Due o tre cose di politica economica

30 agosto 2010 michele boldrin

Alcune riflessioni di politica economica che ho pubblicato, in tre puntate, su Il Fatto durante il mese d'Agosto. Siccome i lettori di nFA sono "tosti", qui arrivano tutte assieme ed anche ampliate ...

Si nota in giro una certa sorpresa, mista ad un ammontare non indifferente di preoccupazione, a fronte della notizia che la ripresa economica USA stenta a prender quota. Il Presidente-Superman ha detto che ne parlerà presto al popolo; attendiamo fiduciosi ulteriori miracoli ottobrini, che a Novembre ci son le elezioni.

A leggere le notizie ed i commenti odierni non riesco ad evitare un sorriso un po' amaro visto che, nell'altra mano, tengo le copie di Business Week e The Economist di Giugno e Luglio ch'erano arrivate a casa ma non avevo letto perché ero in vacanza. Lì, fior fiore di grandi economisti ed analisti confermavano che la ripresa era solida e che gli stimoli avevano stimolato adeguatamente ... ora tutti a dire che abbiamo disperatamente bisogno di altri stimoli. Gli articoli idioti abbondano, eccone uno d'esempio e da fonte prestigiosa. Perché sia idiota spero divenga chiaro nel prosieguo.

La ripresa europea, d’altro canto, questo trimestre ha ecceduto le aspettative grazie al balzo tedesco ed alle buone performances inglesi e di altri paesi del Nord Europa. Leggo su uno dei tanti BWeeks arretrati un'intervista a Christina Romer nella quale spiega al popolo che i paesi europei che non hanno fatto "'o stimolo" non crescono mentre gli USA, che 'o stimolo l'hanno preso, volano. Che si sia dimessa a causa di quell'intervista?

Io ci faccio su dell'umorismo perché non trovo di meglio da fare, ma questo non vuol dire che la situazione non sia preoccupante - in Italia più che altrove - né che non siano necessari ulteriori, talora radicali, interventi di politica economica. Vuol dire, però, che sarebbe il caso di smetterla, una buona volta, di fare politica economica sulla base dei dati, delle valutazioni e, spesso, delle isterie congiunturali. È tempo di guardare a questa crisi con maggiore realismo e, soprattutto, con la consapevolezza che per uscire da essa è necessario adottare cambiamenti non congiunturali ma strutturali.

Liberiamoci, anzitutto, della sorpresa per la debolezza della crescita americana – e, in una prospettiva più ampia, anche di quella europea. Governanti italiani a parte, nessun analista serio s’era sognato di dire che saremmo tornati rapidamente a tassi di crescita alti e sostenuti; similmente, nessuno s’era illuso che i problemi esplosi brutalmente nel corso del 2008 fossero stati eliminati con le azioni di politica monetaria e fiscale adottate negli ultimi ventiquattro mesi. Errori di politica economica e squilibri strutturali endogeni si sono venuti accumulando, alimentandosi reciprocamente, per più di un decennio negli USA, circa due in Europa ed almeno tre in Italia. L’illusione che essi possano evaporare nell’arco di un anno o due solo perché aumentiamo la spesa pubblica, finanziandola con emissione di debito, mentre le banche centrali riducono i tassi a breve riempendo le casseforti delle banche di liquidità a buon mercato, altro non è, appunto, che una populistica illusione.

Liberiamoci anche della convinzione che sia utile continuare a discutere del “che fare?” in politica economica nei termini obsoleti e, alla fin fine, banalotti, di maggiore o minore spesa pubblica aggregata, maggiore o minore offerta di “moneta”, aumento di qualche punto del tasso dell’inflazione e via elencando le sessantennali trite e ritrite ricette di cui, anche in questi giorni, sia la stampa internazionale che quella italiana si sono riempite. Per intendere quanto irrilevanti analiticamente – e dannose praticamente – tali ricette possano essere, riflettiamo per sommi capi su cosa, concretamente, la recessione che stiamo ancora attraversando abbia cambiato nelle economie in cui viviamo.

La ricchezza, ed il reddito, di quasi tutte famiglie si sono ridotti: non solo le case valgono di meno, ma valgono di meno anche i patrimoni finanziari (banche ed aziende, alla fine, sono possedute dalle famiglie) e per molti il reddito futuro è diventato inferiore a quello precedentemente atteso. Questo implica la sparizione di una quota sostanziale di domanda di svariati beni e servizi: non li vuole più nessuno. Mi rendo conto che sarebbe bello avere una teoria completa e solida di perché tutto questo è successo ed ammetto che non ce l'ho. Sono però in buona compagnia, perché una teoria convincente davvero non ce l'ha nessuno, proprio nessuno ... (beh, non è vero: i 100economistichesondiventati250 ce l'hanno: la crisi è l'inevitabile frutto delle contraddizioni insanabili in cui si dibatte l'economia capitalista e la sua teoria economica che, come tutti sanno, sono un tutt'uno ...).

Ho degli abbozzi di teoria, delle tracce: ovviamente c'è una connessione tra il crearsi della bolla e lo spostamento dell'asse economico del mondo verso l'Asia. Altrettanto ovviamente c'è una relazione fra l'illusione "monetaria" che ha portato americani, ed europei, a credere che i loro beni capitali (aziende quotate in borsa e case) valessero all'improvviso il 70-80% in più e l'arrivo sul mercato mondiale di 3 miliardi d'indo-cinesi produttivi ma poco costosi. Ed ovviamente le folli scelte di politica monetaria e bancaria compiute dal 1995 in poi ed in particolare dal 2001 in poi non sono solo il frutto di una Fed preda di follie pseudo-keynesiane in salsa greenspan-bernanke. Si', fra tutte queste cose ci soo connessioni profonde e nessi causali. Ma il modellino che le tiene coerentemente insieme non ce l'ho, quindi sono costretto a ragionare in modo empirico, partendo dai fatti chiari e non controversi e lasciando da parte la risposta alla domanda del "perché sia successo". Ed i fatti dicono che per un certo tipo di beni la domanda, in EU+USA+Japan, è calata drasticamente ed in modo permanente. Gli abitanti di quei paesi si sono accorti di essere meno ricchi di quanto credevano, si son messi a risparmiare per pagare i debiti ed han deciso che certi beni non li comprano o ne comprano molti meno. Fine della storia, o meglio inizio dell'analisi sul da farsi.

Occupazioni precedentemente considerate sicure e redditizie non sono più tali: milioni di persone devono trovare qualcosa di diverso e di utile da produrre. Sia gli USA che l’Europa si devono confrontare con un gigantesco problema di mobilità del lavoro: milioni di persone che prima facevano “case” (lavatrici, mobili, mutui, eccetera) ora devono trovare altre cose da fare ed apprendere a farle. Tutte le discussioni (del piffero a mio avviso) sulla Beveridge curve che non è più quella di una volta (negli USA) si riducono a questo: che non diventi infermiera in 1 anno se hai fatto il muratore tutta la vita. E, comunque, il profilo della disoccupazione ha lo stesso comportamento ciclico, sino ad ora, che ha avuto nelle ultime due recessioni, guarda caso ...

Si eclissano le prospettive di crescita che molti vedevano nei settori allora in espansione: per molte imprese diventa problematico decidere cosa fare per crescere, dove investire. Migliaia di imprenditori, esistenti o potenziali, devono trovare nuove strade per innovare e investire, perché la crescita viene solo dal fare cose nuove o dal fare meglio le cose che si facevano prima. Finché non scopri quali siano, non le fai.

Questi sono cambiamenti reali e la caduta dei prezzi delle case, degli attivi finanziari, dei salari e dei prezzi altro non sono che il riflesso monetario di tale impoverimento reale. La qual cosa ha una prima implicazione: generare inflazione non elimina questa perdita reale di ricchezza e reddito. L’affermazione spesso avanzata secondo cui l’inflazione sarebbe un bene perché renderebbe più facile ripagare i debiti (rendendo quindi meno poveri i debitori) ignora il fatto che, così facendo, i creditori riceverebbero soldi svalutati e sarebbero essi, quindi, meno ricchi. Nella misura in cui sia i creditori che i debitori sono fra di noi – non può essere altrimenti: se i creditori fossero tutti “altrove”, che problema vi sarebbe a non ripagare i debiti? – la soluzione “inflazione” e’ solo un’illusione. Quindi non è solo il fatto che non si riesce ad "inflazionare" per quanto ci si provi (e 20 anni di Giappone che ci prova sono lì a ricordarcelo!) ma anche se si potesse non aiuterebbe!

Seconda implicazione: non è possibile chiedere alla politica monetaria di fare ciò che non puo’ fare. Le banche centrali possono:

(a)

Ispezionare e regolare le banche in modo da garantire che non facciano prestiti insensati e non si dedichino ad operazioni finanziarie troppo rischiose. A partire dalla seconda metà degli anni ’90 alcune di loro (la Fed in particolare) hanno svolto tale compito malamente ed è bene che si prendano provvedimenti perché ora lo facciano adeguatamente. Deve essere chiaro, però, che così facendo vi saranno meno, non più, prestiti a imprese e famiglie. Le banche, consapevoli di questa svolta nell’atteggiamento del regolatore, già si sono adattate diventando più conservatrici nella concessione del credito. Non so se questo sia desiderabile o meno, però so che non si può avere la moglie ubriaca e la botte piena: non si possono avere banche meno propense al rischio e una quantità maggiore di credito allo stesso tempo! Il dibattito mondiale sulle banche e le imprese che accumulano liquidità (queste cattivone) non lo capisco proprio, con buona pace dei geni che scrivono su The Economist. Non abbiamo detto tutti che si erano indebitate/esposte troppo, che erano troppo leveraged, che facevano prestiti rischiosi? Bene, si sono adeguate! Cosa implica questo? Implica che un gran numero di prestiti marginali, ossia rischiosi, non vengono più fatti! Ripeto: o la moglie ubriaca o la botte piena, not both.

(b)

Le banche centrali possono rendere meno costoso il finanziamento delle banche che decidono di concedere dei crediti. Questo non implica che le opportunità per concedere credito aumentino, né che aumenti la quantità di credito concesso. Si può portare il cavallo all’acqua e rendere l’acqua abbondante, ma non si può costringere il cavallo a bere. Se gli imprenditori sono incerti su dove sia conveniente investire, non investiranno sino a quando tale incertezza non sarà eliminata, ossia sino a che non diventerà chiaro cosa convenga produrre, cosa la gente voglia effettivamente comprare. Sino ad allora l’abbondante acqua rimarrà nelle riserve delle banche. Guarda caso, infatti, le grida del 2009 sulle banche che non prestano alle migliaia di imprenditori che vorrebbero investire sono evaporate. Ora sono le imprese che ci vanno caute, molto caute, ad investire ed assumere. Vale la pena notare che (BWeek July 5-11, p. 51) creare un nuovo posto di lavoro alla frontiera tecnologica costa oggi, negli USA, nell'ordine di $100K, costava 1/10 due recessioni fa ...

(c)

Le banche centrali possono, infine, espandere la massa monetaria comprando debito pubblico e favorendo così l’indebitamento dei governi. Questo può abbassare i tassi nominali a lungo sul debito pubblico, come la Fed sta tentando di fare, solo nella misura in cui i risparmiatori credono che questo debito pubblico verrà ripagato. Ma, come abbiamo appreso in Europa negli ultimi mesi, quando l’indebitamento pubblico si espande molto più rapidamente del reddito nazionale i risparmiatori cominciano a temere che non venga ripagato. Allora i tassi, sia sul debito pubblico che su quello privato, schizzano in alto. Detto altrimenti: monetizzare il debito pubblico si può, ma non è detto che generi tassi d’interesse minori perché il rischio di default ed i timori d’inflazione possono più che compensare l’azione della banca centrale.

Le banche centrali, e la Fed in particolare, hanno errato gravemente dalla fine degli anni ’90 sino al 2005 circa, alimentando e permettendo la creazione di bolle finanziarie. Chiedere ora ad esse di ridurre ulteriormente i tassi e di spingere maggior liquidità nel sistema non solo è inutile, per le ragioni appena viste, ma rischia di ripetere esattamente lo stesso errore. Morale: dovremmo forse chiedere alle banche centrali di smetterla di pompare acqua nelle tubature; il rischio che una di esse si gonfi come un pallone e poi ceda è oramai molto alto.

Ed insisto: il problema NON è la maledetta inflazione - che oramai credo d'aver convinto anche Steve Williamson che non è lì il problema, rimane solo David Andolfatto ad essere puzzled che la quantity theory non funziona bene - ma il fluire di risorse (investimenti, crediti) verso assets che non sono produttivi e che si apprezzano in maniera inconsulta. Questo arricchisce qualcuno, finché il flusso entra il gatekeeper prende un fee, ma poi impoverisce tanta altra gente quando il flusso decide di uscire, come abbiamo visto. Evito, per il momento, d'invischiarmi a discutere nuove mode ed amenità in arrivo dal Charles River, tipo la favola cavalleresca del shortage di (safe) assets ... In ogni caso: volete che BB continui a stampare e si compri altri due o tre trillions di assets del settore privato USA? Molto bene, che lo faccia. Non cambierà nulla, fatto salvo il fatto che, ad un certo punto, dovremmo forse chiederci come fa la Fed a gestire metà del settore privato! Ma la crescita, nel senso della crescita della produttività e dell'occupazione, non viene di certo perché ora la Fed è il tuo maggior shareholder o corporate lender, o no? La stampa anglosassone (FT e The Economist in particolare: quacuno ha una teoria sul perché?) pubblica ogni giorno articoli di questo o quel banchiere di questo o quell'"analista economico" che chiedono maggiore liquidità, tassi più bassi (!) ed uno si domanda: ma ci sono o ci fanno? In giro c'è tutta la liquidità che ci si possa immaginare, peccato che nessuno trovi una maniera di USARLA per creare posti di lavoro produttivi e prodotti addizionali che si vendano! È quello il problema, o gonzi, non la liquidità! E se i prezzi (di alcuni beni durevoli) calano o non crescono ... non è che questo è dovuto al fatto che i mercati funzionano, ed i prezzi delle cose che nessuno vuole si aggiustano scendendo?

Il lettore d’ispirazione “keynesiana” commenterà: “Esattamente: siamo nella trappola della liquidità, per questo occorre aumentare la spesa pubblica!” Forse siamo in trappola, ma dubito assai che la spesa pubblica ci possa far uscire dalla medesima. Il perché lo vediamo fra un attimo. Per ora sottolineiamo che la politica monetaria ha fatto la sua parte, che di più non può fare, che non è il caso di chiederlo e che, anzi, è tempo di chiedere ai banchieri centrali di mettere sotto controllo l’enorme massa di liquidità che hanno immesso nel sistema finanziario dal 2008 ad oggi.

L’effetto reale più immediato della crisi esplosa tra il 2007 ed il 2008 consiste nella distruzione di aziende e posti di lavoro, specialmente a medio-basso valore aggiunto. Per questi beni e servizi la domanda è diminuita per sempre: come dimostrano i recenti andirivieni del mercato automobilistico, gli incentivi ed i sussidi pubblici possono solo generare un aumento fasullo della domanda di ieri ed un crollo repentino della domanda di oggi, ragione per cui sono potenzialmente dannosi. Quello che di certo non possono fare è generare magicamente un’alta e persistente domanda, ragione per cui sono certamente inutili.

A questo effetto immediato ne segue un secondo: per molti beni a domanda invariata o addirittura crescente sono venuti affermandosi produttori alternativi, localizzati nei paesi meno avanzati. Questo secondo processo, il più rilevante per le prospettive di crescita, continuerà per molto tempo ancora: era in corso da due decenni ed ha solo subito una forte accelerazione negli ultimi tre anni. Per comprendere il caso italiano occorre aggiungere a questi due fenomeni un terzo: la decennale e continua perdita di competitività di svariati comparti dell’industria italiana rispetto ai propri termini tradizionali di confronto, costituiti da imprese simili nei maggiori paesi della UE. Le misure di tale slittamento decennale sono molteplici ma riassumibili, alla fine, in una sola: il valore aggiunto per ora lavorata cresce meno che nel resto della UE ed il reddito disponibile non cresce. Per chi non avesse ancora inteso l'antifona consiglio la lettura di un documentino pubblicato dall'ISTAT il 3 Agosto, intitolato "Misure di produttività". A me ha fatto spavento.

La politica monetaria, come abbiamo visto, non può fare molto; anzi: può fare poco o niente e quel poco l’ha già fatto. Mentre è stata utile per sventare l’eventualità che il panico del 2008-09 trasformasse la crisi in un crollo tanto drammatico quanto generalizzato non può certo generare la domanda di case e televisori che non c’è, né può rendere competitive ed efficienti imprese che non lo sono. Questo il punto a cui eravamo giunti nella prima parte: ecco perché occorre aumentare la spesa pubblica, era stata la risposta. La spesa pubblica crea immediatamente e direttamente posti di lavoro, risolvendo alla radice i fattori di crisi testé individuati. Giusto? Sbagliato.

Un vantaggio dello scrivere un editoriale a puntate, distanti una settimana l’una dall’altra, è che nel frattempo succedono delle cose rilevanti per il tema in discussione. Questo è anche il nostro caso, il che ci permette di usare esempi freschi nella mente del lettore invece di ricorrere alle, altrimenti più oneste ma frequentemente più ostiche, statistiche. Un esempio l’abbiamo già utilizzato: i sussidi alla rottamazione altro non sono che uno dei tanti modi in cui si realizza la spesa pubblica “keynesiana” - mi dispiace: avendo troppo rispetto per il defunto JMK, dovrete sorbirvi le virgolette ogni volta che sarò costretto a far riferimento alle imbarazzanti versioni correnti delle sue teorie. Un incentivo alla rottamazione altro non è che una maniera di pagare una parte della nuova macchina per mezzo di debito pubblico al fine di “stimolarne” la domanda: l’effetto si è visto. La domanda è aumentata sino a quando l’incentivo fiscale era disponibile ed è poi crollata drammaticamente; il famoso “moltiplicatore keynesiano” dicono sia stato intravisto da alcuni pellegrini in viaggio verso il santuario di padre Pio, sghignazzava. Il risultato medio è che non è cambiato nulla, ma è peggiorata la vita dei lavoratori del settore: prima gli straordinari, poi la cassa integrazione, infine le tasse per pagare gli incentivi. Se questa è la crescita economica che le politiche “keynesiane” producono: grazie, ma no, grazie.

Ma la spesa pubblica “keynesiana”, si dirà, non consiste in sussidiare le imprese; essa richiede trasferimenti alle famiglie con un’alta propensione al consumo. Trascuriamo il fatto che l’affermazione precedente è sia insensata che falsa. Insensata, perché non conta chi riceva formalmente il sussidio: è l’elasticità della domanda che determina se il sussidio va al consumatore o al produttore. Falsa, perché gli stimoli “keynesiani”, ovunque nel mondo, consistono regolarmente in un aumento abbastanza generalizzato della spesa pubblica con scarsissimi interventi mirati alle famiglie veramente più bisognose. Facciamo comunque finta sia vera e consideriamo un esempio nostrano: il Ministero dell’Economia ci informa che la spesa per invalidità è aumentata, negli ultimi 4 anni, del 22%. L’Italia, evidentemente, è sempre più un paese di sfigati; con una particolare concentrazione dei medesimi al Sud, ci informa il suddetto ministero. Ma non è questo il punto. Neanche a farlo apposta, 19 di quei 22 punti (pari a circa 2,5 miliardi di euro) sono stati realizzati nel 2009 rispetto al 2008: un (neanche tanto: per la social card si spese circa 1/5, se non ricordo male) piccolo stimolo fiscale all’italiana giusto nell’anno della crisi. Bene, c’è qualcuno disposto a sostenere che questo aumento tutto “keynesiano” della spesa pubblica ha avuto effetti benefici sulla crescita economica del paese? Che da qualche parte il famoso moltiplicatore ha generato posti di lavoro durevoli e produttivi? Attendo, paziente, argomenti favorevoli all’espansione di questo particolare tipo di spesa “keynesiana”.

Ma guardiamo più lontano, ossia alla notizia che la grande ripresa americana, stimolata dagli stimoli obamiani, sembra non essere tale e che quest’ultimi, in particolare, hanno generato o ben una crescita temporanea ed illusoria dell’occupazione (gli occupati a raccogliere i dati censuari) o aumenti dei prezzi in alcuni settori. Quest’ultimo caso è quello rilevante, perché è quello che vale nella maggior parte dei casi. Quando un governo aumenta del, diciamo, 10% la spesa pubblica tende a farlo in quei settori ed in quei comparti in cui è presente ed offre beni e servizi, o li acquista. I governi non acquistano case al mare ed appartamenti in città, quindi lo stimolo fiscale non ha generato, né poteva generare, posti di lavoro addizionali per i dipendenti del settore costruzioni. Idem per quelli impiegati nel settore dei beni durevoli e così via. Poiché, nel caso specifico dello stimolo obamiano, si è deciso di trasferire una parte sostanziale dello stimolo al settore sanitario è cresciuta la domanda di personale in quel settore. Poiché muratori, carpentieri, imbianchini, idraulici ed anche agenti immobiliari non si trasformano in infermieri specializzati ed otorinolaringoiatri nel giro di sei mei o un anno, sono aumentati i salari e gli stipendi in quel settore, tra un 7% ed un 12%, a seconda delle specializzazioni. Niente, male per un paese in cui i salari si stanno riducendo! L’occupazione, invece, è aumentata di molto meno e, cosa importante, non è aumentata di più di quanto ci si aspettava dovesse aumentare comunque, visto il trend di crescita del settore sanitario. Morale: lo stimolo “keynesiano” ha solo generato un trasferimento di reddito dal resto dell’economia agli imprenditori e dipendenti del settore sanitario.

Rimane il caso: opere pubbliche socialmente utili, altro cavallo di battaglia dei “keynesiani” rinnovati. Per i quali ho solo tre parole di commento: Ponte sullo Stretto. L’ha appena promesso di nuovo, nelle sue rinnovate balle agli italiani. Professor De Cecco (anche Marcello ha firmato l'appello dei 100 e se nomino sempre gli stessi poi arrivano qui i loro paladini armati di forconi): è questa la spesa anti-austerità che ci farà uscire dalla crisi? No perché siamo capaci tutti di fare grandi discorsi sulla "spesa pubblica produttiva" ma poi, quando è ora di spenderli, i soldi si spendono sulla Tirrenia!

Qui sta la morale: gli aumenti di spesa pubblica non possono risolvere nessuno dei tre fattori di crisi elencati all’inizio. Non possono creare domanda per muratori e carpentieri, ma alleviare al più i costi di transizione da un lavoro all’altro. Per questo ci sono i sussidi di disoccupazione, che con gli stimoli “keynesiani” c’entrano come i cavoli a merenda. Ancor meno possono contro il secondo fattore di crisi: solo l’innovazione tecnologica e la riduzione di costi (e quello fiscale è un grande costo, specialmente in Italia) può permettere alle imprese europee di mantenersi competitive e generare crescita. Che io sappia nessuna spesa pubblica ha mai sortito quest’effetto. I tagli invece sì: che sia per caso che l’austera Germania cresce a razzo? Ah, sì, perché la notizia del mese ovviamente è che l'austera Germania cresce come nessun altro ...

Se la politica monetaria ha fatto quanto in suo potere per evitare le conseguenze più gravi della crisi finanziaria e se ulteriori aumenti di spesa pubblica sono non solo improponibili ma potenzialmente dannosi, dobbiamo concludere che non ci rimane altro che piangere? Riponete i fazzoletti: molto è possibile fare, come lo è sempre stato. Contrariamente a ciò che il ministro del Tesoro promette da lungo tempo, la politica non può violare le leggi economiche creando ricchezza a base di ciance. Essa può, però, determinare se l’agire di tali leggi finisca per causare lo sviluppo o il declino d’un paese. La politica non può miracoli, ma è la differenza fra Argentina e Corea, del Sud.

Per capire ciò che è possibile, occorre rimuovere dai nostri occhi antichi filtri di polpa suina ed interrogarsi su quali scelte collettive abbiano determinato la situazione corrente e quali la possano modificare. Ripeto i fatti: certe cose non le vuole più nessuno, occorre farne altre; siccome i valori degli assets sono crollati siamo più poveri di quanto pensavamo; siccome le cose che facevamo o non le vuole più nessuno o altri le fanno meglio di noi, le nostre prospettive di crescita del reddito sono peggiorate, si sono atrofizzate, insomma sono pessime. Occorre, quindi, ritornare a crescere. Per crecere occorre: trovare cose da produrre che altri vogliano e produrle meglio della concorrenza. Poi occorre anche venderle, ovviamente ...  Occorre, insomma, una ristrutturazione industriale non dissimile da quella che fece seguito alle due crisi petrolifere degli anni ’70. La riconversione di cui abbiamo disperato bisogno è probabilmente maggiore, sia quantitativamente che qualitativamente, di quella d’allora; essa richiede una sostanziale mobilità intersettoriale del lavoro e l’adozione di processi d’innovazione continua, sia in fabbrica che nel tessuto sociale. Questi, non altri, i processi che la politica deve permettere e favorire. Ora come ora, e da almeno tre decenni, la politica sta invece impedendo che questi cambiamenti si realizzino. Anzi, diciamocela tutta: alla politica, sia a destra che a sinistra, non gliene può fottere di meno di questi processi, non li vedono, non li capiscono. Quando han fatto tanto hanno fatto le lenzuolate di Bersani, altrimenti si sono occupati di raccattar puttane per se stessi e per gli amici russi e libici con cui fanno affari sottobanco. Questo, sino ad ora, è stato il contributo della politica alla riconversione industriale italiana.

Ma il mondo produttivo non aspetta né BS, né Voltremont, né tantomeno Bersani ed il suo fido Fassina (l'avete letto sull'Unità della settimana scorsa il proclama economico del Fassina per il PD che va in campagna elettorale? Dovranno farne lettura obbligatoria al DAMS, corso per apprendisti clowns). Processi di riconversione sono in corso in tutti i paesi del mondo, a velocità e con risultati diversi. Le politiche che contano sono quelle del lavoro e contrattuali, dell’istruzione superiore, dei servizi di (trasporto, comunicazione, finanza, legali), della ricerca scientifica, della regolazione dei mercati e dell’eliminazione dei monopoli. Tutti terreni, questi, su cui sia questo governo, che il precedente, che il precedente, che il precedente ancora ... hanno fatto quasi nulla e - quando hanno fatto qualcosa, come nel caso della recente “riforma universitaria” - hanno fatto un passo avanti e due indietro. In questo quadro la politica fiscale conta nella misura in cui riesce a ridurre sia la propria complessità che il proprio carico su imprese e lavoratori. Quella della spesa conta nella misura in cui riduce e razionalizza per davvero la spesa pubblica. Altri due terreni, questi, su cui i governi italiani prendono in giro i loro cittadini da vent’anni almeno, promettendo tagli e riduzioni che mai arrivano e che, guarda caso, sempre si materializzano nel loro opposto. Come nella recente manovra, che è riuscita ad aumentare sia la spesa che l’imposizione raccontando al popolo d’aver fatto l’opposto! I recenti avvisi “obliqui” di Barroso non si devono al caso.

Per i lettori che amano la teoria economica, il concetto chiave, qui, è quello di "vantaggio assoluto", non comparato. Per dettagli, leggete Ronald Jones, circa 1990: in un mondo in cui i fattori si muovono tutti e le condizioni naturali contano ben poco nel determinare i vantaggi comparati, questi ultimi diventano endogeni e determinati dalle policies. Se le policies sono tali da rendere i "costi fissi d'installazione" bassi, i fattori mobili (che sono quelli critici: capitale, know-how, tecnologia, lavoro altamente specializzato) arrivano e determinano/creano vantaggi comparati nelle produzioni che essi controllano. Se non arrivano rimani a produrre cacca, o pizze per i turisti.

Che l’economia tedesca abbia ripreso a crescere (trainata da produzioni di alta qualità, costi ridotti, prodotti innovativi e così via) si deve al fatto che i processi virtuosi menzionati sopra erano lì già in corso da prima dell’esplosione della crisi la quale li ha solo accelerati. Tale accelerazione è attribuibile anche ad atti concreti del governo tedesco, che includono sia le cosidette misure di austerità (ridurre il peso fiscale sulle aziende significa renderle più competitive, un fatto apparentemente incomprensibile in Italia come provano gli editoriali del Sole 24Ore), sia le misure tese a favorire la mobilità del lavoro, la cooperazione fra imprese e lavoratori nella riduzione dei costi, la ricerca produttiva, la riqualificazione del sistema universitario. Il dinamismo dell’economica tedesca non è frutto del caso ma il prodotto di scelte politiche coraggiose, compiute anni orsono e mantenute durante e dopo la crisi finanziaria. Il contrario, insomma, delle chiacchere, delle vuote promesse, delle ideologiche polemiche nostrane.

Con accenti diversi lo stesso vale sia per quanto avviene in Spagna - dove la resistenza all’adozione di politiche virtuose è stata maggiore ma dove, ora che son state adottate, iniziano a dare dei frutti – che in Francia, Inghilterra, eccetera, sino agli Stati Uniti. Quest’ultimi, per lungo tempo leader mondiali nella capacità di adottare politiche economiche che favoriscano la riconversione impresariale, la mobilità del lavoro e l’innovazione tecnologica, hanno iniziato a perdere tale leadership. Iniziata sotto la presidenza di GW Bush - a colpi di protezionismo e difesa di monopoli, spesa pubblica clientelare, abbandono dello sforzo per la difesa della concorrenza in molti settori fra cui quello finanziario – l’involuzione è continuata con l’amministrazione Obama. Questa ha non solo mantenuto svariate delle precedenti politiche economiche ma vi ha aggiunto del proprio: spesa pubblica addizionale, una riforma della sanità che rafforza, anziché debellarli, monopoli e privilegi, ed un’ulteriore giro di vite in difesa di quella particolare forma di monopolio costituita da copyright e brevetti. Sopra tutto questo aleggia, da almeno tre decenni, un lento ma inesorabile processo di dequalificazione del meccanismo di formazione della forza lavoro: il sistema scolastico USA è alla frutta e la forza lavoro "mediana", in questo paese, fa, tanto per essere onesti, pena: non sanno fare nulla. Non sorprende, quindi, che l’economia USA fatichi a completare il giro di boa ed a ripartire: la mobilità intersettoriale della forza lavoro sembra paralizzata ed il processo d’innovazione tecnologica altamente rallentato.

Gli annunci, come l’ennesimo di Bernanke, sul fatto che la FED continuerà a fare tutto il possibile per evitare una ricaduta nella recessione, sono encomiabili ma non hanno altro effetto reale che tranquillizzare per un poco i mercati mentre il lento processo di riconversione avviene. Ben Bernanke può emettere moneta sino ad acquistare l’intero sistema economico USA, ma se le aziende esistenti non recuperano produttività e non se ne creano di nuove, la ripresa stabile non verrà. QUi sarà il caso di chiarire una cosa: le imprese USA hanno, oggi come oggi, dei livelli di redditività altissimi. I margini di profitto sono ai massimi storici, letteralmente: 36,4%, il massimo dal 1947! Questo segnala che QUELLA parte della recessione è finita, che i salari sono bassi e stanno probabilmente scendendo ed i profitti alle stelle. Il problema è che queste stesse imprese non trovano conveniente espandersi e, se lo fanno, non trovano conveniente farlo con forza lavoro locale: quindi non stanno creando occupazione qui, negli USA. Questo, il problema, non la mancanza di domanda aggregata!

Lo stesso problema affronta l’economia italiana, solo svariate volte peggio. La crisi del 2008 s’è cumulata ad una stagnazione produttiva che durava da un decennio: il 3 Agosto l’ISTAT ci ha informato che la produttività del lavoro, in Italia, è oggi uguale a quella del 1997 mentre quella totale dei fattori è allo stesso livello del 1994! Mentre la politica si perde nelle proprie interne miserie, l’economia italiana lotta da sola con tale orrenda malattia; di questa lotta impari, il caso FIAT costituisce il simbolo più polemicamente visibile. Un simbolo su cui vale la pena riflettere in termini concreti e non ideologicamente populisti, come invece gli sciacalli della politica, d’un lato e dall’altro, sembrano voler fare.

Il problema non è se la FIAT abbia violato o meno, con il suo comportamento a Melfi, il dettaglio di una legge: si’, l’ha violato. L’ha violato intenzionalmente per comunicare che tale legislazione – il modello di relazioni industriali che essa sottende e che i tribunali del lavoro perpetuano – è oggi incompatibile con lo sviluppo economico nazionale. FIAT, alla pari di centinaia d’altre imprese, si ristruttura per competere nel mondo post-2008. Sia a Melfi che a Pomigliano, essa non ricatta nessuno: offre invece ai suoi dipendenti l’occasione per un rapporto di collaborazione basato su criteri altri da quelli che hanno (s)governato le relazioni industriali italiane dal primo dopoguerra ad oggi. Solo da tale nuova collaborazione può venire l’innovazione continua che costituisce la conditio sine qua non per prosperare. Rara eccezione nella storia secolare e per’altro poco encomiabile di questa impresa, il discorso FIAT è oggi un discorso di progresso e di crescita. Esso chiede alle parti interessate, ed al paese tutto, di capire che the times, they are a-changin’. It may not be for the best, aggiungo io ...

 

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QUi sarà il caso di chiarire una cosa: le imprese USA hanno, oggi come oggi, dei livelli di redditività altissimi. I margini di profitto sono ai massimi storici, letteralmente: 36,4%, il massimo dal 1947! Questo segnala che QUELLA parte della recessione è finita, che i salari sono bassi e stanno probabilmente scendendo ed i profitti alle stelle. Il problema è che queste stesse imprese non trovano conveniente espandersi e, se lo fanno, non trovano conveniente farlo con forza lavoro locale: quindi non stanno creando occupazione qui, negli USA. Questo, il problema, non la mancanza di domanda aggregata!

 

Uhm, oggi e' lunedi', ed io non ho capito bene questo passaggio. La gran parte dei profitti li stanno facendo sul mercato USA o sulle esportazioni? Ed ancora, tali profitti quanto e' stimabile (anche una stima rough) siano funzione di posizioni lontane dalla concorrenza perfetta/circonvenzione di incapaci (penso alla Microsoft/Apple, per non fare nomi)?

Prego scusare la forma espressiva dislessica

PS: ho pure scritto 'oggi e' lunedi''...il bank holiday mi ha proprio stordito

In attesa di una risposta da MB ti fornisco il mio esempio personale.

Lavoro per una multinazionale "americana" che ha il grosso delle sue attivita` di manufacturing in Asia, clienti in tutto il mondo ma soprattutto negli USA, azionisti principali negli USA e in alcuni paradisi fiscali.

Redditivita` 50% (non scherzo)

Disinvestimenti: ininterrotti da cinque anni, soprattutto in USA e in Europa.

Ma ti assicuro, non gode di alcuna posizione di privilegio monopolistico.

Grazie innanzitutto per l'esempio portato.

Non capisco pero' molto bene come funzioni: o nella tua azienda siete davvero bravissimi, o il vostro settore in genere opera in condizioni di concorrenza non perfetta.

Capisco che entrare nel mercato dei semiconduttori non sia come aprire una pizzeria al taglio, ma con valori di redditivita' intorno al 50% qualcuno dovrebbe essere interessato a provarci, no?

Mi immagino che abbiate visto una decrescita della redditivita' nei 5 anni di disinvestimenti, altrimenti gli stessi me li spiego di meno, ma questa e' tutta un'altra storia.

edit ortografico

 

mercato dei semiconduttori non sia come aprire una pizzeria al taglio, ma con valori di redditivita' intorno 50%

quando?

dieci anni fa forse e non fabbricando e vendendo i semiconduttori as harware ma vendendo l'"intelligenza" del circuito realizzato con il semiconduttore.

 

 

 

Articolo molto chiaro e molto istruttivo, su cui sono praticamente perfettamente d'accordo, sia per le cause del boom creditizio (con origini ventennali) sia per la necessità della riforma strutturale dell'economia USA (e la conseguente inutilità della nozione di domanda aggregata).

Domanda su un dato che non conoscevo e che però non riesco ad inquadrare nel resto della situazione macroeconomica.

QUi sarà il caso di chiarire una cosa: le imprese USA hanno, oggi come oggi, dei livelli di redditività altissimi. I margini di profitto sono ai massimi storici, letteralmente: 36,4%, il massimo dal 1947! Questo segnala che QUELLA parte della recessione è finita, che i salari sono bassi e stanno probabilmente scendendo ed i profitti alle stelle.

Se i margini di profitto (immagino lordi: profitti netti + costo del capitale) sono così alti (e in che settori? industria pesante, costruzioni, finanza, healthcare, beni di consumo, industria estrattiva, servizi?), cosa frena le aziende dall'assumere e dall'espandere la produzione?

Si tratta di profitti di breve termine, che quindi non influenzano gli investimenti di lungo termine? O peggio ancora, si tratta di profitti di breve termine, che tolgono risorse agli investimenti più "lunghi", in modo da creare crowding out dei settori più "capitalistici"?

Si tratta di settori con elasticità dell'offerta nulla, che non possono assumere perché non sanno come "sfruttare" questo 40% di ROI (immagino sia il ROI)? E perché? Non riesco ad immaginare un settore dove in un annetto non si possa mettere in piedi un po' di capacità produttiva extra.

C'è un problema strutturale nel mercato del lavoro, che è pieno di persone senza arte né parte, da ri-formare completamente, in un processo lungo (nel tempo) e costoso (in termini di capitali)? (in questo caso, direi che c'è stato un picco del tasso naturale di disoccupazione, cosa molto verosimile)

Si tratta di un picco dell'avversione al rischio, che ha raggiunto enormi proporzioni, o per motivi psicologici (il tipo di spiegazioni che non mi piace), o perché tutti si aspettano che da qui a pochi anni ci sarà un aumento cospicuo delle tasse per tenere in piedi i bilanci pubblici ("regime uncertainty meets ricardian equivalence")?

O magari la redditività altrove (in Cina?) è ancora più alta del 40%, così che il 40% non basta? Ma allora perché c'è ancora gente che detiene moneta?

Le banche non potrebbero ricapitalizzarsi semplicemente regalando valanghe di soldi presi allo 0% e guadagnando il 40% in un anno sul capitale, una cosa enorme, per ogni valore di buonsenso del premio del rischio? Qualsiasi bank balance sheet effect si risolverebbe in un annetto con questi dati.

Ultima possibilità che mi viene in mente (ma solo per mancanza di immaginazione e conoscenza della teoria economica, temo): non è che quel 40% (profitti lordi, spero, cioè inclusivi del reddito del capitale) non è sufficiente ad attrarre una quantità sufficiente di fattori produttivi per tenere in piedi il sistema di capitali fissi (e che richiedono continue cure) precedentemente in essere, perché questo "sistema" accumulato negli anni è troppo grande, e perché il consumo non è sceso abbastanza?

Insomma, ci sono tanti problemi che possono esistere, tutti più o meno verosimili, e sarebbe interessante saperne di più.

PS Alcune di queste domande sono state scritte in lingua austriaca (la teoria economica, non la variante del tedesco), quindi temo siano un po' difficili da interpretare. Però la questione mi sembra molto importante.

Il paper a cui ci si riferisce è per caso:

THE THEORY OF INTERNATIONAL FACTOR FLOWS: THE BASIC MODEL 
Ronald W. JONES and Isaias COELHO  
Stephen T. EASTON*

Journal of International Economics, 1986 ?

Grazie.

Michele mica è  questo il paper di Ronald W. Jones a cui ti riferisci.

Boleo, lei è una bibliografia ambulante!

Innanzitutto, standing ovation (o quasi). Sono un profano e visceralmente attaccato al modello marx-sraffian-keynesiano superfisso, (o almeno non lo vedo come il male assoluto, come se fosse una specie di love child tra il Lato Oscuro della Forza e Sauron), ma almeno nell'articolo di Boldrin ci sono delle indicazioni di policy ragionevoli a prescindere.

E anch'io stavo pensando alla ripresa tedesca, sembra la prova del pudding che siano giuste...se solo potessimo clonare Frau Merkel la voterei con tanta foga da spezzare la matita.

e adesso due osservazioni critiche (offro il petto alle pallottole del buon prof. che magari si è convertito al Secondo Emendamento)

 

La ricchezza, ed il reddito, di quasi tutte famiglie si sono ridotti: non solo le case valgono di meno, ma valgono di meno anche i patrimoni finanziari (banche ed aziende, alla fine, sono possedute dalle famiglie) e per molti il reddito futuro è diventato inferiore a quello precedentemente atteso. Questo implica la sparizione di una quota sostanziale di domanda di svariati beni e servizi: non li vuole più nessuno

non equivale, by and at large alla tesi dei cento sul sottoconsumo? da profano, la frase di sopra "walks like a duck and quacks like a duck" con la tesi del sottoconsumo

e

creare un nuovo posto di lavoro alla frontiera tecnologica costa oggi, negli USA, nell'ordine di $100K, costava 1/10 due recessioni fa ...

somiglia tanto a una di quelle "contraddizioni insanabili" del barbuto di Treviri, quella faccenda della composizione organica del capitale (è vero, nel modello marxiano era legata al calo del saggio di profitto, mentre i profitti sembrano fiorire, ma again, se non diventano merci prodotte e vendute e/o posti di lavoro quei profitti alla fine sono virtuali come i gettoni del monopoli, vebleniano conspicuous consumption dei super ricchi in escort e coca escluso. Ripeto, son un profano a cui hanno fatto leggere Napoleoni e Sweezy da piccolo, abbiate pietà :-)

 

 

 

Io che sono un VERO profano, applaudo all'analisi ma accidenti: arrivo in fondo al pezzo che vorrei preparare le valige, (e mi succede sempre più spesso...)

La prego Boldrin, in uno dei prox post, date un pò di speranza a noi residenti stanziali:-(( che in fondo lavoriamo come somari, (o forse lo siamo), paghiamo uno sbardavello di tasse e veniamo pure mazzulati mane e sera da disonesti e/o incapaci preoccupati solo del loro particulare.

il Ministero dell’Economia ci informa che la spesa per invalidità è aumentata, negli ultimi 4 anni, del 22%. L’Italia, evidentemente, è sempre più un paese di sfigati; con una particolare concentrazione dei medesimi al Sud, ci informa il suddetto ministero. Ma non è questo il punto. Neanche a farlo apposta, 19 di quei 22 punti (pari a circa 2,5 miliardi di euro) sono stati realizzati nel 2009 rispetto al 2008: un (neanche tanto: per la social card si spese circa 1/5, se non ricordo male) piccolo stimolo fiscale all’italiana giusto nell’anno della crisi. Bene, c’è qualcuno disposto a sostenere che questo aumento tutto “keynesiano” della spesa pubblica ha avuto effetti benefici sulla crescita economica del paese? Che da qualche parte il famoso moltiplicatore ha generato posti di lavoro durevoli e produttivi? Attendo, paziente, argomenti favorevoli all’espansione di questo particolare tipo di spesa “keynesiana”.

Non capisco il senso di questa affermazione. Mi sembra azzardato trarre da una riflessione sulla dinamica di una singola voce del bilancio pubblico una qualsiasi ''prova empirica'' della inesistenza del moltiplicatore keynesiano.

Giusto. Ma certo che non aiuta, no?

Se poi lo consideri nel contesto, aiuta ancora meno: i crucchi tagliano e crescono, gli "stimoli" all'auto hanno l'effeto che hanno ... di esempi ce ne sono parecchi se ti guardi attorno.

Io poi attendo, sempre pieno di fiducia e speranza, l'esempio opposto: quello dove il moltiplicatore è stato osservato operoso all'opera ...

"Io poi attendo, sempre pieno di fiducia e speranza, l'esempio opposto: quello dove il moltiplicatore è stato osservato operoso all'opera ..."

Seconda guerra mondiale?

La stampa anglosassone (FT e The Economist in particolare: quacuno ha una teoria sul perché?)

Be', mi pare evidente: UK e US si sono improvvisamente trovati nel ruolo dei debitori (sia nel settore pubblico che in quello privato), e con real assets pesantemente sopravvalutati. E se uno ha un mutuo da pagare favorisce politiche di "soft money" essenzialmente inflattive, per far diminuire il valore reale dei suoi debiti: nell'America di fine ottocento i fautori del bimetallismo avevano la loro base politica prevalentemente tra i farmers del Midwest indebitati fino al collo (oltre che, piu' banalmente, negli stati produttori di argento). Dalla parte della "sound money" adesso ci stanno, al posto che allora avevano i banchieri dell'East Coast (la Malvagia Strega del'Est nell'allegoria populista di Frank Baum), i paesi con surplus commerciale come Germania e Cina, che a forza di praticare "vendor financing" si sono trovati a essere creditori in misura crescente.

Concordo per la standing ovation A PRESCINDERE (alla totò) del modello economico di riferimento, per quanto riguarda l'andarsene via io personalmente sto facendo il lavaggio del cervello a mio figlio oltre a fargli fare degli stutdi che lo rendano competitivo (non avrà nessuna casa in eredità).

Lavaggio del cervello nel senso che lo porto spesso in viaggio all'estero (grazie a Ryanair) e gli sto continuamente spiegando perchè non è il caso di stare in Italia e in special modo nella nostra bellissima ma maledettissima sardegna (io gli consiglio la Spagna ma attualmente a 11 anni  dopo essere andati in mezza europa preferisce la Germania).

Bell'articolo ma c'e' una cosa che mi piacerebbe capire:

"Questo implica la sparizione di una quota sostanziale di domanda di svariati beni e servizi: non li vuole più nessuno"

Cosa significa in termini di politica economica? Se il reddito e' calato e la domanda si e' ridotta anche se rivoluzionassi la struttura produttiva e ne migliorassi grandemente l'efficienza a chi potrei vendere questi prodotti? Nel caso di un solo paese (economia chiusa) i settori/le aziende "efficientate" spiazzerebbero i produttori marginali e probabilmente la disoccupazione complessiva aumenterebbe. Nel caso di piu' paesi (economia aperta) potrei conquistare quote di mercato e quindi nel breve periodo aumentare il reddito nazionale ma nel medio/lungo a forza di essere cosi' bravo il reddito dei compratori si ridurrebbe dato che metto fuori mercato la concorrenza. Qual'e' la ricetta? ristrutturiamo (e null'altro) tanto nel lungo periodo saremo tutti morti?

Nel caso di piu' paesi (economia aperta) potrei conquistare quote di mercato e quindi nel breve periodo aumentare il reddito nazionale ma nel medio/lungo a forza di essere cosi' bravo il reddito dei compratori si ridurrebbe dato che metto fuori mercato la concorrenza.

Ma il modello superfisso non era bandito? :)

Se vendo il prodotto A nel paese X vuol dire che sono più bravo a farlo (qualità migliore e/o miglior prezzo) dei produttori locali, e finché sono così bravo mi conviene dirottare risorse nella produzione di A fino, al limite, alla saturazione del mercato.  Chiaramente più domanda di A soddisfo io, meno potranno soddisfarne i produttori del paese X, con conseguente chiusura di aziende produttrici.

Il punto di questo discorso è che se io produco A, non produco B, e io ho bisogno di B!  Qualcuno dovrà soddisfare la nuova domanda di B che si è creata nel momento in cui ho smesso di produrlo, visto che ho dirottato le mie risorse sulla produzione di A.  Visto che nel paese X si è appena liberata della capacità produttiva e hanno pure risorse in più perché prima coprivano la loro domanda di A spendendo 10 e adesso la coprono spendendo 9, potrebbero sfruttare questa opportunità per iniziare a produrre un sacco di B e vendermelo.

E perche' non potrei produrre A e B e lasciare ai miei clienti solo spazio per produrre "cacca e pizze per turisti"?

Al produttore di A e B potrebbe venir voglia di spendere i suoi soldi in un bel posto per le vacanze.

Magari un posto dove la nautura è bella di suo un posto dove ci sono moltissimi disoccupati che non vedono l'ora di fare "cacca e pizza" e venderla ai turisti a peso d'oro.

Certo i produttori di "cacca e pizza" dovrebbero essere un minimo (poco in verità) furbi, tipo imparare una lingua oltre il dialetto di origine (va bene anche l'Italiano a volte), mettersi d'accordo cosa è cacca e cosa è pizza, farsi pubblicità all'estero seriamente ecc... ecc...

Alla fine si vuol dare la colpa a chi produce A e B, forse perché è più comodo che dire "vecchi qui o si fa la pizza o si muore!"

I disoccupati da noi in sardegna generalmente  fanno male anche  la pizza (per non parlare di quando te la portano al tavolo) e il loro massimo desiderio è avere una casa da affittare in estate, lavorare tre mesi all'anno ( per avere il sussidio nei mesi rimanenti) ... in alternativa si può  sempre stare parcheggiati in una delle poche industrie chimiche rimaste e stare a vedere come la nostra classe politica studia al mare la strategia e l'organizzazione da un romanzo di Asimov

I disoccupati da noi in sardegna generalmente  fanno male anche  la pizza (per non parlare di quando te la portano al tavolo) 

Dovremmo conoscerci, dico sul serio. Sei uno dei pochissimi che solleva il problema della qualità dei servizi di ristorazione, prendendo in esame il come si serve ai tavoli. Io litigo di continuo con quei ciechi che mi accompagnano nei posti pubblici sardi e ormai non notano nemmeno più quanto certi posti siano, pur con tutte le loro pretese e con costi elevati, un carnaio di buzzurri dove proprietà e clientela si scambiano reciprocamente cafoneria e maleducazione assortita.

Purtroppo non ho dati certi, ma mi pare che nel settore bar/ristoranti/pizzerie in Sardegna graviti una buona fetta di sfigati che privi di qualunque professionalità pensano che il settore della ristorazione non ne richieda alcuna e dunque anche loro, privi di qualunque formazione, possano trovarvi spazio.

A Cagliari, in pieno centro, è pieno di "camerieri" che si aggirano con la faccia a terra e non si capisce come dovresti attirare la loro attenzione; arrivano solo dopo che ti sei sbracciato tipo naufrago a richiamare la loro attenzione e, una volta arrivati...ti dicono: "cosa vuoi?" Proprio così...e non ti dico quanto passi per essere un posto di fighetti quell'accidenti di piazza Yenne! Un posto circondato di buche nella strada e di sporco ovunque con un nugolo di pezzenti vestiti a festa che non si stupiscono della gestualità troglodita di chi dovrebbe fornire loro "servizi". Il massimo è comunque offerto dai baretti del Poetto. Quei tuguri riattati a bar, che nei mesi estivi sono il fulcro della movida cagliaritana, non solo si popolano di una fauna locale che sarebbe meglio vedere estinta, ma si caratterizzano per lo spregio totale delle più elementari norme igienico-sanitarie (per non parlare di quelle edilizie, visto che sono tutti abusivi-ma la vertenza è ancora in discussione/ fosse per me manderei i buldozer israeliani e butterei giù tutto da Marina Piccola fino a Quartu) con bagni chimici che sono diventati organici, tanto sono sporchi, e che hanno come scarico una canna di gomma che pende dal tetto....però la gente è ben contenta di andare lì sennò avrebbero chiuso. Dal che ne deduco che il livello infimo dei servizi piace tanto agli indigeni mentre attira solo quei turisti con l'attitudine al viaggio stile Livingstone (quelli per intenderci che girano sotto il sole a picco di agosto con bermuda e scarpe da trekking) ben felici di aver trovato un'Africa a portata di mano e non molto lontana dai loro paesi.

Ps: i turisti normali arrivano con le crociere invece. Ma questi ultimi se arrivano la domenica trovano tutto chiuso e si aggirano persi senza sapere nemmeno dove andare. Ma si sa che la domenica i cagliaritani sono tutti nel molo ad ammirare le navi da crociera e non hanno tempo per vendere qualcosa ai turisti.

I disoccupati da noi in sardegna generalmente  fanno male anche  la pizza (per non parlare di quando te la portano al tavolo)

E' colpa della bellezza dei luoghi, perlomeno quelli che ho visto io in Sardegna, per cui i turisti arrivano comunque, sopportando anche la cattiva qualita' dei servizi. Un po' come a Venezia, dove e' noto che ai turisti viene fatto pagare tutto almeno il triplo che ai veneziani (pensate solo al vaporetto, che costa 7 volte di piu' per i turisti), anche negli hotel di lusso (tipo il Danieli, per non fare nomi).

Devo pero' dire che dei posti di classe superiore li ho trovati anche in Sardegna e sono rimasto stupito sia della qualita' del servizio che del prezzo contenuto.

Certo, mandare una squadra di Romagnoli in Sardegna, visto cosa sono riusciti a mettere su tra Ravenna e Pesaro, ad insegnare come si gestiscono i turisti, non sarebbe una brutta idea.

 

Io la chiamo la cultura di Villasimius, è una delle località dove il livello del servizio non cambierà mai perchè campano senza avere la necessità di competere, in quanto con tre mesi di lavoro e affittando degli appartamenti di proprietà con il sussidio campano alla grande.

La Sardegna evolverà nei i B&B e agriturismo ( a parte affitto di case in nero) semplicemente non si costringe le persone del settore turistico a lavorare anche fuori dalla sardegna il resto dell'anno, a fargli studiare le lingue, etc. come indicato correttamente bzbiz.

Quando vai nei resort sardi e parli con i direttori/proprietari scoprirai che non  riescono a trovare dipendenti locali (dei comuni o dell'area dove sorge la struttura) qualificati e professionisti, quindi quando va bene lavorano solo i muratori e chi pulisce le camere.

Il proprietario di un gruppo di resort di lusso ha cercato di mandare a lavorare in inverno i suoi dipendenti in alberghi nel nord italia e nessuno ha accettato di spostarsi.

Basta cambiare una leggina che dice che il sussidio si prende solo a determinate condizioni ... ma i nostri politici sono espressione della nostra cultura di servitori (SERBIRORISI)

Ma se io produco sia A che B... che li vendo a fare?  Ho già tutto!

Implicitamente estendi la metafora anche a Y (le pizze) e Z (la cacca), che è un modo per dire che ci sarà un prodotto che non mi conviene fare ma acquistare.  Più in generale posso affermare che il valore di quello che vendo è uguale al valore di quello che acquisto (posso differire parte di questo valore nel tempo, ma il vincolo questo è), quindi il produrre (e vendere) più valore di quello che faccio produrre (e acquisto) agli altri è una politica, sul lungo periodo, fallimentare, perché vuol dire regalare ricchezza agli altri.

Se in due attori il problema non si pone, quando ce ne sono molti la situazione si complica, perché effettivamente c'è il rischio di essere relegati a produrre Z (cacca); l'unica soluzione è essere capaci di produrre non dico A, ma almeno D "meglio" di tutti gli altri, ovvero aumentare la produttività.

Se non vendi fuori sei nel caso dell'economia chiusa con annessi e connessi (leggi sopra)

Credo che anche tu puoi immaginare che chi produce A e B dovrebbe essere in vacanza tutto l'anno per comprare sufficienti quantita' di cacche e pizze.

PS

Io piuttosto direi "qui o si fa la cacca o si muore!" :-)

Sulla politica monetaria credo siano tutti d'accordo (salvo gli austriaci incalliti). Ha evitato il peggio ma non può fare tantissimo.

Sulla politica fiscale, qui si divaricano le strade.

La proposte sulla competitività, sulla riorganizzazione industriale, sulle innovazioni tecnologiche (che serma dall'articolo dipendano molto dal fatto di non avere situazioni di monopolio o rendite di posizione normative) e così via. Tutte queste cose aiutano nel "gioco a rubamazzetto" e risolvono i problemi "in un solo paese".

Il problema che pongono i "250" ,e non solo, è più che altro globale, non nazionale. Tutti i paesi hanno avuto un aumento della disoccupazione ed una diminuzione del tasso di crescita. Non mi sembra che ci siano variazioni rilevanti, negli ultimi anni, nelle bilance delle partite correnti dei vari paesi.

I pacchetti di stimoli proposti o invocati dovrebbero essere "coordinati" (questo annullerebbe, anche se pur soltanto parzialmente, gli aumenti dei tassi d'interesse sui titoli di stato, in quanto le posizioni relative e le bilance in conto corrente non cambierebbero, mentre l'effetto è sicuro nel caso di politiche espansive nazionali perchè peggiorano la situazione in conto corrente). 

La spesa "keynesiana" funziona soltanto se non ci sono i cosiddetti "colli di bottiglia" che lo stesso JMK prevede nella teoria generale. L'esempio della spesa obamiana nella sanità è emblematico. Non si nega l'efficacia di essa, ma soltanto il fatto che sia indirizzata in settori dell'economia in cui non vi è una "capacità produttiva inutilizzata", nella quale l'offerta di lavoro è quindi inelastica (perchè come spiegato, il muratore e l'agente immobiliare non si improvvisano infermiere e medico in qualche mese). La critica, quindi, sembra essere di merito (è attuato male) ma non di metodo (efficacia in casi di capacità produttiva sottoutilizzata).

Sulle infrastrutture vale la stessa regola. Si attacca il fatto di spendere i soldi per la Tirrenia. Se fossero potenziate le infrastrutture in ragione della dislocazione dei distretti industriali ed in funzione delle nuove rotte commerciali e se si avesse un'idea della direzione in cui questo paese debba andare, investendo in infrastrutture di conseguenza, allora tutto avrebbe un senso. Cito un articolo sul blog di Rampini del 30 agosto "Quando la crisi si curava col Golden Gate" nel quale parla dell'uscita del libro di uno storico americano Kenneth Starr. Certo, oggi non basta costruire una semplice autostrada o un semplice ponte per aumentare la competitività di un sistema, ma all'epoca si. Bisognerebbe investire sui "ponti del nuovo secolo", es. l'alta velocità (che, al solito, in Italia è costata il triplo che altrove), rendere più fluidi i collegamenti tra diverse tipologie di trasporti ecc...

Comunque, sulla spesa obamiana, ci sarebbe da obiettare che se i salari sono aumentati nel settore sanitario, questi soldi li dovranno pur spendere (non sto richiamando la trickle down economics, poichè un infermiere dovrebbe avere un'alta propensione marginale al consumo).

Poi è ovvio che per migliorare la situazione competitiva dell'Italia bisogna ridurre i costi e riposizionarsi merceologicamente, ma qui si parla dell'economia mondiale e di stimoli coordinati.

Questo articolo, a mio avviso, è compatibilissimo con le posizioni degli odierni economisti "keynesiani" perchè si preoccupano di due piani diversi. Microeconomico quello di MB (vedendo gli stati come aziende in competizione) e Macroeconomico quello dei "keynesiani".

 

Come nella recente manovra, che è riuscita ad aumentare sia la spesa che l’imposizione raccontando al popolo d’aver fatto l’opposto! I recenti avvisi “obliqui” di Barroso non si devono al caso.

Si parla di questa manovra? Perchè avrebbe aumentato la spesa?

Sì quella. Per le ragioni ben articolate da Mario Baldassarri essa consiste in due aumenti: uno della spesa e l'altro delle tasse. Siccome il secondo è maggiore del primo, i furbetti dei due quartierini ("destra" e "sinistra") han deciso di chiamarla "taglio".

Go, figure ... l'italiano è cambiato assai dai tempi miei!

 

Una analisi di quello che sta succedendo in FIAT nei termini riportati nel post è praticamente introvabile nei media/blog/dibattiti italici (escludendo Marchionne a Rimini, però parte in causa). Quanti nell'opinione pubblica e politica hanno capito cosa c'è in gioco a Melfi e Pomigliano ? Possibile che un evento così cruciale per il futuro italiano passi nell'indifferenza della politica, totalmente distratta dai processi brevi e dai sistemi elettorali "alla tedesca", e nell'incomprensione dell'opinione pubblica, che lo vive come la classica lotta tra padrone "sfruttatore" e operai "lazzaroni" ?

In verità qui ne avevamo già parlato..

Hai ragione! Rimane il fatto che, fuori da NfA, quasi nessuno sembra vedere la vicenda FIAT nei giusti contorni.

Ad esempio quel tuo post mi era così piaciuto che avevo cercato di "diffonderlo" tra alcuni amici, molte reazioni furono di stupore: "Possibile che le cose stiano così? Nessun giornale dice queste cose". Nemmeno avessi esposto qualche teoria sulla terra piatta.

E' colpa di quello che da noi chiamano "primato della politica", che porta come effetto il cretinismo parlamentare gia' lamentato da Engels:

La malattia del cretinismo parlamentare è un'infermità che riempie gli sfortunati che ne sono vittime della convinzione solenne che tutto il mondo, la sua storia e il suo avvenire, sono retti e determinati dalla maggioranza dei voti di quel particolare consesso rappresentativo che ha l'onore di annoverarli tra i suoi membri, e che qualsiasi cosa accada fuori delle pareti di questo edificio, - guerre, rivoluzioni, costruzioni di ferrovie, colonizzazione di intieri nuovi continenti, scoperta dell'oro di California, canali dell'America centrale, eserciti russi, e tutto quanto ancora può in qualsiasi modo pretendere di esercitare un'influenza sui destini dell'umanità,- non conta nulla in confronto con gli eventi incommensurabili legati all'importante questione, qualunque essa sia, che in quel momento occupa l'attenzione dell'onorevole loro assemblea.

Germania

luigi pisano 1/9/2010 - 03:28

interessante articolo di Muenchau pubblicato un paio di giorni fa dal FT

 

Edit:  the core of the argument is that

 

The improvement in Germany’s economic growth is driven not by productivity gains but by real devaluation.

 

 

Interessante teoria ... tu che ne pensi?

P.S. Per chi non avesse accesso ad FT, ecco il testo. La parte più interessante è la firma ...

One of the weirder experiences for anyone who lives in the eurozone is a visit to a German supermarket. I had the pleasure the other day, and found the general price level there to be a little over half of what it is in Belgium, Italy or Spain. This, of course, is just an unscientific guess. I also found price differences of some 30 per cent when comparing certain categories of goods on various Ebay sites in the eurozone.

These differences go some way to explaining the eurozone’s divergent economic performance, and give a pointer as to what to expect in the future. The really intriguing aspect of the divergences is not how they happened, but why they are not correcting themselves. We know how they happened: Germany entered the eurozone at an uncompetitive exchange rate and embarked on a long period of wage moderation. Macroeconomists would say Germany benefited from a real devaluation against other members. But while real exchange rates tend to move around, one would not normally expect extreme misalignments to be persistent. In this case, one would expect Spanish and Italian consumers to abandon their expensive retail stores and swamp German internet sites with mail order purchases, especially for durable goods. Eventually there would be some price realignment.

It is not happening.

You would also expect some pressure for realignment from the labour market. As the German export sector returns to full capacity, one would expect wage costs to rise by more than the eurozone average.

This is not happening either.

The reason for the lack of demand-side adjustment is that Europe’s internal market is not fully functioning, certainly not at the consumer level. I spoke to an executive of one of Germany’s mail order companies and asked him why people in Belgium, where I live, cannot buy his extremely cheap products. He told me that national tastes were so different as to preclude a European-wide mail order service. My response was that the Belgians, and the Italians, probably share the Germans’ taste for low prices, and would probably shop if only given an opportunity. Despite some recent improvements it remains surprisingly hard to shop cross-border.

While adjustment of the product side is prevented by an imperfect single market, adjustment on the labour market side is prevented by a complete absence of market integration. You would expect German workers to seek higher wages outside the country. But this is not happening, as the European labour market remains almost perfectly fragmented. That means German wage moderation can persist uncorrected for a long time. Nominal wages are effectively frozen, and are set to rise by only small percentages in the next few years.

Taken together, this means the intra-eurozone imbalances will not only persist, but probably increase. This will make the economic adjustment for Spain, Portugal or Greece even more difficult than it already is. Those persistent imbalances, much more than the build-up of debt, are my deep cause of concern about the long-term health of the eurozone.

But from a German perspective, this strategy boosts growth in the short term. It is, of course, a beggar-thy-neighbour strategy. The improvement in Germany’s economic growth is driven not by productivity gains but by real devaluation.

So while I expect the German economy to perform better than the eurozone average, it is important to keep some perspective and not draw false inferences from the 9 per cent annualised growth rate during the second quarter. If you look at the period since the beginning of the financial crisis, Germany’s economic performance has been dismal. If you compare levels of gross domestic product between Germany and the US since the crisis, you find the US significantly outperformed Germany during that period. That situation may still be reversed if the US were to go into a double-dip recession. But the best judgment we can make now is that of Christine Lagarde, the French finance minister, in her recent interview in the Financial Times: Germany is recovering faster this year because it contracted faster last year, when GDP fell by 5 per cent. So far, this looks like classic dead-cat bounce.

Given its export-dependence, the performance of the German economy will ultimately depend on the global economy. As the US is heading for another downturn, it is hard to see how Germany can maintain its recent rates of growth. To do so would require a sudden increase in domestic demand. But I cannot see where that would come from.

The bottom line is that Germany’s economic performance will almost certainly improve relative to the eurozone average in the years ahead, but also that the current wave of enthusiasm is much exaggerated.

The real danger – to the eurozone, but ultimately to Germany itself – is the strains stemming from the policy of a real devaluation. I cannot see how southern Europe can ever fully reverse the misalignments in the real exchange rate. Nor are there any signs that the reforms in the EU’s product and labour markets will be sufficient to ensure that economic adjustment mechanisms can kick in. In other words, Germany’s economic strength is likely to be persistent, toxic and quite possibly self-defeating in the long-run.

munchau@eurointelligence.com

La tesi di fondo "a pelle" non mi convince molto, ma non ho le competenze per analizzarla quindi non mi pronuncio. Mi pronuncio invece sul "unscientific guess" che è proprio "unscientific" (sull' "unscientific" vado forte :-) ).

Ho 41 anni è la situazione dei prezzi in Germania è la stessa da che mi ricordi (molto prima dell'Euro e della crisi).

I supermarket tedeschi offrono prezzi più convenienti ed una scelta molto inferiore di quelli italiani perchè praticamente nei supermercati tedeschi trovi solo i prodotti a "prezzi da battaglia", gli stessi che puoi trovare anche in Italia solo che da noi sono sullo scaffale in basso, quasi nascosti, per chi vuole "risparmiare qualcosina". Da noi hai il Parma, il SanDaniele, il Toscano ed infine il prosciutto economico da loro (generalizzo of course) hai solo il prosciutto economico perchè gli altri non li comprerebbe nessuno, perchè buttare soldi? Non è sempre prosciutto?

La parsimonia tedesca si riflette anche sugli altri beni, o tieni i prezzi bassi o non li vendi. Un esempio per tutti: confrontate i prezzi del popcorn al cinema nei vari paesi europei. E' un prodotto venduto a prezzi alti sfruttando il fatto che il genitore non negherà al figlio i popcorn rovinandogli la gita al cinema. Bene in Germania costano la metà rispetto all'Italia (era il prezzo più basso della UE prima dell'allargamento ad Est, ora non so) il bimbo tedesco può piangere quanto vuole...es ist teuer, keine popcorn!

Io ho una mia teoria: Amazon & Co. negli USA hanno funzionato bene perche' c'era un'ottima rete di distribuzione postale (sia privata che pubblica). Come fa l'equivalente tedesco a consegnare i suoi prodotti in Italia. Dimentichiamo le poste, prima o poi devi entrare in contatto con il mercato del lavoro italiano. E sono cazzi amari. 

Inoltre, appena si sono espansi un pochino, hanno installato i loro magazzini piu' o meno ovunque nel territorio USA. Altri problemi, per non parlare delle differenze istituzionali, permessi, etc...

 

Non solo le poste, anche molti vettori privati non offrono in Italia il servizio che offrono all'estero.

Io per le spedizioni uso DHL (gruppo Deutsche Post), ma quante volte ho spedito in Germania ho sempre usato il loro corriere, a me DHL chiedeva per spedizioni tutto sommato piccole € 40,00 a spedizione,e questa tariffa la avevo avuta solo dopo furiose liti e minaccia di cambiare corriere, ai tedeschi lo stesso servizio costava € 15,00.

E' un mistero tuttora irrisolto...

L'altro lato della medaglia è che la maggior parte dei corrieri garantisce l'overnight per gran parte dell'Europa e ci mette tre giorni per la sicilia. Altro mistero...

Quella di DHL e' una strana storia: se usi il "DHL", cioe' il servizio privato, paghi parecchio e il pacco arriva nella tua citta' rapidamente. Dopodiche, viene affidato a dei padroncini che, se abiti fuori dal loro solito giro, o in un posto scomodo da arrivarci, o, come me, in un posto dove i parcheggi sono rari, il padroncino manco passa e dichiara che non c'era nessuno in casa. Tu non hai alcun avviso sul portone e il pacco arriva in tempi biblici. Pero' puoi seguire col tracking il pacco ed andarlo a prendere presso la loro sede (anche se hai pagato per una consegna a domicilio), oppure telefonare piu' volte al deposito della tua citta' e fare la voce grossa, finche', con un certo ritardo, il pacco viene consegnato.

Se usi le poste tedesche, il corriere si chiama sempre "DHL" (sono la stessa societa'), ma la spedizione costa molto meno ed il pacco viene consegnato alle poste italiane. E qui viene disperso. Il tracking su internet dice cose senza senso e finche' non ti arriva il talloncino giallo nella buchetta e' abbastanza complicato riuscire a stabilire dove diavolo andare a cercare il tuo pacco. Il numero verde delle poste mi ha mandato piu' volte a cercare pacchi nell'ufficio postale sbagliato. A volte il pacco e' in un ufficio postale, a volte finisce in mano a SDA (coi padroncini che non consegnano neanche loro nelle zone disagiate), per cui devi prima trovare chi lo gestisce, poi andare a prenderlo. Recuperare il pacco, contando anche la coda che devo fare all'ufficio postale, e' una sofferenza.

Perche' non compero di piu' dal Germania? perche' ogni volta e' un disastro recuperare la spedizione. Se invece di proporre carte postepay (che in parecchi esercizi non accettano) e gadgets agli sportelli, le poste fornissero un servizo accettabile di consgna dei pacchi, magari potrei comperare molte piu' cose.

ps non parliamo della sparizione dei pacchi in arrivo da oltreoceano nella dogana di Malpensa, che sono anni che non uso piu' il servizio postale americano perche' mi sono rotto le scatole di non riceve la merce o di riceverla con mesi di ritardo.

 

La tesi di fondo "a pelle" non mi convince molto, ma non ho le competenze per analizzarla quindi non mi pronuncio. Mi pronuncio invece sul "unscientific guess" che è proprio "unscientific" (sull' "unscientific" vado forte :-) ).

Concordo. Più che unscientific mi pare lucciole per lanterne. Frequento regolarmente Heidelberg e mai nella vita nell'ultimo anno si sono visti prezzi pari all'incirca alla metà di quelli italiani. Eì esperienza, ma non so dove l'autore dell'articolo abbia fatto la sua esperienza.

Non sono un'economista, ma conosco i tedeschi con cui ho ed ho avuto rapporti di lavoro (pochi, molto pochi, ahimè), e l'accento, secondo me, non va posto sui prodotti innovativi, che grandi innovazioni non ce ne sono, ma sulla qualità intrinseca del Made in Germany.

Mi spiego, vedendolo dal mio ristretto (molto ristretto) punto di vista: i prodotti tedeschi (es.: lavatrice) sono realizzati con componenti testati e ritestati, l'acciaio è il migliore disponibile sul mercato, il trattamento anticorrosione è fatto seriamente e non è una patina sottile, le guarnizioni sono realizzate con materiali all'avanguardia, per cui non si rompono e non si impigliano, i piedini anti-vibranti sono realizzati e avvitati con viti di spessore opportuno, orbene quel prodotto sul mercato acquista una fama di solidità e affidabilità, per cui il consumatore è disposto a pagare un "premium prize".

Tali sono i prodotti tedeschi, siano essi rivolti al mercato consumer, siano essi rivolti alle aziende.

Subito dopo i tedeschi, come affidabilità, ci sono una serie di paesi fra cui c'è anche l'Italia, che fanno prodotti buoni, con un prezzo inferiore ai tedeschi, ma discreta affidabilità, e anche le opportune eccellenze. Questo mondo è in crisi perchè soffre la concorrenza a basso costo e bassa qualità proveniente dall'asia (con l'eccezione del Giappone).

Continuare a vedere le cose dal punto di vista macro-economico empirico, come fa il giornalista dell'FT è un errore. Lo so anche io che, ad esempio, la BMW X3 costa 3.000 euro in meno in Germania, tanto che esiste un floridissimo mercato di importazione "parallelo" per una marea di prodotti, dalle auto ai telefonini, e questi sono aggiustamenti che il mercato già sta realizzando, basterebbe una minima norma UE sulla garanzia del prodotto per far sparire di colpo una serie di differenze di prezzo, perchè le aziende approfittano delle vischiosità per applicare politiche commerciali diverse da paese a paese, ma questo nulla ha a che vedere con la deflazione.

D'altronde eurointelligence è sponsorizzata dall'Unicredit, e se c'è una cosa di cui hanno paura le banche è la deflazione, per cui agitarne lo spauracchio fa sempre bene (a loro..).

Io coi tedeschi ci lavoro e concordo che l'accento vada posto sull'attenzione per la qualità (che poi come conseguenza porta anche all'innovazione). Visto che hai citato come esempio le lavatrici ricordo che una 20 di anni fa alla Zanussi di Solaro (MI) mi raccontarono che ponevano una cura maggiore (ed anche alcuni componenti di qualità superiore) per le lavatrici destinate al mercato tedesco perchè i controlli di qualità ed il mercato in Germania erano molto più esigenti che altrove.

PS
Zanussi in Germania vendeva con il nome "Executive"

io ricordo che 20 , 30 anni fa la Fiat separava le vetture prodotte in periodi di agitazioni e scioperi o che avevano subito una interruzione nel ciclo decapaggio - verniciatura ( non avendo neppure in verniciatura un processo continuo che dà garanzie contro la corrosione) che destinava al mercato interno tenuto buono dalla storia della scarsa reperibilità e dell'alto costo dei pezzi di ricambio delle auto straniere.

Il mio aneddoto voleva sottolineare come la qualità che si aspettano e richiedono in Germania fosse superiore a quella richiesta dagli altri paesi europei (lo stabilimento in questione produceva anche per altri mercati europei come ad esempio quello inglese)...almeno per quanto riguarda le lavatrici!

basterebbe una minima norma UE sulla garanzia del prodotto per far sparire di colpo una serie di differenze di prezzo

Mah, su questo nutro seri dubbi.

Rimanendo nel consolidato solco degli aneddoti personali ;-) noto che se vuoi vendere in Germania, devi avere un sito in tedesco, in Francia in francese (e ancora non ti basta...) e in Spagna in spagnolo.

Non ti basta il sito in inglese buono per tutti. E non ti bastano i commerciali che rispondono a telefonate e email in inglese.

Appena abbiamo introdotto i siti in tedesco e spagnolo, con una delle ragazze che parla in queste lingue, l'interesse in quei paesi è aumentato di brutto.

Ciononostante, pur avendo la mia ditta un nome inglese e una homepage in inglese, le vendite in Italia continuano a stare intorno al 25% del totale, anche se la quota di mercato dell'Italia è molto più piccola.

Per la mia esperienza la gente in generale preferisce acquistare "nazionale" e pagherà sempre un premio per questo.

Poi c'è il premio made-in-Germany.

conosco i tedeschi con cui ho ed ho avuto rapporti di lavoro (pochi, molto pochi, ahimè), e l'accento, secondo me, non va posto sui prodotti innovativi, che grandi innovazioni non ce ne sono

Concordo. Non credo sia l'innovazione che spinge la gente di ogni paese a preferire il made in Germany a qualunque altro made-in che non sia il proprio.

sulla qualità intrinseca del Made in Germany

Ecco, invece non concordo fino in fondo su questo.

Per alcuni prodotti è come dici tu, allo stesso modo in cui alcuni prodotti italiani, o francesi o taiwanesi, sono di ottima qualità. Per altri la qualità è pessima, ma la gente continua a pagare felicemente un premio alla memoria.

Sulla deflazione di cui parla il FT non sono competente, ma mi limito a notare che dai miei samplings amichevoli e unscientific, a metà anni '90 gli stipendi netti tedeschi viaggivano fra il doppio e il triplo di quelli italiani. Oggi mi risulta che il differenziale sia molto meno.

noto che se vuoi vendere in Germania, devi avere un sito in tedesco, in Francia in francese (e ancora non ti basta...) e in Spagna in spagnolo.

Difatti ho toccato con mano questo problema, visto che non parlo tedesco, e non riesco a trovare un contatto stabile in Germania. Però molti prodotti non hanno questo tipo di problema (auto, televisori, frigoriferi, lavatrici, con un lungo elenco di beni durevoli e semi-durevoli) e sono venduti identici e precisi in tutta la UE. Ma se ti si rompono "scontano" la garanzia UE e non quella, ad esempio "italia" con tempi di attesa molto maggiori, e talvolta costi diversi (anche se non è consentito).

Ecco, invece non concordo fino in fondo su questo.

Hai ragione, sono stato impreciso, specifico meglio: la qualità maggiore dei prodotti tedeschi si riscontra nei beni destinati all'esportazione, o che comunque competono nei mercati internazionali, e in cui i tedeschi hanno tradizione e competenze.  Per il resto hai ragione: la qualità media del prodotto destinato al consumo interno non è superiore agli altri, ma si vende solo per l'etichetta.

hai ragione

da noi si ignora che quando si vende un prodotto oltre l'hardware si vende qualità e servizio (assistenza pre e post vendita , facile reperibilità di ricambi , ... )

Penso che i nostri prodotti siano buoni nell'"hardware" ma che il minor prezzo non compensi il deficit di qualità e servizio.

Penso siamo anche molto carenti nel marketing che può convincere il cliente che una qualità nella norma sia eccellente.

La prima innovazione andrebbe fatta in questi tre campi.

come hai visto mi sono limitato a postare l'articolo "as is"...  per esprimere pareri dovrei come minimo (1) studiare la situazione tedesca, almeno in formato bignami e (2) capire se quel che dice Muenchau è backed da un minimo di dati.   Nessuno dei due esercizi è in programma, per ora...

 

PS:  per leggere gli articoli del FT basta cercarli via google. se si accede da google il gate viene disattivato.   Anche qui non mi sn mai interrogato sulle ragioni profonde ma funziona!  :)      (né ho mai provato a vedere cosa succede con contenuti "speciali" tipo Lex column...)

C'è un ragionamento logico nell'articolo di Muenchau ed è quel ragionamento logico ed economico che mi interessa. Ossia, facciamo pure finta che i suoi "dati" siano veri (basta guardare Eurostat per capire che racconta cose imprecise, ma non importa) e che la situazione tedesca sia quella che lui descrive.

Il quesito è: la logica tiene?

P.S. Quando si suggerisce un articolo evidentemente lo si trova interessante, nel bene o nel male. Di editoriali di economia se ne pubblicano mille al giorno. Mica li posti tutti, no? E neanche tutti i giorni ... Insomma, qualche ragione per cui questo specifico articolo ti ha colpito forse ci sarà ...

Le ragioni sono 2, piuttosto ovvie:

(1) l'articolo propone una tesi precisa e ben diversa dalla tua "spiegazione" della performance tedesca.  Metto fra virgolette perché mi rendo conto che il tuo riferimento "volante" alla Germania sia nel post solo a mo' d'esempio: io come di consueto sono partito per la tangente.  L'argomento però è interessante quindi ben vengano approfondimenti.

(2) l'articolo del FT è recente e  sembra aver avuto buona risonanza, magari vale la pena leggerlo/discuterne.

Infine:  sì, se noti io posto un sacco di links (relativamente al No. dei miei post, per lo meno).  Leggo tanto e filtro lentamente; I like to talk things through.

Il che mi porta al tuo "indovinello"...  e no, non credo di saperlo "risolvere" in maniera soddisfacente.  Le ipotesi che "i suoi "dati" siano veri ... e che la situazione tedesca sia quella che lui descrive" ci lasciano solo i seguenti 2 paragrafi:

Taken together, this means the intra-eurozone imbalances will not only persist, but probably increase. This will make the economic adjustment for Spain, Portugal or Greece even more difficult than it already is. Those persistent imbalances, much more than the build-up of debt, are my deep cause of concern about the long-term health of the eurozone.

...

Given its export-dependence, the performance of the German economy will ultimately depend on the global economy. As the US is heading for another downturn, it is hard to see how Germany can maintain its recent rates of growth. To do so would require a sudden increase in domestic demand. But I cannot see where that would come from.

Il secondo paragrafo mi sembra piuttosto standard, il primo molto meno  ma non vedo contraddizioni logiche lampanti.  Soluzione?  :)

Guardando sul sito della BCE, che contiene i dati Eurostat, si può vedere che il differenziale cumulato tra il tasso di inflazione  italiano e quello EU27 dal 1996 al 2009 rispetto a quello tedesco è rispettivamente 13.8% e 15.4%. Il differenziale annuo si è ridotto negli ultimi anni ma c'è quasi sempre (unica eccezione il 2007). Se in passato c'era la forza del marco a sostenere il processo, oggi non c'è più, e, seppure piccolo, rimane un processo di disinflazione, che Munchau ha un po' troppo enfatizzato (ma lui fa il giornalista...). Se non altro qs dimostra che i tedeschi sanno che per rendere competitiva l'economia bisogna ridurre i monopoli e le rendite di posizione sul mercato interno e in qs campo l'Italia ha molto da imparare.

Non so se ho il cervello paralizzato dalla mancanza di nicotina, ma leggendo l'articolo e i commenti seguenti, capisco questo:

1) i consumatori tedeschi hanno una loro idea di qualità che è diversa da quella dei consumatori italiani (e immagino che i francesi ce l'abbiano diversa dagli spagnoli...alla faccia della razionalità ;-));

1a) a volte identificano "qualità" e prezzo basso: il S.Daniele è una fregatura italiana perché costa di più del prosciutto Schmidt...

2) il risultato è che i prezzi al consumo in Germania sono generalmente inferiori al resto d'Europa (o perlomeno all'Italia...), anche a parità di prodotto;

3) secondo la teoria (?) una situazione del genere dovrebbe bilanciarsi tramite acquisti cross-border;

4) in realtà ciò non avviene con volumi sufficienti a ottenere il bilanciamento;

Tutto questo direi che mi fila, nel senso che corrisponde abbastanza a quanto ho avuto modo di vedere coi miei occhi. Inoltre l'autore sostiene che:

5) I lavoratori tedeschi non riescono a cercare lavoro meglio pagato all'estero perché anche il mercato del lavoro è frammentato.

Questa mi pare per metà una cazzata perché:

a) il mercato è sicuramente frammentato: gli europei medi parlano la loro lingua e quindi restano nel loro paese. Emigrare senza conoscere la lingua di destinazione funziona solo se a destinazione parlano inglese (e quindi ci riferiamo a pochissimi lavori possibili, generalmente di alto livello), o se non ha importanza che lingua parli (e quindi ci riferiamo a lavori di bassissimo livello). Quindi è vero che il mercato del lavoro è frammentato, ma

b) i tedeschi non possono trovare lavoro meglio pagato all'estero perché, nonostante 10 anni di decrescita relativa dei loro salari rispetto al resto della UE, essi hanno tutt'ora gli stipendi migliori (o fra i migliori).

Il quadro che salta fuori mi pare molto strano:

una nazione di sfigati strapagati (anche se meno di 10 anni fa), che comprano solo roba da poveracci, sentendosi moralmente superiori dato che loro non si fanno fregare dalla moda italiana...

Questi 10 anni di decrescita gli hanno dato un vantaggio competitivo (dato che per ipotesi se la cavavano benino anche prima con i vecchi stipendi stellari) e oggi se lo godono esportando come pazzi, ma continuando a comprare le orrende ciabatte di prima invece delle nostre sublimi scarpine del Brenta (notizia di oggi del Gazzettino: l'export calzaturiero fa +5% nei primi 5 mesi, a parte la Germania, dove non vendiamo un cazzo).

Dove mettono i soldi che non spendono? Ok, un po' li portano a Jesolo, ma il resto? Li investono in BOT italiani o greci?

Hanno ragione loro o no? Messa giù così mi pare un'altra Cina. E' davvero una figata?

E c'entra qualcosa la Merkel in tutto ciò? Se sì, come? Credo che gli accordi che hanno portato ad abbassare il differenziale di paga oraria siano stati presi prima di lei e le preferenze tedesche per certi tipi di beni sono vecchissime.

Disclaimer: non sto assolutamente dicendo che dobbiamo aumentare il debito pubblico...

Veramente il FT non parte come presupposto dai punti 1 ed 1a. L'autore sostiene che i prezzi bassi derivino dal fatto che "Germany entered the eurozone at an uncompetitive exchange rate and embarked on a long period of wage moderation. Macroeconomists would say Germany benefited from a real devaluation against other members".

FT premettevano come esempio "anedottico" i prezzi dei supermarket e di alcuni beni al consumo su ebay. Io (sempre anedotticamente) contesto che fin da quando posso ricordare (anni 80) è sempre stato così e che paragonare supermercati italiani e tedeschi sia fuorviante, perchè i supermercati tedeschi hanno una diversa impostazione. ALDI, LIDL e SPAR sono ben diversi da Esselunga e COOP. Sono posti dove hai meno scelta perchè ti propongono già il prodotto con il miglior rapporto qualità/prezzo (arrivano ad avere un solo prodotto per tipo). Se nei supermercati italiani prendi per ogni categoria il prodotto base (che sò quello marchiato Esselunga o Coop) ti ritrovi ad avere lo stesso prezzo di quelli tedeschi o molto simile.

PS

Non li definirei sfigati neanche per scherzo! Forse hanno le braccia corte, ma sanno benissimo cos'è il San Daniele e, quando vogliono comprano, vestiti alla moda anche loro. Solo che i loro teenagers invece di svenarsi per una Lacoste o per il filetto preferisco andare in giro con la maglietta dei Rammstein e coi soldi risparmiati vivono da soli e vanno a farsi le vacanze (dato che in media anno due settimane più di noi) in giro per l' Europa senza chiedere dindi a mamma e papà.

 

Il differenziale del costo del lavoro per l'industria non è mai sceso dal '97 al 2004 ( ultimo dato fornito da ISTAT ad Eurostat ) sotto il 25% eppure la Germania ci ha sempre fatto sudare.

Non penso sia una questione di "wage moderation"

 

 

Non li definirei sfigati neanche per scherzo! Forse hanno le braccia corte, ma sanno benissimo cos'è il San Daniele e, quando vogliono comprano, vestiti alla moda anche loro. Solo che i loro teenagers invece di svenarsi per una Lacoste o per il filetto preferisco andare in giro con la maglietta dei Rammstein e coi soldi risparmiati vivono da soli e vanno a farsi le vacanze (dato che in media anno due settimane più di noi) in giro per l' Europa senza chiedere dindi a mamma e papà.

Ci mancherebbe! In questo momento calzo dei sandali tedeschi Teva vecchi di 6 anni e una finta Lacoste che di anni ne deve avere una trentina ;-)

Sul resto mi riferivo sia all'articolo, sia alla discussione che ne era seguita.

- Margini imprese USA: non so la risposta alla domanda sulla provvenienza. I dati sono Bloomberg. Erano già, i margini, ai max storici prima della crisi, sono calati un poco ed ora sono ancora più su. A mio avviso denota solo l'accentuarsi di condizioni di monopolio in vari mercati ed il fatto che la capacità delle imprese di ridurre molto rapidamente i costi in situazioni di "crisi" è venuta aumentando decennio dopo decennio. Altro non saprei dire.

- Non capisco come i "profitti a breve termine" (tutti i profitti sono a breve: vengono calcolati trimestralmente) possano togliere risorse agli investimenti ... In ogni caso, ribadisco che quando hai potere di monopolio il far profitti NON implica espandere la capacità, anzi. Quello succede solo se c'è concorrenza e free entry, non in generale. Quando hai qualche potere di monopolio o oligopolio, magari i profitti li massimizzi proprio restringendo la capacità produttiva ed assumendo poco o niente. L'idea fantastica secondo cui l'economia americana è un'economia con free entry e concorrenza nei settori che contano è dovuta, io credo, ad un sostanziale abuso di sostanze allucinogene: FIRE, energia, automobili e paraggi, trasporto aereo, copyright industries, software, sanità, distribuzione: se le sommi avrai (vado a naso) il 70% del PIL USA e sono tutti settori monopolizzati.

- Siamo meno ricchi = sottoconsumo. Ma neanche per sogno! Se siamo meno ricchi è, anzitutto, perché PRODUCIAMO di meno, quindi abbiamo meno reddito. Non c'è nessun "sottoconsumo" (che più ci penso meno riesco a definirlo logicamente ...). Essere meno ricchi vuol dire che quello che sai fare vale meno di prima, gli altri non lo vogliono. A meno che con "sottoconsumo" non si intenda che Boldrin consuma meno di quello che vorrebbe consumare, il che è sempre corretto ...

- Idem per le contraddizioni, Claudio Napoleoni e le cattive letture ... dove sarebbe la contraddizione? Alla frontiera l'intensità capitalistica e tecnologica è maggiore e cresce, ci mancherebbe altro! Non vedo la "contraddizione" (quale?) né la caduta dei saggi di profitti (infatti, i margini sono alti). Vedo solo che per creare nuovi posti di lavoro ad alta produttività occorre investire parecchio ed avere la gente con il capitale umano adeguato. Se la gente che hai a disposizione, ossia i disoccupati, questo capitale umano adeguato non ce l'hanno non li assumi. Metti l'offerta di lavoro (la famosa "vacancy") magari, perché se ti capita l'ingegnere buono lo assumi e come e magari lo paghi extra. Ma se continuano a presentarsi ex-real estate agents che ti dicono che sono "in between jobs" tu li lasci in between jobs e non spendi 100mila dollarucci per vedere se, per caso, riescono a lavorare sulle molecole del nuovo composto che vorresti produrre. Marx, temo, non solo non c'entra nulla ma nemmeno capirebbe il problema ...

- Credo anche io, Enzo, che la stampa anglosassone stia impazzendo perché sono indebitati e gli si è rotto il giochetto. Devo dire però che il livello a cui FT e The Economist stanno arrivando con le loro prediche, il loro martellamento anti-tedesco e la continua richiesta di miracoli della politica è, davvero stucchevole.

- Sul ritorno del modello superfisso hanno già chiarito MarcoM e bzbiz, quindi non li ripeto. Ma QUELLO è il problema di fondo che la gente non sembra capire e su cui i politicanti alla ricerca di status da semidei marciano. L'idea che la ricchezza la crei spendendo quello che non hai, non producendola. E siccome solo il politico può spendere ciò che non ha (lui ha i marines, o carabinieri, alla fin fine, per appropriarsi in futuro delle tasse con cui pagare quello che ha già speso quando non ce l'aveva ...) allora tutti a chiedere al politico di spendere. Ed il politico, contento come una pasqua, a distribuire prebende a destra ed a manca! Questa profonda incapacità di capire il meccanismo dello scambio e della produzione efficiente mi sconvolge: se tu produci A ed io produco B e ce li scambiamo siamo entrambi più ricchi! Come si fa a non capirlo che è così che avviene la crescita economica?  E che perché questo accada occorre che (i) li produciamo A e B e, (ii), a te piaccia quello che produco io ed a me quello che produci tu!

- Un esempio ulteriore del modello supefisso e dell'incapacità di capire il meccanismo dello scambio sono frasi come:

La proposte sulla competitività, sulla riorganizzazione industriale, sulle innovazioni tecnologiche [...] Tutte queste cose aiutano nel "gioco a rubamazzetto" e risolvono i problemi "in un solo paese".

Una frase del genere vuol dire che non hai capito nulla, ma proprio nulla, di come funzionano i sistemi economici! Siamo SEMPRE in un solo paese, si chiama mondo! Come fa a crescere il "mondo", se non con le innovazioni e producendo? A chi cavolo esporta il "mondo"? A Marte?

Siccome non sono in grado (non ho il tempo) di riscrivere qui il manuale di base dello scambio e della divisione del lavoro, lascio perdere. Consiglio però la lettura del capitolo 3 di Tremonti, istruzioni per il disuso. Potrebbe aiutare, lo dico seriamente. Chi ha scritto la frase citata poc'anzi (ed i 250) forse non lo sa (sanno) ma ha (hanno) le STESSE ed IDENTICHE "teorie" economiche di Giulio Tremonti! IDENTICHE, sino all'ultima virgola.

- Come si fa a scrivere poi delle cose come

Comunque, sulla spesa obamiana, ci sarebbe da obiettare che se i salari sono aumentati nel settore sanitario, questi soldi li dovranno pur spendere (non sto richiamando la trickle down economics, poichè un infermiere dovrebbe avere un'alta propensione marginale al consumo).

e non rendersi conto di dire cose contradittorie???

1) Se il costo di un servizio, diciamo infermiera che ti fa la dialisi, cresce del 10% ed il servizio non cambia, l'unica cosa che è successa è che l'infermiera è più ricca e tu sei più povero! Se consuma di più lei (profumi di Chanel), consumi di meno tu (magliette di Lacoste). Cambia la composizione della domanda, non il livello! Hai solo redistribuito reddito da te a lei; il livello del medesimo, in media, è IDENTICO.

2) Se quel 10% in più non viene dalle tasche tue ma dal debito pubblico, senza invocare san Roberto Barro, chiediti: da dove vengono quei soldi in più? Chi li ha messi? È debito pubblico, quindi QUALCUNO li ha prestati! Se li ha prestati non li ha consumati, right? Idem come sopra, per quanto riguarda la domanda! Ora hai redistribuito reddito da chi, prima o poi, pagando le tasse pagherà quel debito all'infermiera in questione.

3) Se ci fosse il miracolo che tu sogni (il famoso moltiplicatore) SAREBBE ESATTAMENTE trickle down economics! In questo caso sono la stessa cosa! Lo so che dispiace scoprire, d'un botto, che si hanno le stesse teorie economiche di Geroge W. Bush e di Giulio Tremonti ma così è, piaccia o meno!

P.S. Non so chi sia questo storico citato da Rampini (Rampini è quello che scrive articoli su Repubblica riassumendo con tre giorni di ritardo e malamente i reports del NYTimes, per caso?). Cercando su Google, al nome che indichi si trova solo questo ... not a good starting point.

Volevo aggiungere due parole sui pericoli di mantenere i tassi a zero per lungo tempo facendo la promessa (che secondo il "modello" occorre fare la promessa, l'ha detto quel genio di Lars Svensson tanti anni fa dando consigli ai giapponesi ...) che tali rimarranno e che inflazioneremo costi quel che costi. Son cose dette e ridette anche qui su nFA, quindi era già un ripetersi. Ora vedo che Raghuram Rajan ha fatto suo l'argomento e, siccome ha più visibilità mediatica del sottoscritto, lo va ripetendo da pulpiti più visibili di nFA. Quindi mi astengo dal fare il papagallo di RR. Il problema comunque c'è. A mio avviso non è ancora dramatico, ma lo diventerà presto. Fra un po' saran due anni di tassi reali negativi e queste cose fanno danno, nella solita carsica maniera ...

Ah, i tassi a zero ed i soldi a go-go, poi, redistribuiscono anche alla grande e, contrariamente a ciò che sostengono i sinistri 250 ed i loro casposi guru che scrivono sul NYTimes, redistribuiscono dai poveri ai ricchi! Quando i tassi sono bassi ci cono soldi gratis per chi ha accesso ai mercati interbancari, non per tutti. Per il "proletariato" i tassi rimangono comunque alti; non so se l'avete notato questo piccolo dettaglio pratico, voi marxisti immaginari. Quindi, coloro che possono accedere a quelle forme di finanziamento hanno risorse in abbondanza con le quali investire (magari in commodities o in debito pubblico). Gli altri ciccia, si preparino a pagare le spese quando sarà l'ora ... i tassi bassi sono un trucco dei "padroni"! Meglio: sono il frutto del complotto dei bancari di Londra, NY, Tokyo, Frankfurt e financo Milano, per i quali le banche centrali lavorano: ma non vi hanno insegnato l'ABC del complottismo marxista-leninista? Svegliatevi una buona volta, o sinistri tonti!

Con buona pace di RR ci ha pensato Caballero (il mio riferimento era forse troppo obliquo ...) a trovare la nuova scusa per generare disastri sociali mentre si fanno i favori agli amici bancari e poi scaricare la colpa sul destino saragattiano - cinico e baro per i giovani che non sanno chi Saragat fosse e quanto bevesse.

Se nel 2001-04 era il savings glut ad essere responsabile del tutto - c'è il savings glut, diceva BB per conto di Greenspan, io cosa ci posso fare? Sono i cinesi che risparmiano troppo, non io che tengo i tassi bassi. La parola "sterilizzazione", nel 2001-04 era stata abolita? Sembra di sì. Che successe al saving glut nel 2004-07? Evaporò, dicono ...  - ora c'è la scarsità dei safe assets. Questa è la nuova teoria: tutto è dovuto al fatto che ci sono pochi safe assets rispetto alla domanda.

Basta pensarci un attimo ed è una variante del saving glut (per essercene "pochi", di safe assets, deve essercene "tanta", di domanda dei medesimi: ossia tanto risparmio che vuole low but safe returns ... o no ?), ed è altrettanto ridicola. Ma è una buona foglia di fico per poter dire: noi non c'entriamo, e continuare a far avere overnight money a costo zero agli amici bancari. Così va il mondo, like it or not.

Non mi convincono del tutto, invece, gli argomenti di Narayana, ma siccome sono seri ci vorrebbe un altro articolo solo per lui. E quello meglio scriverlo in inglese, che Narayana l'italiano non lo sa.

Ah, la speranza: non me ne volere, ma quando sento quella parola penso agli indovinelli di Turandot e ci vedo a noi, quelli che non sono nel giro buono, nei panni di Liù ...

Condivido tutto , solo un dubbio :

Se siamo meno ricchi è, anzitutto, perché PRODUCIAMO di meno, quindi abbiamo meno reddito. 

Potrebbe spiegarlo meglio.

Mi è chiaro che produzione -> reddito da lavoro -> consumo sono un loop di cui bisogna stabilire il punto di partenza

In una situazione "market oriented" ( si produce quello e quanto richiesto ) mi parrebbe che il punto di partenza sia la domanda.

No domanda , no produzione.

Poi , come descritto di seguito , la domanda potrebbe mancare per distribuzione dei redditi troppo sbilanciata ( poveri --> banchieri ) o per incapacità di produrre i beni richiesti o perché l'aumento di prezzo di beni primari ( esempio sanità ) riduce la capacità di spesa per altri beni.

Nel primo caso non saremmo globalmente ma solo selettivamente meno ricchi , nel secondo potremmo importare ( nessuno richiede beni che non esistono ) , nel terzo saremmo meno ricchi non in termini monetari ma in potere di acquisto

In ogni caso la produzione ristagnerebbe per mancanza di domanda e quindi il ciclo virtuoso non parte

Ma se il costo di un servizio è pagato con debito pubblico per quale motivo dovrei essere più povero? Per le future tasse? E se la spesa in deficit ha frenato la discesa del Pil rispetto al livello in cui si fosse trovato con bilancio in pareggio le due cose non si compensano?

Se il debito pubblico è finanziato da risparmio che c'era già ma che non era investito in nessun'altra attività perchè si è in un momento in cui non ci si fida a prestare soldi a privati dove sta lo spiazzamento e la "mera" redistribuzione? Non vi è un aumento del'attività? (Sempre che siano spesi in settori in cui l'offerta di lavoro sia elastica e quindi dove vi sono risorse inutilizzate)

Sulla competitività. Quindi se la Cina aumenta la sua competitività nei nostri confronti noi aumentiamo in ricchezza, produzione ed occupazione? Da quel che so io la Cina esporterà di più, noi importeremo di più ma produrremo di meno in quei settori in cui ci fanno concorrenza e se non ci si "rispecializza" o si recupera il gap dovremo prima o poi riequilibrare le partite correnti tagliando i salari reali, pena indebitarci con l'estero. Quindi la Cina (un solo paese) migliora, gli altri no. La disoccupazione totale non è diminuita ma si è redistribuita da un paese all'altro. Dov'è l'errore? I vantaggi comparati? Bene, troveremo vantaggi comparati in produzioni a minore valore aggiunto che i cinesi ci lasceranno simpaticamente.

Guarda, io ci provo una volta ancora però facciamo un patto di "discussione onesta". Se tu continui a far finta di non leggere quello che uno scrive e ad ignorare tranquillamente i vincoli di bilancio e le identità contabili, lasciamo stare.

Nell'ordine:

- Sei più povero di CERTO per le tasse future, il debito va pagato (con interessi, btw) e QUALCUNO deve pagarlo. Questo è un costo CERTO. Poi c'è il mitico guadagno da moltiplicatore ma quello è INCERTO assai. Infatti, a rigor di logica non c'è ma sono disposto ad ascoltare se mi spieghi come funziona che la crescita del prezzo relativo dei servizi dell'infermiera (che paghiamo un 10%) genera reddito futuro sufficiente a compensare per le tasse certe che occorre pagare!

- Vedi, se il risparmio non era investito in nulla vuol dire che la gente lo teneva nella forma di soldi sotto il materasso. Questo è il famoso esempio che i "keynesiani de noantri" amano, ma fanno confusione. Perché? Perché se il signor X ha deciso che lui non si fida di assolutamente nessuno e non investe proprio i suoi risparmi e li tiene nascosti sotto il matterasso allora ... non li investirà nemmeno nel debito pubblico addizionale! Ammesso e non concesso che il signor X esista, che è una rarità a me tuttora sconosciuta, spero non sia completamente demente. Se tiene i soldi sotto il materasso e non li investe in debito pubblico (che già esiste quando tu ed Obama aumentate lo stipendio degli infermieri) mi spieghi PERCHÈ dovrebbe decidere di acquistare debito pubblico dopo che fate l'annuncio che sprecherete i soldi pagando gli infermieri il 10% in più? Cos'è, scemo? Detto altrimenti: SE davvero ci sono risorse nascoste e non utilizzate, non verrano fuori dal buco per farsi utilizzare solo perché emetti debito addizionale, che in giro ce n'è abbastanza per convincerli di già! QUINDI il debito addizionale dovrai venderlo a persone che i loro risparmi già sono disposti ad investirli, convincendoli che il debito è meglio di quell'altro investimento che stanno facendo. Ma, in questa maniera, sposterai solo risorse dall'investimento 1 al 2 (pagare di più le infermiere) senza cambiare di un filo il livello della domanda aggregata. In altre parole, non c'è scampo: o c'è crowding out o c'è il vincolo isoperimetrico del vecchio e stizzoso Roberto. In either cases, non c'è il miracolo di san Gennaro.

- La seguente frase pure denota una confusione logica ulteriore, quindi la discuto separatamente:

(Sempre che siano spesi in settori in cui l'offerta di lavoro sia elastica e quindi dove vi sono risorse inutilizzate)

Confusa per due ragioni. L'offerta di quasi tutto è elastica, basta pagarla di PIU'! Ma allora vuol dire che i prezzi sono flessibili e se i prezzi sono flessibili NON C'È alcun maledetto moltiplicatore (non chiedermi la prova, c'è nel manuale di Barro, verso la fine). Seconda ragione: ti rendi conto che dici che ogni volta che l'offerta di qualcosa è elastica vuol dire che ci sono risorse inutilizzate? Questa è una follia! A parte che, credo, tu voglia dire "elastica" nel senso di "upward sloping" e non nel senso tecnico di "elasticità di prezzo  maggiore di uno" (correggimi se sbaglio, ma allora davvero stiamo andando a farci le canne), bisognerebbe tu facessi uno sforzo per capire che l'offerta di quasi tutto è upward sloping. Non so, il numero di quadri di Leonardo probabilmente no, ma chi lo sa? Per un prezzo alto abbastanza qualcuno si metterà a cercare in soffitta, no?

Insomma, se i soldi che prendi a prestito (e, dal punto precedente, togli all'investimento che sta avvenendo in X) li investi in Y (che di solito non si investono ma semplicemente si spendono, come i dati ed il mio esempio delle infermiere mostrano) devono avere un qualche effetto positivo BISOGNA che il loro rendimento sociale (occupazione, reddito, misuralo come vuoi) sia MAGGIORE in Y che in X. MA QUESTO COME LO SAI? Non sappiamo nemmeno da DOVE vengano questi soldi, sappiamo solo che li prendiamo a prestito da qualcuno a cui va bene di comprare debito pubblico invece di CD della Ford o patate o una nuova AUDI o un'opzione su S&P500 o che diavolonesoio!!! E come facciamo a sapere che usarli per pagare il 10% in più le infermiere d'America aumenta il benessere sociale? O anche fosse che assumiamo un "disoccupato" con quei soldi, come sappiamo che questo disoccupato ora occupato in Y produrrà di più dell'occupato ora disoccupato che avremmo impiegato con le stesse risorse nel settore X?

- Alla terza non rispondo proprio, scusami. Davvero, ci sono così tanti errori logici che dovrei star sveglio sino alle tre. E domani devo lavorare. Ripeto, davvero, comprati il libretto su Tremonti e leggi, con attenzione, il capitolo 3. Oppure, fatti il seguente esercizio storico: com'è che tra il 1946 ed il 1980 QUELLO STESSO MECCANISMO ha permesso a USA ed EU di crescere ed arricchirsi entrambi, mentre ora con i musi gialli non dovrebbe funzionare? Dimmi, perché? Solo perché voi e Tremonti ce l'avete con i musi gialli?

"- Sul ritorno del modello superfisso hanno già chiarito MarcoM e bzbiz, quindi non li ripeto."

Io non ho capito e anche l'articolo da te citato sulla Germania parla di uno spiazzamento progressivo della concorrenza in altri paesi. A parte le etichette (di "superfisso") se l'idea e' ristrutturare e "efficientare" alla fine del gioco io vedo un generale innalzamento della disoccupazione (non e' stato questo il risultato della crisi e delle ristrutturazioni degli 70? non si e' passati dalla "piena occupazione" a una disoccupazione "naturale" del 8%). Dato che non capisco ripeto la domanda: in termini di politica economica qual'e' la ricetta? cosa proponi? ristrutturare e ..... (basta)?

Riguardo la Germania nello specifico condivido quanto scritto sopra anche se non so giudicare se e' solo questione di prezzi piu' bassi, di produttivita' piu' alta o di entrambe le cose (ipotesi cui piu' propendo). Io che ci vivo da un paio di anni noto che i prezzi sono mediamente piu' bassi (intorno al 30%) che in qualunque altra parte d'Europa occidentale (parlo dal punto di vista della mia esperienza). Questo non e' vero per ogni genere per cui, per es., i generi alimentari (a parte il caffe') costano meno (ma la qualita' media e' bassa perche' i tedeschi non sono abituati a distinguere e quindi preferiscono il meno caro), gli immobili costano molto meno (fino al 40/50%) ma l'elettronica di piu' (10/20%). Gli stipendi sono almeno il 30% piu' alti che in Italia quindi, per il combinato disposto di quanto detto, qui si vive meglio (per chi le tasse e' abituato a pagarle). Infine riguardo la qualita' credo che il luogo comune per cui le cose debbano durare nel tempo sia confermato.

Sei più povero di CERTO per le tasse future, il debito va pagato (con interessi, btw) e QUALCUNO deve pagarlo. Questo è un costo CERTO. Poi c'è il mitico guadagno da moltiplicatore ma quello è INCERTO assai. Infatti, a rigor di logica non c'è ma sono disposto ad ascoltare se mi spieghi come funziona che la crescita del prezzo relativo dei servizi dell'infermiera (che paghiamo un 10%) genera reddito futuro sufficiente a compensare per le tasse certe che occorre pagare!

 

Va bene pero' lo sanno tutti che noi Italiani siamo i più furbi del mondo e come tali sappiamo come non pagare le tasse. Per cui il conto lo pagherà qualcuno ma non certo noi Italiani furbissimi. Mica come quegli stupidi di crucchi!

Non siete tutti daccordo sulla furbizia di noi Italiani?

nikola:

“Ma se il costo di un servizio è pagato con debito pubblico per quale motivo dovrei essere più povero? Per le future tasse? E se la spesa in deficit ha frenato la discesa del Pil rispetto al livello in cui si fosse trovato con bilancio in pareggio le due cose non si compensano?”

michele boldrin:

 “Sei più povero di CERTO per le tasse future, il debito va pagato (con interessi, btw) e QUALCUNO deve pagarlo. Questo è un costo CERTO. Poi c'è il mitico guadagno da moltiplicatore ma quello è INCERTO assai.”

Ma e' proprio questo il punto cruciale, no? Se c'e' un guadagno da moltiplicatore (ed e' grande abbastanza), allora ha ragione nikola, senno' ha ragione Michele.

A quanto ne so (poco) ci sono sia modelli teorici che analisi econometriche che possono essere citati a favore dell'una o dell'altra tesi; la professione (macro)economica non sembra aver raggiunto al suo interno un grado di consenso tale da consentire a uno esterno alla professione di "fidarsi" di una delle due tesi.

Caro Boldrin, accetto il patto e veniamo al dunque.

La gente che conosco tiene i soldi sul conto corrente. Dopodichè, quando vi è un rischio di sistema (es. le azioni di unicredit che scendono clamorosamente durante il 2008) qualcuno se la fa sotto, ed allora preferisce sottoscrivere titoli di stato (a breve termine, s'intende) per due motivi:

a) se la banca x fallisce perchè è esposta in derivati che hanno come sottostante i mutui dei cittadini americani falliti, mi conviene metterli in un titolo di stato a breve, lo stato non fallisce, la banca può...

b) essendoci, nei periodi di crisi, abbassamento dei tassi d'interesse e spesso, durante la fase in cui si esce dalla crisi, inflazione un po' più alta rispetto al pre crisi, mi conviene comunque investire in titoli di stato per salvare un minino i risparmi dall'inflazione (certo, l'ideale sarebbe quello di indovinare l'inizio di una crisi ed acquistare titoli di stato a medio termine quando i tassi d'interesse sono ancora alti e la loro domanda relativa bassa per via che ci sono altri impieghi ""redditizi")

dopodichè, se secondo te non ci sono, bene, non conosciamo le stesse persone.

Per quanto riguarda l'offera elastica e le risorse sottoutilizzate. Vi è lavoro sottoutilizzato (o disoccupazione involontaria), secondo JMK, quando dei lavoratori in cerca di lavoro sarebbero disposti a lavorare ai "salari nominali correnti". Quindi intendo per offerta elastica quando non dico sia perfettamente orizzontale (ed è possibile in situazioni di alta disoccupazione) ma quasi (diciamo che forma un angolo di 10°, 5°?20°?).

Chiudo dicendo che se in situazioni di alta disoccupazione l'offerta ha un basso grado di elasticità, se il debito pubblico spiazza gli investimenti privati (ma dove, quando? le banche non prestano più a nessuno, i prezzi dei titoli sono scesi, chissà dove son finiti quei risparmi?), allora ha ragione Lei.

Alla terza domanda non so rispondere e non trovo risposte univoche tra gli economisti. Perchè il Giappone non si è risollevato con emissione di moneta e di debito pubblico? Boh?

I soldi in CC o titoli di stato sono INVESTITI, non sono sotto il matterasso. Quindi se quei soldi sono dove dici o ben sono GIA' in debito pubblico (ed allora come si fa ad usarli per finanziarne di AGGIUNTIVO?) o sono investiti nella cosa in cui la banca li investe (magari è debito pubblico!) ed allora, per usarli come finanziazione di debito pubblico AGGIUNTIVO vanno tolti dall'impiego in cui sono. QED.

Lascia stare quello che c'è "secondo JMK", che è una teoria. Pensa ai fatti. Hai appena definito una cosa insensata: quali lavori a quali salari nominali correnti? Anche io sarei disposto ad avere il lavoro del CEO di JPMorgan al suo salario nominale corrente, infatti a metà del medesimo, so what? E son sicuro che c'è parecchia gente che sarebbe disposta a fare il mio lavoro al mio salario nominale corrente ed anche un pelino di meno. Non so se noti il punto, spero di sì: "secondo JMK" c'è SEMPRE "disoccupazione involontaria". Il concetto, come da te definito (via JMK), è quindi insensato ed inutile.

Ne segue che il problema VERO è il seguente, che è quello che io pongo nell'articolo: i disoccupati o non occupati che dichiarano di voler lavorare, COSA sanno fare, COSA possono fare, a che salario e quello che produrrebbero chi lo vuole a che prezzo? Altrimenti non spieghi come sia che il mio amico MM diventa pazzo a cercare ingegneri che è disposto a pagare più di quelli che già ha ma non li TROVA!

Tu capisci che la frase "le banche non prestano più a nessuno", essendo una frase retorica, non può essere discussa. È comunque empiricamente falso che in situazioni di alta "disoccupazione" (dichiarata) l'elasticità del lavoro sia bassa (per i non addetti: l'offerta di lavoro cresce tanto con piccole variazioni del salario). Pensa a Napoli ed al Sud in generale: come tutti documentano da decenni la disoccupazione ufficiale è altissima, eppure non vedo ora e, soprattutto, non vedevo in passato le orde offrirsi a fare lavori manuali al Nord ed altrove. Vedevo, e se ne è discusso qui alquanto, le orde offrirsi per il posto d'usciere o spazzino comunale in loco, questo sì. Ma, appunto, lì sta la morale.

Dove sono finiti i risparmi? A PAGARE (parte dei) DEBITI! Un'altra parte sta finendo in investimenti di un qualche tipo, anche in Asia. Da qualche parte sono finiti, ripeto: è una questione di identità contabili!

Ops, avevo dimenticato che attraverso il moltiplicatore monetario i conti correnti sono già (in grande parte) investiti.

Sono d'accordo anche sulla "non omogeneità dei lavoratori e dei lavori".

Sull'offerta di lavoro al Sud posso obiettare che le statistiche ufficiali dicono poco, vista l'enorme mole di lavoro nero. Comunque il fenomeno dell'emigrazione verso il nord esiste, sia di laureati che non.

Si pensi a tutti gli insegnanti meridionali che insegnano da Verbania ad Udine al salario "nominale corrente" anche se devono pagare affitti salati. Certo nelle fabbriche se ne troveranno di meno.

Che poi, a livello nazionale, sono d'accordo con tutte le politiche proposte nell'articolo, fanno bene sicuramente al sistema economico che è ingessato, dai baroni universitari alle caste delle società pubbliche partecipate, fino ai monopoli di fatto.

I dubbi che mi rimangono sono quelli riguardanti l'impiego dei risparmi (e la legge di Say), la rigidità/flessibilità dei prezzi al ribasso (ex Sylos Labini, Kalecki, Sraffa) ed il riassorbimento della disoccupazione tecnologica in un mondo in cui la quota salari/Pil decresce per ragioni di ricerca della competitività dei singoli stati (insomma, potrebbe portare a politiche "troppo restrittive"). Ma questi sono miei dubbi, che rimangono. 

Per il resto, concordo con le misure concrete.

 

"Si pensi a tutti gli insegnanti meridionali che insegnano da Verbania ad Udine al salario "nominale corrente" anche se devono pagare affitti salati. Certo nelle fabbriche se ne troveranno di meno."

Ovvio, la ragione sta nel fatto che come dipendenti pubblici prima o poi otterranno il trasferimento quindi l'affitto e' un problema di breve/medio periodo mentre un operaio e' "condannato" per sempre. E per inciso un tempo c'erano alcuni imprenditori che si preoccupavano di dove e come vivevano gli operai (vedi Olivetti) per cui, per es., per costoro non si poneva il problema di pagare 2/3 dello stipendio per l'affitto.

 

 

Ovvio, la ragione sta nel fatto che come dipendenti pubblici prima o poi otterranno il trasferimento

mi permetto di non essere d'accordo. Per gli insegnanti il trasferimento è subordinato al fatto che ci sia una cattedra disponibile nel distretto scolastico di destinazione e che non ci sia qualcuno che compete per quella cattedra con un punteggio superiore. E oltretutto, il primo anno dopo il trasferimento ti mettono comunque in coda alla graduatoria. Been there, done that ( o meglio, l'ha fatto mia moglie)

Per il resto del pubblico impiego le regole sono diverse, ma, per dire, il trasferimento della mia collega (nata lì, ma da genitori siciliani) dalla Motorizzazione di Piacenza a quella di Palermo rimase un pio desiderio (e ti credo, eravamo sotto organico e lì immatricolavamo il dieci per cento di tutti i cassoni, cisterne e altre carrozzerie industriali fatte in Italia. In tre più l'ingegnere che faceva i collaudi). Io, poi, ho cambiato quattro volte amministrazioni in cinque anni, ma vincendo concorsi (pubblici, non interni), non con domande di trasferimento.

Scusa se faccio una domanda personale ma l'esempio l'hai portato tu: tua moglie ha ottenuto il trasferimento?

Vedi, Nikola: sei d'accordo su tutte le cose precise, fattuali e logiche che abbiamo discusso. Bene: discutere, con la gente che ci prova, serve. Mi rallegri il giorno.

Però sostieni che

I dubbi che mi rimangono sono quelli riguardanti l'impiego dei risparmi (e la legge di Say), la rigidità/flessibilità dei prezzi al ribasso (ex Sylos Labini, Kalecki, Sraffa) ed il riassorbimento della disoccupazione tecnologica in un mondo in cui la quota salari/Pil decresce per ragioni di ricerca della competitività dei singoli stati (insomma, potrebbe portare a politiche "troppo restrittive"). Ma questi sono miei dubbi, che rimangono.

Rileggi questo elenco: è un elenco di fantasie teoriche e supposizioni di cattivi maestri, nessuna delle quali supportata né da un argomento logico né da evidenza empirica.

- La legge di Say è una fantasia (con multiple versioni) di cui si preoccupano solo i finti teorici dell'economia alternativa che fanno finta di fare ricerca ed insegnare nelle università italiane. Facciamo così: tu me la definisci, chiaramente però. Poi mi dai un esempio di sua violazione, un esempio concreto sia chiaro, e poi ne discutiamo.

- Idem per la rigidità eccetera (ma di fonti non avresti di meglio che "Sraffa"? Un poveretto che non aveva mai guardato ad una statistica e che ha perso la vita a scrivere un libricino teorico che è un homework per gli studenti del secondo anno del mio corso? Kalecki e Sylos-Labini ... ok, taccio. ). In ogni caso, la famosa rigidità, vogliamo definirla una volta per tutte? Ti sembra che in questa crisi i prezzi siano rigidi? Ma se tutti s'incazzano e protestano perché CALANO TROPPO!!!!!! Inclusi i salari, sia chiaro: una maniera di leggere le boiate dei 250 sinistri è che i salari sono calati troppo. Ma non erano rigidi all'ingiù? Stiamo parlando della realtà o, con la scusa del "quadro teorico di riferimento", continuiamo ad evitare la realtà per discutere di fantasie e di mondi che non esistono?

- L'ultimo tuo dubbio è più sostanziale e meno frutto ideologico dei cattivi maestri italici. Pensa, ce l'aveva anche JMK - la soluzione che lui proponeva NON è la spesa pubblica, leggere JMK per credere! Raccomando anche la lettura del mio saggio in quel volume ... a me piace molto :-) - ed è un tema che ho studiato a lungo e continuo a studiare. Ho giusto giusto iniziato un paio di papers nuovi l'altro ieri, con un giovane collega. Allora, il mio framework teorico sta in questo e quest'altro lavoro però stiamo lavorando per capire cosa succede in un contesto di commercio internazionale con paesi più "poveri" ... Se vuoi ne parliamo seriamente una volta che tu mi spieghi, però, come si determinerebbe la disoccupazione tecnologica in pratica.

Grazie.

Allora, il mio framework teorico sta in questo e quest'altro lavoro:

 

As every movie producer can tell you, the time to release your great new blockbuster adventure movie is not a few days after your rival has done the same.

 

beh... Deep Impact e Armageddon, Dante's Peak e Volcano... e adesso c'è la causa tra i produttori di  Battle: Los Angeles e Skyline che uscirebbero a distanza troppo ravvicinata.

Gli esempi dalla storia delle tecnologia invece funzionano (è un mio hobby)

 

 

 

Which proves our point, infact: se si fanno causa, evidentemente, è perché in generale vale la regola nostra!

Negli altri casi che citi uno è stato molto più successful dell'altro, ossia uno dei due ha fatto un errore!  Which is possible, but it's not the rule or the norm ... it's the norm we are trying to model, not the exceptional errors.

Innanzitutto quoto l'obiezione di Marino bib che mi ha anticipato. Ci vuole la cattedra ed il relativo concorso. Al massimo si può eccepire che si sale al nord per raccogliere punti a sufficienza da poter poi accedere agli incarichi annuali nella propria provincia, ma questo avviene dopo 10-12 anni, altro che scelta temporanea. L'errore che fa Go è di tipo metodologico, è poco istituzionalista :D

Tornando a MB, partirei dai prezzi e dai salari.

I "250" non si lamentano del fatto che i salari nominali diminuiscano, ma che quelli reali crescano meno della crescita della produttività. Non metto bocca su chi abbia ragione, chi ha delle statistiche le tiri fuori. Quindi l'obiezione dei "250" è compatibile con la rigidità verso il basso dei salari nominali, ma anche con quella dei salari reali (alla Ricardo, che pensava fossero uguali o vicini a quelli di sussistenza). Cioè il discorso dei "250" s'innesta in un'ottica dinamica (alla Marx, Shumpeter, Kalecki, Labini, cioè con una produttività tecnica che aumenta, l'esempio banale è che i macchinari nuovi sono un po' più efficienti di quelli sostituiti) e non statica (cioè neoclassica).

Sui prezzi. I prezzi delle case stanno diminuendo. Se si segue l'ottica di Labini, che io seguo, la forma di mercato dell'oligopolio concentrato (nel quale ci possono essere rigidità di prezzi al ribasso perchè se una innovazione tecnica arriva soltanto nei macchinari utilizzati dalle imprese price maker che hanno grandi economie di scala) esiste nel settore industriale-manifatturiero (mentre la rigidità dei prezzi al consumo era già stata segnalata da Stuart Mill, per la semplice ragione che il supermercato del quartiere a nord della città ha come diretti concorrenti altri 2-3 supermercati, non di più, visto che bisogna spostarsi di molto e non conviene più fare acquisti a 200 km di distanza).

Ecco, nei prezzi dei beni industriali non noto una discesa dei prezzi. Per fare un esempio un Fender JazzBass costava 1200-1250 euro 3 anni fa come oggi. Se poi si dice che "nel campo dell'informatica il pc da 1 giga di ram è sceso di prezzo rispetto a due anni fa" si va a finire nella teoria di chi sostiene che l'inflazione è negativa perchè anche se i prezzi aumentano ciò che si compra è sempre più efficiente (insomma, anche se il prezzo del pc "medio" che sostiene le applicazioni più in voga nel momento attuale, aumenta di prezzo del 5% rispetto a quello più in voga 3 anni fa ma quello di oggi è più veloce del 20% rispetto a quello di 3 anni fa, vi sarebbe un'inflazione negativa sui pc del 15% o giù di lì). Lo standard oggi è il pc con 2 giga di ram, quindi è il prezzo di questo che va calcolato (cioè quello più venduto, il pc "mediano"). Qui ci sarebbe comunque un discorso statistico abbastanza "soggettivo" circa i criteri di misurazione. Comunque, tornando al basso elettrico di prima, i prezzi non diminuiscono.

La benzina non diminuisce, le tariffe nemmeno, sia quelle "statali" sia quelle "in concorrenza" (telefonia mobile, fissa, adsl, ma anche lì c'è una forma di oligopolio).

Sul terzo punto, ho letto anch'io "prospettive economiche per i nostri nipoti". E' lì che c'è il Keynes del lungo periodo (cita la disoccupazione tecnologica) che si è visto a sprazzi nel 24° capitolo della Teoria Generale. Scusate ma non potete scriverli anche in italiano (200 pagine in inglese son un po' pesanti da leggere)?

Infine, sulle ultime questioni che rimangono. Sul mancato riassorbimento della disoccupazione tecnologica, non essendo uno studente di economia (ma di diritto) ma un appassionato lettore, rimando allo schema di Labini in "Oligopolio e progresso tecnico". Un sistema con cambi flessibili e mobilità di capitali che porta gli stati (nel medio periodo) a fare politiche restrittive (e quindi alla discesa, che c'è da vent'anni a questa parte, della quota salari/Pil), non sembra andare a nozze con lo schema di Labini, tantochè già in un articolo dell'82 su Repubblica invocava una "nuova Bretton Woods" ed una politica espansiva coordinata.

Sul fatto che vi sia la possibilità che non tutto il risparmio sia investito rimando allo stesso libro di sopra in cui si richiama la teoria del rischio crescente di Kalecki (che verrà poi ripreso e sviluppato, in modo originale, da Minsky).

P.s.

Non mi chiedete statistiche che non le so fornire.

Executive summary: c'è tutto in "Oligopolio e progresso tecnico"? L'unico libro da leggere? O è l'unico libro che ti è sembrato d'aver letto?

- Salari: i 250 hanno scritto di tutto, ti assicuro che si sono lamentati anche di quello. Ma il punto è che i salari STANNO diminuendo in svariati settori dell'economia americana. Basta leggere il giornale per scoprirlo. Morale, non sono poi così rigidi downward in condizioni di mercato. Se poi di mezzo ci sono leggi, monopoli ed altre cose, ovviamente cambia. Ma basta pensarci un attimo e l'argomento finale non cambia (devo autocitarmi? Ok, non lo faccio ...).

- Prezzi in generale: guarda, io capisco che tu non guardi le statistiche ma dovresti, visto che vuoi parlare di economia. Non calano solo i prezzi delle case (cosa c'entra Labini con i prezzi delle case che cadono? Non ti rendi conto che scrivi cose a vanvera?), calano i prezzi di tanti beni. Vai su un qualsiasi sito dove si calcolino indici dei prezzi a partire da dati disaggregati e lo scopri. Se non si è in grado di maneggiare statistiche occorre occuparsi di cose altre dall'economia. La metafisica, per esempio.

- Per favore, lascia stare le teorie di Stuart Mill: c'è una letteratura empirica sterminata che misura le variazioni positive e negative dei prezzi nominali. Non è solo l'ignoranza delle leggi che non scusa, in economia anche quella dei dati non è scusabile. Almeno per le cose elementari, altrimenti finiamo sempre che ogni discussione riparte dall'ABC. Con buona pace della tua storia dei supermercati teorici quelli REALI tagliano prezzi ogni giorno, anzi all'interno della giornata stessa, a seconda dell'andamento della domanda. Anche qui, la letteratura è vasta.

- Se non riesci a capire che un bene di qualità superiore è un altro bene, non so che dire. Davvero. Anche perché i beni obsoleti si possono comunque comprare ed infatti non costano un piffero: entra in un qualsiasi negozio di cellulari e lo scopri. Se non capisci questo, davvero non capisci l'ABC della crescita economica. Nel mondo che hai in mente tu non c'è mai crescita, tanto una macchina, è una macchina è una macchina, non importa se sia la 500 del 1960 o quella del 2010!

- No, non possiamo scriverli in italiano perché la lingua con cui si lavora è l'inglese. Anche in questo caso, ignoranza dell'inglese non è una scusa. Leggi, poi ne riparliamo. Ho come l'impressione che tu nemmeno l'abbia letto il JMK, né quello di quel saggio né quello della GT. Altrimenti non scriveresti quello che hai scritto.

- Infine, davvero, smettila di sentenziare citando 'sto Labini, le frasi fatte copiate dagli appunti presi a lezione (Minsky che sviluppa Kalecki: ma chi e' il demente che va in giro ad insegnare queste boiate?),  la teoria neoclassica che sarebbe statica mentre quell'altra di Schumpeter (come se Schumpeter non fosse neoclassico sino al midollo!!) è dinamica, senza argomentare nulla di concreto e senza neanche avere un'idea di cosa sia statico e cosa sia dinamico. Che il professore "alternativo" ed ignorante dica cazzate a lezione all'università non implica che si sia giustificati a venirle a ripetere qui. Abbiamo già Latouche, non serve un'altro generatore di frasi vuote. Se non si ha nulla da dire basta studiare e non sentenziare.

Mi dispiace, ma così è.

Non è vero che tutti hanno il diritto di dire tutto: quando non si sa di cosa si parla, è meglio stare zitti, si fa più bella figura.

Sargent: Yes, I was at Princeton then and attended the macro seminar every week. Nobu, Chris, Alan and others also attended. There were interesting discussions of many aspects of the financial crisis. But the sense was surely not that modern macro needed to be reconstructed. On the contrary, seminar participants were in the business of using the tools of modern macro, especially rational expectations theorizing, to shed light on the financial crisis.

Rolnick: What was Paul Krugman’s opinion about those Princeton macro seminar presentations that advocated modern macro?

Sargent: He did not attend the macro seminar at Princeton when I was there.

Rolnick: Oh.

Sull'inglese è un mio limite, un paper lo leggo, un libro no (per questioni di tempo più che altro).

Comunque se i prezzi sono flessibili ed i salari pure i 250 non hanno tante argomentazioni a loro favore.

P.s.

I professori "alternativi" non esistono. Anche a Giurisprudenza si segue il metodo Samuelson, la sintesi neoclassica e la contrapposizione monetaristi neo-keynesiani, monetary targeting inflation targeting. Inoltre c'è una sola materia di economia.

Sullo statico e dinamico anche Lunghini sostiene che la teoria neoclassica sia una "teoria della scelta" e che sia "atemporale". Comunque smetto di citare, magari chi cito è proprio uno di quei professori "alternativi". 

anche Lunghini sostiene che la teoria neoclassica sia una "teoria della scelta" e che sia "[...] atemporale".

Appunto ... tu che evidenza hai che Lunghini, di fatto, sappia di cosa sta parlando? Tutta l'evidenza a mia disposizione suggerisce che non lo sa, ma se ne esiste di nuova son disposto a considerarla ...

Concordo con il post. Quello che proponi è sicuramente quello che l'Italia deve fare rapidamente.

Ho una domanda.

Se consideriamo il sistema economico occidentale nel suo insieme, se tutti aumentasserro la produttività e riducessero i costi, il risultato sarebbe che il prezzo dei beni scenderebbe,essi  dovrebbero divenire più "appetibili" e se ne dovrebbero vendere di più. Ma che succede se abbiamo raggiunto un punto dove ad es. l'utilità marginale derivante dal possesso di una sedia in più è nulla e quindi malgrado la discesa del suo prezzo non sono interessato al suo acquisto?

Credo che l'unico modo per far ripartire l'economia mondiale sia far consumare quante più persone possibile come degli occidentali, allora sicuramente ci sarebbe spazio per piazzare i nuovi beni prodotti visto che si parte da una condizione di scarso benessere.

Ma siamo sicuri che è disponibile una quantità tale di materie prime ed energia tale da permettere una produzione su questa scala?

 

Ps: sorry se ho scritto fesserie.

Buon punto. Per quella ragione la crescita e' intimamente legata all'innovazione ed ai nuovi prodotti.
Quando hai la casa piena di sedie che costano oramai pochissimo magari hai voglia di un tavolo, di un pc da metterci sopra, di uno schermo tv ... elenco cose inventate gia', per farmi capire.

Il limite sono i bisogni umani. Se, davvero, un giorno la gente dira' "ne ho abbastanza, sto bene cosi', sono soddisfatto e non voglio ulteriori beni e servizi di nessun tipo" allora smetteremo di crescere.

Ma sono disposto a scommettere che almeno una classe di beni e servizi la gente vorra' sempre: cure mediche per star meglio e vivere piu' a lungo, medicine e cose del genere. Quindi, in un giorno molto lontano che io non vedro', la maggioranza delle persone sara' occupata nei servizi sanitari e collegati.

P.S. Well, a ben pensarci c'e' un altro tipo di "servizio" che a mio avviso gli umani domanderanno sempre ed il cui costo non e' comprimibile: il sesso. Un mondo di medici, gigolo e puttane ci aspetta :-)

Un mondo di medici, gigolo, puttane e sedie indistruttibili :D

Complimenti davvero. Un articolone che non condivido completamente (un po' di "Keynes", insomma, proviamo a conservarlo...), ma comunque molto molto convincente in moltissime parti, soprattutto quando si parla della politica monetaria e, alla fine, delle incapacità nostrane. Magari meno acidità ogni tanto, ma, si sa, il carattere è il carattere:-))

In fondo, il succo è "ci vuole la 'politica industriale'" (che, ovvio, è il contrario del dirigismo economico...)

Sulla Germania e il suo virtuoso modello, e sulla Fiat, mi permetto di suggerire la lettura di questo polemico pezzetto... forse sarebbe il caso di rifletterci.

"Come nella recente manovra, che è riuscita ad aumentare sia la spesa che l’imposizione raccontando al popolo d’aver fatto l’opposto!"

Il buon Tremonti dice, da qualche parte, che calando il PIL e standing still l'imposizione fiscale è naturale che la pressione fiscale aumenti.

"L’effetto reale più immediato della crisi esplosa tra il 2007 ed il 2008 consiste nella distruzione di aziende e posti di lavoro, specialmente a medio-basso valore aggiunto"

Che dire allora del business tutto italiano delle macchine erogatrici di caffè/spuntini/bevande/piatti-pronti, ora che hanno popolato un sacco di "negozi ad una luce" (e senza vetrina... A Milano ce ne sono parecchi)? D'accordo che, come insegnano all'Esselunga, il cibo è un affare sicuro, ma questo può essere un business sostenibile oppure solo qualcosa di effimero e sprecato??

3: okkey, ne avrete discusso già a lungo in redazione, ma non potreste mettere un alert per i nuovi messaggi???

non so se siano attendibili, sono sicuramente spaventosi (non a caso non sono al centro del dibattito).

C'è limbarazzo della scelta tra

L’ammontare delle risorse sottratte ogni anno alle casse dello Stato - afferma il centro studi di Confindustria nel rapporto d’autunno sugli scenari economici - ha raggiunto cifre sbalorditive: 125 miliardi secondo i calcoli del Csc elaborati a giugno, che alla luce dei nuovi dati sul sommerso diffusi nel frattempo dall’Istat appaiono nettamente sottostimati».

oppure

ritiene tuttora più probabile uno scenario ispirato a un prudente ottimismo, dove i rischi al ribasso sono bilanciati da possibili sorprese positive

ma la palma spetta senz'altro a

Secondo Confindustria bisognerà aspettare il 2013 per vedere l’economia italiana tornare a correre come nel 2007, prima della crisi.

ricordo che la crescita del 2007 fu un roboante 1.5% (eurostat).

A quanto le quotazioni di una nuova manovra?

A quando una nuova manovra? A presto, elezioni permettendo o mercati forzando.

Intanto i fatti insegnano perché l'austerità paga e permette, al netto, di lasciare più soldi in tasca alla gente.

Ossia, perché l'austerità fiscale è il miglior stimolo che ci sia. Basta fare due conti:

- Prima che il governo spagnolo iniziasse ad adottare alcune riforme "austere" lo spread sul debito tedesco stava arrivando a 300 punti base (se non ricordo male, viaggiava a 280 ad un certo punto).

- In questi mesi è calato di quasi 100 punti e continua a diminuire.

- Se entro fine anno lo spread si riduce a, tanto per fare un numero rotondo, 80 punti, vuol dire che il governo spagnolo paga quasi un 2% in meno sul proprio debito rispetto a quello che stava cominciando a pagare prima di prendere le misure. Molto probabilmente, quei 200 punti base sono molto meno di quello che avrebbe dovuto pagare se non avesse preso le misure in questione, ma questo è un controfattuale ragionevole ma non certo.

- Fatto è che se hai un debito pari al 70% del PIL (o al 120%, se sei l'Italia) ridurre di 200 punti base gli interessi che paghi, dopo qualche anno, ti fa risparmiare un 1,4% (2,4%, se sei l'Italia) del tuo PIL!

E questa è una quantita doppia o tripla di qualsiasi manovra "austera". Sia di quelle vere, come quella spagnola, ed ancor più di quelle false, come quella di Voltremont e BS.

Ma i keynesian-marxisti che predicano spendi e spandi, questi banali calcoli della serva li capiranno mai?

P.S. Ho fatto i conti a spanne, che non ho tempo di controllare. Possono cambiare i decimali, non la sostanza.

concordo pienamente.

 

contesto la politica tremontiana, insufficiente dal punto di vista dell'austerità (leggi tagli alla spesa e rimodulazione del sistema fiscale) nulla dal punto di vista della crescita (tornare a correre come nel 2007...ma ci sono o ci fanno?)

Concordo perfettamente sul fatto che oggi le politiche di austerità siano necessarie e che l'aumento della spesa sia un suicidio (non saprei se rapido o strisciante, dipende da tanti fattori).

Tuttavia per la Spagna gli effetti sul rapporto deficit/PIL di una riduzione dello spread si dispiegheranno completamente solo con il passare del tempo attraverso il rinnovo dei titoli scaduti e l'emissione di quelli nuovi. Qs per dire che il motivo principale per cui han deciso di contenere la spesa è stata la paura di non riuscire più a finanziarla sul mercato con nuovi titoli ovvero perchè è intervenuto uno "stimolo" immediato all'azione, che è stato il rischio di una "crisi dil liquidità". Sicuramente i politici spagnoli sono più capaci di quelli italiani ma anche loro hanno un orizzonte temporale piuttosto limitato. 

Per l'Italia, che emette ca. 250 mld di euro di nuovi titoli ogni anno, una riduzione dello spread o del tasso di interesse di 50 bp consente un risparmio annuale di poco più di un mld. Troppo poco per attirare l'attenzione dei ns politici, anche se il paese ne avrebbe assai bisogno.

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