Fatto lo stato, mancano ancora i cittadini

Secondo il Il libro-manifesto dell'Istituto Bruno Leoni, il rapporto tra stato e individuo in Italia è alla base di tutti i problemi irrisolti dei primi 150 anni di vita del nostro paese e il punto di partenza per porvi rimedio nei 50 anni che ci separano dal bicentenario. Il libro, in realtà, riesce a dare al tempo stesso di meno e di più di quel che promette. Vediamo perché.

Che gli italiani si sentano spesso più sudditi che cittadini risponde al senso comune di chiunque abbia un minimo di confidenza con il nostro paese; è appunto con la definizione di suddito che si apre a raccolta di saggi brevi curata da Nicola Rossi per l'Istituto Bruno Leoni (grassetto nostro):

Sùddito agg. e s. m. (f. -a) [dal lat. subdĭtus, part. pass. di
subdĕre «sottomettere, assoggettare», comp. di sub- e dare
«dare»]. – 1. agg., letter. Sottoposto a un’autorità sovrana: la
regina Cui questo regno è s. e devoto (Dante). 2. sost. a. Ogni
soggetto che si trova in condizione di dipendenza dalla sovranità
dello stato; in partic., e in antitesi a cittadino, il soggetto che
dipende dalla sovranità dello stato senza esserne membro: i s.
coloniali; gli apolidi sono s. dello stato che li ospita. Nell’uso
corrente indica anche chi è subordinato a uno stato organizzato
in monarchia assoluta, oppure il cittadino considerato non in
rapporto allo stato ma al monarca:

La sensazione viene meticolosamente confermata man mano che, nel  corso del libro, il rapporto stato-invididuo viene esaminato nelle numerose sedi in cui si manifesta. Se il profilo fiscale, come è facilmente immaginabile, la fa da padrone fin dall'introduzione, non mancano altri interessanti punti di vista meno usuali, come l'ottica dell'investitore estero, testimoniata da Fabio Scacciavillani, il voltafaccia sulle energie rinnovabili, raccontato da Carlo Stagnaro, il proliferare legislativo a scopo autoassolutorio illustrato da Pietro Ichino. L'apice dello squilibrio si raggiunge con il concetto di ''abuso di diritto'', spiegato da Franco Debenedetti. Quest'ultimo concetto, come spiega Debenedetti nel suo saggio, è stato introdotto non per via legislativa ma mediante una sentenza della Corte di Cassazione. L'idea è semplicemente che i contribuenti devono evitare quegli atti ''che si traducono in operazioni compiute essenzialmente per il conseguimento di un vantaggio fiscale''. In sostanza, l'amministrazione fiscale può perseguire un contribuente anche se nessuna legge è stata formalmente infranta, se ritiene che certe operazioni siano state compiute unicamente per massimizzare il risparmio fiscale. 

Da qualsiasi angolo lo si guardi, il rapporto appare sempre squilibrato, improntato a regole che sarebbero inaccettabili in un contratto tra pari e questo squilibrio si presenta come una chiave di lettura particolarmente efficace per inquadrare praticamente tutte le disfuzioni del nostro paese, dalla pressione fiscale insostenibile che i sudditi sono costretti a sopportare, alla scarsa produttività di un apparato statale che può permettersi impunemente un atteggiamento autoreferenziale e slegato dalle logiche di mercato, alla selva di regole distorsive ed eccezioni interminabili.

Al lettore di nfA la lettura risulterà per molti versi familiare, visto che molti dei temi trattati sono stati e sono ancora oggi affrontati di frequente su questo sito. La principale differenza di approccio consiste nel fatto che mentre su questo blog l'accento è in prevalenza sul profilo  economico,il volume curato da Rossi pone maggiore attenzione agli aspetti politico-giuridici, sebbene, come è facile immaginare,  i due punti di vista costituiscono molto spesso due facce della stessa medaglia.

Ma vediamo perché diciamo che il libro finisce per dare al tempo stesso di più e di meno di quello che promette.

Perché dia di meno è presto detto. Nessuno, ma proprio nessuno, può sperare di definire un'agenda politica per i prossimi 50 anni. Fate per un momento mente locale su cosa era l'Italia 50 anni fa, nel 1962. Era un paese in cui si poteva finire in galera se si parlava di contraccezione. Era un paese in cui il divorzio era illegale. Era un paese in cui l'analfabetismo era ancora un problema diffuso, e non solo per le generazioni più anziane. Last but not least, era un paese in cui l'Inter non aveva ancora vinto una Coppa dei campioni (non c'entra nulla, ma certe cose vanno ricordate). Insomma, era una paese radicalmente differente da quello attuale e sull'orlo di enormi cambiamenti (particolarmente rapidi per l'Inter). Se qualcuno avesse provato a scrivere un programma per i diritti civili 50 anni fa dubitiamo fortemente che molti temi che tanto agitano il dibattito corrente, dal matrimonio omosessuale al trattamento delle cellule staminali, avrebbero ricevuto la minima attenzione. Non sappiamo di cosa si discuterà nel 2062, e il più vecchio di noi due teme fortemente che non riuscirà mai a saperlo, ma molto probabilmente sarà qualcosa che al momento non riusciamo neanche a immaginare. Poco male comunque. La promessa di un programma per i prossimi 50 anni è chiaramente esagerata ma il libro resta ottimo, e senz'altro aiuta a chiarire la prospettiva e definire un programma almeno per le prossime due legislature. Non c'è bisogno di più.

La ragione per cui invece il libro da più di quello che promette è un pelino più sofisticata. Il libro fornisce non solo un programma ma anche una base di analisi che meglio aiuta a capire il rapporto tra Stato e cittadini a partire dall'unificazione del paese. Da questo punto di vista è veramente illuminante il primo capitolo, scritto da Giorgio Rebuffa, sullo scontro dottrinale che nei primi decenni dell'unificazione si svolse tra differenti scuole giuridiche, in particolare riguardo alle basi del diritto amministrativo. Il saggio rischia di generare scoramento: se le radici della asimmetria tra Stato e cittadino sono così profonde, se l'idea della supremazia della macchina amministrativa pubblica rispetto ai diritti degli individui è così intimamente connessa con la nostra cultura giuridica (se non con la nostra cultura tout court), cosa possiamo fare?

Perfino legiferare in modo corretto sembra non produrre risultati. Il concetto di ''abuso del diritto'' di cui parla Debenedetti è infatti di origine giurisprudenziale. Si aggiunga il capitolo in cui Natale d'Amico racconta la triste storia dello statuto dei diritti del contribuente, una legge piena di buone intenzioni approvata una dozzina di anni fa (e a cui contribuì in modo determinante proprio d'Amico) e il quadro risulta ancora più deprimente.

Ma farsi prendere dallo scoramento sarebbe sbagliato. Il modo giusto di leggere il libro è quello di prendere coscienza di quanto lavoro ci sia da fare per riformare lo Stato italiano e di quanto profonde siano le sue storture. Ma il fatto che un lavoro sia immane non è una buona ragione per evitarlo. È al contrario una buona ragione per mettersi all'opera subito e in modo deciso, avendo la chiara nozione che molte delle incrostazioni e inefficienze contro cui si finirà per combattere hanno radici che non è esagerato definire secolari. Sta diventando di moda l'espressione ''rivoltare lo Stato come un calzino''. Questo libro aiuta a capire non solo perché questo va fatto ma anche perché è così difficile farlo.  È quindi una chiamata alle armi per un rinnovamento profondo sia della macchina amministrativa sia della società italiana. Quanto tale chiamata sarà efficace lo vedremo nei prossimi anni.

26 commenti (espandi tutti)

Ragazzi, una cosa che proprio non capisco è perché questo lavoro andrebbe così necessariamente fatto.
 

Voi economisti siete bravissimi a (giustamente) evidenziare come gli imprenditori spesso inizino operazioni che non hanno senso, oppure si ostinino a tenere aperte aziende che non servono a nulla e nessuno, salvo rappresentare un enorme investimento emotivo per chi le ha faticosamente iniziate e sostenute per anni. Sappiamo tutti fino a che punto ci si può rovinare ipotecando case e quant'altro per ottenere qualche euro in più "per arrivare al collaudo di questo nuovo prodotto che stavolta sarà un successone e ci proietterà in utile...vedrete!"

 Qualcuno ha voglia di spiegarmi a chi serve davvero la Repubblica Italiana e perché sia così importante impegnarsi per farla esistere anche in futuro?

 Qualcuno ha voglia di spiegarmi a chi serve davvero la Repubblica Italiana e perché sia così importante impegnarsi per farla esistere anche in futuro?

Purtroppo, con i tempi che corrono, viene da dire lo stesso del progetto Europeo, che nonostante le sue ottime potenzialità oggettive dal punto di vista delle politiche economiche e dell'apertura delle frontiere, è stato inficiato dalle scelte deleterie di burocrati non eletti, che più autoritari non se ne potrebbero immaginare.

Diciassette nazioni, divise da una moneta comune.

L'unica via praticabile ora è chiedere l'annessione alla Svizzera.

Temo che le si attribuisca un potere eccessivo, seguendo un "sentiment" diffuso.

 

La Commissione agisce in base ai poteri che le sono stati attribuiti dai Trattati e dalla legislazione derivata: è vero che, in larga misura, sono i suoi uffici a formulare le proposte di regolamenti e direttive, ma poi queste devono essere approvate dal Consiglio - che è composto dai ministri o dai capi di governo, in genere democraticamente eletti - e dal Parlamento europeo.

 

In definitiva, la "vocazione autoritaria" della burocrazia europea ha solidi contrappesi: infatti, la legislazione derivata è spesso molto meno incisiva di quanto la Commissione aveva originariamente proposto, intervenendo molteplici compromessi che la attenuano grandemente.

inficiato dalle scelte deleterie di burocrati non eletti

Scusi, chi sarebbero?

RR

 Qualcuno ha voglia di spiegarmi a chi serve davvero la Repubblica Italiana e perché sia così importante impegnarsi per farla esistere anche in futuro?

Giuseppe banalmente perchè ci abitiamo ma soprattutto perchè, al momento, non ci sono alternative.

Dobbiamo far funzionare sta cosa di cui siamo "sudditi" visto che secessioni o "rifondazioni" non sono al momento previste o prevedibili.

Anche volessimo batterci per esse nel frattempo vorrai dare una sistemata a dove abiti? O sei di quelli che quando lasciano l'appartamento lo sfasciano tutto ;-) ?

La cosa da non sottovalutare è che la mentalità che ci ha portati qui è ormai radicata in molti di noi. Se ripartissimo da zero adesso così come siamo temo che usciremo fuori con qualcosa di molto simile. Se non cambiamo noi non possiamo fare qualcosa di diverso. Non so se sono riuscito a spiegarmi (temo proprio di no).

 

PS ("Per Sandro" non "Post Scriptum")
Dopo aver saputo che Matri è un serio candidato alla sostituzione di Ibrahimovic, non me la sento di far le battute sull'Inter nonostante mi siano servite su un piatto d'argento. Ah maledetto BS; che serve essere vecchio e miliardario se non sprechi tutto ? Lo so non ho papers al supporto di questa teoria economica ma fidatevi

Il mercato del Milan sembra fatto per impedirmi di sprecare commenti su nfA....

Ciao Corrado,

scusa il ritardo, ma come dici più sotto, con questa interfaccia non riesco a usare il tablet e mi passa la voglia di commentare...

Se ripartissimo da zero adesso così come siamo temo che usciremo fuori con qualcosa di molto simile. Se non cambiamo noi non possiamo fare qualcosa di diverso. Non so se sono riuscito a spiegarmi (temo proprio di no).

Purtroppo credo tu abbia perfettamente ragione con questa frase.
 

Resto dell'idea (anzi, da quando sono emigrato in Lussemburgo l'idea si è rafforzata 1000 volte) che l'italia sia assolutamente troppo grande (la distanza tra eletti ed elettori impedisce controllo e partecipazione), troppo eterogenea (insieme alle dimensioni assolute, questo problema amplifica tantissimo l'entità dei compromessi che è necessario fare fra le esigenze...mica sempre sono fisime o paraculate...legittimamente diverse di diverse parti della popolazione finendo per scontentare tutti, ma proprio tutti), troppo inutile ora che la UE e soprattutto Schengen sono una realtà consolidata (i servizi che si utilizzano per necessità, si pagano direttamente, ma soprattutto, l'attività economica di moltissime aziende delle mie parti è quasi completamente rivolta a nord e ad est o comunque "fuori", ma anche le attività normali...se un veneto vuole farsi un weekend al mare, che non sia a Jesolo, va a Rovigno, Parenzo o Pirano, senza tante complicazioni...).

Ciò che servirebbe sarebbero 10-20 stati simili a Slovenia, Austria o Olanda, magari con struttura iperfederale come la Svizzera o lo stesso Lussemburgo (dove i cantoni e i comuni hanno una amplissima autonomia impositiva e legislativa), inseriti (almeno quelli che ne rispetterebbero i parametri) nella cornice UE.

Purtroppo lo pensiamo io e forse altri 5-6000 in italia...un po' pochini per perderci altro tempo...e dunque hai ragione tu: per quanto mi sembri un'impresa disperata e senza speranze, non resta che tentare di rimettere un po' a posto casa...buttando via tutta la spazzatura ideologica possibile, però, con decisione e senza ulteriori compromessi, altrimenti neanche questo gioco vale la candela...

Con Giuseppe abbiamo portato avanti la discussione partendo dalla domanda postata qui sopra.

In effetti io credo che si possa dire che lo stato italiano è un oggetto peggiore dalla somma delle sue parti. 

Senza cedere i trasferimenti le regioni che producono potrebbero crescere più velocemente.

Senza ricevere i trasferimenti che le drogano, le regioni destinatarie dopo uno shock iniziale probabilmente inizierebbero un percorso di crescita sano (non che lo shock non sia indolore, ma anche smettere di drogarsi non lo è, poi uno sta meglio)

Vale la pena di salvare l'italia?

 

Io ho una visione spero non troppo paracula

L'italia così com 'è non merita salavataggio ed è inesorabilmente destinata al fallimento. Possiamo provare a differire il momento o rallentare il declino ma la via quella è.

Si può in alternativa provare a cambiare lo stato, a farne un posto dal quale sia meno conveniente andarsene e, perchè no, dove un giorno possa anche tornare chi è partito.

Un posto che serva a qualcosa ai suoi cittadini e che non sia un'accidente storico. 

Non è impresa da poco, però io credo che valga ancora la pena di provarci

voi che ne pensate?

Ne penso che con il nuovo sistema di commenti bisogna spostare le conversazioni da nfA su facebook.

Ha senso ?

Senza cedere i trasferimenti le regioni che producono potrebbero crescere più velocemente.

Senza ricevere i trasferimenti che le drogano, le regioni destinatarie dopo uno shock iniziale probabilmente inizierebbero un percorso di crescita sano (non che lo shock non sia indolore, ma anche smettere di drogarsi non lo è, poi uno sta meglio)

Vale la pena di salvare l'italia?

No, questa Italia non merita di essere salvata.

 

L'italia così com 'è non merita salavataggio ed è inesorabilmente destinata al fallimento. Possiamo provare a differire il momento o rallentare il declino ma la via quella è.

 

Concordo.

 

Si può in alternativa provare a cambiare lo stato, a farne un posto dal quale sia meno conveniente andarsene e, perchè no, dove un giorno possa anche tornare chi è partito.

 

Un posto che serva a qualcosa ai suoi cittadini e che non sia un'accidente storico. 

 

Non è impresa da poco, però io credo che valga ancora la pena di provarci

 

voi che ne pensate?

Piu' o meno dal 1992 ho dato il mio infinitesimo contributo per riformare l'italia con un federalismo basato su autonomia di entrata e spesa e in generale su principi di responsabilita' e trasparenza nella gestione pubblica. Questo e' il principale progresso possibile per l'Italia nel breve-medio termine. La riduzione delle province da 110 a 40, l'abolizione delle pensioni di anzianita' senza diminuzione proporzionale dei contributi, i tagli lineari qui e la' sono espedienti in parte ridicoli in parte ininfluenti che spostano solo il default un po' piu' in la'. La mia conclusione e' che le classi dirigenti italiane per loro incompetenza e disonesta' diffusa non sono e non saranno nel prevedibile futuro capaci di realizzare questo genere di riforma federale che serve. Probabilmente e' proprio la cultura italiana che concepisce lo Stato primariamente come strumento per ricavare rendite per gli insider a danno della generalita' dei cittadini.

L'Italia rimane avviata al default, e dopo il default rimarra' avviata a farne un altro, a meno che non esca dall'Euro e preferisca fare svalutazioni periodiche come ai tempi di DC, PSI e PCI.

Se per un caso al momento non prevedibile a seguito di un default l'Italia si dividesse in entita' piu' piccole, che separino almeno il Sud e il Lazio dal Centro-Nord, gli italiani potrebbero risolvere in buona parte il secondo dei loro problemi, cioe' l'intermediazione viziosa dello Stato centrale nel trasferimento di ricchezza da Nord a Sud, ma rimarrebbe il primo problema, cioe' una amministrazione della giustizia estremamente arretrata e inefficiente anche perche' basata su principi culturali formalistici spesso insensati e attuati da uno Stato disfunzionale. Pero' almeno avrebbe migliorato le sue condizioni quanto realisticamente possibile.  E i progressi del Sud sarebbero migliori di quelli del Nord, come nel caso della Slovacchia, che e' cresciuta economicamente piu' della Rep. Ceca.

Beh, il Milan la vinse nel 1963 e l'Inter l'anno successivo: la cosa era matura.

Poi furono sette per il Milan e tre per l'Inter ...

Su ESPN ho visto Inter-Celtic del 67 (non sono certissimo dell'anno, ma piu' o meno ci siamo). Quella era, se non erro, "La Grande Inter", ma in campo facevano (o almeno fecero in quella partita) un catenaccio vergognoso, vero anti-calcio, ben peggio di qualsiasi cosa immaginabile oggi giorno. Il giorno dopo hanno mostrato Manchester United-Benfica (di uno o due anni successivi) e li' si e' visto un calcio davvero bello anche per uno spettatore di oggi. Per me - da non-interista - e' stata una gran delusione vedere una squadra rimasta nella legenda giocare in modo cosi' distruttivo.

 

(scusate l'off topic)

Questo è  uno dei tanti casi in cui la nuova politica sui commenti torna utile: bruciarsi un commento per parlare del nulla e andare OT. Se poi penso che oltre che a bruciare un commento hai bruciato due ore della tua vita per vedere una partita della seconda squadra di Milano mi viene quasi l'orticaria.Se poi vuoi passare due ore  utili riguardati Milan-Barcellona del 1994.

... passate a guardare gli eroi della prima squadra di Glasgow. Piedacci rozzi e tanto coraggio. Certo che l'Hinter e' la seconda squadra di Milano. Per la precisione e' la squadra dell'hinterland di Milano (hence its name).

Riguardo Milan-Barcellona, preferisco Milan-Steaua di qualche anno prima: il Milan giocava un calcio piu' apprezzabile esteticamente.

Dici che brucio i commenti? Se non trovo cose intelligenti da dire preferisco spendermi i tre commenti in OT col sorriso sulle labbra ;-)

quell'inter arrivò cotta alla finale, perse puro lo scudetto all'ultima giornata. guarda il match col Real e lascia perdere i biretrocessi :)

Magari prima o poi leggero' il libro ma intanto parliamone tra noi.

Proprio chi si trasferisce a lungo all'estero sa che il popolo italiano non ha bisogno di 50 anni per adeguarsi ad una diversa realtà. Da suddito diventa in fretta cittadino quando si trova in germanien, sguizzera o amerika.  O anche che il suddito a palermo puo' diventare cittadino a Bolzano.  E non è solo un problema di paralleli, di  gradiente nord-sud.

Credo sia un problema di regole fatte meglio (self enforcing) e quindi qualche cosa che ha che fare con la games theory. I giocatori adeguano la loro euristica alle regole (locali).

Allora basta cambiare regole?

Non basta cambiare le regole formali. Bisogna che le nuove regole vengano capite e credute. Non è per nulla facile e può richiedere tanto tempo ed enormi costi di transizione. Emigrare in un posto con regole già stabilite rende tutto più facile ed elimina questi costi. Cambiare le regole per un intero paese invece è infinitamente più complicato.

Questo senza menzionare il fatto, ovviamente, che ci vogliono anzitutto governanti con la voglia di cambiare le regole.

Regole

savepan 21/7/2012 - 15:31

Forse non è solo questione di regole capite e credute.
Devono anche essere accettate e condivise.
Ma sopratutto devono essere uguali per tutti e verificata che tale uguaglianza sia effettivamente applicata con indipendenza di giudizio in caso di inadempienza.
Io sono convinto (troppo ottimismo?) che gli italiani siano sufficientemente adulti per accettare di osservare le regole quando si verificano le condizioni indicate sopra.
Il punto è che gli esempi che vengono da chi per primo dovrebbe darli, vanno nel senso opposto.
E che per troppo tempo non solo non si sono pubblicamente condannati come dovuto comportamenti scorretti e fuori da ogni regola, ma talvolta sono stati addirittura giustificati da chi per primo avrebbe dovuto sanzionarli.

commento molto condivisibile se solo sostituissi "talvolta"con "troppe volte"

A me sembra che stai dicendo in maniera un po' obliqua che i poveri Italiani sono stati traviati dai politici brutti e cattivi. A me sembra piuttosto che gli Italiani i politici brutti cattivi se li vanno a cercare col lanternino e che le leggi inapplicabili le chiedano a gran voce, ché se si dovessero applicare le leggi per davvero, non potremmo più fare i comodacci nostri.

regole

Francesco Forti 22/7/2012 - 09:13

Facevo riferimento a regole self-enforcing, anche se pur avendone sentito parlare, in questo momento non ho idea di esempi concreti. Comunque piu' che capite e condivise direi che prima di tutto devono essere poche. Non è umanamente possibile conoscere 70'000 leggi. E mi pare che nemmeno gli esperti sappiano quante sono le leggi in Italia. In Svizzera sono meno di 1000, tra federali e cantonali ed in germania mi riferivano di circa 4000 (non ho verificato).

Poi devono essere comprensibili (prerequisito alla possibilità di essere effettivamente capite e condivise). Provate voi a leggere un testo qualsiasi che appare sulla Gazzetta Ufficiale. 

Caro Francesco, il tuo punto di vista non e' un buon argomento perche' gli Stati Uniti, dove le leggi vengono seguite dalla maggior parte dei cittadini, per non dire da tutti (e' nota la barzelletta dell'americano incapace perfino di cross the road out of the proper space) non e' possibile nemmeno trovare il dato che tu citi per la Svizzera. CFR o USC (United States Code) occupa nella library of Congress uno spazio di 73in di shelf lineage (anno 2000) e a queste leggi federali poi si aggiungono le leggi statali e comunali. Sopra tutto, come ben sai sta la costituzione. Nel 1925 questa raccolta di leggi effettivamente passate dal congrasso ammontava a un solo volume...percio' non e' tanto l'ammontare delle leggi quanto l'indole di chi compone la nazione (politici e cittadini) si dice o non si dice "fatta la legge trovato l'inganno" e questo tanto per non dimenticare chi siamo.

Giuliana, non sono un esperto ma anche in Italia si aggiungono leggi regionali e regolamenti a tutti i livelli. Per di piu' 73in * 2,54 = 185cm: l'italiano che si usa nella redazione di leggi e' particolarmente prolisso (tanto che serve sempre una interpretazione autentica), e se la valutazione di 70mila leggi e' realistica, dubito fortemente che le leggi italiane possano occupare meno di quello spazio.

 

Non ne faccio, ovviamente, una questione di spazio: e' questione che "buttandola in caciara", con tante leggi scritte in maniera barocca, c'e' sempre il modo di svicolare dalle proprie responsabilita'. Sono quindi essenzialmente d'accordo con quanto dici dopo, il sintomo (iperattivita' legislativa, sproloqui, ecc.)  e' quello di un'indole truffaldina.

Tuttavia l'unica cosa che mi viene in mente per replicare su scala nazionale la trasformazione da suddito in cittadino è una perdita immediata della sovranità nazionale in favore di una qualche nazione più civile, ma mi pare una  condizione estrema.

Come rilevato da Sandro se prendi il suddito e lo porti tra i cittadini è facile che si adegui. Portare la cittadinanza a un paese di sudditi è un altro discorso

Aggiungerei che di solito chi emigra lo fa perché nel luogo in cui vive non sta bene (per un qualsiasi motivo).

 

Quindi l'italiano che va in Germania parte già avvantaggiato nel diventare un tedesco dal fatto che lui dall'Italia se ne sta andando.

 

Se devi portare le regole estere in Italia ti scontrerai con la massa di quelli che "l'Italia è il paese migliore del mondo è negli altri posti si vive male".

In un certo senso, il piu' e il meno dato dal libro, come letto dagli autori di questo post (io non ho letto il libro), sembrano 2 facce della stessa medaglia.

E' vero e' impossibile fare previsioni a 50 anni; ma quando le trasformazioni necessarie sono cosi' profonde e strutturali, l'orizzonte a 50 anni e' necessario, perche' solo buttando lo sguardo in un futuro cosi' remoto e' possibile vedere cosa non funziona adesso e avere una idea di una direzione. Si chiama sguardo strategico.

La direzione strategica serve. Ovvio la direzione attuale non trovera' conferma nella situazione reale tra 50 anni, ma e' l'unico modo per, perlomeno, *avere* una direzione.

Tra tre fratelli, serve serve sempre quello che guarda l'orizzonte:

http://www.youtube.com/watch?v=vhnYKMRCviY

E non potrei essere piu' d'accordo nell'uso del termine "sudditi" per descrivere gli italiani, un termine che io stesso uso piuttosto frequentemente anche qui su nFA. E' bene che anche settori sia pure ultra-minoritari delle elites italiane inizino a rendersi conto della realta'.

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