L'economia sociale di mercato, commenti

18 gennaio 2013 michele boldrin

Nella sua "Agenda di governo" Mario Monti ha menzionato, dicendo di essersene ispirato, la nozione di "Economia Sociale di Mercato" (ESdM, d'ora in avanti). Prima di lui, negli anni, l'avevan fatto in molti, di alcuni dei quali preferiremmo scordare sia nome che azioni. Ripropongo, rivisto, un testo scritto qualche anno fa per conto della rivista l'Impreditore per commentare l'adozione dell'ESdM da parte di uno degli innominabili. Nonostante le ovvie differenze fra i soggetti in questione, le osservazioni di fondo mi paiono appropriate per l'Agenda dell'uno tanto quanto lo erano per gli sproloqui del trino. 

Quando mi è stato chiesto di mettere per iscritto le mie opinioni, in quanto economista, sul tema a cui il titolo di questo articolo si riferisce ho chiesto, senza alcuna intenzione d'apparire faceto, di cosa si trattasse. Leggendo qui e lì e chiedendo in giro ho poi scoperto che ci si riferisce con questo termine  a quella serie di proposizioni e precetti note altrimenti come Soziale Marktwirtschaft. Un'invenzione fondamentalmente tedesca e che conoscevo sotto il nome di Ordoliberalismo e alla quale associavo la rivista ORDO, ossia la Jahrbuch für die Ordnung von Wirtschaft und Gesellschaft (Annali dei Sistemi Economici e Sociali ) fondata, appunto, in Germania da Walter Eucken e Franz Böhm nel 1948. Fatta questa scoperta mi son detto che, in effetti, ho delle opinioni sull’argomento. Sono abbastanza precise e possono essere sinteticamente esposte con un epiteto anglosassone che, mi dicono, circola ora anche in Italia: bullshit.

Bullshit, e mi spiego. Cercherò di fare due cose in questo articolo. 1.Descrivere in poche parole l’idea teorica che sta dietro alla EsdM, evidenziando che la contrapposizione teorica fra ESdM e liberalismo “classico” o laissez-faire è spuria e retorica, nel senso che voler contrapporre una “teoria” all’altra sulla base dell’idea, falsa, che una vuole un mercato regolato mentre l’altra lo vorrebbe sregolato, è esercizio pernicioso che nasconde altre intenzioni. 2. Evidenziare che la forma concreta in cui la ESdM viene oggi proposta in Italia suggerisce che le “altre intenzioni” sono semplici da riconoscersi: la classe politica desidera utilizzare la foglia di fico offerta dalla “S” in ESdM per accaparrare maggior potere per sé e per quei gruppi economico-sociali che le sono maggiormente vicini a discapito - come potrebbe essere altrimenti? – del resto dei cittadini.

Qual è il principio di fondo dell'Ordoliberalismo? È abbastanza semplice. Il principio di fondo è che i "mercati perfettamente liberi" non esistono e che, le rare volte che i mercati si auto-organizzano danno luogo a strutture fragili ed esposte a molti rischi, primo fra tutti la manipolazione da parte d'alcuni dei partecipanti, la concentrazione del potere nelle mani di pochi (ossia, il passaggio da concorrenza a monopolio o oligopolio), la creazione di cartelli e sindacati d'un tipo o dell'altro, l'acquisizione di posizioni di "rendita", e così via. Insomma: lasciati completamente a se stessi i "mercati" tendono a degenerare e a perdere la capacità di essere quello strumento di benessere sociale e di progresso economico che altrimenti sono. Questa posizione teorica - apparentemente, ma a mio avviso non realmente - contrasta con una visione che molti classificano come liberalismo laissez-faire o liberalismo classico, secondo cui i mercati si auto-organizzano e gli individui lasciati completamente a se stessi, con al più l'ausilio d'uno stato minimo, riescono a fare benissimo i propri interessi.

La distinzione è francamente di lana caprina DOC. Anche nella posizione che viene chiamata "classica", pur riconoscendo che i mercati possano sorgere spontaneamente e auto-oganizzarsi, è chiaro che essi danno poi luogo a istituzioni, norme, e pratiche socialmente accettate e frequentemente codificate in leggi e regolamenti. La distinzione, dunque teoricamente, viene a sparire: i mercati puri, che vivono da soli senza che nessuna entità "esterna" li organizzi e controlli, non esistono se non per puro e scarsamente duraturo, caso. Stabilito questo fatto ne segue che i mercati occorre organizzarli "dal di fuori" e che le "istituzioni" (intese sia come apparati dello stato che come gruppi sociali organizzati, ma anche come norme socialmente condivise e regole abitudinarie di transazione) devono giocare un ruolo cruciale nel mantenere viva l'economia di mercato e nel far sì che il suo operare s'avvicini il più possibile all'ideale teorico dei mercati concorrenziali. Insomma: perché i mercati e la concorrenza funzionino occorre organizzare e regolare i primi e proteggere la seconda.

Arriviamo qui a un punto chiave dell'intera discussione: quella cosa che in queste diatribe un po' troppo astratte si chiama "stato" o quell'altra che viene detta "società", in che consistono e di che cosa son fatte? Mi spiego: i mercati sono composti da agglomerati di individui, organizzati più o meno formalmente in aziende, imprese, associazioni, cooperative. Questi individui perseguono il proprio benessere. Lo stato, non quello astratto ma quello che sta a Roma, ad Ancona, Napoli o Milano, è anch’esso composto dello stesso materiale: individui che, avendo scelto una certa professione, cercano di ricavare dalla medesima quanti più benefici possibile. Il regolatore statale, insomma, non è né meglio né peggio dell’agente privato. Entrambi perseguono obiettivi egoistici di massimizzazione dei propri interessi. In un caso e nell’altro la chiave del problema consiste nel disegnare e mantenere in piedi delle “istituzioni” che garantiscano e ripristino la concorrenza e la contestabilità, sempre e comunque. Il problema non è, quindi, statisti versus mercatisti, ma concorrenza versus monopolio, nell’ambito economico come in quello politico. Se la questione si pone in questa luce, allora si scopre che l’insistenza sulla lettera ‘S’ in contrapposizione alla ‘M’ è, molto spesso, puro trucco retorico per aggirare il pubblico facendo esso credere che quanto si compie per favorire interessi particolari e ben definiti sia, invece, nell’interesse di tutti. Mario Monti, sostenitore (in tempi non sospetti) di un'applicazione al caso italiano dei principi base dell'ESdM, dichiarava qualche anno fa in un'intervista al Sole 24 ore (accesso a pagamento, ma ripresa anche qui):

Quando promuovevo in Italia l'economia sociale di mercato negli anni 80, e mi chiedevo perché Ludwig Erhard avesse avuto successo in Germania con gli stessi principi che invece Luigi Einaudi non era riuscito a far prevalere in Italia, andare verso l'economia sociale di mercato era per l'Italia una sfida. Quel modello di stampo tedesco stava diventando – [...] - la costituzione economica europea. Includeva aspetti antitetici al pensiero e alla prassi dell'Italia di allora: stabilità monetaria, banca centrale indipendente, disciplina di bilancio, mercato aperto e concorrenziale. Certo, c'era anche il "sociale", ma perseguito ordinatamente, con un sistema fiscale redistributivo; non disordinatamente, con prezzi politici e altre interferenze dello Stato nel mercato. Per l'Italia, andare verso l'economia sociale di mercato voleva dire andare verso la disciplina e verso l'Europa. Questo fondamentale processo, lentamente, ebbe luogo. Oggi, il richiamo all'economia sociale di mercato, in particolare in Italia, dà a volte l'impressione di essere pronunciato con un'ispirazione opposta. Si è un po' insofferenti verso la disciplina imposta dalle regole del bilancio pubblico o da quelle del mercato, e allora si "rivendica", in contrapposizione alla prova non buona data di recente dal modello americano (ecco un'altra "conseguenza economica del Signor Bush"), la legittimità, anzi la necessità, di maggiori dosi di socialità e di discrezionalità politica.

Difficile dissentire, se non per due affermazioni che sono probabilmente sfuggite all'altrimenti cauto Mario Monti. Infatti, credo anzitutto che vi sia da dubitare (anche alla luce delle recenti calamità in cui molte banche nord-europee, tedesche in particolare, sono riuscite ad infilarsi) che le regole classiche dell'Ordoliberalismo siano davvero riuscite a diventare la "costituzione economica europea". Ma tralasciamo questa affermazione che richiederebbe una trattazione propria conducendoci inevitabilmente fuori tema. Facciamo invece attenzione al punto in cui Monti suggerisce che tale insieme di regole sia stato accettato in Italia; accettazione che, io ritengo, non abbia invece avuto luogo. È vero, attraverso una serie di provvedimenti d'emergenza, salassi fiscali e rocambolesche modificazioni dei criteri d’ammissione, l'Italia è entrata nell'Euro e la sua politica monetaria viene oggi decisa, graziaddio, a Francoforte. Punto, e basta. Le liberalizzazioni, invece, non ci sono state: ci sono state delle (scarsissime) privatizzazioni, che sono un'altra cosa e che sono consistite (fatte salve pochissime eccezioni) nella trasformazione di monopoli pubblici in monopoli privati. I mercati chiave dell'economia italiana (bancario, assicurativo, dei trasporti, delle telecomunicazioni, della televisione, dei servizi professionali, ...) non sono né competitivi né liberalizzati. Sono "socialmente" regolati e manipolati dall'intervento dello stato e di una miriade di gruppi d’interesse e sindacati, Alitalia docet. L’idea che lo stato debba intervenire e regolare i fenomeni economici implica da sempre, in Italia, significati e azioni contrari al mercato concorrenziale. Implica sempre molto poco mercato e anche molto poco sociale, mentre implica molto stato o, meglio, gruppi d’interesse nel medesimo annidati. La particolare forma di ESdM introdotta in Italia a partire dagli anni '50, è andata radicandosi ed estendendosi sempre di più, degenerando progressivamente nelle forme di consociativismo, pan-sindacalismo e compenetrazione intima fra monopoli privati e potere politico, di cui il resto del paese è vittima.

L’ESdM in Italia c’è già, è quello che da cinquant’anni abbiamo ed ha prodotto i risultati sotto gli occhi di tutti. È plateale che abbia fatto danno al paese e che vada riformata e probabilmente rivoluzionata. Insistere sulla lettera S invece che sulla lettera M è solo un trucco retorico per mantenere lo status quo e, se possibile, peggiorarlo come i provvedimenti di tutti i recenti governi (quello presieduto da Mario Monti incluso) provano. Ecco a cosa servono, concretamente, le fanfare ideologiche che oggi ascoltiamo suonare, dalla Vetta d’Italia all’isola di Pantelleria, in supporto all’economia sociale di mercato. Ed ecco perché la cosidetta "Agenda Monti", che a tale ideologia e pratica esplicitamente si ispira, è dannosa per il paese: perché intende mantenerlo sul sentiero del declino in cui la versione italiana dell'ESdM l'ha avviato da tempo, pur dichiarando retoricamente che vuole cambiare tutto. Ma siccome non dice come e che cosa intenda concretamente cambiare tutto fa ritenere che si tratti del solito gattopardismo che, come ben sappiamo, non intende cambiare niente.

73 commenti (espandi tutti)

Considerazione: i modelli , come modelli, tendono a tagliare e a semplificare.
Io nel modello ci aggiungerei i parametri: ricerca della legalità e contrasto alla criminalità economica. Anche l'ndrangheta ha un modello economico e persegue i suoi interessi. Diciamo che persegue il monopolio e "non gradisce" (sparandola) la concorrenza?
Siamo fermi ai "clientes" dell'impero Romano, siamo passati attraverso i vassalli-valvassori, le partecipazioni statali ieri e le consulenze Finmeccanica-Tarantini.
Siamo a fine impero Romano, 300-500 d.c. Il disfacimento dei confini dell'impero, la crisi economica, la rete dei trasporti in sofferenza (pessima manutenzione), l'amministrazione imperiale in sofferenza, rendono i commerci campagna-città sempre piu' precari. Le città (i servizi e l'artigianato) soffrono, la campagna cerca l'autosufficienza non riuscendo a vendere i suoi prodotti in maniera sicura (i briganti si arrobbano le merci sulle strade). LA crisi del commercio fa aumentare le tasse per mantenere l'esercito. Inflazione, sempre piu' povertà, disfacimento delle reti commerciali. Alla fine i barbari sfondano al Nord al sud an centro. Le città si svuotano, le campagne si riorganizzano nelle "curtis". nascono i primi "signori" che a partire dal potere economico agricolo esercitano (in sostituzione alla disgregata amministrazione pubblica romana) il potere politico. Frotte di persone dalla città si trasferiscono in campagna pre cercare protezione dal signorotto (che si puo' permettere un manipolo di armati) cedendo la loro libertà. (ref. Il libro di storia di mio figlio, 1a media).

c'è speranza si possa fare breccia nell'incultura dominante sia a destra che a sinistra come nel centro che vede solo e sempre nello Stato il motore (immobile) dell'economia? Leggendo commenti e posizioni c'è da farsi prendere dallo sconforto.

Complimenti all'autore. Bellissimo articolo.

Mi spiego: i mercati sono composti da agglomerati di individui, organizzati più o meno formalmente in aziende, imprese, associazioni, cooperative. Questi individui perseguono il proprio benessere.

e lo perseguono producendo ad acquistando beni e servizi in contropartita di un pagamento, ovviamente. Fin qui tutto fila.

 

Lo stato, non quello astratto ma quello che sta a Roma, ad Ancona, Napoli o Milano, è anch’esso composto dello stesso materiale:

 questa è una tautologia. Siamo tutti esseri umani. 

 

individui che, avendo scelto una certa professione, cercano di ricavare dalla medesima quanti più benefici possibile. Il regolatore statale, insomma, non è né meglio né peggio dell’agente privato. Entrambi perseguono obiettivi egoistici di massimizzazione dei propri interessi.

mi sbaglio, o si tratta della teoria della public choice in due parole?

 

Comunque, qui comincio a vedere dei problemi. Gli individui che scelgono una professione nel servizio pubblico fanno certamente la scelta in base a un calcolo costi-benefici, ma una volta che sono nel sistema sono anche vincolati da culture istituzionali, norme, sistemi di incentivi ecc.  E spesso queste norme vanno proprio contro il perseguimento dell'interesse egoistico, almeno di quello immediato, del singolo individuo; anzi l'organizzazione pubblica spesso richiede il sacrificio dell'interesse individuale per esistere e funzionare. (ma vale anche per il privato, una impresa con operai assenteisti o amministratori ladri, che cioè massimizzano il loro interesse egoistico, non funziona)  

Il mio interesse individuale potrebbe essere (estremizzo e volgarizzo) farmi dare una mazzetta per prestare un libro ("sennò ti dico che è smarrito e ti attacchi") o chiedere prestazioni sessuali in cambio di ricerche bibliografiche, ma se ci provassi non solo finirei in galera (norma coercitiva), ma diventeri una vergogna della categoria (sanzione da cultura organizzativa condivisa). 

Oppure, estremizzando ancora, pensiamo ai militari, dove  essere pronto a dare la vita per il commilitone, perché lui è pronto a fare lo stesso per te  è la base della coesione che fa funzionare un esercito. 

ripeto: 

Il regolatore statale, insomma, non è né meglio né peggio dell’agente privato. Entrambi perseguono obiettivi egoistici di massimizzazione dei propri interessi.

significa l'interesse egoistico del singolo funzionario o impiegato o l'interesse di quella data istituzione come organo collettivo? Che poi pone il problema di come faccia l'ente collettivo ad avere una sua volontà e a percepire i suoi interessi, se questi non coincidono con la sommatoria di quella degli individui che la compongono.

E  in cosa consiste l'interesse "egoistico"? Il termine fa pensare a un interesse in contrasto con quello degli altri, un gioco a somma zero dove io vinco se perdi tu. Tant'è che in un contesto di public choice sembra collegato a fenomeni negativi, come gli interessi particolari e il rent-seeking. 

 

In un caso e nell’altro la chiave del problema consiste nel disegnare e mantenere in piedi delle “istituzioni” che garantiscano e ripristino la concorrenza e la contestabilità, sempre e comunque.

cioè, scusa: il regolatore pubblico ( penso che sia quello a cui ti riferisci con "istituzioni") persegue (mi chiedo se iè corretto  assumere la clausola "solo, sempre e unicamente")  i suoi propri interessi egoistici, che  vengono ridotti da contendibilità, trasparenza e concorrenza; però allo stesso tempo il suo compito è garantirle?

Sembra un ragionamento un pò perverso: io regolatore o istituzione perseguo il mio interesse egoistico... che consisterebbe nel fatto che il perseguimento di questo interesse mi sia limitato? (cioè, i volenterosi tacchini del Thanksgiving)

 

Il problema non è, quindi, statisti versus mercatisti, ma concorrenza versus monopolio, nell’ambito economico come in quello politico.

su questo sono perfettamente d'accordo, ma non quadra con la premessa, che invece porterebbe a concludere che tutti gli attori pubblici e privati puntino solo a massimizzare  i loro benefici egoistici a scapito di tutti gli altri, ma questo non è mercato o stato, è Hobbes senza Leviatano. 

ma tu le hai scritte meglio di come le avevo pensate. sottoscrivo in pieno

Il capoverso :
"Gli individui che scelgono una professione nel servizio pubblico fanno certamente la scelta in base a un calcolo costi-benefici, ma una volta che sono nel sistema sono anche vincolati da culture istituzionali, norme, sistemi di incentivi ecc. E spesso queste norme vanno proprio contro il perseguimento dell'interesse egoistico, almeno di quello immediato, del singolo individuo; anzi l'organizzazione pubblica spesso richiede il sacrificio dell'interesse individuale per esistere e funzionare. (ma vale anche per il privato, una impresa con operai assenteisti o amministratori ladri, che cioè massimizzano il loro interesse egoistico, non funziona) "
Non mi convince assolutamente, in Italia vedo una penosa carenza di "culture istituzionali, norme, sistemi di incentivi " che impediscano al pubblico amministratore, sia politico che a livello dirigenziale di farsi esclusivamente interessi personali, dato che anche dal punto di vista della sanzione sociale esiste una massa di ammiratori dei "furbi" e il parassita statale medio preferisce ampiamente l'uovo oggi alla gallina domani, anche perché l'uovo e suo e la gallina non si sa.
Il fatto che le imprese private in mano a operai assenteisti e amministratori ladri vada male non mi sembra contrasti con lo stato attuale dell'Italia,,,,,

Credo che la sua critica sia in realtà frutto di un equivoco piuttosto banale.  Per "istituzioni", in ambito economico, non si intende semplicemente lo stato o il regolatore pubblico.  Sotto questa definizione rientrano invece tutte le strutture, meccanismi, "regole del gioco", norme sociali ecc.  che in vario modo alterano gli incentivi degli agenti o più in generale il loro comportamento.

In realtà, accade spesso che schemi istituzionali più specifici (a cui fa riferimento ad esempio un'impresa) siano definiti da organizzazioni (p.es. un'autorità di regolamentazione) il cui comportamento è a sua volta influenzato da istituzioni di ambito più ampio (norme costituzionali).  Inoltre, qualsiasi organizzazione (sia essa un'impresa, un organo pubblico ecc.) si basa su schemi, accordi, regole che coordinano l'operato di coloro che la compongono; anche questi schemi possono essere considerati istituzioni, rispetto ai membri dell'organizzazione.  Il punto però è che in qualsiasi analisi occorre tenere ben distinti i diversi livelli.  Douglas North si è impegnato a fare chiarezza su questa distinzione.

Sul problema più generico da lei sollevato, di come possa nascere un'istituzione che ponga limiti al comportamento degli attori, una risposta parziale: molte istituzioni nascono per risolvere problemi di coordinazione e di azione collettiva, quindi la loro esistenza è nell'interesse degli attori stessi.  Ciò ovviamente, non significa che questi problemi siano di facile soluzione.

Una per tutte: un'agenzia antitrust che faccia da poliziotto dei mercati. Fa parte delle istituzioni di qualsiasi economia moderna. 

È un po` un limite di questo filone di pensiero e dei modelli che ne conseguono: l’individuo è un agente razionale ed egoista, e persegue il “proprio interesse” . Una difficoltà consiste nel fatto che ci sono sempre componenti di casualità e di irrazionalità nel comportamento umano. Una seconda difficoltà è che l’identificazione di ciò che costituisce il mio interesse e dei mezzi adeguati al suo perseguimento è soggettiva, ossia dipendente dalle convinzioni e dalle conoscenze dell’individuo. Per esempio, l’interesse egoistico di una persona dominata dall’avidità di denaro non coincide con quello di una persona dominata da una convinzione religiosa o con quello di una persona dominata dal desiderio di avere delle relazioni affettive appaganti. Quindi sarebbe necessario avere una popolazione sostanzialmente uniforme intellettualmente, culturalmente e ideologicamente...

E' dal 15 agosto che ti aspettavo! Grazie professore, vedo che hai messo l'abito della festa. Sei sempre tu ma piu' contenuto nello stile, piu' consono al tuo nuovo ruolo. Grazie. Si e' sentita la tua mancanza e mi piace il nuovo stile coerente ma piu' adatto all'ora che e' seria e richiede linguaggio serio

Economia S. di M.

Tooby 18/1/2013 - 15:26

Condividendo l'analisi (anche se, nell'agenda Monti io ho trovato solo belle parole in cui chiunque potesse rispecchiarsi - l'effetto Forer di cui si parlava su Chicago Blog - più che una proposta concreta e coerente), di solito tendo a descrivere la ESdM come declinata in Italia nel senso di Economia Statale di Mercato.

Anche se, considerando che troppo spesso i capitalisti sono coraggiosi solo coi capitali altrui (quelli pubblici), non di rado penso ad un più esatto Economia Statale di M[censura], ma dubito che tale definizione troverebbe seguito in un Blanchard.

Grazie per l'articolo.

Qual è il principio di fondo dell'Ordoliberalismo? È abbastanza semplice. Il principio di fondo è che i "mercati perfettamente liberi" non esistono e che, le rare volte che i mercati si auto-organizzano danno luogo a strutture fragili ed esposte a molti rischi, primo fra tutti la manipolazione da parte d'alcuni dei partecipanti, la concentrazione del potere nelle mani di pochi (ossia, il passaggio da concorrenza a monopolio o oligopolio), la creazione di cartelli e sindacati d'un tipo o dell'altro, l'acquisizione di posizioni di "rendita", e così via. Insomma: lasciati completamente a se stessi i "mercati" tendono a degenerare e a perdere la capacità di essere quello strumento di benessere sociale e di progresso economico che altrimenti sono. Questa posizione teorica - apparentemente, ma a mio avviso non realmente - contrasta con una visione che molti classificano come liberalismo laissez-faire o liberalismo classico, secondo cui i mercati si auto-organizzano e gli individui lasciati completamente a se stessi, con al più l'ausilio d'uno stato minimo, riescono a fare benissimo i propri interessi.

 

Ma questo concetto non era già ben presente nel pensiero di Adam Smith, che più "classico" non si può?

 

People of the same trade seldom meet together, even for merriment and diversion, but the conversation ends in a conspiracy against the public, or in some contrivance to raise prices…. But though the law cannot hinder people of the same trade from sometimes assembling together, it ought to do nothing to facilitate such assemblies, much less to render them necessary.

The Wealth Of Nations, Book IV Chapter VIII, p. 145, para. c27.

e allora in che consiste l'innovazione dell'ordoliberalismo? Non posso credere che Euken e Böhm fossero così crassamente ignoranti.

Forse gli ordiliberisti intendevano solo proporre un parziale aggiornamento di concetti classici in un'epoca storica nella quale erano squalificati dalla crescente diffusione del socialismo, intenazionale o nazionale che fosse, anche a discapito della socialdemocrazia.

Però l'ordoliberismo si caratterizzò per un'esplicita teorizzazione dell'intervento statale non solo a sostegno del funzionamento dei mercati, ma anche a correzione degli esiti percepiti come inaccettabili socialmente: tanto che si è potuto ravvisare nelle dottrine che lo compongono una scelta per la funzionalizzazione dell'impresa a fini pubblici. L'impresa è libera finché realizza l'utilità sociale, misurata ovviamente dalla politica: quando non la consegue, la politica interviene.

Nella visione classica, il mercato è regolato dal diritto privato; l'ordoliberismo e la tradizione interventista europea - ma anche americana, dal movimento progressista in poi - tendono a sottoporre il mercato al diritto pubblico, attribuendo ampia discrezione all'amministrazione.

ho capito alla prima lettura! Condivido al 95% poichè ritengo che uomini "giusti" possano far funzionare bene anche un meccanismo non perfetto (ammesso che in economia esistano meccanismi perfetti)

Ma non c'è alcuna garanzia che gli uomini siano "giusti": perciò è meglio predisporre meccanismi che, pur non perfetti, funzionino anche in mano ad uomini di media rettitudine.

Come mi era già capitato di segnalare su questo sito, la dizione "economia sociale di mercato" è effettivamente quella usata nei Trattati, vds. all'Art. 3 comma 3 del TUE

 

3. L'Unione instaura un mercato interno. Si adopera per lo sviluppo sostenibile dell'Europa, basato su una crescita economica equilibrata e sulla stabilità dei prezzi, su un'economia sociale di mercato fortemente competitiva, che mira alla piena occupazione e al progresso sociale, e su un elevato livello di tutela e di miglioramento della qualità dell'ambiente. Essa promuove il progresso scientifico e tecnologico.

Dal punto di vista filosofico, è chiaro che un tedesco leggerà queste parole alla luce della propria cultura politica, mentre un Italiano no, però dal punto di vista filosofico-concettuale non è necessario vedervi proprio Erhard in quella citazione, ma una sua qualche versione "attualizzata".

RR

faccio presente, per la cronaca, che l'economia sociale di mercato rappresenta uno dei pilastri del manifesto del Partito Popolare Europeo:

http://images.europaemail.net/client_id_5328/attachments/1._EPP_Manifesto,_EN.pdf

(si veda il punto 2).

L'analisi dovrebbe quindi allargarsi al contesto europeo. Dopodiché le radici storiche di questa variante del coseddetto neoliberalismo risalgono agli anni '30-'40, Colloque Walter Lipman, Mont Pèlerin Society. Il disorso sarebbe molto lungo e complesso.

Condivido comunque una parte dell'analisi di Michele e, in particolare,  quella che riguarda l'ipocrisia della S.

Appunto, e che ho detto?

 

Non mi aspetto, comunque, che il contesto Europeo sia preso in considerazione dagli Amerikani.

Però è preso in Considerazione dagli Europei, i cittadini che votano.

E che non voteranno certo per "F.A.R.E."

RR

il mio riferimento era a complemento del suo. Posso anche aggiungere questo:

http://www.caritasitaliana.it/materiali/convegni/terrafutura_2012/comece2012.pdf

Non so cosa ne penserebbero alcuni alfieri del liberalismo laico che parteciparono assieme agli ordoliberali al Colloque Walter Lippmann nel lontano 1938. 

 

L'articolo è interessante ma sarà efficace? Monti ha scelto di usare il termine "economia sociale di mercato", perchè il suo essere "economista" è visto negativamente da molti elettori. Quindi si è inventato questa formuletta per cui è per l"economia" ma l'economia sociale. In quanto l'aggettivo sociale richiama nell'immaginario la solidarietà, onde evitare di passare troppo a sinistra a "sociale" aggiunge "di mercato", un modo moderno per dire"DC ala dura" :-).

Insomma tutto vero quello che scrive Michele ma dato che a Monti nulla frega dell'economia sociale di mercato gli interessava solo uno slogan di facile presa per sdoganare il suo essere "economista",  agli elettori (cui questo slogan è rivolto) basterà leggere articoli come questo? Sperem...

Bisogna tenere conto del fatto che Mario Monti è un uomo dell'UE, dopo essere stato commissario ha intrattenuto continue relazioni con la Commissione. Come tale, l'ESdM deve essere la sua bandiera.

Concordo, ma che debba esserlo veramente è incidentale. Monti ci tiene a farlo sapere non certo perché la maggioranza degli elettori sappia di che si sta parlando, o perchè pensi che l'Esdm possa fare presa sugli stessi. Usa quella definizione solamente per il potere evocativo delle parole che prescinde dal reale significato di Esdm.

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marcodivice 19/1/2013 - 15:19

in assenza di tasto.

Caro Boldrin, premetto che condivido il programma di FARE e lo voterò. Dico qui cose solo in parte pertinenti con il tuo post, ma ci tengo a dirle e questa è un’occasione abbastanza opportuna. Riguardano l’aggettivo “Sociale” in ESdM.

Magari non per gli economisti (seri), ma certamente per la gente comune che sente Monti (o Bersani) dire che lui è a favore della economia sociale di mercato, il senso può essere diverso da quello che intendi tu. Può volere dire che si è sensibili agli effetti sociali del funzionamento di un’economia di mercato. Come dire che si è sì a favore dell’economia di mercato, ma anche a favore di valori di solidarietà collettiva.

Aspetta a sbuffare, sbuffo anch’io, tuttavia sono convinto che un'aperta presa di posizione su questi valori sia politicamente cruciale. 

Ieri sera a cena un amico, medico e ricercatore di 42 anni, figlio di operai, passato di sinistra riformista, elettore di Matteo Renzi, mi dice che conosce Giannino e apprezza molto il programma di FARE. “Allora lo voti?” gli chiedo. “No”. “Perché?”.

Perché, mi dice, è troppo drastico. “In che senso?”.

Vedi, mi risponde, io sono d’accordo che ci sono milioni di italiani che vivono direttamente o indirettamente di cattiva politica, sostanzialmente dei parassiti, una palla al piede per la crescita. Però penso che la maggior parte di loro sono dei poveracci e che non si possa metterli di colpo sul lastrico. Sarei a favore se fossi spietato, ma io non sono spietato, sono tutt’altro.

D’accordissimo, continua lui, sul vendere subito tanti immobili statali per ridurre il debito. Ma dismettere in tempi brevi aziende statali e municipalizzate che danno posti di lavoro (gonfiati e diseconomici, ok) a tanta gente, avrebbe effetti sociali intollerabili. Dato che, privatizzando seriamente quella aziende, i privati poi giustamente dovranno licenziare tanta gente “inutile”.

Per il mio amico medico, economia sociale di mercato vuole dire avere a cuore anche la sorte di questa gente.

Gli ho fatto le mie obiezioni, le stesse che gli avresti fatto tu. Ma gliele ho fatte dopo avergli detto che condividevo senza riserve la sua posizione ‘morale’: anch’io sono tutt’altro che spietato.

D’accordo, il medico pietoso fa la piaga purulenta. Il mio punto (vorrei dire il nostro punto) è che il bravo medico deve fare capire al suo paziente che, se non è scioccamente “pietoso”, non è neanche spietato: combatte la malattia ma sta dalla parte del paziente, gliene importa davvero di lui. “Sociale” in questo senso.

Bersani ieri ha espresso questo punto “morale” con efficacia: https://www.youtube.com/watch?v=8yX7ef0pcEk (da 30” a 1’ 27”).

Condivido le obiezioni che faresti a Bersani. Ma l’appello ai valori che Bersani richiama secondo me va condiviso e dobbiamo dirlo apertamente, senza il pudore che forse trattiene alcuni di noi.

Se davvero vogliamo avere il voto del mio amico medico. Il rischio, altrimenti, è che il mio amico medico ci rifiuti perché ci mette insieme alla destra di cui parla Bersani. In effetti, temo, è sostanzialmente per questo che non ci voterà.

Non sto dicendo che dismettere le aziende statali sia sbagliato. Sto dicendo che bisogna spiegare bene che noi ci preoccupiamo davvero di quelli – parassiti o meno – che perderanno il posto. Che lo facciamo perché si possa creare nuovo lavoro “sano” per i loro figli, se non per loro.

E dire tutto questo con una faccia e un tono che mostri solidarietà, non indifferenza o peggio fastidio.

P. S.: del tutto d'accordo col commento precedente di Corrado Ruggeri, che leggo solo ora.

Al tuo amico

andrea moro 19/1/2013 - 15:55

suggerirei di leggere attentamente la proposta di FARE sulla riduzione delle spese, approfondita in questo documento. Scoprira' che non si intende mettere sulla strada nessuno, anche perche' non si puo'. Puo' spiacere o meno, e' irrilevante: non si puo' ne' licenziare ne' ridurre gli  stipendi. E nemmeno serve, perche' facendo due conti si scopre che basta limitare gli aumenti delle pensioni e degli stipendi, e si puo' persino farlo in misusa equa, e cioe che per quelle sotto i 3000 euro venga mantenuto il potere d'acquisto grazie alla contemporanea diminuzione delle imposte. 

Il programma di FARE fa aumentare i posti di lavoro eliminando gli sprechi, non li fa diminuire. Il documento rivela che si possono prendere misure senza enormi costi sociali, basta toccare le aree di spesa che piu' costano alla politica (e non parlo solo degli stipendi parlamentari, ovviamente). 

potrà anche leggere questo documento e forse convincersi, ma moltissimi altri, pure ben disposti verso le nostre proposte, non leggeranno e giudicheranno in base a un'impressione complessiva.

L'impressione che spesso diamo è che siamo spietati, non solo coi politici e i tanti cialtroni e mascalzoni che se lo meritano, ma anche coi poveracci. Cioè "di destra". Un'impressione che deriva molto più dal tono dei nostri discorsi che dal loro contenuto. E' sul tono, non sui contenuti, che vorrei attirare l'attenzione.

In politica e altrove, il tono conta spesso più dei contenuti. Chiedilo alle donne, ;-) che infatti scarseggiano nel movimento, nonostante splendide eccezioni.

E forse è lo stesso per molti giovani, pure abbastanza latitanti, a giudicare dagli incontri cui ho partecipato.

E vai a vedere il tono degli interventi prevalente nel sito di FARE e anche nel Forum.

 

La tua risposta è simile a quella che mi ha dato un "fattivo" (termine geniale, lo dico senza ironia) di Bologna al gazebo, quando gli ho fatto notare che la foto a grandezza naturale di Giannino colpiva per l'eccentrità troppo immoderata ;-) del suo abbigliamento.

Alla mia obiezione, basata su fatti, che questo allontanava molti miei amici e conoscenti altrimenti ben disposti, mi ha risposto "Spiega ai tuoi amici che l'aspetto non è importante, convincili che quello che conta è il programma".

Ma non si fa prima e meglio a cambiare stile e toni, se si vuole davvero vincere convincendo milioni di persone, non solo qualche decina di migliaia di piccoli imprenditori giustamente furiosi?

Beh noi siamo qui per spiegare. Giannino, mi sembra, ha moderato i suoi vestiti piu' eccentrici.

Per il tono, c'e' un'agenzia di comunicazione incaricata di comunicare, conto che sappiano fare il loro lavoro. 

Ma se pensiamo al tono di fassina nell'intervista citata dall'articolo di Sandro di pochi giorni fa qui su nfa, non so bene chi sembri piu' di destra. La verita' e' che il nostro e' proprio un programma per outsiders. Lo e' piu' di tutti gli altri programmi. Se qualcuno ha un'impressione contraria, devi farti carico tu stesso di spiegargli che non e' cosi. 

Distorsione

Andrea 19/1/2013 - 16:16

Ho una domanda. Amazon non è forse ormai un monopolio mondiale? Non lo è quasi Siemens? Allora questi non influenzano forse troppo un governo perché possa essere buono per i cittadini e non solo per questi giganti industriali? Siamo sicuri che ci sia solo il denaro e l'economia?

 

Quando le elezioni americane hanno mobilitato 6 miliardi di dollari, non è tutto un illusione? E poi dovendo competere con la Cina che non è democratica e distorce palesemente il mercato, non possiamo forse dire che gli interessi industriali hanno ucciso la democrazia, cioè la possibilità di ognuno di decidere cosa vorrebbe fossero le priorità del suo paese, città, villaggio, e di dare buone possibilità a tutti di migliorarsi?

 

I Paesi più competitivi sono anche i più diseguali e questo blocca molto le possiblità di chi è ridotto a semi-schiavo.

 

Con una provocazione, non c'è differenza fra Siemens, amazon e la mafia: sono solo le versioni nazionali del postulato quinto: chi ha i soldi in tasca, ha vinto.

i giganti industriali e finanziari possono influenzare i governi, ma non possono obbligarli ad assecondare le loro condizioni. Diamo responsabilità e colpe a chi ha un ruolo primario nella società e nello Stato.

I Paesi più competitivi sono anche i più diseguali e questo blocca molto le possiblità di chi è ridotto a semi-schiavo.

 

ma scusa, mettiti nei panni (ancora molto modesti) dell'ultimo degli ultimi di uno dei paesi che sta crescendo  a gran ritmo, cioè qualli competitivi. deve rimpiangere la situazione di pochi decenni fa, che era PER LORO di ineguaglianza maggiore e più stabile?

certi discorsi si fanno al caldo delle proprie poltrone, col monocolo e la veste da camera.

 

Ottimo commento. Aggiungiamo che i panni, in molti di questi paesi, diventano ogni anno meno modesti? Oppure tutti immaginavano 30 anni fa l'allargamento da G8 a G20? Tutte queste critiche al sistema mi sembrano una variante della sportività all'italiana. Cioè: finche ci dice bene "che ci vuoi fare così va il mondo" quando ci dice male "bisogna cambiare queste regole inique"

panni

st 20/1/2013 - 17:21

Allora perche' invece di mettersi nei panni di persone che vivono all'altro capo del mondo,non mettersi nei panni delle decine di compaesani e vicini di casa che hanno perso il lavoro per la delocalizzazione della propria azienda.

Perchè loro stanno in nicchie di mercato "naturalmente protette".

Infatti l'insegnamento (compreso quello universitario) è impartito in una certa lingua, e sussidiato dallo Stato (di cui è l'espressione).

In tutto il mondo, incluso negli USA, dove è competenza primaria dei Singoli Stati - dico!, neanche dell'Ugnone Federale - l'istruzione è localizzata e gestita dalle comunità di cittadini che sono titolari di una certa Cittadinanza Politica.

Basti pensare, per dire, che gli studenti universitari dell'Ohio sono "stranieri" per le Università del Michigan. Ogni studente è "straniero" per le istituzioni educative degli altri Stati.

MA costoro vengono a darci lezzjoni di Liberismo.

RR

Gli USA sono ingiustamente definiti un paese iperliberista o simile (nei confronti dell'Italia non ci vuole molto), questo non prova il fatto che i cosiddetti "Privilegiati di Fare" non abbiano le capacità per mettersi in discussione e in competizione in un'eventuale liberalizzazione del sistema scolastico negli USA. E non prova nemmeno che quello degli USA sia un sistema efficiente.

Gli studenti dell'Ohio sono liberissimi di frequentare U of Michigan, se lo ritengono opportuno, se vengono ammessi alle difficili prove di selezione di questa universita' statale che in italia ce la sogniamo, e se sono disposti a pagarne le rette o se ricevono sostegno finanziario in altro modo. 

Non capisco in base a quale principio, liberista o meno,  i cittadini del Michigan dovrebbero sussidiare quelli dell'Ohio.

In realtà io "commentavo il commento" dell'altro utente rammentando come sia molto più facile dare lezioni di liberismo rimanendone però schermati dagli effetti concreti per quanto attiene alla propria posizione. A questo riguardo portavo a sostegno la situazione dell'istruzione, anche quella superiore, degli Stati uniti, laddove e.g. l'Università dell'Ohio e quella del Michigan, dipendendo strutturalmente/logisticamente e in larga parte finanziariamente dai rispettivi Stati, non possono essere messi in analogia con, per dire, un produttore tessile italiano e un produttore tessile cinese che competono sul mercato senza tali condizioni oggettive di "sicurezza". 

per due motivi.
1) ordini di grandezza. alle decine di compaesani che peggiorano si contrappongono decine di migliaia di persone che vivono all'altro capo del mondo.
2) confronto con la realtà. puoi anche volere il ritorno al colonialismo, ma dubito alquanto che le ex-colonie gradiscano l'idea. vaglielo a spiegare e, se torni, raccontami com'è andata.

Elemosina, il concetto giusto per le " decine di migliaia di persone che vivono all'altro capo del mondo" è questo, non certo quello di aprire al dumping sociale nei nostri confronti - vergogna da combattere.

RR 

A me l'idea che una crescita attraverso lo stesso percorso fatto dall'occidente in cui come in cina 200 milioni di persone invece di morire di fame zappando le campagne adesso hanno una qualità della vita migliore di 10 anni fa si chiami "vergognoso dumping sociale da combattere" e che poi sia anche lontanamente possibile con un tozzo di pane secco di elemosina mi sembra surreale, spero di aver capito male perchè discorsi come quello del sig Renzino mi ricordano cose come questa:
http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=41146

probabilita'

st 23/1/2013 - 03:10

1)E' una questione di probabilita',quella di avere compaesani che siano toccati da quello che ho detto è molto piu' grande di quella di avere conoscenti o parenti che in cina migliorano la propria posizione da una delocalizzazione e si è toccati piu' da cio' che si frequenta che da persone che non si conosce. 2)non voglio il ritorno al colonialismo nenche se fosse possibile,quando pero' leggo che negli scambi di prodotti dell'oreficeria i dazi dall'italia alla cina sono del 20-30% mentre viceversa sono del 3% mi chiedo che logica abbia.

ps visto che per te l'italia è piu' vicino della cina e magari ne hai qualcuno a qualche kilometro vai  a raccontare a quelli hanno perso il proprio lavoro per delocalizzazione che pensino ai cinesi che hanno migliorato la loro condizione,se la prendono bene e torni a casa dopo raccontaci come è andata.

pero' leggo che negli scambi di prodotti dell'oreficeria i dazi dall'italia alla cina sono del 20-30% mentre viceversa sono del 3% mi chiedo che logica abbia.

la logica è che ognuno è libero di controllare le proprie tariffe all'importazione di prodotti all'interno del quadro delle regole WTO e secondo le proprie priorità. In ogni caso, l'Ue può incoraggiare una riduzione della tariffa all'importazione in Cina dell'oreficeria e offrire una riduzione delle proprie tariffe all'importazione sul vino e sulla frutta e vegetali in scatola (ad esempio pelati) dove i rapporti tariffari sono quasi ribaltati (vale a dire le tariffe all'import in Ue sono molto alte mentre in Cina molto più basse, cioè meno di metà tipo vino 32% e 14%). I benefici delle minori tariffe si estenderebbero automanticamente anche agli altri paesi. Naturalmente ognuno può ridurre le tariffe unilateralmente.

Capita ora la logica?

Solita retorica mercantilista. La verita' e' che dai prodotti a basso prezzo costruiti in cina beneficiano in media tutti i cittadini occidentali. Le decine di compaesani che perdono il lavoro andrebbero appropriatamente compensate e riqualificate, in una economia moderna e civile. Cosa che FARE x fermare il declino propone di fare proponendo una seria forma di protezione del reddito durante la disoccupazione. Pretendere di risolvere i problemi dei disoccupati della delocalizzazione mantenendo artificialmente imprese inefficienti non e' piu' assurdo dell'idea di mantenere minatori a scavare nelle miniere (del sulcis) ricavandone sassi. 

bha

st 23/1/2013 - 03:58

E' retorica mercantilista come dire di pensare ai cinesi che escono dalla poverta' puo' definirsi retorica terzomondista,vedo comunque che hai gia' spostato i soggetti beneficiati ,da un paese a migliaia di kilometri di distanza,a tutti i cittadini occidentali,resta il fatto che ora come ora le protezioni esistono solo parzialmente e FARE dai sondaggi non mi pare abbia possibilita' di governare.

Purche' si capisca che i cinesi beneficiano del commercio internazionale mutualmente ai consumatori occidentali. La retorica che li vede sfruttati ignora che l'alternativa per loro e' la fame che facevano prima (per non parlare del fatto che il cosiddetto "sfruttamento" consiste in pratiche di lavoro che qui erano la norma pochi decenni fa e che ci hanno permesso di crescere. 

Quanto al ruolo di FARE, non e' che bisogna per forza stare al governo per fornire idee e fare da pungolo. Pero' stare in parlamento ci darebbe una posizione di forza maggiore. I sondaggi li lascerei stare, a quel livello i margini di errore sono grandi. 

I paesi piu' competitivi che citavo sono USA, UK e in genere i Paesi anglosassoni. Molti di voi amerikani hanno studiato in Italia e poi si godono i privilegi dei professori USA, senza debiti di studio. Sono perfettamente cosciente e condivido le ragioni di chi vuole migliorare le proprie condizioni con lo sviluppo, visto che non ho la vestaglia e lavoro con indiani e cinesi, ma:

1) la crescita esponenziale non esiste in natura, quindi prima o poi sbatteremo sul soffitto e ci faremo molto male.
2) i capitali si muovono in fretta e ho l'impressione che arricchitisi i pochi papaveri del partito in India o Cina (anche se diversi politicamente, la corruzione sta espldendo in entrambi), resti poco per la maggior parte della popolazione.
3) visto che parliamo di Germania: i tedeschi dicono che "si' rispetto al 2003-2004 oggi e' meglio, ma la gente e' comunque piu' povera, lo si vede nei discount sempre piu' affollati, negli affitti (rendite) piu' cari" E non si rendono conto di quanto debito abbia fatto la Repubblica Federale per salvare le Sparkassen e affini.

Quindi come potete negare che nel mondo comandano pochi gruppi industriali che tengono in scacco i governi e si arricchiscono sulle spalle dei dipendenti e concittadini? Magari facendo accordi con dittatori che si prendono delle belle mazzette?

Non rispondete alle domande, guardate il dito e non la luna, e siete disonesti intellettualmente. Il vostro motto e': il mondo fa schifo e lasciamo faccia piu' schifo ancora?

disoneste?  almeno risparmiaci la lagna "e nemmeno mi rispondono!"

 

solo per carità intellettuale, prova ad elencare i gruppi finanziari e industriali che comandano nel modo e confrontalo con quelli che comandavano negli anni settanta, ad  es. direi che sia un punto di partenza sufficientemente basso, adeguato allelcircostanze.

che vuoi fare...

Andrea 21/1/2013 - 15:23

cerco di far vedere la realta' a chi non la vuole vedere.
Forbes dice che i grandi gruppi petroliferi e le grandi banche sono sempre in testa. Non credo che 40 anni fa, sebbene con nomi diversi, ci fossero diverse societa'.

Si sono aggiunti Petrobras e alcune banche cinesi. Se poi parliamo dell'informatica: ogni tanto capitano delle rivoluzioni, ma la loro preparazione e' stata molto lunga. E molto grazie a investimenti pubblici, della NASA ad es. L'informatica e' paragonabile all'automobile e anzi di piu'.
Questo non aumenta la mia simpatia per Steve Jobs o i due consoli di Google o l'imperatore di Facebook. Dal 1910 al 1950 ci sono state 2 guerre mondiali e tanti cambi di regime, URSS, Nazismo, Fascismo... E' chiaro che qualcosa cambi, ma la sostanza di sempre piu' soldi sempre piu' rapidi non cambia.

A me pare che tu sia un po' confuso. Scrivi un commento confuso, sparando paragoni forti senza che si capisca dove tu voglia andare a parare; le domande che poni non sono chiare affatto; accusi chi non ti risponde di disonestà intellettuale. Piano, andiamoci piano, per favore. Cerca di essere meno arrogante: da quel che scrivi e, ancor più, dal tono, sembra che tu sua il detentore della verità assoluta. Così non è senz'altro e sono certo che se tu chiedessi meglio, otterresti risposte soddisfacenti. Te lo dico senza polemica, essendo partito da posizioni simili alle tue, che oggi mi fanno un po' sorridere. Leggiti il mio articolo "Cari Fisici" (facile trovarlo sul mio profilo, difficile per me linkarlo da iPhone, chiedo venia).

hanno sempre affermato che il capitalismo è una condizione non sufficiente ma necessaria allo sviluppo economico.

Le imprese ovviamente pensano solamente a massimizzare i profitti e non importa a loro in quale modo. Deve essere lo Stato in grado di trovare delle soluzioni a limitare certe situazioni per tutelare tutti gli individui, senza osteggiare però le medesime imprese.

 

Stai sbagliando chi si deve assumere le proprie responsabilità, in quanto facente parte dello Stato e quindi rappresentante della comunità.

 

Senza crescita, con debito pubblico e inflazione che salgono secondo te quale sarà la conclusione? La verità è che le persone vogliono sempre più soldi, lamentarsi e non guardare alla realtà dei fatti e alle possibili soluzioni è da mentecatti.

 

Indubbiamente in Cina, in India, ma anche in Italia ci sono particolari categorie che si avvantaggiano. Ma questo per colpa del governo, non delle imprese.

Senza investimenti esteri quei Paesi starebbero ancora oggi morendo di fame, facile parlare quando prima non avevano niente e oggi per fortuna possono arrivare al nostro livello di vita.

Bisognerebbe essere contenti di questo, certamente hanno dovuto fare e fanno dei sacrifici soprattutto gli operai di certe imprese. Sembra comunque che dal lato delle condizioni degli operai stia migliorando la situazione.

 

Sulla Germania mi spiace ma devi portare dei dati, perché fino alla riforma del lavoro stavano soffrendo come noi oggi, e dopo sono ripartiti con la crescita. Purtroppo la realtà dei fatti dice qualcos'altro, se si sono indebitati non glielo ha chiesto nessuno. Così come negli USA.

Le banche possono essere fatte fallire e vendute, e si possono far finire anche i soliti magheggi attraverso la politica monetaria.

 

rispondo

andrea moro 21/1/2013 - 16:39

Visto che chiedi di rispondere alle domande, faccio lo sforzo di rispondere ad alcune, non l'ho fatto prima perche' sinceramente lo ritengo un troll feeding, ma tant'e', vengo accusato di disonesta' intellettuale, abbocco

Amazon non è forse ormai un monopolio mondiale? Non lo è quasi Siemens?

Amazon ha cominciato e ha un brand per la vendita di libri. Una breve ricerca rivela decine di librerie online e offline che competono sui prezzi di Amazon. Direi che non e' un monopolio ne' mondiale ne' locale.  Da quando esiste amazon, i prezzi dei libri sono diminuiti. Lo stesso vale per siemens.

Siamo sicuri che ci sia solo il denaro e l'economia?

Sono sicuro che non ci sono solo il denaro e l'economia.

Quando le elezioni americane hanno mobilitato 6 miliardi di dollari, non è tutto un illusione? 

Un'illusione che nel 2008 ha portato alla casa bianca una persona che era 4 anni prima un perfetto sconosciuto, figlio di ragazza madre che per una buona parte della propria giovinezza lo ha scarrozzato in giro per il mondo. 

I Paesi più competitivi sono anche i più diseguali e questo blocca molto le possiblità di chi è ridotto a semi-schiavo.

Questa non e' una domanda, e' una affermazione basata su una premessa empirica falsa e su una conclusione teorica ardita. Per rispondere occorrerebbe un libro, ma ne esistono gia tanti, basterebbe mettersi umilmente a leggerli. 

Va be'...

Andrea 21/1/2013 - 22:29

A me pare che amazon si sia comprato gran parte dei suoi concorrenti, quelli che erano più originali e competitivi.

Per le ineguaglianze:
http://www.time.com/time/magazine/article/0,9171,2113703,00.html

E se time è troppo radical chic, leggetevi i rapporti dell'OCSE. O provate a farvi un giro sulle metropolitane di Londra o l'RER B di Parigi. Vedrete che gente contenta delle proprie possibilità troverete.

Speriamo che una rivoluzione o una peste ci spazzi via. Segue risata satanica...

Amazon

Pietro Puricelli 21/1/2013 - 23:33

SI faceva notare che Amazon non è assolutamente un monopolio in nessun campo, e ovviamente i concorrenti più competitivi sono quelli che hanno retto lo scontro, non quelli che hanno gettato la spugna.
Se sulla metropolitana di Londra o Parigi c'è gente che si lamenta ciò non toglie che il metodo usato di solito per eliminare le disuguaglianze e per evitare tutta questa ossessione per i soldi che tanto ti dispiace è l'impoverimento generalizzato, la minchiata della decrescita felice.

A me pare che amazon si sia comprato gran parte dei suoi concorrenti, quelli che erano più originali e competitivi.

Amazon opera in un mercato che sicuramente è contendibile, cioè ha barriere di ingresso sufficientemente basse.  Per misurare il potere di monopolio reale, non basta guardare alla quota di mercato: se il settore non ha alti costi di ingresso (nel senso di investimenti irrecuperabili/sunk richiesti per entrare nel mercato) allora anche se nel settore opera una singola impresa, essa deve comportarsi come in un mercato concorrenziale per scoraggiare l'ingresso di concorrenti potenziali.  Il gioco sembra funzionare, nel senso che i prezzi praticati da Amazon sono notoriamente più che accettabili, a dispetto della loro quota di mercato "dominante".

Speriamo spazzi via i troll di internet, tutt'al piu', che di leggere che Amazon sia un monopolio (sic! vedi il commento di tizioc per i dettagli) o che lo sia Siemens (mi chiedo di quale mercato tu stia parlando!) farei volentieri a meno!

 

Nota esemplificativa: in Cina il tasso di diseguaglianza e' aumentato continuamente negli ultimi 30 anni a braccetto con il reddito pro-capite e tutti gli indici di sviluppo economico. Solo dal 2009 ci sono ~150 milioni di nuovi "poveri" in Cina! Che e' successo? Beh, il governo ha fissato la soglia di poverta' a ~2300y contro i precedenti ~500 perche' ritiene che nella Cina attuale non basti avere del riso nel piatto e una capanna sulla testa per non essere considerati poveri (come avveniva prima). Se si guarda invece alla percentuale di popolazione che vive con meno di 1$ al giorno, questa si e' ridotta drasticamente. Questo probabilmente a spese di tanti occidentali abituati ad andare in pensione a 50 anni nella convenzione che la supremazia dell'uomo bianco avrebbe fatto si che qualcun altro avrebbe pagato il conto (la generazione successiva, i creditori esteri).

"He would rather have the poor poorer, provided that the rich were less rich. That is the Liberal policy.” Margaret Thatcher

Chi ha parlato di decrescita felice? Dico che la crescita esponenziale e' assurda in un sistema finito. A meno di conquistare altri pianeti. Allora diventiamo futurologi. Meno male che la popolazione si stabilizzera' e cosi' anche l'economia.

Sull'impoverimento in Germania:

http://www.spiegel.de/international/germany/study-finds-alarming-increas...

http://www.ofce.sciences-po.fr/blog/?p=2979

L'impressione e' che ci siano tanti lavoretti part-time e/o pagati poco. Conoscete la disputa dell'asparago con la Francia?

Report OECD
http://www.oecd.org/els/socialpoliciesanddata/49499779.pdf

Buona lettura, anche del link precedente.

Scusate se ho calpestato il vostro giardino. Mi dispiace siate cosi' poco disposti a discutere e vi attacchiate a piccoli dettagli, come i puntini (assenti qui). E che adesso continuerete ad insultarmi e non potro' rispondervi. Credo che non commentero' piu' qui, visto che e' una gabbia di leoni.

Infatti non accetto di essere chiamato troll e di essere offeso, visto che sono capace di leggere i numeri bene quanto voi. Le mie letture non comprendono Vandana Shiva o Rifkin. Mi sono letto i saggi di Abravanel e sto leggendo gli scritti di Padoa-Schioppa, che mi sembra piuttosto liberale. Se il mio omonimo dai capelli scuri ha un titolo a cui pensava, che mi vuole consigliare, vedo di procurarmelo.

La mia obiezione e domanda era: le regole che evitano i monopoli, che piu' o meno si possono formare, riescono ancora a essere applicate in un mondo cosi' dinamico? Non ho avuto un apporccio sufficientemente scientifico, e ho avuto un bias verso i casi che conoscevo (e.g. Abebooks e Thebookdepository), sui possibili monopoli e me ne scuso. Forse avete ragione voi, vedremo il futuro che cosa ci riservera'.

Ho incontrato un matematico russo in treno che lavora per BMW e faceva questa riflessione: quando c'era l'URSS i governi non si sognavano di lasciare crescere le diseguaglianze ad un livello cosi' evidente come oggi, perche' temevano il comunismo. Voi obietterete: molto debito pubblico, troppe regole. Ma hanno permesso di condividere e uniformare la popolazione su un certo benessere. Effimero e razzista, forse.

Concludendo, non ho piu' molta fiducia che Vietnam o India possano veramente migliorare ancora grazie al solo capitalismo. La "percolazione del benessere" si ferma a strati sottili della popolazione. Forse sbaglio, ma mi pare diverso dall'Europa o dal Giappone post-WWII.

Solo un dato, dal primo link: l'articolo si concentra sull'aumento del tasso di poverta' di pochi punti percentuali nelle maggiori citta' tedesche. Intanto questo puo' significare semplicemente che ci sono piu' persone che si spostano nelle maggiori citta' in cerca di lavoro, infatti nazionalmente, lo stesso articolo dice: 

the nationwide poverty rate rose slightly to 15.1 percent in 2011, up from 14.5 percent the year before

cioe' praticamente a livello nazionale non ci sono cambiamenti rilevanti. Aggiungi anche il fatto che il tasso di poverta' e' di solito calcolato come percentuale del reddito mediano, e siccome la germania e' in crescita, e' perfettamente possibile che il tasso di poverta' sia aumentato e allo stesso tempo il tenore di vita dei poveri tedeschi sia aumentato in misura maggiore. 

tre punti OT

dragonfly 21/1/2013 - 23:18

per la mia esperienza, quando vengono usati i puntini di sospensione si sta cazzeggiando senza costrutto.

di questo c'è magari evidenza empirica, una statistica, un grafico?

L’ESdM in Italia c’è già, è quello che da cinquant’anni abbiamo ed ha prodotto i risultati sotto gli occhi di tutti.

Commento dalla stessa estensione semantica di uno del tipo "Il Mercato nel Mondo c'è già da tremila anni ed ha prodotto i risultati che sono sotto gli occhi di tutti".

Forse sarebbe meglio restringere il range di interesse e soprattutto identificare meglio ruoli e responsabilità.

Un'altra Economia Sociale di Mercato è possibile.

RR

"Un'altra Economia Sociale di Mercato è possibile"  mi ricorda moltissimo uno slogan corrente negli anni '70, che propugnava "un altro modo di fare l'automobile".

In effetti, la produzione automobilistica è cambiata, ma non nel senso auspicato dalle forze politiche e sindacali "socialmente ispirate": il risultato prodotto è stato drammaticamente diverso.

Sarebbe opportuno, quando si coniano nuovi slogan, anticipare gli elementi costitutivi della visione che essi dovrebbero riassumere: altrimenti, sono parole in libertà. Sarebbe bene tenere a mente anche la lezione di Elias Canetti.

"Un'altra Economia Sociale di Mercato è possibile" mi ricorda moltissimo uno slogan corrente negli anni '70, che propugnava "un altro modo di fare l'automobile".

E' molto più banale di quanto tu creda.

Se io ho un'appartamento con una veneziana difettosa, una tapparella che non scende del tutto, una caldaia da far verificare, dovrò privilegiare questa manutenzione ordinaria da parte di professionisti del settore piuttosto che intraprendere grandi opere novelle.

L'ESdM andrà quindi riformata, perchè il Populo vuole mantenere i Principii sui quali è fondata, e non stravolgerli, come piacerebbe - antidemocraticamente - a F.A.R.E. per FilD.

RR

 

Visti i presupposti del testo in discussione, v'è una nicchia di cittadini che preferisce l'Economia Antisociale di Mercato (EAdM) al sistema in uso.

Costoro espongono liberamente le proprie idee, ma spalano badilate di letame in modo improprio sulla ESdM facendo al tempo stesso gloria dell'EAdM senza molti appigli empirici.

Insomma sono come quel Camerun che vorrebbe applicare l'EAdM ai rapporti UK-EU: ci prendiamo quel che vogliamo, un "cherry-picking" di doveri, a fronte di una piena apertura dei mercati.

Veramente Antisociali. Come gli Elettori di F.A.R.E.

RR

Se la "Società" è quella che (con i soldi provenienti da una delle tassazioni più elevate del continente sul lavoro) consente di sprecare milioni per auto blu e cene de Batman e, poi, non ha fondi per sanità, disoccupati ed anziani allora essere "antisociali" è un complimento.

Esistono vari tipi di "società" ed esistono vari modi di applicare le "ricette" economiche.

I risultati attuali parlano di un'industria in decrescita che fatica, o è assente, nei settori principali, di studenti che ottengono risultati scadenti rispetto ai coetanei europei, di pensioni che sono state ridotte e di una sanità che necessita di riforme e, probabilmente, avrà una riduzione di fondi. Certo, oggi è il 24 quindi ancora 7 giorni ed il problema degli anziani che non arrivano a fine mese sarà risolto, ma non mi sembra comunque qualcosa di cui essere entusiasti e di cui parlare come se fosse l'unica strada percorribile. Può darsi che la "ricetta" e la concezione del mondo di chi vota FARE non sia la migliore. Può darsi, ma SICURAMENTE non lo è questa italica versione dell'ESDM.

 

 

Se non fosse gia' arcinota, la natura del commentatore dovrebbe essere abbastanza chiara dall'ultima frase. Dopo un po' si stanca e torna nel limbo per un po' di mesi, forse a studiare per il suo PhD in Fisica.

Renzino è arcinoto. Ho risposto comunque perchè il suo commento dava lo spunto per una riflessione cui tenevo.

Per lo meno la tua impostazione è un po' diversa da quella dell'autore.

Stavo appunto cercando di far capire che un c.d. "sistema" i cui princìpi fanno parte consolidata del pensiero politico Europeo - come discusso i.e. più sopra - e quindi attuati in modo ben più corretto in altri Paesi, non possono essere dismessi sol perchè in un certo caso (ammesso che di questo si parli, per l'Italia) il complesso della loro attuazione non convince tutti.

Ci dev'essere un'altra ragione. Era un consiglio sul modo di approcciare un intero capitolo "politico-filosofico".

RR

E' naturale chiedersi se chi usa la demagogia sappia maneggiare lo strumento o ne sia a sua volta vittima.

Ad esempio, se io uso una parola a caso che non vuole dire nulla ma è ritenuta buona (ad esempio: "sociale") e la applico ad una enorme boiata (ad esempio:la "ESgM") avrò tutto un parco di pecorelle che seguono beatamente la parola magica, come il flauto dell'ncantatore.

Ora facciamo una prova: dimostriamo che la boiata è effettivamente tale, e vediamo l'effetto che fa nelle pecorelle.

Qualcuna continuerà a sentire solo la parola magica, qualcuna sentirà anche il ragionamento contrario e cambierà strada,  qualcun'altro si amareggerà sentendo solo la parola "boiata" accostata alla sua parola adorata.

E l'incantatore che farà? Ovviamente, soffierà qualche altra nota dal suo flauto magico. Ad esempio, una parola totalmente priva di significato ma negativa (ad esempio: "Antisociale") per etichettare tout court la teoria contraria.

E le pecorelle dietro a belare.

La domanda ora è:  ma il signor Renzino è pecorella, aspirante incantatore, o un curioso mix delle due figure?

Vediamo la risposta . . .

Caro Cacciari, il senso dei miei interventi a commento di questo articolo è piuttosto ben definito, ed era anche - a dire il vero - già noto ad alcuni frequentatori del sito, così come all'autore del post.

E cioè: in presenza di una menzione del concetto di "economia sociale di mercato" io ci tengo a ricordare che si tratta nè più nè meno dell'ortodossia politico-economica che l'UE si è data, e che è coronata nientemeno che dalla citazione nell'Art. 3 del Trattato dell'Unione Europea, più sopra ricordata. Un altro lettore ha menzionato anche il riferimento fra i Principi ispiratori del Partito Popolare Europeo, a ulteriore complemento della sua origine storica, pur tracciata nel post del Boldrin.

Pertanto avverto che non saranno quattro critiche in croce sulla sua (ir)-realizzazione in Italia che potranno facilmente smuoverne la posizione centrale e il riferimento ideale e filosofico.

Insomma: parlando di ESdM, oggi, io penso alla Merkel - ma anche al suo avversario socialdemocratico Steinbruck -, penso allo Juncker, penso a tutto ciò che si diparte in termini di buona e prudente politica economica centro-europea e scandinava. Perchè dovrei pensare alle malversazioni di politici e boiardi democristiani e socialisti italiani e ai loro seguaci nella Seconda Repubblica?
Penso piuttosto al margine di miglioramento che si spalanca di fronte al nostro pur negligente Paesello Mediterraneo, se si mettono le mani dove si devono mettere, anzichè pensare di smontarne i princìpi.

Spero di averLe chiarito ulteriormente il mio pensiero.

RR

Finalmente un economista che distingue liberalismo da laissez faire.

"Un mercato è un sistema giuridico. In assenza del quale, l'unica economia possibile è la rapina di strada".

Il principio liberale che il mercato debba essere difeso anche (ma non solo) dalla prepotenza pubblica, mi sembra così elementare e condivisibile che suona stranissimo che possa generare tante opinioni contrarie.

Comunque, per venire alla critica, non sono tanto sicuro che siamo così fortunati per il fatto che la ns. politica monetaria sia decisa a Francoforte. Per due ragioni:

1] Francoforte ha già fatto due errori macroscopici:

- una prima stretta monetaria mentre l'economia era in espansione (per salvaguardare il valore degli interessi bancari dall'inflazione);

- un successivo rilascio eccessivo dei cordoni, nei confronti delle sole banche, a "buoi già scappati" (per evitare il fallimento degli stati più debitori, e quindi la rovina delle banche stesse).

Sostanzialmente, una miope politica negli interessi degli azionisti della banca europea, per confermare che il noto detto sui capitalisti (i peggior nemici del capitalismo) può essere trasferito ai banchieri (ed alla poiltica monetaria).

2] Perché la politica monetaria è vitale per uno stato. Perché "money matters". E perché in nessun caso è conveniente ad uno Stato indebitarsi. L'idea era che, per paura degli interessi, lo Stato avrebbe speso meno. Mi chiedo chi abbia avuto questa idea così brillante. Spero almeno che chi ritengo veramente brillante (il prof. Boldrin) non la condivida.

La soluzione è un'altra. E come al solito, è Costituzionale.

Basterebbe copiare la Costituzione Svizzera che definisce lì i confini delle proprie politiche monetarie.

Veramente, anche noi li avremmo questi confini (art. 81). Ma purtroppo la nostra è una costituzione incompleta, che non difende se stessa, e quindi non serve a nulla.

Caro Guido,
potresti spiegare come vengono definiti i confini delle politiche monetarie nella costituzione svizzera?
grazie!

m.

un non problema

fabio 28/1/2013 - 11:35

Allora quello che cita lei è solo l'inizio dell'Economia Sociale di Mercato dopo la Seconda Guerra Mondiale...Ma ha origini più antiche: Negli anni 30 con la Scuola di Friburgo. E la stessa scuola di Friburgo ha delle differenze con l'ESdM:

 

"In a very brief – and, accordingly, somewhat simplifying – manner, and in anticipating some arguments that will be more fully explained later, the difference between the ordo-liberalism of the Freiburg School and Müller-Armack’s concept of the social market economy can be described as follows. For the Freiburg School the market order, as a non-discriminating,  privilige-free order of competition, is in and by itself an  ethical order. As fas as the need for “social insurance” is concerned, the Freiburg ordo-liberals recognized that the competitive market order can be, and should be, combined with a system of minimal income guarantees for those who are, temporarily or permanently, unable to earn a living by providing saleable services in the market. They insisted, though, that such social insurance provisions must be of a nondiscriminating, privilege-free nature, and must not be provided in ways – e.g. in the form of  subsidies or other privileges granted to particular industries – that corrupt the fundamental ethical principle of the market order, namely its privilege-free nature. Müller-Armack, by contrast, regards the market order as an economically most efficient order, but not as one that has inherent ethical qualities. It is a “technical instrument” that can be used by society to produce wealth, but it does not make itself for a “good” society. It has to be made “ethical” by supplementary policies, in particular “social” policies". The important point is that in MüllerArmack’s case, these supplementary “social provisions” that are supposed to make the market economy - beyond its economic efficiency - ethically appealing are not constrained, as they are in for the Freiburg ordoliberals, by the proviso that they must not be in conflict with the privilege-free nature of the rules of the game of the market. – One may well suppose that it is 

not least the lack of this constraint that has allowed for the erosion of market principles that has taken place in Germany during the last half century through legislation and jurisdiction, in the name of the “social” market economy, an erosion that has led to recent public calls for a “new” social market economy (“Neue Soziale Marktwirtschaft”)

 

PDF:

https://www.econstor.eu/dspace/bitstream/10419/4343/1/04_11bw.pdf

 

Diciamo che, semplificando, potrebbe essere visto il tutto come un'autostrada:

 

- ci devono essere dei caselli (tasse)

- non ci devono essere delle buche (il traffico deve scorrere; non ci deve essere delle cose che limitino l'azione delle imprese)

- non tutte le macchine hanno lo stesso pedaggio

- ci sono i guard rail per delimitare il percorso delle macchine e per renderlo più sicuro (politiche sociali)

 

da un punto di vista teorico ciò è bello....Tra la teoria e la pratica nasce qualche inghippo

 

Questo da un punto di vista meramente gestionale

 

Cmq queste macchine devono circolare sull'autostrada

 

Perchè circolano male? 

Perchè ogni 100 m c'è una legge che le blocca (leggi astruse e complicate...e alle volte anche non applicate o mal applicate)

Perchè le tasse sono alte 

etc

 

Perchè le aziende hanno problemi di entrare in autostrada e viaggiare bene senza creare ostacolo alle altre aziende?

Perchè alle volte loro stesse non possono circolare alle volte perchè ostacolate da un sistema organizzativo diciamo piuttosto scadente

 

E qua mi riconduco ad un articolo di Henry Mintzberg su HuffPost

http://www.huffingtonpost.com/henry-mintzberg/the-problem-is-enterprise_...

 

Insomma è tutto da prendere come un orologio che ha 3 meccanismi fondamentali inceppati (che dovrebbero mettere in moto il sistema):

 

1. lo stato (=autostrada);

2. confindustria (che non rende armonico il discorso tra imprese, sindacati e stato) [=autostrade italiane];

3. l'azienda stessa.

 

Poi per quanto riguarda il problema "culturale":

 

http://cltmallongerland.wordpress.com/2012/02/11/can-do-vs-klarheit-the-...

 

Il problema è che nell'articolo Lei è come se esprimesse il concetto del "Can Do" (quindi molto americano)

 

Prima del "Can Do" ci deve essere la "Klarheit"

Prima di Agire bisogna Sapersi Organizzare

 

Quindi è un problema Gestionale-Organizzativo: insomma rendere più omogeneo il sistema Italia...Capire insomma in quale dei tre punti l'orologio smette a funzionare.

Quindi ciascuno dei tre è chiamato a sistemare gli ingranaggi in modo che l'orologio continui a funzionare....

 

Insomma passare dal WHAT al HOW....Quindi non che cosa liberalizzarlo...Ma come liberalizzarlo

 

P.S: E' solo una questione di Connect the Dots trai tre attori principali con una dose di Klarheit....dopo tutto è un mondo globalizzato: italo-anglo-tedesco

mi è piaciuta, la questione però, almeno a quanto pare in Italia, è che nessuno dei tre componenti è disposto a mettersi in discussione e modificare i suoi comportamenti e temo che finchè non si risolverà questo punto non ne verremo fuori.

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