Cash or card?

9 settembre 2008 luigi pisano
Una recente ondata di procedimenti e indagini antitrust si concentra sul settore dei pagamenti a mezzo di carta, e in particolare su una commissione bancaria detta "interchange fee". Provo a fare il punto della situazione e spiegare perché penso che ci sia bisogno di analisi più profonde prima di auspicare l'intervento dei regolatori.

Negli ultimi anni, il mondo delle carte di credito è stato oggetto di un grande interesse da parte degli operatori economici e finanziari. L’enorme successo delle quotazioni di colossi come MasterCard e Visa è forse la più evidente manifestazione di questo fenomeno, che sembra aver “contagiato” anche le autorità antitrust di tutti i continenti. I regolatori sono intervenuti o stanno studiando il settore in Argentina, Australia, Brasile, Colombia, Ungheria, Israele, Messico, Nuova Zelanda, Norvegia, Polonia, Portogallo, Regno Unito, Sud Africa, Spagna, Stati Uniti, Svezia, Svizzera ed Unione Europea.

Il principale nodo da sciogliere riguarda una commissione interbancaria detta “Interchange fee” (IF), caratteristica dei cosidetti “sistemi aperti” come MasterCard (MA) e Visa (V). Unito a regole come il divieto di applicare prezzi diversi a seconda del mezzo di pagamento (“no surcharge rule”), questo trasferimento influenza profondamente il sistema di incentivi.

Sistemi aperti e sistemi chiusi

V e MA operano secondo il “sistema aperto”: si limitano cioè a fissare le regole e gestire le infrastrutture di rete necessarie a tenere in piedi il sistema dei pagamenti con carta. I clienti sono altre istituzioni finanziarie (banche), che pagano per avere il diritto di emettere carte appartenenti ai network V e MA e per usufruire dei relativi servizi:

 

schema funzionamento mastercard

 

Gli altri due grandi nomi del settore, American Express (AXP) e Discover (DFS), operano tradizionalmente secondo un “sistema chiuso”; ossia, svolgono contemporaneamente le funzioni di gestore di rete, card issuer e merchant acquirer. AXP e DFS possono quindi contrattare direttamente prezzi e condizioni coi singoli commercianti ma devono sopportare il rischio di credito.

Come noto, in caso di pagamento con carta il negoziante non riceve l’intero importo addebitato al cliente per il suo acquisto. Questa differenza, in gergo “merchant discount”, è dovuta in massima parte alla presenza della IF, ovvero una somma che la merchant’s bank è tenuta a versare alla issuer bank dopo ogni transazione (per un sistema chiuso è difficile parlare di IF in senso stretto; AMX e DFS incassano direttamente tutto il merchant discount). La IF viene fissata dal gestore del network, per il quale però NON costituisce una fonte di profitto diretto.

Il dibattito sulla IF

Quali siano le funzioni della IF da un punto di vista economico e commerciale è oggetto di dibattito. Alcuni studiosi pensano che essa sia nata essenzialmente per compensare l’issuer bank per i costi di emissione delle carte, il rischio di frode e il mancato incasso degli interessi. Altri ne enfatizzano il ruolo nel garantire l’espansione del mercato delle carte di credito: la maggior parte di tale somma è infatti spesa in programmi fedeltà e simili iniziative “pubblicitarie”. In ogni caso, mentre la tecnologia consente di abbattere i costi relativi all’elaborazione delle transazioni, i negozianti hanno dovuto assistere, negli ultimi anni, ad un forte aumento del merchant discount (dati statunitensi per il 2006 fissano il merchant discount sopra il 2% per AXP, MA e V).

Già nel 1979 l’IF finì nel mirino delle autorità antitrust USA. Visa, fino a pochi mesi prima un semplice consorzio fra banche, venne accusata di essere strumento di coordinamento per pratiche di price fixing illegale (la IF, appunto). I giudici sentenziarono in favore di Visa, adducendo ragioni di efficienza e di costo.

Recentemente, i commercianti hanno ripreso a urlare a gran voce contro questo sistema, a loro parere eccessivamente oneroso. Da qui una rinnovata attenzione, dimostrata dall’apertura di diversi procedimenti antitrust e da una lunga serie di pubblicazioni da parte di economisti, consulenti, avvocati ed accademici di varie discipline. La questione è complessa, e fornisce diversi spunti di riflessione per uno dei più promettenti filoni della teoria microeconomica degli ultimi anni, quello sui “two-sided markets”.

La stessa, rapida evoluzione del settore è pesantemente condizionata da preoccupazioni legate all’intervento dei regolatori: l’IPO di MA è caratterizzata da una serie di peculiarità legali, concepite dal vecchio management (legato alle banche) per dare alla nuova società una forte immagine di indipendenza (per approfondimenti, si veda questo interessante articolo); Visa, fra le altre cose, ha istituito un fondo di 3 miliardi di dollari per far fronte alle richieste di risarcimento (non solo quelle relative alla IF).

A complicare la situazione contribuisce anche la presenza di un elevatissimo numero di regole cui i clienti dei network devono sottostare. Ai negozianti viene spesso impedito di fissare prezzi diversi a seconda del tipo di carta (credito vs. debito, standard vs. platinum, etc...) o di rifiutare alcune delle carte appartenenti al network stesso, per esempio sulla base dello specifico istituto che le emette.

Problematiche economiche e letteratura rilevante

[Nota: questa parte deve molto ad un paper della banca centrale svedese, pubblicato qui.]

È opinione diffusa che il sistema delle carte di credito venga finanziato per la maggior parte dai negozianti, mentre ai consumatori viene permesso di non internalizzare l’intero costo delle proprie scelte di pagamento. Questa affermazione non è ovvia e va qualificata: i commercianti trasferiscono costi aggiuntivi sui consumatori in ragione dell'elasticità della domanda, del grado di concorrenza fra gli issuer e dalla diffusione delle carte stesse. Quando pochi consumatori le usano, allora coloro che pagano in contanti tendono a "sussidiare" quelli che usano le carte, mentre quando la grande maggioranza usa la carta il costo di IF è diviso fra commercianti e consumatori in ragione delle rispettive elasticità.

In ogni caso, la presenza di prezzi diversi fra le varie componenti di un sistema è spesso riscontrabile nei two-sided markets. Un esempio classico e facilmente comprensibile è quello di una discoteca che garantisca accesso gratuito alle ragazze, nella speranza di ottenere un giusto mix di clienti. Spesso è difficile capire se la struttura di prezzi è efficiente o meno: una “teoria generale” dei prezzi nei two-sided markets non è ancora stata formulata.

Su un piano più pragmatico, sarebbe importante capire quanto sia alto il rischio di collusione fra networks, e quanto invece sia presente una sana concorrenza, la quale, da sola, dovrebbe almeno in parte evitare espansioni incontrollate di prezzi come l’IF. Il settore è dominato da pochi “giocatori”, che sanno darsi battaglia ma hanno il pragmatismo necessario per cooperare apertamente per ragioni di efficienza (un esempio a caso qui ).

Assumendo semplicemente un solo tipo di carta, perfetta concorrenza fra banche e fra negozianti e prezzi lineari è facile argomentare la necessità della IF, disegnando modelli nei quali l’equilibrio in assenza di sussidi e trasferimenti porta a perdite economiche da parte del network, e quindi all'assenza di carte di credito. La IF in questo caso è lo strumento attraverso il quale i partecipanti al network sono obbligati ad assorbire le esternalità di rete, consentendo al sistema di sopravvivere. È intuitivo pensare che la IF venga pagata alla issuer bank, qualora si pensi che i consumatori siano caratterizzati da un’elasticità di prezzo più elevata; esempi di altro tipo sono comunque possibili.

Si noti anche che, sotto l’ipotesi di concorrenza perfetta in entrambi i lati del mercato, non ha senso pensare alla IF come ad uno strumento di coordinamento: i profitti delle banche saranno uguali a zero in ogni caso.

Questo semplice schema può essere complicato in vari modi. Conviene analizzare alcuni degli esempi più significativi.

  • Un network monopolista che operi attraverso un sistema chiuso causerebbe prezzi più alti e welfare più basso rispetto al caso di concorrenza con IF socialmente ottimale.
  • Un caso molto studiato in letteratura riguarda negozianti con potere di mercato e “strategicamente accorti”, ovvero pronti a considerare l’adozione delle carte di credito come un modo per acquisire una maggiore quota di mercato. Un simile scenario sarebbe caratterizzato da un’eccessiva diffusione delle carte di credito: i commercianti, infatti, assegnerebbero un valore molto alto ai servizi dei network, i quali riuscirebbero a farsi pagare profumatamente, utilizzando parte del ricavo per attrarre nuovi consumatori.
  • La concorrenza fra network causa un abbassamento della IF quando i commercianti sono considerati tutti uguali; quando c’è eterogeneità può accadere il contrario.
  • La gran parte dei modelli ignora la presenza di costi fissi. Riconoscerne l’importanza complica l’analisi:

If fixed system costs are allocated in proportion to the number of transactions, the banks will experience higher marginal costs. This will raise prices, causing them to depart (further) from the first-best optimum. On the other hand, entry barriers will be low. This will stimulate entry which, in turn, will exert a downward pressure on prices. Furthermore, following the analysis of Hausman et al., the banks’ resistance to investing in technology that reduces marginal cost will not be strong.

If, instead, fixed costs are allocated in fixed proportions between the banks, prices will tend to be lower because of the lower marginal costs. On the other hand, there will be less entry, which will tend to increase prices and the banks may be less inclined to make investments in the system.

(Bergman, citato sopra, p. 26)

Altre possibili variazioni consistono nel considerare prezzi non-lineari (per esempio introducendo una tariffa annuale fissa) o diversi scenari per quanto riguarda le barriere all’ingresso e la possibilità di entrata, oppure ancora diverse categorie di preferenze: eliminando la log-concavità, questo paper

ribalta alcune delle conclusioni di un articolo scritto da Rochet e Tirole sullo stesso argomento.

Nota un recente studio della Federal Reserve di Kansas City : “What one comes away with after surveying this rich theoretical literature is an appreciation for the many factors that may affect interchange fees. Even a single factor may impact interchange fees differently, depending on other factors. Determining the actual impact of such variables is, in the end, an empirical question”. Ciononostante, le analisi empiriche sono poche e non esaustive: “First, comprehensive data are hard to obtain. Second, the industries are very complicated, and empirical models need to incorporate many industry-specific features, such as payment-card network rules and government regulations”.

Il problema del regolatore. Due esempi

La speranza dei regolatori è quella di legare l’ammontare della IF a grandezze definite e misurabili; quanto scritto sopra dovrebbe far capire che non si tratta di un compito banale. Oltretutto, diversi autori fanno notare come i regolatori tendano ancora a ragionare secondo schemi superati, senza tener conto delle caratteristiche peculiari dei settori “a rete”.

C’è il rischio concreto che i regolatori intervengano senza avere le idee sufficientemente chiare riguardo alle conseguenze delle proprie azioni. Sembra infatti difficile poter indicare, a priori, una strada sicura per aumentare il welfare complessivo. Nello scenario peggiore, però, ci troviamo di fronte ad un problema gigantesco ed estremamente pervasivo. È probabile che il risultato dei futuri procedimenti antitrust dipenderà in maniera preponderante dalla assegnazione, ad una parte o ad un’altra, dell’onere della prova.

La Commissione Europea, impegnata a migliorare le infrastrutture finanziarie dell’area Euro, sembra esprimere l’auspicio che la IF sia portata a zero. In un documento pubblicato nel 2006, la Commissione afferma che sia necessario “smontare il mito” della necessità della IF per garantire profitti alle issuer banks; l’analisi svolta, però, solleva più di un dubbio.

La Reserve Bank of Australia ha già provveduto a porre un tetto al possibile ammontare della IF, denunciando costi eccessivi (con conseguenti effetti sul livello dei prezzi) ed un’eccessiva diffusione delle carte di credito. L’IF è stata, in pratica, dimezzata per legge, con effetto dall’Ottobre 2003. Conviene anche notare come l’autorità australiana non abbia ritenuto di dover regolare in modo simile anche le reti operanti tramite sistemi chiusi, concedendo probabilmente un vantaggio ad operatori come AXP.

L’effetto sui prezzi al consumo sembra per ora molto modesto. Nelle parole di un analista finanziario: “The central bank anticipated that lower interchange rates would translate into lower costs for consumers as merchants passed along their own transaction savings via lower prices. This did not happen. While a few merchants did begin surcharging credit card transactions, providing a savings to customers paying with cash or checks, most merchants didn’t change their prices. Merchants appear to have realized a modest benefit from lower MasterCard and Visa interchange, but consumers don’t appear to have benefited”. (Hochstim, Carcache: “MasterCard Inc.”, Bear Sterns Equity research, June 2007.)

Più rilevante l’effetto sui network e sul sistema dei pagamenti nel suo complesso. L’utilizzo di carte di credito continua a crescere, ma a ritmi meno sostenuti. Si nota un aumento dell’uso di carte di debito, ed anche un lieve incremento della quota di mercato relativa di AXP e Diners.

Conclusione

La strada a mio parere più semplice è quella di incentivare l’applicazione di prezzi diversi a seconda del mezzo di pagamento. Questo sembrerebbe, in teoria, sciogliere diversi problemi, ma non viene considerato una soluzione dai regolatori, che osservano come il cosidetto “surcharging” sia raro anche in quei mercati nei quali è consentito. Cosa questo contribuisca a provare è discutibile.

Analisi rigorose, che riuscissero a gettar luce sulla questione, sarebbero un grosso passo avanti per migliorare l’efficienza del sistema dei pagamenti.

5 commenti (espandi tutti)

La Reserve Bank of Australia ha già provveduto a porre un tetto
al possibile ammontare della IF, denunciando costi eccessivi (con
conseguenti effetti sul livello dei prezzi) ed un’eccessiva diffusione
delle carte di credito.

Cosa significa una "eccessiva" diffusione delle carte di credito? Immagino che in Australia ci fosse un alto incentivo a detenere carte di credito per i consumatori. Perché definirlo eccessivo?

L’IF è stata, in pratica, dimezzata per legge, con effetto dall’Ottobre 2003.

Ma questo non implica un aumento del costo della carta di credito da parte delle issuer banks verso i detentori di carte di credito? Da quello che ricordo dei mercati a due lati, la piattaforma cerca di massimizzare appunto i profitti che derivano dai due lati del mercato. Se l'IF viene dimezzata le issuer banks potrebbero aumentare il costo della carta di credito per il consumatore (o tale costo é zero? In italia credo di no per visa e mastercard, american express credo sia gratis). Insomma, é veramente possibile ridurre quasi a zero i costi da entrambi i lati del mercato o il costo si sposta semplicemente da una parte all'altra nel momento in cui imponiamo restrizioni?

Se la carta di credito ha un costo per il consumatore (costo fisso pagato ogni anno alla issuer bank) non sono molto d'accordo con l'applicazione di diversi prezzi a seconda del metodo di pagamento. Se paghi cash non sostieni tale costo e il prodotto costa meno. Tra l'altro le compagnie low-cost (ryanain e easyjet almeno) giá fanno da tempo una politica di prezzo diversa a seconda del metodo di pagamento (credit or debit, mastercard and visa or american express)

 

 

Ciao Alessio. Provo a risponderti per punti.

1) Che l'utilizzo delle carte di credito fosse "eccessivo" e' stata una valutazione del regolatore. La RBA aveva in mente valutazioni di questo tipo:

 

In particular, for many cardholders, the effective per-transaction price they faced for using a credit card was significantly lower than for using an EFTPOS card, despite the credit card system having considerably higher operating costs. One result of this was that by the late 1990s, the use of credit cards was growing extremely rapidly, as consumers found it more attractive to use credit cards, rather than debit cards, to pay for goods and services.

(dalla relazione annuale del Payment System Board della RBA, 2005)

2) Che le issuer riescano a farsi pagare di piu' quando la IF sparisce e' uno degli effetti possibili. Ci sono evidenze di questo tipo in Spagna ed in Australia, per esempio (vedi qui sotto). Quello che dovrebbe importare al regolatore, cmq, e' il welfare complessivo: Da qui valutazioni come quelle espresse dalla RBA.

According to data collected by the Reserve Bank, average fee revenue per credit card account has increased from around $40 in 2002 to $70 in 2005.

(PSB, anno 2006) 

3) Il surcharging secondo me potrebbe essere una cosa buona, posto che lo si implementi bene (es: il costo di pagare in moneta NON e' ZERO per la collettivita'. Le banconote le devi stampare, portare in giro coi blindati, etc...). Valutare con precisione gli effetti di una scelta simile e' decisamente troppo per i miei poveri mezzi...:)

Io ho molta paura quando un regolatore entra in un settore che porta effetti diretti nelle nostre tasche, poniamo il caso che il regolatore ponga (come sembra abbia fatto in Australia) dei limiti all'IF, e che alcuni circuiti decidano che il settore non è profittevole, cosa avremmo ? Un ritorno al cash ? Sarebbe pazzesco, per i costi correlati (come fa notare Luigi), ma anche per i costi sociali dell'aumento del rischio di rapine e furti.

D'altronde, ho notato, che il settore si autoregola per alcuni comportamenti, non è raro che un commerciante mi chieda di usare una carta di credito piuttosto che un'altra (la più odiata sembra essere AMEX), poi in periodo di saldi noto spesso il fumo dalle narici, fino all'esposizione in alcuni negozi (alcuni lo fanno anche surrettiziamente, esponendo il cartello "POS non funzionante") del cartello: "Durante i saldi non si accettano carte di credito", anche se tale cartello è proibito.

Sarà pure vero che le carte di credito hanno tendenze monopolistiche, ovvero stabiliscono un IF e si adeguano tutte, ma tale livello non mi sembra che generi necessariamente degli extra-profitti, nè che tale livello sia tale da immiserire i commercianti, che hanno amplissimi margini, anche in periodo di saldi.

Noto infine che, per i rifornimenti di carburante, l'IF è fisso e lo pago io (almeno in Italia), e che tale livello è stato stabilito fra banche e benzinai,e forse qui ci sarebbe un poco da indagare.

L'unica volta in vita mia che ho avuto differenze di prezzo in base al sistema di pagamento fu in Brasile nel 1991, con un'inflazione al 1% giornaliera il prezzo variava in funzione di: cash, carta di credito e assegno, non credo che mi piacerebbe vivere in un posto simile (eccetto che per altri motivi, non discutibili).

La mia impressione e' che molti regolatori siano convinti che "qualcosa vada fatto". Ricordo che:

1) Le cifre in gioco sono enormi (e i grossi numeri impressionano)

2) MasterCard e Visa, prese assieme, hanno spesso una quota di mercato enorme. Il prenderle assieme viene facile quando si pensa che fino a pochi anni fa erano semplici consorzi fra banche (leggi: miravano a massimizzare i profitti delle banche), e molte banche facevano ovviamente parte di entrambi i consorzi. Le quotazioni dovrebbero cambiare le cose ma non so fino a che punto: le banche mantengono ancora una certa influenza, soprattutto in Europa (sia MA sia Visa hanno previsto board europei separati, nei quali l'influenza delle banche europee e' grossa. Questo riflette equilibri di potere interni, differenze nelle pratiche antitrust, ed e' anche conseguenza del dibattito sul SEPA, sistema nel quale MA e Visa si aspettano di giocare un grosso ruolo).

Se questo e' vero, incentivare il surcharging mi pare la cosa piu' sensata da fare.

Solo qualche commento:

a) i "cost studies" della RBA sull'efficienza dei diversi sistemi di pagamento lasciano un po' a desiderare - soprattutto per quello che riguarda la differenza tra carte di credito e carte di debito (vedi quanto scritto dai miei colleghi nella sezione 5 di questo rapporto); quindi, anche a prescindere dai problemi dei costi "esterni" dei pagamenti in contanti, non e' affatto chiaro che l'uso di carte di credito sia stato "eccessivo".

b)  e' veramente difficile misurare l'impatto di diverse politiche in questo settore. Per esempio, una variabile cruciale e' il "pass-through rate" medio dai costi dei negozianti ai prezzi pagati dai consumatori; questo e' gia' difficile da stimare in generale con modelli standard (tipo quelli usati per tax incidence, ad esempio), ma non sembra che i modelli standard funzionino un granche' in questo caso perche' non riescono a spiegare come mai "surcharging" sia cosi' raro. Questo e' importante perche' (almeno nel caso australiano) gli unici
effetti chiaramente osservabili della riduzione dell'IF sono l'aumento del costo di utilizzare carte di credito per i consumatori e la riduzione del costo di accettare carte di credito per i negozianti: ma quanto di quest'ultima riduzione di costo si traduce in riduzione dei prezzi al consumo e in cambiamenti delle decisioni dei consumatori?

c) non si capisce bene quale sia il "welfare standard" che le autorita'
vogliono usare: se e' consumer welfare, allora perche' preoccuparsi dei
profitti dei negozianti? se e' total welfare, allora perche' non
includere, oltre ai profitti dei negozianti, anche i profitti delle banche e dei "sistemi" stessi (Visa, MC, etc.)? In entrambi i casi, il giudizio sulla bonta' di riduzioni dell'IF potrebbe essere ben diverso dal caso in cui si guardi solo a consumatori+negozianti (per qualche esempio, vedi l'appendice matematica del rapporto citato sopra).

Sarei tentato di ripetere la formula standard sul "bisogno di analisi più profonde prima di auspicare l'intervento dei regolatori" (anche per interesse personale: aumentare la domanda di analisi economiche e' sempre cosa buona e giusta - per un economista ;-) .

Ma mi e' difficile escludere la possibilita' che banche centrali e autorita' di sorveglianza farebbero meglio a risparmiarsi la fatica e spendere le loro risorse su cose piu' importanti del livello delle IF.

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