Per un capitalismo popolare

Rizzoli
Luigi Zingales
Rizzoli, 2012
10 novembre 2012 Massimo Famularo

Come si può evitare che il paese delle opportunità, nella quale l'autore ha trovato riparo 25 anni fa, degeneri per rassomigliare sempre più alla "terra dei cachi" da cui era scappato?

Due professori corrono sotto la pioggia in un campus americano. Uno dei due è più anziano e di origine Europea (io dico che è italiano, ma andrò all'inferno perché penso male). Mentre corrono, al primo sfugge una battuta un po' inappropriata: "sai che se fossimo in Europa toccherebbe al giovane assistente reggere l'ombrello al professore?" L'altro senza scomporsi risponde:
"se hai nostalgia di certe pratiche, perché non te ne torni in Europa?"

Questo aneddoto è uno dei passaggi più interessanti di un volume che ho molto apprezzato e credo sia un utile punto di partenza per parlarne. Manifesto Capitalista è il titolo (infelice, a mio avviso, traduzione di A capitalism for the people) dell'ultimo libro di Luigi Zingales, un testo che parla di economia, ma anche di etica; dei benefici che il capitalismo può portare alla collettività, ma anche delle sue possibili degenerazioni, il tutto analizzando e illustrando in modo asettico ruolo e responsabilità degli intellettuali, in primis degli economisti e delle classi dirigenti. Il libro è diviso in due parti, nella prima c'è una diagnosi dei motivi alla base del calo di popolarità registrato dal modello capitalista negli Stati Uniti e nella seconda una serie di proposte per non gettare l'acqua col bambino, ossia evitare che l'avversione, giustamente suscitata da alcune degenerazioni clientelari, possa rivoltarsi contro il meccanismo virtuoso del mercato.

Il giovane dell'esempio iniziale si è potuto permettere una risposta di quel tipo, rara tra molti suoi omologhi d'oltreoceano (e non solo), perché l'accesa concorrenza tra i vari atenei per aggiudicarsi i talenti migliori lo mette al riparo dalle eventuali decisioni arbitrarie di colleghi più anziani. Dunque la concorrenza promuove il merito e questo meccanismo consente ad alcune delle istituzioni che competono tra loro di raggiungere l'eccellenza. Tuttavia, man mano che la concorrenza diventa globale, il premio per il ristretto numero dei vincitori si fa smisuratamente grande rispetto a quel che ottiene chi è rimasto indietro: nel 1948 il primo premio dei Masters di golf negli stati uniti era pari a 3 volte il salario annuo di un addetto alla cura del green, nel 2008 questo rapporto era salito a 103 volte. Dunque la disuguaglianza aumenta e si porta a livelli ritenuti preoccupanti anche dall'Economist che a questo tema ha dedicato un recente special report.

Ma non è tanto la disuguaglianza in sè, ancorché in crescita, a suscitare l'indignazione popolare, quanto la percezione che essa non sia il risultato di un processo di competizione meritocratica ad armi pari e che non sia più accompagnata da una crescita generalizzata del benessere per tutta la popolazione. Le due facce di questa indignazione sono rappresentate dai movimenti, in apparenza antitetici, di Occupy Wall Street e del Tea Party. Che si tratti dello stato ipertrofico o delle banche troppo grandi per fallire il popolo americano sente una crescente avversione verso quella che percepisce come una specie di scommessa truccata del tipo "testa vinco io, croce perdi tu". E' esattamente questo il meccanismo dei salvataggi delle imprese operati dallo stato che, alimentando il moral hazard, gettano le basi per disastri ancora maggiori in futuro. Come Zingales ripete spesso, un cartello nel Grand Canyon dice di non dare da mangiare agli animali, altrimenti perdono l'abilità di cacciare e procurarsi il cibo da soli. I sussidi e i salvataggi delle imprese funzionano allo stesso modo.

Ma come si può evitare che il paese delle opportunità, nella quale l'autore ha trovato riparo 25 anni fa, degeneri per rassomigliare sempre più alla "terra dei cachi" da cui era scappato? La soluzione non può venire dal protezionismo (come ottimamente illustrato nell'esempio di un immaginario torneo di Wimbledon riservato solo agli inglesi) né tanto meno da un maggiore intervento dello stato, che è parte integrante del problema. Occorre livellare il campo di gioco per garantire eguali opportunità in partenza (ancora un calzante esempio sportivo, il sistema degli handicap nel golf) in modo che in seguito la concorrenza possa dispiegare i suoi effetti positivi contribuendo a ridurre le disuguaglianze. Occorre un'etica basata sul mercato e per svilupparla gli economisti dovrebbero abbandonare le loro reticenze nei confronti delle considerazioni morali. Occorre infine che vi sia semplificazione nelle norme, nei sistemi fiscali e nella regolamentazione finanziaria e la massima trasparenza e diffusione delle informazioni in modo i risultati delle analisi basati su di esse, se sufficientemente indipendenti (anche qui la garanzia è data dalla concorrenza) ed espressi in linguaggio divulgativo, possano esercitare una positiva moral suasion sui politici e le grandi imprese.

A capitalism for the people (non me ne vogliano i titolisti dell'editore italiano) è una lettura raccomandabile sia per chi è digiuno di economia che per gli economisti di professione. Ai primi consentirà di comprendere una serie di concetti di base (come la distinzione tra il capitalismo e la sua degenerazione clientelare) attraverso esempi e aneddoti di immediata comprensione. Ai secondi suggerirà nuovi percorsi di autocritica, soprattutto per quanto riguarda le implicazioni morali di una materia che troppi di loro vorrebbero fosse più vicina alle scienze naturali, e la necessità di scendere dal piedistallo per divulgare le proprie analisi ed esporle al vasto pubblico in linguaggio comprensibile.

Per concludere, vista l'adesione del sottoscritto e di questo blog a Fermare il declino, movimento che l'autore ha contribuito a fondare, ho regalato una copia del libro a mia moglie e una a mia zia, che generalmente sono poco sono interessate alle tematiche economiche. Hanno accolto il dono con un certo scetticismo, inizialmente. Cambieranno idea? Forse la via per fermare il declino passa anche da qui, dall'essere meno elitari.

@massimofamularo

56 commenti (espandi tutti)

Fai benissimo a criticare le traduzioni dei titoli in italiano, e la colpa e' dei traduttori e non tua. Vero, occorrerebbe uno studio anche qui prima di sparare su tutta la categoria, ma spesso mi e' capitato di osservare che le traduzioni dei titoli dei film sono orribili (uno per tutti, si veda la traduzione del film francese Hors de prix).

Nel passato, il problema dell'estrema accumulazione di ricchezze da parte di piccoli gruppi si estingueva sempre con fatti tragici (sbaglio?), o si estingueva perche' il sistema nel suo complesso falliva.

L'accelerazione dell'accumulazione di ricchezza in pochi e' una conseguenza della stabilita' del sistema attuale, ma puo' appunto portare alla sua crisi e fine. Sembra che molti ricchi (Bill Gates? Warren Buffet?) chiedano effettivamente di poter pagare piu' tasse, perche' ben si rendono conto di questo problema.

La periodica riduzione delle disuguaglianze sarebbe una sorta di "manutenzione periodica" a cui una societa' dovrebbe sottostare, per il suo proprio benessere. Come farla, questo e' il problema, se aspettare che il sistema la produca autonomamente (magari tragicamente), se e' possibile introdurre correttivi sistemici, o se e' meglio attendere che tutti gli individui, come Gates e Buffet, la capiscono.

Questo libro sara' certamente una buona lettura. Di certo non sara' apprezzato in Italia, con quel titolo li'.

L'accelerazione dell'accumulazione di ricchezza in pochi e' una conseguenza della stabilita' del sistema attuale,...

Non solo. Qui su NFA se ne era parlato tempo fa. Il motore di ricerca interno di NFA fa pena ma per fortuna c'è google ed ho trovato il testo di Sandro. L'accumulo è legato alla crescita della produttività (che consente di accumulare maggiormente) ed alla crescita della speranza di vita media, che allunga il tempo di lavoro e di accumulo e migliora la qualità della vita durante il periodo lavorativo (maggiori successi sanitari).

Quindi accumuliamo di più nello stesso periodo (anno) e per piu' tempo (per piu'anni).

basta considerare quale fosse la speranza media di vita 100 anni fa (era circa la metà di oggi).

Anche nella società di uguali, ipotizzata nel testo di sandro, dopo tot anni trovi che la ricchezza (lo stock) si è accumulata.

Un ricchissimo petroliere arabo, appassionato di corse di cavalli, promette un premio molto generoso a chi sviluppera' un modello matematico che gli permetta di vincere sempre alle sue amate corse.
Ovviamente si presentano un gruppo di ingegneri, uno di matematici ed uno di fisici.

Purtroppo, dopo qualche settimana il gruppo dei matematici getta la spugna, seguito a ruota dal gruppo degli ingegneri. I fisici, invece, proseguono nello sviluppo fino a quando....EUREKA! Il modello e' sviluppato.

Il giorno della presentazione c'e' grande attesa e il nervosismo e' palpabile.
Si presentano quindi in pompa magna al magnate e al suo seguito, cominciando la spiegazione del modello:
"Beh, supponendo i cavalli perfettamente sferici...."

cioè forniva migliori previsioni dei vincenti di quanto non facesse l'allibratore ? ed era disponibile nel tempo concesso fra una corsa e l'altra?

la cosa interessante del modello di sandro brusco è che ipotesi volutamente paradossali conducono a risultati molto aderenti ai dati sperimentali. inoltre è alla mia portata. :-)

Non sono un economista, ma forse qualcuno della specie dovrebbe riposare sotto una pianta, possibilmente un melo.
Infatti... potrebbe succedere che una mela si stacchi, e gli cada sulla testa. E questo permetta di aprire gli occhi.
Aprire gli occhi potrebbe significare il passaggio da un modello "cinematico" ad uno "dinamico", in cui il movimento ha un significato e non una semplice rappresentazione ;)

?

federico de vita 21/11/2012 - 11:03

dov'è la differenza tra cinematico e dinamico? E fammi un esempio di un modello che non sia una "semplice rappresentazione". 

Facilissimo, basta prendere, per esempio, qualcosa accaduto prima che cadesse la fatidica mela sulla testa di Isaac.
Per esempio.... che tipo di modello s'e' fatto Galileo Galilei per dire che era la terra a ruotare attorno al sole?
Come faceva a dire che era la terra a ruotare intorno al sole e non viceversa?
In generale, dati due corpi (solo due, e nient'altro), come si fa a dire che e' uno a ruotare intorno all'altro e non viceversa?

ciau

Non capisco come questa possa essere una risposta alle mie domande

Immagina

fausto panunzi 21/11/2012 - 22:07

... che quello che hai letto abbia un sgnificato profondo

Downwind non è stato molto chiaro...

In fisica, cinematica e dinamica si occupano di due cose diverse: semplificando, la prima solo della legge oraria di un oggetto (posizione in funzione del tempo), senza indagare le cause di questa legge (quindi senza studiare le forze); la seconda studia proprio le forze che causano tale legge.

Forse downwind intedeva dire che i modelli economici per ora descrivono solo quel che vedono senza cercare di capire le cause di ciò che accade???

Non sono sicuro che fosse questo quello che intende downwind, ma mi sembra l'unica cosa che si collega in modo logico al significato di cinematica e dinamica...

credo

federico de vita 22/11/2012 - 11:38

che abbia ragione Fausto.

Si, intendevo proprio quello.
Tornando quindi all'esempio della societa' "ipercomunista", mi sembra che sia un modello a cavalli sferici, tutto qui.

Allora

federico de vita 23/11/2012 - 09:50

Allora, prima di incitare a porsi sotto un fantomatico melo sperando che la mela caschi, suggirei di studiarsi un po' di economia, tanto per verificare se i modelli sono effettivamente tutti cinematici e non ce n'è di dinamici. C'è gente che lo fa, può farlo anche lei!

Si riferisce al modello in questione, visto che stavamo parlando di quello?

no

federico de vita 25/11/2012 - 20:05

Mi riferisco a questo:

Non sono un economista, ma forse qualcuno della specie dovrebbe riposare sotto una pianta, possibilmente un melo. [...]

e quel che segue. Non serve a nulla un commento del genere se non si capisce quel che si dice. Lei dimostra (ammettendolo, non metto in dubbio la buona fede) di non sapere nulla di economia e non ha idea della natura dei modelli che essa usa. La invito pertanto, senza polemica alcuna, ad informarsi, a studiare, in modo che la discussione possa essere piu' costruttiva. Non lo faccio pretendendo di avere la verita' in mano (ho quasi solo dubbi, mi creda), ma essendo io stesso su quella strada da qualche tempo - qualcosa ho imparato: quanto meno ho un'idea della profondita' della mia ignoranza.

Gli ingegneri non gettano la spunga, al contrario, chiedono al petroliere di dargli dei soldi da scommettere per testare il loro modello e vincono.
Dopo la vittoria, il petroliere chiede agli ingegneri come hanno fatto e loro rispondono:
"Semplice, abbiamo pagato i fantini"

Questo serve per valutare il "modello italiano" :D

In realta' praticamente tutte le societa' umane hanno prodotto disuguaglianze (la disuguaglianza e' nella natura delle relazioni sociali). Forse la colpa del capitalismo e' quella di aver anche prodotto un reale aumento di ricchezza, cosicche' quelle disuguaglianze sono diventate piu' inaccettabili.

Mi sembra di ricordare, in maniera vaga, che qui su NfA si guardava all'idea che l'aumento delle differenze di reddito come ad una specie di trovata krugmaniana un po' populista. Zingales invece sembrerebbe averla fatta sua. Mi sbaglio? C'è contraddizione?

ìMi rendo conto di essere molto vago. Diciamo così: prendetela come la provocazione dell'uomo della strada e se la mia obiezione è una fesseria spiegatemi dove sbaglio con parole facili e corte.

precisiamo

giulio zanella 11/11/2012 - 08:40

Mi sembra di ricordare, in maniera vaga, che qui su NfA si guardava all'idea che l'aumento delle differenze di reddito come ad una specie di trovata krugmaniana un po' populista. Zingales invece sembrerebbe averla fatta sua. Mi sbaglio? C'è contraddizione?

Qui abbiamo sempre sostenuto (e continuiamo a sostenere, visto che e' quello che si evince da praticamente tutta l'evidenza empirica disponibile) che non c'e' un chiaro nesso causale che va dall'aumento della disuguaglianza tra il 1980 e il 2006 e la crisi finanziaria del 2007-2008.

Cioe' nessuno nega che le differenze di reddito ci siano e siano aumentate (non si nega l'evidenza) ne' si afferma che la disuguaglianza sia cosa bella e desiderabile per una societa' (io personalmente non la trovo ne' bella ne' desiderabile). Si afferma solo che se si prende l'evidenza empirica seriamente non si puo' dire che questo processo e' alla radice della crisi.

Non vedo contraddizioni, quindi.

Perfetto, grazie.

Mi pare opportuno che nFA non si trasformi in una dependance di Fermare il declino, ma conservi il suo ruolo originario di sito di discussione critica. Una recensione acritica, come quella qui proposta, sarebbe adeguata al sito di propaganda politica, dove stimolerebbe i fedeli (Zingales for president!). Su nFA si potrebbe impostare una riflessione più approfondita, che non pretenda di applicare sic et simpliciter le esperienze nordamericane alla realtà italica, per quanto questa sia insoddisfacente.

Ieri assistevo ad un convegno al quale partecipavano illustri giuristi italiani, molti dei quali politicamente schierati, tutti impegnati a discutere dei mutamenti del concetto di proprietà ed all'esigenza di ripensarlo, soprattutto in riferimento ai "nuovi beni" prodotti dall'evoluzione della tecnologia. Mentre alcuni giuristi italiani, relativamente giovani, manifestavano una moderata apertura alle novità, altri (tra i quali illustri emeriti) coglievano dappertutto il segno del conflitto tra l'egoismo proprietario ed i diritti fondamentali: ne risultava un quadro di nette contrapposizioni, sia pure sfumato dall'apparente rispetto reciproco.

Per fortuna, parole di saggezza hanno concluso la discussione, invitando a trovare punti intermedi tra pubblico e privato e ad attribuire all'uguaglianza contenuti più ampi della mera contrapposizione delle disponibilità monetarie. Questo invito è venuto da un autorevole giurista nordamericano, di origini italiane ma naturalizzato da molti anni: Guido Calabresi. Mi auguro che, con il tempo, anche Zingales maturi una capacità autocritica che oggi, forse, non ha e che certo non manifesta nelle sue prese di posizione pubbliche.

il libro

marco esposito 11/11/2012 - 14:46

Luciano sei ingiusto nei confronti dell'autore dell'articolo: parla del libro e solo alla fine parla di Fermare ilDeclino,e la descrizionedei contenuti è solo da stimolo, come per tutte le recensioni sui libri che appaiono su nFA.
Il libro, pur trovandolo debole in alcune parti, in particolare quando Zingales cerca di costruire un sistema morale partendo dalle business school , è godevolissimo, molto americano (ahimè), ma mette il dito nella piaga: il capitalismo (americano, che quello italiano già lo è)sta scivolando verso il capitalismo clientelare e di relazione. Ed è su questo che si dovrebbe dibattere, non sull'appartenenza politica, altrimenti ricadiamo nell'errore e nel vizio italiano di appiccicare le etichette.

Non mi pare di avere proposto una discussione sulle appartenenze politiche (di chi, poi?) ma di avere espresso un disagio per quella che mi sembra una "mutazione genetica" di nFA.

Capisco che i fondatori siano maggiormente attenti alla diffusione di FiD, ma noto un indebolimento del dibattito che - prima della "discesa in campo" - era ad ampio raggio ed ora si concentra, per lo più, su temi settoriali.

La discussione di portata più generale è quasi scomparsa, mentre su FiD non c'è molta discussione, i pezzi sono offerti al commento dei lettori ma gli autori non intervengono mai. Allora la riflessione critica dovrebbe avvenire qui: a me pare che l'articolo-recensione di Massimo Famularo non vi contribuisca (men che meno gli interventi di qualcun altro).

Dissento

Massimo Famularo 12/11/2012 - 15:17

In primo luogo non mi sembra affatto che nfa sia diventata una succursale di Fermare il declino. Se osservo gli ultimi 10 articoli pubblicati trovo, il pezzo usuale sul nobel all'economia, un pezzo di Marco sulla Fiat (anche quello di provata tradizione) una bella e tranchant illustrazione di come sugli esodati nessuono applichi l'aritmetica più semplice e un bel pezzo di Scacciavillani sull'invadenza dei controlli anti evasione. 

Dove starebbe la deriva verso il movimento politico? 
Non ce n'è evidenza.
Ma anche se fosse, i redattori del sito a cui da tempo qualcuno chiedeva di fare qualcosa di più che critiche intelligenti dall'Amerika, hanno iniziato a investire danaro e tempo  in un movimento del quale condividono i valori e che ha nientepopodimeno che l'ardire di voler salvare il paese del declino

Ma veramente c'è qualcuno che vuole lamentarsi? 

Ad ulteriore testimonianza del fatto che nfa per quanto aderente al movimento resta un entità autonoma, faccio presente che la proposta di nfa per l'università è su questo sito ma non è stata ancora recepita da Fermare il declino.

Questo per le critiche al sito, per quelle alla recensione scrivo commento a parte. 

dal 30 agosto-1 settembre  in poi nFA langue, per usare un termine neutro. Soprattutto la qualita' dei commenti e delle interazioni si e' fatta molto meno interessante e per fermarmi alla tua riflessione in merito al pezzo recente di  Scacciavillani e' tutt'altro da come lo definisci tu.

Non mi prendo la briga di contare i commenti  pro e  contro al sopracitato articolo, ma  la somma  a casacata di commenti era prevalentemente negativa con l'accento sulla marcata mancanza del solito e desiderato rigore di nFA.

Si sente , e fortemente, la mancanza dei grandi tutti impegnati in altre, forse piu' nobili, attivita' e il surrogato sito ufficiale di fermareildeclino e'  un pallido paragone con la vitalita' di nFA del periodo aureo che non e' quello di questi mesi di autunno. PER FAVORE non neghiamo l'evidenza e non arrampichiamoci sugli specchi.  nFA langue perche' la maggioranza dei redattori ha altro a cui pensare e il risultato si vede e si legge

In primo luogo non mi sembra affatto che nfa sia diventata una succursale di Fermare il declino. Se osservo gli ultimi 10 articoli pubblicati trovo, il pezzo usuale sul nobel all'economia, un pezzo di Marco sulla Fiat (anche quello di provata tradizione) una bella e tranchant illustrazione di come sugli esodati nessuono applichi l'aritmetica più semplice e un bel pezzo di Scacciavillani sull'invadenza dei controlli anti evasione. 

Dove starebbe la deriva verso il movimento politico? 
Non ce n'è evidenza.
Ma anche se fosse, i redattori del sito a cui da tempo qualcuno chiedeva di fare qualcosa di più che critiche intelligenti dall'Amerika, hanno iniziato a investire danaro e tempo  in un movimento del quale condividono i valori e che ha nientepopodimeno che l'ardire di voler salvare il paese del declino

Ma veramente c'è qualcuno che vuole lamentarsi? 

Ad ulteriore testimonianza del fatto che nfa per quanto aderente al movimento resta un entità autonoma, faccio presente che la proposta di nfa per l'università è su questo sito ma non è stata ancora recepita da Fermare il declino.

Questo per le critiche al sito, per quelle alla recensione scrivo commento a parte. 

Zingales

John Law 10/11/2012 - 23:16

Ormai partecipo pochissimo alla vita di questo blog e devo dire che le rare volte in cui torno non mi pento della mia decisione di andarmene. Chi mi conosce sa cosa penso di Zingales, per chi invece non lo sapesse c'è sempre la possibilità di informarsi qui. A tutti i fan italiani di Zingales, che non siano imprenditori, consiglio di leggere qui cosa scrive uno dei colleghi di Chicago di Zingales, è davvero molto educativo. Ho inviato anche un commento, che è stato censurato, forse perché mi sono permesso di dire che quello che leggevo mi appariva molto Rothbard. Saluti.

Ormai partecipo pochissimo alla vita di questo blog e devo dire che le rare volte in cui torno non mi pento della mia decisione di andarmene.

 

eccebombo, 1978

come ero giovane...

Ueilà

John Law 11/11/2012 - 00:44

Libellulaccia sempre a caccia, lo sai che hai i giorni contati? Nell'America che tanto difendi a furia di usare i pesticidi son sparite le api, figurati le libellule. Vai a fare un giretto da Cochrane e Zingales, vedrai che ci lasci le ali. Saluti.

 

P.S.

i diritti li vuole solo Zingales, ha invaso il web con il suo libro in vendita.

quello dal blog di Cochrane

Luigi Zingales' great new book 

.... e allora?

E allora...

John Law 11/11/2012 - 11:45

e allora il link era stato specificatamente consigliato ai non imprenditori, quindi ai dipendenti, e per un motivo bene preciso. Certo, l'articolo si riferisce alla Dodd-Frank, una legge americana, e di quello che succede in America di solito me ne frega poco, però a volte mi interessa, nella misura in cui poi certe idee si tenti di esportarle qui in Italia. Lei Moro, e Zingales, in quanto propmotori di FilD state appunto cercando di farlo, quindi preferirei che il "citato" Zingales, e perché no anche lei, qui e ora, vi distaccaste da Cochrane, o perlomeno chiariste a tutti, una volta per tutte, se anche voi non riuscite a pensare altra soluzione per una TBTF in crisi che lasciarla fallire, mettendo in mezzo alla strada migliaia di famiglie, in nome del dio mercato che poi dovrebbe sistemare tutto ma che non sistema mai niente. Grazie. P.S. purtroppo per la policy dei commenti questo è il mio ultimo commento per le prossime 24 ore. Quindi le rispondo qui anche al suo commento successivo: ma davvero pensa che qui noi siamo tutti scemi? Casca male, ed è anche sfortunato. Proprio l'altra sera in TV sono passate delle interviste a studenti che non sapevano dove sbattere la testa per ripagare i debiti accumulati per frequentare l'università, e si parlava di somme dai 100.000 ai 150.000 $.

Per lo stesso motivo di cui sopra, rispondo qui anche a Fausto Panunzi: a me risulta che Zingales si sia laureato alla Bocconi, poi se abbia ottenuto il PhD con borsa di studio non saprei e nemmeno mi interessa. Saluti.

Il punto NON è che Zingales abbia avuto la borsa di studio da MIT. Il punto vero è che le università americane offrono numerose borse di studio ai meritevoli. Come fa del resto la Bocconi, le cui tasse sono maggiori di quelle statali. Quindi l'affermazione che siano università per ricchi è falsa. 

Il fatto che qualche meritevole non abbiente acceda alla istruzione superiore non significa molto.

Occorre vedere quanti meritevoli non abbienti non accedono all'università e all'istruzione superiore,  con un grande danno per la società tutta, e quanti mediocri ricchi arrivano ad essere  classe dirigente del paese, creando un ulteriore danno.

Ho già trattato il tema qui, con scarso seguito...

Purtroppo. Ma temo che sia inevitabile. Le nostre università pubbliche in cui le tasse sono basse, ma che offrono servizi spesso scadenti danno un vero vantaggio ai meno abbienti?

Infatti

francesco rocchi 11/11/2012 - 14:43

Il modello da contrapporre a quello americano non è quello italiano, ma quello inglese, in particolare pre-Cameron.

che il sistema dell'istruzione americana ha parecchi difetti, e non è il modello da seguire per migliorare la qualità dell'insegnamento e delle strutture.

se anche voi non riuscite a pensare altra soluzione per una TBTF in crisi che lasciarla fallire, mettendo in mezzo alla strada migliaia di famiglie, in nome del dio mercato che poi dovrebbe sistemare tutto ma che non sistema mai niente.

Tu che soluzione proponi? Sovvenzioni pubbliche?

La frase :

 

Lei Moro, e Zingales, in quanto propmotori di FilD state appunto cercando di farlo, quindi preferirei che il "citato" Zingales, e perché no anche lei, qui e ora, vi distaccaste da Cochrane, o perlomeno chiariste a tutti, una volta per tutte, se anche voi non riuscite a pensare altra soluzione per una TBTF in crisi che lasciarla fallire, mettendo in mezzo alla strada migliaia di famiglie, in nome del dio mercato che poi dovrebbe sistemare tutto ma che non sistema mai niente. 

denota non solo la mancata lettura del testo che si vuole criticare, ma anche di quanto viense scritto su questo sito e altrove dai redattori.

Riassumo velocemente  a testimonianza della buona mia volontà:

Il problema delle TBTF è che non dovrebbero esistere e che dovremmo frantumare qulle esistenti. In particolare Boldrin sulle banche europee ha più volte detto che rispetto al pase di origine sono TBTF non rispetto all'europa duque dovremmo fare in modo che le istituzioni fossero più presenti in vari paesi e meno concentrate.

Inoltre si può benissimo (e zingales lo scrive nel libro) tutelare i depositanti lasciando che siano gli azionisti e i manager delle banche a pagare il conto.  Parimenti si può prevedere una tutela per i lavoratori (punto 5 del progamma di fermare il declino) e NON per i posti di lavoro come alternativa ai salvataggi di stato.

 

Insomma ci sono tante cose interessanti di cui discutere se uno ha la pazienza di ascoltare quello che dicono gli altri e non attaccarli per partito preso sulla base di generiche quanto errate convinzioni.

Condividendo la risposta dell'ottimo Famularo, colgo l'occasione per esprimere qualche concetto base sui "fallimenti", sperando di suscitare qualche felice e costruttivo litigio.

- Il fallimento è alla base del funzionamento di un mercato in libera concorrenza.

- Il salvataggio con soldi pubblici di una impresa non in grado di reggere la concorrenza significa ostacolare la crescita (anche in termini di impiego) di quelle imprese che concorrenziali lo sono. Anche perché viene eseguito proprio con i soldi delle aziende che producono reddito. In altre parole:  il salvataggio è fonte di disoccupazione.

- Dire che un fallimento "porta in strada le famiglie" significa affermare che non esiste un sistema di assistenza sociale che aiuti il cittadino che ha perso il lavoro (salvo eventualmente farsi risarcire dallo stesso quando potrà). Questo è un altro discorso.

- I fallimenti più necessari e con meno conseguenze negative dovrebbero essere quelli bancari (ULLALLA!). Infatti, poiché la valuta appartenuta ai correntisti esisteva un attimo prima che la banca fallisse, è compito della banca centrale risarcirli a costo zero stampando denaro (OI, OI, OI) per evitare deflazione (nonché il panico). Diverso, ovviamente, il discorso per i proprietari della banca (gli azionisti e obbligazionisti) che hanno affrontato un investimento con il suo grado di rischio, e contro il quale altri investimenti erano in concorrenza.

- I dirigenti bancari responsabili di un fallimento vanno comunque perseguiti giudizialmente visto il ruolo istituzionale e fiduciario delle banche ancorché enti privati (io non posso essere una banca, anche se mi piacerebbe molto). Che poi in "certi paesi" i giudici siano incapaci, corruttibili e intoccabili, anche questo è un altro tema.

- Visto che abbiamo toccato le banche ed i loro ingiustificati privilegi, rammento che se alle banche viene permesso di prestare agli Stati (a 50 volte il tasso di sconto), smetteranno di alimentare il cosiddetto "capitalismo" (ovvero gli investimenti in mezzi di produzione), da cui la morte dell'economia industriale. Dovrebbe essere vietato.
- Le fusioni tra aziende concorrenti non può che essere proibita da una normativa antitrust. Non solo: anche il semplice tentativo è da considerarsi un sintomo di mercato a rischio cartello, ovvero analizzarsi da parte delle autorità anti-trust al fine di ripristinare la concorrenza con norme specifiche. NOTA: il favore con cui anche ala stampa ha accolto in Italia le mega fusioni bancarie, nonché altre come le recenti nel campo delle utilities (HERA), denota il livello della cultura politico-economica in questo paese.

- Le TBTF sono già un cancro ancora prima di fallire. Poiché il loro fallimento improvviso toccherebbe grandemente le tasche di Pantalone (costi di assistenza sociale), è conveniente il commissariamento, che con gli strumenti del congelamento del debito e della sospensione fiscale può mantenere in vita il "bubbone" per il tempo necessario al suo sezionamento e vendita (dismissioni, piuttosto che chiusura).

Completo con due voci in tangenza con quanto in oggetto:

- Licenziamenti. L'articolo 18 (ante Fornero) aveva un senso. Lo ha perso solo quando la magistratura, improvvisandosi legislatore, ha deciso di escludere dai "giustificati motivi" quelli economici.

- Diritto al lavoro: A parte che non esiste un tale diritto naturale, esso può essere interpretato in almeno due modi:

1) quello condivisibile, è il caso di un individuo che voglia servirsi spontaneamente dei servizi di un altro, offerti anch'essi spontaneamente in cambio di un corripettivo pattuito tra le parti.

L'esperienza italica ci dice che effettivamente questa volontà di collaborazione dovrebbe essere difesa. Contro chi? Contro lo Stato, che impone divieti rappresentati da requisiti di vario tipo, quali titoli di studio (ex: laurea triennale da infermiere) od appartenenza a corporazioni o categorie (ex: ipasvi). Inoltre, il compenso non viene pattuito tra le parti, ma tra le "parti sociali" (?). Si tratterebbe quindi di un "diritto" non naturale, bensì specifico, reso necessario dalle devianze del diritto positivo (come anche gli eccessi di spesa pubblica o di imposte, da cui il cittadino andrebbe opportunamente difeso in Costituzione).

2) L'interpretazione attuale, secondo cui un individuo avrebbe il "diritto" di farsi pagare da un altro per delle supposte prestazioni che quest'ultimo non vuole e non necessita, e che magari non riesce neanche a pagare pena il fallimento della propria attività. Questo è il pazzesco senso dell'art. 18 dello statuto dei lavoratori, così come interpretato dalla giurisprudenza (che essendo in Italia appannaggio dei soli giudici, assegna a questi ultimi il potere legislativo).

Egregio Famularo

John Law 16/11/2012 - 23:55

che le devo dire... ho riscritto e cancellato questo commento almeno cinque volte nel tenativo di risultare il meno sprezzante possibile. 

 

"si può benissimo (e zingales lo scrive nel libro) tutelare i depositanti lasciando che siano gli azionisti e i manager delle banche a pagare il conto. "


Lo ha scritto lei, non io, e  se non si rende conto da solo dell'enormità della menzogna populista che ha scritto (peraltro citando Zingales), io non posso farci nulla e non intendo nemmeno addentrarmi in spiegazioni inutili, quindi non ho proprio altro tempo da perdere qui.

La saluto.

Incredibile il numero di fesserie che John Law riesce a dire nel post linkato. Una serie di luoghi comuni difficile da inanellare. Ne smentisco solo uno. Non occorrono 70 mila euro l'anno per frequentare la università top americane. Ci sono le borse di studio di cui molti (tra cui Zingales) hanno potuto e possono beneficiare.

Basterebbe guardare il sito

In ogni caso, gli studenti di Harvard non sono ricchi, vengono ammessi unicamente in base al merito, e viene valutata la capacita' delle famiglie di pagare prima di determinare quanto effettivamente pagano. 

Illustri professori, vogliate scusare il linguaggio scurrile ma sono rimasto allibito:

ho inserito i miei dati familiari nell'apposito form di Harvard: http://npc.fas.harvard.edu/%20

Mi vorreste dire che un anno ad Harvard mi costerebbe solo 6.700 dollari l'anno?

 

Cioè a Padova: 2.000 euri di "contributi" (+200 di iscrizione+200 di tasse regionali e bolli) + 2.200 euri di affitto annuale di un buco + 2.000 euri per spese personali e siamo già a 6500 euri...

 

Dove sta l'inghippo? Ho forse intepretato male data la mia scarsa dimestichezza con l'inglese? Grazie.

è che pagheresti 6700 dollari SE TU VENISSI AMMESSO. Cioè, se saresti abbastanza meritevole e in gamba da venire accettato ad harvard. ;)

Mi spiace seriamente che tu debba affrontare il fastidio di dover ottenere nuove conferme della correttezza della tua scelta di non frequentare questo sito. Esiste un modo efficace per evitare questo increscioso inconveniente e consiste  nell'astenerti dal visitarlo.
Non ti conosco, non conosco cosa pensi di Zingales e non ho intenzione di andarmelo a leggere sul tuo sito. Se hai delle critiche sulla recensione o sul libro o sugli aromenti trattati, felice di discuterne in modo circostanziato qui: se vuoi che altri  investano del tempo per discutere con te, dovresti avere la pazienza di scrivere quello di cui vuoi discutere. Altrimenti, hai avuto la tua occasione per linkare il tuo sito e la cosa finisce qui.

Non è chiaro dove tu abbia inserito il commento che hanno censurato, su questo sito vengono rimessi solo gli attacchi personali e offensivi.

Scusate, ma sapete che cos'è il "capitalismo"?

E' semplicemente una forma di investimento.

Si investe in mezzi di produzione, con la speranza di poter ridurre il costo del prodotto in quantità sufficiente a compensare l'investimento.

Che c'entrano le "derivazioni clientelari" con questo concetto?

Che c'entra l'aneddoto citato dei professori?

Il "capitalismo" SICURAMENTE NON E' un sistema politico né giuridico. Né una dottrina politica né una teoria economica. Cosa che mi sembra invece che sia l'autore dell'articolo che del libro abbiano equivocato.

In conclusione, come è possibile sperare che il libro citato spieghi qualunque concetto di economia, se l'autore prescinde da certe definizioni basilari?

 

NB: tale chiarimento vale anche per i fanatici "nemici del capitalismo", che anche in questo blog scagliano frecce di nulla contro il nulla.

Ma in fondo lo sto facendo anch'io, che il libro non l'ho letto e sto commentando solo il "commento" dell'articolista . . .

Mai pensato di provare a guardare, tipo su wikipedia prima di dire agli altri che hanno  equivocato? 
Se ti risulta faticoso ti incollo il testo (aggiungo qualche grassetto)

 

 Il termine capitalismo può riferirsi in genere a diverse accezioni quali:

 

Una combinazione di pratiche economiche, che venne istituzionalizzata in Europa, tra il XVII e il XIX secolo, che coinvolge in particolar modo il diritto da parte di individui e gruppi di individui che agiscono come "persone giuridiche" (o società) di comprare e vendere beni capitali (compresi la terra e il lavoro; vedi anche fattori della produzione) in un libero mercato (libero dal controllo statale).

Un insieme di teorie intese a giustificare la proprietà privata del capitale, a spiegare il funzionamento di tali mercati, e a dirigere l'applicazione o l'eliminazione della regolamentazione governativa di proprietà e mercati;

Il sistema economico, e per estensione l'intera società, il cui funzionamento si basa sulla possibilità di accumulare e concentrare ricchezza in una forma trasformabile (in denaro) e re-investibile, in modo che tale concentrazione sia sfruttata come mezzo produttivo;

Regime economico e di produzione che nelle società avanzate viene a svilupparsi in periodi di crescita, riconducibile a pratiche di monopolio, di speculazione e di potenza.

La parola "capitalismo" è usata con molti significati differenti, a seconda degli autori, dei periodi storici, e talvolta del giudizio di valore che l'autore porta sull'organizzazione sociale vigente. Volendo trovare un comune denominatore alle diverse visioni, si può forse affermare che per capitalismo si intenda, generalmente e genericamente, il "sistema economico in cui i beni capitali appartengono a privati individui".

 

Va anzitutto distinta la nozione di "capitalismo" come fenomeno (cioè, come sistema politico-economico e sociale) dalla nozione di "capitalismo" come ideologia (la posizione che difende la "naturalità" o la "superiorità" di tale sistema, basato sulle competizioni di detentori di capitali privati).

 

Essendo un termine carico di significati diversi, esso ha rappresentato spesso uno spartiacque politico che ha diviso le posizioni ideali in fautori, oppositori e critici del capitalismo.

 

Alle diverse definizioni di "capitalismo" come sistema economico-sociale fanno spesso riscontro diverse definizioni di cosa sia il "capitale". Molto raramente gli autori hanno definito in modo esplicito l'uno o l'altro dei termini, e pertanto tali definizioni spesso (anche se non sempre) devono essere ricavate attraverso un'analisi critica del complesso dei loro testi.

Purtroppo, Wikipedia la definizione non la da.

Al contrario, sostiene che non esiste, in quanto il termine verrebbe "usato con molti significati differenti" (senza però specificare quali) e che se ne è scritto "senza darne la definizione" (proprio il ns. caso).

Invece, la definizione ce l'ha.

E' la stessa che gli diede Marx (leggersi "il Capitale") ed i suoi acerrimi nemici, i Luddisti.

Il primo sosteneva che lo sviluppo dei mezzi di produzione che ne sarebbe derivato avrebbero permesso agli uomini di vivere senza lavorare (Comunismo), i secondi che le macchine erano da distruggersi proprio perché creavano disoccupazione.

Il fatto che, successivamente, i deliri intellettuali si siano sovrapposti malinterpretando l'uno e gli altri, non ne chiarisce né la definizione né le conseguenze della sua pratica (di investimento).

Meglio tornare ab ovo.

Da qui si riescono a commentare meglio i citati "deliri".

Saluti

GGC

Lo fa in questo articolo sul futuro del partito repubblicano. Per essere un idiota totale ha abbastanza credito sui media internazionali. 

NYT

John Law 12/11/2012 - 15:23

Panunzi mi scusi ma... quell'articolo che lei linka parla della sconfitta di Romney, e Zingales viene citato solo di striscio, insieme ad altri, come possibili "embrioni" (testuale) di una nuova agenda politica per il Partito Repubblicano. A parte il fatto poi che l'autore dell'articolo è un op-ed, un esterno, quindi un sacrificabile, detto questo mi spieghi una cosa, il repubblicano Zingales con il suo neo attivismo politico in Italia cosa vorrebbe fare? Vorrebbe importare il programma elettorale di Romney e Ryan? Vorrebbe abbassare le tasse ai ricchi e alle società per togliere l'assistenza sanitaria a chi non ha reddito? Perché questo era il programma repubblicano. Saluti.

Credo che Zingales voglia Fermare il Declino. Ma non stiamo parlando di questo. Quello che volevo dire è che posizioni come quelle di Zingales di cui alcuni (come lei) si fanno beffe sono rilevanti (con tutti i limiti) anche nel dibattito americano e anche su giornali come il NYT. Quindi si può benissimo essere in disaccordo con lui (io non la penso allo stesso modo) ma il tono saccente e liquidatorio sono fuori luogo. E no, se legge le sue proposte, Zingales non vuole togliere l'assistenza sanitaria e nessuno. Un po' di prudenza nelle valutazioni aiuterebbe molto a rendere più forti le argomentazioni e più interessante il dibattito.

Solita storia

John Law 12/11/2012 - 18:34

ma si, parliamo a sproposito di toni saccenti e liquidatori, e sorvoliamo sui contenuti. Siamo alle solite, ed è questo uno dei motivi per i quali ho ridotto la mia presenza qui, e nel caso specifico mi pento di essermi lasciato coinvolgere da lei in questa polemica, ma metterò i puntini sulle i e poi ritornerò nell'oblio. Non è la prima volta che qui, per il mio dissenso vengo fatto bersaglio di commenti offensivi, più o meno come nel suo commento "Quante fesserie", salvo poi venire accusato di essere saccente e presuntuoso. Che le devo dire, mi sono avvicinato a questo blog perché lo avevo ritenuto popolato da economisti di livello mondiale, poi ho visto che si dava spazio ad idee quantomeno discutibili, e me ne sono gradualmente allontanato. Per quanto riguarda il suo Zingales, nel mio post che lei ha giudicato un cumulo di fesserie, ho scritto chiaramante che rispetto a prescindere le sue idee, ma non condivido il fatto che sia sceso a patti con il sistema, e a ben vedere non solo è sceso a patti, ma ne è diventato parte attiva. A me quel sistema non piace, ma proprio per niente, ma di certo non tedierò lei e nessun altro elencando i motivi per i quali non mi piace, lo farò ma  non qui. Non è questo il luogo adatto per certi discorsi, perché per quanto lei faccia riferimento ad un dibattito interessante, qui non c'è nessun interesse o rispetto per idee diverse, da parte sua per primo. Saluti.

Non vorrei proseguire questa polemica. Lei di contenuti non ha mai parlato. Ha detto che Zingales vuole togliere assistenza sanitaria alla gente e questo non è vero. Ha detto che frequentare Chicago costa 70 mila euro e non è vero. Cita un articolo di Cochrane e automaticamente lo associa a Zingales, dato che insegnano nella stessa università, dimenticando che due persone possono avere l'ufficio vicino e non essere per questo d'accordo su molte cose. Alla fine quello che capiamo è che Zingales non le va bene perché è sceso a patti con il sistema (quale sistema?) e anzi ne è diventato parte. Mi scusi, ma non mi sembrano argomenti molto robusti. Le assicuro, però, che a me farebbe piacere se restasse a commentare in questo blog. Saluti.

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