Houston abbiamo un problema

10 novembre 2009 giovanni federico

In questo paese le riforme "giuste" (liberali, efficientiste, modernizzatrici, generatrici di incentivi virtuosi) sembra volerle solo una risicata minoranza. Eppure, in teoria, dovrebbero guadagnarci tutti dalle riforme suddette. Com'è 'sta cosa ed è aggiustabile?

In questi giorni ho letto un libro sulla politica doganale francese nella prima metà del XIX secolo (David Todd, L’identite economique de la France, Parigi 2008). Le élites intellettuali di Parigi, gli esportatori di seterie di Lione ed i mercanti di Bordeaux erano liberisti. Tutti gli altri, e cioè la maggioranza della popolazione, erano decisamente protezionisti. Alla fine il liberismo, la riforma “giusta” del tempo, fu imposto da Napoleone III. Non si capisce bene perché. Era divenuto liberista durante l’esilio in GB? Voleva ingraziarsi gli inglesi? Era stato plagiato dal suo consigliere economico, liberista (Chevalier)? In ogni caso, ci rimise moltissimo in popolarità e perse la poltrona dopo la sconfitta con la Prussia nella guerra del 1870.

Il libro mi ha ispirato alcune riflessioni non proprio ottimistiche sulle prospettive del nostro paese. Per fortuna, la politica doganale è decisa a livello europeo, ma l’Italia avrebbe bisogno urgentemente di riforme “giuste” per evitare la decadenza. Tutti i lettori del blog (o quasi) potrebbero recitare a memoria la lista -liberalizzazioni, riforme della pubblica amministrazione, giustizia, scuola, investimenti in infrastrutture utili (non il ponte di Messina – magari carrozze ferroviarie per pendolari) e così via. Il problema è che i lettori del blog e gli altri maledetti intellettuali riformisti contano poco. Nessun partito sostiene con un minimo di coerenza un programma di riforme minimamente incisivo. Al massimo ciascun partito è disposto a fare qualche provvedimento minore che riduca (poco) i privilegi dei gruppi presumibilmente elettori dello schieramento opposto (cf. le lenzuolate di Bersani, o qualche provvedimento anti-fannulloni di Brunetta).

L’atteggiamento dei politici è perfettamente coerente con le pulsioni dell’elettorato. Tutti, a parole, vorrebbero un’Italia più efficiente, a patto che questo non implichi alcun sacrificio dei privilegi propri e dei propri congiunti. I più acculturati chiedono con eloquenza riforme urgenti per attrarre l’attenzione del governo ed essere poi compensati con qualche piattino di lenticchie (un atteggiamento storicamente tipico della Confindustria). Ovviamente, tutti i pretesi progetti di riforma iniziano con la richiesta di un grande aumento delle risorse disponibili - un sistema ideale per non essere presi sul serio. La maggioranza degli italiani si limita al mugugno o all’invettiva generica contro la “casta”, i “fannulloni” ed altre entità astratte. Grillo è un ottimo esempio, tanto più sgradevole in quanto ci fa i soldi.

E’ facile trovare antecedenti storici a tale atteggiamento. Volendo ritornare indietro nei secoli, si potrebbe citare Guicciardini ed il suo “particulare”. Coerentemente, si possono anche interpretare le svolte epocali, che pure ci furono, come risultato dell’opera di piccole élites o addirittura di singoli individui. L’Unificazione fu opera di una minoranza esigua delle classi dirigenti – o forse solo di di Vittorio Emanuele II, Cavour e Garibaldi. Più recentemente la decisione di partecipare ai negoziati per la costituzione del mercato comune (dopo la II Guerra Mondiale) fu imposta da La Malfa e da pochi democristiani illuminati, contro il parere di Confindustria, del PCI e nell’indifferenza del paese.

Sarebbe interessante capire in quale misura questo atteggiamento sia prodotto della storia (le lunghe dominazioni straniere, le divisioni politiche che hanno impedito lo sviluppo di una coscienza nazionale) o la storia sia stata essa stessa prodotta dalle caratteristiche “genetiche” del popolo italiano (sempre pronto a chiamare stranieri per farsi dominare, a dividersi in fazioni etc). Solo che non saprei come fare per capirlo – e quindi mi limito al presente.

Sicuramente il rifiuto del riformismo può essere razionale nel breve periodo. Un individuo può essere disposto a perdere un privilegio solo se è convinto che il processo di riforma alla fine lo compenserà o magari garantirà un futuro migliore ai propri figli. In sostanza, se cedendo un uovo oggi si può avere una gallina domani e se tutti (o quasi) sono costretti a cedere le proprie uova. Ma tale convinzione si può formare solo se la classe politica può garantire che lo scambio avvenga davvero e che tutti contribuiscano. Nel complesso, la classe politica italiana non può garantirlo perché non è credibile.

Per un breve periodo, Berlusconi lo è stato, grazie alla sua storia personale, opportunamente amplificata dai media (suoi). Tuttora riesce a proiettare, almeno in parte dell’opinione pubblica, l’immagine dell’uomo del fare in contrapposizione ai politici inconcludenti. Se non altro perché può confrontarsi con predecessori/avversari politici terribilmente inconcludenti. Il caso della spazzatura di Napoli è emblematico. In pratica, però, Berlusconi ha fatto pochissimo, usando il suo potere per fini personali, sia in senso stretto per salvarsi dai guai giudiziari, sia in senso più ampio. Infatti il suo obiettivo è stato quello di creare e mantenere il consenso, ed a tal fine ha coerentemente sacrificato ogni riforma liberale vera.

Né mi sembra ci sia molto da aspettarsi dal PD. E’ possibile, con un po’ di ottimismo, interpretare la strategia veltroniana dell’ “andare da soli” come un tentativo di creare un partito riformista, attraendo elettori dalla destra e dal centro, senza perdere a sinistra. Sappiamo come è andata a finire: ha svuotato i partiti della sinistra radicale ed ha perso al centro. Ora il PD è tornato alla politica prodiana delle alleanze, che è sicura garanzia di immobilismo anche in caso di vittoria. Ho già sentito Ferrero (Rifondazione) dire che parteciperanno volentieri alla coalizione ma non al governo. Così prendono i seggi, non si sporcano le mani e possono ricattare il governo.

A questo punto mi pongo una domanda: cosa può fare la minoranza illuminata e riformista? Ammettere di essere una minoranza ed emigrare in massa (in parte, sembra che questo sia gia' avvenuto, a giudicare da questo blog!)? Aspettare che il popolo si ricreda e veda la luce, magari quando la decadenza economica avrà ridotto l’Italia al livello della Moldavia? Invocare il tiranno illuminato à la Napoleone III (magari PierSilvio I)? Prendere le briciole di riforma che i partiti elargiscono quando ne hanno voglia, perché poco è meglio di niente?

Ammetto di non avere chiara una risposta alle mie stesse domande, ma sembrano domande ragionevoli da porsi a fronte del protratto totale immobilismo pur a fronte di una crisi di dimensioni mai viste prima.

25 commenti (espandi tutti)

Mi viene in mente il raffronto tra 'classe dirigente' ed un gruppo di passanti. Al di là delle sue considerazioni, temo ci si debba porre la domanda se la cosiddetta classe dirigente nel suo complesso sia in possesso del retrpterra culturale necessario ad immaginare le riforme 'giuste' e se sia in grado di proiettarne gli effetti in una visione complessiva. Il dubbio si accresce quando il governo è sostenuto da una maggioranza talmente ampia da superare gran parte delle resistenze al cambiamento.

Secessione e atomizzazione dell'Italia. Da qui poi sarà più facile far capire, ad un limitato numero di persone, i vantaggi del liberismo (quello vero), e fare riforme serie e credibili. Senatori probi viri, senatus mala bestia..

Personalmente auspico che il Nord, ricco e produttivo, evolva verso una socialdemocrazia nordeuropea (se lo può tranquillamente permettere) e il Sud verso un liberismo duro e puro, per riannodare i fili della storia.

Personalmente temo che il Nord diventi iperliberista e il Sud si mantenga nel solco della socialdemocrazia italiana (tasse scandinave e servizi etiopi). Ma almeno avremo tentato, così mi sembra di "vivere" una morte lenta.

Per Giovanni: hai citato Guicciardini, che è da molti anteposto a Machiavelli, laddove quest'ultimo è visto come un utopista, mentre il Guicciardini è visto come l'unico vero pensatore "politico". Perchè della politica disse peste e corna (ma anche degli italiani e dei loro vizietti, immutati dopo 5 secoli).

I miei personali complimenti, in Italia citiamo molto Machiavelli e dimentichiamo (volutamente?) Guicciardini.

Io ho l'impressione che la paura del cambiamento nasca dalla paura di rimanere fregati. 

Si parte da un contesto nazionale incasinatissimo in cui non si riesce a fare niente in maniera semplice, o a concludere un progetto - nemmeno in condominio.

Aggiungiamo poi una propensione italiana all'onesta' forse un po' inferiore alla media dei paesi avanzati. E i media che confondono le acque spettegolando al condizionale, invece di fare chiarezza risportando dati e fatti concreti. 

Per queste ragioni e' abbastanza possibile che qualsiasi riforma venga distorta da qualcuno per favorire i propri obiettivi, o anche solo che si fermi a meta', e che alla fine gli effetti siano completamente diversi da quello che c'era scritto 'on the tin'. Per dire, guarda come le forme di lavoro temporaneo siano state pervertite rispetto alle intenzioni di chi le ha create, e a come funzionano in altri paesi.

Insomma c'e' diffidenza, un po' la stessa che Banfield trovo' in Basilicata, e con le stesse ragioni: contesto imprevedibile e disonesta' diffusa. E poi c'e' un paese anagraficamente vecchio e in cui si sa poco di come funziona il resto del mondo - come mia zia che ha un frigorifero preistorico ma preferisce continuare a sbrinarlo piuttosto che comprarne uno nuovo.

 

Mah...

Se permettete la metterei giù in modo più semplice, ma non per questo semplicistico.

La questione delle liberalizzazioni fa esattamente il paio con la cosiddetta "tolleranza zero": va benissimo se è rivolta agli altri, ma fa incaxxare come bisce in calore se è rivolta a sè stessi.

Il tutto racchiuso nella cornice del famoso detto "fai quello che dico io, ma non quello che faccio io".

Il resto starebbe alla sociologia, ma qui mi limito a riportare, a titolo di contributo ed in modo assolutamente non testuale, una risposta data ieri da Beppe Pisanu (esponente del PdL, di vecchia scuola democrista, di quelle "giuste"), che ad una domanda di Corrado Augias sul perchè in fin dei conti risulti così difficile per la classe politica di governo e non (tranne qualche rara eccezione) dire chiaro e tondo una frase del tipo "noi i voti dei mafiosi non li vogliamo e chiunque odori anche solo lontanamente di mafia & Co. verrà da noi scaricato all'istante" ha risposto semplicemente e quasi candidamente che sarà ben difficile che questo avvenga fino a che alla maggioranza degli italiani farà comodo in un modo o nell'altro votare per partiti che questi tizi non solo non li scaricano, ma che anzi li promuovono e li mettono nei posti che contano.

Quasi come a dire: alla vittima va bene il carnefice, soprattutto se se lo può scegliere "liberamente"

 

Abile ribaltamento dell'onere della prova, o amara constatazione ? Fate vobis, ma questa appare essere la triste realtà.

Non per fare il sofista, ma aggiungerei che la domanda di Augias era mal posta e la risposta di Pisanu imprecisa. La domanda di Augias presuppone che gli italiani, povere stelle, non voterebbero i mafiosi se i partiti non li candidassero.

In realtà gli italiani non votano i partiti che questi tizi candidano. Gli italiani votano questi tizi, per questo i partiti li candidano. Si confonde causa con effetto.

Ovvio che, a certi voti, sarebbe giusto rinunciare. Questo renderebbe certi partiti migliori, ma non risolverebbe il problema! I mafiosi quei voti li hanno comunque e troverebbero il modo di farli pesare.

Da questo punto di vista il nostro sistema democratico funziona perfettamente !

PS

Anche per quanto riguarda il liberismo, siamo meno dei lettori che si attribuiva Manzoni e contiamo di conseguenza :-(

Tutti, a parole, vorrebbero un’Italia più efficiente, a patto che questo non implichi alcun sacrificio dei privilegi propri e dei propri congiunti.

Questo è, secondo me, il punto della questione. I tassisti sicuramente vogliono le riforme, ma che non si tocchi il sistema di licenze. I dipendenti pubblici anche, ma senza cambiamenti degli "usi e costumi" ormai intoccabili. Le altre caste come notai, avvocati e saltimbanchi vari sarebbero favorevoli a una Italia più snella, ma poi chi paga le loro spese?

Inoltre, la domanda che mi sorge spontanea è questa: ma siamo sicuri che la maggiornaza degli italiani si renda conto della decadenza economica del bel paese? Io credo invece che ai più passi il messaggio che siamo una grande potenza (superiore alla Gran Bretagna) e che lo stellone ci proteggerà da tutti i mali a venire, d'altronde non è sempre stato cosí?

Se non si vede il burrone perchè sterzare?

 

Anche secondo me è il punto della questione.

Non so se gli Italiani si rendano conto di essere su di un piano inclinato, e che impercettibilmente stanno via via scivolando sempre più giù, ma una cosa va considerata: chi è di turno al governo risponde in prima battuta alla propria constituency e in seconda battuta al paese in generale.

Ora, se è indubbio che la constituency che mandò due volte al potere Prodi di riforme liberali per lo più non ne vuole sentire parlare, va detto che la constituency che ha mandato al potere Berlusconi a parole le vuole, ma nei fatti spesso non è disposta a pagarne il prezzo. O almeno non tutta lo è.

In fondo Berlusconi sta soltanto interpretando il mandato che la sua constituency gli ha dato.

Nel 1994 invece pensò di partire in quarta, per poi ritrovarsi disarcionato per sei anni. A ben osservare il comportamento in politica di Berlusconi, si vede che la sua prima preoccupazione dal 2001 in poi è stata quella di evitare il ripetersi di fatti analoghi a quelli di fine '94 e inizio '95.

Ora il PD è tornato alla politica prodiana delle alleanze, che è sicura garanzia di immobilismo anche in caso di vittoria. Ho già sentito Ferrero (Rifondazione) dire che parteciperanno volentieri alla coalizione ma non al governo. Così prendono i seggi, non si sporcano le mani e possono ricattare il governo.

Se si dovesse verificare questo, cosa che temo anche io...se rifacessero di nuovo l'Ulivo o qualche altra varietà endemica mediterranea, e seppure dovesse preannunciarsi un Berlusconi energizzato da sondaggi di consenso bulgaro che farebbe presagire altri 5 anni di Berlusconismo da tregenda...ebbene io non li voterei comunque.

Giuato per intervenire: non credo succeda da altre parti che chi ha dei privilegi faccia di tutto per toglierseli puntando al bene comune.

Mi confondo o dovrebbe esserci una classe dirigente talmente lungimirante da rivoltarci come calzini anche a costo di subire conseguenze quali, per esempio, la mancata rielezione?

Dico questo perchè poco credo alla diversità genetica di noi italiani e quindi punto a dare la colpa a chi comanda che, storicamente dalle nostre parti, è sempre stato ampiamente sopra le parti, (forse è per questo che si mugugna e basta sapendo che tanto non cambia nulla).

Forse non conterà nulla ma, venedo ad oggi, non è così facile farsi un'opinione per la grande maggioranza degli italiani che vivono di telegiornali e TV.

Ringrazia il cielo che Montanelli non è più tra noi e non leggerà il tuo commento !!!!  Quanti popoli si lasciano governare da una classe politca come la nostra ??? sono i marziani o sono gli italiani che votano in Italia ??? . Mi fermo qui.

Con rispetto Michele Paratore.

Nel senso che nonostante passino gli anni, continua a mancarmi come un nonno saggio.

Il mio intervento può essere che sia dettato dall'ignoranza e ricordo bene quello che diceva montanelli di noi ma mi chiedo: e se non si ha scelta?

Per moltissimi anni abbiamo potuto votare il sombolo e abbinare al simbolo chi era sistemato li dal partito, adesso non esistono le preferenze. Ma a parte questo, Davvero, (e non è una domanda retorica) abbiamo ad ogni livello la peggiore classe dirigente? Possibile che nessuno si salvi? Saremmo un unicum davvero strabiliante. Faccio ancora fatica a non difenderci, poi magari diventerò più vecchio e perderò ogni illusione, del resto Montanelli fino agli 80 anni ha "lottato" per il suo paese sperando in un miglioramento.

Innanzitutto buongiorno a tutti, Redattori e non, e complimenti per lo spazio bellissimo che avete messo in piedi sul Web. Difficilmente mi metto a scrivere in un blog, ma questo mi sembra veramente "speciale".

Vorrei sottoporvi un problema collegato a quello dell'Apollo 13, ovvero: i retroscena si conoscono sempre dopo qualche decennio... Mi sembra che la comprensione del problema Italia a volte sia "biased" un pò troppo (nel bene e nel male) dall'uso delle fonti disponibili, che convergono più o meno tutte nel cantare il problema "SB" ed il problema "PD".

IMHO invece il vero problema è un altro, più globale/globalizzato, ma che purtroppo è fortemente pervasivo in Italia: ovvero l'incapacità volontaria della classe dirigente "in toto" di giocare il ruolo che gli è attribuito dalla struttura del capitalismo moderno. Per esempio l'imprenditoria - pubblica e privata! - si basa più sulla capacità dei manager di creare efficienti "canali di drenaggio" delle risorse dell'impresa verso l'esterno (politica/mafia, etc. notare che uso come separatore la barra anziché la virgola) che sulla capacità di rendere la propria azienda competitiva sui mercati. In realtà potremmo arrivare a dire che uno scenario competitivo vero e proprio in Italia non esiste (ma questo richiede un altro post...).

L'impoverimento delle aziende (ripeto: pubbliche e private) sta raggiungendo così livelli critici, ma ben nascosti dalla collegialità dei media, comunque in generale nutriti dal sistema e poco interessati a metterne in risalto le vere magagne. Tutto ciò porta tra l'altro ad una commoditizzazione del lavoro che è un danno sociale (aumento abnorme della disoccupazione, in Italia mascherata ad arte da statistiche pilotate) ma anche un danno al morale dei cittadini, per esempio in termini di quel senso comune di impotenza che vedo riportato anche in molti post di questo blog.

In questo scenario si integrano due altri grandissimi problemi, tra l'altro ovviamente collegati tra di loro e che IMHO costituiscono gran parte di quel patrimonio genetico dell'Italia di cui si parla nell'articolo, ovvero:

 

  1. il crescere del potere economico del sistema mafioso in generale - ovvero consolidando i fatturati dei diversi fenomeni che portano nomi diversi ma che funzionano con logiche assolutamente simili, e che assommano ormai a diverse decine di miliardi di euro annui;
  2. il persistere del potere temporale della Chiesa, attraverso numerosi organismi operativi che utilizzano anche qui meccanismi differenti ma focalizzati comunque all'acquisizione di forme di potere politico ed economico.

 

Notare che evito deliberatamente di parlare di SB o PD, perché trattasi di forze spesso agenti di comune accordo nello scenario qui sopra esposto... E comunque assolutamente concordi sostanzialmente a proteggersi a vicenda (per es. con cortine fumogene a base di veline, trans, etc. etc.) e a proteggere il sistema di drenaggio che vi ripeto è a livelli non paragonabili a quelli di altri sistemi politici europei.

Di conseguenza rivedrei anche le conclusioni dell'articolo sotto questa luce, nel senso che la crisi ed il comportamento della classe dirigente tutta, politica e non, sono un "chicken and egg problem" e non sono affatto disgiunti in nessun caso. Scusate ma l'immobilismo non esiste, mi sembra che anzi si muovano ben rapidi e tutti nella stessa direzione... purtroppo per noi!

Come diceva Deep Throat in "All The President Men": seguite i soldi!

P.S. Attenzione ché l'erede di SB non é PSB ma MB!

Quando sono arrivato alla frase "'incapacità volontaria della classe dirigente in toto di giocare il ruolo che gli è attribuito dalla struttura del capitalismo moderno" non c'e l'ho fatta piu e ho smesso di leggere...

Penso che tu abbia fatto bene... Dovrei prendere più tempo per scrivere meglio o forse lasciar perdere... ma va bene così. Speravo si capisse, ma evidentemente non è così. O forse fa più comodo prendersela con SB e PD. Si capisce meglio...

Il linguaggio di "svizzari" - ammazza 'sti anonimi!  - è, effettivamente piuttosto "criptico-ermetico-sociologizzante" ma, a me sembra, lui un'ipotesi ce l'ha. E non mi sembra totalmente sballata, anche se dubito che il "drenaggio e l'espropriazione" (il partito della forchetta che ora diventa la casta della forchetta, per usare la terminologia di Fortebraccio) siano la chiave di tutti in problemi. Ma certamente ne sono una parte.

Ma, forse, dovresti spiegarti meglio, svizzari, e magari portarci qualche esempio.

Effettivamente credo di aver esagerato con la sintesi, però non così tanto da meritare un parallelo con Fortebraccio, no, questo per favore no! Per quanto riguarda l'anonimato, non era affatto voluto, deriva semplicemente dalla mia abitudine di usare sempre lo stesso username perché altrimenti me lo dimentico! Ed è uno username che deriva da semplici antiche regole trasparenti in uso tanto tempo fa, quando ho iniziato ad usare i computer: max 8 caratteri, iniziale nome seguita da cognome. Però a ripensarci un pò di anonimato forse non guasta...

Mi scuso ancora ma credevo che i meccanismi di cui parlo fossero ampiamente noti e non degni di troppo spazio, e di conseguenza il risultato è stato quello di essere più criptico che sintetico. A questo punto provo a riformulare e ad articolare meglio sottoforma di ipotesi, anche per evitare azioni giuridiche nei miei confronti...

Poniamo che i cosiddetti manager delle Grandi Società abbiano forti connivenze con i loro fornitori, spesso mascherate formalmente per esempio dall'usanza di un Albo Fornitori che in teoria dovrebbe qualificare le aziende invece che selezionarle secondo meccanismi prestabiliti. A questo punto i contratti, in particolare in assenza di meccanismi di assegnazione trasparenti, potrebbero essere facilmente pilotati dai Responsabili di Progetto verso le Aziende di comodo. Nelle medesime gli stessi Responsabili potrebbero avere interessi più o meno celati, spesso potrebbero essere addirittura esibiti.

Poniamo poi che queste Grandi Società non agiscano in un vero scenario concorrenziale ma falsato da accordi più o meno evidenti, e che quindi il loro fatturato sia comunque grosso modo garantito nel tempo. Poniamo poi che non esista un processo di controllo della qualità della delivery delle commesse, e che dunque le Aziende fornitrici abbiano carta bianca nella definizione delle proprie risorse e dei propri obiettivi di progetto, ferma restando la cifra che percepiranno, anche in caso di totale insuccesso. Ecco che si crea così un'opportunità di drenaggio e di redistribuzione delle plusvalenze non verso gli azionisti ma verso personae gratae.

Se la classe dirigente fosse onesta dovrebbe dedicare le plusvalenze delle Società alla conquista di nuovi mercati o a nuovi progetti, e alla redistribuzione verso i legittimi proprietari, ovvero gli azionisti. Ovvero alla creazione del valore. La teoria mi pare dica che l'AD si dovrebbe fare garante di questo meccanismo. Viceversa la Società in questione appare sui bilanci come fortemente indebitata, o comunque votata ad immobilismo più o meno evidente. Dunque vengono fatti piani di dismissione di persone e beni immobili, le prime massacrate prima psicologicamente e poi finanziariamente, i secondi svenduti a prezzi di comodo ad altre personae gratae.

Poniamo che, secondo calcoli di cui non esponiamo qui la logica per motivi di disclosure, il totale del drenaggio corrisponda (secondo me per difetto!) a una cifra tra il 40 ed il 50% dello spending complessivo delle Grandi Società. Questo, Houston, mi sembra un vero problema.

E' un problema perché:

  • queste cifre non creerebbero opportunità di altro lavoro nelle Aziende fornitrici, perché semplicemente intascate dai manager conniventi delle due parti;
  • spesso potrebbero essere bilanciate da false fatturazioni, e di conseguenza oggetto di evasione fiscale, e quindi ricchezza non solo sottratta ai cittadini ma anche allo Stato;
  • le Grandi Società si indeboliscono, e si potrebbero prestare ad essere oggetto di scalate attraverso l'uso di capitali di dubbia origine.

Tralascio tutta una serie di effetti collaterali che potrebbero apparire noiosi e capziosi, alla Fortebraccio per dirla in breve. Se lo scenario sopra descritto fosse vero il sistema industriale si deteriorerebbe a vista d'occhio, entrando in un circolo vizioso che purtroppo potrebbe avere un tasso di inquinamento inaspettatamente elevato, grazie anche alla connivenza dei media (ricordate Parmalat?) in generale. Forse è già troppo tardi e non lo sappiamo...

Dalle ipotesi passo invece alla mia esperienza personale. In Italia 9 manager su 10 che ho avuto occasione di incontrare sono risultati più focalizzati su come accedere alle risorse dell'Azienda per cui lavorano, piuttosto che a fare sì che la medesima Azienda sia competitiva sul mercato. Della prima cosa evidentemente ne traggono un diretto giovamento, dalla seconda ne ottengono molto meno, e magari non è neppure un obiettivo plausibile se il loro target è a brevissimo termine.

Di questo comportamento difficilmente ho avuto riscontro altrove, per esempio in Francia dove ho lavorato nel Gruppo Lagardère per circa sei anni... In più in Francia non è attiva l'Opus Dei nel piazzare i propri pupilli nelle posizioni di controllo delle Grandi Società. Di questa affermazione vi lascio la facile verifica su Internet...

Beh, tutto qui. Spero sia tutto più chiaro e fonte di interessanti riflessioni, viceversa pazienza, vado in terrazzo a dar da mangiare al mio pesciolino rosso!

 

 

 

 

 

 

 

Ringrazio per le precisazioni e mi scuso umilmente di non aver afferrato al volo la prima volta.

Molto interessante. Mi ricorda le teorie di "consumption of managerial perquisites" (Jensen & Meckling, etc.) per cui i manager distolgono risorse che apparterrebero agli azionisti. Ma con una analisi sociologica e internazionale che mi e' nuova.

Parli dell'Italia, degli USA, di entrambi o del mondo?

Non che non vi sia del vero, in alcune cose riconosco la coincidenza con l'evidenza disponibile, ma in altre non ti seguo. Richiede, per funzionare, sia un "complotto" troppo vasto che condizioni di monopolio generalizzato. Mentre in certi settori (finanza, telecomunicazioni, sanità in alcuni paesi ...) tali condizioni monopolistiche forse ci sono, in generale non mi sembrano così evidenti e dominanti.

Bottom line, non saprei dire ... ma vediamo il dibattito.

Parlo dell'Italia, mi chiedo cosa avvenga negli USA, dove purtroppo molti meccanismi fraudolenti sembrano prendere piede via via che si manifestano come pattern emergenti...

Se le cose su cui sei perplesso si limitano al "complotto", basta che rifletti alle recenti forme di organizzazione aziendale, con organigrammi schiacciati, e ti renderai conto che le persone da coinvolgere sono poche e magari divise anche qui in parrocchie che possono lavorare indisturbate ed in parallelo: con taciti accordi di non aggressione, ovvero farsi la guerra quando capitano torte di dimensioni troppo consistenti da poterle lasciar passare senza provarci...

Ma davvero pensate che Montecitorio funzioni diversamente e che siano le idee e le ideologie a guidare il dibattito? Se è così scusate, ho sbagliato blog!

Visioni consigliate: il monologo di Micheal Douglas in Wall Street.

Sulle tesi del modello di funzionamento di Montecitorio portate avanti dal blog mi sembra posso essere rassicurato da diversi articoli letti in giro, che abbracciano audacemente la tesi che gli asini NON volano.

Ho dato un occhio agli abstract degli articoli di "consumption of managerial perquisites" (Jensen & Meckling, etc.), davvero interessanti. Penso allora ci sia materiale per una tesi da PhD...

Ma davvero pensate che Montecitorio funzioni diversamente e che siano le idee e le ideologie a guidare il dibattito? Se è così scusate, ho sbagliato blog!

Nessuno di noi pensa che siano le idee e le ideologie a guidare Montecitorio. Michele la chiama la casta, come anche altri al di fuori del blog, e non si è mai sentito di un bramino che chiede di diventare paria.

Ma una cosa è "appartenere a una casta", un'altra farci affari sempre e comunque, o complottare tutti insieme dietro le quinte, per il numero di persone coinvolto (1.000 fra deputati e senatori, più i collaboratori, alti funzionari, altre istituzioni, etc.) ritengo, e penso che questo sia il pensiero di Michele, un complotto alle spalle di tutti gli altri sia improponibile, anche perchè non saranno mai d'accordo su come spartirsi la torta. Altra cosa sono i gruppi di potere, a cui tu fai riferimento, all'interno di un gruppo di potere, che forzatamente non supererà certe soglie, ci si muove, sicuramente, all'unisuono.

Tu suggerisci Wall Street, io ti dico: riguardati Il Divo.

You've got it, man...

Però non sono sicuro che la parte più ottimista della risposta, quella su Montecitorio, sia verosimile. Anzi, ho ampie testimonianze del contrario, ma va bene così.

P.S. Attenzione ché l'erede di SB non é PSB ma MB!

Erede intellettuale o anche testamentario? Ragazzi, sono quasi ricco!

Ma chi l'ha detto che i liberali-liberisti non possono parlare alle masse?

A volte accade proprio il contrario.

Ricordate quella pubblicità dove un'avvenente e azzimatissima signora lamentava un "certo languorino", che di lì a poco il servizievole autista Ambrogio avrebbe soddisfatto a dovere?

Ecco, anche l'IBL risponde al nostro languore per il liberalismo e ce lo fa trovare nell'ovetto Kinder!

PS: a parte gli scherzi, a me piacciono sia i cioccolati Ferrero sia IBL.

 

Quando hai detto"lamentava un "certo languorino", che di lì a poco il servizievole autista Ambrogio avrebbe soddisfatto a dovere" ho pensato che avresti postatoil link di questo:

http://www.youtube.com/watch?v=sjDBSKaVRa4&feature=PlayList&p=003A12BFB7...

Enjoy! :-)

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