considerazioni:

"Se la tua teoria abbisogna della statistica, allora avresti dovuto fare una teoria migliore", E. Rutherford, premio Nobel per la Chimica

Facezie a parte. Interessante l'esercizio! Tuttavia mi associo alle perplessità ad esempio di Giovanni Federico e Andre Moro riguardo la ripetizione dei cognomi (qui una lista dei 20 cognomi più diffusi in Italia), per cui ad esempio trovi dei Rossi ordinari a medicina a Torino che non sono manco conoscenti di Rossi ordinari a medicina a Palermo. Nel paese dove sono cresciuto si chiamato tutti Greco e Gaudio e l'Università limitrofa ne è piena, ma non per questo sono parenti e spesso nemmeno conoscenti. C'è poi il nepotismo trasversale per cui un ordinario di scienze politiche mette in cattedra il figlio a statistica economica: un dato che forse sfugge al presente esercizio.

Infine, credo che il problema del nepotismo non si riesca a catturare attraverso la ricorrenza dello stesso cognome in uno stesso settore disciplinare e nemmeno in uno stesso dipartimento. Di per sè, ma è stato fatto osservare, che il figlio faccia la carriera del genitore non è un male. Il problema nasce quando gli unici meriti del figlio, figlia, amante, moglie, genero ecc è di essere imparentato con cotanto padre, marito ecc. Purtroppo credo che la presente analisi non catturi il problema che in Italia ci sono interi dipartimenti "infestati" da famiglie che dettano legge e cooptano per filiazione utilizzando però denaro pubblico. Dove la filiazione va letta anche ad es. come personaggio che diventa ordinario perchè lavora nel e per lo studio dell'avvocato barone.

Di per sè, ma è stato fatto osservare, che il figlio faccia la carriera del genitore non è un male.

Insomma, e' umano ma non e' che favorisca la mobilita' sociale, e magari nei posti pubblici andrebbe proprio evitato.

Infatti, la società italiana è sotto il profilo della mobilità intergenerazionale immobile! Gli atenei si sono dotati (per farsi belli) di codici etici anche per impedire la compresenza di parenti e affini nella stessa facoltà o dipartimento. Tuttavia, le applicazioni di detto codice, che io e un mio amico teniamo, ormai per gioco, in bella mostra sulla scrivania, credo siano minime o nulle con i risultati che tutti gli insiders conoscono.

http://nobelprize.org/nobel_prizes/physics/laureates/1903/marie-curie.html

con marito, figlia e genero

a cui poi si aggiungono i Bragg, i Bohr, i Thomson, etc, etc.

Sarebbe interessante un'analisi del genere utilizzando quei cognomi lì.

 

 

Questa e' esattamente la mia introduzione:

The Bernoulli family, with eight world-famous mathematicians spanning three generations, has left an indelible mark on the way we understand mathematics and physics. Marie Curie won two Nobel prizes for physics and chemistry, her husband Pierre sharing that for physics. Their daughter, Irene Joliot-Curie shared another Nobel prize with her husband. These exceptionally talented families are extremely rare, and in fact in academia the practice of hiring and collaborating with close relatives is generally labeled with the negative term “nepotism”

Magari avessimo piu' nepotismo di questo calibro...

Tuttavia mi associo alle perplessità ad esempio di Giovanni Federico e Andre Moro riguardo la ripetizione dei cognomi (qui una lista dei 20 cognomi più diffusi in Italia), per cui ad esempio trovi dei Rossi ordinari a medicina a Torino che non sono manco conoscenti di Rossi ordinari a medicina a Palermo. 

O dei Panunzi ordinari alla Bocconi a altri a Napoli che nemmeno si conoscono. E il mio cognome non è così diffuso.

Stefano ha colto nel segno! dal Corriere di oggi:

Sbotta Luigi Frati, rettore della Sapienza con due figli e una moglie che hanno seguito la carriera accademica: «La meritocrazia non ha cognome. Piuttosto si veda se uno studioso è bravo oppure no». E per questo cita l'indice H, che misura l'impatto del lavoro degli scienziati: «Il mio è 45, quello del ricercatore americano 11».

Il disprezzo di Frati ti azzanna dalla pagina del Corriere. Nemmeno lo degna del nome! Solo americano (cosi'; con tanto di errore di spelling).  


PS: Needless to say, l'H index cresce col numero di pubblicazioni (cioe' con l'eta').  E comunque su Academic Search l'H-Index di Frati e' 9. Quello di mogli e figli?  Di Stefano Allesina ce n'e' due ma credo che siano lo stesso. Quindi non mi pare si possa calcolare. 

 

Frati rosica ma Academic Search o Google scholar sono assolutamente inutili quando si tratta di calcolare citometria di qualsiasi tipo quindi puo' essere che il suo sia 45 o quel che dice; tanto piu' che i suoi paper sono sul cancro e cancer biology c'ha sempre i numeri di citazione piu' alti di tutti.

E comunque H-Index non sono confrontabili tra discipline diverse.

Trovo piuttosto curiosa l'attenzione che questo studio sta ricevendo, dato che l'analisi dei cognomi misura in modo piuttosto rozzo il fenomeno del nepotismo accademico (come dice Giovanni Federico, se metto in cattedra il mio allievo ignorante, è nepotismo anche se non siamo neanche parenti). Ma certo la risposta di Frati sul Corriere di oggi (il mio h-index è 45 e quello di Allesina è 11) è ridicola perché sono persone con età del tutto diverse e lavorano in settori discipliari del tutto diversi. Quello di Frati è veramente un caso di familismo intollerabile.

PS: Needless to say, l'H index cresce col numero di pubblicazioni (cioe' con l'eta').  E comunque su Academic Search l'H-Index di Frati e' 9.

L'indice H cresce anche con la baronaggine: un potente boss come Frati ha sicuramente la possibilità di firmare i lavori di molti sottoposti (specializzandi, ricercatori, etc.) che si prestano al giochino.

A proposito di H-index: sulla classifica di VIA-accademy Frati ha indice H=46. Come può essere che due diverse stime della stessa osservabile diano risultati così diversi?

Esiste un metodo affidabile per calcolare l'H-index (eliminando omonimie, articoli-trash, etc)?

Quello di mogli e figli?

Questa è, a mio avviso, la questione cruciale.

 

Se non mi sbaglio, Frati si era dichiarato favorevole alla riforma Gelmini, per poi premunirsi di far assumere qualche altro familiare appena prima che scattasse l'incompatibilita' prevista per i parenti stretti.

con tanto di errore di spelling

Oddio, quale?

Americano con la "c" invece che con la "k", Francesco. Amerikano in senso dispregiativo, come lo intendeva Frati si scrive con la "k", dice la Crusca.

Il dato è interessante e non stupisce più di tanto.

Si potrebbe ripetere la stessa identica medotologia su qualche paese straniero, così, per capire quanto sa la differenza fra la situazione italiana ed altri paesi europei? Sarebbe interessante ed aiuterebbe a capire quanto sia significativo il test statistco...

in realtà credo che potresti fare un confronto molto approssimativo: la distribuzione dei cognomi nella popolazione di riferimento (che nei paesi normali non coincide con la comunità nazionale) potrebbe essere molto diversa. O no?

Credo tutto dipenda dalla disponibilità dei dati (cioè dei nomi e cognomi dei docenti) che si possono trovare online. In Italia c'è il MIUR che fornisce tutti i nomi in maniera piuttosto semplice e rapida. In altri paesi non so, ma presumo che la trasparenza sui nomi ci sia.

Una confronto dello stesso identico metodo applicato a realtà (e paesi) diversi darebbe forza ai dati. Just my 2c....

 BTW, sarebbe altrettanto interessante applicare il metodo alla politica (italiana e estera) con tutti i portaborse inclusi, amministratori pubblici, etc.... penso ne verrebbero fuori delle belle (Trota incluso)

Nota di colore e off-topic.

Stamattina ho sentito al TG di radio24 un servizio che riportava, citandolo ovviamente, i dati forniti da Stefano. Forse per distrazione o forse per assonanza, o fors'anche per errore del giornalista (mi pare fosse Sergio Nava), ero convinto che Stefano si chiamasse "ALesina" e non "ALLesina"

Mi sembrava davvero curioso e finanche paradossale che con un cognome del genere (e magari anche una parentela) un ricercatore si mettese a scrivere un articolo sulla ripetizione dei cognomi nella ricerca!

Nutro però grandi speranze per i colleghi permalosi, pressapochisti e colpevoli: secondo me, una email incazzata di qualcuno che lo accusa di essere parente di Alberto, Stefano la riceve :)

Speriamo. Mandacela Stefano, se la ricevi!

Finora solo tante email di complimenti e gente che vuole essere amica su Facebook. Magari dopo il TG1 delle 20, dove parleranno del lavoro Frati e il Ministro Gelmini...

Caro Stefano,

mi sembra che le cose dimostrate nell'articolo siano diverse dalle conclusioni che tiri in frasi come "il nepotismo nell'Università italiana è dilagante" (ANSA). Ammetto di non essere un esperto di statistica (spero di non avere preso cantonate), ma da quel che ho capito tu hai dimostrato che la probabilita` che nessuno in un intero settore sia stato assunto per nepotismo e` bassa. Ora, scusa se parlo per me che sono ING-INF/05. Tu dici che la probabilita` che nel mio settore non ci sia nessuno assunto per nepotismo e` del 29.4%, quindi mi sembra un settore super-pulito, giusto? Quale azienda, pubblica o privata, italiana o straniera, che abbia 696 dipendenti, puo` avere la certezza che neanche uno dei dipendenti sia stato assunto per nepotismo?

Ma guardiamo il settore peggiore, che tu dici essere AGR/18. Tu non dimostri che la maggior parte degli appartenenti al settore e` assunta per nepotismo, dimostri solo che l'ipotesi che neanche uno sia nepotista ha una probabilita` minore di 10^-3. Quindi non e` assolutamente vero che hai dimostrato che le mele marce sono tante: hai solo dimostrato che, statisticamente, esistono.

Io credo che sarebbe scientificamente molto piu` interessante sapere quanti sono gli assunti per nepotismo e confrontarlo con altre realta`.

A queste considerazioni scientifiche, permettimi di aggiungere una nota politica.
Io capisco che dall'America le cose si vedano in maniera diversa dall'Italia. A me non e` capitata la triste esperienza di dover fare il cervello in fuga, ma ne conosco tanti, anche miei coautori, e sono sempre stato solidale con loro. I problemi sono tanti e nessuno vuole negarlo.

Ma in Italia negli ultimi tampi l'Universita` e` costantemente sotto attacco sui giornali. E subito dopo un attacco mediatico, arrivano i tagli. Prima ci hanno detto che eravamo fannulloni. Io pensavo che avrebbero licenziato i fannulloni, o che avrebbero tagliato lo stipendio a loro. Invece hanno tolto gli scatti di anzianita` a tutti, a chi lavorava e a chi non lavorava (ed esattamente nella stessa misura). Poi hanno detto che ogni 5 che vanno in pensione, 1 viene assunto, quindi ci saranno altri giovani costretti a fare i cervelli in fuga come te.

Io non ho nessun parente in alcuna universita`, ne' col mio cognome, ne' con altri cognomi, ne' fidanzate, ne' amanti che vogliano fare carriera accademica. Eppure so che, grazie ad articoli come il tuo, il mio stipendio diminuira`. Ovviamente non ti chiedo di tacere, perche' i problemi vanno denunciati, pero` negli articoli divulgativi bisognerebbe dire le stesse cose dimostrate scientificamente.

Un saluto,
Marco

Due cose:

a) sui giornali le cose vengono *sempre* distorte/semplificate/amplificate. Questo e' in parte perche' il lettore non ha familiarita' con concetti di base, e in parte perche' i giornalisti vogliono vendere i giornali.
b) in realta' ho calcolato *quanti* cognomi mancano (per essere precisi, quanti cognomi dovremmo aspettarci, se le assunzioni fossero a caso). Ora, se in MED mancano 300 cognomi, ci vorranno almeno 300 assunzioni per "riparare", o sbaglio? Nota inoltre che tanti dei cognomi "distinti" sono in realta' di mogli, parenti e amici, per cui 300 e' una sottostima grossolana. 

a) Certamente vero. Pero` il Secolo XIX dice: "spiega Allesina intervistato dall'Ansa, «dimostra statisticamente che il nepotismo nell'Università italiana è dilagante". L'hai detto o no che e` dilagante nell'Universita` italiana?
In questa stessa pagina rigetti l'idea che il nepotismo sia dovuto alle "poche mele marce" (V. sotto).

b) Ammettiamo che sia cosi`, anche se sai che su una rivista non te l'avrebbero passato come ragionamento scientifico. Questo significa che in MED il nepotismo sarebbe relativo al 312/7471 = 4.18% delle assunzioni (piu` le mogli, parenti, amici). E` tanto, sono d'accordo, pero` questo e` sufficiente per dire che il nepotismo e` dilagante nell'universita` italiana? Tu non hai detto che e` dilagante in MED. (Poi secondo me il lettore medio pensa che se non sei parente di qualcuno non entri e basta, per cui si aspetta una percentuale intorno al 50%).
Forse, se uno volesse dire che il nepotismo e` dilagante nell'intera universita` dovrebbe rifare il conto con tutta l'universita` e non solo con MED. Se non ho sbagliato i conti, dalla tua tabella mi viene che in totale mancano 832 cognomi, su un totale di 51525, che vuol dire un 1.61%. Come lo chiami tu l'1.61%? "Dilagante" o "poche mele marce"?
Certo anche l'1.61% non e` piacevole, specie se lo si considera una stima per difetto come fai tu, ma non credo che sia un numero tanto piu` alto di altri settori della Pubblica Amministrazione o anche delle aziende private (incluse le universita` private).

Caro Marco,

se vogliamo fare i conti della serva, facciamoli bene.

Come ti dicevo, per riportare MED al valore atteso servono 312 cognomi, e quindi *almeno* 312 assunzioni. Dico almeno, perche' non e' che tutti quelli che assumi possono avere un cognome diverso da quelli gia' assunti, anche se li assumi a caso! Infatti, devi tenere conto della distribuzione dei cognomi.

Mettiamo che domani ti svegli ministro della pubblica istruzione, e vuoi licenziare X persone con un cognome ripetuto e sostituirli con persone prese a caso dalla popolazione. Quante persone devi licenziare per riportare MED sul valore atteso? Una piccola simulazione dimostra che X e' circa 646. In percentuale, questo diventa 646/10783=6% (nota che tu dividi per il numero di cognomi invece che di professori). Quindi piu' di una persona su venti. Il mio guesstimate e' che per ogni caso di nepotismo che puo' essere rilevato usando i cognomi, ce ne sia almeno uno non rilevabile (generi, nuore, mogli e mariti, etc.). Questo porterebbe il risultato al 12%... Chiamalo come vuoi, ma a me fa impressione. Dovresti rifare lo stesso calcolo per tutti i settori (e puoi: i dati sono disponibili per tutti...)

Mi fa anche impressione che il 50% dei docenti lavori in settori in cui la mia analisi riporta valori significativi. Io dico "dilagante".

Sono sicuro che se prendessimo altri elenchi (ordini professionali, PA, etc.) i risultati sarebbero simili. 

Caro Stefano,

Sicuramente sei piu` esperto di me in statistica, per cui accetto il tuo calcolo. Avevo diviso per i cognomi semplicemente perche' erano di meno e quindi avrebbero dato un risultato per eccesso.
Comunque accetto il tuo 6%; sul 12% ho un po' piu` di dubbi, perche' tu questo non lo dimostri: e` una tua congettura senza alcuna base scientifica. Non dico che non possa essere cosi` (e sono convinto che i casi ci saranno), ma non e` provato scientificamente.

Resta il fatto che MED e` uno dei settori peggiori nella tua analisi e non si puo` mica estendere il risultato a tutti. Scusa se non rifaccio tutte le simulazioni, ma ammettiamo che, come in MED io ho avuto il 4% e tu il 6%, si abbiano risultati analoghi negli altri settori, per cui tu avresti ottenuto un risultato che e` circa 1.5 volte quello che ho calcolato io. Invece dell'1.61% si avrebbe qualcosa intorno al 2, mettiamo pure al 3% a livello nazionale. Mi sembra eccessivo per dire che il nepotismo e` dilagante nell'intera universita` italiana. Io direi che abbiamo un 3% di mele marce a livello di tutta l'universita`. Se invece vuoi dire che il nepotismo e` dilagante in MED, non ho niente da obiettare.

La tua frase sul 50% dei docenti che lavora in settori con nepotismo in realta` va letta al contrario: tu dimostri che circa il 50% dei docenti lavora in settori in cui e` da rigettare statisticamente l'ipotesi che anche un solo docente in tutto il settore sia stato assunto per nepotismo (sulla base dell'analisi dei cognomi).
Se proprio vuoi leggerla negativamente, bisogna dire che il 50% dei docenti lavora in settori in cui c'e` *almeno uno* che e` stato assunto per nepotismo.

Scusa, ma ciò che affermi non dovrebbe valere solo nel caso in cui i cognomi siano distribuiti randomly in un dato luogo geografico (es. regione, zona)? Se cosi' non fosse il confronto sarebbe biased dalla distribuzione non-random. Quindi, il fenomeno sarebbe sopravvalutato.

Correggimi se mi sbaglio, ovviamente.

Ciò spiegherebbe, per esempio, perchè la Sardegna (isola, pochi abitanti e forte concentrazione di cognomi, per motivi geografici e storici di isolamento) balzi al top con entrambe la università. Si tratta di una "zona in cui la distribuzione dei cognomi è naturalmente fortemente concentrata, quindi su 100 persone scelte randomly non trovi 100 cognomi diversi.

In effetti anche io avevo ascoltato la notizia (a primapagina su radio3), e dal resoconto sembrava qualcosa di totalmente diverso.

Anche se la ricerca è rigorosa, la narrazione mediatica è assolutamente delirante.

Temo che l'analisi statistica del nepotismo sia un ruzzino divertente (accademicamente), ma in definitiva poco utile in pratica. L'unica soddisfazione è che si fa un po' incazzare il solito Frati (che c'ha una coda di paglia altamente infiammabile).

Innanzitutto far incazzare Frati e' un bene pubblico. E poi non e' affatto vero secondo me che questo sia un giochino divertente e basta. E' nell'ignoranza della situazione reale che i baroni e i commentatori typo Sylos Labini (figlio) sguazzano. Io scommetto invece che alla fine saranno proprio queste analisi a far crollare il sistema, magari perche' qualche politico le misinterpretera' - come sta facendo la stampa. 

Avete visto che effetto ha avuto il libro di Perotti? Ha messo i rettori in difesa a catenaccio. Questo e' un chiodo in piu' sulla cassa da morto. 

A proposito di chiodi in piu', Roberto Perotti con Ruben Durante e Giovanna Labartino hanno un'analisi sul nepotismo in accademia che usa metodi statistici diversi/complementari ma, chissa' come mai, arriva a risultati simili. 

E' qui

 

Roberto Perotti con Ruben Durante e Giovanna Labartino hanno un'analisi sul nepotismo in accademia che usa metodi statistici diversi/complementari ma, chissa' come mai, arriva a risultati simili. 

E' qui.

Ottimo lavoro di Perotti in collaborazione con gli altri che non conoscevo, interessante anche la correlazione tra nepotismo e carenza di capitale civico, su cui avrei scommesso.

Innanzitutto far incazzare Frati e' un bene pubblico.

Concordo.

E poi non e' affatto vero secondo me che questo sia un giochino divertente e basta. E' nell'ignoranza della situazione reale che i baroni e i commentatori typo Sylos Labini (figlio) sguazzano.

Che cos'hai contro Francesco Sylos Labini? Se devi criticare qualcuno, meglio spiegare.

Io scommetto invece che alla fine saranno proprio queste analisi a far crollare il sistema, magari perche' qualche politico le misinterpretera' - come sta facendo la stampa. 

Io scommetto che no.

Avete visto che effetto ha avuto il libro di Perotti? Ha messo i rettori in difesa a catenaccio. Questo e' un chiodo in piu' sulla cassa da morto. 

E' proprio perche' ho visto com'e' finita la campagna mediatica precedente che sono molto scettico. Il phanphlet di Perotti (o meglio, parti selezionate del libello) hanno avuto enorme risonanza mediatica. Boeri e Perotti che sparano ad alzo zero sul nepotismo dilagante. Fiumi di retorica contro i baroni, sia da destra che da sinistra. Addirittura il Ministro Gelmini che blocca i concorsi in seguito ad un editoriale di Giavazzi.

Com'e' finita lo sappiamo tutti. I Rettori hanno in maggioranza appoggiato la riforma. Il simpatico Frati e' diventato rettore e il suo appoggio alla riforma e' stato ricambiato da articoli compiacenti sulla stampa filogovernativa. Il blocco dei concorsi non e' servito ad avere concorsi piu' puliti, ma in compenso ha inceppato per lungo tempo il sistema (fino a pochi mesi fa c'erano ancora in giro quelli della seconda tornata 2008). La campagna mediatica e' servita solo per far digerire una riforma scadente e pasticciata.

La passata campagna mediatica ha messo chiodi sulla cassa da morto? Forse anche si'. Ma per decidere se cio' sia stata cosa buona, bisognerebbe vedere chi c'e' dentro quella cassa.

A proposito di chiodi in piu', Roberto Perotti con Ruben Durante e Giovanna Labartino hanno un'analisi sul nepotismo in accademia che usa metodi statistici diversi/complementari ma, chissa' come mai, arriva a risultati simili. 

E' qui.

Vabbe', un altro ruzzino per accademici :)

La campagna mediatica e' servita solo per far digerire una riforma scadente e pasticciata.

Sempre meglio questa riforma scadente e pasticciata (con il notevole contributo dell'ostilità corporativa dei professori) che la situazione precedente.

Sempre meglio questa riforma scadente e pasticciata (con il notevole contributo dell'ostilità corporativa dei professori) che la situazione precedente.

Dal tuo punto di vista (= professore odinario) probabilmente hai ragione.

Tuttavia non penso che questa riforma abbia migliorato il sistema nel suo complesso: per quanto mi e' dato di vedere, e' cambiato ben poco. Comunque, finche' non si va a regime, siamo nel regno delle opinioni. Staremo a vedere.

Questa mi sembra un'affermazione un po' generica. Meglio per chi?

Per il sistema universita' che produce didattica (e quindi e' pure meglio per gli studenti) e/o ricerca di un livello migliore? Per i professori ordinari di qualita' che hanno voglia di impegnarsi?

Per i professori associati bravi che hanno voglia di lavorare?

Per i precari (post doc, studenti di dottorato, ricercatori a tempo determinato, etc.) che hanno una maggiore possibilita' di diventare faculty in base alla qualita' della ricerca che svolgono?

Per chi ricercatore lo e' gia' che ora potra lavorare meglio?

Per tutti questi assieme?

Meglio per il paese che ha bisogno di buona didattica, a diversi livelli (dal community college alle grandi università di ricerca) e di buona ricerca. Mi sembra evidente. Non ci dimentichiamo che l'università è pagata dai contribuenti per produrre didattica e ricerca, NON per impiegare professori o aspiranti tali, più o meno bravi.

Per gli insiders, ed in particolare per i professori ordinari, il sistema "tradizionale" era molto meglio. Stipendio decente e comunque aumentabile con l'attività privata, nessuna pressione per pubblicare, possibilità di divertirsi a fare giochetti di potere e promuovere i propri allievi (nei casi  "peggiori" i propri figli) etc. Per gli insiders non ancora ordinari (e provvisti di protettore), il sistema garantiva una carriera senza troppe scosse. Almeno fino a che c'erano soldi. Infatti il giocattolo si è rotto quando lo stanziamento ha iniziato a calare

Meglio per il paese che ha bisogno di buona didattica, a diversi livelli (dal community college alle grandi università di ricerca) e di buona ricerca. Mi sembra evidente. Non ci dimentichiamo che l'università è pagata dai contribuenti per produrre didattica e ricerca, NON per impiegare professori o aspiranti tali, più o meno bravi.

Per gli insiders, ed in particolare per i professori ordinari, il sistema "tradizionale" era molto meglio. Stipendio decente e comunque aumentabile con l'attività privata, nessuna pressione per pubblicare, possibilità di divertirsi a fare giochetti di potere e promuovere i propri allievi (nei casi  "peggiori" i propri figli) etc. Per gli insiders non ancora ordinari (e provvisti di protettore), il sistema garantiva una carriera senza troppe scosse. Almeno fino a che c'erano soldi. Infatti il giocattolo si è rotto quando lo stanziamento ha iniziato a calare

Chissà come mai a protestare erano in primo luogo gli outsiders (studenti, dottorandi etc.), con un contributo significativo dei ricercatori, mentre i professori (associati e ordinari)   erano in genere meno critici, se non apertamente favorevoli alla riforma (come la maggioranza dei magnifici rettori).

La verità è che finora molto poco è cambiato: nessuno ha toccato gli insiders (indipendentemente dal merito) ed anzi i malefici baroni si son trovati in mano ancora maggior potere. Chi ha pagato più di tutti  i tagli di bilancio sono stati quelli che non avendo il "posto fisso" si son trovati con contratti non rinnovati (indipendentemente dal merito) e con i meccanismi concorsuali inceppati dalla inefficiente burocrazia ministeriale.

 

caro Carminati

 

i) i ricercatori confermati, insiders, sono  stati alla testa della protesta corporativa e lo sai benissimo. Avevano paura di essere scavalcati nella carriera ed hanno ottenuto una mancia, neanche troppo piccola, in termini di posti per associato

ii)  che i baroni abbiano più potere con la legge Gelmini è una cazzata interpretazione errata. I baroni avevano già il 99% del potere. Se passa il criterio di selezione delle commissioni  proposto sall'ANVUR, metà di loro vedrà drasticamente ridotto il proprio potere.

iii) gli insiders sono stati toccati  dall'abolizione degli scatti  di anzianità biennali e dalla sostituzione con quelli triennali basati sulla produttività scientifica.

Perchè non ti batti perchè i criteri di valutazione siano i più rigorosi e meno baronali  possibili? Oppure voi matematici non avete bisogno perchè siete perfetti?

 i) i ricercatori confermati, insiders, sono  stati alla testa della protesta corporativa e lo sai benissimo. Avevano paura di essere scavalcati nella carriera ed hanno ottenuto una mancia, neanche troppo piccola, in termini di posti per associato

Uno dei principali bachi della legge  Gelmini era quello di fare il passo piu' lungo della gamba: voleva mettere ad esaurimento la figura del ricercatore prima ancora di avere una soluzione decente per gestire la fase transitoria.

ii)  che i baroni abbiano più potere con la legge Gelmini è una cazzata interpretazione errata. I baroni avevano già il 99% del potere. Se passa il criterio di selezione delle commissioni  proposto sall'ANVUR, metà di loro vedrà drasticamente ridotto il proprio potere.

E' vero che il potere gia' ora in mano ai baroni (anche se non al 99%), con le novita' introdotte dalla Gelmini, il controllo  e' ancor  piu' stretto: non mi sembra un progresso. Riguardo all'azione dell'ANVUR, lo scenario ottimistico che prefiguri e' tutt'altro che scontato (ti ricordi che fine fece l'attivita' del CIVR?).

iii) gli insiders sono stati toccati  dall'abolizione degli scatti  di anzianità biennali e dalla sostituzione con quelli triennali basati sulla produttività scientifica.

Gli insiders sono stati colpiti principalmente dal blocco degli scatti tout court (in barba al merito). Gli scatti basati sulla produttivita' scientifica aspetto ancora di vederli (certo, in teoria...)

Perchè non ti batti perchè i criteri di valutazione siano i più rigorosi e meno baronali  possibili? Oppure voi matematici non avete bisogno perchè siete perfetti?

Personalmente penso che, con questo ministro, sia una battaglia senza speranza.

 i) i ricercatori confermati, insiders, sono  stati alla testa della protesta corporativa e lo sai benissimo. Avevano paura di essere scavalcati nella carriera ed hanno ottenuto una mancia, neanche troppo piccola, in termini di posti per associato

Uno dei principali bachi della legge  Gelmini era quello di fare il passo piu' lungo della gamba: voleva mettere ad esaurimento la figura del ricercatore prima ancora di avere una soluzione decente per gestire la fase transitoria.

In italiano: non prevede un meccanismo (semi-)automatico per far far carriera ai ricercatori. Due osservazioni. i) è vero solo in parte. La legge costringe le università a stanziare fondi per chiamate di associato subito e quindi  destinate agli attuali ricercatori non ai futuri ricercatori a tempo  determinato; ii) non capisco il problema. Delle due l'una. Sei un ricercatore bravissimo? Presentati all'abilitazione da ordinario e vincila - e fatti chiamare. Si può fare (io, con molta fortuna, l'ho fatto). Avrai tante più chances quanto più rigorosi sono i criteri per l'abilitazione e quanto maggiore è la quota premiale del FFO. Quindi battiti con me per un ANVUR rigorosissimo e per una valutazione dei dipartimenti molto severa. Oppure sei un ricercatore mediocre o scarso. Non c'è nulla di male, è la maggioranza. Rimani ad esaurimento.  Un posto di ricercatore a vita non è male. Insegni meno di un professore di scuola media superiore, sei più libero, fai ricerca (se vuoi e ti piace) ed hai uno stipendio maggiore. Oggi parlavo con una mia amica giornalista. Sai quanto guadagna il colonnello dei carabinieri responsabile della provincia di Pisa - con 300-400 carabinieri alle sue dipendenze? 2800 euro al mese netti - quanto  un ricercatore confermato a tempo pieno  con 20 anni di anzianità di ruolo.

Perchè non ti batti perchè i criteri di valutazione siano i più rigorosi e meno baronali  possibili? Oppure voi matematici non avete bisogno perchè siete perfetti?

Personalmente penso che, con questo ministro, sia una battaglia senza speranza.

Hai qualche evidenza empirica per questa affermazione, a parte la tua antipatia personale?

 

Sei un ricercatore bravissimo? Presentati all'abilitazione da ordinario e vincila - e fatti chiamare. Si può fare (io, con molta fortuna, l'ho fatto).

Grazie del consiglio. In effetti ero arrivato anche io, indipendentemente, alla medesima conclusione. Con queste condizioni al contorno, la cosa piu' conveniente e' rimanere ancora qualche anno ricercatore, concentrando tutti gli sforzi sulla ricerca, per poi tentare il grande salto (che oggi mi sembra anche piu' difficile rispetto ai tuoi tempi).

Tuttavia penso che sarebbe meglio avere un sistema dove le promozioni siano meno aleatorie, dove le possibilta' di successo sian meno in mano alla fortuna (o agli appoggi).

Perchè non ti batti perchè i criteri di valutazione siano i più rigorosi e meno baronali  possibili? Oppure voi matematici non avete bisogno perchè siete perfetti?

Personalmente penso che, con questo ministro, sia una battaglia senza speranza.

Hai qualche evidenza empirica per questa affermazione, a parte la tua antipatia personale?

E' un giudizio soggettivo, ma si basa su quel che ho visto finora. In sintesi, questo Ministro

1) non ha dato alcun ascolto alle voci che venivano dal mondo universitario;

2) ha ceduto a pressioni corporative (concorsone nazionale aperto);

3) quando poteva fare qualcosa di utile (hic et nunc), non lo ha fatto (o peggio, ha combinato pasticci, come col blocco dei concorsi)

Temo che la possibilita' di incidere sia nulla,   di conseguenza qualsiasi battaglia e' tempo perso. Meglio occuparsi degli affari propri, e lasciare il mondo al suo destino.

Con queste condizioni al contorno, la cosa piu' conveniente e' rimanere ancora qualche anno ricercatore, concentrando tutti gli sforzi sulla ricerca, per poi tentare il grande salto (che oggi mi sembra anche piu' difficile rispetto ai tuoi tempi).

Non è detto che sia più difficile. Moltissimi andranno in pensione e prima o poi si apriranno spazi. Se il ministero adottasse i criteri  dell'ANVUR la soglia minima per vincere si alzerebbe parecchio e quindi molti associati anziani sarebbero tagliati fuori. Per questo dico che bisogna sostenere l'ANVUR e casomai chiedere criteri ancora più selettivi. E comunque fare il salto ai miei tempi non era così banale. Se mi ricordo bene, circa il 5% degli ordinari assunti con i concorsi Barlinguer era ricercatore e circa il 4-5% outsider puro.

La gelmini

1) non ha dato alcun ascolto alle voci che venivano dal mondo universitario;

2) ha ceduto a pressioni corporative (concorsone nazionale aperto);

3) quando poteva fare qualcosa di utile (hic et nunc), non lo ha fatto (o peggio, ha combinato pasticci, come col blocco dei concorsi)

Dai Carlo, ma non ti rendi conto che i punti 1)  e 2) sono in contraddizione. La Gelmini ha dato ampio ascolto alle pressioni del mondo universitario, che erano TUTTE corporative. Ha aumentato il potere dei rettori ed ha dato ai ricercatori in lotta il famoso emendamento Valditara per costringere le università a sprecare soldi in promozioni interne. L'unica cosa che interessa agli universitari italiani, nella loro azione collettiva è il potere personale o la propria carriera

il blocco dei concorsi è stata una misura saggia - casomai ci si può lamentare della riapertura con una modifica cosmatica della composizione delle commissioni. Il concorso all'italiana con posto fisso e stipendio eguale per tutti (a parità di anzianità) è un cancro che dovrebbe essere estirpato e sostituito dalla libera contrattazione fra professore ed università. La Gelmini ha fatto poco e male (rispetto ai miei gusti), ma sempre meglio della situazione precedente, che comunque è sempre meglio dell'orrore statal-sindacalista che voleva il "mondo universitario" a cui tu pensi

 

    La gelmini

        1) non ha dato alcun ascolto alle voci che venivano dal mondo universitario;

        2) ha ceduto a pressioni corporative (concorsone nazionale aperto);

        3) quando poteva fare qualcosa di utile (hic et nunc), non lo ha fatto (o peggio, ha combinato pasticci, come col blocco dei concorsi)

    Dai Carlo, ma non ti rendi conto che i punti 1)  e 2) sono in contraddizione.

Stamane avevo scritto un messaggio piu' articolato, poi quando ho pigiato sul bottone "invia" ho perso tutto (era scaduta la sessione, o qualcosa del genere). Allora ho riscritto una cosa molto piu' breve, ma meno chiara: in effetti i punti (1) e (2) si riferiscono a situazioni ed istanze molto differenti, di qui l'apparente contraddizione.

Il punto (1) si riferisce alla critica costruttiva della piattaforma di "Universitas Futura" (2009): queste istanze -per quanto sensate- caddero sostanzialmente nel vuoto. Vale la pena di ricordare che all'epoca il Governo aveva una maggioranza parlamentare in grado di spazzar via qualsiasi resistenza corporativa (bastava volerlo).

    La Gelmini ha dato ampio ascolto alle pressioni del mondo universitario, che erano TUTTE corporative. Ha aumentato il potere dei rettori ed ha dato ai ricercatori in lotta il famoso emendamento Valditara per costringere le università a sprecare soldi in promozioni interne. L'unica cosa che interessa agli universitari italiani, nella loro azione collettiva è il potere personale o la propria carriera

Le proposte di "Universitas Futura" non mi sembravano corporative.

Invece, quando (dopo due anni di tracheggiamenti) le cose si son messe male (per l'intera compagine di Governo), Mariastella s'e' sbracata ed ha elargito concessioni a destra e a manca (quando sei nella merda diventa prezioso anche uno come Mario Pepe, figurarsi Valditara).

il blocco dei concorsi è stata una misura saggia - casomai ci si può lamentare della riapertura con una modifica cosmatica della composizione delle commissioni.

Tra l'editoriale di Giavazzi ed il precipitoso decreto della Gelmini c'era stata una proposta sensata di Garavaglia e Modica (che purtroppo non ha avuto questa buona idea quando era sottosegretario) di stabilire requisiti minimi per i commissari. Farlo sarebbe stato facile (si sarebbe perso molto meno tempo), e sarebbe stata un provvedimento piuttosto efficace, a differenza del sorteggio
(infatti non e' stato adottato ;)

La Gelmini ha fatto poco e male (rispetto ai miei gusti), ma sempre meglio della situazione precedente, ...

Su questo ho qualche dubbio, ma di fronte a fatti concreti saro' felice di ricredermi.

...che comunque è sempre meglio dell'orrore statal-sindacalista che voleva il "mondo universitario" a cui tu pensi

mi fa piacere che tu abbia un panorama cosi' nitido dei miei pensieri: quasi quasi ti invidio :)

Meglio per il paese che ha bisogno di buona didattica, a diversi livelli (dal community college alle grandi università di ricerca) e di buona ricerca. Mi sembra evidente.

Cioe', ti sembra evidente che la didattica e la ricerca siano migliorate o stiano migliorando? Io non me ne sono accorto, ma magari sono cieco io.

Per intanto, come ti ha fatto notare Carminati qua sotto, pagano gli outsiders, che stanno scontando la mancanza di finanziamenti e l'arresto/ritardo di molte procedure concorsuali*. E che si trovano a dover scegliere tra smettere l'attivita' di ricerca o andarsene ell'estero. Gli ordinari, invece, tutti tranquilli mi sembra.

*Una piaga molto italiana questa, mi sembra che all'estero anche nelle transizioni si cerchi di mantenere piu' o meno costante il flusso di sangue giovane. Qui in Italia si procede a strappi, tra anno di vuoto e improvvise assunzioni di massa, nella piu' assoluta mancanza di programmazione con i risultati che si possono immaginare.

Per intanto, come ti ha fatto notare Carminati qua sotto, pagano gli outsiders, che stanno scontando la mancanza di finanziamenti e l'arresto/ritardo di molte procedure concorsuali*. E che si trovano a dover scegliere tra smettere l'attivita' di ricerca o andarsene ell'estero. Gli ordinari, invece, tutti tranquilli mi sembra.

Gli outsider relativamente giovani - quelli che sono nella posizione di avere i contratti di ricercatore a tempo determinato -  a me sembra invece che abbiano invece diversi vantaggi: accedono ad una posizione relativamente ben pagata (rispetti ai miserabili standard italiani) e se si comportano decentemente nei 5-6 anni successivi superano l'abilitazione nazionale e diventano associati, con precedenza rispetto ad una massa non trascurabile di ricercatori anziani con 6+ anni di insegnamento che li precedono nella italica coda ordinata per anzianita' e titoli didattici.  Prima della riforma Gelmini avevano solo la prospettiva di diventare ricercatori tra 40 e 60 anni (l'anno medio di eta' di reclutamento dei ricercatori e' in continuo, patetico e ridicolo aumento dai tempi dell'ope legis e se ricordo bene era arrivato a 38 anni). Inoltre i limiti posti ai contratti post-doc assicurano che se rimangono precari malpagati almeno la durata del precariato non puo' superare un certo numero di anni paragonabile a quando accade negli USA.

Complessivamente la riforma prepara ai giovani un sistema simile agli USA come tempi di arrivo alla posizione permanente di associato, ovviamente mediante un impianto ultra-statalista e stupidamente burocratico grazie alle note limitazioni culturali italiane, e con meccanismi simili a quelli francesi per la scrematura dei candidati in eccesso rispetto alle posizioni disponibili, scrematura tendenzialmente in eta' piu' giovane rispetto all'andazzo pre-riforma che prevedeva la rottamazione in eta' avanzatissima e dopo uno "sfruttamento" massimale in posizioni malpagate e incerte.

Una piaga molto italiana questa, mi sembra che all'estero anche nelle transizioni si cerchi di mantenere piu' o meno costante il flusso di sangue giovane. Qui in Italia si procede a strappi, tra anno di vuoto e improvvise assunzioni di massa, nella piu' assoluta mancanza di programmazione con i risultati che si possono immaginare.

Questo e' uno degli ambiti in cui lo Stato italiano, notoriamente, si conferma il piu' stupido del mondo.

Gli outsider relativamente giovani - quelli che sono nella posizione di avere i contratti di ricercatore a tempo determinato -  a me sembra invece che abbiano invece diversi vantaggi: accedono ad una posizione relativamente ben pagata (rispetti ai miserabili standard italiani) e se si comportano decentemente nei 5-6 anni successivi superano l'abilitazione nazionale e diventano associati, con precedenza rispetto ad una massa non trascurabile di ricercatori anziani con 6+ anni di insegnamento che li precedono nella italica coda ordinata per anzianita' e titoli didattici.

Quello che intendevo e' che finora chi ha pagato sono stati gli outsider. Del futuro non c'e' certezza.

Comunque  che il periodo di tenure-track e' di 3(+2)+3=5 (o 8). In realta' i primi 3 (o 5) anni sei a rischio (puoi perdere il posto anche solo per ragioni di bilancio), poi, se ti comporti bene, passi associato quasi certamente.

Il fatto che gli outsider scavalchino agilmente gli insider dipende essenzialmente da quanti posti verranno banditi (e quanti di questi saranno di tipo A? quanti di tipo B?); ci sono gia' pressioni per abbassare la quota del 50% riservata dalla legge ai RTD. Questo meccanismo rischia di trasformare quella che dovrebbe essere una sana competizione tra singoli in un conflitto tra chi e' dentro e chi e' fuori.

Prima della riforma Gelmini avevano solo la prospettiva di diventare ricercatori tra 40 e 60 anni (l'anno medio di eta' di reclutamento dei ricercatori e' in continuo, patetico e ridicolo aumento dai tempi dell'ope legis e se ricordo bene era arrivato a 38 anni). Inoltre i limiti posti ai contratti post-doc assicurano che se rimangono precari malpagati almeno la durata del precariato non puo' superare un certo numero di anni paragonabile a quando accade negli USA.

Ribadisco: penso che le criticita' maggiori siano legate alla fase di transizione, non dubito che a regime questo sia un sistema che puo' funziona bene (in teoria, almeno). Comunque staremo a vedere.

A me non e` capitata la triste esperienza di dover fare il cervello in fuga, ma ne conosco tanti, anche miei coautori, e sono sempre stato solidale con loro.

Adesso non esageriamo, emigrare puo' essere complicato e difficile, ma addirittura triste suvvia, mica si parte con le valige di cartone, si va all'estero a guadagnare tra il 150% ed il 200% di quanto si prende in Italia. A me non dispiacerebbe stabilizzarmi in Italia, ma a mio parere, un'esperienza di qualche anno all'estero e' fondamentale ed estremamente formativa, sia dal punto di vista professionale che dal punto di vista personale, e tutti i giovani ricercatori dovrebbero considerare seriamente un periodo all'estero, a prescindere dalla triste situazione italiana.

Il problema semmai e' la difficolta' a rientrare in Italia con posizioni, stipendi e finanziamenti adeguati alla propria esperienza ed alle proprie aspirazioni. Oltre al fatto che, salvo qualche eccezione che comunque esiste, il sistema universitario italiano non e' in grado di attrarre stranieri di buon livello.

Magari dico una stupidaggine..ma un sistema come quello dei giudici no? Cioè spostare di qua o di là gli accademici senza che loro possano dare noie. Tanto mi pare che di prof fuori sede ce ne siano tanti.

Facendoli muovere ci metti poco a scoprire quelli buoni e quelli no.

E' una stupidaggine. Esistono molti metodi per accertare la qualità della ricerca e valutare professori e dipartimenti. Ci sono molti post, miei e di altri, su questo

Caro Marco

guarda che dall'Italia i problemi si vedono esattamente come dall'America. Basta volerli vedere. I professori italiani si meritano interamente l'attacco mediatico - i fannulloni per ovvie ragioni e gli altri perchè li coprono. E non parlo di denunce personali, che sono inutili. Parlo di sostegno agli sforzi di riforma - magari imperfetti- e di introduzione di criteri di merito.Su questo blog se ne è discusso molto. Prova a leggere

Cordiali saluti

I professori italiani si meritano interamente l'attacco mediatico - i fannulloni per ovvie ragioni e gli altri perchè li coprono.

Caro Federico, però questa frase mi fa male. Io, come "giovane" professore associato, credo di lavorare decentemente e di fare la mia parte, come e più di tanti colleghi che lavorano in prestigiose università USA. Vorrei che venisse premiato il merito (non uso la parola meritocrazia perché non mi piace) come molti colleghi, vorrei cambiare le cose che non vanno e sono tante.

Però, nessuno mi aiuta. Non mi aiuta il governo, che mi ha bloccato gli scatti senza sostituirli con un bel niente; che ha appena emanato un regolamento per il rimborso missioni da terzo mondo; che non da fondi per la ricerca (i fondi PRIN e FIRB sono ridicoli, ed assegnati con criteri ridicoli); che in attesa di una mediocre riforma ha bloccato tutto per anni e anni. Durante i quali ho già visto giovani molto meritevoli andar via; altri che dopo anni di precariato come ricercatori a TD hanno "finalmente" vinto un concorso come ricercatori TI (quelli di Mussi!), per poi subito dopo mettersi le mani nei capelli perché lo stipendio di ingresso è di 1300 euro netti.

E non ci aiutano le frasi come quella su riportata. Che forse autorizzano certi esponenti governativi a calcare la mano un altro po' contro i professori brutti e cattivi e nepotisti: tutti indistindamente, of course. Io a stare così fra tre fuochi (governo che ci punisce da una parte, baroni che fanno i loro affarucci nel mezzo, e attacchi mediatici dall'altra) mi sono un bel po' scoraggiato. Non so se ho ancora voglia di lottare per un futuro in questa Università italiana. Per ora ho deciso di guardarmi intorno, chissà.

(Naturalmente, con il termine "attacchi mediatici" non mi riferisco certo all'ottimo paper di Allesina: con tutte le cautele del caso (non sono un esperto di statistica), certe denuncie sono sacrosante)

Caro Giuseppe

"abbiamo" perso la grande occasione - la riforma Gelmini. Sarebbe stato quello il momento per sviluppare un movimento di riforma dal basso, che esaltasse gli aspetti positivi del provvedimento (sopratutto la valutazione) e tentasse di correggerne i difetti (eccessivo centralismo, macchinosità delle procedure, incentivi per il merito troppo ridotti). Nel mio piccolo ho fatto il possibile, qui ed altrove - attirandomi un sacco di antipatie, anche fra i miei migliori amici E' invece scattata la difesa corporativa, guidata dai  ricercatori - opposizione pura e dura con la speranza dell'ope legis. Risultato: la legge è passata in una versione peggiorata. 

Non so cosa dirti. Io ho 57 anni e dall'anno prossimo potrò andare in pensione. Se puoi vattene. Se non vuoi andartene, stai zitto e galleggia, come fanno molti, anche bravi. Se proprio vuoi fare qualcosa,  battiti per una riforma seria. P.es. chiediamo che i professori ordinari che non superano la mediana (cf ANVUR) non solamente siano esclusi dai concorsi ma abbiano delle penalizzazioni finanziarie - blocco degli  scatti, decurtazione dello stipendio - e che i fondi così risparmiati siano usati per finanziamento alla ricerca. O chiediamo che lo stipendio dei professori che svolgono attività professionale siano dimezzati. Etc etc

Cordialmente

Hai ragione: è stata persa una grande occasione, e la cosa mi rammarica tantissimo, perché passerà tanto, troppo tempo prima della prossima: non credo sia fattibile proporre una nuova riforma meno statalista prima che vada in vigore questa qui. Io, nel mio piccolo, mi batterò perché la valutazione venga fatta bene, perché i soldi siano dati ai migliori, perché i ragazzi abbiano un'opportunità. Per me è forse più semplice: come informatico (ING-INF/05) applicato, i miei ragazzi li vogliono anche dopo il dottorato, e di solito gli danno di più che a un semplice laureato. E quindi io semplicemente li butto tutti fuori dopo il dottorato, perché speranze accademiche per ora non ce ne sono. Tra qualche anno vedremo: il vero banco di prova sarà il concorsone nazionale per associati e per ordinari. Intanto però mi guardo comunque in giro, who knows.

"abbiamo" perso la grande occasione - la riforma Gelmini. Sarebbe stato quello il momento per sviluppare un movimento di riforma dal basso, che esaltasse gli aspetti positivi del provvedimento (sopratutto la valutazione) e tentasse di correggerne i difetti (eccessivo centralismo, macchinosità delle procedure, incentivi per il merito troppo ridotti). Nel mio piccolo ho fatto il possibile, qui ed altrove - attirandomi un sacco di antipatie, anche fra i miei migliori amici E' invece scattata la difesa corporativa, guidata dai  ricercatori - opposizione pura e dura con la speranza dell'ope legis. Risultato: la legge è passata in una versione peggiorata.

Concordo col riassunto di quanto e' accaduto.  Anche io ho cercato di contribuire, nel forum Universitas Futura, e anche con qualche articolo su nFA.

Ora non ho tempo di elaborare ma devo dire che nonostante lealta' e buona volonta' iniziale nei fatti e' risultato praticamente impossibile influenzare in maniera positiva la riforma Gelmini: politici e consulenti sono stati indisponibili per quanto mi risulta, e in ogni caso vincolati all'impostazione italiana del governo dell'universita', irrimediabilmente statal-centralista, formalista e burocratica.

In seguito l'intreccio tra riforma e altri provvedimenti di riduzione dei finanziamenti hanno fatto prevalere la parte di docenti politicamente avversa alla Gelmini e determinati ad un'opposizione totale.

Caro Giovanni,

Sul fatto che i docenti si dividano nei due gruppi che dici (fannulloni e quelli che li coprono) non accetto di essere messo in nessuna delle due categorie (e trovo piuttosto offensivo questo "fare di tutta un'erba un fascio"). Nel mio piccolo le lotte per la meritocrazia le faccio in dipartimento e sono stra-convinto che la valutazione sia fondamentale.

Sulla riforma si e` discusso moltissimo in tutte le sedi, ma in questo thread secondo me non c'entra molto. Non e` che se uno e` contrario a una riforma copre i fannulloni, questo e` un evidente pressapochismo ...

Cordiali saluti

Caro

sei tu che hai introdotto nel thread l'argomento dell'attacco mediatico alla categoria non io. Ed è stato Lipari a chiedere cosa si può fare.

Post molto interessante. Mi piacerebbe conoscere la ``mobilita' intergenerazionale dei cognomi'' in altri contesti, per confronto. Ad esempio nello sport. In quel caso la correlazione e' presumibilmente dovuta alla trasmissione intergenerazionale (nature and nurture) di talento, motivazione, tecnica etc., ma si puo' ragionevolmente pensare che il meccanismo di selezione sia competitivo e meritocratico.

Vorrei chiederLe , come io ed altri hanno già fatto ieri, se esistono studi simili riguardanti università statali di altre nazioni.

Ho cercato di applicare il suo modello nel mio piccolissimo (scuola privata governata da un Board , no profit) e questo è il risultato. Su 40 dipendenti solo cinque casi di apparente “nepotismo” così suddivisi: madre/figlio; madre/figlia; padre/figlia/ sorella/sorella; moglie/marito. Nel calcolo dei cognomi solo due casi rispettano la sua statistica (in Italia le lavoratrici mantengono il cognome di nascita). Una percentuale di poco superiore al 10% ci autorizza a evidenziare che siamo in presenza di accertato nepotismo? Solo due casi sono “gravi”: preside e vicepreside hanno assunto i propri figli, per fortuna uno a tempo determinato e solo una a tempo indeterminato.

Ieri nei post si è anche ipotizzato di estendere il suo calcolo ad altri settori lavorativi, statali e no (politica, università private, sport) ironizzando su Bossi e il Trota. Vorrei allora richiamare alla mente il caso di Kennedy che nominò il fratello come ministro della giustizia. Anche vorrei ricordare la percentuale abbastanza elevata di cognomi identici (quindi di parentela più o meno stretta) per la massima carica politca USA.

Lei stesso, se non ricordo male, ha nominato ieri il caso dei Curie come una forma di “nepotismo” favorevole alla società.

Concludendo, oltre al confronto con le realtà accademiche di altre nazioni, vorrei sapere da Lei, ingenuamente, quando la percentuale di cognomi identici finisce di essere un fenomeno naturale (identico cognome ma non identica posizione) ma diventa indice serio di nepotismo negativo.

Mi inserisco nella discussione con qualche punto di riflessione...  Credo che come tutte le cose che non sono completamente astruse hanno un fondamento :-)

Cioè penso che il fenomeno ci sia, nelle Università così come in mille altri campi lavorativi. Il problema è semmai quantitativo (e di superamento di una certa soglia di decenza), correlando il fenomeno del "nepotismo" ad un indice di inefficenza. Cosa che sappiamo esistere.

E' triste constatare che oggi è necessario ricorrere ad articoli come quello di Stefano Allesina per evidenziare delle storture (in tutti i campi lavorativi) che sono origine e causa di un degrado culturale che sta sempre più dilagando. Forse è dovuto al fatto che chi dovrebbe esercitare controllo ha perso da tempo l'autorevolezza (ed il pudore) e non è più in grado di raddrizzare il percorso.

Non è una questione di Università, è una questione di Paese. Il problema Università è per ora, di secondo piano, un sintomo, ma non la causa del malessere. Possiamo imputare all'Università l'incapacità di essere stata in grado di produrre i necessari anticorpi per evitare la degenerazione alla quale stiamo assistendo, e invece di esserne stata contagiata.

Poi si può discutere se il metodo applicato sia più o meno efficace e veritiero, applicarlo per confronto con altre realtà come io stesso ho suggerito, ma rimane il macigno di un cancro che sta macerando sempre più la società, di cui il fenomeno "nepotismo" è un sintomo ed un malessere tutto sommato marginale. E non sto parlando dell'Università. Qualcuno ha anche detto (non ricordo chi) "...altro che Tangentopoli, qui siamo ben oltre...".

E chi dà fiducia (finanziaria, per es.) ad un paese malato incapace di produrre i necessari anticorpi?

Non è una questione di Università, è una questione di Paese. Il problema Università è per ora, di secondo piano, un sintomo, ma non la causa del malessere. Possiamo imputare all'Università l'incapacità di essere stata in grado di produrre i necessari anticorpi per evitare la degenerazione alla quale stiamo assistendo, e invece di esserne stata contagiata.

Mi sembra di percepire un tentativo di minimizzare il fenomeno del nepotismo nell'universita', che mi sembra del tutto inopportuno. L'universita' dovrebbe raccogliere persone intelligenti ed istruite, e in ogni caso gli universitari hanno posti statali sicuri e ben pagati e senza nessun serio controllo dopo l'assunzione / promozione: il fatto che ci sia nepotismo in quello che dovrebbe essere l'ambiente meglio selezionato ed istruito dello Stato e' gravissimo anche per l'esempio negativo che diffonde nel resto della societa'.

Non c'e' dubbio che per il livello di istruzione e per il fatto di essere un'istituzione finanziata con le tasse dei contribuenti l'universita' statale dovrebbe avere tassi di nepotismo possibilmente nulli o comunque molto inferiori a quelli del resto della societa', e dovrebbe essere d'esempio. Mi sembra pertanto inopportuno giustificare il livello di nepotismo accademico italiano, che in certe universita' e facolta' raggiunge vette mostruose e ridicole, con il fatto che il nepotismo e' diffuso anche nel resto della societa', specie se  si tratta di nepotismo della parte privata non statale della societa' che si guadagna il pane da sola, e non gravando sulle tasse dei contribuenti.

A me sembra invece che non si voglia cogliere l'essenza di quanto ho scritto. Non ho giustificato il nepotismo, tutt'altro. Se e' vero, come e' vero, che l'Universita' dovrebbe raccogliere "l'intellighenzia", la crema del paese, dovrebbe essere alrettanto vero che i massimi dirigenti del nostro Stato, che stanno sopra agli universitari ed hanno ben altri compiti, doveri e responsabilita', dovrebbero essere addirittura superiori, la creme de la creme (sorry, col francese non ci ho mai legato). Invece ci ritroviamo con un ministro dell'istruzione che cerca di ridicolizzare sulla votazione di laurea di Bersani senza rendersi conto di quanto sia lei ad essere ridicola. Questo e' un solo misero esempio, ma gli ultimi anni e le ultime ore (pure qui) sono autoesplicative. Non solo non abbiamo statisti negli ultimi decenni, ma nemmeno dei (buoni) politici.

Non c'e' dubbio che per il livello di istruzione e per il fatto di essere un'istituzione finanziata con le tasse dei contribuenti l'universita' statale dovrebbe avere tassi di nepotismo possibilmente nulli o comunque molto inferiori a quelli del resto della societa',

Io non sto parlando del resto della societa', ma dell'elite che dovrebbe governare la societa', Universita' e universitari compresi.

Se ci si preoccupa cosi' ardentemente del nepotismo in universita', cosa buona e giusta, beh,  scusate, ci si dovrebbe preoccupare assai maggiormente del nepotismo dilagante nelle amministrazioni pubbliche e nella politica. Chi e' in quella posizione grava sulle tasse dei contribuenti ed influenza il loro destino assai maggiormente di quanto non possano fare gli universitari.

Se vedo che il mio boss ruba, mi sento quasi autorizzato a rubare pure io, soprattutto quando lo fan tutti... Ma se si vuole sradicare il fenomeno da chi dovremmo cominciare?

Ma io ripeto

FDG 5/8/2011 - 12:35

Prendiamo una distribuzione Y data dalla somma di X1,X2,..,Xn eterogenei.

Estraiamo casualmente da Y (usando una uniforme) dei sottoinsiemi K1,K2,...,Kn composti da un numero di osservazioni identiche a X1,X2,...Xn.

Confrontiamoli K1,K2,...Kn con X1,X2,...,Xn. Troveremo (ovviamente) che non ci sarà quasi mai coincidenza tra le statistiche di Ki e Xi. 

Cosa ne deduciamo? Una tautologia, ovvero che gli elementi che andavano a compore Y sono eterogenei. Poi assegnamo un giudizio di valore (nepotismo?) al verificarsi di Xi>Ki, e un altro giudizio di valore al verificarsi di Xi<Ki. 

Un'analisi sensata: prendiamo una distribuzione Y e confrontiamola con le caratteristiche della popolazione da cui proviene. Se le statistiche descrittive saranno fortemente divergenti, possiamo dedurre che sono presenti delle anomalie. In questo caso non c'è tautologia perchè non conosci a priori l'eterogeneità degli Y1, Y2,...Yn che compongono la popolazione originaria. 

 

ci provo un'ultima volta. dopidiche' e' meglio che metti mano ai tuoi libri.

supponi che tu abbia un dado con 600 facce, di cui 100 riportano l'1, 100 il 2, etc. fino al 6.

next, considera 100 estrazioni random da quel dado (con o senza reimmissione - che non e' cruciale).

adesso supponi che esca cento volte il numero 1.

se il tuo prior e' che il dado e' fair con probabilita' 1 allora la serie di numeri (1,...,1) che hai osservato ha la stessa probabilita' di ogni altra serie possibile e tu non puoi inferire niente dall'osservazione.

ma adesso mettiti nei panni di un ricercatore che voglia scoprire se il dado e' fair o meno. cosa dovrebbe concludere dall'osservazione di una serie di cento 1? (piccolo esperimento: se io mi presentassi da te con un dado normale tu saresti disposto a scommettere contro di me 1/6 sul numero 2, qualora noi per provarlo lo avessimo tirato 100 volte e fosse uscito sempre 1?)

un modo di procedere, che poi e' simile a quello dell'autore, e' il seguente: qualora il dado fosse veramente fair la probabilita' di osservare almeno tutti e sei i numeri una volta e' molto elevata, prossima ad 1, quindi io rigetto l'ipotesi che il dado sia fair qualora non osservo tutti e 6 i numeri almeno una volta.

il p-value in questo caso rappresenta proprio la probabilita', stimata dal ricercatore che puo' ovviamente sbagliarsi, con cui rischiamo di considerare come unfair un dado fair.

questo ragionamente puo' non piacerti ma e' un modo molto standard di fare test di ipotesi.

 

Avendo lavorato durante gli ultimi tre anni con Roberto Perotti e Giovanna Labartino ad un progetto più ampio sul nepotismo nell'accademia italiana basato sull'idea di comparare la distribuzione dei cognomi nei dipartimenti con quella nella popolazione, ho ovviamente letto con interesse il lavoro di Allesina e la sintesi riportata su questo sito.

Vorrei tuttavia chiedere all'autore, senza alcuno spirito polemico, quale sia il contributo innovativo del suo lavoro rispetto per esempio al paper presentato da noi gia nell'estate 2009 alla conferenza della European Economic Association (che tra l'altro cita), per non parlare delle versioni piu recenti l'ultima delle quali, segnalata da Alberto Bisin in un posting precedente, e' stata presentata il mese scorso alla conferenza estiva dell'NBER.

Giusto per chiarire, a differenza del lavoro di Allesina, la nostra analisi non si limita ad analizzare la semplice incidenza delle omonimie tra i professori universitari, ma 1) costruisce degli indicatori sintetici basati sul confronto tra la distribuzione dei cognomi dei docenti di ogni dipartimento con quella della popolazione di riferimento (provincia, regione, etc), sfruttando il fatto che la grande maggioranza dei docenti italiani insegna nell'ara geografica in cui e' nato e si e' laureato; 2) analizza la relazione tra nepotismo e performance accademica a livello di dipartimento (utilizzando i dati CIVR del triennio 2001-2003); 3) analizza l'evoluzione del fenomeno nel tempo (tra 1988 e 2008); 4) studia l'impatto della riforma del 1998 sull'incidenza delle pratiche nepotistiche.

Ruben Durante

Caro Ruben,

Ho letto con grande piacere il vostro articolo, e lo cito diffusamente nel mio, riportando anche i risultati principali da voi ottenuti. Il mio articolo ha degli obbiettivi molto piu' modesti del vostro. Per esempio, il mio metodo funziona per le discipline (che sono distribuite per lo piu' uniformemente sul territorio), ma non sarebbe applicabile a dipartimenti e facolta'. Inoltre, mi limito a notare la scarsezza patologica di cognomi, ma non la correlo con performance accademica etc.

Le differenze fondamentali (discusse nel mio articolo) sono:
1) Io utilizzo una statistica molto piu' semplice (numero atteso di cognomi, logit, p-values) e fondamentalmente standard. Il vantaggio e' che chiunque abbia un minimo di familiarita' con qualsiasi disciplina scientifica non deve neanche leggere il paper, solo guardare la tabella.
2) Il mio studio non puo' individuare quali cognomi siano sovrarappresentati, solo quanti ne mancano. Paradossalmente, questo mi fa guadagnare parecchio in statistical power, perche' e' difficile individuare (con risultati significativi) casi anomali in campioni piccoli (es. tanti professori con lo stesso cognome nei dipartimenti). 
3) Io non faccio differenza tra familismo diffuso o concentrato. Per esempio, non differenzio tra poche famiglie con tanti professori ciascuna e molte famiglie con pochi professori ciascuna. In entrambi i casi, c'e' nepotismo. Usando il vostro metodo, nel primo caso si avrebbe "piu' nepotismo", anche se magari il numero di assunzioni "illegali" fosse lo stesso. 
4) Non ho bisogno di dati difficili da reperire, mentre per applicare il vostro metodo servono le frequenze dei cognomi a livello locale. Questo fa si che il metodo sia velocemente e direttamente applicabile ad altre realta'.

Quindi, io vedo il mio studio come molto meno dettagliato, ambizioso e completo del vostro, ma comunque con alcuni vantaggi. Inoltre, l'audience e' molto diversa: scienziati "naturali" vs. economisti (e questo si nota anche dalla lunghezza del testo :-). La cosa interessante e' che, come diceva Alberto, indipendentemente dal metodo utilizzato, i risultati sono chiari. Richard Levins ha detto che "the truth is the intersection of independent lies". Ogni modello e' necessariamente una semplificazione della realta'. Se modelli indipendenti danno lo stesso risultato, allora abbiamo piu' fiducia di aver trovato qualcosa di vero.

Stefano

Nel preambolo si dice

< Nell'università italiana, l'idea è stata presa più letteralmente: spesso le cattedre vanno a persone che portano lo stesso cognome del precedente detentore.>

ha constatato che cio' avvenga anche in altre realta' universitarie? Conosce studi sui cognomi delle universita' Spagnole, Francesi, Greche, Tedesche o altro?

grazie

ha constatato che cio' avvenga anche in altre realta' universitarie? Conosce studi sui cognomi delle universita' Spagnole, Francesi, Greche, Tedesche o altro?

Buona osservazione. Sarebbe interessante avere qualche termine di paragone: se, come dice Stefano, il metodo è facilmente utilizzabile in altre situazioni, perché non farlo?

Io ho anche un paio di altre curiosità:

1) qual'è la legge di distribuzione delle frequenze dei cognomi?

2) com'è fatta la funzione n->R(n) che assegna ad un sottocampione aleatorio di n individui il valore atteso dei cognomi ripetuti?

A paper mio, il nepotismo nell’Università italiana è semplicemente un corollario del più ampio teorema del “controllo del territorio” (il reclutamento) gestito da gruppi di potere accademico che ho chiamato “mafia accademica.”  Vedere qui.  Pertanto, la discussione del nepotismo con strumenti probabilistici, senza una dettagliata conoscenza locale delle varie facoltà e dipartimenti, mi sembra affine alla discussione sul sesso degli angeli.

L’aneddoto riferito al potere dei cattedrattici, secondo il quale il vero potere accademico non è quello di promuovere un genio ma, al contrario, quello di mettere in cattedra un asino, ha trovato lampante rispondenza nel famoso concorso di cardiologia indagato dai magistrati di Bari fin dal 2004. Dalle intercettazioni (divenute pubbliche fin dal 2005), un membro della commissione ha detto con grande soddisfazione: “abbiamo fregato il migliore” (con impact factor di 720).  L’indagine dei magistrati di Bari non è mai arrivata al rinvio a giudizio.

Ora, se il delitto di mafia è definito come il controllo del territorio, i baroni universitari, in moltissimi casi, hanno usato le disgraziate procedure di selezione come controllo del territorio accademico per far vincere molte mediocri persone, portaborse, tutta gente che sarebbe stata ossequiosa e silente per tutta la vita. E dato che avevano il potere di predeterminare i vincitori, hanno fatto vincere anche figli, figlie, nipoti, mogli e amanti.

Concordo al 100%. Il rapporto di parentela è un dettaglio mediaticamente interessante ma sostanzialmente irrilevante di un più generale comportamento nepotistico

Chi ha visto l'esito dei concorsi italiani sa bene che i veri scandali poco hanno a che fare con la promozione di familiari. Vengono promosse persone con CV scandalosi e ben poco consola il fatto che tali persone non siamo parenti dei commissari. A me continua a sfuggire l'utilità di questi studi sui cognomi. Come dice Giovanni Federico, sono molto mediatici, ma non molto informativi. 

A me continua a sfuggire l'utilità di questi studi sui cognomi. Come dice Giovanni Federico, sono molto mediatici, ma non molto informativi.

A me invece pare che questi studi sui cognomi siano molto utili, ringrazio chi ci ha dedicato tempo e chi continuera' a lavorarci.

Nessuno di questi studi, che io sappia, ha la pretesa di misurare del tutto il malaffare nelle universita' italiane. Lo scopo di questi studi e' dare una stima quantitativa obiettiva limitata ad una parte del malaffare delle universita' italiane, corrispondente all'assunzione oltre la media attesa statistica di persone con lo stesso cognome, che poi statisticamente sono con buona approssimazione parenti.

Vedo che gli autori sono consapevoli che queste misure quantitative oltre l'imprecisione di origine puramente statistica hanno l'imprecisione connaturata a tutte le indagini statistiche quantitative nelle scienze umane, inevitabile e dovuta alla scelta degli indicatori numerici collegati al fenomeno che si vuole misurare, necessariamente incompleti per i limiti pratici.

Nessuno di questi studi, che io sappia, ha la pretesa di misurare del tutto il malaffare nelle universita' italiane. Lo scopo di questi studi e' dare una stima quantitativa obiettiva limitata ad una parte del malaffare delle universita' italiane, corrispondente all'assunzione oltre la media attesa statistica di persone con lo stesso cognome, che poi statisticamente sono con buona approssimazione parenti.

Su questo sono abbastanza d'accordo. Tra l'altro, il nepotismo accademico e' certamente maggiore dove piu' e'  diffusa la pratica di assumere persone mediocri. Quindi una misura anche approssimativa di un qualche indicatore nepotistico dovrebbe dare un'idea del grado complessivo di malaffare, in quanto i due fenomeni sono certamente positivamente correlati.

Sono invece un po' piu' perplesso sulle conclusioni:

Using these techniques policy makers can target cuts and funding in order to promote fair practices.

Qui ci andrei piu' cauto. Sono altri gli indicatori che vanno guardati per distribuire i finanziamenti: non bisogna cedere alla tentazione di cercare comode scorciatoie.

Vi segnalo un articolo di Pietro Greco sull'Unità a commento del lavoro di Allesina:

http://rassegnastampa.crui.it/minirass/esr_visualizza.asp?chkIm=3

o qui

(se non riuscite ad aprire il link andate sul sito www.crui.it e guardate la rassegna stampa a metà pagina a sinistra)

dice cose dette nei vari commenti, l'ultima (e anche la penultima) in particolare divide le opinioni dei più!

A proposito di cognomi, vale la pena segnalare in questo thread il caso Martone, si veda
http://www.roma1.infn.it/exp/webmqc/Michel%20Martone%20cc.pdf

oppure anche questo post 'senza parole' (ma molto espressivo).

In sintesi: il viceministro Martone vince miracolosamente il posto da ordinario ad un concorso grazie alla rinuncia di diversi candidati ben piu' titolati (e nonostante abbia un curriculum quasi imbarazzante).

Ovviamente, come al solito, non c'e' nulla di penalmente rilevante (in questo caso molti dei candidati 'forti' si sono ritirati perche' la commissione ha tirato per le lunghe e, nel frattempo, loro han vinto altrove) . 

Comunque l'intera carriera del giovin Martone e' un mistero glorioso: se e' questo "il nuovo che avanza", siamo messi bene.

Io mi chiedo, ma con tutti i giovani in gamba che ci sono in Italia (e non solo), come ha fatto Monti ad imbarcare un figuro del genere?

CDD

giovanni federico 7/2/2012 - 16:47

 Il caso Martone è un perfetto esempio delle patologie dell'accademia italiana e dimostra in maniera evidente la necessità di un approccio rigidamente bibliometrico. Non perchè sia il migliore possibile, ma perchè l'alternativa è l'arbitrio baronale. Aggiungo che in teoria la commissione avrebbe potuto idoneare un solo candidato.

Morale

Carlo Carminati 7/2/2012 - 20:08

Io temo che in un paese dove un soggetto come Martone viene cooptato in un governo "di salute pubblica" senza che (quasi) nessuno abbia nulla da ridire, ci sia ben poco da fare.

Trovo un po' buffo discettare sull'indice di nepotismo calcolato in maniera statistica, quando poi casi come questo, anche quando vengono alla conoscenza del 'grande pubblico', scivolano via come se niente fosse.

PS: effettivamente, ripensandoci, il Marton-gate sarebbe stato piu' pertinente con questo post.

 l'arbitrio baronale

Giusto prendere a pomodori l'arbitrio baronale, sotterrandolo di ortaggi e maledicendo i responsabili, ma l'alternativa non è una chimerica "bibliometria oggettiva", figlia di tanti piccoli arbitrii non finalizzati alla valutazione, bensì una valutazione professionale guidata da un metodo, che va rispettato, Tutto il resto è fuffa.

RR

Quando si partecipa ad una commissione, c'è sempre il collega più anziano o più "esperto" che mette sull'avviso gli altri: i giudizi individuali di ciascun commissario devono essere compatibili con il giudizio collegiale e con la valutazione.

In questo caso, invece, abbiamo 4 commissari su 5 che esprimono giudizi taglienti su MM e poi lo fanno idoneo!

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