Vino vecchio e botti nuove, OTT and NTT

14 ottobre 2008 michele boldrin

Ringrazio Saltwater per la chiara risposta alle mie domande, e provo a discuterne le implicazioni.

Andiamo per gradi (amenità alla fine).

1) Assumiamo, anzitutto, che di un contributo si tratti. Ossia, di una teoria che aiuta a spiegare un fenomeno (intra-industry trade) che era prima inspiegabile con le teorie esistenti. Come Saltwater stesso mette in evidenza, tutto ciò che serve per dare questo contributo consiste in una funzione di utilità che catturi l'idea che alla gente piacciono un gran numero di beni di consumo diversi e che esista una forma di competizione monopolistica fra produttori di beni. Egli attribuisce la prima a Dixit e Stiglitz mentre la seconda, credo siamo tutti d'accordo, risale a Ed Chamberlain e Joan Robinson. Nessuno di questi, che io sappia, ha ricevuto il Nobel (JS sì, ma per ben altri motivi). Noto che la funzione di utilità del tipo DS non è nient'altro una delle tante funzioni di utilità che risultano convenienti per studiare modelli di competizione monopolistica, forse la più semplice di tutti. A quello deve la sua fama, ossia alla semplicità d'uso, ed a nient'altro perché sia EC che JR avevano ben spiegato come funziona la competizione monopolistica mentre altri si sono dedicati a studiarne tecnicamente gli equilibri. Insomma, da questo argomento concludo che almeno JR avrebbe dovuto ricevere il premio Nobel (morì nel 1983, avrebbero fatto in tempo). PK l'ha ricevuto per aver applicato la sua teoria al commercio internazionale? Possibile. Se c'è un contributo, è questo.

2) È davvero un contributo? Mi rendo conto di andare contro una verità che tutti insegnano in (quasi) tutti i dipartimenti e che viene oramai data per scontata, quindi come al solito mi prenderò del pazzo. Però io sono andato a grad school a U of Rochester e commercio internazionale me l'hanno insegnato Ronald Jones e (un po') Lionel McKenzie. Quello che ora dico non è farina del mio sacco, ma cose che m'hanno insegnato in classe tra il 1984 ed il 1986. Beh, forse c'è anche qualcosa di mio, ma pochino.

Il modello ricardiano - di cui Heckscher-Ohlin è una variante che, usando certe ipotesi particolari sulle funzioni di produzione, cerca di fare predictions che partono dalla dotazione di fattori di un paese per arrivare al tipo di beni che il paese importa o esporta - dice che un paese esporta quei beni che ha un vantaggio comparato a produrre ed importa quelli in cui tale vantaggio comparato non ha, ma ce l'ha un altro paese. Non dice nulla sulle industrie, parla solo di beni, ma su questo torno più sotto. Gli esempi di Ricardo (e di tanti altri) esempi sono, che servono per far capire l'intuizione dietro all'idea di vantaggi comparati. Per capire le implicazioni della teoria occorre andare oltre gli esempi didattici semplificati ed usare un modello, formale abbastanza da catturare tutte le implicazioni dell'ipotesi di fondo. Il modello standard di equilibrio economico generale (EEG) serve a questo

Dal punto di vista della teoria dell'EEG con molti agenti, la teoria del commercio internazionale basata sui vantaggi comparati (chiamiamola OldTT) si riduce all'affermazione che ognuno di noi si dedica all'attività (o alle attività) in cui ha un vantaggio comparato e compra tutto il resto dagli altri. Così, a me, l'hanno insegnata Lionel e Ron (la prima prova di esistenza di equilibrio prodotta da Lionel nel 1954 in contemporanea a quella di Arrow e Debreu usa, infatti, il modello di commercio internazionale di Graham) e mi è sempre sembrata molto sensata. Il modello in questione assume che

- Esistono vari agenti, eterogenei in preferenze, dotazioni, capacità produttive.

- Esistono molti beni (Lionel lavora con un numero finito, ma l'estensione ad un continuo è oggi banale) ed i consumatori hanno differenti preferenze per questo o quell'altro gruppo di beni.

- Esistono molte, potenzialmente un numero infinito di, tecniche di produzione che usano alcuni di questi beni come inputs per ottenerne altri, o se stessi, come output. Queste tecniche sono "attività", nel senso di "activity analysis", quindi i rendimenti di scala sono costanti.

- I mercati sono competitivi, nel senso che per ogni bene esiste un numero alto di produttori che lo possono produrre. "Possono" qui è importante, non serve che in equilibrio lo producano: alcuni beni saranno prodotti da vari agenti, altri solo da qualcuno o da uno. Ciò che conta è che vi sia la possibilità di free entry, quindi i prezzi siano competitivi. Ricordarsi che, in un modello statico, ci saranno sempre dei fattori fissi (che non sono i costi fissi, sono i fixed factors tradotti in italiano) e che, quindi, il cono aggregato di produzione sarà sempre un cono troncato lungo certe dimensioni. Questo vale, in ogni punto del tempo, anche in un modello dinamico, ma in quel caso la lunghezza del cono cambia in varie direzioni a seconda del processo di accumulazione o distruzione dei fattori accumulabili.

Mi sembra banale che una teoria di questo tipo spieghi perfettamente l'intra-industry trade. Infatti, io mi sono specializzato da circa 25 anni nell'industria della ricerca e dell'insegnamento, nondimeno in questi anni la mia famiglia ha importato i servizi di questa industria da un altro paese. Prima mia moglie, dalla Anderson School of Management di UCLA, poi mio figlio dal Liceo Italiano Enrico Fermi di Madrid e poi dalla School of Theatre Films and Television di UCLA (UCLA è una malattia di famiglia, ci ho lavorato anche io!). In quegli stessi anni io vendevo il mio output, prodotto nella stessa industria e spesso nello stesso paese, a centinaia di altre persone. Classico caso di intra-industry trade. Questo esempio, a mio avviso, dovrebbe bastare ad intendere il punto generale, ma per evitare ambiguità mi dilungo un po' ancora.

L'estensione al caso di una paese con tanta gente e tanti beni è banale, perché nella teoria dell'EEG competitivo un paese altro non è che una collezione di agenti, ognuno dei quali ha accesso a un insieme di attività produttive. L'unione delle attività produttive a cui gli agenti che definiscono un paese hanno accesso è la tecnologia di quel paese: basta prendere una massa N di agenti e dividerli in M paesi di massa N1 + N2 + ... + NM = N, ed il gioco è fatto. Un'industria, a sua volta, è una collezione di beni: in teoria perfettamente sostituti tra loro, nella pratica statistica non necessariamente tali a meno che non si vada ad un livello di disaggregazione davvero notevole e rarissimamente raggiunto. Basta prendere un'aggregazione statistica di beni "simili" (x1, x2, ..., xI) e definire un'industria X per capire che, in generale, può esserci intraindustry trade: basta che l'agente n che produce il bene x7 nel paese m lo venda all'agente n' che sta nel paese m', mentre l'agente nn che sta pure nel paese m ed ama il bene x19 lo importa dall'agente n' che sta, appunto, nel paese m'. Se i due beni sono classificati nella medesima industria, c'è intra-industry trade fra il paese m ed il paese m'.

Nota che in questo modello vi è preferenza per varieties, come viene chiamato ora l'antico fatto che i consumatori hanno preferenze convesse e ci sono tanti beni a disposizione. Non vi è concorrenza monopolistica, né vi sono rendimenti crescenti di scala. Regna sovrana la teoria dei vantaggi comparati la quale infatti SPIEGA perché vi sia intraindustry trade: nel paese m ai consumatori piacciono alcuni beni dell'industria X per i quali, però, gli abitanti del paese m hanno scarsi vantaggi comparati (esempio: agli italiani piacciono le macchine veloci ed il prosciutto buono). Ne producono alcuni, ma non molti - magari perché c'è un fattore fisso che è scarso (la conoscenza necessaria per fare il jamon iberico de bellota de pata negra) o magari perché sono bravi a fare alcuni X solo alcuni dei cittadini di m (tipo quelli che fanno le Ferrari a Modena) il che li rende molto costosi, ma molti altri cittadini non sono così bravi e quindi alcuni dei beni dell'industria X non sono prodotti nel paese m - mentre nel paese m' producono molti beni classificati nell'industria X, ed i consumatori di quel paese hanno preferenze non dissimili da quelle dei cittadini del primo paese. Ecco quindi che vengono importati dal paese m' (nel quale vi è un'abbondanza di fattori di produzione capaci di produrre molti dei beni classificati in X) al paese m alcuni beni in X, mentre altri (ma pochi pochi) vengono esportati da m ad m' (le Ferrari che vanno in Germania son meno delle Porsche che vengono da noi, idem per Fiat versus BMW e Mercedes). Et voilà, intra-industry trade anche in teoria oltre che nell'esperienza pratica della famiglia Boldrin.

L'errore, sì ho scritto errore, in ciò che si insegna in classe è dovuto al fatto che troppa gente fa confusione fra l'ipotesi formale (assumiamo che vi siano B beni prodotti in B industrie) e la definizione statistica di "industria". Quest'ultima industria non c'entra nulla, in generale, con la prima: nella definizione statistica, come sanno tutti quelli che hanno usato tavole input-output, si procede per affinità fra beni e gradi più o meno evidenti di sostituibilità. Nella definizione teorica un'industria è definita da un insieme di beni che sono sostituti perfetti: se uno vuole usare HO o modelli ricardiani per capire i dati, deve accettare di farlo al livello di disaggregazione adeguato, quello che la teoria presuppone. Se raccogli tutti i prodotti della terra in "prodotti agricoli" è chiaro che i vantaggi comparati non funzionano mai: in Almeria fanno le fragole e nella Rioja fanno il vino, esse commerciano fra di loro perché sia in Rioja che in Almeria alla gente piacciono sia le fragole che il vino! Cosa c'entra tutto questo con la concorrenza monopolistica (vi sono centinaia di produttori di vino in Rioja e di fragole in Almeria, sostituibili tra di loro) ed i rendimenti crescenti di scala (che proprio non ci sono, tanto che son tutte piccole imprese che funzionano molto efficientemente da decenni)? Nulla, ovviamente.

Se prendi i dati e scendi disaggregando l'ammontare di commercio internazionale interno ad una data industria comincia a diminuire, ovviamente, anche se forse non sparisce mai o quasi. Laddove la sostituibilità perfetta esiste (ad esempio, energia elettrica) i casi di intraindustry trade sono rari e tipicamente dovuti ad accordi commerciali particolari fra imprese, o ad integrazione verticale: l'Italia importa energia elettrica dalla Francia, ma non ne esporta quasi, viceversa per il formaggio da grattare sulla pasta. Potremmo continuare, mettendoci dentro cose del tipo costi di trasporto eccetera, ed inserendo la dinamica che induce un processo di accumulazione. Noteremmo, allora, che il modello di EEG con accumulazione di fattori di produzione e commercio internazionale spiega perché, 40 anni fa, tutte le macchine tedesche vendute negli USA (o giapponesi) fossero prodotte in Germania (o in Giappone) mentre ora vengono prodotte in buona percentuale negli Stati Uniti.

Questo aiuta anche a capire perché, da sempre, gli economisti spieghino a tutti che non vi è concorrenza fra nazioni ma fra imprese, perché i vantaggi comparati sono propri solo di individui, ed imprese al più. Lo sono di paesi solo in senso statistico e temporale: quando i fattori di produzione che sanno produrre X sono nel paese m quel paese ha il vantaggio comparato in X, se si muovono il vantaggio comparato passa a dove essi si siano mossi. Se si muovono solo in parte (caso di BMW o Toyota) il vantaggio comparato è di due paesi (non è sempre necessario avere un massimo assoluto, a volte ce ne sono tanti messi in fila). La teoria economica non ha una "nazione" come entità elementare, ma solo individui e, in presenza di fattori fissi, imprese. Questo, io credo, è chiaro da tempo, infatti da ben prima di David Ricardo: invito a leggere, per dare un'idea, il Libro IV della Ricchezza delle Nazioni.

Il punto, comunque, è teorico: dal punto di vista della teoria non c'è proprio bisogno di concorrenza monopolistica e, soprattutto, rendimenti crescenti di scala per spiegare il fenomeno statistico dell'intra-indsutry trade. Quindi il contributo non può essere quello affermato.

3) Dov'è il contributo? Provo a dire la mia. Il contributo è del tutto teorico e consiste nell'aver elaborato (o cominciato ad elaborare, assieme a molti altri) l'applicazione del modello di concorrenza monopolistica con rendimenti crescenti di scala alla teoria del commercio internazionale. Operazione legittima ed interessante, almeno a priori. È legittimo chiedersi: che predizioni posso fare se assumo che il mondo sia dominato dalla concorrenza monopolistica e la produzione avvenga sotto rendimenti crescenti? Paul Krugman si è fatto questa domanda, ed ha dato vari contributi teorici. Se la sono fatta, ed hanno pure dato contributi utili, anche Elhanan Helpman, Gene Grossman e, dimenticato da tutti ma uno dei primi infatti, Wilfred Ethier. Davvero il contributo teorico di PK è così speciale da giustificare il premio solo a lui e niente agli altri? Non so dire, ma non mi sembra. PK ha fatto anche altre cose utili ed interessanti (e.g. i lavori sulla dinamica del tasso di cambio, che erano molto innovativi per il periodo in cui li ha prodotti) ed altre molto meno interessanti (tipo la cd new geography, che mi sembra veramente aria fritta che non dice nulla di nuovo neanche teoricamente ... ma questo comincerebbe un'altra discussione che non credo d'aver voglia d'intraprendere per almeno una settimana, quindi bombardatemi pure tranquilli!). Idem per le gravity equations, ma qui diventerei polemico: davvero pensi, o anonimo uomo degli oceani, che siano una idea così profonda da giustificare un Nobel (tralasciando il fatto, che tu stesso riconosci, che certo non son farina del sacco di PK)?

4) Saltwaters versus Freshwaters? No, assolutamente. In questo caso proprio non c'entra nulla l'antica diatriba pro o contro JMK. Il modello di concorrenza monopolistica gode di grandi ammiratori a, per esempio, Chicago mentre basta fare un saltino all'ultimo piano dell'edificio di Cowles Commission a Yale per trovare persone che forse capiscono perché i fatti che NTT spiega li spiegava anche, e meglio, la OTT basata sul modello di EEG competitivo. La differenza mi sembra più attribuibile ad altre cose, prima fra le quali un certo disdegno per (e mancanza di comprensione della) teoria dell'EEG competitivo ed un particolare interesse per modelli aggregati di commercio internazionale.

5) Vale la pena mantenere il premio per l'economia? Alla luce delle continue diatribe che sorgono quasi ogni anno (l'anno scorso fu rara eccezione) e delle proposte demenziali che girano (come quella di uno che non mi ricordo come si chiami che, su Il Foglio di alcuni giorni fa, suggeriva di darlo a Greenspan perché lui sì che ha capito come funziona l'economia, altro che questi cretini con le equazioni che ne criticavano e criticano l'operato salvifico!), direi di NO! È servito, forse, per premiare i padri fondatori di alcune linee di ricerca. Oramai siamo alla lotta fra nani, alle lobbies, alle cordate ed alla pressione mediatico-politica. Siamo già ridotti malino come professione, non serve aggiungere altri incentivi di rimpicciolimento intellettuale. Fondamentalmente perché concordo sempre di più con quanto sostiene l'ottimo Adriano Palma [nice to see you are alive!], in un meditato commento. L'economia è una scienza storica che ha avuto la fortuna di riuscire ad elaborare schemi concettuali di riferimento ed analisi che si possono manipolare formalmente e sostanziare, a volte, statisticamente ma che sono, quasi invariabilmente, non testabili e, eccezion fatta per cretinate secondarie, non falsificabili. È già molto meglio della sociologia, ma smettiamola di far finta che possa assomigliare alla fisica: l'oggetto di studio è troppo complicato per poter anche solo sperarci.

 

 

36 commenti (espandi tutti)

Grazie, Michele, veramente molto istruttivo.

Vorrei capire se c'è una grinza o se sono io che intendo/applico male le definizioni.

Mi pare che mentre fai accomodare la concorrenza monopolistica fuori dalla porta,

I mercati sono competitivi, nel senso che per ogni
bene esiste un numero alto di produttori che lo possono produrre. [...]
Ciò che conta è che vi sia la possibilità di free entry, quindi
i prezzi siano competitivi,

la fai rientrare dalla finestra [mio grassetto]:

Basta prendere un'aggregazione statistica di beni "simili" (x1, x2, ..., xI) e definire un'industria X per capire che, in generale, può esserci intraindustry trade.

Il dubbio (rinforzato dall'uso delle virgolette) è che se definiamo un'industria come beni simili, quindi differenziati ma con un grado relativamente elevato di sostituibilità, stiamo di fatto parlando di concorrenza monopolistica all'interno dell'industria. Ok, c'è free-entry nella produzione di ogni bene i, ma è come ridefinire la concorrenza monopolistica ad un più alto livello di aggregazione (ed è qui forse che sto applicando male le definizioni), cioé tra gruppi di produttori concorrenziali di un bene all'interno di un'industria: questi hanno collettivamente potere di mercato all'interno di quell'industria. Infatti se non ci fosse differenziazione -- produciamo tutti Trabant anziché Fiat, BMW, etc. -- non ci sarebbe intraindustry trade, trivialmente.

Naturalmente questo non è un argomento in favore della "novità", semmai in favore di competitive analysis perché in questo senso concorrenza perfetta e imperfetta non sono in antitesi.

Il dubbio (rinforzato dall'uso delle virgolette) è che se definiamo
un'industria come beni simili, quindi differenziati ma con un grado
relativamente elevato di sostituibilità, stiamo di fatto parlando di
concorrenza monopolistica all'interno dell'industria. Ok, c'è
free-entry nella produzione di ogni bene i,
ma è come ridefinire la concorrenza monopolistica ad un più alto
livello di aggregazione (ed è qui forse che sto applicando male le
definizioni), cioé tra gruppi di produttori concorrenziali di un bene
all'interno di un'industria: questi hanno collettivamente potere di
mercato all'interno di quell'industria. Infatti se non ci fosse
differenziazione -- produciamo tutti Trabant anziché Fiat, BMW, etc. -- non ci sarebbe intraindustry trade, trivialmente.

Naturalmente questo non è un argomento in favore della "novita'",
semmai in favore di competitive analysis perché in questo senso
concorrenza perfetta e imperfetta non sono in antitesi.

Perfettamente giusto, Giulio. Il problema, ma è tardi ed è meglio che vada a dormire, è A CHE LIVELLO DEFINIAMO COMPETITION? Pensa a un mondo con due beni in funzione di utilità, due industrie competitive che producono un bene ognuna. U(x,y) e x=F(K1, L1), y=g(K2,L2). I due beni x ed y sono sostituti imperfetti, ovviamente altrimenti potremmo scrivere u(x+y) per il consumatore (o magari sono complementari: fa lo stesso). Ora, le imprese che operano con F sono monopolistically competitive di quelle che operano con G, e viceversa, o no? 

Di solito diciamo di no, perché? Diciamo di no perché ci basta pensare che ci sia competizione fra coloro che producono x, fra di loro, e fra coloro che producono y, fra di loro. As long as there is free entry in each "industry" (virgolette obbligatorie: industry nel senso teorico, non statistico) diciamo che questo è un modello concorrenziale, giusto?

Ecco, quello è il problema: estendi il modello a centomila beni e centomila F(i), i=1, ...., 100000, e ti ritrovi con il modello di concorrenza ... perfetta o monopolistica? Lascio a te decidere.  

C'è un'altra maniera di pensare al problema, che viene da Lionel McKenzie ed io ho sempre trovato convincente: ci sono SEMPRE dei fattori fissi, in ogni industria. I fattori fissi creano monopolio per definizione o, semplicemente, determinano rendite competitive? Continuando su questa linea di pensiero si può mostrare come, in un mondo alla Ostroy-Makowski, si possa determinare monopolio in equilibrio partendo da un modello in cui c'è concorrenza perfetta: basta che esista una (o più) attività produttive che producono "licenze monopolistiche" a rendimenti costanti, e che vi sia un fattore fisso che si usa in quella attività. Allora, partendo da un mondo in cui tutti sono inizialmente piccoli competitori, si arriva ad un equilibrio in cui tutti, o molti, sono monopolisti perché ognuno ha la "licenza propria" che usa nella sua funzione di produzione ...

Ok, notte. Temo di aver fatto più confusione di quanto avrei voluto! 

 

Risposta sotto a commento di Giulio.

c'è free-entry nella produzione di ogni bene i, ma è come ridefinire la concorrenza monopolistica ad un più alto livello di aggregazione

Assumi prferenze del tipo di Dixit-Stiglitz in cui entrano beni simili. Assumi che ogni bene che entra nell'aggregatore (si dice cosi?) Dixit-Stiglitz é prodotto da un settore con un gran numero di imprese. In ognuno di questi settori le imprese competono sul prezzo in modo che in equilibrio prezzo=costo marginale. Tutti i beni acquistati dal consumatore e che entrano nel Dixit-Stiglitz sono pagati a un prezzo uguale al costo marginale. Dunque non c'é concorrenza monopolistica pur avendo Dixit-Stiglitz con beni simili.

Oooopppssssss. Ha giá risposto Michele mentre scrivevo.

Alessio, Michele: d'accordo sulla definizione; con differenziazione e free entry e' comunque quest'ultima che definisce il tipo di mercato.

Invece, Michele: dopo il caffe' :-) ci spieghi meglio il modello con licenze monopolistiche? Se capisco bene suggerisci che se a differenziazione e free entry aggiungiamo fattori fissi allora sono questi che determinano il tipo di mercato in equilibrio.

Wow, Michele. Anzi, la citazione di WN, Bk.IV e l'aver rammentato Ethier vale un WOW squared! Complimenti davvero.

L'unica cosa che mi stupisce è la chiusa. Senza alcun intento polemico, ma solo per capire: perché tanto pessimismo, quasi scoramento? Una conclusione simile potrei averla scritta io (è implicita nella seconda parte, semiseria, di questo commento al Nobel), ma non me la aspettavo da chi come te crede che EEG sia uno strumento di analisi oggettivamente superiore, l'unico che consente previsioni falsificabili, ed in parte persino non (ancora) falsificate. Ovvero, che sia lo strumento che identifica l'economia come Scienza a tutti gli effetti. O sbaglio?

O sbaglio?

Sbagli. Io sono anche il junior coauthor del teorema di Boldrin-Montrucchio ...

Non credo vi sia nulla, in quanto ho scritto sia qui che altrove, che suggerisca io abbia mai pensato all'economia altrimenti che come a una scienza storica.

Questo non implica, necessariamente, che occorra smettere di discutere con i molti che profferiscono plateali cazzate: il fatto che la "verità" economica abbia una natura storica, non elide la possibilità che le cretinate siano assolute, e dimostrabilmente tali. 

Ottimo. Grazie del chiarimento. Era quanto volevo sentirti dire (in realtà lo sapevo già...).

Posso provare con una seconda domanda, stavolta semi-tecnica: da cosa deriva secondo te l'infatuazione di Chicago per monopolistic competition?

Poi una noterella "storica": back in 1992 a Warwick mi fecero studiare NTT come necessaria premessa (o comunque come tema strettamente connesso) a NGT, tanto persino la tesi di MSc sui nessi tra le due teorie in un modello con HC, increasing returns ed apertura del mercato al trade.

P.s.: prima ho dimenticato di elevare il WOW al cubo per l'inciso sul modello di Graham usato da McKenzie 1954. 

da cosa deriva secondo te l'infatuazione di Chicago per monopolistic competition?

Questa è facile: difesa ad oltranze delle proprie proclamazioni su esternalità ed un'ontologia fondamentalmente panglossiana, condite da un'abbondante ignoranza della teoria dell'EEG e della teoria della crescita.

Se pensi che l'unico modello di EEG che esista sia Cobb-Douglas con CES utility, allora qualsiasi comportamento complicato che osservi hai bisogno di cercare altrove per trovarne una spiegazione.

Non pensi anche perché è più facile per Chicago confutare argomenti pro-antitrust basati su monopolistic competition, appunto Chamberlin, Robinson, ecc., piuttosto che quelli più robusti basati su GT (della serie: mi coltivo l'avversario più comodo da battere)?

No, non gliene frega nulla. Non sono più ai tempi di Stigler e Demsetz. Al più di quelle cose se ne occupa qualcuno assetato di consulenze alla GSB, ma non al dipartimento. Al dipartimento, trust me, the reasons are those I told you. In ogni caso, questo thread lo possiamo sviluppare via email.

Perche' via email? E' interessante... io piuttosto sono interessato all'interpretazione di Boldrin&Montrucchio: davvero vuoi derivarne l'impossibilita' di confutare empiricamente qualsiasi teoria? Io piu' modestamente lo interpreto come la necessita' di una avere teoria che disciplini i dati. 

Mi avevi convinto, e mi ero messo a scrivere. Ma l'amato timer che conosci mi ha logged out distruggendo tutto. Ciccia, dunque.

Grazie Michele della risposta. Mi associo però ad Andrea: a questo punto devi darci la tua "interpretazione autentica" del teorema B-M. Oppure indicarci dove questo argomento (l'interpretazione, intendo, non il teorema) è stato discusso.

Non mi sognerei mai di provare a dare l'interpretazione originale di B&M. Ma ragazzi, mai sentito della farfalla in giappone? Quella della impossibilita' di testare (perche' richiede accuracy infinita) e' una classica del chaos.

Ok, Alberto, ma così è un po' troppo banale. Nella mia ignoranza, il teorema B&M mi pare un risultato con profonde implicazioni, per usar un paio di paroloni, metodologiche ed ontologiche. Le due possibili letture proposte da Andrea mi sembrano, per dire, entrambe convincenti, ma insieme non stanno. E' su questo che vorrei lumi da Michele, o chi per lui, magari in un articolo a parte con un bel titolo provocatorio tipo "Ma davvero l'economia può spiegare qualcosa?".

Sara' banale, ma e' tutto li'. Ma quale ontologia. Michele non sa nemmeno cosa vuol dire ontologia :) E se lo sa ha fatto in modo, giustamente, di scordarselo :) 

Beh, sono parte in causa, ma non è "tutto lì" come dice Alberto. Il kaos fu la cosa motivante, e la cosa che molti notarono, ma il risultato va un pelino aldilà. Chi è vecchio come me o di più sa che risolviamo lo "Hahn problem" (un problema di cui non fotte nulla a nessuno, fatta eccezione un po' di teorici anni '60-80) o che, se volete, diamo l'analogo di Sonnenschein per le dinamiche di mercato.

Il teorema dice semplicemente che anche le ipotesi più restrittive di cui la teoria neoclassica è capace (l'elenco lo farò un'altra volta, sono in aeroporto) non impongono praticamente nessuna restrizione sui comportamenti dinamici osservabili. Qualsiasi dinamica osservabile (o quasi, insomma tutte quelle generabili da funzioni C1 su spazi compatti) è interpretabile come la dinamica ottima di un modello neoclassico "super restrittivo".

La teoria (economica, neoclassica, fate voi) è vuota, almeno a quel livello. Questo implica, ovviamente, che anche l'econometria cosidetta "strutturale" è in principio vuota (qui lo so che insorgeranno, mi dispiace, ma così è) e che occorre accontentarsi di fare "storia economica formalizzata" e, possibilmente coerente. In particolare, ci si può dedicare ad eliminare stupidate e corbellerie, che è attività utile oltre che divertente.

Personalmente la storia economica formalizzata mi è sempre piaciuta e criticare chi dice corbellerie solo perché ha la bocca, pure, per cui io mi diverto lo stesso.

Fine, che devo pensare all'immigrazione in Spagna ed alle sue relazioni con la crisi finanziaria.

P.S. Il mio stato ontologico, al momento, sembra ancora dare +, almeno al metal detector dell'aeroporto. 

Io sono vecchio per sapere cos'e' l'Hahn problem e anche il Sonnenscheim-Debreu-Mantel. Quando dico, tutto li', intendo riguardo alla questione posta da andrea e nicola, chaos ed econometria, non riguardo a BM. Per quanto riguarda la questione della "vuotezza"  della teoria, non sono d'accordo. Non tutte le funzioni di utilita' e di produzione sono "equiprobabili". Dammi una distribuzione  sui fundamentals e siamo in business. Un altro modo di vedere la questione e' la seguente, credo: BM non ti da indeterminacy (anche se suppongo da BM puoi costruire anche quello, ma restiamo nel caso di unique policy function) - stime parametriche si possono fare - se conosci la forma funzionale (che e' come avere una distribuzione degenere sui fondamentals - caso speciale di quello che dicevo prima). Certo questo non e' molto, ma "vuoto" mi par un po' troppo. La teoria  esclude  un casino di roba se non parti completamente unconditional, cioe' con un-informative priors. Perche' dovrei essere sicuro che gli agenti massimizzano ma dovrei non sapere nulla di cosa massimizzano. 

Grazie ad Alberto e Michele per i chiarimenti. It goes without saying che la definizione di Michele di economia come "storia economica formalizzata" mi garba parecchio. Posso da ciò inferire che, in termini assolutamente generali, la scienza economica può coerentemente spiegare soltanto il passato (anche recentissimo, ma sempre passato), ma mai prevedere il futuro? Se sì, che razza di scienza è? [Urge intervento di Palma...]

E' capitato piu' di una volta, in passato, che nei  commenti  si e' associata la "scientificita'" alla capacita' di prevedere il futuro (occupazione che credevo fosse di esclusiva dei cartomanti). Prendiamo il caso dei risultati di "random walk" (senza entrare nello specifico) in cui, diciamo,  una teoria fa discendere da particolari ipotesi la conclusione che una determinata variabile (ad esempio un prezzo) si debba muovere secondo un r.w Questa teoria puo' essere o meno testata empiricamente. Se verificata (non falsificata) , si puo' dire che questa variabile  e' abbastanza difficile da prevedere.  Questo vuol dire che quella teoria non e' una teoria scientifica, nonostante sia falsificabile e non falsificata? Ci vorrebbe il trio medusa a sto punto....La falsificabilita' , di cui parla Michele,  e la capacita' di prevedere il futuro sono due cose distinte.

imho

La falsificabilita' , di cui parla Michele,  e la capacita' di prevedere il futuro sono due cose distinte.

Non sono secondo me concetti cosi' distinti. Una teoria scientifica deve prevedere l'evoluzione di un sistema date le condizioni iniziali e viene falsificata se date opportune condizioni iniziali non descrive correttamente l'evoluzione. A me sembra che i due concetti siano intimamente legati. Nel caso della camminata casuale la predizione della teoria potrebbe essere piuttosto che il valore della variabile in un certo istante futuro il suo valore medio e la sua deviazione standard in caso di esperimenti ripetuti: e' sempre una predizione falsificabile.

Possiamo anche vedere la camminata casuale come media di un grande insieme di processi di cui potremmo meccanicamente conoscere l'evoluzione uno per uno conoscendo le condizioni iniziali. Essendo questo praticamente (ma non concettualmente) impossibile, ci limitiamo a fare predizioni sulla evoluzione media di processi con condizioni iniziali distribuite attorno a determinati valori iniziali.

bisogna capire cosa s'intende per "prevedere" il futuro. Hai chiaramente ragione che la previsione puo' essere una media o addirittura una distribuzione di medie. O ancora, una distribuzione su tutte le distribuzioni di probabilita' con un numero arbitrario di parametri. Dato questa definizione di previsione, possiamo magari prevedere che un sistema che inizi da certe condizioni iniziali puo' finire in un certo punto con una certa probabilita'. Non sono pero' sicuro che questa definizione di previsione sia quella a cui comunemente ci si riferisce. Ritornando alla passeggiata casuale, l'economista che si trovi a dover rispondere alla domanda:  che fara' il prezzo della Microsoft domani, e che creda che questo segua una passeggiata casuale, deve rispondere: oh beh con prob 1/2 sale , con prob 1/2 scende. Quello che dico io e' che un'affermazione del genere (se supportata da una teoria non falsificata) e' pienamente scientifica, tuttavia non si puo' dire sia una "previsione" nel senso comune. Tutto qui.

Puo' essere che il mio concetto di previsione si discosti in parte dal significato comunemente inteso. Nell'ambito scientifico e forse anche del buon senso una previsione e' sensata se predice qualcosa di non banale, e forse la definizione minima di questo e' richiedere che sia almeno falsificabile in un contesto realistico. Insomma vedo quasi una corrispondenza biunivoca tra fare predizione sensata e falsificabilita'.

Hai ragione. Faccio ammenda per la grossolana frase "prevedere il futuro". In realtà mi accontenterei di poter affermare quali saranno p.e. le conseguenze sul tasso di crescita di una certa variabile di una norma che incentivi l'accumulazione di un'altra variabile dal quale affermo dipendere la crescita della prima. E magari di poter scegliere tra due norme alternative. Era questo il senso in cui chiedevo a Michele di chiarire il senso della sua definizione di "storia economica formalizzata". E poi, cosa vuol dire "falsificazione" nel caso appunto di una "storia economica formalizzata". Anche qui, vorrei solo capire meglio il suo punto di vista, nulla più, senza alcun intento polemico.

??? Beh non pensavo che la fisica predicesse il futuro, pensavo si limitasse a dire che se ti butti dalla cima dell'Empire State Building ti sfracellerai al suolo a circa 310 km/h (mi espongo al pubblico ludibrio visto il mio 4 perenne in fisica). Il che non vuol dire che la fisica preveda che domani ti butterai dall'Empire State Building. Non sono in grado di seguire perfettamente gli scambi tra te e Michele, ma se dico che all'aumentare del prezzo di un bene normale la quantità domandata diminuisce sto facendo un'affermazione scientifica o storica? 

Il che non vuol dire che la fisica preveda che domani ti butterai dall'Empire State Building.

In realta' la Fisica ambisce a predire anche questo, ammesso si possano conoscere quantitativamente le condizioni iniziali ad oggi dell'Universo e che si possa calcolare la sua evoluzione futura. La differenza tra le due predizioni e' quantitativa non qualitativa. Poi va aggiunto che le condizioni iniziali hanno errori di misura, e le predizioni future ne sono condizionate, come sono condizionate dagli errori di calcolo, inoltre la meccanica quantistica prevede che lo stato iniziale non possa essere conosciuto oltre una certa precisione (principio di indeterminazione) a causa della perturbazione indotta dall'oseervatore sul sistema osservato.

 

Volevo aggiungere qualche considerzione sul tema intra-industry trade, Old Trade Theory  e New Trade Theory.

Concordo con il fatto che i due modelli (Dixit-Stiglitz e EEG) possano essere utilizzati per spiegare il fenomeno dell'intra-industry trade (IIT). Come è emerso dal dibattito, credo dipenda dalla definizione che ciascuna teoria attribuisce ai termini "industria" e "prodotto", che effettivamente nel modello H-O e in EEG coincidono. Del resto anche il modello di monopolistic competition "converge" a un modello di concorrenza perfetta, se consideriamo una definizione sempre più restrittiva dell'industria e, quindi, consideriamo un'elasticità di sostituzione tra i diversi beni dell'aggregato tendente a infinito.

Ribadendo la possibilità di avere commercio intraindustriale anche  nell'OTT,  va inoltre notato che i dati registrano come IIT anche gli scambi di beni differenziati verticalmente, cioè di diverso livello qualitativo. L'OTT, quindi, può essere più adatta per capire perché si esportano Ferrari e allo stesso tempo si importano Skoda o Dacia, come tempo fa Flam e Helpman hanno teorizzato (ragione in più per estendere anche a Helpman il Nobel) .

Se, però, si vuole spiegare perché in Italia si importano Renault Clio e si esportano Fiat Punto in Francia, il modello di Dixit-Stiglitz-Krugman offre indubbiamente un framework molto semplice e diretto (questo non significa che non possa essere riprodotto anche da altri modelli, come quello  a cui fa riferimento Boldrin). Inoltre, a "difesa" della NTT, va detto che tuttora (e ancor più quando la NTT fu scritta) gran parte del commercio internazionale avviene tra paesi molto simili per dotazioni fattoriali e per tecnologie di produzione (di tipo Nord-Nord), mentre i modelli di H-O e di Ricardo prevedono per lo più commercio di tipo Nord-Sud (e  Sud-Nord).

Infine vorrei sottolineare che, se la definizione teorica di industria o prodotto può variare a seconda del modello che adottiamo, così come le rilevazioni statistiche variano a seconda del livello di aggregazione dei dati disponibile, esistono nella realtà altre differenze sostanziali nel fatto che un gruppo di prodotti (e di produttori) appartenga o meno alla stessa industria. Consideriamo, ad esempio, la possibilità di riallocare più o meno facilemente un certo fattore di produzione across oppure within sectors, cioè che esistano fattori più o meno sector specific. Sia utilizzando un modello alla Dixit-Stiglitz, sia, se ho ben capito, pensando al modello proposto da Boldrin con "licenze monopolistiche", possiamo immaginare che esista un aggregato di produzioni ("settore"??) all'interno del quale si può riallocare più semplicemente i fattori tra le imprese (come solitamente è più semplice per un professore di macroeconomia mettersi a insegnare microeconomia o passare a un'altra facoltà di economia, piuttosto che andare a insegnare fisica). La NTT  mostra in modo semplice come la liberalizzazione commerciale comporti vinti e vincitori all'interno di questi "settori". Alcune imprese usciranno dal mercato, mentre altre aumentano la propria produzione e questo comporterà una riallocazione delle risorse all'interno del "settore". Melitz, partendo dal modello di Krugman e  introducendo eterogeneità nella produttività  tra le imprese, mette in luce anche quali saranno i vincitori e quali i vinti (ovviamente i più bravi vinceranno e gli scarsi scompariranno).

 Che il "conflitto" indotto dalla liberalizzazione possa essere tra imprese concorrenti dello stesso settore (e dello stesso paese) e non (o non solo) tra i proprietari dei diversi fattori produttivi (come predetto da H-O), credo non sia un risultato trascurabile per le implicazioni di policy. Così come non è trascurabile che la riallocazione dei fattori sia all'interno del settore dalle imprese meno efficienti verso quelle più efficienti. Molti (anche se non tutti) ormai  concordano sui benefici del libero scambio nel lungo periodo, ma è proprio l'entità di questi "costi di aggiustamento" che genera maggiori preoccupazioni. Ovviamente, non è detto che tutto ciò non possa essere compatibile anche con altri schemi più rigorosi,  va però notato che è attraverso la NTT che questi risultati sono stati formalizzati nella letteratura di commercio internazionale.

Grazie per il contributo, che condivido solo in parte. Come annunciato, non ho purtroppo il tempo ora per contribuire ulteriormente al dibattito, ma lo farò da lunedì prossimo in poi. Nel frattempo, by no means, che il dibattito continui che mi sembra sia interessante che di alto livello.

Solo un'osservazione: che senso ha dire che il conflitto e tra "imprese" e non fra "fattori produttivi"? Le imprese, di per se, non sono nient'altro che agglomerati di fattori produttivi organizzati in una certa maniera. Son sempre i fattori produttivi (tutti, qualcuno, nessuno) che ci guadagnano o perdono alla fine. Questa mi sembra una di quelle cose che si capiscono, e bene, in EEG (di cui H-O è un caso speciale) e si perde, purtroppo, in altri approcci!

Sui costi d'aggiustamento al libero scambio non posso non rinviare ad un articolo mio su questo sito.

Ne riparleremo, comunque. Grazie.

 

Sono certamente d'accordo con il fatto che le imprese non sono altro che un insieme di fattori. Infatti, se pensiamo che le differenze nella produttività tra le imprese siano dovute alle differenze nelle capacità di chi ci lavora dentro, gli effetti redistributivi del libero scambio nella NTT non sono poi così lontani da quanto prevede il modello H-O, come ha mostrato Yeaple.

La mia considerazione sui possibili "conflitti" tra chi teoricamente dovrebbe appoggiare il libero scambio e chi dovrebbe opporsi è probabilmente dovuta a una conoscenza scolastica dei modelli. Ciò che intendevo dire, però, è che pensare che il libero scambio possa avvantaggiare i "capitalisti" (o i lavoratori qualificati) a scapito dei "lavoratori" (o viceversa), come in fondo ci dice H-O, oppure pensare che la redistribuzione avvenga dalle imprese (e i fattori in esse contenuti) meno efficienti verso quelle più efficienti può avere un impatto diverso. Ripeto, credo che in fondo i risultati delle due teorie non siano poi così lontani, forse però i termini in cui la questione viene posta può avere un impatto diverso su opinione pubblica e policy maker, ammesso che tra gli obiettivi di questi ultimi ci sia quello di favorire le imprese più capaci per aumentare il benessere complessivo.

Attendo molto volentieri  gli aggiornamenti futuri sul dibattito.

se qualcuno se l'e' persa ...

ci sono i commenti magari, si puo' chiedere a lui  se crede di meritare il nobel da solo :)

Al limite se non ci si fida di PK si possono sempre leggere i paper del 1979 e 1991 e confrontarli con altra roba :)

Abolire il Nobel? Qualcosa di simile deve essere venuto in mente a qualcuno nel 1974, quando il premio fu condiviso tra Hayek e Myrdal. Il primo un autentico gigante del pensiero economico (e non solo), il secondo un modesto consulente del governo e della banca centrale svedese che, ricordamocelo, è l'istituzione che finanzia il premio.

... mi sono accorto che Salwater non è più tornato a spiegarci perché la mia ricostruzione dei "contributi" relativi di NTT ed OTT fosse erronea! Un vero peccato, perché io ci contavo di poter finalmente scoprire perché mai il premoi a PK fosse così meritato.

Strana gente, questa, che prima tira il sasso e poi ritira il braccio appena c'è da fare un po' di fatica intellettuale. E qui si vede il costo sociale dell'anonimato: ti permette di dire panzane e poi di eclissarti mantenendo la tua "reputazione ufficiale" intatta.

Morale: non discutere mai più con anonimi, è una perdita di tempo in quanto si tratta in media di persone con scarso rispetto per il dibattito intellettuale. 

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