Ancora su Craxi (I). Il quadro politico

1 marzo 2010 michele boldrin e sandro brusco

Il post di Sandro sull'eredità economica degli anni di Craxi ha generato un ampio dibattito. Abbiamo quindi deciso di pubblicare una sequenza di due articoli per rispondere ad alcuni dei punti sollevati e cercare di chiarire vari aspetti sia della politica economica del periodo craxiano sia del progetto politico che animò quell'esperienza. In questo primo post ci concentriamo sul quadro politico in cui Craxi si trovò ad agire, mentre l'articolo seguente è dedicato a debito pubblico e inflazione.

In sintesi, cercheremo di argomentare quanto segue. Primo, il giudizio dato nel post iniziale sulla sostanza della politica economica craxiana era assolutamente corretto. La principale eredità di Craxi fu un devastante debito pubblico. Secondo, Craxi fece le scelte che fece in modo assolutamente consapevole. L'Italia fu un'eccezione per quanto riguarda la politica di bilancio, i principali paesi europei si comportarono ben diversamente. La Banca d'Italia avvertì ripetutamente dei danni che venivano fatti. Craxi ignorò tutto questo e per cinico calcolo politico spinse il paese sull'orlo della bancarotta. Terzo, quando si guarda ai fatti di governo, e non alla retorica, il progetto politico craxiano non aveva assolutamente niente di nuovo o di positivo. Il progetto di Craxi era la conquista e il mantenimento del potere mediante l'espansione dello stato, niente altro.

Introduzione

Permetteteci, se volete con scarsa modestia, di iniziare questo post dichiarando vittoria. Nel dibattito sulla figura di Craxi si sente spesso contrapporre il gaglioffo morto in contumacia con lo "statista", il brillante politico portatore di audaci innovazioni che, pur con tutti i suoi limiti, ha aiutato il paese ponendolo su un sentiero migliore. Il dibattito che è seguito al post (e, ci spiace dirlo, praticamente da nessun'altra parte) ha messo in chiaro che il "grande statista" non è mai esistito. Chi ha cercato di difendere Craxi lo ha fatto presentandolo come un povero vascello in preda ai marosi della politica italiana, incapace di azione autonoma e impotente rispetto agli usi e costumi consolidati del ceto politico. Ecco quindi il Craxi che non è più responsabile del debito perché non fa altro che seguire l'andazzo dei tempi. O che spartisce enti pubblici e parapubblici con tutti quanti, compresi i comunisti, perché porre fino alla pratica consociativa era impossibile e quindi lui non poteva far altro che adeguarsi. O che era costretto ad aumentare salari pubblici e pensioni perché i terribili sindacati lo costringevano a fare così. O che salva (?) il paese dalla minaccia terrorista (!) ... a colpi di spesa pubblica, come sostiene ancor oggi il suo accolito Cirino Pomicino. Insomma, il ritratto di un pallemosce qualsiasi.

Secondo noi, come argomenteremo, il ritratto del grande statista è un ritratto falso. Craxi poteva scegliere, e scelse il suo benessere personale, politico e materiale, sopra il benessere del paese. Ma anche se fosse che Craxi fu solo una vittima del suo tempo, non ci pare molto lusinghiero. Ripetiamo, la miglior difesa di Craxi apparsa in questo dibattito è che egli si limitò a proseguire le pessime abitudini della prima repubblica, senza metterci troppo del suo. A fronte del gaglioffo tangentaro non si può quindi contrapporre alcun grande statista. Per quel che ci riguarda, questo risolve in modo definitivo la discussione sull'opportunità di rivalutarne la figura, dedicandogli vie, piazze o parchi. Nella più benevola delle interpretazioni fu un mediocre primo ministro. Per rivalutare un delinquente morto in contumacia ci vuole ben altro.

Nel seguito della discussione analizzeremo in particolare gli argomenti avanzati da Luciano Priori in un suo commento sul sito. Permetteteci prima di tutto di ringraziare Luciano per il suo contributo e per la passione con cui ha difeso la sua causa. In questo dibattito i difensori di Craxi hanno usualmente preferito raccontar fregnacce senza possibilità di contraddittorio, sfruttando il loro controllo dei media. Ci siamo così visti delle simpatiche rivalutazioni, rigorosamente fact-free, partendo dal Tg1, passando per il Corriere, e arrivando fino ai comunicati del Quirinale. Luciano ha fatto la scelta assai meno comoda e assai più coraggiosa di venire a discutere qua, un sito in cui guardiamo ai dati, alla logica e a poco altro. Onore al merito e di nuovo grazie. Detto questo, continuiamo a ritenere che la sua causa sia indifendibile e ci apprestiamo a spiegare il perché.

Perché è giusto parlare di ''era Craxi''

Gli anni Ottanta - con l'esplosione di debito, spesa pubblica e pressione fiscale e con l'assenza di qualsiasi, ripetiamo QUALSIASI, nonostante il can-can mediatico attorno al tema, riforma strutturale - sono chiaramente stati gli anni in cui si è gettato il seme della stagnazione che ha colpito successivamente il paese. Ma è giusto dare la colpa soprattutto a Craxi delle malefatte di quel periodo? Alcuni lettori hanno fatto presente che in quegli anni il PCI aderiva a pratiche consociative, che includevano anche la partecipazione a schemi di finanziamento illecito, e non può quindi essere discolpato. È inoltre chiaro che Craxi non governava certo da solo. Ai tempi era popolare la sigla CAF (Craxi-Andreotti-Forlani) e ci sono pochi dubbi sul fatto che la DC (e, in minor misura, i piccoli partiti laici) abbia avuto la sua grossa parte di responsabilità nel saccheggio del bilancio statale. Affrontiamo in ordine queste due questioni.

La fase "consociativa" del PCI

Consentiteci di liquidare con una certa rapidità, ed una volta per sempre ci auguriamo, la questione del PCI. Il fatto è che la faccenda ci appassiona pochissimo, a differenza di alcuni lettori. Forse il PCI era ancora peggio di Craxi, forse era anche più corrotto (ma qui, ci pare, l'onere della prova è sui craxiani), forse messo al governo avrebbe fatto peggio (questo tipo di controfattuali, per quanto utili elettoralmente sono irrilevanti in discussioni serie). La nostra domanda è: e allora? Noi qua stiamo discutendo di Craxi e di quello che lui ha fatto, non se il PCI fosse migliore o peggiore di Craxi. E, ci dispiace per quelli che a tutti i costi devono dar la colpa ai comunisti di qualsiasi cosa, la distinzione tra maggioranza e opposizione era chiarissima all'epoca così come è chiarissima ora. Ricordiamo in tre righe la storia politica d'Italia dal 1976 al 1983.

Quando nel 1976 Craxi raggiunge la segreteria del PSI, il PCI, guidato da Berlinguer, cerca ossessivamente il compromesso storico con la DC e l'entrata in maggioranza se non al governo. Va ricordato, perché va ricordato, che sino al 1980, quando finalmente raggiunse l'obiettivo, Craxi ebbe uno ed un solo criterio a guida della sua azione politica: far saltare il compromesso storico fra DC e PCI, rimandare il PCI all'opposizione riportando così il suo PSI al ruolo di pivot d'ogni possibile governo. Per fare questo - se qualcuno se lo fosse scordato possiamo rinfrescargli la memoria - fece cose ignobili che hanno danneggiato la vita politica e morale del paese per i decenni a seguire. Il PSI, per esplicita scelta di Craxi, arrivò sino al punto di flirtare pubblicamente e ampiamente con l'autonomia e con le varie bande di "né con lo stato né con le BR" che popolavano allora l'Italia. È qui che comincia, storicamente, la politica dell'attacco ai giudici che qualche anima bella ama chiamare "garantismo": non per difendersi dalle accuse di ruberie e corruttele (questo diventa necessario solo molti anni dopo) ma per "proteggere politicamente" l'autonomia. L'epiteto "teorema giudiziario", per esempio, viene coniato per attaccare i giudici di Padova che cercano di mettere in galera Toni Negri e i suoi accoliti, responsabili di decine di pestaggi, attentati e altre nefandezze. Ed è il PSI di Craxi che agisce da altoparlante mediatico di queste posizioni. Basterebbe il suo agire durante quegli anni cruciali, se propriamente esaminato, per far dissolvere l'immagine dello statista e rimpiazzarla con quella, molto più appropriata, del brigante Ghino di Tacco.

Craxi raggiunge l'obiettivo dopo le elezioni del 1979. Il PCI viene rimandato all'opposizione e l'abbraccio fra PSI e DC si forgia sul "preambolo" prima e sul "patto del camper" poi. Al qual punto il PSI si scorda le simpatie per l'autonomia - che trattata finalmente come di dovere dagli apparati dello stato evapora in poco tempo - e diventa quello che Craxi desiderava: il perno di tutti i governi, il partito del potere, perché è al potere ovunque. Il PSI pratica infatti la politica dei due forni: al governo con DC e i laici minori a Roma e ovunque la DC sia partito di maggioranza relativa, con il PCI nei comuni e le regioni dove quest'ultimo è dominante. Dopo un anno di patetici e imbarazzanti tentativi di convincere la DC di Piccoli di ritornare a letto assieme, il PCI abbandona l'idea. Comportandosi come un amante acido perché rifiutato dall'ambita preda, Enrico Berlinguer, in preda a notevole confusione, con la "seconda svolta di Salerno" si lancia in un'opposizione barricadera, con tanto di appoggio all'occupazione della FIAT e follie varie.

Al tempo stesso il PCI coltivò le alleanze a livello locale con il PSI. Un po' curiosamente, i più attenti al mantenimento delle alleanze furono i "miglioristi" (la corrente di cui facevano parte Napolitano, Cervetti, Chiaromonte e che aveva Giorgio Amendola come padre nobile), che furono anche i principali sostenitori del compromesso storico, quello che il PSI di Craxi attaccava ad alzo zero. I ''miglioristi'' furono anche pesantemente coinvolti nelle inchieste giudiziarie, particolarmente in Lombardia, anche se non furono certo i soli dentro il PCI. Ma questo fatto nulla toglie a quell'altro, quello decisivo: il PCI partecipò alla spartizione da una posizione di debolezza. A capotavola, a spartire le portate, stava Bettino Craxi. In particolare, il fatto che il PCI partecipasse a pratiche corrotte e consociative non diminuisce in alcun modo le responsabilità di chi governava. Era chi governava infatti che aveva il potere e il dovere di porre fine a quelle pratiche. Se chi governava non lo fece la responsabilità è primariamente sua, e cercar scuse dicendo che l'opposizione non si oppose abbastanza è patetico. Qualcuno da qualche parte ci ha sentito o letto sostenere che il PCI dell'epoca (o quello di adesso) sarebbe un esempio da seguire? Questo conclude la discussione, e speriamo di non doverci più tornare.

Il peso di Craxi nel pentapartito

Veniamo alla seconda questione che è un po' più interessante. Craxi governò sempre in coalizione e il suo partito rimase costantemente sotto il 15% dei voti. Quale era il suo reale potere? Quante delle malefatte dell'epoca furono responsabilità sua e quante dei suoi alleati? Per rispondere guardiamo alla composizione dei tre parlamenti di quella che abbiamo chiamato ''era Craxi''. Ci limitiamo ai dati della Camera, quelli del Senato raccontano la stessa storia (e per i curiosi possono essere visti qui, quo e qua). I seggi dei partiti governativi (per i dati completi andate qui, quo e qua) furono come segue:

    1979   1983   1987
DC   262   225   234
             
PSI   62   73   94
             
PRI   16   29   21
             
PSDI   20   23   17
             
PLI   9   16   11

La maggioranza necessaria è di 315 seggi. Il messaggio è semplice e chiaro. Era impossibile formare un governo senza il PSI, dato che durante tutto questo periodo DC e partiti laici assieme non ebbero mai la maggioranza dei seggi. Inoltre, si poteva fare a meno di uno qualunque dei 3 piccoli partiti laici e formare comunque una maggioranza. Questo faceva di DC e PSI gli attori principali. Una volta preclusa politicamente la possibilità di un accordo con il MSI o il PCI, a Roma restava aperto un solo forno. Non è necessario essere dei grandi esperti di teoria dei giochi per capire che questo dava a Craxi un enorme potere di contrattazione. Non fu ovviamente il solo ad avere potere in quel periodo, la sigla CAF non divenne famosa per caso. Ma che Craxi in quel periodo ebbe un peso decisivo nelle decisioni pubbliche, in particolare nelle scelte di politica economica, è cosa che non può essere ragionevolmente messa in discussione.

Craxi sapeva quel che stava combinando

Non è vero che Craxi non sapesse quanto male stesse facendo con l'espansione del debito. Che i media fossero (e continuino colpevolmente a essere) reticenti a parlarne è vero, ma che il problema ci fosse e fosse molto grave era assolutamente chiaro a chiunque volesse informarsi. Nel suo commento Luciano afferma

Altro aspetto che manca in quel che tu dici è qualsiasi riferimento al contesto culturale dell'epoca: le idee dominanti tra gli economisti (allora non certo quasi perseguitati come ora) e tra i politici erano sempre e comunque, oserei dire, favorevoli alla "spesa" che, ancor prima di una medicina, era semplicemente un mito.

Quindi, dato il contesto, come diminuire la "spesa" (primaria)? Nessuno lo chiedeva, nessuno lo fece.

Questo fa parte del filone giustificazionista stile "così facevan tutti, Craxi non fu più colpevole di altri". Dissentiamo totalmente. Ai tempi eravamo studentelli di economia o poco più ma ricordiamo in modo vivido i costanti messaggi di allarme lanciati all'epoca sia sul debito sia sulla spesa. Nemmeno gli economisti keynesiani hanno mai affermato che fosse giusto finanziare la spesa corrente in deficit, che fu ciò che venne fatto nell'era Craxi. Il rimedio standard keynesiano è la spesa extra per investimenti in periodi di sottoccupazione, utilizzando poi i periodi di crescita per pagare i debiti contratti nei periodi di vacche magre. Comunque se non ci si fida della nostra memoria (o di quella di Mario Seminerio, pure lui ai tempi studentello e pure lui vittima, secondo la sua definizione, di "epiche incazzature" all'osservare l'evoluzione della finanza pubblica di quegli anni) ci sono sempre i documenti storici.

Tra i vari documenti possibili, ci siamo riguardati la Relazione del Governatore della Banca d'Italia del 1986 (quindi relativa all'anno 1985) che Craxi, come fanno tradizionalmente i primi ministri, si ascoltò in prima fila. Nella parte sulla finanza pubblica, a pagina 149, leggiamo:

... la crescita dell'incidenza del debito sul prodotto interno lordo è indicativa di possibili incompatibilità con un ordinato evolversi della situazione economica: pur nell'ipotesi di saggi eguali allo sviluppo del prodotto, al crescere del peso del debito si accresce anche quello della spesa per interessi; per evitare la continua espansione dei disavanzi che si avrebbe in tale situazione, si rende necessario l'inasprimento della pressione fiscale, oltre certi limiti inaccettabile per i suoi effetti sull'attitudine a lavorare e a investire.

.....

... elevati livelli di debito costituiscono un fattore di instabilità, in quanto accrescono la reattività del sistema economico al manifestarsi di eventuali shocks esogeni.

La minore disponibilità di credito e/o l'aumento del suo costo, connessi con il considerevole assorbimento di risparmio operato dal settore pubblico, esplicano effetti riduttivi dell'attività di investimento; la flessione della capacità di crescita dell'economia, che ne può derivare, rappresenta l'effettivo onere che le generazioni attuali scaricano su quelle future attraverso l'accumulo del debito.

Il linguaggio dei banchieri centrali è sempre paludato e particolarmente attento a non urtare la sensibilità dei politici, ma il messaggio è così chiaro che più chiaro non si può. L'Italia si stava mettendo nei guai, la crescita del debito la stava rendendo fragile a possibili shocks esterni, poi puntualmente arrivati con la recessione di inizio anni '90. L'elevata tassazione taglieggiava i redditi, riducendo quindi occupazione e investimenti. Inoltre l'espansione del debito pubblico andava a scapito degli impieghi produttivi del capitale e quindi del potenziale di crescita di lungo periodo. C'era bisogno di sapere qualcosa di più? Di che aveva bisogno Craxi, che lo mettessero in musica? E lasciamo stare per favore le commissioni speciali, i comitati d'indagine e qualunque altro modo che i politici incapaci di decidere trovano per rimandare le scelte difficili.

Questo della Banca d'Italia, sottolineiamo, è solo un esempio di qual era lo stato della conoscenza nel periodo. Sostanzialmente le stesse cose venivano dette da Confindustria, organizzazioni internazionali come OCSE e FMI, e chiunque altro avesse un minimo di competenza in economia. Anche perché, insomma, non è difficile capire che uno non può continuare a spendere più di quello che guadagna per sempre. Quindi no, Craxi non fu vittima della sua incompetenza. Ignorò di proposito tutti gli avvertimenti, mettendo consapevolmente a rischio la crescita e il benessere economico del paese per conseguire guadagni politici di breve periodo. Probabilmente sperava di cavarsela dando la colpa a qualcun altro quando sarebbe arrivato il conto. Non avesse al tempo stesso rubato a man salva forse gli sarebbe pure riuscito. Ma le due cose assieme furono troppo anche per lui.

Quest'ultimo commento non è peregrino e dovrebbe far riflettere sia gli apologeti di Craxi statista sia i difensori "liberali" di BS come "il meno peggio". La DC, dal 1948 al 1992 governò l'Italia e la governò male, sperperando spesa pubblica in modo clientelare, per almeno 30 di quei 44 anni. Ma, fatte salve alcune (piccole, in relazione ai furti di poi e odierni) eccezioni (Bisaglia, la banda dei siciliani, Gava ...) non rubò per arricchire i propri dirigenti sino a molto tardi, ossia sino agli anni del CAF. Persino un personaggio squallido come Andreotti (per non parlare dei vari Moro, Fanfani, Rumor, Donat-Cattin, Scelba, e via indietro sino a De Gasperi) evitò di usare il proprio potere politico per ammassare ricchezze personali, pagare le proprie amanti-puttane, costruirsi ville in Tunisia e tesori in Svizzera. Craxi, da questo punto di vista, è un "grande innovatore": è il primo leader di partito che decide di usare il potere non solo a fini clientelari ma per arricchirsi personalmente, e volgarmente se possiamo aggiungere. In questo viene immediatamente imitato dai propri soci, da Pomicino a De Lorenzo, da De Michelis a Mastella. Questo fa cadere la baracca, nel 1992; per le medesime ragioni la baracca di BS scricchiola in questi ultimi tempi ...

Un paio di commenti finali sul punto di fondo. Il primo è che anche se fosse stato vero, e non lo era, che in patria nessuno diceva nulla, uno che vuole fregiarsi del titolo di grande statista ha come minimo l'obbligo di guardare un pochino oltre i confini nazionali. In quegli anni, tanto per dire, la Thatcher stava privatizzando British Airways. Né a Craxi né ai suoi successori venne in mente di privatizzare Alitalia, regalandoci invece una bella sequenza pluriennale di perdite a carico del contribuente, alti prezzi e bassa occupazione nel settore. Un altro esempio, tra i tanti, di come le scelte scellerate o le non-scelte del periodo hanno prodotti bocconi avvelenati che ci tocca trangugiare ancora oggi.

Il secondo è che, allora come ora, i temi che venivano portati all'attenzione del pubblico non erano esattamente al di là del controllo dei politici. L'Italia non è un paese dove media indipendenti impongono la loro agenda ai politici. Succede solitamente il contrario. E quegli furono proprio gli anni in cui si consolidò il duopolio televiso, con una televisione pubblica di stretta osservanza governativa (più contentini per l'opposizione) e una televisione privata in mano a un signore a cui Craxi fece da testimone di nozze. L'esplosione della spesa pubblica non appariva quotidianamente nei media perché non si voleva che apparisse. Non si venga ora a raccontare che non esisteva una sufficiente coscienza culturale. Franco Modigliani, al tempo, gli editoriali sul Corriere della Sera li scriveva regolarmente.

10 commenti (espandi tutti)

Ho appena linkato l'articolo sul mio profilo Facebook, nella speranza che o vedano più persone possili. Eccellente, as usual.

A margine, mi chiedo spesso perchè mentre all'estero ci sono stati Thatcher e De Gaulle, in Italia ci sono stati Craxi e ora il suo sodale Berlusconi. Potrebbe essere un idea per un'altro articolo, oppure è la classica domanda da un miliardo di dollari?

Grazie ancora.

senza voler fare piaggeria, ma questo post è da ovazione.

Una frase del post mi da lo spunto di sottolineare come il fatto che da noi possa attecchire un'espressione come "teorema giudiziario", intesa come un tesi persecutoria campata in aria, travisando totalmente il significato della parola teorema, dimostra tutta l'ignoranza da sempre radicata nella società civile italica

La fase "consociativa" del PCI

[...] e allora? Noi qua stiamo discutendo di Craxi e di quello che lui ha fatto, non se il PCI fosse migliore o peggiore di Craxi

D'accordo con questo.

E, ci dispiace per quelli che a tutti i costi devono dar la colpa ai comunisti di qualsiasi cosa, la distinzione tra maggioranza e opposizione era chiarissima all'epoca così come è chiarissima ora. Ricordiamo in tre righe la storia politica d'Italia dal 1976 al 1983. [...] Craxi raggiunge l'obiettivo dopo le elezioni del 1979. Il PCI viene rimandato all'opposizione e l'abbraccio fra PSI e DC si forgia sul "preambolo" prima e sul "patto del camper" poi.

E invece qui sono in disaccordo. Aggiungo alle notizie di stampa che ho gia' indicato qui che ricordo personalmente di aver sentito Occhetto che ha affermato che "il PCI ha passato una fase consociativa, che non si e' fermata al 1979, ed e' proseguita fino al 1990 quando ho cambiato nome al partito". Detto questo, rimane vero come ho gia' scritto l'altra volta che "Craxi e' tra i primi responsabili delle sciagurate politiche degli anni del CAF", i comunisti non sono i primi responsabili, ma sono stati comunque complici.

 

Aggiungo alle notizie di stampa che ho già indicato qui che ricordo personalmente di aver sentito Occhetto che ha affermato che "il PCI ha passato una fase consociativa, che non si è fermata al 1979, ed è proseguita fino al 1990 quando ho cambiato nome al partito".

Alberto, ma ti rendi conto di che argomento usi ...?

Ti rendi conto che il temibile Achille era parte in causa ed aveva tutto l'interesse a sostenere che solo con il suo arrivo le cose nel PCI cambiano? Eppoi, hai letto cosa abbiamo scritto sul consociativismo dei "miglioristi" del PCI con il PSI di Craxi?

Suvvia, io capisco arrampicarsi sugli specchi, ma siete proprio ossessionati con il PCI!

Ecco, ho contravvenuto la promessa di non parlarne più: ora la manterrò.

È VERAMENTE una noiosissima ossessione questa del PCI causa di tutti i mali, noiosissima davvero.

[Scrive Boldrin]

È VERAMENTE una noiosissima ossessione questa del PCI causa di tutti i mali, noiosissima davvero.

Ma Lusiani non ha scritto che "il PCI [è stato] causa di tutti i mali". Ha solo scritto che

[Scrive Lusiani]

i comunisti non sono i primi responsabili, ma sono stati comunque complici.

A margine mi limito ad osservare che, quella di estremizzare le opinioni altrui per poi demolirle, è una tecnica argomentativa intelletualmente scorretta (come già osservò Schopenhauer (1) molti anni or sono); è deludente vederla utilizzare da qualcuno che ritengo, in media, una persona intelletualmente corretta.

(1) Arthur Schopenhauer, Eristische Dialektik - Die Kunst, Recht zu Behalten

Mi meraviglio dei pochi commenti finora almeno postati soprattutto in relazione al breve tepmo trascorso dalla beatificazione dell'esule di hammamet. Come ci fosse un tentativo di rimozione realizzato non discutendo del tema per dimenticare che i suoi eredi ed emuli sono tutti qui ad imperversare.

per prima cosa un cordiale saluto, visto che è la prima volta che scrivo

concordo con molte delle affermazioni del post, e del resto non sono mai stato un sostenitore di Craxi (il punto di rottura definitivo fu Sigonella); però devo dire che non sono d'accordo su un paio di affermazioni

in primo luogo, mi spiace se questo susciterà la noia o il disappunto dell'autore, ma non concordo con la sottovalutazione del ruolo del PCI. Al di là della miriade di cose che si potrebbero dire sulla nefasta influenza che quel partito ha comportato per la vita politica e civile dell'Italia (vivendo fra l'altro in Emilia-Romagna non riesco proprio a vedere né allora il PCI né oggi il PD nella veste di vittime), restando strettamente alla questione di cui parla l'articolo, da quel che so in quell'epoca il PCI votava l'80%, o giù di lì, delle leggi di spesa. Quindi qualche responsabilità diretta e specifica l'avrà avuta anche lui.

la seconda riflessione riguarda specificamente il PSI. Sono d'accordo che in quell'epoca in Inghilterra si privatizzava la British Airways, e che sarebbe stato bello che in Italia si fosse fatto altrettanto con l'Alitalia. Senonché forse ci si dimentica che Craxi era il segretario del Partito SOCIALISTA italiano. Personalmente non sono socialista, anzi sono avversario del socialismo, ma pretendere che il segretario del PSI si comportasse come un liberale anglosassone è ahimè troppo. Il problema non era Craxi, il problema era che l'Italia aveva rinuncato al liberalismo, e questo per colpa, prima di tutto, dei liberali stessi, o sedicenti tali. Ma qui si aprirebbe un discorso lungo.

Abbiamo cercato di spiegare nel post perché riteniamo niosissima e inutile la questione delle ''responsabilità'' del PCI. Non è in alcun modo nostra intenzione assegnare ruoli da vittima o carnefice  alle diverse parti politiche. Le vittime della politica craxiana furono (e sono) gli italiani, soprattutto quelli venuti dopo la nostra generazione. Per (stancamente) ripetere l'ovvio: nessuno discolpa il PCI, ma da che mondo e mondo le responsabilità degli atti di governo sono di chi governa. Le affermazioni tipo ''il PCI votò l'80% delle leggi di spesa'' sono del tutto inutili. Primo, vorrei capire come sono fatte queste statistiche e dove sono le fonti. Secondo, assumendo pure che siano vere non vogliono dire nulla. Sarebbe bello vivere in un mondo in cui le opposizioni cercano di ridurre la spesa, ma questo non succede praticamente mai, e non certo solo in Italia. La spesa, per ribadire ancora una cosa ovvia, la deve controllare chi governa, senza aspettarsi favori dall'opposizione. E Craxi non lo fece, anzi deliberatamente la fece esplodere per aumentare il suo consenso politico.

beh, veramente i Repubblicani in USA mi pare che stiano facendo una battaglia per ridurre la spesa pubblica, quindi chi vuole può farlo; poi si può dire che non si può pretendere dai comunisti degli anni 70-80 la politica del GOP post-Reagan, il che è vero, ma è altrettanto vero che non si può pretendere neppure una politica di riduzione della spesa da un partito socialista; francamente, per quanto ci pensi, non mi viene in mente un partito socialista di governo che l'abbia ridotta, perlomeno prima degli anni 90 (ma anche dopo non ci sono grossi esempi, credo neppure Blair; forse Schroeder, non saprei)

il vero problema è che in Italia nel 1945 (o dopo il 1922) erano semplicemente spariti i liberali, e i sedicenti tali ci tenevano quasi di più a definirsi anche "socialisti" (il binomio "liberal-socialismo" sì che è una peculiarità italiana); se i liberali avevano rinunciato a fare il proprio mesteire, c'è da stupirsi se non lo fecero i socialisti?

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