Zuckerberg è cosi ricco perché ha studiato latino ... o no?

2 settembre 2016 Massimo Famularo e michele boldrin

Spiace per i puri di cuore (non spiace affatto per chi  invece è in mala fede), ma il fatto che Mark Zuckerberg conosca il latino non c'entra nulla con il suo successo. E le fregnacce sul classico che si son lette in questi giorni su alcuni dei maggiori quotidiani nazionali tali sono, fregnacce. Sbeffeggiamoli un po', ch'è sempre ora per farlo.

Il mondo sarebbe più grigio se non ci fosse Massimo Gramellini il quale, in questo splendido editoriale, riesce in poche righe a provare in modo definitivo quanto ridicoli siano gli argomenti di moda in Italia a supporto dello studio della lingua e della letteratura latina così come viene praticato in alcune delle nostre scuole medie superiori, segnatamente nel liceo detto "classico". Come oramai tutti sanno la teoria che le oche capitoline del latinorum ripetono ogni due per due è sempre la stessa ed è facilmente sintetizzabile:

il latino è un insostituibile apriscatole della mente, insomma il latino è l'aprimente.

A dire: nel mondo intero, ad oggi, l'unico oggetto di studio (assieme, forse, al greco antico) che "apra la mente" dell'addolescente, la renda critica, capace di pensare logicamente e di vedere dove sbaglia, la renda elastica e capace di creare ed inventare, apprendendo dal mondo e dagli altri, è il latino, nella specifica modalità d'insegnamento introdotta da Giovanni Gentile nel lontano 1922-1923 e, da allora, di fatto rimasta immutata. 

Questo argomento, condito di argutissimi frizzi e lazzi,  è stato riproposto dal Gramellini sulla base delle recenti esternazioni del fondatore di Facebook. Di seguito la parte cruciale dell'articolo intitolato "Facies Liber":

Uno dei mantra del luogocomunismo italico recita che la cultura classica non serve più a nulla. Poiché la romanità è ciarpame nostalgico e il latino una fabbrica di disoccupati, per procurare uno straccetto di futuro ai nostri ragazzi occorre togliere in fretta dai loro zaini il Castiglioni Mariotti e l’Eneide e sostituirli con un trattato sugli algoritmi e un dizionario di cinese. Siamo nell’era di Facebook, cosa volete che conti la conoscenza della storia antica?

Poi un giorno sbarca in Italia colui che Facebook lo ha inventato e scopriamo che conosce il latino, ha una passione politica per la Pax Augustea e una artistica per i monumenti della Roma dei Cesari, cita la perseveranza di Enea come modello esistenziale e apprezza il «De Amicitia» di Cicerone.

A questo punto non ci si capisce più niente. Se per diventare come Zuckerberg bisogna fare l’opposto di Zuckerberg, qualcuno deve avere sbagliato i suoi conti. Zuckerberg, probabilmente, che ha perso tempo a studiare Virgilio, allargando a tal punto la mente da metterla nelle condizioni di accogliere un’idea che ha cambiato la vita a un paio di miliardi di persone. Se invece del latino avesse studiato una materia più utile, oggi saprebbe tutto soltanto di informatica, farebbe il dipendente sottopagato di Facebook e la teoria modernista dei nostri geniali educatori avrebbe trionfato in saecula saeculorum.

Per quanto possa essere imbarazzante discutere di quel che è ovvio, il testo riportato non viene dal giornalino di classe di qualche prof pensionando, ma da un "editorialista di punta" (un influencer, insomma) ed è pubblicato su uno dei principali quotidiani del paese. Se poi guardiamo a quel che pubblica da qualche settimana (alla domenica) il Sole24Ore si capisce che è uno sporco lavoro ma che qualcuno deve pur farlo: la più fascista delle riforme va preservata perché su di essa si fonda la nazionale identità. Questa sarebbe, infatti, la domanda interessante che dovremmo porci: perché mai, in questo paese ed in particolare nei suoi ambienti "di elite", è in corso da qualche tempo una specie di guerra santa in difesa di quel pilastro della scuola gentiliana costituito dal programma "umanistico" del liceo classico e, di conseguenza, d'ogni altro liceo italiano?

Oggi però lasciamo questa domanda (ch'è veramente seria) ad una futura e maggiormente meditata occasione, per dedicarci invece ai comici argomenti emersi a seguito della visita di quel simpaticone di Mark. 

Lasciamo per un attimo cadere l'argomento fantoccio* in base al quale ci sarebbero in giro barbari armati di clava che vanno in giro a dire che 

 la cultura classica non serve più a nulla

e proviamo a concentrarci invece sul cuore della sua tesi:

Zuckerberg, probabilmente, che ha perso tempo a studiare Virgilio, allargando a tal punto la mente da metterla nelle condizioni di accogliere un’idea che ha cambiato la vita a un paio di miliardi di persone.

Poiché il vero Mark Zuckerberg non c'entra nulla in tutto questo sarà meglio togliere di mezzo immediatamente il suo caso specifico assieme a quello del successo di FB. Infatti il Gramellini e chi gli corre appresso, da veri cultori di una pseudo cultura classica che è solo la foglia di fico per la loro ignoranza, della vita e degli studi del nostro MZ non sanno una beata fava. L'empirismo, si sa, è scarsamente considerato nel mondo dell'idealismo attuale ove si procede, al meglio, per assiomi ed ardite deduzioni o, più frequentemente, sulla base del pensiero che pensa (si fa per dire). Nel caso di specie il pensiero attuale pensa così: siccome MZ ha detto durante la sua visita italiana che gli piace il latino e che egli si identifica con Enea (appena va in Svezia il suo ufficio public relations gli suggerirà di dire che adora le saghe vikinghe e si identifica con Thor ... ma a questo il pensiero che pensa non ci arriva) allora è da attribuirsi ai suoi profondi studi del latino l'invenzione di FB.

Fa niente che il buon MZ, in istituti d'elite così lontani dai licei italiani quanto lo è il sole dalla terra, abbia studiato un po' di tutto, incluso francese ed ebraico oltre a una dozzina d'altre cose per niente "classiche". Per il pensiero che pensa conta solo il latino. E fa niente che MZ appartenesse, ben prima di creare FB e diventare ricchissimo, ad una sofisticata elite intellettuale e si fosse dedicato a scrivere software di qualità sin da molto giovane e ben prima d'incrociare il latino. Fa niente, insomma, che il nostro giovane di successo sia il prodotto perfetto d'una cultura e di un sistema educativo che sono agli antipodi di quella roba che la più fascista delle riforme creò e le nostre elite vogliono preservare con le unghie ed i denti. Per le nostre elite che pensano pensando conta solo il fatto che il buon Mark, uomo tanto di marketing quanto di coding, in visita a Roma abbia ben pensato di leggere (malamente) un pezzo di Virgilio. Già questi fatti basterebbero per mettere una pietra sopra alle elucubrazioni reazionarie del pensiero che pensa fregandosene di loro (i fatti, intendiamo), ma andiamo avanti. 

Se cercate qualche dettaglio sulla storia di Facebook troverete un'iniziativa innovativa per l'epoca, che è prevalsa su altre analoghe - chissà se i fondatori di Myspace conoscevano il latino: che abbiano perso perché avevano invece studiato il tedesco o il cinese? - per motivi che non rilevano in questa sede. In nessun caso si parla di una qualche intuizione geniale e men che meno del fatto che detta intuizione sia stata in qualche modo agevolata o resa possibile dall'apertura mentale fornita dalle traduzioni dal latino all'inglese (e già qui, se ci pensate, c'è una pecca ...). Quello che è avvenuto, come in altri casi simili, è che uno strumento, ideato per determinati fini si è rivelato di straordinario successo anche per finalità che vanno al di là delle intenzioni dei suoi iniziali creatori. E siccome il giovane MZ ci sapeva fare, aveva un epsilon in più, stava ad Harvard e l'iniziativa di dare FB come privilegio ai college students delle scuole fighe degli USA ha tirato più di altri, ha vinto lui. Ben per lui, sia chiaro. 

Che c'entra in tutto questo il latino? Nulla, con buona pace della controfattuale e grottesca conclusione di Grammellini.

Ma tutto quanto abbiamo argomentato sino ad ora è, alla fine, episodico e basato su fatti e common sense, tutte cose che il pensiero che pensa disdegna mentre pensa il mondo a partire dalla sua tazza del bagno. Proviamo quindi ad argomentare con la logica, uno strumento ben precedente a Facebook e di cui qualcuno di quei classici tanto menzionati a spropoposito pure qualcosina sapeva.

Tesi 1: Il latino (e il greco e gli studi classici etc) aprono la mente più di altre materie.

Tesi 2: Se il latino apre la mente più di altre materie, conviene studiarlo anche se non ha un'utilità immediata pratica immediata in virtù di una sua intangibile e  non ben definita proprietà.  

Tesi 3: La prova provata di 1 e 2 risiede nel fatto che in tanti che han fatto gli studi classici spesso hanno avuto successo anche in campi molto lontani dallo studio dell'antichità.

È abbastanza evidente che se cade il fondamento - ossia che il latino (o il greco o altri studi umanistici) costituiscono delle palestre mentali non sostituibili da alcunché d'altro per aiutare a ragionare e risolvere i problemi - cade anche il resto. Per comodità dividiamo la tesi 1 in due parti

Tesi 1.1 il latino apre la mente.

Tesi 1.2 la apre più di altre materie (che peraltro potrebbero avere un'utilità immediata).

Concentriamoci su 1.1 e osserviamo che nessuno mai argomenta sul "perchè gli studi classici migliorino le capacità di ragionamento."

Un altro di questi benedetti autori classici insegnava che bisogna porsi delle domande. Proviamo quindi a farcela qualche domandina: Perchè il latino dovrebbe essere più valido come palestra mentale del calcolo delle probabilità, della chimica o, poniamo del Cinese?  Cosa possiede il latino che le altre lingue (magari vive e utili) non hanno? La struttura grammaticale? Oppure il latino (e gli studi classici) forniscono un metodo di studio? Un approccio critico alla risoluzione dei problemi? Dunque è questione di metodo di studio o di contenuto degli studi? Non si sa e, ovviamente, il lettore attento noterà che queste sono domande retoriche che hanno risposte ovvie per chi, oltre a pensare la totalità del mondo mentre fa la doccia prova umilmente anche solo a comprenderne una minuscola parte utilizzando fatti osservati. 

Non è più probabile che sia il metodo la palestra che migliora la capacità di risolvere i problemi? Ma in ogni caso è il metodo di studio del latino, o l'oggetto dello studio stesso, così radicalmente differente dalle altre materie? Quale caratteristica distintiva lo rende speciale? Sarebbe elegante proseguire il discorso per domande, ma come si è detto qualcuno deve sporcarsi le mani con le risposte: No, il latino viene insegnato come tutte le altre materie - qui non importa se male o bene, qui importa che lo si insegna più o meno come l'inglese o la fisica o la filosofia - e se non c'è un carattere distintivo, non si può argomentare che ci sia un vantaggio nello studiarlo. Ma concentriamoci sulla tesi 1.1, perchè caduta quella il resto è retorica di bassa lega.

Ma davvero gli studi classici aprono la mente? Nei licei che avete fatto voi avete passato anche un solo minuto ad affrontare un problema e cercare una soluzione o anche solo a discutere criticamente? C'era una qualche ora di Maieutica in cui si investiva tempo a farsi domande e cercare risposte,? Un momento in cui venisse offerta agli studenti l'opportunità di mettere in discussione l'ipse dixit e magari provare ad argomentare che alcune cose scritte da Platone sono indigeribili? O vi hanno rappresentato un compendio di nozioni immutabile e indiscutibile che potevate mandare a memoria, senza capirle, e prendere ugualmente ottimi voti?

La forma mentis data del liceo, come l'araba fenice, che vi sia ognun lo dice cosa sia, alcun lo sa. Se non possiamo argomentare cosa negli studi classici insegni a ragionare, ci si può rifugiare in una versione "debole" della difesa: in fondo potrebbe bastare argomentare che gli "studi difficili" servono perchè allenano ad affrontare le difficoltà (ancora immancabile il sole 24 ore su questo tema). Ma la retorica de "gli studi ostici servono a prescindere da quel che si studia" si perde un passaggio non da poco: anche la chimica è difficile, e la fisica, la matematica e il calcolo delle probabilità. Per non parlare dell'arabo e del cinese! Con la non banale differenza che queste discipline consentono di comprendere meglio come funziona il mondo che ci circonda e di interpretare correttamente le informazioni che riceviamo. 

Dunque, potendo scegliere, tra due materie "toste" di quelle che affilano il cervello, trovate più conveniente quella che aiuta a capire come funziona il mondo oggi o quella che ci racconta di com'era (una parte del) mondo 2000 anni fa? Dunque non è affatto detto che il latino e gli studi classici aprano la mente e, se cade questo presupposto cade anche l'argomento che sussista una qualche convenienza nell'incentrare su di essi un corso di studi.

Rimane l'argomento (Tesi 3) che quelli del classico riescano poi bene nei campi più svariati e, in fondo è questo che Gramellini argomenta nel suo editoriale. A ben guardare la distinzione tra correlazione e causalità è questione ben risolvibile anche con la logica elementare: che alcuni con studi classici abbiano avuto successo, non implica affatto che tutti quelli che hanno detti studi in cv abbiano maggiori probabilità di successo. Un giorno o l'altro qualcuno dovrà prendersi la briga di studiare i dati seriamente (con la statistica applicata, non con il pensiero che pensa la totalità del mondo percependolo) e temiamo dovrà essere uno di noi. Ma oggi questo tempo non c'è e vale quindi ricordare che (a) alcuni aneddoti o esempi non provano alcunché dell'intera popolazione e, (b) l'onere della prova sta su chi afferma una relazione causale, non su chi la dubita. 

Ma vi è di meglio: in un contesto corporativo e familistico, appartenere a un gruppo socialmente privilegiato (per es quelli che han fatto il classico) può accrescere le possibilità di successo senza che questo abbia nulla a che fare con l'apertura mentale acquisita durante il corso di studi. In tal modo - ferma restante la correlazione tra studi classici e successo (accettata sulla fiducia, come ricordato non si vedono numeri in giro su questo tema) - potrebbe ben aversi un nesso causale inverso: chi è più capace, intraprendente, mentalmente aperto sceglie gli studi classici per beneficiare del vantaggio competitivo in termini di relazione e corporativismo che questo offre. E chiunque abbia mai frequentato i licei, classici in particolare, di questo paese ha una idea (certamente anedottica, per questo non sosteniamo sia una prova) del tipo di persone che li frequentano e della loro estrazione sociale media ... 

Non si possono ottenere risultati diversi applicando gli stessi metodi e non sussitono nei contenuti delle materie classiche elementi differenziali tali da poter sostenere che il loro studio faciliti lo sviluppo di capacità di pensiero critico o di problem solving. È piuttosto possibile argomentare il contrario laddove la rappresentazione di un compendio immutabile e non criticabile di nozioni, l'eredità dei classici, viene proposto come il passaporto per far parte dell'elite della società. È così che arriviamo ad un editorialista di punta su uno dei principali quotidiani nazionali che propone argomenti controfattuali ammantati di pessima retorica. 

Il latino non rende più furbi e, se qualcuno furbo ha studiato il latino ed e' rimasto furbo, ne segue, al massimo, che studiarlo non nuoce alle facoltà intellettive! Ma perchè mai avrebbe dovuto? Ah, quello è l'argomento fantoccio.

Post Scriptum - L'argomento fantoccio

Chi è che dice che il latino non serve a niente? Sostenere che la sedicente apertura mentale fornita dagli studi classici, (elemento sul quale poggia la concentrazione di questi nelle scuole superiori che con maggior probabilità forniranno capitale umano alle future classi dirigenti)  è tesi dubbia e priva di argomentazioni solide è cosa ben diversa dal dire che detti studi non servono a nulla. Chi sostiene questo argomento fantoccio cerca di accomunare i fautori della critica alla superiorità degli studi umanistici rispetto a quelli scientifici o tecnici ai beceri detrattori della cultura in tutte le sue forme. Perche' sostenere che due non e' maggiore di 2 non implica sostenere che 2 e' maggiore di due e che due e' uguale a uno!

Togliamo di mezzo i fantocci e, a costo di essere banali, rammentiamo la differenza tra le competenze di base e le competenze avanzate. Senza le prime non è possibile accedere alle seconde. Compito della scuola dovrebbe essere fornire a tutti gli strumenti per costruirsi la propria cultura, sia essa incentrata sui lirici greci, sulla storia della cina antica o semplicemente sulle reazioni chimiche che rendono possibile la vita. 

L'equivoco cattivo che fa cadere tutte le tesi precedenti è la confusione in cui si vuol attribuire a certi studi (quali appunto il latino) la prerogativa, propria delle competenze di base, di valere come passepartout universale per accedere alla conoscenza. Eppure dovrebbe essere evidente a chi non ha i paraocchi che si può comprendere perfettamente il mondo senza conoscere la perifrastica attiva o le coniugazioni dell'aoristo, mentre non è possibile capire e conoscere alcunche' ignorando i rudimenti della matematica, della logica o delle lingue moderne in cui è oggi scritta la documentazione a nostra disposizione. 

69 commenti (espandi tutti)

Sono sempre più convinto che scagliarsi contro il latino non otterrà mai risultati, perché ci sarà sempre il difensore di turno della classicità con le truppe cammellate che faranno muro di fronte a qualsiasi riforma in questo senso.

Io farei invece una campagna per imporre un esame di analisi matematica anche nelle facoltà di Lettere: si stabilisce che non puoi prendere NESSUN tipo di laurea se prima non hai dimostrato di saper far di conto seriamente, di gestire un'equazione e di avere capacità di ragionamento astratto.  Stesso discorso per le lingue straniere: non ti laurei se non ottieni almeno una certificazione in una lingua straniera.  Certo, sarà dura farla passare in una società non alfabetizzata su queste questioni, ma almeno non si va a colpire la classe dirigente in quello che percepisce come un tratto identitario forte.

A breve giro i programmi del Classico si adegueranno (più matematica, più lingue e di conseguenza meno altro), e avremo nuove leve non più analfabete.

Ma qui nessuno si scaglia contro il latino.

Si cerca semplicemente di evidenziare la mancanza di fondamento di talune credenze e l'inconsistenza di certe argomentazioni

Sì, sono stato impreciso nel dire "scagliarsi contro il Latino"; mi si passi la sineddoche che andrebbe letta come "scagliarsi contro quelli che mitizzano lo studio del Latino a discapito di altre materie senza evidenze scientifiche per poterlo fare" :)

Ad ingegneria a Bologna si deve passare un esame di lingua straniera per laurearsi.

Anche alla Sapienza di Roma.  Il punto è che lo ritengo una barzelletta; molti miei ex colleghi di studio lo hanno passato pur avendo una conoscenza nulla agli effetti pratici.  Ammetto di non essere più aggiornato, ma almeno al MIP di Milano hanno esatto la certificazione TOEFL (e vorrei vedere, con i corsi erogati in inglese).

quando ho fatto io 20 anni fa erano obbligatorie 2 lingue

mai sentito di qualcuno che non abbia superato gli esami però ti toccavano 4 anni di frequenza obblipagatoria per cui qualcosa ti toccava imparare 

Al Politecnico di Milano l'obbligatorietà dell'esame di lingua risale a oltre 60 anni fa.

Penso che imporre il superamento di un esame di analisi matematica in tutte le facoltà, potrebbe paradossalmente costituire un problema solo per gli studenti che *non* hanno fatto il classico! Molti, provenendo da studi scientifici, prenderebbero sotto gamba l'esame.

Ma poi perché proprio l'analisi? Personalmente trovo più complessa concettualmente e profonda la teoria dei numeri e di certo è più difficile tradurre bene Tacito o Platone che fare uno studio di funzione a livello di Analisi I: provare per credere.

In effetti la mia idea è che la traduzione dei testi greci e latini, pur richiedendo una certa sensibilità letterario-linguistica, se così si può dire, necessiti più che altro di logica e di capacità analitica, al pari degli studi scientifici. E visto che nel corso dei cinque anni di liceo, tra versioni dal greco e dal latino vengono spese un'enormità di ore a scuola e a casa, chi si è sobbarcato tali studi può fare un altro piccolo sforzo e imparare facilmente limiti, derivate, integrali, ecc., se motivato a sufficienza.

Insomma, ciò che troppo spesso viene presentato come distante o addirittura contrapposto, studio classico e studio scientifico, è più vicino di quanto non si creda.

Ciao,
Alessandro.

PS
Ovviamente lo studio del latino e del greco non è l'unico modo per sviluppare capacità critica, doti di ragionamento logico, ecc.

PPS
Immaginate poi le risate se si facesse il contrario, e cioè una bella versione dal latino o peggio dal greco per chi studia economia o statistica. Non si laureerebbe più nessuno!!!

analisi matematica

bonghi 25/12/2016 - 22:21

ma perche' l'analisi matematica ha piu' utilta' del latino?l'analisi e' una materia morta quanto il latino e utile altrettanto , certo non serve a nulla sapere dove e' l'infinito o se i punti hanno dimensione o meno , nella realta' si usa sempre il centimetro 

Cito dall'articolo:
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Ma davvero gli studi classici aprono la mente? Nei licei che avete fatto voi avete passato anche un solo minuto ad affrontare un problema e cercare una soluzione o anche solo a discutere criticamente? C'era una qualche ora di Maieutica in cui si investiva tempo a farsi domande e cercare risposte,? Un momento in cui venisse offerta agli studenti l'opportunità di mettere in discussione l'ipse dixit e magari provare ad argomentare che alcune cose scritte da Platone sono indigeribili? O vi hanno rappresentato un compendio di nozioni immutabile e indiscutibile che potevate mandare a memoria, senza capirle, e prendere ugualmente ottimi voti?
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Sì, ho passato ben più di un minuto a discutere criticamente, e di vari argomenti, con i miei professori. o almeno un po' di loro, ecc. e sono cose che mi ricordo ancora adesso. No, non (troppi) ipse dixit ecc. Me li ricordo come anni molto "criticamente formativi", ben più dell'università (area scientifica, pensa un po'). Direi che la mia "vera cultura" e molti miei interessi vengono da quel periodo. Cmq ho fatto lo scientifico e non il classico, ma c'era il latino (no greco, come sappiamo), non so quanto questo abbia importanza.

Questo non toglie che questa discussione sul latino mi trovi in parte d'accordo, ma solo per dire che è meglio evitare affermazioni così *nette* e di fatto difficili da "validare" (Ok sì forse io solo sono stato fortunato...ecc...ma come si fa a dire?) perché la mia esperienza è stata ben diversa da quella descritta sopra.

Maurizio

Siamo caduti anche noi nella generalizzazione senza quantificatori appropriati.

Se mi baso su quanto leggo e su quanto mi viene riportato tu sei piu' l'eccezione che la regola, ma che la regola sia quella che noi descriviamo starebbe a noi provarlo.
 

Non metto in dubbio che ci possano essere momenti di "riflessione critica" e concordo che la tesi in base alla quale detti momenti siano rari non è suffragata da alcuna evidenza empirica. 

Tuttavia credo che si possa però affermare che essi siano demandati alla volontà del signolo docente e in ogni caso non istituzionalizzati: non è regolata da nessuna parte l'idea che bisogni indurre gli studenti a farsi domande, quel che è normato è quel che devono sapere (anche mandandolo a memoria senza capire) non le abilità che devono aver conseguito (tipo inquadrare correttamente un problema per risolverlo).

Agli esami di maturità per dire  c'era la versione, il tema (che può essere anche rigurgito di quel che si è mandato a memoria) ma non il case study. In questo senso io credo che si possa affermare che l'istituzione non è improntata a ingenerare uno spirito critico negli studenti. 

Che poi vi fossero pochi docenti illuminati (anche io ne ho avuti e a detta dei loro studenti tali sono stati i miei genitori per esempio) ma si tratta evidentemente delle eccezioni che confermano la regola

 

 

Mi sembrava che si parlasse di latino e che la tesi fosse più o meno "il latino, per quanto sia una disciplina nobile e degna di studio, non è veramente così essenziale per la formazione dei giovani come ci vogliono far creder alcuni, e potrebbe essere sostituito da altri più utili contenuti".

Qui invece si comincia a parlare di metodi di insegnamento, di "problem solving", case study" e non mi pare che sia più una questione di latino sì o latino no. Qui stiamo dicendo che ci vuole "ben altro". Magari è giusto ma il problema si è spostato o allargato, visto che si mette in discussione un ipotetico "metodo" ( e il vecchio "tema" che è sempre un bel bersaglio). La cosa si fa più complessa. Però è anche colpa del mio intervento, in un certo senso.

Maurizio

la partenza è il latino apre là mente. Nel post ci si chiede come? Ci sono dei momenti di riflessione critica ? Tu dici che li hai avuti.

Io credo che non facciano parte del corso standard della scuola o meglio io non so di alcun momento formativo di questo tipo che fosse istituzionalmente previsto. 

Ovvio che non abbiamo evidenze, se non aneddotiche su cui discutere, ma io credo che i minuti di discussione critica che hai avuto la fortuna di sperimentare non siano la regola

Questo non toglie che questa discussione sul latino mi trovi in parte d'accordo, ma solo per dire che è meglio evitare affermazioni così *nette* e di fatto difficili da "validare" (Ok sì forse io solo sono stato fortunato...ecc...ma come si fa a dire?) perché la mia esperienza è stata ben diversa da quella descritta sopra.

vero che si tratta di affermazioni non suffragate da evidenza.  Però credo che si possa in qualche modo congetturare la correttezza di quanto scritto nel post osservando che i programmi, le linee guida etc almeno al tempo erano concetrati su obbiettivi che non includono la riflessione critica o l'applicazione a problemi completamente nuovi di schemi mentali adoperati in precendenza: quella scuola puntava a sfornare gente che conoscesse storia, usi e costumi, che fosse in grado di tradurre un testo disponendo di un vocabolario e che potesse fare delle analisi e commenti a una poesia o un brano di prosa - nulla di tutto questo (con l'esclusione forse dell'analisi dei testi) implica allenamento al ragionamento e, in ogni caso non in maniera superiore rispetto ad altri isitituti

 

 

 

Senza dati seri facciamo un pò di pour parler, ma credo che la strenua difesa del classico (e non del solo latino, quella di Gramellini è una boiata) dipenda dal fatto che la maggior parte della elite di questo paese provenga da un percorso di studi del tipo liceo classico-laurea umanistica o in Legge, qui un pò di dati sui parlamentari, ad esempio.

Certo, potrebbero contare anche le relazioni interpersonali, ma, il percorso quello è, qui e qua uno studio dell'inizio del secolo e poi i dati del MIUR di quest'anno (Mi scuso per l'assenza di quo, vedremo se riesco a inserire Paperino). E' evidente che in Italia è in crisi la cultura "scientifica", come evidenziato dal primo paper, per cui il Classico resiste come baluardo di quelli che credono che lì non si fa matematica e scienze, senza sapere che non è più così, matematica e scienze si fanno, e di buon livello pure, personalmente non vedo il problema nella persistenza del greco e latino (materie ostiche a prescindere), quanto nella cultura ascientifica che porta poi la classe dirigente ad autoselezionarsi sulla base del percorso di studi, di appartenenza e mai di competenza.
Il risultato è che commissario alla ricostruzione è nominato un politico, con lauto stipendio a nostro carico, perchè è parte di uno di "loro" e nessuno fa una piega. La domanda sarebbe: ma Errani quali strumenti cognitivi ha per capire la differenza fra un tipo di edificio e un altro ? Boh, però forse declama Virgilio a memoria anche lui

Personalmente neanche io ho nulla contro greco e latino (peraltro non sapevo si studiasse anche in USA, ma lì è una tra le trante cose) le 2 cose che trovo irritanti sono

1) il complesso di superiorità per il quale si ritiene che quelli che vengon da lì abbiano una marcia in più per il fatto che han studiato quelle cose in virtù di una leggendaria apertura mentale che tali studi conferiscono il che non solo non è provato (nè provabile imvho) ma anche probabilmente falso

2) la valenza universale che si vuol dare a queste materie qualificandole come fondamentali chiavi per comprendere il mondo: anche questo, indimostrato, indimostrabile e senza uno straccio di argomento logico a sostegno

Ricordo con gioia la mia conversazione con la tua ragazza a Fiesole e ricordo che avevi detto fosse rimasta delusa che questo topic fosse stato annullato da altri piu' pressanti.

immagino quindi che abbia letto qui o seguito via YouTube direttamente il discorso di Mark Z.  da cui prende spunto questa discussione. 

Sono molto interessata ai commenti degli studenti e sarebbe bello sentirli anche all'interno di nfa 

a Fiesole se non ricordo male tua figlia era l'unica liceale o quella che si notava maggiormente perche' non aveva "paura" di conversare.  C'erano però presenti moltissimi universitari anche di facoltà distanti dall'economia come un giovane veronese iscritto a medicina. Mi piacerebbe sentire la loro opinione su questo thread come su molti altri. Salutami la tua ragazza e chiedile se le va di commentare

in un contesto corporativo e familistico, appartenere a un gruppo socialmente privilegiato (per es quelli che han fatto il classico) può accrescere le possibilità di successo senza che questo abbia nulla a che fare con l'apertura mentale acquisita durante il corso di studi. (...).
E chiunque abbia mai frequentato i licei, classici in particolare, di questo paese ha una idea (certamente anedottica, per questo non sosteniamo sia una prova) del tipo di persone che li frequentano e della loro estrazione sociale media...

Leggere questo post mi ha fatto venire in mente il film Caterina va in città con e la ricorrente definizione di Conventicola: "Ristretto gruppo di persone aventi fini comuni".
La definizione più moderna meglio centra il tema del post: "Circolo ristretto i cui membri cercano talvolta di mascherare con la gravità o l'isolamento il loro settarismo o la banalità dei loro intenti."

Perdonate la digressione ironico-cinematografica.

 

Condivido la teso di Marco Esposito sul sostegno del latino da parte delle elite. In particolare mi sembra che sia naturale che le vecchie elite abbiano interesse a far si che i nuovi membri usino i loro stessi trucchi per distinguersi (latino da noi, ''public schools'' in the UK). Senno quelli fanno comunella solo fra di loro e i vecchi restano tagliati fuori. No?

D'accordo su tutto, anche sulla premessa, più o meno implicita, che un cambiamento radicale della scuola - in meglio, ché al peggio non c'è mai fine ;-) - sia in Italia un processo necessario per cambiare strada (evito di dire "per fermare il declino" per scaramanzia :-) ). E' ben vero che questo sarebbe un processo di medio-lungo periodo, ma purtroppo al momento sembra che grossi cambiamenti a breve siano abbastanza improbabili.

Allora, che fare, per cominciare? Non potremmo avviare qualcosa, ad esempio collaborazione costruttiva, non solo di studio e ricerca, fra quanti di noi lavorano nella scuola e condividono idee come quelle espresse negli ultimi articoli di nfa sulla scuola? Mi sto rivolgendo, ad esempio, a persone come Marco Bollettino.

(Nel mio profilo c'è la mia e-mail, sono un professore universitario in pensione che fa attività di volontariato in un doposcuola, tocco con mano i difetti della nostra scuola ma trovo anche persone che ce la mettono tutta, talvolta con bravura. Collegarsi, aiutarsi, magari generare un embrione di movimento? O unirsi a qualcosa che c'è già, se c'è. A me servirebbe e piacerebbe, e avrei un paio di cents da mettere in comune.)

Se mi posso permettere, dire che i sostenitori del classico siano tutti convinti che "il latino apre la mente" è, a sua volta, un argomento fantoccio. L'aneddotica sulle lingue che sono più adatte a questo o a quello è stravecchia e nessuno, tranne il Gramellini di turno, può mai prendere tali affermazioni sul serio (una spassosa raccolta di pregiudizi sulle lingue si trova qui). Altre domande interessanti, riguardo al mantenimento o ablizione del classico, si potrebbero fare, ad esempio le seguenti.

– È, o non è, utile che l'erudizione umanistica sia patrimonio di una grossa fetta della popolazione di uno stato moderno, anziché di un ristretto gruppo di specialisti? Il diplomato del classico sa riconoscere e amare l'arte, la storia e l'ambiente in cui si trova meglio di uno che ha studiato solo come usare il tornio e, al massimo, legge i giornali sportivi. Possibile risposta: se questo era l'intento, il liceo classico ha miseramente fallito. Il classico di massa non ha impedito il deturpamento del territorio nel II dopoguerra, l'affermarsi di partiti politici irrazionali e antistorici (PCI, Lega Nord, 5 Stelle), la corruzione generalizzata, basso indice di lettori di libri, larga diffusione di credenze irrazionali (stregoneria, complotti), ecc. Soprattutto, il classico non ha insegnato il latino (ne so qualcosa, insegnando a una classe di 400 studenti del primo anno di Lingue, di cui circa metà hanno studiato il latino alle superiori).

– È, o non è, utile che, grazie all'esistenza del classico, gli specialisti italiani di materie "classiche" (latino, greco, ma anche archeologia, storia antica ecc.) siano i migliori al mondo? Non ho i numeri sotto mano, ma vi assicuro che i dipartimenti di Classics in giro per il mondo sono pieni di italiani che mediamente sono meglio preparati dei colleghi locali. Possibile risposta: guarda caso, questi italiani superbravi sono tutti all'estero. In Italia i dipartimenti di filologia classica pullulano di persone inqualificabili, mentre la fuga dei cervelli si ingrossa di anno in anno. Altra risposta: va bene la filologia, ma non crea il PIL. Le facoltà di lettere in Italia sono grandi quanto intere università, all'estero. Viceversa, le facoltà scientifiche perdono iscrizioni.

– È, o non è, lo studio delle materie classiche un impedimento alla comprensione delle materie scientifiche? Cioè, aver studiato tanta retorica antica offusca la mente e impedisce di fare inferenze logiche e di risolvere problemi reali? Personalmente sarei scettico. Ciò che è rimasto di ideologico, nel liceo classico, è percepito dai ragazzi come risibile ciarpame d'altri tempi. Fanno le versioni senza capire il testo e se ne dimenticano il secondo dopo. Quindi, la mia teoria è che l'offuscamento sia dovuto non tanto alle materie classiche quanto all'assenza di quelle scientifiche.

 

Chiedo scusa per il commento troppo lungo.

Artemio, provo a rispondere.

0) Da nessuna parte abbiamo scritto (e se lo abbiamo fatto ci siamo espressi male) che TUTTI coloro i quali sostengono il classico siano convinti che "apre la mente". Abbiamo detto che questo e' l'argomento piu' frequente, condiviso dalla stragrande maggioranza e sostenuto dal gramellini di turno. Fatti, questi, difficili da mettere in discussione. 

Sulle altre domande (senza entrare nel dettaglio delle tue osservazioni che condivido se non le menziono)

1) Si, forse sarebbe auspicabile. Ma essendo molto costoso meglio inventarsi qualcosa d'altro perche' nel cercare di insegnare i classici abbiamo prodotto delle generazioni che sanno poco del resto e, alla fine, nemmeno conoscono i classici. Ho serissimi dubbi sulla catena causale "conoscenza dei classici" => "apprezzamento per arte, storia, eccetera". Qui l'evidenza e' overwhelming: centinaia di milioni di persone di origine non italiana o europeo-meidterranea NON hanno la piu' vaga alba dei "classici nostri" ma, nondimeno, amano arte, storia, musica, eccetera.

2) Yup.

3) Non so. Credo anche io che conti di piu' l'assenza dell'insegnamento scientifico/matematico/empirico che non la presenza delle traduzioni virgiliane. Pero' l'esperienza di vita m'ha convinto che CREDERE che basti tradurre Virgilio per capire il mondo e, soprattutto, CREDERE che vi sia qualcosa di superiore in Eschilo, Cicero o Seneca e nelle colonne di questo o quel tempio e' CAUSA d'un rifiuto (ed eventually dell'incapacita') di apprendere e capire il metodo empirico della scienza moderna.

My 2 cents 

Grazie dei chiarimenti. Sul punto 3, secondo me, sei troppo idealista. Magari una volta era così. Oggi, almeno secondo me, i ragazzi né imparano a tradurre Virgilio, né hanno un'opinione sul fatto che Virgilio sarebbe la chiave per capire il mondo :)

mi sembra che si dimentichi un fatto essenziale: ciascuno di noi ha un tempo limitato per studiare ed imparare. Il latino e la cultura classica sono sicuramente utili, ma non basta. Anche lo studio della musica, dell'educazione civica, delle lingue straniere, delle nozioni di pronto soccorso sono utili. Tutto è utile. Ma bisogna scegliere. I fautori dello studio del latino (della musica classica, dell'educazione civica, di elementi di economia etc.) devono dimostrare - o almeno argomentare in maniera convincente- che il latino è più utile della matematica, fisica, lingua straniera etc.  E quindi proporre materie da abolire. 

Io personalmente metterei obbligatorie solo italiano, inglese e matematica - ciascuna con circa il 25% delle ore (5-6 a settimana ciascuna?) lasciando le altre ore (7-10)  a scelta fra tre-quattro materie fra quelle  insegnate nella scuola.

Secondo me si è fatto anche un altro tipo di confusione. Da un lato: proposte di riforma delle scuole, che devono tener conto necessariamente di numerosi fattori molto poco romantici (disoccupazione, concorrenza, nuove tecnologie, globalizzazione). Dall'altro lato: discorso astratto su che cosa possa essere più utile, a un ragazzo in età evolutiva, per esercitare e sviluppare le capacità mentali. Queste due finalità non necessariamente sono conciliabili. Vediamo due casi.

1) Esperimento mentale: si scopre che, se insegnamo ai ragazzi solo ed esclusivamente HTML, il PIL cresce vertiginosamente. Quindi pronta la riforma della scuola — HTML al posto di tutte le altre materie. Indipendentemente dal fatto che questo "apra" o meno la mente. Il buon esito è garantito.

2) Dibattito infinito su cosa "apra la mente" al ragazzo. Innegabilmente, lo studio della matematica aiuta a risolvere problemi. Così come lo studio delle materie storiche aiuta a comprendere il passato. Nessuno sa, credo, quale sia la proporzione ideale di conoscenze matematiche e umanistiche che uno debba possedere. Ma di sicuro entrambe le componenti fanno parte dell'essere una persona di cultura.

Il problema è che non si può cercare di risolvere questi due problemi contemporaneamente: proporre una riforma economicamente giustificata e contemporaneamente migliorare le persone. Giovanni Gentile ci aveva provato, con risultati che sappiamo. La critica liberale del liceo classico deve, secondo me, cercare di non ricadere nello stesso errore paternalistico. Se è vero che latino e greco non fanno aumentare il PIL, da questo non si deduce che, al contrario, ingegneria e HTML "aprano la mente". O il criterio è economico, o è culturale. Non entrambi.

Esagero?

P.S. "aprire la mente" è un'espressione odiosa, da temino liceale! maledetto grammellini e i suoi simili

Guarda non tanto sul latino,ma sull'idea che fare il liceo classico apra la mente c'è un' evidenza sconfinata. Non sono solo i grammell o gli editorialisti del sole, era proprio quello che ti raccontavano almeno fino a vent'anni fa per convincerti che il classico era la scuola per i migliori. Aggiungo anche che l'argomento veniva rafforzato ricordando che in precedenza l'unica scuola che dava accesso a tutte le facoltà universitarie era il classico: non so se sia vero e non verifico per pudore, posso però  testimoniare che ti dicevano quelle e che insieme a me gerazioni  studenti ci hanno creduto. 

È un ragionamento che si tiene: se devi vendere l'idea che il classico sia la scuola di quelli bravi, non puoi limitarti a dire che si studia la Magna Grecia e Roma Antica, se il classico può aprirti le porte di tutte le facoltà allora deve possedere qualcosa di universale che viene sintetizzato, appunto nell'apertura mentale che Grammelli tira fuori come l'asso nella manica di un giocatore di poker 

Credo che il nostro amico Maximus o non conosce la storia di Facebook, oppure non l'ha capita. Facebook vale decine di miliardi di dollari e se uno comprende il perché vale così tanto, allora comprende che non è stata una invenzione del 'Marcus' d'America e dei suoi compagni di università. Facebook ha sì oggi miliardi (due?) di iscritti ma nessuno paga un solo cents per iscriversi e mantenere l'account. Se ognuno versasse anche 1 solo dollaro all'anno, ecco che a fronte di 2 e oltre miliardi di fatturato annuo avrebbe un senso una quotazione così elevata. Ma non è così. E allora da dove deriva la fonte di cosi tanta valutazione? A questo il nostro Marcus non ci ha mai pensato. E non ci ha mai pensato nemmeno un solo studente italiano che abbia frequentato il classico ottenendo i voti più alti sia in latino che in greco. Perché è il mercato che ha fatto la quotazione, che ha stimato la ricchezza di quel prodotto derivante da alcuni algoritmi "ad hoc" (ecco l'utilità del latino!) per trarre informazioni preziose per migliaia di aziende. No, a questo Marcus & C. non ci hanno mai pensato, ci ha pensato il mercato quando gli account sono diventati milioni in giro per il mondo trasformando una copia dei vecchi Face Book universitari su carta in un unico mega Face Book mondiale elettronico dove le persone esprimono i loro "like". A proposito, come si dice "like" in latino?

SI dice...

sine baculo 3/9/2016 - 06:21

SI dice diligo.

Latinorum!

sine baculo 3/9/2016 - 06:24

• Di una cosa son certo. Gli studi classici hanno effetti stupefacenti. Amplificano la percezione della realtà grazie alla profonda conoscenza del valore delle parole e di ciò che esse rappresentano. Così potrà sembrare una mera masturbazione mentale quando si ode il termine “cattedra”, rammentarsi che deriva dal greco “kathedra” che vuol dire “sedia” e che l’attuale significato scolastico – accademico risiede nella circostanza che gli insegnanti di filosofia svolgevano le proprie lezioni seduti su di una seggiola . Si capisce anche perché le chiese maggiori vengono chiamate “cattedrali” poiché in esse è situata la “sede” vescovile. O perché il buon Umberto Bossi si scagliava contro i politicanti attaccati alla ”cadrega” (stesso etimo). Personalmente trovo atto di onanismo meno soddisfacente l’esser costretti, ad esempio, a risolvere le espressioni alle scuole medie, con tutte quelle parentesi graffe, quadre e poi tonde per giungere ad un risultato la cui soluzione trovi già scritta nel manuale degli esercizi. In realtà per avere una comprensione del mondo contemporaneo occorre avere una griglia interpretativa di tipo storico e qui sovviene di grande aiuto la filologia, la filosofia e lo studio approfondito della storia. Nell’era moderna predominata dalla tecnologia servono tali tipi di conoscenze? Probabilmente per costruire un innovativo nano chip no. Il predominio tecnologico e scientifico porta ad avere competenze molto frammentarie ed iper specialistiche a detrimento della comprensione della realtà nel suo complesso. Se siete dei sinceri democratici lasciate, per favore, che ciascuno si masturbi mentalmente e culturalmente come meglio crede. Vale!

Da come esprime concetti matematici direi che questo tipo di "onanismo" Le è, in effetti, del tutto sconosciuto.

Personalmente trovo atto di onanismo meno soddisfacente l’esser costretti, ad esempio, a risolvere le espressioni alle scuole medie, con tutte quelle parentesi graffe, quadre e poi tonde per giungere ad un risultato la cui soluzione trovi già scritta nel manuale degli esercizi. 

E non ne vado fiero. Le scienze hanno consegnato all'uomo grandi conquiste, migliorato la qualità della vita. Talvolta hanno avuto epiloghi distruttivi (tecniche ed apparati militari) ma il bilancio è in maniera preponderante positivo. Son sempre io... sine baculo... privo di bastone e quindi claudicante. Ovvero, etimologicamente... imbecille!

Certo che è utile conoscere l’etimologia di cattedra e cattedrale, ma son convinto che lo sia di più capire che l’omeopatia è una ca...ta (ai più bravi la traduzione in latino).

l'espressione corrispondente è bovis stercus, da cui la più celebre locuzione inglese. anni e anni passati nei dipartimenti di filologia classica sono pur serviti a qualcosa, altro che inutilità degli studi umanistici! 

L'adotto, anche perché ha lo stesso acronimo e questo è importante (almeno sino a quando BS è vivo).

Voglio vedere la faccia dell'amico 'mericano quando lo apostroferò con "bouvis sterchius"! 

Non so se c'è ancora, ma un tempo esisteva il gruppo ''Marxismus sine stercore tauris''. Naturalmente ci possono  essere più traduzioni corrette.

Gentilissimi, scusate la pedanteria.

Ritengo che la traduzione fornita da gianfranco savino contenga un errore.

Lungi da me criticare la spiegazione filologica che anzi - al pari del prof. Boldrin - farò mia, però i puntini erano 3: caXXXta e non 2: caXXata, ritengo pertanto che la spiegazione, seppur ottima, sia da rigettare in attesa di essere riproposta correttamente.

Mi si perdoni altresì la notazione con cui ho riformulato il questito, più degna di un settimanale enigmistico che di un consesso frequentato da grecisti e latinisti, ma non avendo io praticato scuole che potessero aprirmi la mente in età adolescenziale, questi sono gli strumenti di cui dispongo.

Mi permetto un commento un po’ laterale rispetto al centro dell’articolo. D’accordo con l’assunto dell’articolo. Il ragionamento sgangherato di Gramellini è l'esibizione stessa del contrario di quello che vorrebbe dimostrare. La sciocchezza che “il latino apre la mente” è, peraltro, vecchia come il cucco.  Ha, nel tempo, ricevuto molte smentite da parte di diversi importanti latinisti, grecisti, filologi e filosofi. Ad esempio, da Guido Calogero, che peraltro era un allievo diretto, e molto amato, proprio di Giovanni Gentile (esiste anche un carteggio tra i due, mentre Calogero era in carcere per antifascismo). Per quanto riguarda Giovanni Gentile, però,  attenzione. La sua riforma istituì…il liceo scientifico. Mi pare che attribuire a Gramellini modalità di pensiero dell’attualismo sia fargli un favore… Si deve a Gentile anche il liceo classico, certo; ma un liceo molto simile al liceo classico esisteva già (del resto…che scuola aveva frequentato Gentile?); non si chiamava liceo classico, ma il tipo di studi era più o meno quello.  Gentile, peraltro, non è stato per niente il nemico della scienza di cui si dice di solito: per dire, prese all’Enciclopedia Treccani, di cui fu direttore, personaggi come  Ugo Amaldi, Guido Castelnuovo, Enrico Fermi. Nella sezione "Industria", prese il giovane Ugo La Malfa. Se ne fregò altamente anche del fatto che i suoi collaboratori fossero ebrei o antifascisti. Spesso (non mi riferisco a questo articolo) si  attribuisce a Gentile (o a Croce) la responsabilità  dei ritardi italiani nella scienza. Ma  questa è, prima ancora che nel merito,  una tesi debole nella formulazione, perché pensa, dimenticandosi di che cosa sia l’Italia, di poter attribuire a due filosofi (peraltro messi all’Indice dalla Chiesa) il potere di condizionare un paese: un potere enorme e irrealistico, che, infatti, non hanno avuto, e che non potevano avere (guaderei in altre direzioni: per dire, alla Chiesa cattolica, ad esempio. Ma il discorso è lungo). Lo dico perché c'è stato in Italia un "è tutta colpa di Gentile e Croce" che ha avuto una funzione di paravento, di alibi, non dissimile dall’adagio più recente "è tutta colpa del neoliberismo", e da cui mi terrei alla larga.   Invece il ruolo della Chiesa cattolica nella ricerca… Agostino Gemelli, per dire, ebbe più potere di Gentile. E i sindacati nella scuola? Ma è un altro discorso. In ogni caso, anche qui in Olanda la scuola della élite è un “ginnasio”: un liceo classico, con tanto di latino e greco; lo stesso in Francia e in Germania (ma varie riforme in cantiere, e relative proteste). Il valore che si attribuisce allo studio del latino e del greco viene dal passato, e gli sopravvive. Oggi quel valore non esiste più, e lo studio di queste lingue al liceo non ha più senso (e inoltre, e peggio, è uno studio finto). La connessione con il fascismo mi pare debole. Non credo che ci sia un'origine nazionalistica nella difesa del classico e degli studi classici. Per il passato, la centralità del latino e del greco era legata in parte all’impostazione della scuola religiosa; ma soprattutto era legata all'idea che la lettura dei  classici, che non si traducevano come oggi, fosse essenziale per l’uomo… moderno, che fosse parte dell'élite. Non era un fatto di estetica: Machiavelli, per dire, trae dalla lettura dei classici latini la sua visione realistica della politica; la filologia è alla base della Riforma protestante, del Rinascimento ecc. Il latino e il greco non servivano per “formare la mente” ma per leggere i classici! Qualcuno dica a Gramellini che il latino e il greco si studiavano per leggere i classici, punto. Non hanno proprietà pedagogiche esclusive. Allora il mondo della scienza parlava latino. Da ricordare che non solo Cicerone e Tacito, ma anche Cartesio, Leibniz, Newton hanno scritto  in latino: il latino aveva, come sappiamo, la funzione di lingua scientifica, come l’inglese di oggi. Perché oggi la difesa del classico? Molto è dovuto all’inerzia, al conformismo e alla difficoltà nel riconoscere non solo che il mondo è cambiato, ma che è cambiato in meglio, e che ci sono molti più strumenti analisi del passato, che una vera e propria rivoluzione si è compiuta.  La riflessione sulla scuola  è davvero centrale, è un punto di snodo. Ultima cosa. Torna spesso  la distinzione tra scienza e discipline umanistiche. E' una  distinzione che ha assunto nel dibattito pubblico una vita propria, e che, alla fine, si è sganciata dalla sua origine teorica. Così, si è attestata l’idea che esistano veramente due mondi della conoscenza del tutto autonomi, uno in lotta con l’altro, con valori diversi ecc. Poi, nella versione più semplicistica, le "lettere" sarebbero "facili" mentre le scienze "difficili".  Chi dice così non ha idea di come si studi la storia, quando la si studia veramente, con gli strumenti del caso, con la specializzazione necessaria (e con la testa che servirebbe). Vero che le università e le scuole sono piene di cialtroni: questo è vero però anche per l'economia (e non solo per l’economia) nonostante l'analisi matematica (non faccio esempi noti a tutti i lettori di nFA). In generale, credo che la logica della distinzione tra "scienze" e "lettere" porti la mosca nella bottiglia. Rischia di essere un'assunzione di partenza poco controllata. 

    

e ti posso garantire: a livelli liceali/universitari (e forse anche a livelli di ricerca) è molto più facile della matematica. Al massimo può essere resa faticosa obbligando gli studenti ad impararsi a memoria le date - ma allora non serve a niente.  Ma non è possibile riprodurre quel mix di intuizione e rigore che contraddistingue la matematica

 

Le date? Beh se parli del liceo, io pensavo alla ricerca. La storia politica avrebbe bisogno di molta economia, per dire…Comunque, se pensi al liceo, beh la matematica era piuttosto noiosa, non meno di quanto noiose fossero la storia, la filosofia ecc. Ricordo la folgorazione che ebbi, al liceo, per aver letto un libro edito da Boringhieri “Il pensiero matematico”, che metteva le cose in un modo concettuale e logico: c’erano Russell, Whitehead, le geometrie non euclidee ecc. Che cosa voglio dire? La matematica a scuola è una tecnica, come le date della storia…fai 10 esercizi a casa e risolvi il problema a scuola. È più difficile della storia? Il programma di matematica del liceo,  certo, è più difficile di quello della storia. In realtà, questo accade perché a scuola non puoi chiedere ai ragazzi un giudizio storico:  fatalmente, allora, la storia  è ridotta - per la media - a date e nozioni. Puoi chiedere a dei ragazzi, o a tutti i ragazzi, un giudizio articolato, ragionato, espresso con un linguaggio appropriato, che consideri aspetti politici, economici, religiosi, giuridici, naturalmente confrontando in modo critico la storiografia? Attenzione, però, non dico che l’apprendimento di una tecnica sia un fatto negativo. Al contrario! Parliamo di un’età  favorevole all’apprendimento di tecniche e all’acquisizione di competenze, ad esempio linguistiche (per quest’ultime è anche troppo tardi). Si può chiedere di più in matematica perché la matematica ha un aspetto tecnico più ampio (cosa che non toglie nulla, ci capiamo, alla profondità logica della matematica, di cui però gli studenti non sanno, di solito, niente). Non a caso  nelle materie cosiddette umanistiche emerge con più facilità l’estrazione sociale, la capacità di espressione, di analisi, di linguaggio dello studente. Indispensabile considerare il valore indiretto, non solo, certo,  delle discipline umanistiche, di  arricchire il linguaggio:  si apprende che c’è il tizio che “abdica”, che si arriva a una “monarchia costituzionale”, che esiste un problema “estetico”, “etico”, che esiste una “spinta ideologica”. Cose molto semplici, ma essenziali.  Ci sarebbero però dei modi per recuperare un aspetto più tecnico della filosofia e della storia.

la difficoltà della matematica liceale (non ho competenze per discutere quella avanzata) consiste  proprio nel suo carattere di tecnica. Se non l'hai appresa e non ti sei esercitato gli esercizi non ti riescono. Non è possibile ridurre la storia ad una tecnica. O la rendi un esercizio mnemonico puro (faticosissimo e inutile) o diventa una serie di formulette non verificabili. Qualsiasi ragazzo un po' sveglio con un minimo di background culturale (e qui conta la famiglia di origine) può cavarsela facilmente. I 'giudizi storici' non esistono. Gli storici di professione al massimo suggeriscono ipotesi plausibili sul ruolo dei singoli individui e dei movimenti sociali, economici e culturali nel determinare eventi (e/o la rappresentazione degli eventi stessi).

 

... devi aver letto un altro testo, perché sottoscrivo quasi tutto quello che scrivi. Dove vedi la differeza? La storia infatti non può essere una tecnica, appunto. Alla fine dico ci sarebbero modi per recuperare un aspetto più tecnico ecc., ma non ho continuato, quindi non sai che cosa volevo dire (e non mi dilungo). Unico aspetto: le ipotesi plausibili ecc. si esprimono attraverso giudizi (storici), nel senso più semplice (non nel senso crociano, se è questo il punto).

Se siamo d'accordo che

i) la matematica al liceo è insegnata come una tecnica -  un insieme di norme che se applicata correttamente da un risultato univoco.

ii) la storia non può essere insegnata come una tecnica - o è un ammasso di nozioni senza alcun ragionamento o è una narrazione basata su ipotesi plausibili ma non verificabili (la parola 'giudizio' non mi piace)  

Ne consegue che la storia al lieco ed all'università è più facile della matematica.

Personalmente sono anche convinto che la ricerca avanzata in storia sia più facile della ricerca in matematica o in scienze o persino in economia  - ma questo è un altro discorso.

PS le preferenze personali non c'entrano niente. Anch'io al  liceo preferivo la storia e trovavo la matematica noiosa

Premetto che discutere su se sia più facile la storia rispetto alla matematica mi pare  perdere tempo in una cosa poco utile.  Ci sono persone per le quali è più facile seguire una tecnica che parlare in modo corretto. Che significa facile? La matematica, oltre che bella, è naturalmente difficile; non so se lo sia di più o di meno dello scrive un libro di storia, che, comunque, non mi pare affatto "facile", se non altro perché richiederebbe anche delle conoscenze non generiche di economia diritto ecc. 

Comunque. Da i) e da ii) non "consegue" proprio che la storia  sia più facile studiata al liceo o all'università. La deduzione che vedo, se è una deduzione, non funziona. Immagino che il senso sia che imparare una tecnica sia l'aspetto difficile (rispetto a  non imparare una tecnica).  Ma anche quando guidi una macchina impari una tecnica. 

 

(alla fine di un lunghissimo e, se mi permette, confuso,  commento)

Così, si è attestata l’idea che esistano veramente due mondi della conoscenza del tutto autonomi, uno in lotta con l’altro, con valori diversi ecc. Poi, nella versione più semplicistica, le "lettere" sarebbero "facili" mentre le scienze "difficili".

Io affermo che l'ultima frase è vera almeno per quanto riguarda l'insegnamento liceale ed universitario.  La matematica è insegnata (a torto o a ragione, non saprei) come una tecnica per produrre risultati precisi.  La storia (e le materie letterarie in genere) sono insegnate come insieme di concetti vaghi con pochi fatti concreti. La 'tecnica' consiste semplicemente nella capacità retorica di ripetere i concetti senza inciampare in qualche fatto in troppo palese contraddizione. 

Vero che è una riduzione semplicistica di una cosa complessa, o vero che è x è più difficile di y?

Naturalmente non occorre rispondere. Mi stia bene.

E' vero nella media e per distacco, anche se data la varianza degli individui (studenti e professori) le code delle due distribuzioni si sovrappongono

Mi stia bene 

Interessante il suo commento, però credo che a Gentile si possa senz'altro attribuire la responsabilità di aver appaiato storia e filosofia, per il principio hegeliano secondo il quale la storia altro non sarebbe il dispiegarsi dello Spirito Razionale nel mondo materiale, con la conseguenza diretta che lo studio della storia in Italia viene affidato ai filosofi (e agli storici lo studio della filosofia, a scuola). Una cosa che in qualsiasi altro Paese del mondo pare piuttosto bizzarra.

Altra conseguenza piuttosto profonda del crocianesimo gentiliano è il fatto che noi non studiamo "filosofia", "letteratura", "arte" o che so io, ma la "storia" di queste materie. La filosofia che si fa a scuola è "Cartesio pensava, Leibniz pensava, Kant pensava". Interessante, sì, ma con il risultato che se ad un ragazzo che ha studiato filosofia per tre anni si chiede un'opinione su un dilemma morale qualsiasi, quello non sa che pesci pigliare. Il massimo che sa fare sono sintesi di opinioni di gente del passato.

Allo stesso modo, conosco parecchi colleghi che ti dicono chiaro e tondo che loro non possono spiegare, che so, il barocco se prima non hanno spiegato il rinascimento, e non possono spiegare il rinascimento se prima...quindi se gli chiedi due cose su Andy Warhol, loro devono cominciare dalle pitture rupestri.

Poi Croce influente lo è stato moltissimo, c'è poco da dire. E quando Peano provò a fargli notare che di matematica capiva poco, Croce gli rispose bel bello che aveva conoscenze anche molto minori di quelle che lui, Peano, gli attribuiva. Tutti si fecero una risata e di matematica non si parlò più.

Perché oggi la difesa del classico?

Ecco, ... sono troppo cattivo se immagino che un grosso problema sia costituito dai docenti di greco e latino, che perderebbero la (?) mi scappa la parolina eppure l'ho appena vista passare ... ah: cattedra. Ho letto di docenti in piazza, anni fa. Piazza, naturalmente dal latino platĕa ossia via larga, piazza; (dal greco πλατεῖα, femminile di πλατύς ossia "largo").
E non solo ma se togliessero finalmente il latino da tutto liceo scientifico? Quanti docenti a spasso?

Una cosa: sarebbe interessante sapere se negli altri paesi europei esiste un liceo classico ed in caso negativo se esiste una scuola d'elite e cosa si insegna. Germania? Francia, Regno unito, Spagna?
Per quanto mi risulta in CH non esiste il liceo classico così denominato. Il liceo è unico con tre indirizzi: uno matematico-fisico, uno chimico-biologico ed uno linguistico. In quello linguistico sono previste opzioni con latino ed anche greco. Gli studenti di prima fanno 39 ore, non le 27 dell'Italia.

Buonasera, vorrei esprimere la mia opinione riguardo a un altro argomento dell'eterno dibattito classico-scientifico.
Ovvero la pressochè totale inutilità dei corsi di matematica-analisi che vengono fatti al liceo scientifico, dove buona parte del corso è finalizzato allo... studio di funzioni, praticamente sempre analitiche.
Cosa che, ovviamente, non si fa mai nel "mondo reale", dove i grafici delle funzioni vengono disegnate dai computer in millisecondi, così come il calcolo simbolico è applicato automaticamente (quasi sempre), e quello approssimato, sempre.
C'è un'analogia riguardo a logaritmi, regoli calcolatori, metodi aritmetici e calcolatrici.
Oggi nessuno (o quasi) sa perchè furono inventati i logaritmi, e come funziona un regolo calcolatore.
Praticamente nessuno, neppure tra i fisici professionisti, passa (oggi) il tempo a rinfrescare i "trucchetti" aritmetici, che invece erano indispensabili anche per i premi Nobel fino agli anni '70.
Mentre si continua consumare tempo per insegnare vere e proprie inutilità, a scapito di quanto invece sarebbe concretamente indispensabile.

Il risultato? Si vede ad esempio nell'ultimo esame di stato, dove buona parte dei liceali è andata letteralmente nel panico per un problemino simile a quello dell'esame di V elementare di Peppone.
Proprio perchè assolutamente inabituati ad usare la matematica come strumento per un fine (darei la colpa a docenti sclerotizzati e per lo più incapaci di insegnare).

Compendiando: sarei per l'abolizione del liceo classico, e per una riforma "selvaggia" dell'insegnamento della matematica in generale (compreso le facoltà tecniche e non scientifiche, ad esempio ingegneria),
e nei licei in particolare.

PS per inciso sono abilitato (in teoria!) ad insegnare matematica in tutte le scuole, licei compresi, diciamo che ho una certa conoscenza del tema.

 Invece della disputa sul latino o meno, a me sembrerebbe molto più interessante una discussione sui metodi di apprendimento e di approccio ai problemi di tipo top-down e bottom-up

Dopo 42 anni di insegnamento mi sono convinto che il metodo migliore di insegnamento sia un mix intelligente dei due metodi. L'insegnamento del l atino rientra probabilmente nei tipi di insegnamento top-down, poiché in una lingua morta prima si insegnano le regole e poi le si applicano.

Il dilagare  dell'informatica ha poi fatto esplodere i metodi  bottom-up (chi ha mai letto il manuale di una tastiera?), provocando, a mio parere, una deriva culturale pericolosa nelle nuove generazioni che può però essere corretta, ripeto, da un sapiente insegnamento cha faccia coesistere i due approcci.

Mi trovo spesso di fronte a studenti intelligenti e quindi potenzialmente bravi di fisica del primo anno che, davanti a uno scritto, si rivelano totalmente incapaci di esporre in modo chiaro e razionale il loro pensiero. Se non li conoscessi, direi che lo scritto è stato fatto da un demente. Vedo poi che nel corso dei 4 anni molti fanno migliorament straordinari. Ma qui evidentemente c'è una lacuna nelle scuole superiori.

Chi realizza e progetta cose nuove, come Zuckerberg, a livello di progetto esecutivo, non può prescindere dal top-down. Forse è per quello che a lui piace il latino.

Non sono particolarmente d'accordo, MZ non ha inventato alcunchè di nuovo, anzi ha utilizzato una tecnologia particolarmente "povera" e adatta, appunto, a dilettanti e liceali.
Addirittura il progetto è, a livello tecnico, un "non" progetto (tralascio gli approfondimenti informatici), elemento classico degli elaborati hobbystici cresciuti (in questo caso) a livello planetario.
Facebook è, certamente, la più grande "bolla" che il mondo abbia mai conosciuto: il nulla che viene ritenuto valere centinaia di miliardi di dollari senza un vero perchè (finirà ovviamente in nulla, ma è un classico della cultura USA).
Ce ne sono tante altre, ma in scala più ridotta (pur sempre miliardi di dollari).

Detto questo ritengo che il "dramma" della scuola italiana sia una bassa qualità media del corpo docente, e un basso o pressochè nullo aggiornamento dello stesso, oltre all'immobilismo totale e granitico del Ministero.

Non e' che  incolpando il Liceo Classico puntiamo l'indice verso la Luna sbagliata?

In Italia la politica sembra in mano ai laureati in legge.

Da questo rapporto sembra che anche in USA il 34% del Congresso e il 54% del Senato sia costituito da laureati in legge ( https://www.fas.org/sgp/crs/misc/R43869.pdf )

Forse, visto che si spende molto piu' tempo sui libri  all' università , mentre si raggiunge la maggiore età solo all'ultimo anno del Liceo, dovremmo considerare più preoccupante l'influenza dell'insegnamento impartito dalle " scuole alte".

Oppure veramente pensiamo che i millenials siano già irrimediabilmente bacati prima di concludere con la maturità liceale la pubertà?

Per quanto MI riguarda questa NON vuole essere un'altra riedizione della ridicola disfida - che avviene ad ogni generazione in ogni capoluogo di provincia - tra frequentatori del classico e dello scientifico, versione popolare di quella che Enriques perse con Croce quasi un secolo fa. 

Certo, una delle sfaccettature del problema e' quella della relativa rilevanza delle scienze cosidette umane su quelle cosidette naturali nel bagaglio culturale dell'adolescente contemporaneo ma la competizione adolescenziale "meglio lo scientifico del classico o viceversa" non c'entra NULLA.

Per una semplicissima ragione: TUTTI i programmi di TUTTI i licei italiani (ed in parte anche degli istituti tecnici oltre che delle scuole medie inferiori) sono "classici", ossia dominati dalla visione gentiliano-fascista del ruolo centrale delle Roma antica e della sua cultura nella definizione dell'uomo educato. In tutti i programmi scolastici italiani, dalla prima media in avanti, esiste un core di "conoscenze" (storiche, letterarie, filosofichesifaperdire) che hannno un comune fondamento ed instillano la stessa "visione del mondo". Esse sono una eredita' gentiliana e vengono compiutamente sviluppate ed attuate solo nel programma del liceo classico, la miglior scuola. Da qui lo slogan "aboliamo il classico", sineddoche per "rivoltiamo la scuola italiana media e media superiore da capo a fondo buttandone a mare l'eredita gentiliana e ripensandola per il XXI secolo, ch'e' oramai ben avviato."

That's the point.

Credo di averlo ribadito oramai cento volte da quando ho aperto la discussione qualche anno fa ma vedo che si scade sempre in futili diatribe su meglio scientifico che classico, meglio matematica che latino. Non e' quello il problema.

tu sottovaluti il problema della difficoltà effettiva/percepita della matematica (o se vuoi del raigonamento scientifico vs la retorica letteraria).  E', insieme alla resistenza corporativa degli insegnanti ed alla cultura diffusa delle classi dirigenti, un serio ostacolo alla riforma.  In soldoni: la maggioranza degli studenti  (e quindi le loro famiglie) preferisce una scuola 'letteraria' più facile e quindi, come al solito in Italia, manca una spinta dal basso per la riforma

PS esperienza personale: mio figlio ha finito il liceo quest'anno. Sempre avuto pochissima voglia di studiare e voti mediocri ma l'ultimo anno ha deciso di studiare un minimo per prendere un buon voto alla maturità. Risultati: 8-9 alle materie letterarie, latino compreso (non racconto come si insegna ora il latino, almeno al liceo Buonarroti di Pisa)  7-8 a scienze e sempre 6 a matematica.

Comprendo l'aspetto simbolico della cosa, Giovanni. Certamente. 

Spesso mi ci faccio intrappolare anche io e, localmente, credo sia anche una bandiera da sollevare quella della matematica vs la chiacchiera. Perche', alla fine, anche un'equazione di primo grado ti forza ad essere preciso molto di piu' che infinite diatribe del cazzo sulla filosofia di quello scampato di casa di Gentile, capisco.

Io volevo solo ricordare, pero', che il problema e' purtroppo ben piu' ampio e radicale. So che lo sai quindi il messaggio non era rivolto a te (e, a dire il vero, neanche all'altro Giovanni con cui sopra hai discusso, perche' credo che anche lui lo sappia :))

Cheers, m 

... ma non più dello studio di qualsiasi altra lingua. Renderu un concetto in una lingua diversa da quella usata abitualmente induce a riflettere su ciò che si dice. Come opinione priva di supporto scientifico direi che più la lingua studiata è distante dalla lingua madre, più efficace è lo studio. Cosa si può dire allora a favore del latino? Forse comprendere il funzionamento di una civiltà lontana nel tempo, piuttosto che nello spazio, aiuta la formazione del pensiero critico.

Gli studenti di prima (nei licei CH, NdR) fanno 39 ore, non le 27 dell'Italia.

Ecco, forse a qualcuno è sfuggito che questo potrebbe essere il vero fattore di successo (o insuccesso) di un sistema pre-universitario rispetto ad un altro. Sono d'accordo con chi, prima di me ha introdotto il concetto di "vincolo di bilancio" in tema di materie da studiare. Stavo per farlo ma sono stato preceduto. Il tempo è fisso, le materie sono "x", ognuna con "y" ore. Se in un liceo scientifico fai 27 ore di cui tre o quattro di latino puoi  capire perché  gli studenti dello scientifico che altrove fanno 39 ore con zero di latino sono messi meglio quanto ad ... apertura della mente.

e non per polemizzare, sento il bisogno qui di dire una cosa, già detta in passato.
La ragione che si richiama all'educazione al "pensiero logico", la prerogativa di "aprire la mente" qui lautamente perculata, è in effetti quella più spesso portata a favore dello studio delle lingue antiche. Questa ragione non è del tutto campata in aria, ma è facilmente attaccabile. 
Però non è la ragione principale. La ragione principale per me è questa qui.

Il latino è il codice genetico dell’Occidente; se vogliamo, pure il suo sistema immunitario, ovvero [..] la fonte prima del principio di identità

Se la ragione per studiare le lingue antiche fosse che "educano il pensiero" per la loro struttura logica, allora andrebbe bene anche studiare il cinese o il turco. 
Ma non si capisce perché non direttamente la logica formale. 
Non è per questo: è perché forniscono la base dell'auto-coscienza dell'uomo occidentale, rendono possibile il suo sapere-di-sé.
Se mai nella storia c'è stato un momento in cui c'era bisogno di questo, quel momento è ORA.

Riconosco validità anche ad alcuni argomenti contrari, come quelli su cui voi insistete, tuttavia mi pare che in sacrificare una parte di formazione spendibile nel mondo del lavoro e utile ad aumentare la produttività, ad una educazione identitaria che ci renda un poco più consapevoli di quello che siamo, sia divenuto più urgente che mai proprio in questo momento storico.

Come faccio a dirlo? Beh, guardo al mio caso. Ho fatto il classico, avevo tutti 8 e 9 eppure ho la capacità di ragionamento critico di una pulce in coma! Certo, statisticamente un caso potrà non essere rilevante direte voi, ma intanto...

Le autocritiche sono sempre pericolose, perché se il cervello fosse così semplice da essere capito, noi saremmo troppo stupidi per capirlo.

Per questo ho il sospetto che questa discussione non porterà a nulla.

PS: la sentenza di cui sopra non viene dagli antichi latini, ma da un ingegnere informatico anonimo.

Approfitto di questa discussione incentrata sulla valutazione di quali possano essere i percorsi scolastici maggiormente formativi o semplicemente più spendibili in vista di una carriera professionale con una riflessione. Il grado di istruzione raggiunto non corrisponde affatto con le qualità personali di un individuo e specificatamente con la sua capacità di orientarsi e stare in questo meraviglioso mondo. Per esser precisi reputo che vi siano fior di laureati tremendamente ottusi, di mentalità ristretta incapaci di stare al mondo. Trovo invece persone non istruite assai pragmatiche, open mind, con una capacità innata di analizzare e risolvere problemi. Insomma l'ottusità e quanto di più interclassista vi sia! Frequentando persone dalle più disparate esperienze e mestieri giungo ad affermare che son forse i laureati ed i maggiormente istruiti che adagiandosi sul proprio sapere rinunciano troppo spesso a mettersi in discussione e abdicano a quello spirito di scoperta e di curiosità che dovrebbe contraddistinguere la natura umana. Non mi chiedete di portarvi le evidenze di quanto affermo. E' una mia impressione.

Sono d'accordo con lo spirito di questo post,ossia quello di "decostruire", "smitizzare",il luogo comune,imperante in Italia,secondo il quale il Latino e gli studi classici avrebbero una superiorita'intellettuale su altri tipologie di Studi,in particolare  su quelli  Scientifici. Non e'dimostrabile,non esistono evidenze di questo tipo, si tratta, appunto,di un luogo comune. 

Odifreddi,noto logico e matematico,Professore e scrittore di saggi divulgativi di successo,si e'diplomato Geometra( non ha fatto il mitico classico!) ed ha raggiunto livelli accademici e culturali molto alti; conosce anche il latino ed il greco,imparati da autodidatta!

Poi,se proprio vogliamo individuare una disciplina umanistica  molto formativa a livello mentale,a mio avviso dovremmo scegliere la Filosofia,piu'che il Latino! La Filosofia e'una palestra mentale formidabile,nonche'la progenitrice del pensiero scientifico,della Logica,della Filosofia Politica,e di tutte le scienze Umane sviluppatesi nel XIX secolo: psicologia,sociologia,antropologia,Economia,etc. Molti Filosofi lavorano in campi completamente diversi da quelli di provenienza: George Soros,Uno dei piu'grandi finanzieri di sempre e'Laureato in Filosofia,cosi come Nassim Taleb,Trader  e scrittore di successo( Il cigno nero,giocati dal,caso,etc) ideatore di un diverso approccio alla teoria della Probabilita',ed agli investimenti finanziari.

Senz' altro l' impostazione degli attuali licei è quella che è, senz' altro l' insegnamento è condotto in un' ottica passatista, ma penso ci sia di molto peggio. Ho incontrato ingegneri che non sapevano risolvere il problema della vasca (una cannella dell' acqua riempie una vasca in 15', un' altra in 30', quanto ci mettono aperte insieme ?), tanti diplomati al classico non prendono più in mano un libro nemmeno per schiacciare una zanzara, diplomati allo scientifico si "curano" con l' omeopatia: perché ? Penso che la Scuola risponda, forse inconsciamente, al disegno: ti castro ogni interesse, così sarai un bravo suddito senza "grilli per la testa"; il motto è "chimmoffafà", studio per l' interrogazione, lavoro solo fino a dove me lo chiede il capo, non mi aggiorno, perché dovrei ? Che uno si possa appassionare ad un impegno che comunque gli porta via 13 anni di vita, e quali !, che possa avere uno stimolo ad andare oltre, sono pericoli che la massa ed il "sistema" non si possono permettere. Nel mio piccolo la lingua inglese che conosco, poca o tanta che sia, è al 96% merito di attività quali sentire "Roxanne" seguendo i testi, e la sua conoscenza mi ha permesso di gustarmi scene in originale, quali quello spettacolo di Nicholson che da testimone diventa imputato in "A few good man". Qualcosa di analogo nella scuola italiana ? Siamo cattolici nel profondo, e quindi bisogna comunque soffrire, anche per fare quello che può appassionare. Così non ti aggiorni, tanto poi c' è tuo suocero che conosce la domestica del noto politico (è una storia vera, non farò mai i nomi, solo un giorno i cognomi) e che ti trova uno stipendio nella nota banca. E poi, alla medioevale, la scuola mi insegna tutto, nemmeno la pronuncia la frase "abituarsi ad aggiornarsi" quindi, una vez mas, "chimmoffafà" ? Anche perché forse quel bel soffitto della mia aula, bello pieno di crepe, mi verrà in testa, risolvendo ex abrupto tutti i miei dubbi.

La lettura dei giornali di questi giorni mi ha colpito per il numero di articoli in difesa del liceo classico: dal Sole24Ore, che tra sabato e domenica ha addirittura dedicato tre articoli a questo tema (qui, quo, qua, l'ultimo imperdibile a mio avviso), fino al Corriere di ieri che, pur con toni meno seriosi, ci ricorda l'importanza del classico anche contro l'opinione dei genitori.

In alcuni passaggi sembrerebbe di cogliere le risposte ad alcune obiezioni sollevate in questa sede. Che qualche scricchiolio si cominci a sentire anche dentro questa scuola modello per l’occidente?

P.S. Oggi su La Repubblica si aggiunge anche questo articolo: il latino ci dice che non c'è solo il presente di Ivano Dionigi, visibile anche qui.

Negi studi classici, una parte non trascurabile della conoscenza e' soggetta al principio di autorita': il professore, o le preferenze del professore, contano piu' delle mie. La sua opinione e' sempre la piu' corretta. Lo studente bravo e intelligente, dopo avere studiato la materia, studiera' bene anche l'ambiente, e si posizionera' in modo politicamente efficiente nei confronti dei docenti. Da cui una migliore preparazione per la navigazione nel mare del potere.
Di contro, gli studi scientifici sono egualitari, almeno nella struttura piu' generale. Ci possono essere metodi e opinioni diverse, ma una soluzione corretta e' corretta per tutti, alunni e professori. L'autorita' non gioca una parte significativa. Da cui una percezione di uguaglianza con i docenti e una attitudine alla cooperazione e all'onesta' intellettuale.

Quale dei due sara' miglior corso di studi? De gustibus.....

Apprezzabilissimo lo sforzo ma quando poi si leggono frasi circa la presunta (ma certa) superiore difficoltà della matematica ( o altre materie simili che vorrà dire poi..mah) cadono le braccia. Sembra di sentir parlare scienzati che passano la vita a studiar le cavie da laboratorio poi aprono bocca e si stupiscono che nessuno li ascolti...per forza non siamo cavie...

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