Occupazione e ricambio intergenerazionale

24 maggio 2013 andrea moro

Pre-pensionare o sotto-occupare gli anziani serve a far trovare lavoro ai giovani? Una delle tante favole vetero-sindacaliste che molti amano raccontare al popolo direbbe di sì. Questa linea di pensiero sembra essere fatta propria dal governo Letta, che propone una "staffetta intergenerazionale" che incentivi minore occupazione degli anziani in cambio di maggiore occupazione giovanile. Le cose non stanno così. Tito Boeri e Vincenzo Galasso su lavoce.info hanno provato a smentire la tesi delle virtù benefiche della ''staffetta'' mostrando che non esiste correlazione fra occupazione adulta e disoccupazione giovanile fra diversi stati. La questione è stata oggetto di dibattito fra il segretario FIOM Landini e il nostro Michele anche ieri ad Otto e Mezzo. In questo post aggiungo ulteriori elementi di analisi guardando alla correlazione tra tasso di occupazione dei giovani e degli anziani.

La logica della favola è quella, solita, del modello superfisso: esiste un numero dato di posti di lavori disponibili, per cui se vuoi far lavorare i giovani, devi toglierli agli anziani. Fine della storia. Una versione leggermente più sofisticata della stessa favola è che i giovani sono belli, pimpanti e produttivi, mentre gli anziani sono stanchi e hanno in mente la pensione e i nipotini. Nello scambio dunque, il paese guadagnerebbe in produttività. Questo ragionamento, pur essendo leggermente più intelligente, ignora intanto che i giovani mancano di esperienza, e bisognerebbe dunque andare a misurare quanto la minore esperienza dei giovani conti rispetto alla maggiore stanchezza degli anziani. Ma il problema principale è che i pensionati vanno mantenuti con i soldi dei giovani, e che pensionare più gente significa aumentare le tasse per i lavoratori, che di conseguenza hanno meno incentivi per lavorare, e per chi fa impresa, con meno incentivi per creare posti di lavoro. 

Teoria a parte, Boeri e Galasso mostrano bene come non vi sia alcuna correlazione fra tasso di attività delle persone da 55 a 64 anni di età e disoccupazione giovanile (15-24 anni). La loro analisi ha generato un piccolo tarlo nel mio cervelletto, e ho voluto andare a guardare anche al rapporto fra i tassi di occupazione giovanile, anziché solo a quelli di disoccupazione. Spero in questo modo di fornire qualche dato in più rispetto alla interessante analisi di Tito e Vincenzo, che hanno anche scritto qualche anno fa un bel libro sul tema del conflitto intergenerazionale. Il motivo principale per cui preferisco guardare al tasso di occupazione è che il tasso di disoccupazione è per sua natura una variabile ciclica, fortemente influenzata dall'andamento congiunturale dell'economia (è definito come il rapporto fra persone che stanno cercando lavoro sul totale delle persone attive  - è cioé di quelle che hanno o stanno cercando lavoro). Chi non cerca lavoro e non lavora, non rientra nel computo del tasso di disoccupazione, mentre qui l'idea è che pensionando o facendo lavorare meno gli anziani si creano opportunità di lavoro e di crescita. Preferisco dunque guardare a una variabile che meglio indichi il trend economico con una frequenza più lunga, e per questo il tasso di occupazione, che misura il rapporto fra occupati e popolazione credo sia una variabile più adeguata. 

Ho scaricato i dati dei tassi di occupazione delle persone in età pre-pensionamento (55-64), che chiamerò "tasso di occupazione adulta" per evitare di tacciare come anziani persone la cui età è sempre piu vicina alla mia, e dei tassi di occupazione giovanile (15-24). La seguente figura (cliccare per ingrandirla) mostra il rapporto fra le due variabili in un anno pre-crisi, per i soli maschi.

Il tasso di occupazione giovanlie è positivamente correlato al tasso di occupazione degli anziani 
(cliccare la figura per ingrandire)

La pendenza della retta (un fit lineare) è 0,74, e cioé in media (senza pretendere di stabilire nessun rapporto di causalità) per ogni punto percentuale di aumento di occupazione adulta, l'occupazione giovanile è maggiore di ben 0,74 punti! Se dovessimo credere al modello superfisso, il rapporto dovrebbe essere negativo e vicino a -1 (uguale a -1 se i due segmenti di popolazione avessero la stessa dimensione). La stessa retta calcolata usando i tassi di occupazione femminile ha una pendenza di 0.64. 

La figura dice già tutto. Per i più curiosi, ho preso tutti gli anni disponibili (dal 1992 al 2012) e tutti i 35 stati. Una regressione semplice del tasso di occupazione giovanile sul tasso di occupazione adulta fornisce un bel coefficiente di 0.61 (errore standard 0.03). Per tener conto delle ovvie differenze ho calcolato una regressione con fixed effects per anno, stato e genere. Il coefficiente si riduce a 0.28, ma rimane comunque alto e significativamente positivo. Anche in questo caso, nessuna pretesa di determinare un effetto causale, ma la correlazione esiste e non è piccola: paesi, e anni con maggiore occupazione adulta hanno anche maggiore occupazione giovanile, non meno!

Un'ultima considerazione sulla "staffetta generazionale" proposta da Letta. Non è ancora chiaro in cosa questa consista, ma pare si voglia creare la possibilità, per gli anziani, di lavorare meno ore per creare occupazione giovanile, magari fornendo qualche incentivo all'anziano e qualche sgravio fiscale all'assunzione del giovane. Tralasciando per un momento il discorso degli incentivi, non c'è ovviamente niente di male a permettere, a chi vuole, di lavorare meno ore la settimana, compatibilmente con le esigenze logistiche della propria azienda. L'assurdità della proposta dunque è che questo non sia già possibile o facilmente attuabile, non solo per gli anziani, ma per chiunque lo voglia. Vuole dunque Letta eliminare vincoli all'assunzione part-time di adulti, anziani, giovani, donne, uomini, transessuali? Ben venga! Il problema che la figura evidenzia in modo palese per chi volesse prendersi una lente di ingrandimento e cercare il pallino corrispondente al paese "Italy" non è (solo) l'occupazione giovanile, ma l'occupazione in tutti i settori demografici. Se opportunità di lavoro part-time sono desiderabili da qualcuno ma non possibili per vincoli burocratici e altri tipi di lacci e lacciuoli, quello la legge ed il governo dovrebbero eliminare, e non solo per gli anziani. 

26 commenti (espandi tutti)

Andrea, come dicevi giustamente si tratta solo di correlazioni. Però....se usi ad esempio i dati EU-LFP trovi una correlazione positiva (e significativa al 5%) tra gli exit rate dei lavoratori di età 55-64 ed i tassi di disoccupazione dei giovani (21-30). La correlazione è ancora più forte se guardi solo ai lavoratori low educated. Eppure secondo molti la sostituibilità più forte dovrebbe essere proprio tra lavoratori low skilled anziani e giovani, ed invece nei dati non c'è. Anzi, c'è il contrario.

correlazione

paolo b 25/5/2013 - 00:03

La correlazione e' senza dubbio positiva, ma potrebbe anche esserlo semplicemente perche' c'e' una doppia correlazione da un lato tra occupazione giovanile e occupazione in generale, e dall'altro tra occupazione adulta e occupazione in generale.

La domanda da porsi mi sembrerebbe piuttosto questa: diminuendo l'occupazione adulta, il pallino dell'Italia si avvicinerebbe alla Francia o all'Ungheria?

Non so dare una risposta, non e' il mio lavoro. :)

In fondo, l'articolo sembra suggerire che maggiore è l'occupazione in generale, maggiore è per tutte le categorie.

Il che significa, ancor più in generale, che:

- se lo stato danneggia l'equilibrio del mercato del lavoro con incentivi o disincentivi,

- e danneggia le contabilità delle imprese per finanziare la redistribuzione reddituale,

danneggia il sistema economico e quindi quello occupazionale.

Tra i maggiori sostenitori del modello superfisso ci sono i sindacati, e forse mi spiego anche da dove venga il loro calcolo sbagliato (al di là del fatto che il modello superfisso sembra semplice, lineare e chiaro, e quindi è facile aggrapparvisi).

Nel mio settore, la scuola, il modello superfisso funziona (almeno nello Stato): l'aumento o la diminuzione dei posti di lavoro non è legato ad investimenti o alla disponibilità di ricchezza da parte dei consumatori. Ci possono essere variazioni nel numero di studenti, ma il sistema in sé è stabile e non mira alla crescita: si entra solo se si liberano dei posti. E credo che tutto sommato sia lo stesso nel resto del comparto statale.

Si consideri quanto sono attivi i sindacati nell'amministrazione statali, si aggiungano quei posti di lavoro sì privati ma fuori mercato e quindi non legati ad esigenze di produzione della ricchezza (penso al caso doloroso delle miniere sarde, in cui il numero dei lavoratori non è in funzione dell'utilità delle miniere -antieconomiche- ma di quanti lo Stato riesce a sussidiarne) e forse si spiega come mai i sindacati facciano così facilmente i conti un tanto al chilo.

Avevo in mente la stessa obiezione (nel settore pubblico i posti sono effettivamente "fissi", entro certi limiti), ma resta il punto che mandando in pensione i "diversamente giovani" :-) le loro pensioni si continuano a pagare con i contributi versati dagli occupati attuali, dato che il sistema contributivo non è a pieno regime (e anche lo fosse, se non si accetta una pensione più bassa, qualcuno deve integrare la parte mancante non versata dal neo-pensionato-in-anticipo)
Lasciamo perdere i conti dei sindacati... come ha ammesso candidamento Landini nella puntata di 8 e mezzo lui non si occupa di far tornare i conti!
Infine mi si passi un OT. Secondo me Boldrin ha commesso due auto-gol clamorosi in quella trasmissione dove, per il resto, ha fatto praticamente tacere Landini per mancanza di argomenti. Il primo è quando ha detto che la "precarietà è bella". E' un'affermazione che fa il paio con quella memorabile di Padoa-Schioppa sulla bellezza delle tasse che fu tanto deprecata anche qui. Il secondo auto-gol è quando ha accusato Landini di non avere mai "lavorato" (intendendo un lavoro diverso da quello di sindacalista) vantandosi (Boldrin) di aver lavorato in fabbrica. Mi è parsa una caduta di stile oltre che un'accusa ingiusta e falsa verso Landini che pure non mi sta simpatico per nulla.

Concordo con la considerazione su Boldrin, che peraltro fu critico anche con Monti su quella questione del posto fisso. Provando a difendere in parte Boldrin, mi sentirei di dire che troppo spesso si sente la stessa presunzione di molti che parlano senza conoscere e proponendo sciocchezze e assurdità senza capo né coda (vedi Landini e sindacati in generale). Perlomeno Boldrin sa di cosa sta parlando, anche se con fare probabilmente un po' troppo avventato.

Oltre ai due particolari autogol rilevati da Renzo Carriero, Boldrin in generale continua ad adottare uno stile di comunicazione sbagliato e controproducente in queste sue apparizioni mediatiche. Polemizza con l'avversario come se volesse convincerlo dei suoi errori. Lo fa anche intervenendo con commenti e obiezioni mentre l'altro parla. In questo modo induce l'avversario a fare lo stesso. Ne conseguono battibecchi e sovrapposizioni di voce. Risultato: Boldrin ha meno spazio per rivolgere il suo discorso al pubblico a casa, che dovrebbe essere invece l'unico suo obiettivo.  

Consiglio: evitare battute polemiche, astenersi dal commentare durante i turni di parola dell'altro, non preoccuparsi di replicare all'altro correggendo i suoi errori. Rivolgere invece il discorso al pubblico a casa, quasi ignorando l'avversario e i suoi marchiani errori. Se davvero indispensabile, correggerli nel modo più pacato e rispettoso possibile, in modo che l'altro non sia indotto a replicare. Sarà poi il pubblico a confrontare la validità delle rispettive posizioni e argomentazioni.

Insomma, quanto meno polemizzi con l'avversario, tanto più spazio hai per mostrare la forza della tua posizione e persuadere i milioni di persone che ti ascoltano e guardano. Fra l'altro, polemizzare con l'avversario è un modo per dargli un'importanza che non sempre merita. Al riguardo, ricordo un terribile autogol con la Dandini, quando Boldrin per giustificare una sua battuta polemica "lei è confusa COME AL SOLITO", alla replica della Dandini ("Ma se è la prima volta che ci parliamo", cito a memoria) rimediò penosamente dicendo che l'aveva ascoltata varie volte in TV. Qui l'autogol è l'immagine che Boldrin dà di se stesso: non solo guarda le trasmissioni della Dandini, ma addirittura si prende la briga di notare e ricordare ciò che lei dice.

Sbagliare è inevitabile per un principiante della comunicazione mediatica e politica (io farei molto peggio). Però un leader politico come Boldrin deve impegnarsi a superare questi errori, che hanno conseguenze negative enormi, data l'importanza della comunicazione mediatica nella politica attuale. Se continua così, condanna se stesso e l'intero movimento alla marginalità.

Boldrin appare a tutti, tranne i suoi pochi fan (fra cui io), presuntuoso e sprezzante, un po' come D'Alema (lo dico per provocarlo). Da un altro punto di vista (il mio), è invece troppo "altruista" nei confronti dei suoi interlocutori: prende sul serio le cavolate che dicono e, da bravo illuminista e professore, si preoccupa di spiegargli dove e come sbagliano. Troppo buono! Troppo alla pari! Ma il tuo compito, caro Boldrin, è tutt'altro e ben più serio. Polemizzando con i Landini e le Dandini, non ti mostri all'altezza del tuo compito di leader di un movimento politico di grandi ambizioni.

Principio generale della comunicazione politica (leggi George Lakoff e altri, Don't Think Of An Elephant!: Know Your Values And Frame The Debate, 2004, tr. it. 2006; tr. spagnola 2007): mantenere sempre il proprio frame. Se accetti anche solo momentaneamente il frame dell'avversario, fai il suo gioco e sei fritto.

No, Lakoff no! ;-) Opinione personale, sia chiaro, ma lo trovo un libro sopravvalutatissimo, quasi patetico. Un povero democratico distrutto che doveva trovare una spiegazione "scientifica" al perchè gli americani preferissero Bush ai suoi beniamini.

Invece sul resto sono assolutamente d'accordo, comunque specificherei che, al tirar delle somme, Boldrin non sta facendo male.

Intendo dire che, se escludiamo i difetti che hai evidenziato (provocati dalla sua vervè polemica), la sua capacità di spiegare concetti e trasmettere messaggi in poche frasi mi sembra encomiabile.

Purtroppo temo venga invitato più per le polemiche che garantisce che per la capacità affabulativa.

Lakoff

Fabrizio Bercelli 25/5/2013 - 17:12

Neanche a me piacciono tante cose di Lakoff. Ma l'idea centrale, quella che dà il titolo al libro, a Boldrin servirebbe molto tenerla presente, secondo me.

completamente d'accordo

Leggo il blog di civati, un deputato del pd, dopo aver visto boldrin-landini tutti i lettori scrivevano che lo trovavano odioso. Boldrin e' gamba, deve trovare una strategia di comunicazione migliore per raggiungere l'italiano medio con le buone idee che ha.

In italia, dove normalmente il politico di professione blatera senza sapere e promette quello che non puo' mantenere (o che mantiene scassando i conti dello Stato) la valutazione sulla sua qualità oratoria si basa su come riesce e "metterlo senza vaselina" per semplice affabulazione.  Dicono tante cose senza dire nulla ma cercano di essere gradevoli.
Il problema è che oggi bisogna avere il coraggio di dire verità che andavano dette già 20 o 30 anni fa e che sono indigeste. Chi sa che quelle cose sono vere, non percepisce alcuna "odiosità" nel personaggio che le sostiene mentre chi dubita del contenuto o non lo accetta tenterà istintivamente di rifiutare il messaggio trasferendo la sua repulsione sull'emittente. Il politico diventa istintivamente odioso a chi non accetta il messaggio e simpatico a chi il messaggiolo apprezza ("ecco, finalmente uno che dice le cose come stanno, mi sta proprio simpatico").  Credo che questo aspetto sia ineluttabile, perché fa parte della psicologia dello spettatore.
Piuttosto pero' non bisogna dare appigli all'interlocutore in un dibattito televisivo introducendo considerazioni personali come quella su Dandini (quel "come al solito") o Landini (sulla sua esperienza lavorativa).  E non tanto perché durante un dibattito possono trasfmarsi in autogol ma perché le considerazioni personali portano lo spettatore a parteggiare per l'uno o per l'altro non sulla base della scienza, delle cose concrete affermate, ma sulla base dell'empatia/antipatia delle persone coinvolte.

 

seguo pure io quel blog, e mi sono andato a vedere il dibattito in rete. Ecco, con il cuore con Landini, ma con la testa con Boldrin. Però, a un sindacalista dei metalmeccanici non gli puoi dire "il precariato è bello". Un professore universitario in USA non è la stessa cosa di un operaio italiano in mobilità.

Per dire, io sono un dipendente pubblico: ho cambiato posto cinque volte in quattro anni (Piacenza, Bologna, Caserta, Milano, Roma) con un figlio appena nato e moglie allora ancora precaria nella scuola, sono un "astronauta onorario", visto che mi sono fatto in treno l'equivalente di Terra-Luna e ritorno e ti garantisco che non è bello.

Poi, lo scontro con la Dandini. Non l'ho seguito tutto, ma non puoi limitarti a dire, "il prestito per l'università lo chiedi se non sei abbastanza smart da prendere la borsa di studio". Ho dei conoscenti online americani che continuano a dire che il carico di debito pesa troppo sui neolaureati, che i redditi che ottengono non coprono l'ammortamento (cfr. Bloomberg che invita a fare l'idraulico)  e potrebbe addirittura essere un rischio sistemico per le banche tipo i subprime, ci sono delle criticità. Insomma, certe volte Boldrin mi sembra, come dire, troppo cocksure. 

Provo a vederci una positività in questa staffetta generazionale: personalmente ho l'impressione che, nelle aziende italiane inserite in un mercato del lavoro piuttosto rigido, il salario dei giovani sia fortemente compresso dai salari che i più anziani hanno saputo tirare quando ancora l'economia girava (anni '80, '90). Voglio dire, chi lavora in un azienda italiana vede che ci sono due tipologie di lavorotori: da una parte i più giovani che pigliano 1000 euro o poco più e a cui vengono richieste moli di lavoro notevoli, dall'altra lavoratori sulla cinquantina che staccano salari sui due-tre mila euro e oltre senza fare nulla di più rispetto al primo gruppo. Questa differenza di trattamente spesso è completamente indipendente rispetto alla produttività degli individui.

Allora, se diamo per scontato che questo sia vero almeno in parte, una simile staffetta non potrebbe essere un beneficio per le aziende che si libererebbero di lavoratori ben pagati e poco produttivi, e per i giovani stessi i quali, essendosi liberate risorse, riceverebbero condizioni più favorevoli? (se non in termini di  salario, almeno che  si investa sulla loro formazione, cosa che ora sta a zero in Italia!!)

Ti porto come esempio l'azienda in cui lavoro, collega che e' in azienda da 20 anni ha un salario da 2500 euro, e' riuscita a tirarlo come dici tu nei tempi buoni. Tutti quelli che sono stati assunti negli ultimi anni salario da 1000 euro, addirittura gli ultimi assunti stage rimborso spese o contratto da agenti. E non facciamo dei lavori cosi' diversi...siamo tutti produttivi pero' l'essere nati dopo il 1975 ci fa avere condizioni completamente diverse. Naturalmente noi compensiamo il peso dei salari dei piu' vecchi...inutile dire che abbiamo pure la laurea. Purtoppo il mercato del lavoro italiano e' un disastro, io ho pensato un milione di volte di emigrare.

Il problema dello Stato italiano è rimpiazzare gli anziani con i giovani per mantenere le stesse aziende e gli stessi settori, talvolta fallimentari. Puoi creare invece le condizioni per mantenere la posizione degli anziani finché vogliano (ovviamente senza pensioni d'oro o sopravvalutate eventualmente con il fine rapporto lavorativo) e permettere la creazione di aziende nuove e di settori all'avanguardia dove giovani competenti e con spiccate abilità e personalità possono emergere dal nulla.

Non si fa nulla di tutto questo. Così come non si fa nulla per incentivare i cittadini a cercare lavoro, creando programmi differenti e più efficaci di welfare. 

Per i politici è molto più conveniente che per la popolazione la colpa dei problemi italiani sia dei mercati e della finanza, per non cambiare nulla e lasciare in piedi solo i propri amici. 

E' uno di quei casi (non pochi a dire il vero) in cui gli strumenti macro-economici sembrano essere poco utili. Un'azienda che cresce (e l'economia di un paese farà lo stesso, se le sue aziende in larga parte crescono) ha interesse a mantenere anziani esperti e ad assumere giovani: ciò significa più ocupazione per entrambi. In un contesto economico di crescita anche il turnover del personale è molto più alto, perché la domanda di lavoro tende a superare l'offerta. Non è questione di "modello super-fisso": è un fatto che la domanda di lavoro è nel nostro paese - salvo poche eccezioni - inferiore all'offerta.  Il turnover del personale è un fatto positivo (se non raggiunge valori eccessivi, diciamo superiori al 30%/anno) ed oggi è fortemente limitato da 1) poche uscite volontarie, a causa delle poche opportunità 2) allungamento dei tempi necessari a conseguire la pensione "attesa". La staffetta si riferisce al punto 2) e può portare vantaggi a) all'azienda che recupera un turnover accettabile ed evita di creare un "buco" generazionale, b) all'anziano che può decidere di lavorare meno, di fare un secondo lavoro e in generale di "rallentare" senza traumi e senza penalizzare il suo reddito futuro (pensione) c) all'anziano che rischia di essere licenziato e rimanere senza lavoro per anni fino alla pensione ed infine c) al giovane che può avere più opportunità di lavoro. La staffetta così concepita funziona in questa situazione: reddito dell'anziano medio-alto, possibilità  per lui di trovare un secondo lavoro, azienda non in crisi, ma senza immediate prospettive di crescita. Ovviamente ha un costo per la collettività, che va confrontato con quello da sostenere eventualmente per dare un sussidio ai giovani dispoccupati o un prepensionamento agli anziani. A mio parere la misura dovrebbe entrare in modo permanente nel nostro ordinamento, affinché le persone possano pianificare la loro vita lavorativa tenendone conto. In periodi di crescita se ne farebbe poco uso, in periodi come questo l'utilizzo sarebbe maggiore. Non credo possa fare miracoli, ma avrebbe l'effetto di un po' d'olio in un ingranaggio bloccato. In attesa di progettare e realizzare finalmente un motore nuovo per la crescita

La staffetta da quanto mi raccontano amici in medie e grosse realtà italiane avviene già da un po' in modo diverso. L'anziano viene licenziato o prepensionato (perdendoci) ma continua a lavorare per l'azienda come consulente, ricuperando parte della perdita. Altri lavoretti sono in nero.  I giovani non entrano.

  Iscritto a Fare, sono interessato alla sorte di questo nuovo movimento.  Seguendo gli  interventi di Boldrin ai vari programmi, non posso che deplorare gli errori di comunicazione che commette. Polemizza con l'interlocutore anche sul piano personale, che è una delle cose meno apprezzabili che si possa fare: interrompe ed assume un antipatico atteggiamento didattico che non giova certamente alla propagazione delle buone idee che esprime.  Se vuol essere il Presidente di un Movimento di successo, dovrebbe controllarsi meglio nei dibattiti. 

Concordo con l'articolo; su questo sito siamo tutti d'accordo che la ricchezza si crea lavorando tutti e non "trasferendo lavoro" da una persona all'altra per decreto. Mi sono anche calcolato la correlazione tra le variazioni dei tassi d'occupazione tra i 25-29enni e i 55-59enni su dati trimestrali dal 1998 ad oggi, Italia e qualche paese europeo, e anche tenendo conto delle variazioni di PIL, e questa correlazione e' zero o positiva.

Pero', quando un giornalista, un sindacalista, o un politico leggono che, in Italia, dal quarto trimestre 2008 al quarto trimestre 2012 il tasso di occupazione tra i 25-29enni e' diminuito di 9 punti percentuali (-390mila occupati) e quello tra i 55-59enni e' aumentato di 7 punti (+390mila), cosa possono pensare? Bastano i grafici di Boeri, Galasso e Moro per fargli capire che il modello superfisso non funziona?

(volevo copiare un bellissimo grafico che illustra il trend ma mi sa che nei commenti non si possono copiare immagini (o io non riesco, che agli effetti pratici e' equivalente))

(Dati tratti dal sito Eurostat)

la risposta che mi verrebbe in mente è: c'è stata la crisi, le imprese hanno dovuto licenziare o non ri-assumere i precari. Poiché gli anziani sono meno facilmente licenziabili e data anche la riforma pensionistica che li tiene più a lungo sul posto di lavoro, il loro tasso di occupazione è aumentato. I giovani precari hanno pagato per intero o quasi le conseguenze della crisi e il loro tasso di occupazione è diminuito.

Quindi, avrebbero ragione Letta e Landini a forzare il part-time negli ultra55enni in cambio di qualche assunzione di 25enni?

Risposte

andrea moro 28/5/2013 - 21:23

Un paio di considerazioni sui commenti. 

Un gruppo di commenti sostiene che la staffetta e' efficiente se anziani pagati con stipendi sopra la propria produttivita' vengono sostituiti con stipendi pagati meno di quello che producono, o comunque con stipendi inferiori. Questo e' vero, ma per la singola azienda. La collettivita' il costo di quelle pensioni deve da qualche parte tirar fuori le risorse, e non puo' che farlo spremendo chi resta a lavorare. 

Un altro gruppo di commenti sostiene che in alcuni settori, in particolare quello pubblico, il modello superfisso e' una approssimazione ragionevole. Questo puo' essere vero a causa della prassi o di una regolamentazione/legislazione che di fatto fissa il numero di impiegati del settore pubblico per evitare ulteriori aumenti di spesa. Puo' essere anche vero in certi casi nel privato: in un mercato concorrenziale, data la domanda di uno specifico mercato, l'offerta puo' essere soddisfatta da 5 giovani e 5 anziani o da 10 giovani (a parita' di produttivita', che era la mia ipotesi approssimativa iniziale). Il problema pero' non e' quello di uno specifico mercato. Se i 5 anziani vanno mantenuti con la pensione, ne soffre la produttivita' generale del paese e gli incentivi a produrre di tutti. I 10 giovani che rimangono non hanno lo stesso incentivo a lavorare, ad innovare, etc... 

Generalmente, gli incentivi a favore di categorie particolari (ex: giovani o donne) sono iniqui e fonte di ingiustizie.

Diverso però mi sembra il caso di quello (sostitutivo dell'obbligo) all'allungamento dei tempi di pensionamento mediante sgravi fiscali, al fine di ridurre il carico sulle casse previdenziali.

Piuttosto che obbligare ad andare in pensione quando si è già praticamente morti, basterebbe sgravare da IRPEF e contribuiti l'occupazione oltre un'età decente.

Permettendo così la libera scelta del "vecchietto", ed al contempo l'incentivo senza aggravi per lo stato, nonché lo sgravio per le casse previdenziali e per le aziende (che non solo non perderebbero personaggi spesso di esperienza chiave, ma risparmierebbero anch'essi nella loro quota contributiva).

Infatti, se l'età media di vita è sugli ottant'anni, c'è chi a 60 non ce la fa più, come chi a 80 scala il monte bianco. E' un concetto così difficile da condividere?

Mi scuso anticipatamente con l'autore dell'ottimo articolo, deviandone la relativa discussione su un altro ramo dell'argomento "occupazione".

Il grande Bruno Leoni riteneva importante la "certezza del diritto", che identificava con la prevalenza della giurisprudenza rispetto all'ondivaga e cangiante legislazione.

Ecco invece un caso in cui sarebbe necessario un bel "drizzone" di tipo costituzionale che modificasse in un colpo solo sia legislazione che la giurisprudenza che la burocrazia in materia di occupazione.

Sto parlando della definizione di "diritto al lavoro" di cui all'art. 4 della nostra costituzione.

A mio avviso, per "diritto al lavoro" si dovrebbe intendere la libertà di un individuo di offrire un servizio o un prodotto ad un altro individuo in cambio di un corripettivo pattuito liberamente.

L'ignobile sistema giuridico, insieme all'infame giudiziario, l'hanno trasformato nel "diritto di un individuo di farsi pagare da un altro per delle potenziali prestazioni che quest'ultimo non vuole e non necessita, e che magari non riesce neanche a pagare pena il fallimento della propria attività".
Inoltre, anziché "promuovere le condizioni che rendano effettivo questo diritto" (art.4), la legislazione si è prodigata in ogni modo per ostacolarlo (obblighi di titoli, di iscrizioni, di permessi e licenze, di versamenti, di corsi, di curriculum, di raccomandazioni etc.).

Con questi livelli di disoccupazione, l'assenza di sensibilità del mondo intellettuale (?) su questo tema è veramente interessante.

Comunque, in Italia esiste una sola istituzione preposta a far rispettare la Costituzione. Ma per tradizione (o ambigua interpretazione del dettato costituzionale), non agisce se non sollecitata da un giudice nel corso di una vertenza in corso. Ed in ogni caso, essendo ideologizzata e parziale e non sanzionabile, potrebbe decidere in modo arbitrario come da esperienze pregresse.

Allora, che fare? Chi potrebbe riportarci al significato originario e logico del "diritto al lavoro" citato (o inventato?) dalla nostra costituzione?
Probabilmente una piccola ma rivoluzionaria integrazione costituzionale, che ne precisi il significato.

E chi può proporla con successo? Sappiamo anche questo. Nelle nostre istituzioni c'è un solo organo che ha questo potere: la segreteria di partito. Non certo raggiungibile dal cittadino comune, ma forse da qualche parlamentare (=partitocrate) sì.  Normalmente il partitocrate non è una cima, ma è influenzabile superficialmente dai dibattiti intellettuali (?).

Tra l'altro, la "nuova" interpretazione potrebbe influenzare anche il significato del valore minimo del reddito imponibile (ora solo 5000 Euro l'anno, soggetto però obbligatoriamente a ritenuta d'acconto del 20%, da considerare in credito IRPEF non liquidabile, e solo se si presenta dichiarazione annua relativa - solito controsenso all'italiana).

Staffetta

Raf Tp 1/6/2013 - 00:15

La "staffetta intergenerazionale" può essere vista da due punti di vista. Uno, come già è stato detto, ha rilevanza micro: la mia azienda va meglio se sostituisco un lavoratore a bassa produttività (anziano) con uno a più elevata produttività (giovane). Anche ammesso che i due abbiano lo stesso output, il secondo è certamente più produttivo perché costa di meno. Dal punto di vista macro il messaggio però è sconsolante: siccome di crescere non se ne parla, redistribuiamo quel poco di lavoro che c'è in giro, quasi come se fosse welfare, comunque un fattore a produttività bassa e non migliorabile.

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