Parliamo seriamente di Vendola (II). Concorrenza e mercato

15 novembre 2010 sandro brusco

Nell'intervento precedente ho discusso le posizioni di Vendola sulla politica industriale. L'analisi ora continua con una discussione dell'approccio vendoliano a concorrenza e libero mercato.

La sinistra italiana ha sempre avuto un rapporto difficile con il libero mercato. L'idea che la concorrenza, la meritocrazia e la competizione possano essere utili strumenti per aiutare la mobilità sociale e per favorire proprio i più svantaggiati non ha mai preso realmente piede (anche se qui e là qualche flebile segnale di speranza si può cogliere). Non solo il libero mercato viene giudicato negativamente sul piano economico. Le posizioni più oscurantiste all'interno della sinistra tendono in aggiunta a caricare la concorrenza di significati morali negativi. La concorrenza è brutta perché stimola gli istinti più belluini dell'uomo: l'individualismo, la brama di possesso materiale, il disprezzo per gli altri e il successo economico come unica bussola di riferimento.

Vendola ha parlato troppo poco di queste cose per potergli ascrivere con certezza queste convizioni, ma echi di questa posizione si colgono per esempio all'inizio dell'intervista di agosto al Sole 24 Ore:

«Il dibattito dell'economia – dice – è asfittico e criptato, monopolizzato da tecnocrati, lobbysti e moralisti a libro paga. Un dibattito drammaticamente orfano di quell'etica della responsabilità che per me significa confronti con l'inviolabilità della vita e del vivente e porre un argine alla mercificazione del mondo. Cos'è la crisi? Una calamità naturale o il frutto avvelenato di quel potere soprannazionale della rendita e della speculazione finanziaria che ha umiliato il lavoro e ucciso milioni di imprese?».

Alla radice di queste posizioni sta spessissimo una radicale ignoranza su due aspetti.

Da un lato si ignora ciò che la concorrenza veramente è. Si scambia infatti la concorrenza per una specie di condizione primitiva e primordiale, uno ''stato di natura'' in cui le regole sono completamente assenti e l'unica cosa che conta è il risultato indipendentemente da come è raggiunto. Quindi ignorare la legge o piegarla a favore dei propri interessi, la distruzione dei beni comuni e addirittura il furto vero e proprio, vengono considerati come comportamenti che discendono direttamente dalla concorrenza e dal libero mercato. Come nel caso del signor Lamborghini, tanto per dire. Basta una minima conoscenza di teoria economica per sapere che non è così. La concorrenza per funzionare ha bisogno di regole chiare e uguali per tutti, e tali regole devono essere rigorosamente rispettate. Va aggiunto che almeno in Italia, ma non solo, la confusione è abbastanza comprensibile. L'esistenza di potenti personaggi che puntualmente piegano la legge ai propri interessi e poi si dicono a favore di concorrenza e libero mercato non può che generare confusione tra gli osservatori meno preparati. Da Vendola, così come da qualunque politico di rilevo nazionale, però ci aspetta un po' di più.

Dall'altro si fa continuamente confusione tra analisi economica e proposta etica. Le due cose, piaccia o meno, sono separate. Quando si fa analisi economica si parte da certe ipotesi plausibili (ed empiricamente verificabili) sul comportamento degli agenti economici, e si formulano modelli per cercare di capire, tra le altre cose, l'impatto dei provvedimenti di politica economica. L'economia si è beccata l'epiteto di ''scienza triste'' perché normalmente gli economisti tendono ad assumere che le motivazioni degli agenti economici siano abbastanza egoistiche. La cosa che molti sembrano non capire, o che fanno finta di non capire, è che gli economisti questa ipotesi non la fanno perché ritengono l'egoismo bello e giusto. La fanno perché, nella maggior parte dei casi, l'ipotesi sembra ben funzionare dal punto di vista empirico. I richiami alla ''etica della respondsabilità'' o cose del genere che ogni tanto affiorano appaiono quindi terribilmente fuori posto e generano confusione. Inoltre, per essere un po' brutali, puzzano proprio tanto di demagogia inconcludente e a buon mercato. Non è certo predicando la bontà che si risolvono i problemi di crescita dell'economia italiana.

A parziale discolpa di Vendola va detto che questo tipo di posizioni reazionarie anti-mercato sono comuni non solo nella sinistra italiana ma anche, e forse ancor più, nella destra. Su questo versante dello schieramento politico il fastidio verso la concorrenza tende a tingersi da un lato di clericalismo oltranzista (la concorrenza e il libero mercato, ci vien detto, sono pericolosi perché minano i valori della tradizione) e dall'altro di toni protezionistici e xenofobi, a livello sia nazionale sia regionale. Abbiamo scritto un libro, che presto uscirà con una nuova post-fazione, per spiegare come Tremonti abbia cercato di impossessarsi, a suo uso e consumo politico, di questo guazzabuglio di idee poco coerenti, per cui non insisteremo ulteriormente su questo. Ma di Vendola e della sinistra parla questo post, per cui torniamo al punto.

Ora, un paio di interviste sono poche per comprendere appieno la filosofia economia di qualunque persona pubblica, ma a nostro avviso l'oscurantismo e l'arretratezza di Vendola su questa questione appaiono con nitidezza nell'intervista al Sole 24 Ore di ottobre. Tra le altre cose in essa si afferma:

Noi siamo in una condizione disatrosa a causa di politiche liberiste. Artefice è Giulio Tremonti, con qualche corresponsabilità di Padoa-Schioppa.

C'è poco da fare, queste sono frasi che lasciano sbigottiti. Cominciamo dalla tesi di Tremonti artefice di politiche liberiste. Ho già ricordato che abbiamo scritto un libro per spiegare come Voltremont c'entri con il libero mercato quanto i cavoli a merenda, per cui non perderò tempo a confutare la tesi di Vendola. Osservo però che l'affermazione di Vendola è estremamente bizzarra. Tremonti stesso si vanta continuamente di essere un dirigista e la stampa che lo ossequia propaga con fervore questo messaggio. Persino Paolo Ferrero lo accredita di essere un non-liberista, che per Ferrero è inteso essere un complimento. Quindi l'affermazione di Vendola appare essere semplicemente la ripetizione meccanica e fuori tempo di vecchissimi stereotipi della sinistra, italiana e no, senza ormai nemmeno il più tenue legame con la realtà. Questo denota una bassissima volontà di recepire nuove idee e di andare al di là dei recinti tradizionali, che invece inizialmente Vendola aveva cercato di proporre come parte di un nuovo approccio alla politica. Francamente, quando si ha un senso della realtà inferiore a quello di Paolo Ferrero vuol dire che si è nei guai.

Per quanto riguarda i danni del ''paradigma liberista'' ed in che senso le ''politiche liberiste'' abbiano causato la crisi, è difficile fare valutazioni ulteriori senza sapere meglio cosa si intende. Di certo l'uso del termine non augura nulla di buono e di nuovo sembra indicare una certa pigrizia mentale, unita a mancanza di coraggio di uscire dal proprio recinto. Aspettiamo quindi di capire meglio, da Vendola o da chiunque altro vada ripetendo il mantra del ''paradigma liberista'', cosa esattamente significhi e quali siano i rimedi specifici proposti. E speriamo che il rimedio non sia la riproposizione del ''paradigma statalista''.

Ma passiamo alle questioni concrete. Perché preoccuparsi di queste posizioni, che possono in fondo apparire semplici enunciazioni di principio quando non banali trucchetti demagogici per accattivarsi a buon mercato una fetta dell'elettorato? In fondo fare predicozzi sulla necessità del comportamento morale in economia non aiuta ma nemmeno fa necessariamente danni. I danni, casomai, derivano dalle azioni concrete di politica economica che vengono intraprese, o più frequentemente che non vengono intraprese.

Da questo punto di vista ciò che preoccupa di più della posizione di Vendola non è la sua novità, la sua radicalità o la sua forza dirompente. Al contrario, è la sua sostanziale continuità con il pensiero unico della classi dirigenti politico-economiche italiane. Si consideri per esempio la seguente risposta tratta dall'intervista di agosto.

La crisi è ancora in atto, qual è la sua ricetta per uscirne?
Io penso che per fare ripartire l'economia bisogna uscire dall'angolo della superstizione liberista, in cui si canta il "de profundis" della spesa pubblica e si considera l'abbattimento del debito come una specie di dio pagano a cui sacrificare i poveri, le famiglie, le partite Iva, il welfare, e anche un pezzo di civiltà europea. Penso che oggi occorre sostenere la domanda interna, dare ossigeno ai ceti medio-bassi, aumentare l'area di consumo, sbloccare la spesa degli enti locali ibernata dalle ridicole penalità delle norme sul patto di stabilità. L'Italia affronta sacrifici durissimi senza alcuna prospettiva di crescita e un'intera generazione viene tagliata fuori dalla prospettiva del lavoro e del futuro.

Lasciamo perdere la prima frase propagandistica che è francamente ridicola. Dio pagano? Civiltà europea in pericolo? Ma figuriamoci. Guardiamo all'abbozzo delle proposte, che sono sostanzialmente di sussidiare il consumo (misura bizzarramente chiamata ''aumentare l'area del consumo''; forse fa a gara con Voltremont su chi inventa più frasi ad effetto per dire cose banali) e aumentare la spesa pubblica locale. Questo può sembrare diverso da ciò che sta facendo Tremonti ma non lo è affatto. Per esempio, appena insediato il nostro si sbracciava affermando la necessità di ''sostegno della domanda'', che poi voleva dire abolire l'ICI. E quanto giunge l'ora, la faccia dura del Tremonti rigorista si trasforma sempre nel sorriso compiacente del distributore di mancette. Basta guardare l'ultimo maxi-emendamento alla legge finanziaria, in cui tra le altre cose si viene incontro esattamente alla richiesta vendoliana di allentare il patto di stabilità per i comuni.

Una volta al governo Vendola, che ha più volte dato prova di pragmatismo, non potrà che prendere atto dei vincoli che sono imposti dalla presenza di un debito pubblico che naviga al momento verso il 120% del PIL. Per questa ragione i tassi sui nostri titoli di stato sono circa 1,5% in più che quelli sui titoli tedeschi. Si tratta di un sacco di soldi, pari grosso modo, se ci si perdona la spannometria, alla manovra tremontiana estiva e che Vendola aveva bollato con scarsissima fantasia di ''macelleria sociale''. Il punto molto semplice è che a passare dall'1,5% (o dal 2%, come durante la scorsa settimana) al 5% non ci vuole molto, come una rapida occhiata agli altri PIIGS dovrebbe rendere chiaro. Basta che il governo lasci andare per un po' i cordoni della borsa, convincendo i mercati che il tempo della responsabilità è già passato. Vendola lo sa, e sa anche che più di tanto le tasse non si possono aumentare. Ne segue che grandi programmi di aumento della spesa pubblica, indipendentemente dal giudizio sulla loro desiderabilità, semplicemente non sono possibili. Per cui tutte le menate sull'allargamento dell'area del consumo e sulla spesa degli enti locali non possono che ridursi, in perfetta continuità con la linea seguita finora, in interventi cosmetici e necessariamente di entità ridotta. In altre parole, cose del tipo ripetizione della detassazione dei premi di produzione e degli ''incentivi'' per motorini e motori fuoribordo, probabilmente con un twist di sinistra. Facile scommettere su ''incentivi verdi'' di un qualche tipo.

Il pensiero di Vendola, se si smussano un po' certe espressioni ideologiche, è in realtà il pensiero unico della classe dirigente politica italiana. Un pensiero che rifiuta di ammettere che la politica può tanto facilmente creare problemi quanto risolverli, che rifiuta di ammettere che i politici sono uomini come gli altri (soprattutto quelli convinti di essere migliori degli altri!) soggetti alle stesse tentazioni di fare il proprio interesse e agli stessi errori di giudizio. Un pensiero che ha generato l'orrendo intervento su Alitalia del governo di centrodestra e che rischia di generare simili mostruosità in un possibile prossimo governo di centrosinistra. Un pensiero, infine, che è il primo responsabile, per il tipo di politiche che ha generato, della scarsa dinamicità dell'economia e della società italiane.

Questo, alla fine, è forse l'aspetto più deludente della proposta economica di Vendola. Il meglio che di lui si può dire infatti è che è pragmatico. Che va bene, per carità, indubbiamente meglio pragmatico che pazzo. Ma il pragmatismo va bene per gestire l'esistente. Se vogliamo qualcuno che aggredisca alle radici la crisi italiana, che dia al paese una speranza di ritorno alla crescita, il pragmatismo non basta. In effetti essere pragmatici in un paese come l'Italia rischia addiirittura di essere deleterio, perché conduce rapidamente ad assuefarsi alle pratiche che hanno condotto il paese alla stagnazione. L'Italia in realtà ha bisogno di una rottura e di dirigenti che abbiano l'audacia di percorrere strade non battute.

Fino ad adesso Vendola non ha dimostrato di aver la stoffa per queste cose. Il fatto che nessun altro lo abbia fatto e che tanti politici, a cominciare da quelli che compongono l'attuale governo, siano peggio di lui è una ben magra consolazione.

73 commenti (espandi tutti)

D'accordo, Sandro. Solo un appunto: non direi sia corretto definire deludente la proposta economica di Vendola. La delusione, infatti, discende dalla mancata corrispondenza alle aspettative: really, ti pare possibile averne di credibili?

Sono d'accordo. Alla fine l'analisi appare un pò scontata: i politici oggi da Tremonti a Vendola non sono in grado di mettere insieme una proposta di azione economica che abbia senso secondo quello che voi pensate vada fatto.

A parte i distinguo su soggettività ed oggettività dell'analisi, che non mi sembra abbiano poi grande importanza (siamo su questo Forum, mi aspetto che sosteniate comunque con veemenza la vostra posizione, fa parte della vostra "offerta"... o forse addirittura del "brand" nFA), mi incuriosisce invece un'altra questione, ribaltando un po' il ragionamento: qualsiasi sia la politica economica "da fare" in questo momento, quale può essere il margine di manovra "politico"?

La mia impressione è che questo sia apparentemente sempre più piccolo: la democrazia dovrebbe quindi andare dunque forzatamente verso una gestione "tecnica" della cosa pubblica? La politica così com'è è inutile?

Se voleste per caso commentare, vi prego di astenervi tutti da etichettare l'intervento come di dx o di sx, di troll, di folletto o di grande studioso di econometria: sono solo una persona che cerca di capire e lo sforzo di etichettare tutti a qualsiasi costo (peraltro prerogativa quasi esclusiva di questo forum...) mi inizia a dare la nausea.

La politica così com'è è inutile?

La politica, come ricorda anche Sandro, si deve preoccupare delle regole, si potrebbe anche occupare anche di cose "pubbliche": istruzione, sanità, difesa, giustizia e sicurezza interna, ma per il resto non è inutile: è dannosa.

Parlare di "bene supremo" può andar bene per un capo religioso, ma la politica che c'entra? Ricordo che la parola repubblica deriva dal latino "res publica" ,cosa pubblica, di quello si può occupare la politica. E basta. Questa è la miglior manovra che può fare la politica in Italia.

Scusa Marco, così siamo nel Paese delle Meraviglie... Riformulo e semplifico:

La politica, attraverso i suoi delegati ovvero deputati e senatori, vota dal 1946 una legge di bilancio, ovvero il documento che decide la spesa dello Stato ed il suo orientamento. Se la spesa, il livello di indebitamento ad essa correlato ed i singoli capitoli etc., dovrebbe secondo voi essere deciso dai principi dell'economia e quindi da tecnici (per esempio dagli econometristi) e non dalla politica, i politici cosa ci stanno a fare?

E, una volta data una risposta a questa domanda, come si può fare affinché "si convincano" che questo è il loro ruolo? Mi spiego ancora meglio (o forse no...): qual'è una vera linea di condotta comune a tutti che può essere accettata realisticamente dagli stakeholders di questo scenario di "war game" e che non sia science fiction?

Non mi pare che i politici vadano (o anzi NON vadano) a Montecitorio per sostenere le istanze di coloro che li votano ed intascarsi uno stipendio, la posta è ben più alta. La mia "impressione" di conseguenza è che stiamo facendo una chiacchiera da bar, gli interessi in gioco sono troppo alti, e quindi la realtà purtroppo è difficilmente sanabile con il raziocinio ed il confronto civile.

La politica, attraverso i suoi delegati ovvero deputati e senatori, vota dal 1946 una legge di bilancio, ovvero il documento che decide la spesa dello Stato ed il suo orientamento. Se la spesa, il livello di indebitamento ad essa correlato ed i singoli capitoli etc., dovrebbe secondo voi essere deciso dai principi dell'economia e quindi da tecnici (per esempio dagli econometristi) e non dalla politica, i politici cosa ci stanno a fare?

Il senso è che occuparsi di quello che Marco (che cito perchp concordo con la sua opinione) chiama res publica è che oggi, e da molto tempo, chi fa politica si occupa di economia ed imprese non per introdurre regole che poi sarebbe il suo compito, ma per entrare a gamba tesa. Un parlamewnto che si occupa di DOC, ad esempio, mi fa ridere e dall'altro piangere perchè per questa via aumenta l'intermediazione pubblica, moltiplica i costi, la spesa e danneggia i consumatori. 

Un parlamento che si occupa di DOC, ad esempio, mi fa ridere e dall'altro piangere perchè per questa via aumenta l'intermediazione pubblica, moltiplica i costi, la spesa e danneggia i consumatori.

Fa ridere (o piangere) anche a me. Detto ciò: qual'è la linea di demarcazione? Questa gente si fa eleggere proprio perché poi va a decidere le DOC (e molto altro...), perché questo rappresenta, lo vogliamo o no, un potere, piccolo o grande che sia, traducibile in favori, soldi, ragazze, gite premio, chi più ne ha più ne metta. Se togliamo questo, cosa rimane? O meglio, cosa vogliamo che rimanga?

Eppoi:

non per introdurre regole che poi sarebbe il suo compito, ma per entrare a gamba tesa

scusa, ma la DOC è un esempio di regola...

scusa, ma la DOC è un esempio di regola...

No, la DOC è un esempio di entrata a gamba tesa, dato che oltre a stabilire le modalità perchè un prodotto si possa fregiare di una denominazione, attribuisce ai consorzi e ai suoi intermediari la possibilità di limitare l'offerta arrivando anche a bloccare le vendite, e di controllare i prezzi. In questo ha la stessa funzione degli ordini professionali, che sono un altro esempio di entrata a gamba tesa.

Scusa, questa è la tua interpretazione. Molti non la vedono così, anche in altri Paesi. Stiamo girando in tondo... Qual'è il limite di intervento della politica? Possibilmente senza ambiguità, volute o meno.

La DOC è un esempio, tra i tanti, di regolazione del mercato. Garantisce i consumatori o i produttori? Non sono sicuro della risposta: i consumatori dovrebbero essere sicuri che il Rosso Oltrepo DOC è prodotto secondo certi criteri condivisi, rispettosi della tradizione locale, mentre un IGT della stessa zona può essere diverso; i produttori della DOC si impegnano a rispettare quei criteri, ma non si vincolano a non produrre IGT o vino comune e neppure a mantenere gli stessi prezzi. Bisogna vedere se davvero i Consorzi limitano l'offerta, non ho dati al riguardo.

In ogni caso, la DOC non è un'invenzione italiana ma è diffusa almeno in tutta l'UE.

Prescindendo dal caso specifico: cosa si deve pensare della regolazione dei mercati? Chi usa il nick Phileas ne direbbe peste e corna; qualcun altro la troverebbe un fenomeno positivo: almeno buona parte di quelli che, su questo blog, sostengono la prevalenza degli interessi collettivi su quelli individuali. 

La regolazione è, di solito, giustificata da market failures: ma esistono davvero? Gli illustri economisti espatriati vogliono degnarsi di dirci qualcosa al riguardo e, magari, fornircene qualche esempio?

A mo' di provocazione: buona parte della regolazione a protezione di consumatori ed investitori si giustifica invocando l'asimmetria informativa tra imprese e consumatori; qualcuno ha, invece, osservato che la c.d. asimmetria informativa non è altro che un effetto della divisione del lavoro e, pertanto, è insopprimibile. Che ne pensano gli amerikani?

 

 

Fa ridere (o piangere) anche a me. Detto ciò: qual'è la linea di demarcazione? Questa gente si fa eleggere proprio perché poi va a decidere le DOC (e molto altro...), perché questo rappresenta, lo vogliamo o no, un potere, piccolo o grande che sia, traducibile in favori, soldi, ragazze, gite premio, chi più ne ha più ne metta. Se togliamo questo, cosa rimane? O meglio, cosa vogliamo che rimanga?

L'interessamento ai beni comuni: difesa, sanità, legalità e poco altro. Non a caso il post parlava dell'approccio vendoliano che, secondo me, non è tanto dissimile dal tremontismo e dal bigottume alla sacconi.

L'interessamento ai beni comuni: difesa, sanità, legalità e poco altro. Non a caso il post parlava dell'approccio vendoliano che, secondo me, non è tanto dissimile dal tremontismo e dal bigottume alla sacconi.

Glielo dici tu? A me vien da ridere... Questi hanno i canini infilati fino alle gengive nella carcassa e tu mi parli di bene comune? Torno a lavorare e produrre, mi sa che qui perdo tempo.

Torno a lavorare e produrre, mi sa che qui perdo tempo.

E' sempre una buona soluzione. Faccio solo notare che la chiusura della tua frase che ho riportato ed evidenziato era: "...cosa vogliamo che rimanga?". Alla domanda ho dato la mia risposta. E torno a lavorare anch'io

Si, Luzo48, va tutto bene, possiamo avere un "libro dei sogni", forse però bisogna pure essere un pò più pragmatici e concreti, o no? Comunque interessante, mi aspettavo risposte più articolate, mi sa che non abbiamo abbastanza tempo.

Comunque interessante, mi aspettavo risposte più articolate, mi sa che non abbiamo abbastanza tempo.

Intanto penso che sia utile porsi obiettivi ambiziosi e capisco bene che quanto ho sostenuto lo sia. Ma quanto a tempo ed articolazione di un ragionamento, mi pare che neppure ............... hanno i canini infilati fino alle gengive nella carcassa ..........sia esaustivo dell'argomento. Lo dico senza polemica, davvero, e mi spiace, a meno di essermi sbagliato, di aver colto il senso di una replica sprezzante che non avrebbe motivo di essere.

Se disappunto era manifestato, voleva essere in direzione della situazione attuale "in toto" e della incapacità sostanziale a disegnare e discutere un modello "sostenibile", soprattutto da quelli che da queste parti sono invece pronti in altre occasioni a spaccare il capello in quattro. A me personalmente Vendola interessa poco, quello che mi piacerebbe sarebbe invece vedere costruire un'iniziativa concreta che però indirizzi davvero la situazione attuale.

Le domande, rese più esplicite, credo non siano solo le mie ma sono piuttosto di generazioni di cittadini...:

- E' possibile costruire un'idea "tecnica" di gestione della cosa pubblica che venga condivisa o addirittura adottata (nei fatti, non a parole) dalla politica?

In teoria mi sembra possibile costruire un'idea basata sui "doveri", es. vincoli dovuti rispetto al debito pubblico, ma assai più difficilmente mi sembra si possa influenzare la politica quando si tratta di ridistribuire le risorse, dove i giochi sono inevitabilmente di parte e quindi "più intervengo più mangio".

- E' possibile che quest'idea sia "oggettivamente" condivisibile, e dunque che tuteli realmente gli interessi di base della maggioranza dei cittadini?

Come per l'esempio "spontaneo" più su della DOC, una regola può essere applaudita in quanto aiuta una definizione qualitativa del prodotto ed i consumatori (ma anche i consorzi...) e criticata in quanto "gamba tesa" verso gli imprenditori. Dunque anche qui non vi è speranza, vince il più forte nello specifico momento storico...

- E' possibile costruire su questi principi un nuovo modello di funzionamento dello Stato?

Anche qui in teoria si, a meno però di ridefinire le competenze di tutti gli attori in gioco, cosa di conseguenza irrealizzabile date le cardinalità oggi in gioco, come sta dicendo casualmente Vaime in questo momento.

Questo dovrebbe spiegare perché alla fine Tremonti e Vendola non siano così lontani, o no? Forse semplifico troppo, ma a mio modesto avviso queste sono domande senza risposta positiva, in particolare in Italia, e quindi teniamoci i politici (e gli economisti) che ci meritiamo, ben sapendo che tutti cercano di portare acqua al proprio mulino, e navighiamo a vista...

 

 

 

 

Il 70% del bilancio della Puglia va in spese sanitarie, come per le altre regioni italiane. La sanità pugliese è un disastro, e la magistratura se ne sta interessando attivamente, http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/bari/notizie/politica/2010/18-...

Cosa c'è di "pragmatico"in tutto questo? Siamo proprio sicuri che i politici che compongono l'attuale governo siano peggio di lui?

Qunto a Spesa pubblica, ampliamenti dell'area del consumo, civiltà europea, bisogna ricordare la "lettera degli economisti" che sono della stessa area di Vendola. Comunque sono molto d'accordo che Vendola e Tremonti sono due facce della stessa medaglia. Quersta è la peggior condanna che al paese viene inflitta e si autoinfligge.

La triste verità è che a parte il gruppo di "pazzi" che ruota intorno a nFA (l'unico gruppo, per quel che vedo in giro, non ideologico) e pochi gruppi sparsi qua e là in Italia non esiste la cultura del cambiamento.

Non esiste la cultura dell'attacco al problema, ma la difesa "dal problema" (emblema la Ferrari di ieri: per guardare Weber ha perso Vettel), destra e sinistra interpretano e cercano di amplificare questo sentimento per i loro fini, Vendola non fa altro che promettere di difendere dal problema, a cui dà un nome, lo chiama "superstizione liberista", ma lo poteva anche chiamare Pippo, l'importante è dare sempre la solita risposta: occorre più Stato che ti difenda dai cinesi, da Marchionne, dagli speculatori avidi, dallo zio di Sabrina che ammazza le nipoti, etc., etc. Corollario di questa proposta è : lasciate fare allo Stato che sa tutto, noi politici meglio degli altri, cosa è bene e cosa è male.

Sono talmente scettico sulla possibilità di un cambiamento da parte dei politici italiani che auspico senza se e con qualche ma lo spezzettamento dell'Italia. Almeno cambia qualcosa.

Così, giusto per fare un pò di demagogia, la Camera ci costa circa 1 miliardo di euro l'anno, il Senato la metà, il PIL italiano nel 2009 è stato pari a 1.272 miliardi di euro, quindi il Cda Italia (escluso amministratore delegato, etc. , etc.) costa l'1,2 millesimi circa del fatturato.

La Fiat ha un fatturato di 50 mld di euro, se il Cda costasse l'1,2 millesimi costerebbe 50 mln di euro.

Ne costa 11,8. Qui una tabella dei costi dei Cda (interessante notare che  LaVoce rapporti i compensi alla capitalizzazione, cosa che un imprenditore non farebbe mai: si guarda la produzzione, non il valore in sè della società: misteri degli economisti). Altra notazione: i Cda delle società pubbliche sembrano costare più di quelli private. Forse sono gestite meglio.

(interessante notare che  LaVoce rapporti i compensi alla capitalizzazione, cosa che un imprenditore non farebbe mai: si guarda la produzzione, non il valore in sè della società: misteri degli economisti)

Qualcuno mi aveva insegnato che il valore di una società NON può essere calcolato né solo con la capitalizzazione, né solo con la produzione. Mi sbaglio?

Qualcuno mi aveva insegnato che il valore di una società NON può essere calcolato né solo con la capitalizzazione, né solo con la produzione. Mi sbaglio?

No. Ma io, almeno, non stavo parlando del valore di una società, ma del "costo del management", che, secondo me, deve essere rapportato al fatturato prodotto, essendo, quello del management, non un "valore", ma un costo (al di là poi del valore effettivo del mangement, che, se molto bravo e capace, può far guadagnare molti quattrini), senza alcun giudizio di merito.

Se lo stato italiano fosse un'azienda avrebbe un management incapace e costosissimo, oltre che essere in perdita da 30 anni almeno. Finchè la barca va...

Assolutamente d'accordo. Mi stavo solo chiedendo se addirittura la stima "corretta" facesse pendere la bilancia ancor di più verso la gestione privata. Probabilmente si.

Se proprio si deve fare questa correlazione io sceglierei il valore aggiunto anzichè il fatturato.

E' uno dei metodi utilizzati per fare il calcolo in effetti. La verità è che normalmente credo si usi una composizione di questi e altri fattori, pesata attraverso la tipologia di società (conglomerato, servizi, etc.) e l'ambito di riferimento (energia, telecom, etc.)

Ho appena finito di leggere il vostro libro e stavo riflettendo su un pensiero che mi frulla da un po' di tempo, e questo post mi da l'occasione per condividere con voi almeno un punto.

Non è che abbiamo (intesi come popolo) bisogno più di rassicurazioni piuttosto che di buona politica?

Provo a spiegarmi: Tremonti ha un grande successo perchè non cerca di fornire spiegazioni logiche ai fatti, ma fornisce un nemico e un alibi a quel 99% delle persone che non sa di economia e/o politica e che si sente disorientato in questo mondo globalizzato che non capisce. In fondo alla questione, se diamo troppe informazioni all'uomo qualunque, non facciamo altro che accentuare questo disagio, perchè lo costringiamo a fare analisi su cose che sono troppo complicate e che alla fine portano a delle conclusioni frettolose, come: "ai miei tempi tutte queste cose non c'erano", oppure: "tanto sono tutti ladri", etc..

Vendola, altro non fa se non una operazione analoga, "vi difendo io da quelli brutti e cattivi che  non fanno i vostri interessi", e, come dare torto a tutti quelli che pensano che è meglio avere qualcuno che ti difende piuttosto che difendersi da soli dai "potenti" contro i quali non puoi vincere da solo.

Ecco, io ci vedo in questo un problema psicologico, più che economico, chi voterebbe un politico, il cui messaggio (vero o falso) sia quello che piuttosto che proteggere questa o quella categoria (alla quale magari faccio parte, a quindi mi interessa) si debba lasciare che il mercato faccia il suo lavoro? Quante persone si sentirebbero abbandonate al loro destino?

Berlusconi stesso ha fondato la sua fortuna politica su presupposti simili, il non-politico contro i politici, si presentava come un novello Don Quijote che tutti i deboli difendeva.

Io penso che la paura giochi un ruolo fondamentale nelle nostre scelte politiche, e che i nostri politici sono da molti percepiti come la nostra seconda mamma il cui ruolo è difenderci, e non lasciarci a sbrigare i nostri problemi da soli.

Insomma, prima di avere buoni politici, dobbiamo ancora crescere e abituarci all'idea che è meglio avere un buon arbitro piuttosto che un tifoso che insulti gli altri dagli spalti.

 

il PIL italiano nel 2009 è stato pari a 1.272 miliardi di euro,

dai un po di più : 1520,9

sei sicuro che il cda fiat costi così poco?

<em>Fiat, nel 2009 salgono i compensi
di Marchionne e Montezemolo
<em>
<em>L'amministratore delegato passa da 3,418 milioni di euro a 4,782 milioni, il presidente 5,177 milioni da 3,386<em>

Agli Elkann non diamo nulla , povere stelle?

E il costo di un CDA non sono solo stipendi dei consiglieri che per Senatori e Deputati sarebbero circa mezzo miliardo.   

 

 

dai un po di più : 1520,9

Dove lo hai trovato questo dato ? Io avevo trovato solo i dati OECD, che sono in US$ PPP, e sono pari (spannometro) a 1.800 mld di dollari, convertiti in euro davano quella cifra, che avevo trovato su un articolo di giornale, quindi mi sembra plausibile, ma può darsi mi sia sbagliato. Ho cercato sul sito Bankitalia, ma non l'ho trovato.

Per quel che riguarda il Cda Fiat devi parlare con quelli de LaVoce.info, ma i loro dati mi sembrano plausibili: in un'azienda privata solo il management guadagna, i consiglieri hanno dei "gettoni di presenza".

Riguardo il "costo del personale seputati e senatori" gli ho fatto un favore: non gli ho aggiunto i doppi e tripli stipendi che prendono con "altri incarichi".

per esempio dalla ultima RUEF ( ultima riga )

non è che Montezemolo e John scherzino quanto a incarichi multipli

Luigi Abete (21), John Elkann (15), Luca Cordero di Montezemolo (12), Matteo Cordero di Montezemolo (14), Emma Marcegaglia (14), Jonella Ligresti (10), Maria Giulia Ligresti (10), Rodolfo De Benedetti (12), Marco De Benedetti (10), Carlo De Benedetti (21), Franco De Benedetti (7), Piersilvio Berlusconi (14), Marina Berlusconi (3), Diego Della Valle (15), Cesare Geronzi (10), Marco Tronchetti Provera (10), Giampiero Pesenti (9), Carlo Pesenti (6), Alberto Bombassei (7), Massimo Cremona (49), Bruno Ermolli (21), Fedele Confalonieri (5), Berardino Libonati (7), Enrico Cucchiani (29), Massimo Pini (7), Angelo Caso (22), Ettore Gotti Tedeschi (6), Massimo Ponzellini (6), Fabrizio Palenzona (14), Piero Gnudi (14), Massimo Segre (30), Franco Tatò (20).

Marchionne poi è parlamentare anche del Congresso , pardon ad Chrysler più robette in Svizzera

 

 

Basta che il governo lasci andare per un po' i cordoni della borsa, convincendo i mercati che il tempo della responsabilità è già passato. Vendola lo sa, e sa anche che più di tanto le tasse non si possono aumentare.

Siamo sicuri che Vendola lo sappia?  Siamo sicuri che inebriato dalla benedizione di una vittoria elettorale non se ne dimentichi?  In Argentina c'e' un'intera classe dirigente che ritiene che non rimborsare interessi e titoli di Stato e appropriarsi delle risorse della banca centrale sia una politica socialmente corretta e non nuoccia alla credibilita' internazionale di lungo termine e all'economia del loro Stato.  C'e' evidenza empirica che Vendola non sia della stessa pasta?  L'evidenza che ho io e' che Vendola afferma che e' sbagliato ridurre il debito pubblico e rispettare patti di stabilita' finanziaria di Stati ed enti locali, che personalmente ritengo ragionevoli.

 

In Francia oggi ritorna ministro Alain Juppè, una figura che ha fatto discutere:

http://fr.wikipedia.org/wiki/Alain_Jupp%C3%A9#Affaires_judiciaires

''etica della responsabilità''

penso si riferisse a Max Weber

La formula è weberiana, ma ha senso solo in contrapposizione con l'etica della convinzione, cioé con l'ideologia.

Se Vendola si ispirasse davvero a Weber, non potrebbe sensatamente dire certe cose.

La crisi è ancora in atto, qual è la sua ricetta per uscirne?
Io penso che per fare ripartire l'economia bisogna uscire dall'angolo della superstizione liberista, in cui si canta il "de profundis" della spesa pubblica e si considera l'abbattimento del debito come una specie di dio pagano a cui sacrificare i poveri, le famiglie, le partite Iva, il welfare, e anche un pezzo di civiltà europea. Penso che oggi occorre sostenere la domanda interna, dare ossigeno ai ceti medio-bassi, aumentare l'area di consumo, sbloccare la spesa degli enti locali ibernata dalle ridicole penalità delle norme sul patto di stabilità. L'Italia affronta sacrifici durissimi senza alcuna prospettiva di crescita e un'intera generazione viene tagliata fuori dalla prospettiva del lavoro e del futuro.

 

Quando vedo pronunciate cose del genere non so se sperare che siano dette in malafede o in preda a deliri lisergici...in ogni caso e' sufficiente in entrambi i casi a garantirsi che l'Italia non invertira' la rotta, ma cabotera' cullandosi nell'illusione di un mitico passato (quale poi?) in cui tutti stavano bene, dando la colpa della mancata crescita (perche' non si crescera') a chi preferite voi, incluso Godzilla.

Arghhhh

Fatto aneddotico probabilmente indicativo dello stato della Sanita' in Puglia durante il secondo mandato consecutivo di N.Vendola alla guida della Regione.

Dal Corriere della Sera di oggi:

Brindisi
Assenteismo alla Asl: per visitare pazienti "privati" e a pagamento
Ventiquattro arrestati e 45 indagati. Provocavano lunghe liste d'attesa nel  servizio pubblico

In presenza di fatti come questo, piuttosto che ritenere contrari alla civilta' i vincoli finanziari di bilancio, perche' N.Vendola non riconosce la necessita' di far lavorare con onesta' ed efficienza i dipendenti pubblici regionali, spesso lautamente retribuiti specie a vertici e nel settore delle consulenze?

Gent.mo Sandro Brusco,

la scelta di parlare seriamente di Vendola a me pare giusta e corretta. Grazie.

Tuttavia non sono molto interessato da "sinistra"

(cioè dal luogo abitato ancora, forse, da chi crede in un progetto politico

per l'estensione dei diritti -alla salute, all'abitazione, al lavoro, alla conoscenza, alle relazioni-,

e quindi delle libertà e delle opportunità a tutte le persone,

a prescindere da tutte le loro caratteristiche soggettive di essere),

alla sua critica delle idee di Vendola riguardo a concorrenza e mercato,

specie se a partire dal testo di qualche intervista,

ma davvero sarei molto interessato

(il dialogo tra diversi potrebbe produrre idee e scelte nuove e coraggiose)

alla sua critica, ad esempio, per ora, del brano appresso riportato.

E tanto perché riferirsi solo e sempre a un leader e alle sue parole non solo è sbagliato,

ma pare sia anche la dannazione di questi tempi in Italia, pur per le intelligenze più attente.

O no?

Ecco il brano tratto dal Manifesto, nel quale si riconosce la nuova sinistra con Vendola Presidente.

"2010 come 1929: se ne esce solo con una Grande Riforma.

Dopo il ’29, con Keynes e Roosvelt negli Usa e con il socialismo in Europa dopo la
guerra, con l’intervento pubblico volto a sostenere la domanda e con l’edificazione
del Welfare, cambiò profondamente l’economia, la politica e la natura della società.
E oggi?
Il primo passo urgente è fermare la mano alla speculazione finanziaria. Qualche
provvedimento di freno agli eccessi di Wall Street è stato assunto negli Stati Uniti per
iniziativa del presidente Obama. In Europa regna il caos. Il vertice prima G8 poi G20
di giugno, che ha disdetto gli impegni già assunti con gli Obiettivi del Millennio, ha
assunto una linea che combina rigorismo sui debiti sovrani (dimezzare i deficit entro
il 2013) e pavidità verso banca e finanza. Un colpo secco allo Stato sociale, una linea
economica deflazionistica, la mano libera agli speculatori. Così non se ne esce. E’
necessaria un’azione politica del tutto diversa.
L’azione politica può essere efficace se mette in campo contemporaneamente un
ventaglio di proposte incisive, che cambiano subito le regole. Sono tutte ipotesi note
e da tempo sul tappeto. Occorre: separare di nuovo banche di risparmio e banche di
investimento e di affari; limitare i bonus e i diritti di stock option di manager e
banchieri: frenare gli hedge fund e i credit default swap (obbligare chi scommette sui
derivati a depositare in banca il denaro corrispondente); vietare lo short selling
(vendita allo scoperto); stabilire sanzioni pesanti a chi spaccia titoli spazzatura con
rating positivi fasulli; istituire una agenzia di rating europea. E soprattutto: introdurre
una tassa sulle transazioni finanziarie. Si può cominciare con la proposta più
semplice, che viene ampiamente promossa sul web: lo 0.005 su tutte le transazioni.
E una nuova Bretton Woods: se non c’è un nuovo accordo globale sui cambi, la
guerra economico-monetaria, in presenza di capitali senza frontiere, può in qualsiasi
momento trasformarsi in qualcos’altro.
Questo sarebbe un piano che limita le azioni predatorie dettate dall’avidità. Che
frena libertà e velocità di movimento del capitale finanziario. Ma occorre guardare
ancora di più al cuore del problema.
Da dove viene la liquidità praticamente illimitata a disposizione dei soggetti
dominanti il mercato mondiale? Viene dall’illimitato sfruttamento di lavoro umano,
materia ed energia.
“Sinistra, ecologia e libertà” unisce tre discorsi, che, per chi guarda la realtà senza lo
schermo di cattive ideologie, non possono e non potranno mai più apparire separati:
Il lavoro degli uomini, i cicli naturali, una civiltà fondata sullo sviluppo di
responsabilità, facoltà e libertà umane".

In attesa di una sua utilissima critica, la saluto e la ringrazio.

 

Perché mai Sandro Brusco dovrebbe rispondere al brano trascritto? si legga il dibattito sulla lettera degli economisti e quello sulla proposta della Tassa sulle transazioni finanziarie, senza costringerci a discutere di nuovo sugli stessi temi. 

e poi dicono che mancano le idee! pesco dal mazzo:

...stabilire sanzioni pesanti a chi spaccia titoli spazzatura con
rating positivi fasulli; istituire una agenzia di rating europea...

credo che ci siano più errori che parole. il titoli spazzatura sembra siano i titoli che sono andati male, spacciati ai risparmiatori, la mitica vecchina eccecc. ora, anche a me piacerebbe restituire all'intermediario le azioni che non vanno bene, e magari vederlo multato. i titoli spazzatura, i junk bond appartengono ad un'altra era geologica, quella di m.milken ed hanno la caratteristica di avere rating basso oppure nessun rating, altro che tripla a. volevano dire titoli tossici o salsiccia? quelli mica sono finiti nei portafogli del retail , erano comprati esclusivamente dai più bei nomi della finanza, che evidentemente li valutavano in accordo coi confezionatori, senza sostanziali asimmetrie informative. la bella idea di un'agenzia europea "per darsi i voti da soli" è finita in questo modo.

frenare gli hedge fund e i credit default swap (obbligare chi scommette sui
derivati a depositare in banca il denaro corrispondente); vietare lo short selling...

gli hedge non sono stati l'epicentro di questa crisi, però hanno un brutto nome e quindi... idem i cds. le scommesse non sono sui derivati, ma sono i derivati. se vogliamo portare le marginazioni al 100% del nozionale, equivale a vietarli del tutto. si può fare, ma, secondo lo stesso principio di precauzione, si dovrebbe imporre alle assicurazioni  una riserva pari alla somma dei massimali garantiti. :-). se vieto lo short selling, la vendita senza il titolo,  vieterei anche gli acquisti senza i soldi, che è speculazione al rialzo. via dunque anche i mutui immobiliari?

boh,sembra che la finanza tutta sia il nemico del popolo.

 

 

Complimenti prof. Brusco per la lucida e raffinatissima analisi socio-politica.

Mi permetta solo di aggiungere alcuni elementi che potrebbero chiarire il quadro teorico di riferimento e rendere maggiormente fruibile il suo pensiero soprattutto da parte delle giovani generazioni:

1) Innanzitutto non bisogna dimenticarsi che, ancora oggi, i comunisti mangiano i bambini, mancando riscontri empirici che neghino questa evidenza;

2) Gli italiani dovrebbero anche ricordarsi che l'Italia non fa più parte dell'Unione delle Repubbliche Socialista Sovietiche (URSS);

3) Si dovrebbe anche ribadire con chiarezza che non c'è nulla di male nella mercificazione del mondo: come è noto, il valore della vita umana è perfettamente calcolabile (gli assicuratori lo fanno tutti i giorni), così come è perfettamente calcolabile tutto ciò che esiste al mondo, compreso il mondo stesso o quella porzione di mondo nota come "pianeta terra" che, notoriamente, versa in ottima salute;

4) I politici non capiscono i modelli economici: invece di dedicarsi all'elaborazione di calcoli, formule, tabelle e grafici, si interessano ottusamente alle persone e alle loro azioni e interazioni: banali  e caotici epifenomeni del tutto ininfluenti sul quieto ed armonioso scorrere delle interazioni tra variabili quantitave;

5) L'ideologia dominante NON è il liberismo. Il liberismo non è neppure un'ideologia. E se dite il contrario siete dei blasfemi e degli infedeli.

Ecco, così si capisce tutto molto meglio!

Sandro,

i tuoi due articoli per forza di cose si basano su stralci di interviste e dichiarazioni pubbliche.

Quindi credo facilmente rispedibili al mittente dal criticato con un classico "Lei ha estrapolato delle frasi dal contesto stravolgendone il senso generale" (sempre che ci tenga a farlo).

In ogni caso il topic è più che interessante e merita tutta l'attenzione necessaria

Allora, senza pretesa di rubare il lavoro alla redazione, avrei una proposta: Perchè non approntare 5 domande dirette sulle posizioni di politica economica dei politici che aspirano a fare i governanti?

Magari gli si chiede di rispondere brevemente (il max 10 righe dei compiti scritti) e si mandano ai loro uffici stampa.E vediamo chi risponde e come...

Stefano

 

 

 

 

Per quel che conta, sottoscrivo. In particolare, mi sembra che Vendola tenda a rispondere...

Quindi, in sintesi, a Vendola non si puo' imputare nessuna particolare colpa dal punto di vista economico, visto che, da questo punto di vista, rappresenta ne' piu' che meno il politico italiano medio. Cioe', nessun politico in Italia ha vedute piu' ampie, se si eccetua forse la coppia Bersani-Visco. In effetti, e' ancora tutto da vedere, ma e' ben auspicabile che in un futuro governo Vendola sia proprio Visco (e magari anche Bersani), ad occuparsi di finanza pubblica, fisco, e politiche industriali.

Per come la vedo io, le colpe imputabili a Vendola sono tante. Il problema è che si presenta come il nuovo, ma non fa altro che dire roba vecchia, roba che non ha mai portato a nulla di buono, tra l'altro.

La colpa in ciò è di prendere per l'ennesima volta per i fondelli la gente, contribuendo non poco a rovinare quel poco di capitale sociale che ci è rimasto. Quelli che seguono Vendola, molte volte, sembrano veramente convinti, persone che veramente credono in quelle cose. Cosa ne sarà di questo "popolo" quando le carte verranno fuori e si scoprirà che quella di Vendola era solo retorica?

 

La mia impressione e' che Vendola non si presenti come qualcosa di nuovo; in un certo senso si presenta come l'omologo di Berlusconi ma a sinistra; intendo omologo di Berlusconi nella sua capacita' di comunicare, coinvolgere, farsi capire. In questo, a sinistra, e' una vera rivoluzione.

In questo e nell'altro articolo si analizza l'ipotetico disegno politico di Vendola.

Ma si sa qualcosa della sua eventuale squadra?

Cioè Vendola ha dei consiglieri economici? Nel suo staff chi si occupa di sanità di istruzione ecc?

Perché un ipotetico governo Vendola non sarà composto da tutti Nichi Vendola e la composizione del team potrebbe cambiare molto la cosa.

Siamo già in grado di farcene un'idea o è troppo presto?

Potrebbe essere meglio (oppure peggio) di quello che pensiamo ora no?

Ma, Vendola da solo non potra' mai fare un governo ne' vincere le elezioni. Potrebbe fare entrambe assieme al PD, e a questo punto la squadra sarebbe quasi fatta, immagino.

ma l'epiteto "scienza triste" non è dovuto al finemondismo di quello sfigatone di Malthus?

io ho sempre pensato che fosse "triste" per via dell'impossibilità della verifica sperimentale, che rende le discussioni infinite e le previsioni quanto mai incerte.

siamo già a tre motivazioni diverse, direi plausibili. è proprio triste, allora :-)

 

 

 

 

Secondo Wikipedia, l'economia si sarebbe originariamente guadagnata l'aggettivo "dismal" perche' sembrava suggerire l'abolizione della schiavitu'.

Non so perche' l'aggettivo sia rimasto anche dopo il Nobel a Fogel ;-)

Io ho sempre pensato che fosse definita triste perche', in una accezione volgare ampiamente diffusa, ipotizza che l'uomo sia cattivo e assetato solo di denaro, e quindi triste.

ok, è assimilabile alla tesi di sandro brusco, che arriva quindi a due voti. sentiamo anche altri: perchè è triste il soggetto dei vostri studi  e delle nostre passioni? coraggio, non siate timidi.

Non sono d'accordo su più aspetti, ma vorrei concentrarmi sul discorso iniziale sulla concorrenza, bene...che cos'è e come si definisce concorrenza? Se parliamo di liberismo e devo finisce il liberismo? 
Tutti concorderemo che un mercato libero sia migliore, ma che va limitato con delle regole chiare per evitare distorsioni. Bene, ma allora non è libero. In questo caso perde di senso il discorso di Brusco, invece ne ha e da vendere quello di Vendola.
Quello che voglio dire è che entrambi dite la stessa identica cosa, ma in modi diversi e dandovi del "bugiardo". Uno dice, il mercato deve essere libero, ma le leggi devono controllarlo, l'altro dice lo stato deve limitare il mercato per essere libero. Cosa cambia?

Il discorso di Vendola che critichi ad inizio pagina non dice nient'altro..

Quasi mi verrebbe da fare il discorso al contrario, ovvero, non è che gli economisti hanno un pregiudizio verso la sinistra che "una volta" voleva controllare il mercato e ora voglio mettere delle regole chiare al mercato? Che poi è quello che voglio fare gli economisti!

C'è chi bolla di demagogia i discorsi altrui senza pensare ai propri.
Tu stesso dici "L'idea che la concorrenza, la meritocrazia e la competizione possano essere utili strumenti per aiutare la mobilità sociale e per favorire proprio i più svantaggiati non ha mai preso realmente piede" e cerchi nelle parole di Vendola di ricostruire questa tua convinzione (che mi pare molto Berlusconiana, stile Mamma li comunisti!).

PS. Non sono voluto entrare nel merito di servizi particolari (come sanità, acqua, ecc..) perché il discorso è un po' più complicato. Più politico che economico (non me ne vogliano gli economisti!).

"entrambi dite la stessa identica cosa, ma in modi diversi e dandovi del "bugiardo". Uno dice, il mercato deve essere libero, ma le leggi devono controllarlo, l'altro dice lo stato deve limitare il mercato per essere libero. Cosa cambia?"

Ad una domanda così posta, la risposta è - ovviamente - nulla. Ma è, ovviamente, un framing effect.

In realtà la contrapposizione è tra chi ritiene che il diritto debba limitarsi a garantire il funzionamento del mercato, tutelando la concorrenza, il rispetto dei contratti e della proprietà, l'ordine pubblico, ecc,. e chi ritiene che invece il diritto debba indirizzare il mercato verso obiettivi scelti non dai partecipanti ma dal potere politico. 

A diversi punti di vista corrispondono diverse tecniche d'intervento; poi, naturalmente, si dànno posizioni intermedie e pratiche più complesse.

Ieri a Ballaro', mi e' capitato di notare Vendola dire che Tremonti ha fatto riforme di "macelleria sociale". Ora, qualcuno ha chiaro in mente a cosa si riferiva di preciso? Perche' mi sfugge.

Vendola usò il termine in occasione della manovra estiva. Credo si riferisca in particolare all'aumento surretizio dell'età pensionalbile via ''finestre'' e ai tagli lineari a scuola/università ed enti locali.

Grazie!

Anche se il termine "macelleria sociale" è volutamente (e anche un pò pateticamente) esagerato, ha senso se si considera che un aumento "surrettizio" dell'età pensionabile è un modo subdolo per fare questo tipo di riforma.

Il problema e' che se si volesse pensare male, si potrebbe supporre che Vendola considera macelleria sociale aumentare l'eta' pensionabile e tagliare fondi all'universita' e agli enti locali...

Comunque, proprio oggi leggevo un articolo che sosteneva che Vendola ha fatto apparentemente benissimo all'economia della Puglia. Il problema è che l'articolo è, almeno a me, praticamente incomprensibile.

 

Ho fatto qualche ricerca ed ho trovato questo http://www.convegnonazionaleinnovazione.it/il-premio/i-premiati-2010/ ma non posso dire di averci capito di più.

Beh,

Poi mi sono imbattuto in questo altro articolo, che dice che le esportazioni della Puglia sono aumentate del 22.6% dai primi nove mesi dell'anno scorso. Allora la domanda, se questa fosse una cosa positiva è un caso o è merito di Vendola?

Mah, e se fosse semplicemente il caso che l'economia mondiale nel 2010 cresce a un ritmo più sostenuto che nel 2009, che fu anno orribile, per cui la domanda di prodotti italiani è aumentata?

La Puglia è la quarta regione in Italia dopo Sardegna, Sicilia e Lazio per l'incremento delle esportazioni. Si colloca molto al di sopra della media italiana (+14,3%) e supera l'Italia nord-occidentale (+12,7%), l'Italia nord-orientale (+13,9%), l'Italia centrale (+16.4%) e l'Italia meridionale (+15,6%).

Non so, se è merito di Vendola l'aumento delle esportazioni pugliesi allora dovremmo anche concludere che Cappellacci in Sardegna, Lombardo in Sicilia e whatever in Lazio (dove il cavallo è cambiato a metà dei nove mesi) sono ancora più meritevoli. A me pare un po' improbabile.

è poi importante la base : la Puglia vale il 2% delle esportazioni italiane e la Lombardia il 28%

QUI

 

Grazie Aldo. Numeri veramente impressionanti. La Sicilia al 2,6%. Incredibile.

si difende con le importazioni 4,2%

fosse così l'Italia avremmo un deficit commerciale di 185 miliardi 

grazia a Dio nel 2009 è stato solo di 6 miliardi 

 

è poi importante la base : la Puglia vale il 2% delle esportazioni italiane e la Lombardia il 28%

OK pero' la Lombardia ha ~9 milioni di abitanti e la Puglia ~4.  Il confronto corretto e' esportazione per abitante, la Lombardia supera la Puglia per un fattore ~6.2. Tenendo conto che anche senza i trasferimenti di Stato la Puglia ha un PIL pro-capite ~50% di quello della Lombardia, ci si potrebbe aspettare un fattore ~2, non ~6 di maggiori esportazioni pro-capite della Lombardia rispetto alla Puglia.  Il fattore 3 che sta tra 6 e 2 si puo' attribuire al malgoverno interno all'Italia.

Credo Aldo volesse semplicemente dire che quando la base è bassa è facile osservare aumenti o decrementi percentuali molto forti, che corrispondono in realtà a cambiamenti assoluti contenuti. Per cui, statisticamente, alle code di una distribuzione come quella sulle esportazione per regione sarà più facile trovare regioni con poche esportazioni.

Tra l'altro, guardando un po' i numeri mi pare che praticamente per nessuna regione il (doppio del) dato 2010 superi il dato 2008, che già fu di crisi. Quindi le esportazioni migliorano rispetto all'anno di crisi più nera ma non abbiamo ancora recuperato del tutto.

Su quale sia la percentuale ''giusta'' di esportazioni è difficile dire perché dipende dalla specializzazione produttiva della regione. Però un dato come quello della Sicilia salta agli occhi.

volevo dire quello

voglio anche osservare che le esportazioni verso l'estero delle regioni è un dato puramente statistico

La bilancia commerciale significativa di un ente territoriale è quella rispetto al resto del mondo per cui sarebbe interessante conoscere anche esportazioni ed importazioni verso il resto d'Italia.

voglio anche osservare che le esportazioni verso l'estero delle regioni è un dato puramente statistico

Tipica minimizzazione all'italiana.  La quota di PIL che va in esportazioni e' uno dei tanti indicatori che aiutano a comprendere come funziona un'economia, regionale o statale o continentale.  L'indicatore se preso da solo e isolato dal contesto puo' anche dare un'immagine fuorviante, ma nel caso specifico delle Regioni del Sud Italia e' evidente che il loro basso livello di esportazioni rispetto al Nord Italia e' uno dei tanti indicatori del fatto che si tratta di regioni con economia asfittica, poco avanzata, poco competitiva nel commercio internazionale, orientata principalmente al consumo sussidiato da trasferimenti statali.

La bilancia commerciale significativa di un ente territoriale è quella rispetto al resto del mondo per cui sarebbe interessante conoscere anche esportazioni ed importazioni verso il resto d'Italia.

Non e' cosi', l'interscambio con regioni vicine appartenenti al medesimo Stato e' attivita' significativamente meno complesso che l'interscambio con Stati stranieri con lingue, specializzazioni ed economie diverse.

Ieri a Ballaro', mi e' capitato di notare Vendola dire che Tremonti ha fatto riforme di "macelleria sociale"

Talvolta l'utilizzo di una certa terminologia squalifica il soggetto che la usa. IMHO "macelleria sociale" è uno di quei termini.

Gli slogan sono sempre quelli degli altri...ormai quest'uso di shorcuts emotivi e retorici sta diventando una piaga...

Se solo ci fossero conduttori televisivi che al primo accenno di queste cazzate fermassero tutto e chiedessero argomenti i politici ci andrebbero molto più cauti nel sparare certe cazzate.

Dato che nei commenti si sono fatti alcuni confronti tra la Puglia e altre regioni, è interessante dare un'occhiata ai risultati del rapporto Copaff sui costi sostenuti dalla varie regioni per pagare la propria classe politica e la propria burocrazia.

I risultati sono prevedibili per alcune regioni e sorprendenti per altre.

C'è da dire che la Puglia se la cava abbastanza bene, dato che ha costi pari a €. 89,80 pro capite, al quarto posto tra i virtuosi, dopo i 61,5 della Lombardia, 78 della Liguria e 86 del Veneto.

I costi maggiori li hanno le regioni a statuto speciale, oltre a Lazio, Abruzzo e Molise

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