Il Liberalismo non ha vinto, il Socialismo ha perso. O no?

4 novembre 2016 giorgio arfaras

Si ha chi sostiene che, essendo venuta meno la grande cultura liberale, non si ha più una classe dirigente attrezzata per spingere il Progresso. Siamo, in altre parole, in un mondo in cui ha perso il Socialismo, ma dove non ha vinto il Liberalismo. Provo a sostenere delle tesi che vanno in una direzione diversa.

1 - La vittoria liberale c'è ed è popolare

Per secoli l'economia era cresciuta poco o niente e si viveva per una quarantina di anni. Di colpo - nel giro di due secoli e mezzo - tutto cambia. L'economia italiana, per esempio, si è moltiplicata – pro capite e in termini reali – di dieci volte e si vive il doppio degli anni. Le relazioni tradizionali, per usare un'espressione di Karl Marx, evaporano. I contadini smettono di togliersi il cappello al passaggio del signore in carrozza, per usare un'espressione di un altro tedesco, Thomas Mann. Una volta viaggiavano i ricchi e gli emigranti – questi ultimi solo con il biglietto di andata. Una volta gli aristocratici si imparentavano al di là dei confini e sapevano le lingue, mentre gli altri potevano al massimo aspirare a conoscere qualcuno che abitasse non troppo vicino, e così apprendere un secondo dialetto. Oggi quasi tutti viaggiano e quasi tutti cominciano a parlare una seconda lingua.

Siamo in piena società “aperta”, che i colti chiamano col nome greco di Cosmos. Cade così - con lo sviluppo che favorisce il sorgere dell'individuo - il controllo culturale e politico delle parrocchie, dei sindacati, e dei partiti. Il mondo è diventato liquido ed individualista. Alcuni provano ancora attrazione per la società “chiusa”, che i colti chiamano col nome greco di Taxis. Le caratteristiche delle società chiuse – l'esempio è Sparta che si contrappone ad Atene – sono: 1) la sacralizzazione della tradizione – il Passato è la guida; 2) l'isolamento culturale – non contaminiamoci con altri; 3) l'autarchia – fin che puoi consuma quanto produci tu; 4) il misoneismo - l'odio per il nuovo. La vittoria liberale consiste nell'affermazione (incompleta) della società aperta, e quindi nella sconfitta (incompleta) di quella chiusa. 

Abbiamo a che fare con “lo sviluppo dell'eguaglianza delle condizioni”. Si avevano e si hanno l'eguaglianza davanti a Dio e davanti alla legge. Queste eguaglianze non toccano però le ineguaglianze degli individui concreti. Questi ultimi non possono cercare la propria personale felicità sulla base delle succitate eguaglianze. E l'avanzare dell'immaginazione democratica ha generato l'uomo democratico, che si esprime – nella ricerca della propria felicità - con disinvoltura e sciatteria. S'ammassa vociante negli aeroporti. La cultura signorile ne ha perciò orrore. Come diceva Dante: “La gente nuova e i sùbiti guadagni/Orgoglio a dismisura han generato”.

2 – Egoisti ed Altruisti

Il liberalismo si è affermato come società aperta, laddove dilagano gli individui alla ricerca della propria felicità. Bene quindi, ma resta il dubbio che potrebbe essere governata meglio.

Si ha la tesi di Adam Smith che afferma che ciascuno, facendo il proprio interesse, agisce in-intenzionalmente nella direzione dell’interesse di tutti: I “vizi privati come pubbliche virtù”. Il macellaio venderà la carne con la miglior combinazione di qualità e prezzo per attirare clientela, ma, così facendo, obbligherà gli altri macellai, che non vogliono perdere la propria clientela, a vendere la carne con la migliore combinazione di qualità e prezzo. I comportamenti dei macellai singolarmente presi sono egoistici, ma l’insieme di questi comportamenti alza il benessere dei consumatori. Sviluppando ulteriormente il concetto dell’interesse individuale, si può arrivare – ma sono stati necessari più di cento anni - a mostrare come – con prezzi e salari flessibili e conoscenza simmetrica – si abbia l’equilibrio (economico generale), un luogo (logico) dove tutti sono soddisfatti.

Se i comportamenti volti a soddisfare gli interessi individuali sono virtuosi nei Mercati, lo sono anche in Politica? Se i politici si comportassero “da macellai”, ossia se tentassero di attrarre i voti con una migliore combinazione di effetti di buone politiche (una buona legislazione) al minor prezzo possibile (le imposte volte a finanziare la buona legislazione), avremmo, di nuovo, il “benessere degli elettori”, proprio come abbiamo avuto quello “dei consumatori”? Se assumiamo che tutti conoscano la migliore combinazione legislativa (se condividono lo stesso modello), e se la Politica la offre, ecco che verrà prima votata dagli elettori razionali e poi messa in opera.

Qui abbiamo un problema. Mentre ciascun macellaio conosce le circostanze di tempo e di luogo in cui opera, e questo è sufficiente per il suo ben operare, nel caso del voto, nessuno conosce tutte le circostanze di tempo e di luogo, e dunque non può avere in mente un modello generale valido. Altrimenti detto, ciascuno conosce le proprie circostanze, ma non conosce quelle degli altri. Affinché tutto funzioni, è perciò necessario (in linea logica) che il modello generale valido sia offerto da qualcuno che, assente ogni interesse personale, lo pensi e lo attui.

Abbiamo in questa rappresentazione un mondo non simmetrico. Mentre gli individui che operano nei Mercati sono egoisti, quelli che operano in Politica sono altruisti. Da dove mai verrebbero fuori (questi sofoi liberali) è il dubbio.

3 – Oggi si devono vincere le elezioni

Il liberalismo si è affermato come società aperta, laddove dilagano gli individui alla ricerca della propria felicità. Resta il dubbio che potrebbe essere governata meglio, se solo si avesse una classe dirigente liberale all'altezza. Poniamo di averla, questa comunque dovrebbe vincere le elezioni, promettendo un minor intervento dello Stato.

La spesa pubblica ha la tendenza a crescere, perché è il luogo della ricerca del consenso. Sono tutte cose che si sanno da quando Joseph Schumpeter scrisse “Socialismo, Capitalismo, Democrazia”, dove si mostra che i politici cercano i voti per farsi eleggere, proprio come gli imprenditori cercano il fatturato, e da quando Mancur Olson scrisse “La logica dell'azione collettiva”, dove si mostra che i gruppi organizzati (meglio se piccoli) si impongono su quelli che non lo sono.

Sono evidenti i limiti di una politica strettamente liberale. Essa impedisce ai Sacerdoti (ai politici) di guidare il Popolo (i propri elettori) verso la Terra del latte e del miele (lo stato sociale che diffonde il benessere senza un costo apparente). I politici liberali possono promettere poco. Se, infatti, tagliano le spese in molti saranno scontenti. Dovrebbero vincere le elezioni promettendo poco.

Articolo pubblicato su: http://www.centroeinaudi.it/agenda-liberale/articoli/4554-il-liberalismo-che-non-ha-perso-e-i-limiti-di-una-politica-strettamente-liberale.html

20 commenti (espandi tutti)

2 commenti

Rick 4/11/2016 - 10:38

Due punti che non condivido nell'articolo.

(1)

"Se assumiamo che tutti conoscano la migliore combinazione legislativa (se condividono lo stesso modello), e se la Politica la offre, ecco che verrà prima votata dagli elettori razionali e poi messa in opera."

A meno di non immaginare che le scelte degli individui siano limitate ad una sola dimensione e le preferenze degli individui abbiano determinate caratteristiche, è impossibile essere certi di poter arrivare ad una decisione tramite un processo democratico (Arrow, Impossibility Theorem). In altri termini, questa è la ragione teorica del perchè Grillo è un enorme pericolo per la democrazia italiana (una democrazia incapace di decidere porta dritta alla dittatura, vedi Weimar, e queste sono considerazioni che un economista dovrebbe fare prima di tracciare la sua brava croce nell'urna il mese prossimo).

 

(2)

Il miglioramento delle condizioni di vita ha generato la società aperta. O questo o semplice correlazione, l'inversione del rapporto di casualità è impossibile perchè prima sono migliorate le condizioni di vita e dopo è arrivata la società aperta descritta nell'articolo. E tale miglioramento delle condizioni di vita è infatti avvenuto principalmente nel secondo dopoguerra (tra il 195o e il 1970) in una economia mista di mercato e con tutte le sovrastrutture (partiti, sindacati, chiesa) che l'autore sembra disprezzare. E non si tratta di una eccezione italiana perchè è andata così più o meno in tutta Europa. Spero non consideriamo la prima industrializzazione britannica come un miglioramento delle condizioni di vita....

Articolo interessante, ma in questo tema si possono fare anche considerazioni diverse, che azzardo a proporre.
Il modello "liberale" (borghese), che la civiltà occidentale ha massificato e globalizzato e che qui si glorifica, non è esente da limiti e contraddizioni. Ce ne sono molte, ma la principale riguarda la sua sostenibilità.
Non è un mistero per nessuno che la civiltà occidentale si sta estinguendo, e se ne è dibattuto anche in questo forum, e proprio Lei in un precedente articolo (che si rifaceva a Luca Ricolfi) per cercare le cause del fenomeno parlava di "società signorile di massa".
Ma quel "signorile" era un riferimento ambiguo, se me lo concede oso scrivere sbagliato: Ricolfi avrebbe dovuto usare l'aggettivo "borghese".

Se l'estinzione non è un esito desiderabile, e mi pare che non lo sia,  allora noi borghesi dobbiamo disporci anche a fare un po' di autocritica.
Cercando di identificare le cause, e riassumendo, dico che secondo me ci estinguiamo per effetto convergente di due ragioni principali.

Una è quella identificata da Ivan Illich già nel 1971, "Descolarizzare la Società": l'aver voluto massificare la formazione borghese, senza tener conto del fatto che è un modello di elìte, e non è sostenibile.
Questo è stato un tragico errore, avvenuto progressivamente in tutto l'occidente lungo l'intero dopoguerra per tramite della TV, dell'obbligo scolastico e dell'istruzione di massa, culminato con l'università "per tutti" del '68.
Si tratta della causa materiale.
Come il bugiardo che racconta così tante volte la stessa menzogna che finisce per crederci, noi ci siamo raccontati che l'istruzione è un mezzo di produzione della ricchezza, mentre in realtà è un mezzo di giustificazione della stessa.
Ci siamo illusi quindi che bastasse dare istruzione a tutti, per essere tutti ricchi.
Siamo caduti, noi borghesi stessi, nella trappola della finzione borghese.
Il risultato siamo noi 40-enni di inizio millennio: generazione di troppo colti, sovra-istruiti quanto inutili soggetti, che rifiutano lavori popolari perché ambiscono a essere quello che non potranno mai essere; e non fanno figli perché terrorizzati dalla prospettiva di un ulteriore declassamento. Magari dando la colpa gli uomini alle "donne" e le donne agli "uomini" in un ridicolo bisticcio dei generi degno dei capponi di Renzo. 

L'altra causa è quella che lo stesso Illich identifica ne "La Convivialità" del 1973, e che è più attinente al suo articolo: la civiltà borghese ha abbandonato (e tradito) la "comunità" per concentrarsi solo su l' "individuo".
Ha istituzionalizzato il suo individualismo in modo tanto profondo da essere visibile anche nell'evoluzione dei sistemi giuridici: nella civiltà borghese il comunitario è divenuto un pària.
C'è spazio solo per una destra "illuminata" cioè liberale (borghese) e per una sinistra "moderna", cioè liberal-socialista (borghese).
Questa impostazione è riconoscibile anche in questro suo scritto, che chiama "chiusa" la società comunitaria (non-borghese), con evidente accezione negativa, e "aperta" quella individualista (borghese) con accezione solo positiva; contrapponendo Cosmos e Taxis, Sparta e Atene, in modo non proprio indiscutibile (ché lo spirito greco non era simile punto allo spirito borghese, pure nel tipo ateniese: lo spirito greco era comunitario).

E del comunitario, quindi, che cosa facciamo? Non c'è posto per lui, è un arretrato, un ignorante, un troglodita, una scimmia.
Deve essere spazzato via, scomparire dalla faccia della terra.
In un precedente scambio di opinioni, Lei mi diceva di voler andare a rileggere "Noi, i moderni" di Alain Filkielkraut. Bene, se lo ha fatto la rimando a Filkielkraut, che riconosce questo punto con grande precisione, come prima di lui Raymond Boudon.
Il problema sta nel fatto che l'individualismo borghese è insostenibile tanto quanto il resto del modello: della comunità, e della protezione che offre, si può fare a meno solo se si è RICCHI.
Questo è un vulnus presente ab-origine nella Modernità, ma i suoi scompensi si manifestano solo quando il sentimento individualista diventa di massa e la comunità si dissolve. Cioè ora.
La comunità è (era) tenuta insieme da un insieme di Valori che nell'universo individualista perdono completamente di significato: i doveri a fine collettivo, che possono essere contrari all'interesse dell'individuo, anzi sono tanto più nobili quanto più sono contro l'interesse del soggetto.
Tra questi, i due maggiori sono il procreare ed il combattere.
E basta osservare i riti e le iconografie con cui sempre le comunità hanno prima codificato e istituzionalizzato, e poi celebrato e glorificato queste attività, per rendersene conto.
Nella civiltà occidentale borghese l'individualismo ha raggiunto la dimensione in cui diventa autodistruttivo. Sempre meno donne hanno voglia di fare figli, come sempre meno uomini ne hanno di combattere. E ci estinguiamo.

nel quadro delineato dall'Autore e dai commenti che mi precedono. Manca un convitato ingombrante, quello che va sotto il nome di ordo-liberismo e che si dice sia il fondamento delle politiche europee. Un liberismo che non rifugge dall'intervento pubblico per correggere i fallimenti del mercato, legittimando quell'intensa regolazione che ben conosciamo ma il cui rapporto con la società aperta non è chiaro.

Mancano anche il neo-liberismo, l'anarco-capitalismo à la Rothbard, il sogno dell'ordinamento dei privati, in altre parole l'ordine spontaneo di Hayek e di Bruno Leoni. Manca l'idea della cooperazione tra soggetti liberi - che pure era presente in Adam Smith -  ma capaci di avvertire imperativi etici senza i quali quella cooperazione non funziona.  Manca l'insegnamento della moralità che un tempo le chiese sapevano proporre, forse in maniera imperfetta, e che la secolarizzazione non riesce a rimpiazzare.   

...quello che va sotto il nome di ordo-liberismo e che si dice sia il fondamento delle politiche europee. Un liberismo che non rifugge dall'intervento pubblico per correggere i fallimenti del mercato, legittimando quell'intensa regolazione che ben conosciamo ma il cui rapporto con la società aperta non è chiaro.

C'è del vero in quanto lei afferma, ma ultimamente la teoria economica sembra tesa a ricomprendere molti "interventi per correggere i fallimenti del mercato" come caso particolare dell'assegnazione e gestione di diritti di proprietà, una funzione tipica dello stato liberale. Come ben ci ha insegnato il premio Nobel Elinor Ostrom, regolamentazioni anche complesse possono nascere in tale contesto in modo del tutto spontaneo, allo scopo di gestire risorse comuni, la cui "proprietà" non potrebbe essere ricondotta ad altri che alla collettività nel suo complesso.

Mancano anche il neo-liberismo,  l'anarco-capitalismo à la Rothbard, il sogno dell'ordinamento dei privati, in altre parole l'ordine spontaneo di Hayek e di Bruno Leoni.

Nel caso specifico di Rothbard, il fatto che non sia citato nell'articolo lo considero un punto a favore.  La sua idea di anarco-capitalismo appare utopistica, non riesce a proporre un sistema desiderabile di composizione delle controversie (che è una funzione basilare dello stato). A questo proposito credo che meritino più attenzione Friedrich Hayek e Bruno Leoni da lei citati sopra, come anche gli scritti di David Friedman (che, detto per inciso, non attribuisce grande onestà intellettuale a Rothbard).

Manca l'idea della cooperazione tra soggetti liberi - che pure era presente in Adam Smith -  ma capaci di avvertire imperativi etici senza i quali quella cooperazione non funziona.

Questo è uno dei veri difetti dell'articolo, e in parte la critica da lei espressa sembra corrispondere a quella già citata da Nasissimo. Di fatto il motivo per cui la società aperta e liberale sembra prosperare non è perché presupponga individui completamente egoisti, ma al contrario, perché permette all'individuo così com'è, con la sua coesistenza di tratti altruistici e non, di dare il meglio di sé senza proporre una trasformazione utopistica e non realizzabile della natura umana.

Lo stesso Adam Smith è piuttosto chiaro su questo punto, e la stessa espressione "vizi privati, pubbliche virtù" appare estranea a Smith; del resto viene fatta risalire più esattamente all'opera La favola delle api di Bernard Mandeville, che seppur fondata su un pensiero simile a  quello di Smith è anche palesemente satirica.

Manca l'insegnamento della moralità che un tempo le chiese sapevano proporre, forse in maniera imperfetta, e che la secolarizzazione non riesce a rimpiazzare.

A questo proposito sarebbe interessante un confronto con altri paesi europei. Sappiamo bene come la società italiana sia spesso criticata per la sua mancanza di senso civico (un segnale importante di "moralità", in questo contesto) e pur tuttavia non sembra più "laicizzata" di altri paesi, anzi. Forse il nostro problema è proprio aver voluto affidare il mantenimento del nostro capitale sociale alle "chiese", lasciando poco spazio ad altri tipi di istituzioni.

Sia leggendo l'articolo, che i commenti, mi viene il dubbio che nessuno conosca il significato delle parole "socialismo" e "liberalismo", a cui peraltro è inapplicabile l'aggettivo "liberale".
Per una definizione, nonché una misurazione quantitativa nelle diverse istituzioni politiche, suggerisco il mio articolo,  pubblicato sia sul sito Von Mises Italia:

 http://vonmises.it/2016/10/26/classificazione-delle-istituzioni-politiche-mediante-un-indice/

che sulla rivista Diogene:

http://www.diogenemagazine.it/economiapolitica/attualita/382-classificazione-delle-istituzioni-politiche-mediante-un-indice.html

A questo proposito sarebbe interessante un confronto con altri paesi europei. Sappiamo bene come la società italiana sia spesso criticata per la sua mancanza di senso civico (un segnale importante di "moralità", in questo contesto) e pur tuttavia non sembra più "laicizzata" di altri paesi, anzi. Forse il nostro problema è proprio aver voluto affidare il mantenimento del nostro capitale sociale alle "chiese", lasciando poco spazio ad altri tipi di istituzioni.

Personalmente credo che bisognerebbe andare un po' più a fondo sulle ragioni valoriali date nel corso dei tempi dalle varie religioni (in particolare quella cristiana per l'occidente), cui certamente non si puo' non affiancare la matrice puramente politica, ascrivibile alla filosofia greca di Platone memoria.

Tutte le religioni (a differenza di quanto io possa pensare sulle Rivelazioni!) monoteiste sono state proposte con un fine sociale organizzativo prioritario rispetto a quello trascendente, che, per contro, resta l'essenza delle singole Rivelazioni. Da Abramo a Maometto, passando per Mosé (che ricevette da Yawhech-Dio il primo Decalogo sociale), Geremia, Ezechiele, Zaccaria etc. e, chiaramente Gesu', hanno fornito con la dialettica del tempo in cui sono vissuti, oltre al messaggio divino sulla ragione di vita nell'attesa della resurrezione, valori di fondo su cui costruire la società di riferimento. L'ultima religione rivelata, l'Islam, a causa della particolare matrice culturale cui si è riferita: quella Araba, si è manifestata, a differenza delle altre, anche, se non soprattutto, come imposizione comportamentale ai fini sociali, in osservanza alla Legge di Dio (la Sharia).

Il Cristianesimo, in particolare, partendo da un impulso razionalistico di un teologo musulmano (Averroè) ha aperto la strada, anche se c'è voluto più di un millennio, a nuove forme filosofiche omocentriche (che si sono sostituite al teocentrismo classico giudaico-cristiano), dalle quali le derive intellettive e raziocinanti europee hanno dato origine all'illuminismo che, dopo un altro quasi millennio, ha portato alla società dei diritti.

 Oggigiono, dunque, non assistiamo altro che una massimalizzazione di forme sociali omocentriche che si sono realizzate soprattutto in funzioner del fenomeno della globalizzazione che, a mio giudizio, non puo' essere visto solo come forme di allargamento-integrazione dei mercati , della finanza, monetaria, etc., ma coinvolge necessariamente l'aspetto umano. La migrazione dei popoli è stata da sempre una prerogativa di sopravvivenza dell'essere umano. Oggigionrno, in barba a qualsiasi raziocinante analisi sulle forme di globalizzazione realizzate, il mondo evoluto nega l'evidenza della necessità di aprire (cosi' come la storia sui flussi migratori ci insegna: la differenza tra il ricco e il migrante era che quest'ultimo aveva sono il biglietto di andata!) alla piena accettazione dell'essere umano nel quadro della più ampia cognizione dell'effetto globalizzante dello sviluppo sociale. La causa principale di questo rifiuto è da ricercare nelle forme di democrazia che hanno aperto a sistemi basati sul capitale e sul libero mercato. La conseguenza più evidente di tutto questo ne è stata l'aumento della ricchezza generalizzata (anzi ancora oggi i maggiori produttori di ricchezza sono proprio i "riccchi", ragion per cui lo Stato non accenna minimamente a contenere la spesa pubblica!) con realativa deriva verso forme egocentriche e edonistiche che a loro volta hanno quindi dato origine a quell'ordo-liberismo di cui sopra(luciano-pontiroli) tipicamente europeo.

Se l'Europa sta cercando di correggere i fallimenti del mercato dovuti all'eccesso di omocentrismo liberale verificatosi soprattutto dal dopoguerra a oggi, non è certo la stessa cosa per l'America di Obama e la campagna elettorale della Clinton me ne ha dato conferma. A guardare bene cosa succede negli USA, quel motto adottato da Trump per le presidenziali: "Make America Grait Again", che richiama la politica finanziaria e sociale adottata da Regan nel 1979 per contrastare la stagfrazione allora imperversante con il rilancio di valori sociali allora quasi sopiti, non lascia dubbi sulla strada che spero vivamente l'America vorrà intraprendere.

o antropocentrismo? Vorrei capire il nesso eziologico tra le "forme egocentriche e edonistiche" e l'ordo-liberismo.

Per piacere, non importiamo dall'america questa stupida dicotomia tra liberismo e socialismo. Ne abbiamo gia' abbastanza di bipolarismi fondati su "straw man arguments".

LOL

Guido Cacciari 1/12/2016 - 10:52

per favore, non importiamo dal resto del mondo questa stupida differenza tra il bianco ed il nero. In fondo, non sono sempre i colori della Juventus?

Il fatto che le economie socialiste fossero anche dette "economie pianificate" non fa venire neanche in mente per un secondo che forse liberalismo e socialismo sono LEGGERMENTE antitetici?

Se poi vogliamo parlare di come una società liberale possa tutelare i diritti dei "più deboli" (o meglio: offrire pari opportunità a tutti) e quindi possa essere funzionale a ottenere degli obiettivi cari a molti socialisti, ok.  Ma ricordo in caso che i socialisti possono essere MOLTO conservatori, a loro modo, e comunque non era questo il punto (mi pare).

Non siamo piu' nel 1800. Viviamo in un mondo in cui la corrente cosiddetta liberale piu' popolare e' contro la globalizzazione e per la restrizione delle liberta' individuali; mentre la corrente cosiddetta socialista e' a favore dei mercati internazionali e dei diritti umani.

E' inutile usare concetti vecchi di cent'anni facendo finta che siano ancora attuali. Si crea solo confusione e false dicotomie. Il socialismo liberale di oggi e' quello in cui i diritti sociali esistono e stanno sullo stesso piano dei diritti individuali, non sopra.

confusione

Guido Cacciari 30/11/2016 - 11:57

Lei confonde la terminologia utilizzata da uomini politici, o quella per identificare dei partiti, con quella della filosofia politica.
L'aggettivo "liberale", ad esempio, raramente è associabile al liberalismo.
Le esternazioni dell'homo politicus, per sua intima natura, sono intrisi di inconsapevole ignoranza e voluta involuzione.  Espressioni come "socialismo liberale" hanno lo stesso significato di un rutto prolungato.
Se invece apriamo una rivista di filosofia politica, riprendiamo contatto con l'uso corretto della terminologia e con la storia del pensiero.

"Il macellaio venderà la carne con la miglior combinazione di qualità e prezzo per attirare clientela, ma, così facendo, obbligherà gli altri macellai, che non vogliono perdere la propria clientela, a vendere la carne con la migliore combinazione di qualità e prezzo. I comportamenti dei macellai singolarmente presi sono egoistici, ma l’insieme di questi comportamenti alza il benessere dei consumatori."

Mi riprometto di leggere l'articolo più volte perchè denso di significati ma questa storiella, semplicemente, è una favola per bambini.
Il macellaio vende carne al PREZZO più alto possibile perchè questo è il suo unico interesse, il vincolo è che l'acquirente sia in grado di pagare.
La concorrenza si baserà sul prezzo perchè la qualità (qualsiasi cosa significhi) è una valutazione strettamente personale, non misurabile, infilatasi nella Storia per renderla edificante.
100000 macellai, perseguendo il loro esclusivo interesse, venderanno carne gonfiata di ormoni, daranno carne da mangiare agli erbivori and so on.
100000 costruttori di automobili perseguono il loro esclusivo interesse usando una tecnologia vecchia di cento anni, inquinante ed inefficiente.
100000 rivenditori di acqua glorificano la presenza di qualche milligrammo di sodio in più o in meno, il loro esclusivo interesse è dare un prezzo a qualcosa che non ha valore.
100000 produttori di software lavorano su macchine milioni di volte più potenti che sono due volte più volte più lente nel fare le stesse cose di vent'anni fa.
100000 produttori di caffè cercano disperatamente di sostituire la caffettiera (una semplicissima caldaia) con macchine elettroniche complesse e costose per vendere la stessa merce ad un prezzo più alto.
Questo libero mercato non ha mai mantenuto una sola promessa se non per "unintended consequence" eppure tutti gli vogliono un gran bene.
E' un mistero.
Saluti

P.S.
Gli esseri umani vivono più a lungo per i progessi della medicina, non grazie ad un sistema sociale piuttosto che l'altro.
Prima della penicillina gli aristocratici crepavano come tutti gli altri, pur potendo pagare un medico.

anvedi

dragonfly 6/11/2016 - 17:00

Gli esseri umani vivono più a lungo per i progessi della medicina, non grazie ad un sistema sociale piuttosto che l'altro.

questa me la segno perchè molto utile nelle discussioni su come va il mondo.

normalmente quando l'argomento del contendere sono i progressi della medicina, gli apocalittici che vogliono privare gli influenzati del piacere dell'aspirina dicono (anzi recitano con tono grave) esattamente l'opposto: " oggi si vive in salute per le migliorate condizioni igienico sanitarie prodotte dal benenessere, non certo per merito dei veleni di big-pharma!"

con uso di queste due sole affermazioni, badando a non  usarle ccontemporaneamente, il gentiluomo moderno può passare per uno che la sa lunga in qualunque capannello sul crescentone di piazza maggiore. al bar otello no, lì gli argomenti sono tecnici e l'ignoranza non è ammessa.

meriterebbe un like per il fine umorismo che lo caratterizza.

Costui

michele boldrin 7/11/2016 - 06:46

e' oramai un'istituzione irrinunciabile.

Celato dietro al suo patetico anonimato ci conferma ogni volta il perche' del medesimo: la vergogna che mamma proverebbe ad aver partorito e cresciuto un idiota di tal fatta.

Prof, qui in corridoio, Le chiedo se avete pensato ad un post sulla stagione obamiana, dall'economia (manco a dirlo) alla politica internazionale. . .

E i progressi della medicina ovviamente vivono nell'iperuranio, e nulla hanno a che vedere con il contesto socio-economico in cui avvengono. Per capirci, se Pasteur fosse vissuto nel 1600 avrebbe scoperto tale e quale la pastorizzazione. Ok.

medioevo

bonghi 27/11/2016 - 17:39

ni chiedo spesso se il medioevo , quello della morte a 40 anni cui l'articolo fa riferimento , avesse un economia liberale o meno , c'e' qualcuno che sa rispondermi motivando brevemente la rispoasta , che io nella mia ignoranza penso fosse liberale

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