Parliamo seriamente di Vendola (I). La politica industriale

8 novembre 2010 sandro brusco

Non è un caso che Vendola sia un credibilie candidato alla guida del centrosinistra. La verità è che molte delle sue idee sono ampiamente condivise dagli elettori della sinistra e, in buona misura, anche dai militanti e dagli intellettuali ''di riferimento''. Non voglio, non ne ho la capacità, effettuare una valutazione complessiva del pensiero politico di Vendola. Ma credo di aver la capacità di dire qualcosa di sensato sulle sue proposte di politica economica, che a me appaiono estremamente arretrate e dannose. In questo post discuto la posizione di Vendola in tema di politica industriale. In un post successivo discuterò di concorrenza e libero mercato.

La settimana scorsa mi sono divertito a fare una traduzione satirica dell'intervista che Nichi Vendola ha recentemente rilasciato al Sole 24 Ore. L'intento era quello di fare una sghignazzata alle spalle dell'ennesimo discorso pomposo, fatto con il solito linguaggio teso ad offuscare ed in cui i politici italiani eccellono; Vendola non era certo il primo a cader vittima di questo tipo di satira e posso garantire che non sarà l'ultimo.

Molti lettori hanno però sollevato nei commenti varie domande che credo meritino una risposta più dettagliata e seria. A mio avviso infatti, e al di là degli scherzi, l'intervista di Vendola segnala una drammatica arretratezza in termini di pensiero economico. Questa arretratezza appartiene non solo a Vendola ma ad aree abbastanza vaste del centrosinistra e si sposa a una notevole confusione su temi economici tra i simpatizzanti e gli elettori di sinistra. Ho pensato quindi che fosse il caso di cercare di fare un po' di chiarezza, spiegando in modo più dettagliato le ragioni del mio disappunto.

Non ho, a dir la verità, molto materiale su cui basare la mia analisi del pensiero economico di Vendola. Oltre all'intervista che mi sono divertito a tradurre, mi baso anche su un'altra intervista rilasciata sempre al Sole 24 Ore lo scorso agosto. Come materiale è un po' scarno, ma io credo che alcune idee risultino abbastanza chiare. Quelle mi appresto a discutere, sperando di non aver troppo travisato.

In questo post mi concentrerò sulle idee di Vendola riguardanti la politica industriale e il problema della crescita della produttività. Nel prossimo considererò il pensiero vendoliano su concorrenza e mercato.

Vendola si rende conto, come non può che fare qualunque persona minimamente onesta che guardi all'evoluzione dell'economia italiana, che l'Italia ha un drammatico problema di crescita del reddito e della produttività dei fattori, anche se lui magari usa un linguaggio diverso. Quali sono le cause e qual è la soluzione proposta?

Spero di non far troppa violenza al pensiero di Vendola se dico che le risposte che appaiono dai suoi interventi sono: 1) la produttività è bassa perché le imprese non investono e non innovano; 2) la soluzione è un attivo intervento dello stato che dovrebbe o investire direttamente o finanziare le imprese nei settori specifici che, ad avviso dei politici, sono più utili alla crescita della produttività.

Nell'intervista di agosto, significativamente titolata ''All'Italia serve una politica industriale'', Vendola afferma:

Una politica industriale intanto bisogna avercela. Per Berlusconi è opzionale. Pare che la faccia spontaneamente il mercato. E in questa insostenibile leggerezza della politica l'Italia vive un vero e proprio processo di deindustrializzazione che è una tragedia civile e sociale. Non esiste un luogo in cui si discute di quali siano gli apparati industriali considerati strategici e come di conseguenza agire affinché essi possano radicarsi e rinforzarsi qui in Italia, di come possano internazionalizzarsi senza emigrare alla ricerca della manodopera al più basso costo, di come possano competere usando la chiave magica che apre la porta dei mercati globali: la qualità delle produzioni, il contenuto di innovazione dei prodotti.

Mi sembra un passaggio abbastanza rappresentativo della filosofia politica ed economica di Vendola. E, anche se breve, è un passaggio pieno di errori e di confusione. Tanto per cominciare, non è assolutamente vero che il governo Berlusconi non abbia una politica industriale. Ce l'ha, purtroppo. Vendola ha mai sentito parlare di Alitalia? Di ''incentivi'', ossia sussidi all'acquisto delle cose che il governo ha deciso la gente deve comprare subito, tipo motorini e motori fuoribordo? Altro che lasciar fare al mercato. Ma di questo parleremo più approfonditamente nel secondo post.

Passiamo all'affermazione secondo cui la deindustrializzazione è di per sé ''una tragedia civile e sociale''. E' un'idea vecchia e anche assai diffusa, ma questo non la rende meno sbagliata. Giusto per avere idea, invito Vendola a leggere questo rapporto dell'OCSE sulla crescita nel settore dei servizi. In verità basta la prima frase:

The service sector now accounts for over 70% of total employment and value added in OECD economies. It also accounts for almost all employment growth in the OECD area.

[Traduzione: il settore dei servizi ora comprende il 70% dell'occupazione e del valore aggiunto nelle economie OCSE. E' anche responsabile per la quasi totalità della crescita dell'occupazione nell'area OCSE]

Questo significa come minimo che la deindustrializzazione non è necessariamente una tragedia. Si può vivere bene anche quando il settore industriale si riduce, e diventare ossessionati (come fanno tanti, non solo Vendola) sull'occupazione industriale, e ancor più sull'occupazione nelle grandi imprese, non è affatto una buona idea. Ma andiamo avanti.

E' ovvio che l'industria resta una componente molto importante di qualunque economia sviluppata. Ammettiamo pure che ci sia qualcosa di sbagliato in ciò che succede nell'industria italiana. Cosa ha in mente Vendola, e cosa propone? La mancata crescita della produttività è conseguenza di scelte che vengono compiute sia livello di impresa sia a livello di amministrazione pubblica.

In entrambe le interviste Vendola non discute cosa fare per aumentare la produttività del settore pubblico. Parlare di produttività nel settore pubblico richiede coraggio e capacità di analisi. Richiede, ad esempio, prendere di petto la questione dell'eccesso di dipendenti pubblici rispetto ai servizi erogati, fenomeno particolarmente acuto nelle regioni meridionali. Richiede anche di pensare in modo serio a come misurare qualità e quantità dei servizi prodotti nel settore pubblico (ciò che Brunetta non ha mai voluto e saputo fare), nonché a schemi di incentivo per promuovere l'eccellenza nell'amministrazione pubblica. Vendola, che io sappia, non ha detto nulla al riguardo. Nell'intervista di ottobre afferma

E con la produttività. Perché qui è più bassa che ovunque?
Perché sono asini quelli che non hanno investito in innovazione. Non si poteva pensare che Cina e India avrebbero continuato a produrre mutande e calzini. Lo sa che il gioco più importante dei bambini indiani sono le olimpiadi di matematica?

Ora, a parte che i miei amici indiani mi raccontano storie un po' diverse su quel che succede in India, qua siamo alle petizioni di principio completamente vuote. Non si capisce bene chi siano questi asini; io avevo interpretato che fossero gli industriali, ma alcuni commentatori hanno detto che probabilmente si riferiva alle scelte pubbliche. Ora, se gli asini che non hanno ''investito in innovazione'' sono i politici, bisogna spiegare un po' meglio cosa si vuol fare. Mi auguro Vendola non chieda semplicemente di pompare più soldi nel settore pubblico. Se sono invece gli imprenditori, consiglierei di andarci piano prima di dar dell'asino a chi rischia i suoi soldi, ma su questo diremo di più tra breve. Lasciamo pure in sospeso il giudizio su questo punto e passiamo invece a qualcosa su cui lui ha parlato esplicitamente, ossia la scarsa innovazione a livello di impresa.

Non conosco sufficientemente i dettagli statistici per dire quanto importante sia stato il ruolo delle imprese nella mancata crescita della produttività, ma assumiamo pure che il fenomeno sia sufficientemente importante da richiedere attenzione. La domanda da porsi allora è: perché le imprese non investono e non innovano? Per rispondere a questa domanda si possono seguire due approcci generali.

Il primo è l'approccio che viene seguito dalla maggior parte degli economisti. Si parte dall'ipotesi che le decisioni delle imprese vengano prese da persone pensanti e che, pur con qualche problema di gestione che si presenta nelle grandi imprese in cui il management è separato dalla proprietà, tali persone cerchino di sfruttare le opportunità di profitto rispondendo agli incentivi esistenti. Pertanto, se si ritiene che le imprese investano e innovino poco, la domanda da porsi è: quali incentivi presenti nel sistema economico italiano fanno sì che le imprese scelgano di rifuggire dagli investimenti più rischiosi (perché l'innovazione è rischiosa), preferendo invece il ''business as usual''?

A questa domanda ci sono risposte abbastanza standard. Primo, è chiaro che l'innovazione viene ostacolata se il sistema fiscale la rende poco remunerativa; quindi occorre analizzare la struttura e il livello delle tasse sul capitale e sull'impresa e chiedersi se non siano tali da scoraggiare gli investimenti più innovativi. Secondo, è altrettanto chiaro che l'innovazione viene scoraggiata se rigidità e colli di bottiglia impediscono alle imprese di trarre vantaggio dagli investimenti che producono i risultati migliori. Per esempio, occorre chiedersi se la struttura del nostro sistema finanziario sia adeguata, o se invece per qualche ragione (per esempio potere di mercato, influenza della politica, o regolamentazione del settore) le banche italiane non preferiscano evitare gli investimenti rischiosi (perché finanziare l'innovazione è rischioso), indirizzando invece i fondi verso impieghi sicuri o favoriti dai controllori politici. Terzo, se esistono barriere all'entrate in vari settori e industrie che garantiscono una rendita di posizione alle imprese esistenti è probabile che tali imprese preferiscano dedicarsi a raccogliere tali rendite e coltivare buoni rapporti con il il potere politico (per evitare che le barriere all'entrata che stanno all'origine delle rendite spariscano), piuttosto che intraprendere innovazioni rischiose. All'analisi dovrebbero seguire proposte per migliorare la situazione.

Il secondo è l'approccio che viene seguito da Vendola. Il quale non si chiede quali sono gli incentivi che generano scarsa innovazione ma assume che la scarsa propensione a innovare sia una caratteristica culturale, una specie di tara genetica degli imprenditori italiani. A questa tara deve porre rimedio la politica, creando, usando le sue parole, ''un luogo in cui si discute di quali siano gli apparati industriali considerati strategici e come di conseguenza agire''. Questo significa semplicemente, una volta fatta una robusta opera di potatura di tutti i fronzoli retorici, che alla politica viene assegnato il compito di individuare i settori in cui investire (quelli '''strategici'', ovviamente) e a cui verranno fatte affluire le risorse pubbliche.

Qui Vendola commette l'errore di illudersi che i politici siano più bravi degli imprenditori a scegliere gli investimenti e le industrie giuste. Questa è una illusione estremamente diffusa e ricorrente tra i politici italiani, di tutti gli schieramenti. Durante questi mesi in cui abbiamo fatto un certo numero di incontri per la promozione del libro, mi è capitato di sentirne diverse versioni. Gli imprenditori italiani sono troppo ignoranti e poco educati. Sono troppo avidi e avversi al rischio. Sono troppo affezionati all'idea della fabbrichetta di famiglia e paurosi di perderne il controllo in caso di crescita. E così via, spiegando che una buona dose di intervento da parte di qualche illuminato che risiede nei palazzi romani migliorerebbe sicuramente le cose. Che dire? Se decenni di partecipazioni statali, interventi straordinari, cattedrali nel deserto e altri simpatici frutti degli ''investimenti strategici'' guidati dalla mano pubblica non sono stati sufficienti a convincere che sia una cattiva idea presumere che i politici sappiano meglio degli altri come investire i soldi (sempre degli altri), dubito che niente possa esserlo.

Ma allora, si dirà, non c'è proprio nulla che il settore pubblico possa fare? In realtà sì, se si ha l'umiltà di riconoscere che l'intervento pubblico è comunque problematico e che i politici sono persone che (come tutti gli altri) tendono a fare il proprio interesse piuttosto che l'interesse pubblico. Non dico assolutamente niente di nuovo, ripeto solo quello che abbiamo imparato da decenni di teoria economica. L'intervento pubblico può correggere esternalità negative, per esempio penalizzando mediante tasse le attività inquinanti. Può produrre beni pubblici che altrimenti non verrebbero prodotti e che sono utili e necessari, per esempio buone infrastrutture di trasporto o ricerca di base. E così via, c'è un'enorme letteratura teorica ed empirica sui possibili fallimenti del mercato e su come rimediare.

Ma è un'altra cosa rispetto a quello che Vendola e tanti altri sembrano avere in mente. Che è appunto l'idea che i politici, che usano i soldi degli altri, siano meglio posizionati dei privati, che rischiano soldi propri, per decidere che investimenti fare. Va aggiunto inoltre che accanto alla letteratura sui fallimenti del mercato c'è un'altrettanto vasta letteratura sui fallimenti del governo e di come sia necessario essere molto attenti nel disegno dei meccanismi di intervento. Il potenziale per l'abuso è sempre presente. L'intervento va sempre giustificato con una buona spiegazione teorica di quali sono i fallimenti del mercato che si sta cercando di rimediare e convincenti dati empirici sul fatto che tali fallimenti sono quantitativamente importanti.

E no, dire che i privati sono arretrati e non capiscono in cosa innovare non è una spiegazione accettabile.

101 commenti (espandi tutti)

 

delle idee ben spiegate da sandro brusco, la più facilmente attribuibile al luogocomunismo di sinistra, credo sia la nostalgia per "la politica industriale" attiva, a promuovere miracolose new economy eccecc. e invitare a chiarirsi su questo punto , è il minimo.

ma poi davvero vendola è un candidato credibile? non è una domanda retorica, proprio non lo so. se forse non lo è, l'esegesi del suo pensiero economico è forse inutile.  tutto sommato, si è candidato da sè, una specie di profezia che prova ad auto realizzarsi :-)

chiediamo allora a bersani e a fini.

 

 

Professore, potrebbe preparare un pro-memoria anche per Bill Emmott?

  http://www.ft.com/cms/s/2/79390a88-ea99-11df-b28d-00144feab49a.html#axzz14dUv3WCf   <em>Italy can liberate its pulsing heart<em>

Review by John Lloyd

Forza, Italia: come ripartire dopo Berlusconi ((Courage, Italy: how to start again after Berlusconi)
By Bill Emmott
Rizzoli €19.50

"...And his enthusiasm extends into politics: he sees Nichi Vendola, president of the Puglia region and leader of the Left Ecology Freedom party, a far-left splinter group, as a future national leader."

 

oltretutto Emmot ha proprio scritto recentemente un condivisibile articolo sulla "Stampa" in cui dimostra quanto sia errato il mantra italico sulla produzione manifatturiera vs economia dei servizi.

ritiene però che Vendola si sia dimostrato un perfetto esempio di connubio tra (più) mercato e (meno) stato

"Come governatore, egli ha almeno in parte accettato che il problema dell’Italia meridionale è stato troppo stato e troppo poco mercato e ha spostato il proprio interventismo verso le infrastrutture locali, verso la concessione di borse di studio a 10.000 studenti, per consentire loro di studiare fuori dalla regione, e verso l’ambientalismo"

Che quando ci sia una bella gnocca straniera noi italiani perdiamo la testa mi sembra strano, ma lo posso capire; che lo stesso debba succedere per l'opinione di un giornalista mi lascia perplesso.

Per carità non è un pirla e la sua opinione merita attenzione ma, abitando in Italia, non possiamo analizzare le cose da soli senza interposta persona ? 

ma infatti Emmot cade in contraddizione, nel momento in cui sostiene quelle cose (a mio parere giuste) e al tempo stesso Vendola.

http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=8050&ID_sezione=29&sezione=

Mi sono andato a cercare l'articolo originale, ma non ci sono grandi differenze: http://www.timesonline.co.uk/tol/comment/columnists/bill_emmott/article7149440.ece

qualche commento (malevolo):

"Most of all, Mr Vendola is an Obama-style mobiliser of the Pugliese masses, with the oratory and charisma to conjure up dreams, and he is building a national movement too."

Siamo sicuri che ció che serve al paese siano sogni?

"As governor, he has at least partly accepted that southern Italy’s problem has been too much state and too little market (“Brezhnevismo”, he calls it refreshingly), and has shifted his own interventionism towards local infrastructure,"

Boh? Quali infrastrutture? Si riferirà forse all'Acquedotto Pugliese: http://blog.civicum.it/wp-content/uploads/2009/11/corriere-economia-3011091.pdf

"to providing grants to 10,000 students to help them to study outside the region,"

Che idea! Una perfetta operazione clientelare! E poi questi ragazzi, se sono brillanti se ne restano "outside the region", se sono fessi si sono fatti una bella vacanza a spese della regione.

 "and to environmentalism."

Di nuovo boh. Cosa ha fatto concretamente? Dal suo blog si evince che è andato a Bruxelles per parlare di cambiamenti climatici ed ha parlato di tutt'altro: http://www.nichivendola.it/sito/mcc/informazione/nichi-a-bruxelles.html  http://giovannidepaola.nova100.ilsole24ore.com/2010/10/vendola-a-bruxelles.html

o forse al no all'esplorazione petrolifera?

 http://www.ok-ambiente.com/2010/07/12/nichi-vendola-no-al-petrolio-in-puglia/

http://www.ilsostenibile.it/2010/06/16/vendola-presenta-il-programma-regionale-ambiente-e-lavoro/

 

BS deve sparire dalla politica italiana non perchè sia peggio degli altri (secondo me lo è pure) ma perchè è un alibi: "tutto va a puttane, è colpa di Berlusconi". La politica oggi gira attorno a lui, che se ne parli bene o male, LUI è la politica in Italia. Essere sconfitto, anche da un Vendola qualunque, sarebbe comunque positivo; di più, spero che, qualora eletto, Vendola fallisca miseramente l'azione di governo sicchè gli italiani sgraneranno gli occhi e si renderanno conto di essere nudi.

Questo significa semplicemente, una volta fatta una robusta opera di potatura di tutti i fronzoli retorici, che alla politica viene assegnato il compito di individuare i settori in cui investire (quelli '''strategici'', ovviamente) e a cui verranno fatte affluire le risorse pubbliche.

Qui Vendola commette l'errore di illudersi che i politici siano più bravi degli imprenditori a scegliere gli investimenti e le industrie giuste. Questa è una illusione estremamente diffusa e ricorrente tra i politici italiani, di tutti gli schieramenti.

Mi pare che Fini nel suo discorso alla convention di Perugia - Bastia Umbra, in realtà - abbia detto più o meno questo riguardo alla politica industriale.

A Perugia in effetti c'era un livido e tristissimo D'Alema a un convegno sulle energie rinnovabili. :-(

Nelle interviste di Vendola, si trovano molti punti di comunanza con Stefano Fassina (qui il suo sito) e con Visco (Nens) come ben si comprende anche dall'articolo linkato in Letture della Settimana. Paradossalmente, almeno per quanto attiene alla ricerca, confermo l'asserto di stevarc: Fini ha espressamente palato di stato che finanzia le piccole imprese che non fanno ricerca. E' tutto un appello all'economia pianificata ed alle politiche industriali che accomuna molto tutte le parti politiche. L'aspetto che più indispone è che Vendola, da "intellettuale e poeta" abbia dimenticato le politiche industriali che hanno devastato il Mezzogioro Puglia compresa. Eppure esiste una letteratura sterminata che lo dimostra.

Grazie Sandro - chiaro ed assai semplice. Se si dovesse metter in ordine che cosa guida il pensiero di Vendola, Fini, Beneduce e tutti quanti, e' un pensiero politico assai interessante. Forse guidati da varie figure che vedono grandi nessi tra teologia e "potere" (G. Agamben tra gli italiani, a volte S. Moses) essi insistono a pensare che esser scelti (ad esempio esser votati a far il ministro, il manutengolo etc.) sia una segno dell'unzione divina, che notoriamente da poteri extrasensoriali.

Ne deducono dunque che  la loro posizione permetta una visione perspicua dei bisogni e delle misure da prender per soddisfare tali bisogni. 

Essendo essi troppo stupidi per mettersi a leggere tre libri, non hanno ancora apprezzato che la politica e' un mestiere, che come tale ha un salario, e come tale implica il saper (eticamente parlando) quali siano i limiti di cio' che si fa.

In effetti l'unica vera politica industriale da farsi in Italia è ridurre il peso dello stato, la spesa pubblica, imposte e contributi, migliorare il welfare state e la scuola, che sono colabrodi, fare le infrastrutture che servono alla logistica industriale, abbattere la burocrazia, semplificare, delegificare, liberalizzare, fare in modo che la giustizia sia una giustizia giusta, rapida, efficace, con la certezza della pena, garantire sicurezza. 

Non so se ho dimenticato qualche cosa ... sicuramente si', le cosa da sistemare in italia sono milioni ma quelle son a mio avviso le piu' significative.

Ma promettere soldi alle imprese è più figo ed attira più voti.
Ecco perché tuttti dicono le stese cose, da Fini a Vendola.

Francesco

Mah, io ieri ho sentito la Camusso a "Che tempo che fa" e mi sono venuti i brividi: mi è sembrato di vedere Cremaschi in gonnella e con un filo di trucco. Oltre ai politici anche ai sindacati (CGIL in primis) piace spiegare agli imprenditori come si fa l'imprenditore: Camusso ha detto che lei prima di Pomigliano vuole discutere con Fiat il "piano Industriale" (quali modelli produrre, dove e quantità, in quanto tempo), che Marchionne sbaglia a parlare di "modello americano con 1 sindacato dei lavoratori", perchè se in Italia ce ne sono 17 è perchè in Italia c'è la "democrazia sindacale", che il CCNLL non si tocca, perchè siamo un paese unico ed è ingiusto che un lavoratore di Canicattì (non me ne vogliano i lavoratori di Canicattì) prenda meno di un lavoratore di Abbiategrasso. Fine dell'OT.

Mi sembra che sia tutta la politica a non sapere che pesci prendere, da GF che a Perugia ha parlato da perfetto statalista, a NV che "straparla", questa è la triste verità, e allora mi vien sempre da dire di andare a vedere il danno minore dov'è, ma in questo momento mi sembra di vedere solo danni dappertutto. Non ho proprio idea di chi vincerà le (prossime?) elezioni, ma a questo punto spero nessuno, almeno stanno fermi e non fanno danni (mah...).

letto l'articolo sull'unita'...

cominciamo proprio bene

letto l'articolo sull'unita'...

Ho al volo sentito che ha litigato con FIOM ed ha detto che essa non si può sottrarre al problema della produttività

Mah.. parlare di produttività, almeno da noi che siamo nel settore alimentare, si può sia a livello territoriale sia aziendale e devo dire che la CGIL è un po' più avanti. Credo sia questione di persone. Abbiamo un premio per obiettivi che si basa per il 40% sull'utile aziendale e per un altro 10% su obiettivi dedicati (e relativi risultati) per ogni area aziendale. Il resto è un 40% legato a quantità di produzione (non troppo rigido in realtà per noi che siamo così legati ai volumi) e un 10% legato al rispetto di alcuni comportamenti scelti in modo condiviso con le rappresentanze. E' un premio che abbiamo da circa 3 anni ed è da considerarsi avanzatissimo visto che ha superato il concetto del "tutti prendono la stessa cifra".

avevo letto uno studio di Alessandra Todisco , il tuo nome e profilo.

Ti ringrazio per i complimenti. A volte è difficile. Saprai che la CSR è una passione di famiglia, anche se poi abbiamo posizioni molto diverse, p.e. sulla politica.

Di che cosa ti occupi?

ps. Volevo chiederti una cortesia. Posso chiederti di cancellare il post in cui nomini l'azienda? Non sono unnpersonaggio "pubblico", nella biografia non l'ho citata apposta, un sottile velo di anonimato preferico mantenerlo, se posso. Grazie della sensibilità se lo fai. Se no amen. :-)

 

fatto se è solo quello di ieri alle 10.30

le info posso dartele per e-mail

nel mio profilo trovi il mio indirizzo

...anche così, però, il velo è molto sottile...

buon lavoro

Non ho sentito nè conosco la Camusso.

La mitologia a sinistra racconta che i sindacati in Germania siedono nei conigli di amministrazione (risulta anche a me) e discutano di queste cose con esiti dignitosi (sarà vero?). Qualcuno ne sa di più?

Sulla democrazia sindacale da me in azienda da me i sindacati sono due e son già abbastanza, solo che si invertono le parti in quanto a collaborazione... Se mi consenti le si potrebbe dire, con una battuta, che in Italia c'è il libero mercato della concorrenza sindacale...

Sul CCNL: personalmente trovo il contratto pieno zeppo di deroghe contrattuali, almeno sulla carta, certo dipende da chi si ha di fronte a livello locale in occasione dei cambiamenti da adottare. Per la parte retributiva un 9. livello (che è il più basso di fatto perchè il 10. ha manioni limitate) prende circa 950 euro netti se non ha l'assegno familiare, per uno che sta a Canicattì dovrebbe essere più basso, quanto è più basso lì il tenore di vita? A Milano e a Roma e a Bolzano fa giusto un poco di fatica. E a Napoli?

 

I fattori che citi (sistema fiscale, sistema finanziario, barriere di ingresso) penso proprio che esistano. La mia sensazione è che il problema finanziario sia il maggiore.

Aggiungo: lo stato (in tutte le sue declinazioni: ministeri, regioni, forze dell’ordine ecc...)  dovrebbe lavorare essenzialmente con e per le imprese, creando le condizioni adatte al loro nascere e prosperare. Collegamenti (trasporti e comunicazioni) certezza normativa (per esempio la certezza di essere pagati) riduzione al minimo di qualunque burocrazia, aggiornamento della legislazione al secolo XXI, formazione scolastica adeguata, sicurezza...

Ognuno di questi argomenti meriterebbe di essere poi “esploso” e dettagliato ma il punto qui è che cosa ne pensa Vendola, non cosa ne penso io.

 

non c' è nulla di cui sorprendersi delle posizioni dei politici, dato che sono statalisti per natura..implementano solo il loro potere...fini e vendola sono le due faccia di una medesima medaglia...

Purtroppo i danni derivanti dal votare solo in base ad una fede (comunista o cattolica) e gli anni di indrottinamento comportano il livello di ignoranza culturale ed economica; che a tuttoggi si perpetua sotto altre sembianze.

l'unico modo per uscire dal pantano è la divisione del territorio in due/tre pezzi, dimodochè ci sia un controllo della bontà dei soldi spesi (costruire un infrastruttura a milano anche chi vive nel veneto o piemonte ne sente l'utilità o l'inutilità...ne trae le conseguenze)...

Provate sul sito a chiedere...chi è d' accordo per promuovere un refendum sulla divisione del territorio ?

Gianni Z.

"votare solo in base ad una fede (comunista o cattolica)": mi sembra un accostamento inopportuno.

Il voto per il PCI era ideologico, non c'é dubbio, ma quello per la DC era, in prevalenza, un voto moderato, difensivo. Tant'è vero che la fine dell'U.R.S.S. ha fatto venire meno la "diga".

Quanto alla divisione del territorio: si mira alla secessione del Nord?

Mah. per me state dando troppa importanza a Vendola.

Mah. per me state dando troppa importanza a Vendola.

Forse, ma in realtà Vendola è solo la cima dell'iceberg di un certo modo di pensare ... e per fortuna che vediamo la cima e possiamo calcolare la parte incognita e sommersa, che la pensa nello stesso modo o che si fa attrarre da certe idee.

Francesco

in realtà Vendola è solo la cima dell'iceberg di un certo modo di pensare

Modo di pensare spalmato su tutto l'arco costituzionale. Quindi il problema è il modo di pensare, e allora concordo sul preoccuparsi, o Vendola col suo partito del 2% (seppur con simpatie diffuse tra i militanti di sx)?

 

Di sicuro il modello fiscale italiano non incoraggia le attività imprenditoriali e libero-professionali, ma secondo me stimola a scegliere il "nero". Pongo una questione a chi ne sa più di me in materia: una delle poche norme azzeccate, a mio parere, è il regime dei contribuenti minimi, che comporta semplificazione estrema delle procedure e della contabilità, una aliquota unica, un carico fiscale accettabile. Per contro è limitato come applicazione a poche categorie. Può essere una via percorribile per riformare il sistema fiscale?

Grazie in anticipo a chi vorrà rispondere

Consigliere al prof. Brusco di continuare sulla strada intrapresa in precedenza. Fare il comico gli riesce molto meglio. Quando parla seriamente risulta meno credibile e dice cose bizzarre.

Per quanto riguarda il processo di deindustrializzazione direi che l’argomento relativo al fatto che rappresenterebbe solo il 30% dell’economia italiana non spiega molto. Il fatto che un terzo dell’economia sia a rischio non mi sembra un problema da poco, soprattutto per chi ci campa su questo (non è sicuramente un problemi dei docenti universitari, mi rendo conto).

Quanto all’eccesso di dipendenti pubblici rispetto ai servizi erogati forse bisognerebbe anche pensare di migliorarli e incrementarli questi servizi, viste le affermazioni precedenti sul peso dei servizi nell’economia. A meno che non si pensi che questi non contribuiscano affatto al benessere, anche economico, di una nazione.

Metà dell’articolo, poi, parte dall’ipotesi non dimostrata che Vendola non sia affatto interessato a stabilire quali debbano essere le modalità di intervento dello Stato nell’economia e che quando parla di luoghi di discussione probabilmente pensa ad un specie di Soviet con gli imprenditori tenuti a distanza dalla Guardia Rossa sotto la minaccia delle armi. Detto così sarebbe stato più divertente, no? 

Consigliere al prof. Brusco di continuare sulla strada intrapresa in precedenza. Fare il comico gli riesce molto meglio. Quando parla seriamente risulta meno credibile e dice cose bizzarre.

 

Non volendo essere comici, bisognerebbe dimostrare argomentando la comicità delle tesi di Brusco. Altrimenti si fa solo trollismo. Per giunta da maleducato.

Magari andare oltre alla prima riga ti aiuterebbe a capire le argomentazioni dei presunti troll e a non fare trollismo a tua volta, no? (qualsiasi cosa voglia dire questo termine di cui mi sembra si abusi largamente su questo sito per cercare di screditare e di ridurre al silenzio i non indottrinati)

Ho letto tutto due volte: tutta fuffa, eccetto una frase sull' aumentare i servizi pubblici con dipendenti in eccesso (immagino pensi di consegnare la posta 3 volte per dar lavoro ai postini?).

Finchè non fa critiche circostanziate rientra a pieno titolo nella categoria troll.Che tolleriamo, a malincuore, finchè  non eccedono con gli insulti.

Troppo buono, troppo buono.

Immagino che il termine "fuffa" su questo sito sia stato derubricato dal novero degli insulti, vero?

Divertente la storiella sui dipendenti pubblici "in eccesso" e la consegna della posta tre volte.

Lo dicevo che siete dei comici nati...ops chiedo scusa per l'insulto, mi è scappato.

ps lei è l'ultimo troll a cui rispondo.

Grazie per l'attenzione

Magari andare oltre alla prima riga ti aiuterebbe ................

La conclusione l'ho appunto tratta essendo andato oltre la prima riga. Ma è tempo perso.

Sulla questione del tempo perso siamo d'accordo: addio!

Ringraziando per la chiarezza dell'articolo ho trovato due questioni che non mi risultano troppo chiare.

1) Lei scrive che "[l'intervento pubblico] Può produrre beni pubblici che altrimenti non verrebbero prodotti e che sono utili e necessari, per esempio buone infrastrutture di trasporto o ricerca di base."

Il pubblico fa le autostrade con enormi costi per la collettività, dopodichè vengono privatizzate per consentirne una gestione più efficiente (ed un guadagno per i privati, banche in primis). Mi verrebbe da dire che il pubblico (noi) è proprio fesso e lo sarei anch'io a dargli dei soldi per cose del genere, ammesso che io non sia tra quelli che ci guadagnano dopo la privatizzazione. Dove sbaglio?

2) Se i politici (come tutti gli altri) tendono a fare i propri interessi piuttosto che quelli del pubblico l'esempio di prima mi è chiaro, tuttavia mi sfugge quale sia l'incentivo ad eleggere e pagare persone che tenderanno a fare i proprio interessi piuttosto che i miei. Insomma se il politico tende sempre ad essere un dipendente infedele che cosa lo assumo a fare? Mi pare una visione in cui lo Stato serva solo per fare enforcement giuridico, ovvero a tutelare interessi privati.

Saluti

Il pubblico fa le autostrade con enormi costi per la collettività, dopodichè vengono privatizzate per consentirne una gestione più efficiente (ed un guadagno per i privati, banche in primis). Mi verrebbe da dire che il pubblico (noi) è proprio fesso e lo sarei anch'io a dargli dei soldi per cose del genere, ammesso che io non sia tra quelli che ci guadagnano dopo la privatizzazione. Dove sbaglio?

 

i soldi  (tasse) tu glieli dai perchè tu possa usufruire dell'infrastruttura- in questo caso un'autostrada -, non perchè tu ne possa ricavare profitto. se un privato avesse le disponibilità di mezzi per poter finanziare e portare a termine un progetto come un'autostrada, per poi poterci lucrare, non ci sarebbe alcun problema nel permetterglielo. purtroppo spesso non è così. 

la gestione viene concessa perché anch'essa possiede dei costi (che ricadrebbero sulla collettività), che però sono affrontabili da un privato, il quale può trarne anche un profitto (che invece non finirebbe nelle nostre tasche).

possiede dei costi (che ricadrebbero sulla collettività)

 

ma chi l'ha detto?

entrerebbero nella gestione e se i ricavi fossero > il profitto andrebbe allo Stato

Se lo stato fosse efficiente oltre ad incamerare i canoni di concessione incamererebbe anche i profitti dei privati.

In particolare sulle concessioni autostradali sarebbe bene stendere un velo pietoso : i gestori ogni anno ottengono aumenti di pedaggio a fronte di impegni di invenstimenti che poi quasi sempre disattendono.

 

 

 

entrerebbero nella gestione e se i ricavi fossero > il profitto andrebbe allo Stato

Se lo stato fosse efficiente oltre ad incamerare i canoni di concessione incamererebbe anche i profitti dei privati.

si, ma la gestione in monopolio dello stato non è quasi mai efficiente. anche se poi

 

 i gestori ogni anno ottengono aumenti di pedaggio a fronte di impegni di invenstimenti che poi quasi sempre disattendono.

queste sono le privatizzazioni in italia. 

Il pubblico fa le autostrade con enormi costi per la collettività, dopodichè vengono privatizzate per consentirne una gestione più efficiente (ed un guadagno per i privati, banche in primis). Mi verrebbe da dire che il pubblico (noi) è proprio fesso e lo sarei anch'io a dargli dei soldi per cose del genere, ammesso che io non sia tra quelli che ci guadagnano dopo la privatizzazione. Dove sbaglio?

Le principali autostrade sono state privatizzate soprattutto per "necessità". Dopo aver dissipato per anni, i ns governanti hanno visto che il debito pubblico stava esplodendo e allora poichè non hanno saputo o voluto ridurre le spese oppure aumentare le imposte (che son già fin troppo elevate per coloro che hanno la sventura di pagarle) si son venduti l'argenteria e hanno procrastinato il problema. Oggi, infatti, siamo al punto di partenza.

I privati difendono il loro interesse e, quando i politici gli concedono la gestione di un monopolio, lo fanno ancora meglio. Il problema è che coloro che dovrebbero difendere gli interessi e i soldi pubblici non lo fanno con lo stesso vigore o addirittura non lo fanno affatto. Anzi spesso si alleano con i privati a spese della collettività. Qui sta il problema: coloro che invocano l'intervento pubblico dovrebbero spiegare perchè i gestori dell'intervento stesso sono disposti a sacrificare i loro interessi a vantaggio della collettività. Un bambino chiederebbe dove sta il trucco ?

Il pubblico fa le autostrade con enormi costi per la collettività, dopodichè vengono privatizzate per consentirne una gestione più efficiente (ed un guadagno per i privati, banche in primis). Mi verrebbe da dire che il pubblico (noi) è proprio fesso e lo sarei anch'io a dargli dei soldi per cose del genere, ammesso che io non sia tra quelli che ci guadagnano dopo la privatizzazione. Dove sbaglio?

Autostrade è un caso per il quale parlare di "privatizzazione" è improprio. E' stato trasferito e male un monopolio pubblico ad una società privata.

Comunque, nel mondo reale, questo e` il problema di molte privatizzazioni, ossia di quelle che riguardano servizi o gestione di infrastrutture. Insomma, i panettoni si possono privatizzare "bene", ma e` molto piu` difficile privatizzare "bene" settori che per loro natura difficilmente si prestano al concetto di concorrenza.

Sicuramente è più difficile. Il vero problema però è che quando han fatto 'ste privatizzazioni avevano l' acqua alla gola.Ed ovviamente qualche "amico bisognoso".

Quando hai pochi mesi per vendere non puoi aspettare l' offerta migliore o metter troppi paletti.

Marco ha detto: "Il pubblico fa le autostrade con enormi costi per la collettività, dopodichè vengono privatizzate per consentirne una gestione più efficiente".

Ora mi sorge un dubbio: ma se il privato gestisce in maniera più efficente, cosa impedisce allo Stato di fare altrettanto? Non è che quella della privatizzazione ad ogni costo (Biondi ha persino detto che Pompei andrebbe privatizzata) non sia in realtà un favore ai soliti noti per farsi un bel po' di quattrini in più? Diciamolo apertamente, se io privato con un'autostrada ci guadagno non vedo perchè non debba (possa) farlo lo Stato, utilizzando a sua volta i guadagni per creare altre infrastrutture e migliorare i servizi in un circolo virtuoso.

Forse ti sei perso, tra le altre cose, questo passaggio:

Se decenni di partecipazioni statali, interventi straordinari, cattedrali nel deserto e altri simpatici frutti degli ''investimenti strategici'' guidati dalla mano pubblica non sono stati sufficienti a convincere che sia una cattiva idea presumere che i politici sappiano meglio degli altri come investire i soldi (sempre degli altri), dubito che niente possa esserlo

Boh. Se Vendola davvero pensa che deve essere la politica a decidere dove vanno gli investimenti ha ragione Brusco. Ma non sono certa che questo sia vero. Forse per giudicare Vendola come politico bisogna andare a vedere nel concreto che cosa ha fatto come governatore della Puglia, piuttosto che commentare le sue interviste. C'è qualcuno che ha voglia di farlo? Sulla falsariga del belllissimo e utilissimo post sulla crisi dei rifiuti in Campania?

fra le cose fatte l'accordo con Don Verzé ( leggi SB )

QUI

Vendola è la quinta colonna di SB nel centrosinistra avendo sostituito il suo sponsor Bertinotti che ha lasciato per ragioni di età ed è il candidato concorrente di SB scelto da SB.

Per fortuna non vincerà le primarie ( anche se i "duri e puri" si fan sempre infinocchiare ) perché alla maggior parte di chi non vota SB non piace il candidato "solo comunicazione" : la prova è che l'unico che ha battuto SB è stato RP , che al di là del giudizio globale , sul piano della comunicazione è l'opposto di SB. 

Vendola è la quinta colonna di SB nel centrosinistra avendo sostituito il suo sponsor Bertinotti che ha lasciato per ragioni di età ed è il candidato concorrente di SB scelto da SB.

ho letto spesso queste affermazioni su NfA, di recente

sulla prima affermazione ho qualche dubbio - in fondo NV ha battuto due volte il candidato berlusconiano in una regione moderata quale la puglia, sconfiggendo addirittura il pupillo Fitto. che sia come il Bertinotti è comunque probabile, ma il ruolo dei due sarebbe in ogni caso diverso (Bertinotti aveva il ruolo di spina nel fianco dell'avversario e infatti affondò il governo Prodi I dall'esterno, ma poi sostenne il Prodi II dopo aver perso di brutto le primarie)

sulla seconda, ancor più dubbi:  quando e dove Berlusconi è riuscito a imporre il proprio sfidante? Occhetto se lo trovò già pronto sulla gioiosa macchina da guerra, sfidare Prodi non gli è mai piaciuto - e infatti ha sempre perso-, mentre Rutelli e Veltroni erano candidati mandati al massacro per limitare i danni dopo pessime esperienze di governo, e in quello non han fatto poi malissimo (probabilmente meglio di quanto SB sperasse, mi ricordo che nel 2001 affermava che con un altro sfidante diverso da Rutelli avrebbe vinto molto meglio)

 

Quella di attaccare un avversario interno accusandolo di connivenza con un nemico esterno è un trucco vecchissimo: vi ricordate di quella canzoncina intonata sull'aria di "Pensiero" dei Pooh "Trotsky si vendette allo straniero-ma il piccone su di lui non fu leggero"?

seduta

Vennero convocati Marx, Keynes, Tugan Baranowsky, Guido Carli.

a loro venne posta la domanda seguente CHE VUOL DIRE?

Nel capitalismo dislessico la potenza creativa dell'agire umano si affranca dalle condizioni poste dalla logica lineare dell'economia di mercato. La crisi rivela questo suo interno divenire, l'alternarsi "delirante" tra creatività multi-sensoriale e ordine economico disciplinare». 

Di chi è la citazione? Tremonti o Toni Negri?

No, sbagliato. Negri cita tale Christian Marazzi del quale recensisce il volumetto dal promettente titolo Il comunismo del capitale.

 

E no, dire che i privati sono arretrati e non capiscono in cosa innovare non è una spiegazione accettabile.

 

Siamo sicuri?

non so quanto sia affidabile il blog di Luca Pagni su Repubblica, però informazioni come queste di seguito non fanno pensar bene e confermano un certo "luogocomunismo" :

http://pagni.blogautore.repubblica.it/2010/10/18/computer-e-informatica-le-imprese-italiane-non-investono-piu/

Non passa giorno senza leggere rapporti che sottolineano la stagnazione dell’economia italiana, incapace di ripresa. Uno degli ultimi arriva da Assitel, l’associazione delle imprese dell’Information technology. Ebbene, la spesa complessiva nel nostro apese per computer, programmi e corsi di aggiornamento è scesa nel 2010 del 7,6%, con un nuovo ribasso dopo il -4,5% dell’anno precedente. Un calo che è più sensibile delle media europea (-6,3%), mentre in altre economie le spese dell’IT hanno già ripreso a salire: Norda America +2,5%, Giappone +0,6%, Cina +11,5% e India +13,5%.

oppure

http://pagni.blogautore.repubblica.it/2010/10/19/manager-e-dirigenti-non-sono-piu-un-mestiere-per-giovani/

 

 Lo facciamo con i dati di Unioncamere, secondo cui negli ultimi dieci anni la presenza degli under 30 ai vertici delle sei milioni di imprese si è più che dimezzato. Se dieci anni fa il peso dei giovani era del 10,2% del totale, ora siamo al 4,4%. Paradossalmente, il minor numero di amministratori under 30 si trova in quelle che fino a qualche anno fa sembravano le regioni più dinamiche: in Lombardia e Veneto rappresentano solo il 3,4% del totale. Il calo maggiore in Sicilia: dieci anni fa erano il 12,5%, ora sono il 5,6%

 

http://pagni.blogautore.repubblica.it/2010/10/27/to-small-to-win-imprese-italiane-minuscole-per-sfidare-il-mondo/

E il dato emerso oggi dall’Istat è allarmante: il 94,7% delle imprse italiane ha meno di 10 addetti.

 E il dato sulla reddittività aziendale sta lì a dimostrare come le piccole aziende non siamno in grado di difendersi dalla crisi: se nel 2008 la redditività lorda complessiva delle imprese dell’industria e dei servizi, misurata dal rapporto tra margine operativo lordo e valore aggiunto, è risultata pari al 27%, per le micro aziende dell’industria in senso stretto scende alla metà

 

e il settore dei servizi non sembra messo meglio:

http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=8050&ID_sezione=&sezione=

Allora, qual è la cifra per l’Italia, un’economia che si è sempre ritenuta concentrata sulla produzione? La risposta può sorprendere. E’ il 71%. La maggior parte dell'economia italiana è costituita da servizi, forniti sia da imprese private che dal settore pubblico

....

La scarsa competitività nel settore dei servizi si riflette anche sulla mancanza di grandi società di servizi che potrebbero dare lavoro a un sacco di gente ed essere competitive a livello internazionale. Dove sono in Italia i grandi studi legali paragonabili a quelli di Gran Bretagna e Germania? Dove sono le grandi agenzie pubblicitarie e di marketing come la francese Omnicom o la WPP in Gran Bretagna? Dove sono gli architetti italiani di fama mondiale, in competizione per i contratti in Cina o in India con le imprese svizzere, inglesi e americane? Dove sono, parlando di altri servizi finanziari, le grandi compagnie di assicurazione italiane? Dove sono i giganti del software italiano paragonabili alla Sap in Germania e, naturalmente, a Oracle? Dove sono le imprese di consulenza italiana? Dove sono le grandi catene alberghiere italiane di lusso? Il punto è che questa è una grande occasione mancata in un Paese dove creatività, design e ingegneria – che sono tutti servizi - hanno avuto un ruolo tanto importante nella sua storia. Inoltre, la natura non competitiva, non creativa e costosa dei servizi grava come una tassa sull’autentico «Made in Italy» di cui tanti politici e commentatori sono così appassionati. Gli economisti della Banca d’Italia hanno cercato di spiegare perché l’industria manifatturiera tedesca ha reagito molto meglio negli ultimi 10 anni rispetto a quella italiana, di fronte alla nuova concorrenza di Cina, India ed Europa dell’Est. Hanno constatato che un settore dei servizi più competitivo e innovativo è un ottimo motivo: è stato questo ad aiutare la crescita delle esportazioni della Germania e la sua mancanza a ostacolare l’Italia


 

Non passa giorno senza leggere rapporti che sottolineano la stagnazione dell’economia italiana, incapace di ripresa. Uno degli ultimi arriva da Assitel, l’associazione delle imprese dell’Information technology. Ebbene, la spesa complessiva nel nostro apese per computer, programmi e corsi di aggiornamento è scesa nel 2010 del 7,6%, con un nuovo ribasso dopo il -4,5% dell’anno precedente. Un calo che è più sensibile delle media europea (-6,3%), mentre in altre economie le spese dell’IT hanno già ripreso a salire: Norda America +2,5%, Giappone +0,6%, Cina +11,5% e India +13,5%.

Il fatto che gli imprenditori italiani siano delle chiaviche si vedrebbe dal fatto che investono l'1.3% in meno in IT rispetto alla media europea? Secondo me se correggessimo a spanne per la crescita del PIL nei paesi europei saremmo in linea con la media... Sul settore dei servizi invece non capisco le domande che si fa l'articolista della Stampa, se tutti i miei amici che lavorano in BCG a Milano lavorassero in Abbiategrasso Consulting Group sarebbe welfare improving?

L'articolista e` l'ex direttore dell'Economist.

 

Il fatto che gli imprenditori italiani siano delle chiaviche si vedrebbe dal fatto che investono l'1.3% in meno in IT rispetto alla media europea?

 

il combinato disposto sembrerebbe: pochi investimenti in IT, pochi manager giovani, dimensioni sub-ottimali, bassa redditività, più altre cose lette su scarsa presenza di competenze in lingue straniere nelle imprese, preferenza per assunzioni al livello più basso possibile (il perito invece dell'ingegnere ecc. ecc.), basse spese in R&D e in formazione... insomma, il quadro non è esaltante. Che poi tra imprenditori e politici oggi siamo all'equivalente della pena capitale secondo la legge del Nebraska, dove puoi scegliere tra impiccagione e fucilazione, è un altro conto

A questa domanda ci sono risposte abbastanza standard. Primo, è chiaro che l'innovazione viene ostacolata se il sistema fiscale la rende poco remunerativa

 

magari è una osservazione stupida, ma come fa il sistema fiscale a rendere meno remunerativa l'innovazione? Se l'innovazione aumenta i profitti, anche a pressione fiscale invariata il risultato è migliore. Non mi sembra che gli investimenti siano tassati in modo particolare, anzi. Ci sono meccanismi analoghi gli scaglioni IRPEF che penalizzano il reddito aggiuntivo?

Poi, non vedo una opposizione così insanabile tra

Si parte dall'ipotesi che le decisioni delle imprese vengano prese da persone pensanti e che, pur con qualche problema di gestione che si presenta nelle grandi imprese in cui il management è separato dalla proprietà, tali persone cerchino di sfruttare le opportunità di profitto rispondendo agli incentivi esistenti

e

 

la scarsa propensione a innovare sia una caratteristica culturale, una specie di tara genetica degli imprenditori italiani

 

una persona può essere pensante e seguire gli incentivi, ma ci sono condizionamenti culturali. Magari il piccolo imprenditore potrebbe ad esempio ridurre le spese e aumentare i profitti vendendo in rete ma non si fida di internet (qui età e istruzione contano).

La verduraia da cui mi servo ha una azienda agricola e produce dell'ottimo olio...te lo vende nelle bottiglie riciclate dell'acqua minerale (e va bene), e quando le ho chiesto perché non ci mette un'etichetta (che è anche un obbligo di legge, ma ti dà visibilità e riconoscibilità), "no, troppo complicato, costa troppo". Io per la biblioteca ho comprato 18.000 etichette a trecento euro IVA inclusa...  

Mio padre, con un banco di pizzicheria, quando gli suggerivo di allargare l'offerta dei formaggi (il taleggio a Roma, non il tofu...), "no, non lo conosce nessuno (!), non lo comprano". Oggi al mercato c'è un tizio che vende formaggi di nicchia raccomandati dal Gambero Rosso e al supermercato ti vendono feta, Roquefort, Stilton e tutto l'esotico possibile.

 

 

 

Marino, se tu vuoi dimostrare che gli imprenditori italiani sono degli imbecilli, ci puoi anche arrivare.

Solo che non è utile a meno che la soluzione proposta non sia di mandarli tutti a Lourdes sperando in un miracolo: se uno è imbecille, imbecille resta.

La sola speranza è che la concorrenza faccia fuori quelli incapaci e lasci lo spazio per quelli più capaci. Per questo bisognerebbe creare delle condizioni tali che la concorrenza si possa sviluppare, ed è questo che devono fare i politici, non insegnare ai pasticcieri come si fanno le sfogliatelle.

D'altra parte se le condizioni di accessibilità imprenditoriale fossero presenti ed il solo, o il principale, problema fosse la mancanza di capacità degli imprenditori assisteremmo ad un massiccio influsso di imprenditori e capitali stranieri desiderosi di approfittare delle opportunità offerte da un paese dove i concorrenti sono tutti imbecilli.

E invece apparentemente succede il contrario : http://rassegnastampa.mef.gov.it/mefeconomica/View.aspx?ID=2010110817098813-1

Gli imprenditori italiani delocalizzano non solo verso la Cina dove gli operai lavorano per un pugno di riso o la Romania dove lavorano per una tazza di ciorba, ma in Svizzera e Austria, dove dubito che si ammazzino di fatica per un piatto di Röstli o un panino col würstel.

 

 

Marino, se tu vuoi dimostrare che gli imprenditori italiani sono degli imbecilli, ci puoi anche arrivare.

ho detto limitati da vincoli culturali e di mentalità, non imbecilli in senso genetico (anche se, per dire, per chi ha provato a venderci la Duna, farei un'eccezione )

 

GLI IMPRENDITORI ITALIANI "EMIGRANO" IN EUROPA, PER IL SEMPLICE MOTIVO CHE IN QUELLE NAZIONI TROVANO, PER PRIMA COSA, UNA P.A ORGANIZZATA ED EFFICIENTE FORMATA DA PERSONE MOTIVATE E BEN PAGATE, CHE SANNO GESTIRE CON COMPETENZA E SENSO CIVICO LE RISORSE PUBBLICHE ATTRAVERSO OFFERTE DI LOCALIZZAZIONE E POLICY DI MARKETING TERRITORIALE COMPETITIVE, UN SISTEMA DI INCENTIVI(fiscali e di assistenza burocratica, credito) ADEGUATO, UN sistema giudiziario efficiente(rispetto dei contratti) e per finire poca o nulla criminalità.

QUANTO DETTO ,MI PARE CHE IN ITALIA CI APPAIA UN SOGNO, SENZA PARLARE DEL SUD E DELLA PUGLIA. COMUNQUE PENSO CHE GLI IMPRENDITORI ITALIANI SIANO UN PO' INDIETRO RISPETTO AI LORO COLLEGHI EUROPEI PER QUANTO RIGUARDA LA VOLONTA' DI INVESTIRE IN INNOVAZIONE, ANCHE IN COSTANZA DI INCENTIVI.

 

P.S. POICHE' NEI POST SI PARLA SEMPRE DI POLITICI, RIBADISCO CHE I PREDETTI SONO L'ESPRESSIONE DELLA SOCIETA' CIVILE, CIOE' SONO ELETTI DA COLORO CHE IL GIORNO DOPO SONO PRONTI A PIAGNUCOLARE PER L'INEFFICIENZA DELLE ISTITUZIONI, COMPRESI MOLTISSIMI IMPRENDITORI CHE SI PROSTITUISCONO PIU' DELLA RUBY PER AVERE PIU' O MENO UN TORNACONTO

anche se sono d'accordo, una questione di netiquette: potresti togliere il blocco delle maiuscole?

sembra che tu stia urlando a pieni polmoni...

come fa il sistema fiscale a rendere meno remunerativa l'innovazione?

Cosi':

Investimento iniziale = -600
Maggiori ricavi attesi da 1 a 5 = 250
Maggiori costi attesi da 1 a 5 = 50
Valore finale dell'investimento = 0
Costo del capitale = 10%

Tax Rate = 15% => NPV = +44.43 => l'investimento si fa
Tax Rate = 25% => NPV = -31.38 => l'investimento non si fa

La verduraia da cui mi servo ha una azienda agricola e produce dell'ottimo olio...te lo vende nelle bottiglie riciclate dell'acqua minerale (e va bene), e quando le ho chiesto perché non ci mette un'etichetta (che è anche un obbligo di legge, ma ti dà visibilità e riconoscibilità), "no, troppo complicato, costa troppo". Io per la biblioteca ho comprato 18.000 etichette a trecento euro IVA inclusa...  

Mio padre, con un banco di pizzicheria, quando gli suggerivo di allargare l'offerta dei formaggi (il taleggio a Roma, non il tofu...), "no, non lo conosce nessuno (!), non lo comprano". Oggi al mercato c'è un tizio che vende formaggi di nicchia raccomandati dal Gambero Rosso e al supermercato ti vendono feta, Roquefort, Stilton e tutto l'esotico possibile.

 

a mio parere, quelle che elenchi sono razionalizzazioni a posteriori: DOPO è molto facile vedere quali sono le intuizioni imprenditoriali che hanno avuto successo. mille sono quelle che, buone EX ANTE, non hanno funzionato; quella più vivida, che ricordo meglio è la sorte di gandalf: truffe a parte, la mission di quella innovativa compagnia aerea era di offrire un servizio più accurato e lussuoso, premium, questo un attimo prima dell'esplosione dei voli low-cost!

è importante allora che la politica industriale faccia chiudere rapidamente gandalf, che non succhi il sangue pubblico e travolga poi mille fornitori nel fallimento inevitabile.

in positivo, la politica industriale invece non può nulla, non può pre-selezionare quale livello di servizio gradisce il viaggiatore, non può fare il lavoro del mercato. ma non per tabù ideologici: è che fino ad ora quando ci ha provato son stati disastri, e il mercato, col suo procedere casuale e i mille fallimenti, invece ci ha fatti ricchi.

magari è una osservazione stupida, ma come fa il sistema fiscale a rendere meno remunerativa l'innovazione?

E' una battuta? Tu assumeresti rischi, impegni e debiti sapendo che se va bene devi fare almeno al 50% con qualcuno che non contribuisce per nulla? Anzi fa di tutto per ostacolarti con regolamentazioni assurde In realtà la pressione fiscale stimata dalla WB è prossima al 70%

L'effetto non è solo ridurre l'incentivo a intraperendere ma aumentare quello a vivere di auti statali e sussidi tanto piu' ingenti quanto maggiore è la tassazione delle attività veramente produttive

Marino Bib, sono d'accordo con Phileas, ma a titolo personale posso dire che le motivazioni razionali e irrazionali che mi spingono ad assumere rischi imprenditoriali sono, nell'ordine:

educazione familiare (mantra fin da piccolo: tu sei responsabile di tutte le famiglie che lavorano in azienda)

gusto della sfida in un contesto difficile

guadagno (ci metto anche il "salario", che è di fatto utilizzato/considerato dagli imprenditori che lavorano in azienda come parte dell'utile e che è pure tassato ma almeno mi abbatte l'imponibile) a fronte di un capitale che ho ricevuto e non guadagnato

la voglia di mescolare due culture personali molto diverse fra loro

la voglia di migliorare il posto in cui vivo

Ci sono quindi anche meccanismi culturali in senso lato che stimolano l'assunzione del rischio.

Ma questo non è purtroppo vero in Italia, dove "profitto" ha una forte connotazione negativa; per esempio chi consegue un profitto è un "profittatore": http://www.dizi.it/profittatore

 

Già, è un sentimento diffuso che però si mescola con l'ammirazione/invidia per chi guadagna tanti soldi e produce effetti spesso paradossali, anche in politica.

Una forma di tolleranza verso il profitto mi sembra si sviluppi a fronte di una evidenza di lavoro duro e una misura nell'ostentarlo. Credo che derivi dalla nostra cultura cattolica. Qualcuno potrebbe ritenerla ipocrisia.

Chi vive all'estero vede una storia diversa attorno a sè?

Non saprei. Con il mio carattere paranoico mi induce a pensare che la costruzione di un apparato legislativo intricato e vessatorio sia fatto di proposito, per indurre gli imprenditori a trasgredirlo e tenere cosí in pugno i cili profittatori, perchè si sa le leggi si applicano per i nemici.

E ogni tanto si sfiora il sublime:

http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2010-11-07/giustizia-occh...

ohibo' e perchè complottista? In parte hai ragione, in particolare sul tema dell'articolo del tuo link.

Per ciò che mi riguarda dò per scontato che in una causa di lavoro, anche se avessi mille ragioni, rischierei di avere torto almeno in primo giudizio in quanto datore di lavoro.

La giurisprudenza però non è così monotematica, soprattutto salendo in grado di giudizio. Ci sono parecchi casi non pubblicizzati in cui un azienda ha vinto una causa. Patruno, che credo sia un magistrato, può confermare?

Se poi parliamo di sicurezza, da imprenditore, devo dire che c'è ancora una sensibilità un po' scarsa, perchè molti si concentrano sulle carte tralasciando gli interventi salvavita. E in questo caso non v'è colpa della burocrazia che andrebbe comunque ridotta, è che le cose non verrebbero comunque fatte.

In alcuni casi c'è malafede, in altri manca proprio la percezione del pericolo.

Sandro buongiorno, vi seguo da parecchio e visto che ricicciate spesso Vendola e vista la mia storia personale, mi sono iscritto e mi permetto di sottoporre alla pubblica discussione alcuni link utili per approfondire.

Sono tutti link di parte perchè recuperati dal blog di vendola (alcuni della sua campagna elettorale per la puglia). Se ritenete sia propaganda per cortesia segnatemelo, mi asterrò da post di questo tenore, grazie.

I primi quattro sull'economia/pubblica amministrazione (il quarto è molto lungo ma molto semplice da scorrere), gli ultimi due sono per arricchire i punti di vista sul personaggio.

Intervista a Panorama sull'economia

http://www.nichivendola.it/cms-upload/intervista-nichi-panorama-economy.pdf

Rendiconti attività prima legilatura regionale

http://www.nichivendola.it/cms-upload/ris_interventi_sviluppo_economico.pdf

http://www.nichivendola.it/cms-upload/ris_ritardo_approvazione_por.pdf

http://www.nichivendola.it/cms-upload/ris_poltiche_economiche_2005-2009.pdf

Intervista a ItaliaTerraNostra che ha Vendola nel mirino da parecchio e che è la fonte delle recenti critiche di Grillo a Vendola

http://www.nichivendola.it/sito/mcc/informazione/sul-san-raffaele-del-mediterraneo.html

Commento di Ilvo Diamanti sul confronto Zaia/Vendola a Treviso

http://www.repubblica.it/rubriche/bussole/2010/06/17/news/vendola_alla_scoperta_del_nordest_il_nordest_alla_scoperta_di_vendola-4919463/?ref=HREC1-7

Personalmente mi sembrano attività da buon amministratore senza i tanti voli pindarici e senza pretese da grande "balzo in avanti". Il signor Vendola è un gran pragmatico e le canta chiare. Un bello "scontro" fra lui e il prof. Boldrin sarebbe fantastico e credo estremamente didattico. Per tutti.

Il punto che la "politica industriale" sia una cavolata da Comintern e V° piano quinquennale sembra non essere nelle menti di molti commentatori (oltre che di NV). Innovazione, miglioramento,nuovi processi produttivi sono semplicemente l'esito di aggiustamenti economici che provengono dal mercato (non vendo A perchè è obsoleto, oppure perchè il concorrente X lo produce a minor costo), non si impongono o si calano dall'alto.

I piccoli sono poco innovativi ? Ma non vi rispondo nemmeno se è una balla o no, se non innovano chiudono, e siccome molte volte chiudere vuol dire fallire vedrete che si danno da fare per non chiudere. E non conosco imprenditori, anche medi e grandi, che se hanno bisogno di un manager non lo chiamano, per motivi personalii o gelosie, ma devo anche dire che il manager medio italiano (ne ho conosciuti tanti) non è più preparato dell'imprenditore medio-piccolo, anzi.

Siamo stati sei mesi senza un "ministro dello sviluppo economico", ma non se ne è sentita la mancanza, anzi. Se semplicemente si lasciasse fare al mercato sarebbe meglio, punto e basta.

Cosa deve fare la politica ? Mah se per un cancello nuovo occorre questo, seguendo questo iter la politica ha praterie sconfinate per fare sì che le cose funzionino, senza bisogno di inventarsi nuove mire.

A me è capitato, in alcuni commenti al precedente post su Vendola, di fare affermazioni volutamente un po’ provocatorie a sostegno della politica industriale. In realtà, ne ho una visione molto laica e sono d’accordissimo sul fatto che ridurre la spesa pubblica, ridurre l’imposizione fiscale, garantire certezza del diritto... e tutte le cose sottolineate qui più volte, siano la più urgente forma di politica industriale in Italia. Però, più in generale e anche aldilà di Vendola, mi premeva provare a capire dove, in tema di politica industriale, tra i redattori di nFA (e non solo) stesse la divergenza, if any, ad esempio con un paper come questo (incentrato, in particolare, su information externalities - self-discovery - e coordination externalities),

http://econpapers.repec.org/paper/eclharjfk/rwp04-047.htm

“industrial policy is a state of mind rather than a list of specific policies. Its successful practitioners understand that it is more important to create a climate of collaboration between government and the private sector than to provide financial incentives. Through deliberation councils, supplier development forums, investment advisory councils, sectoral round-tables, or private-public venture funds, collaboration aims to elicit information about investment opportunities and bottlenecks. This requires a government that is “embedded” in the private sector, but not in bed with it”.

Tre brevi punti/domande

a) la risposta di Vendola alla seconda domanda dell’intervista parodiata da Sandro Brusco, quella sulle filiere, a me è sembrata non così dissimile da queste parole di Alessandro Profumo, nell’intro ad un recente libro,

"Ci sono delle best practice a questo proposito che possono ispirarci. Mi viene in mente, ancora una volta, l'esperienza della Germania, dove noi siamo ormai di casa: nella regione della Baviera, a partire dagli anni novanta è stato intrapreso un percorso chiaro per potenziare alcune importanti tecnologie di base (nuovi materiali, biotecnologie, nanotecnologie), promuovendo nel contempo il trasferimento delle competenze acquisite in questi campi dall' accademia all' industria, stimolando la nascita di nuove imprese e sostenendone la crescita e l' internazionalizzazione. Oggi la regione raccoglie i frutti per questa riuscita partnership pubblico-privata. [..] Su queste filiere l' operatore pubblico dovrebbe svolgere un ruolo di regolamentazione - che non implica un esborso di risorse pubbliche - e un ruolo di coordinamento e stimolo - che invece ne richiede, ma non in misura non sostenibile - canalizzando e aggregando le energie e le risorse del settore privato su progetti che hanno ricadute su tutta la filiera. Questo ruolo di coordinamento e aggregazione di capacità che esistono, ma che sono frammentate nel tessuto produttivo, può essere particolarmente fruttuoso in una struttura produttiva parcellizzata come quella italiana".

Assumo che Profumo conosca ciò di cui parla, cioè la Baviera. Prima facie, a me non sembrano affatto cose campate in aria. E a voi? (grassetto mio)

b) sul credito. io ho visto numerose start-up italiane avere vita difficilissima nel trovare finanziamenti, di ogni tipo, seed/start-up/first and second stage ma, sptutto, ho visto molte delle stesse andare poi in olanda o negli usa, ed esempio, con lo stesso BP e, poichè parevano idee buone, trovare fondi a volte in meno di una settimana, dopo che in Italia ci avevano provato per due anni! on the side (perchè nn mi occupo di VC direttamente), sto seguendo due start-up hi-tech di gente italiana che ha lavorato al MIT. avevano la possibilità di lanciare i propri progetti in america dove avevano trovato vari investitori disponibili. ma sono fissati con l’Italia e gli americani li finanziano solo se partono a Boston e non a Bologna. cronache marziane, davvero: stanno facendo i salti mortali anche solo perchè qualcuno li ascolti. poi, mi è capitato più volte di parlare con senior bankers italiani i quali mi hanno detto, compatti, noi queste cose non possiamo finanziarle perchè son troppo rischiose. certo, non basta l’aneddotica, però io credo ci siano forti indizi che qualcosa non funziona. non dico sia la stessa cosa, però, adattate alle condizioni specifiche presenti nei singoli paesi, esistono esperienze internazionali di un certo successo nel prendere di petto problemi simili,

http://books.google.it/books?id=6SK9OWHAy4YC&pg=PA120&lpg=PA120&dq=yozma+fund+market+failure&source=bl&ots=GnHJ-H6adx&sig=T1yv8EupW9aS0hA8t4Klny9NtsA&hl=it&ei=mCfYTNyPLtjNjAfir8i6CQ&sa=X&oi=book_result&ct=result&resnum=7&sqi=2&ved=0CE8Q6AEwBg#v=onepage&q=yozma%20fund%20market%20failure&f=false

“governments cannot dictate how venture markets evolve, they must balance their positions as catalysts with an awareness of their limited ability to stimulate the entrepreneurial sector”. (J.Lerner)

c) l’ultima domanda è questa: è possibile una politica energetica (che ha anche aspetti legati alla sicurezza nazionale) senza un qualche tipo di politica industriale, cioè senza dare un colpetto in una direzione piuttosto che in un’altra (on top of a carbon tax)? Per dire, ad esempio, la scelta della municipalità di Stoccolma, in termini di procurement, di avere una flotta di bus che a regime diverrà tutta E85 flexi-fuel, che si inserisce nell’ambito di un piano energetico nazionale (2020 Sweden Oil Free), ove ampio spazio è dato alla ricerca su e alla produzione eventuale di etanolo di cellulosa (scarto dell’industria forestaria), anche con sussidi diretti a progetti pilota e bio-raffinerie/tax relief/fuel certificates, non è politica industriale? In quest’ottica, a me sembra spesso strano anche il dibattito nucleare vs. rinnovabili, nella misura in cui nè l’uno nè le altre, per larga parte, al momento, starebbero in piedi senza qualche forma di supporto/loan guarantee/rebate (o fee-bate) governativo ed è politicamente difficilissimo mettere una carbon tax alta abbastanza da renderle competitive.

Assumo che Profumo conosca ciò di cui parla, cioè la Baviera. Prima facie, a me non sembrano affatto cose campate in aria. E a voi? (grassetto mio)

Se leggi il bilancio di Unicredit e in particolare il data base allegato alle presentazioni dei vari Q avresti dei seri dubbi

In ogni caso sarebbe bene capire quali siano questi interventi sulla filiera, in cosa consastono praticamente. L'attività di coordinamento  dei vari piani aziendali è un compito imprenditioriale, per prove e fallimenti, non prevedibile negli esiti. Mi risulta davvero difficile comprendere come possa essere condotto per decreto. Sono molto piu' incline a ritenere che il successo della Baviera sia non grazie ma nonostante l'intervento pubblico

 

Sto seguendo due start-up hi-tech di gente italiana che ha lavorato al MIT. Avevano la possibilità di lanciare i propri progetti in america dove avevano trovato vari investitori disponibili, ma sono fissati con l’Italia e gli americani li finanziano solo se partono a Boston e non a Bologna. Cronache marziane, davvero: stanno facendo i salti mortali anche solo perchè qualcuno li ascolti.

Bisogna vedere se le idee sono davvero buone dal punto di vista del business, se gli aspiranti imprenditori sono da considerarsi capaci di lavorare con i giusti criteri, quanto sono disponbili in tema di governance. Ed a chi si propongono, ovviamente. Certamente hanno poche possibilità se cercano finanziamenti dagli istituti di credito, che difettano delle competenze per giudicare una start-up ed, ancor più, dell'abito mentale giusto per investire ad alto risk-rate. In questi casi - considerando anche che le società di Venture Capital hanno schemi e vincoli piuttosto precisi - la soluzione può esser trovata presso gruppi di Angel Investors, che però non sono particolarmente numerosi in Italia. Se vuoi, fatti dare la mia mail privata dai redattori di nFA.

sandro bell'articolo. io ci terrei a dire che ad un certo punto vendola dice una cosa che potrebbe anche essere giusta, ovvero che le imprese italiane sono afflitte da nanismo, sono troppo piccole per competere nel mercato globalizzato. c'e' un fondo di verita'.

la soluzione che offre poi pero' quale e'? finanziamenti per crescere ignorando quelle che secondo me sono le due ragioni fondamentali per cui le imprese italiane non vogliono crescere: articolo 18 e mercato del lavoro (chi vuole crescere se superata una certa soglia la tua organizzazione diventa rigidissima?) e regolamentazione del mercato dei prodotti (se eliminiamo la competizione eliminiamo anche quella dinamica per cui le imprese migliori crescono inglobando o semplicemente facendo sparire quelle peggiori).

e allora se non si capiscono queste dinamiche fondamentali...

il problema e' che gli italiani secondo me hanno un fondamentale problema di cognitive dissonance: da una parte si lamentano del fatto che i politici sono tutta una manica di ladri, corrotti, incompetenti, nepotisti, ignoranti e approfittatori poi pero' passivamente non fanno altro che accettare l'idea secondo cui bisogna dare piu' potere ai politici per risolvere i problemi del paese...

Mi trovo d'accordo sul primo tema (anche se faccio notare che vendola l'ha spesso citata come una bella cosa se supportata da un buon sistema di ammortizzatori sociali, chiedo venia ma non trovo nessun link da darvi). A cui aggiungerei un contributo da imprenditore, che è un mio pallino da tempo. Immagino che pochi di voi conoscano il contratto di Federmanager, che è il sindacato dei manager.

Bene, c'è da aspettarsi che cambi qualcosa nel marcato del lavoro quando anche i manager pretendono un minimo salariale (ad oggi 57mila euro fissi per i junior fino a 6 anni, 72 per i senior con già la previsione nel 2013 di un 63/80)? quando per licenziamento (che deve essere per giustificati motivi comunque) è stata appena aumentata l'indennità minima da 6 a 8 mesi? quando questa indennità in caso di mancata giusta causa o una certa anzianità  può salire fino a 20 mesi?  Dati da contratto Industria.

Chissà forse anche la CGIL un contratto con 24 mensilità lo firmerebbe volentieri.... Magari anche 12 mesi se poi avesse la cassa, la mobilità e tutto il resto (per cui pago e di cui non ho mai usufruito).

Sul secondo punto non ho capito, che intendi esattamente per regolamentazione del mercato dei prodotti? Di quale settore parli?

 

 

 

Premessa: per influsso della cultura anglosassone, oggi in Italia tendiamo usare indifferentemente i termini manager e dirigente (come nel caso della "Federmanager").

In realta` son cose un po' diverse: un manager e` un dipendente con significativi compiti organizzativi (persone, progetti, impianti...) mentre un dirigente... e` un dipendente con contratto da dirigente! La maggior parte dei dirigenti e` anche manager (tranne quelli parcheggiati in attesa della pensione). Molti manager di basso livello non sono dirigenti: un po' come il sergente Warden di "From Here to Eternity" :-)

Finita la premessa veniamo al punto: i salari che citi, suppongo lordi, mi sembrano ragionevolissimi, l'indennita` di licenziamento pure e CERTAMENTISSIMAMENTE che andrebbe estesa a tutti i dipendenti. Sarebbe appunto la cosa giusta da fare in cambio della liberta` di licenziamento (come per i dirigenti perlappunto).

Un libro illuminanti di qualche anno fa sulla questione (purtroppo esaurita): http://www.francoangeli.it/ricerca/Scheda_Libro.asp?ID=6386&Tipo=Libro

Più semplicemente vale la discriminante: se la persona in questione prende decisioni, allora è un manager, altrimenti non lo è, a prescindere da quanto guadagni, cosa ci sia scritto sul biglietto da visita o quale contratto gli venga applicato.

Chiarisco le mie obiezioni.

1) Un 1.livello quadro (senza superminimi e premi) prende circa 32-33mila euro lordi. Da qui si salta alle cifre che ho riportato sopra, al doppio. C'è un buco retributivo enorme, peraltro ingiustificato a fronte delle di solito non così differenti attività e mansioni.

2) Viene sindacalizzato un ruolo e un livello retributivo che dovrebbe essere in grado di trattare da solo la sua posizione, vista l'importanza che dovrebbe ricoprire e il valore aggiunto portato. Se non è in grado di farlo, non è un manager. Forse è un dirigente/dipendente come lo intendi tu e quindi questi valori sono certamente ingiustificati.

3) C'è un assoluta miopia sulla disponibilità a cotruire delle adeguate indennità (che a parer mio dovrebbero aumentare al diminuire del salario) da parte di tutte le controparti, Confindustria in testa.

4) C'è un palese conflitto di interesse fra chi, che peraltro non conosco, in Confindustria tratta con Federmanager. E pertanto nascono questi contratti aberranti.

OK, permettimi una precisazione ed una considerazione.

Preciso, a scanso di fraintendimenti, che io non penso che tutti i dirigenti siano dei buoni a nulla... diciamo solo che mi pare una categoria che esiste. In certi contesti poi ci sono persone che hanno "perso" la competizione interna e che vengono tenute a far nulla non perche' incapaci ma perche' questa e` la "legge dell'azienda".

Suggerisco che il "salto" che separa i dirigenti dagli altri dipendenti sia essenzialmete un retaggio dell'organizzazione militare che si e` affermata in Europa nell'eta` moderna, ed alla quale si e` poi ispirata l'organizzazione delle aziende. Gli ufficiali sono una categoria ben distinta dalla truppa e dai sottufficiali, e non c'e` mobilita` tra le due parti. In effetti, di solito chi comincia la propria vita lavorativa fuori dal canale giusto per la dirigenza non ci arrivera` mai, chi invece entra nella corsia giusta ci arrivera` a prescidere dalle proprie qualita` personali. E` un sistema di ispirazione classista che garantisce alti livelli di inefficienza, ma e` profondissimamente radicato nella nostra cultura.

 

per regolamentazione del mercato dei prodotti intendo tutta quelle serie di regole e leggi (che immagino sandro discutera' nel suo prossimo post) che impediscono alle imprese di competere l'una con l'altra. si va dalle corporazioni che gestiscono interi settori (avvocati? taxi?) alle regole che impediscono alle compagnie petrolifere di mettere stazioni di servizio una accanto all'altra (se volessero, ovvio), ai negozi di aprire all'ora che vogliono etc etc. alcune di queste regole sono statali, altre sono regionali, alcune comunali.

Complimenti Sandro, ottimo articolo!

Non so se sono d'accordo con Andrea sul nanismo, cioé non so se sia bene o male avere molte piccole aziende. Infatti c'è da dire che questo tipo di imprese operano in un mercato concorrenziale molto di più delle grandi aziende Italiane. Quello che proporrei io è di abbracciare le proposte di Andrea, senza però avere il fine di far crescere le aziende. Semplicemente diamo più possibilità: quelle aziende che decideranno che vogliono crescere, potranno farlo più facilmente di adesso.

A questo proposito aggiungo una terza proposta: incentivare la quotazione in borsa delle aziende, anche di media dimensioni. Questo perché costituisce un modo in più per un'azienda di finanziarsi, e più è fluido il mercato azionario, migliore sarà l'accessibilità ai capitali. Allo stesso tempo la quotazone impone una gestione più trasparente.

michele in realta' siamo perfettamente d'accordo. io non penso che il fine fosse quello di far crescere le aziende (altrimenti facciamo come i soviet: enormi imprese che producono letti d'acciaio).

il problema e' che in italia le imprese sono forzate a rimanere nane, un po' perche' gli conviene (per non incappare negli strali dell'articolo 18 etc), un po' perche' non hanno lo spazio per crescere (perche' non possono fare questo, non possono andare la', non possono aprire una nuova sede li' etc etc). senza questa forzatura molte imprese crescerebbero, diventerebbero piu' produttive e (mi spingo in territorio non mio ma quasi), in equilibrio generale, l'economia godrebbe di salari piu' alti, imprese piu' produttive e competitive etc. (antunes et al. 2008 se non sbaglio).

in italia le imprese sono forzate a rimanere nane, un po' perche' gli conviene (per non incappare negli strali dell'articolo 18 etc)

ripeto anche a te l'osservazione che ho già fatto a marco esposito: andrea moro e giulio zanella, riguardo a questo punto specifico, non la pensano affatto così alla pag.4 di questo studio.

un'affermazione interessante, visto che è del tutto controintuitiva.

beh diciamo allora che non sono d'accordo con andrea e giulio. senza stare a divagare perche' purtroppo non ho molto tempo (hint: sono sul job market :D) alcuni punti veloci:

1) il fatto che molte imprese stanno sotto i dieci dipendenti e' (o potrebbe essere) appunto evidenza che decidono di non crescere oltre quella soglia. it is an equilibrium result. il counterfactual e': quante imprese in italia deciderebbe di stare sotto i 15 dipendenti se non ci fosse l'articolo 18? sarei interessato a vedere un paper sull'argomento.

2) molte imprese sono piccole perche' non hanno interesse a crescere, la maggior parte per dircela tutta. molte di queste "imprese" sono semplicemente studi professionali (dentisti, avvocati, architetti, oculisti o anche tassisti, muratori, idraulici etc). queste non sono imprese, sono career choices. alcuni lo fanno perche' non gli piace avere un boss (Hurst, 2010), altri perche' e' piu' facile minimizzare il carico fiscale (blink, blink), altri perche' non trovano lavoro da altre parti (Ardagna/Lusardi 2008). Sinceramente queste imprese ci interessano poco.

a noi interessano le imprese vere, quelle di schumpeter. ci interessano le imprese che hanno interesse a diventare la prossima luxottica o il prossimo brembo o la prossima ferrari etc. sono queste le imprese che creano molti posti di lavoro, creano ricchezza e fanno crescere la produttivita' (e quindi i salari). in equilibrio piu' imprese di questo tipo ci sono, piu' i salari saranno alti, meno imprese piccole ci saranno (alcune spariscono perche' assorbite dalle grandi, altre perche' il self-employed semplicemente decide di lavoro per luxottica piuttosto che di aprirsi un negozio di scarpe. vedere l'effetto di wal-mart sulla produttiva e sui piccoli negozi di alimentari in america. vedere l'effetto di blockbuster sui negozi video in US -blockbuster che adesso e' stato a sua volta crippled da netflix. oh, il potere della distruzione creatrice), e (forse ma dipende anche da altri fattori) piu' crescita economica. esistono millanta paper macro, micro, trade e IO sulla relazione tra salari and size of the firm.

ora, segue logicamente che se l'articolo 18 incide sulla proporzione di queste imprese che decidono di crescere di certo bene non fa. forse no, forse poco, ma di certo non ho visto evidenza che non lo faccia o che conti poco.

Un paper sull'argomento: 

Identifying the effects of firing costs through size-contingent changes in regulation 

Fabiano Schivardi e Roberto Torrini, Labour Economics, Volume 15, pp. 482–511, 2008
Click here to download the working paper version.  Previously circulated as “Firm Size Distribution and EPL inItaly”. Click here to download that version.

Abstract

We study the effects of the more stringent employment protection legislation (EPL) that applies in Italy to firms with over 15 employees.  We consider firms’ propensity to grow when close to that threshold and changes in employment policies when they pass it.  Using a comprehensive matched employer-employees dataset, we find that the probability of firms’ growth is reduced by around 2 percentage points near the threshold. Using the stochastic transition matrix for firm size, we compute the long-run effects of EPL on the size distribution, finding that they are quantitatively modest.   We also find that, contrary to the implications of more stringent firing restrictions, workers in firms just above the threshold have on average less stable employment relations than those just below it. We document that this might be because firms above the threshold make greater use of flexible employment contracts, arguably to circumvent the stricter regulation on open-end contracts.

 

Identifying the effects of firing costs through size-contingent changes in regulation 

Fabiano Schivardi e Roberto Torrini, Labour Economics, Volume 15, pp. 482–511, 2008
Click here to download the working paper version.  Previously circulated as “Firm Size Distribution and EPL inItaly”. Click here to download that version.

da una veloce scorsa, un "dentino" nei grafici c'è, a cavallo dei 15 dipendenti. però la taglia delle aziende, nel confronto internazionale, pare dovuta a un genius loci molto più importante e ancora indefinito.

grazie, perdoni la mia banalizzazione.

Io quando l'ho sentito rispondere a delle domande del pubblico ad una conferenza/comizio qua a Bruxelles mi ha dato l'impressione di saper dare una risposta pragmatica e di conoscere abbastanza bene gli svantaggi generati dal peso dell'impianto burocratico italiano. E' molto retorico quando parla e da bravo politico sa adattarsi al pubblico che ha di fronte. Detto questo, penso che dalle sue parole non si possa oggettivamente trarre la conclusione che sia uno che vuole pompare soldi a caso nelle aziende di famiglia. O almeno non più di quanto abbia già fatto voltremont con alitalia e berlusconi con le sue controllate.

Segnalo un articolo in cui si delineano un po' meglio le idee di Vendola.

<em>Incentivi, formazione e tutela
Ecco i perni del Piano per il lavoro
<em>

Questo passaggio è stato postato da Vendola anche sulla sua bacheca di Facebook

Si prevedono forme classiche di incentivo all’occupazione: contributi economici o fiscali o agevolativi in caso di assunzione di nuovo personale. In particolare di lavoratori dell’«area debole»: donne, disabili, immigrati, disoccupati di lunga durata, giovani inoccupati. Non incentivi aperti a tutti, ma solo alle aziende di comparti produttivi capaci di offrire migliori e più ampie opportunità di lavoro. Si pensa al turismo, alla «nuova» agricoltura (bio, sperimentale, innovativa), ai servizi di cura alle persone. Ma anche, e non sorprenda, all’innovazione tecnologica.

Questo passaggio invece mi ha fatto pensare ad un'altra cosa

cassintegrati. Proprio questi ultimi (sospesi dal lavoro, ma non licenziati) potranno essere impiegati in «lavori di pubblico interesse»: un modo per rendersi utili e integrare il magro salario da cassintegrato.

Al tribunale di Busto Arsizio hanno "assunto", per poche centinaia di euro al mese, una decina di cassintegrati ad affiancare il lavoro dei cancellieri. Da quel momento sono svanite le code in cancelleria. Io malignamente ho pensato che i cassintegrati arrivano tutti da aziende private, inoltre sono incentivati dal sogno (magari irrealizzabile) di entrare a far parte definitivamente dell'organico. Certo che sono anche 10 persone in più.

Adesso cerco il bando.

Ecco il bando

http://fpvarese.provincia.va.it/interfaccia/Lavoro/Documenti/Avviso_procure_proroga.pdf

Lo stipendio di cassintegrato viene... integrato fino a raggiungere la cifra di 1174 euro.

In UK, dove non c'è la cassa integrazione ma un'indennità di disoccupazione si sta delineando un approccio che ha qualche somiglianza: http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2010-11-07/cameron-welfare-tagli-...

Mi ricordo lo scandalo, anni fa, per le parole di Berlusconi ai cassintegrati: "cercatevi un lavoretto".

Se non erro (perché di legislazione del lavoro so poco) lo scandalo era dovuto al fatto che, in quanto cassintegrato, mantieni il diritto alla cassaintegrazione (sussidio + mantenimento del posto) solo finché non hai un'altra entrata da lavoro. Se combini questo al fatto che "c'è la crisi" e molto spesso chi è cassintegrato non è altamente specializzato, ottieni che - per integrare la cassaintegrazione e quindi tornare ai livelli di reddito precedenti - il lavoratore perde la parte di reddito da integrare. "Trovatevi un lavoretto" implica, sia come toni che come contenuto, scarsa attenzione e rispetto per chi si trova in un momento di difficoltà e scarsa conoscenza della problematica.

La cassaintegrazione andrebbe, credo, abolita proprio perché pone di questi limiti. In realtà è un aiuto all'azienda e non al lavoratore. Il lavoratore dovrebbe eventualmente disporre di ammortizzatori sociali (regressivi nel tempo) che gli permettano di vivere meno angosciosamente la perdita del lavoro - che psicologicamente non è questa manna, di riqualificarsi eventualmente (per davvero e non con i corsi finti che si fanno qui da noi) e comunque di rimanere stimolato a cercarlo, il lavoro.

Non mi pare perciò un'idea peregrina, quella di Cameron: non trovi lavoro? Ok, il sussidio rimane a tempo indeterminato, ma oltre una certa soglia di tempo devi lavorare per la comunità (che ti paga di che vivere tutti i mesi - o settimane). Né è una proposta à la "che mangino le brioche", come quella di BS. E' contestualizzata e ragionata.

(rispondo a te perché sono curiosa di capire meglio cosa ne pensi tu, perché dal commento e dalla citazione dell'articolo non ho capito)

Sandro, il tuo articolo mi ha colpito molto perché si presta addirittura a tre letture.

A tutta prima sembri proporre, in opposizione a Vendola, una drastica riduzione del ruolo dei "politici" in ambito di politiche industriali: infatti dopo le schermaglie iniziali sull'analisi del problema (Berlusconi purtroppo HA una politica industriale; la deindustrializzazione NON è un dramma; la scarsa propensione all'innovazione NON è iscritta nel DNA delle imprese italiane ecc.) tu affondi il colpo proprio in questa direzione: ("Vendola commette l'errore di illudersi che i politici siano più bravi degli imprenditori a scegliere gli investimenti e le industrie giuste")...  Insomma: politici levatevi dalle balle o, più educatamente, fate meno cose.

Ma poi, leggendo meglio, tu di fatto consegni sorprendentemente alla politica un'agenda piuttosto fitta di cose da fare per favorire crescita e innovazione, anche se si tratta per la maggior parte di interventi "a costo zero", cioè senza aumento della spesa pubblica, ovvero: 1. Aumentare la produttività della PA, (downsizing specie al Sud, misurazione dei servizi, incentivazione dell'eccellenza); 2. Levare le barriere all'entrata in vari settori, che dando rendite di posizione disincentivano l'innovazione; 3. Riformare la struttura del sistema fiscale riducendo il livello delle tasse sul capitale e sull'impresa; 4. Contribuire a migliorare il sistema creditizio; 5. Ridurre la burocrazia (non lo dici esplicitamente, ma si evince).

E poi, come ricordi nel finale, la politica (il settore pubblico) può anche esporsi, sia pure in casi di dimostrata necessità, con interventi economici diretti a: 6. Correggere esternalità negative, es. penalizzando mediante tasse le attività inquinanti; e 7. Produrre beni pubblici utili che non verrebbero prodotti tipo infrastrutture di trasporto o ricerca di base. Tutte cose (dalla 1 alla 7) che, mi sembra, sono di stretto appannaggio dell'operatività dei politici. Alla fin fine sembra che la sola cosa che vorresti escludere, nel tuo pezzo, è che "alla politica venga assegnato il compito di individuare i settori strategici in cui investire e a cui fare affluire le risorse pubbliche".

Ma poi, alla terza lettura, mi sono reso conto che i compiti da 1-5 sono, di fatto, operazioni di "ritiro" della politica. Operazioni difficili certo, ardue come un ritiro dall'Iraq, ma tutte azioni che vanno in quella direzione, cioè una volta completate dai politici, i politici stessi avranno meno da fare e il mercato più spazio per operare, mentre la 6 e la 7 sono da applicarsi in casi estremi, di comprovato fallimento del mercato.

Quindi la prima sensazione, come spesso accade, è quella giusta, tu volevi dire: politici fuori dalle balle.

 

 

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