La Paura e la Speranza

27 aprile 2008 gian luca clementi

Non una vera e propria e recensione. Piuttosto, commenti di varia natura sull'opera omnia del Ministro dell'Economia in pectore.

In una intervista resa a La Stampa pochi giorni addietro, Guido Rossi suggeriva che "Tremonti non ha tutti i torti". Si riferiva all'ultima fatica editoriale dell'immarcescibile dottorino della Valtellina. Come gli si conviene, il Professor Rossi non si è fermato ad una semplice battuta, e nell'intervista ha elaborato il suo pensiero. Io, nel mio piccolo, penso che il testo di Tremonti sia una cagata pazzesca. Il libro, se cosi lo vogliamo chiamare, dà ampia evidenza, se mai ce ne fosse ancora bisogno, di quanto limitati siano i mezzi del ragionier Giulio da Sondrio. Rabbrividisco al pensiero che un cervello del genere, tra qualche settimana, possa nuovamente aleggiare ai piani nobili del palazzo di via XX Settembre. (Nota al margine: nella stessa intervista, Rossi si è concesso uno svarione quando ha maldestramente interpretato la motivazione fornita dal giudice costituzionale americano Paul Stevens nel caso intentato dallo Stato del Kentucky circa la costituzionalità dell'iniezione quale metodo di esecuzione - una distrazione, o la senilità che avanza?)

Devo dire, però, che le due orette che ho passato sul libercolo non sono state del tutto inutili. Mi hanno ricordato una delle ragioni per cui io non ho nulla a che fare con la destra conservatrice che in Italia ha ottenuto una forte maggioranza alle ultime elezioni. E questo non è poco. Per coloro che sono così gentili da leggermi, ma non si vogliono immolare leggendo tutti gli sproloqui che seguono, ecco una breve summa del pensiero tremontiano. La globalizzazione ha portato alla delocalizzazione di una lunga serie di mansioni verso Paesi in via di sviluppo e all'immigrazione di petulanti orde di diseredati. Queste dinamiche stanno inesorabilmente schiacciando la nostra forza lavoro a basso skill level e stanno ponendo sfide immani ai sistemi in cui si articolano le nostre società (leggi: europee). Non v'è altra soluzione che rallentare, se non fermare, il processo di globalizzazione -- riducendo fortemente l'immigrazione e salvaguardando i produttori europei via dazi e sussidi vari. Peccato che, in questo modo, i poveracci del mondo se la prendano ancora una volta dove non batte il sole... ora gli sproloqui.

Prima di tutto, un breve accenno alla prosa tremontiana. Io sono ben consapevole di non essere la penna più felice del reame. Ogni volta che mi accingo alla scrittura, mi impegno per raggiungere l'obiettivo minimo di farmi comprendere. Se poi, di tanto in tanto, mi riesce il colpo stilistico, tanto meglio. Tremonti, al contrario, crede di essere un letterato di prim'ordine. Si esprime con una pressoché infinita serie di analogie incomprensibili e di aforismi imperscrutabili. È auto-referenziale (cita unicamente i suoi libri ed articoli, degni di outlet come l'Intrepido e il Monello - ve li ricordate?), conia neologismi in quantità (mercatismo, squadratura, ibridare, ... ), e si espone a cadute stilistiche del tipo "La storia si può infatti ripetere all'incontrario." All'incontrario? Ma cosa fanno alla Mondandori? Dormono?

Veniamo ora ai contenuti. I primi due capitoli sono digressioni sulle dinamiche e gli effetti della globalizzazione, che secondo il Nostro ci starebbe portando all'apocalisse. Giuro che avrei voluto sintetizzarne i contenuti, ma il pensiero Tremontiano è sì complesso ed articolato, che il mio intelletto non è riuscito nell'intento. Pertanto mi limito ad illustrare una serie di castronerie, sperando che vi risultino esilaranti tanto quanto lo sono state per me. Prometto che farò giustizia a Giulietto più sotto, quando descriverò e commenterò la sua tesi principale.

L'apertura, c'era da aspettarselo, ci propina per l'ennesima volta la retorica malthusiana. Il commercialista lumbard scrive:

"Se il numero dei bovini da latte o da carne che ci sono nel mondo resta fisso, ma sale la domanda di latte o di carne, allora i prezzi non restano uguali, ma salgono anche loro... La squadratura che si sta così determinando, tra offerta che resta fissa e domanda che cresce, ha avuto e avrà nel mondo un effetto strutturale sostanziale: la salita globale dei prezzi. E dunque del costo della vita"

Bien sur, Monsieur Tremonti. È vero. Così come è vero che la mia cara nonnina, se avesse le ruote, potrebbe essere un treno. Mi spiega perché la maggior domanda non dovrebbe portare ad un aumento dell'offerta? Nel caso di risorse ad offerta molto rigida, come potrebbe diventare il petrolio, negli ultimi 250 annni la pressione dei prezzi ha sempre portato all'individuazione di alternative. Solo poche settimane fa, il Wall Street Journal ricordava che l'olio di balena alimentava la maggior parte delle lampade negli Stati Uniti della prima metà dell'Ottocento. Quando i prezzi salirono, si cercarono alternative. Nel 1846, Abraham Gesner comincio a sviluppare il kerosene. Alla fine del secolo, l'olio di balena costava meno di quanto costasse nel 1831.

Più avanti, il noto intellettuale valtellinese si interroga sulle soluzioni al problema dell'inquinamento e dell'esaurimento delle risorse naturali. La conclusione, per il filosofo lombardo prestato alla ragioneria, deve necessariamente essere quella di

"fermare il mercatismo, l'ideologia forsennata dello sviluppo forzato spinto dalla sola e assoluta forza del mercato." E poi pondera: "...perché penalizzare ora i Paesi in via di sviluppo? Perché le ragioni dell'ambientalismo dovrebbero valere solo ora, con l'ingresso dell'Asia nel mercato mondiale?" Si risponde: "Per una ragione molto semplice e non solo per astuzia politica o per egoismo occidentale in generale ed europeo in particolare. Perché non si può rifare la storia, non si può guardare indietro, si può solo guardare avanti."

E sì, cari fratelli asiatici. Potevate svegliarvi prima... ora è troppo tardi. Siamo arrivati prima noi. Dice davvero sul serio? Pare di si. Ma c'è di più.

"La vecchia sequenza tra le varie età della storia è stata finora scandita nel passaggio dall'età mediterranea a quella europea e a quella atlantica. La nuova storia può andare oltre, passando direttamente dall'Atlantico al Pacifico. Saltando l'Europa."

Secondo Tremonti, il sud-est asiatico è sempre stato la regione più arretrata del mondo. Che abbia avuto la scarlattina, il bimbo Giulietto, quando la maestra delle scuole elementari parlò alla classe dei racconti di Marco Polo?

Altra chicca, questa sulla Cina.

"... la Cina ha un'ambizione strategica: sostituirsi all'Occidente nella guida della... rivoluzione della genetica, applicata ai prodotti agricoli e all'uomo. A favore della Cina, un decisivo fattore di successo in questa strategia dovrebbe essere costituito dal fatto che, a differenza dell'Occidente, la Cina non ha in questo campo vincoli, remore o limiti di tipo morale o legale."

Certo, ha ragione il buon Tremonti. I cinesi sono tutti bastardi. Gente senza scrupoli, automi senza cuore che altro non vogliono, se non la supremazia sul mondo occidentale. Ma ci rendiamo conto? E ancora:

"Quando lo sviluppo porrà fine alla dipendenza finanziaria della Cina dall'occidente, quando la tecnologia le permetterà di interrompere il dominio della US Navy sulle sue rotte marittime - perché le masse continentali si controllano dal mare e non viceversa -, allora lo scenario geopolitico sarà diverso e più complesso."

Penso che l'assurdità dell'accenno ai blocchi navali non sia sfuggita a nessuno. Chissà, il buon Tremonti potrebbe essere un appassionato lettore di Patrick O'Brian e si è voluto concedere una licenza poetica. Se questo fosse il caso, lo perdonerei senza riserve. O'Brian piace anche a me. Ma la troiata sulla dipendenza finanziaria della Cina, ad alcuni non addetti ai lavori può essere sfuggita. L'ultimo anno in cui la Cina ha avuto un deficit di conto corrente è stato il 1993. Da allora, ha inanellato una serie di surplus crescenti che l'ha portata ad avere una posizione finanziaria netta positiva, il che significa che la Cina presta denaro al resto del mondo. Nel 2006, il flusso netto di investimenti verso l'estero è stato di ben 250 miliardi di dollari. Quale dipendenza finanziaria?

Il resto del libercolo è dedicato all'esposizione di tesi e di indirizzi politici ben noti. La tesi principale è che la globalizzazione, soprattutto a causa della velocità con cui sta procedendo, è una calamità per l'Europa Occidentale. Trovo che "globalizzazione" sia un neologismo inutile. Qualcuno mi spiega perché non avremmo potuto continuare ad argomentare di "maggiore mobilità dei fattori"? Perché di questo si tratta. Per ragioni tecnologiche, ma soprattutto per la riduzione di ostacoli creati dall'uomo (dazi, quote, sussidi, e porcate varie), sta diventando sembre più facile (meno costoso) spostare uomini, capitali, beni e servizi da un lato all'altro del pianeta. Per Tremonti, questa facilità di movimento va a detrimento degli europei perché, in uno spazio temporale minimo, 1) si sono ritrovati milioni di Unni sulla soglia di casa e 2) quando se ne stanno nel loro Paese, gli stessi Unni, offrendosi di lavorare per un infinitesimo di quanto percepiscono lavoratori europei impegnati nelle stesse mansioni, rubano loro il lavoro (nonostante la produttività degli Unni sia più bassa).

La tesi secondo cui c'è un limite al numero di immigrati che un Paese può assorbire, l'ho sentito migliaia di volte. Si basa sul presupposto che l'immigrazione impone costi di aggiustamento eccessivi agli indigeni. L'immigrazione (a) impone senz'altro un adeguamento dimensionale di tutte le strutture, produttive, educative e sociali, (b) porta ad una variazione della composizione della popolazione per livello di skill e impone (c) un aggiustamento alla diversità. L'aggiustamento di cui al punto (a) presuppone un costo per gli indigeni in termini di minor reddito pro-capite. D'accordo. Il punto (b) implica un effetto negativo sui salari dei lavoratori indigeni a skill basso, solo nel caso in cui vi siano restrizioni al commercio con l'estero. In assenza di tali restrizioni, l'effetto negativo si avrebbe anche in assenza di immigrazione. È il punto c) che mi risulta totalmente indigesto. Io ho la fortuna di vivere in una delle città con più diversità al mondo. Dati del 2005: il 36% della popolazione di New York è nata all'estero e vi si parlano 170 lingue diverse. Essenzialmente tutte le religioni sono professate. Ci sono circa tre milioni di cattolici, un milione di ebrei, e 600mila musulmani. Nonostante questo, non ci sputiamo in faccia e la maggior parte di noi non gira neppure armata. Tutt'altro. È proprio la diversità l'attrazione numero uno della città. Non solo è interessante sapere come la pensano gli altri. Si impara sempre qualcosa. E si mangia meglio!

Il Ragionier Tremonti individua nell'assimilazione alla cultura indigena, altrimenti detta condivisione dei valori, una condizione necessaria per l'accettazione dello straniero. L'inclusione degli "altri" in Europa può proseguire, però, solo se gli "altri" cessano di essere "altri" e diventano "noi." Candido, candido, Tremonti ci rifila la solita retorica delle radici giudaico-cristiane del nostro sistema di valori. Trattasi di retorica, perché in genere ognuno ha la propria accezione di quelle radici e tende a ritrovarsi nella propria. Poi però ci da un esempio, condannando le unioni civili come matrimoni "pop."

Non è nemmeno più necessario salire nella sala delle cerimonie del Municipio: e sufficiente fare shopping giuridico, per consumare al banco un prodotto tipico di questo tempo...

L'esempio, garantendomi che i miei valori sono ben diversi dai suoi, mi ha rasserenato. Però divento livido al leggere l'accostamento che lui, come tanti altri autonominati vessiliferi della verità rivelata, fa tra cattolicesimo da un lato e divisione, contrapposizione dall'altro. Noi, dove noi significa 'cattolici,' contro loro, gli infedeli. Cattolico antagonista è un ossimoro per definizione. L'etimologia stessa della parola ce lo dice. Cattolico significa UNIVERSALE. Per definizione data da Nostro Signore, nella Chiesa Cattolica dobbiamo accogliere tutti -- e ci viene richiesto di amare il prossimo sia che costui abiti nello stesso isolato, sia che viva a 100 gradi di longitudine da noi, sia che ci voglia assomigliare, sia che se ne voglia rimanere com'è.

L'unico punto condivisibile espresso da Tremonti, nella sua ovvietà, è quello già ricordato secondo cui il processo di globalizzazione (mi rassegno a chiamarlo così) sta effettivamente causando grossi problemi di aggiustamento ad una parte della popolazione nei Paesi più avanzati. Settori manifatturieri interi stanno lasciando questi Paesi, mettendo in difficoltà quei lavoratori che non sono in grado, per vari motivi, di acquisire gli skills necessari ad intraprendere attività alternative, in cui i loro stessi Paesi si stanno specializzando. Si tratta perlopiù della produzione di manufatti ad alto contenuto tecnologico e di servizi ad alto valore aggiunto (per quanto riguarda i servizi, la bilancia commerciale degli Stati Uniti è in attivo!). Se accogliessimo la proposta del passato/futuro ministro, fermando il processo stesso di globalizzazione, raggiungeremmo il risultato di rallentare fortemente il processo di sviluppo dei paesi poveri. Sottinteso al pensiero tremontiano sta il fatto che a lui, di questi altri, non gli fotte. A me, invece, e a tanti altri con una sensibilità diversa dalla sua, interessa il benessere del prossimo, sia che abiti a Gallarate, sia che venga da Dakar. Per coloro che, come me, considerano il luogo di nascita una pura casualità, contro la cui realizzazione avversa tutti devono essere assicurati, la liberalizzazione dei flussi di beni, servizi ed individui, è un dovere della parte ricca del mondo nei confronti della parte povera. Semmai, il processo di globalizzazione deve essere accelerato, eliminando quelle autentiche oscenità che vanno sotto il nome di sussidi all'agricoltura. Di coloro che, nei Paesi ricchi, sono danneggiati da tale processo, devono prendersi cura le società stesse a cui appartengono, attingendo alle risorse che si vengono a creare con la liberalizzazione del commercio internazionale.

In altre parole: fermare la globalizzazione, oltre ad imporre costi alla maggior parte di coloro che vivono nei Paesi sviluppati, avrebbe il pernicioso effetto di rallentare ulteriormente il processo di sviluppo dei Paesi più poveri. A me, non pare davvero giusto.

41 commenti (espandi tutti)

Complimenti per l'articolo. Mi pare però che manchino, almeno in Italia, politiche concrete per l'aggiustamento alla diversità. Gli "adeguamenti dimensionali di tutte le strutture produttive, educative e sociali" dovrebbero essere pagati dai minori costi sostenuti da Stato/imprese per l'utilizzo di manodopera immigrata (minori costi per istruzione e pensioni, assumendo che le aspettative di vita di un immigrato siano, almeno oggi, largamente inferiori a quelle di un italiano)

"Se il numero dei bovini da latte o da carne che ci sono nel mondo resta fisso, ma sale la domanda di latte o di carne, allora i prezzi non restano uguali, ma salgono anche loro... La squadratura che si sta così determinando, tra offerta che resta fissa e domanda che cresce, ha avuto e avrà nel mondo un effetto strutturale sostanziale: la salita globale dei prezzi. E dunque del costo della vita"

Sento odore di modello superfississimo in salsa internazionale. Perlomeno ora Tremonti ha le basi teoriche per dialogare con il sindacato.

 

Io ho sempre giudicato il "pensiero" del ragioniere come un vademecum per la parte più retriva dell'elettorato lumbard, buono solo per accapigliare qualche voto, non certo una base di discussione. Di "globalizzazione" come deleteria si parla già nel Manifesto del Partito Comunista, Karl Marx e Friedrich Engels, Londra 1848. 160 anni dopo un presunto liberista si accoda...la cosa si commenta da sola. Da imprenditore che lavora sul mercato (quello vero) posso solo dire che la Cina non mi spaventa, anzi, la vedo come una grande opportunità, la qualità media del prodotto cinese come tale, e non frutto di delocalizzazioni produttive di multinazionali, è molto bassa, ed anche se migliora rapidamente è ancora lontana dai nostri standards, per non parlare dei prodotti provenienti da India o Sud-Est asiatico. Anzichè vagheggiare barriere, che terrebbero l'Europa lontana dallo sviluppo mondiale, forse sarebbe meglio pensare a investire meglio nelle tecnologie del futuro: energia, reti infrastrutturali e di comunicazione, biomateriali e biotecnolgie. E' lì che si gioca il nostro futuro.

Io ho sempre giudicato il "pensiero" del ragioniere come un vademecum
per la parte più retriva dell'elettorato lumbard, buono solo per
accapigliare qualche voto, non certo una base di discussione.

Concordo. Purtroppo mi sembra comunque il meno peggio che ci venga proposto, tra teorici della decrescita o della dannosità della piccola impresa.E poi almeno si è giocato la poltrona scornandosi con Fazio.

Quello che proprio non capisco è perchè siamo finiti in questa assurda steffetta tra commercialisti: Berlusconi/Prodi ok, hanno dietro mezza italia a testa, ma chi ci obbliga all'alternanza Visco/Tremonti? Possibile che nel palazzo nessuno sia in grado di trovare un' alternativa decente? Magari pescando tra i vari Boeri/Giavazzi/Monti & c. che mi sembrano "vicini" a PD/PDL.

la qualità media del prodotto cinese come tale, e non frutto di delocalizzazioni produttive di multinazionali, è molto bassa

Credo che questo dipenda molto dai settori: un' amico che produce elettronica dopo una visita a dei concorrenti cinesi mi diceva che l' unico vantaggio cui puo aspirare è il servizio al cliente.A quanto pare per ora gli basta, per fortuna.

Il nome giusto per il job di ministro dell'economia e' michele boldrin. L'unica cautela che si dovrebbe usare e' quella di affiancargli un portavoce che eviti che michele prenda a calci, chesso', il primo ministro francese che gli parla di quote latte, o il primo sindacalista che proferisce la parola 'precariato'.

Mmh, credo che dovrebbero portarlo in giro conciato come Annibal Lecter, danneggiandone irreparabilmente la credibilità.

Non so perché prevedo un tuo battibecco con Michele sull'ultima parte del post :)

(intendo riguardo la necessità di rallentare la liberalizzazione dei flussi di beni manifatturieri a basso "valore aggiunto", rinegoziando i trattati commerciali internazionali con Cina e co. , che immagino tu non condivida, e che invece è sostenuta da Michele in un suo Horror Economics)

Gianluca, la ricerca di alternative al petrolio é una delle cause che ha fatto aumentare i prezzi dei prodotti agricoli. I sostitutiti sono i biocarburanti. Se hai a disposizione un terreno e il prezzo del biocarburante sale sufficientemente decidi di coltivare biocarburanti invece che prodotti alimentari. Questo fa salire il prezzo dei prodotti alimentari.

La domanda di petrolio é aumentata vertiginosamente a causa della forte domanda (come bene intermedio) cinese e non sembra voler diminuire. Se le uniche (o le piú ricercate comunque) alternative al petrolio sono i biocarburanti, una globalizzazione (leggi crescita della Cina) troppo veloce implica che i paesi in via di sviluppo non riescono piú a mangiare. 

Concordo che eliminando tutti i sussidi all' agricoltura faremmo una grande cosa per ridurre i prezzi dei prodotti agricoli. Ma se poi si mettono tutti a coltivare biocarburanti? :-)

 

Togli i sussidi ai biocarburanti ed hai risolto.

Magari pagheremo la benzina 2 euro al litro ma sopravviveremo, e comunque quello che ora risparmiamo sul pieno lo paghiamo con gli interessi per finanziare i sussidi.

Risolto cosa?

Diciamo che togliamo tutti i sussidi e le quote, a biocarburanti e prodotti agricoli e tutte le terre vengono coltivate. Chi possiede un terreno deve decidere se coltivare i primi o i secondi. Ovviamente sceglierá quello che gli conviene di piú. Per cui fino a quando i biocarburanti sono piú cari ( e sono cari perché la domanda é molto forte) gran parte dei terreni sará utilizzato per quel tipo di coltivazione. L'offerta di prodotti agricoli non aumenta e il prezzo sale.  Piú sale la domanda di biocarburanti, piú sale il loro prezzo e quello dei prodotti agricoli (che per essere prodotti devono rendere almeno quanto il biocarburante). Ripeto, se la domanda di energia continua a crescere a questi tassi e i biocombustibili sono la prima alternativa al petrolio, il prezzo dei prodotti agricoli continua e continuerá a salire. Togliendo quote e sussidi possiamo (e dovremmo farlo) chiaramente rallentare il processo, ma gli effetti quantitativi sui prezzi non sono ovvi.

Gianluca dice che la globalizzazione fa stare meglio chi sta peggio. Se i prezzi dei prodotti agricoli salgono dato il meccanismo che ho descritto, ció non é necessariamente vero per tutti i paesi poveri. 

Forse ho parlato troppo presto, non sono un' esperto del settore, ma a memoria mi pare che i biocarburanti ad oggi costino più del doppio dei combustibili fossili: senza sussidi non se li filerebbe nessuno.Scusa ma dal lavoro non ho tempo di controllare.

Ragazzi, calmatevi un attimo, se il prezzo dei prodotti agricoli continua a salire qualcuno smettera' a produrre biocarburantei e comincera' a coltivare patate no?

Alessio, mi sa che dimentichi che l'offerta di biocarburanti e' decisamente dopata dalla politica di forti sussidi in quel settore.

Se ne' parlato proprio una lecture di Solow due giorni fa: gli esperti sembrano concordare che l'aumento dei prezzi del cibo "base" degli ultimi mesi sia una conseguenza di tale (assurda) politica, non tanto da un aumento della domanda. Per cui la sensazione predominante e' che l'allarme prezzi-cibo possa rientrare piuttosto presto, soprattutto se i sussidi vengono tagliati.

Ok, io ho parlato senza sapere l'entitá dei sussidi. Ho visto da poco dati sull'aumento di terre adibite a coltivazione di biocarburanti (sul Corriere) e i numeri mi sono sembrati impressionanti. Se questo dipende dall'entitá dei sussidi in quel settore é ovviamente un'altra storia (Marcello Urbani ha giá cercato di convincermi). Quanto sono alti tali sussidi? Che aumento nel prezzo del petrolio é necessario affinché sia conveniente produrre biocarburanti senza sussidio?

Per Andrea. Concordo con quello che dici, ma quello che importa é a quale prezzo gli agricoltori riniziano a produrre patate invece di biocarburanti.  

5 anni fa era i sussidi erano piu di un dollaro per-gallon, e ammontava a circa 7miliardi di dollari in totale.

edit: ho trovato questo articolo datato 2005: leggi qui

 

Con l'Energy Act del 2007 da quanto ho capito il modo di elargire sussidi e' cambiato e, ancora da quanto capito, ancora piu a vantaggio del produttore di bio-combustibile

Calma e gesso uniforme. Il modello superfisso è il prodotto di menti evaporate, giustissimo. Ma

1) I fattori fissi nel breve periodo ci sono ed alcuni son più fissi di altri.

2) Quando c'è più gente che mangia, i beni naturali costano di più.

3) Quando c'è più gente che lavora, i beni riproducibili costano di meno.

Le risorse naturali ed i prodotti agricoli sono fissi per antonomasia, almeno nel breve periodo. La loro offerta non si muove rapidamente e le innovazioni tecnologiche che permettono di risparmiare sul loro utilizzo non avvengono dalla mattina alla sera. I dati degli anni '70 mostrano che è solo dopo il secondo salto in alto dei prezzi del petrolio che si osserva una generalizzata riduzione nello "energy input" (quantità di petrolio e sostituti per unità di valore aggiunto) nell'industria occidentale. Non vedo come possa accadere diversamente questa volta.

L'aumento del prezzo del petrolio, d'altra parte, è il necessario strumento attraverso cui il segnale di scarsità arriva: se non aumenta, a chi diavolo conviene spendere soldi per risparmiare nel suo uso o per produrne di piu? Ora, che i sussidi abbiano creato il menzionato effetto "sostituzione" dal lato della produzione non ci piove. Se non ci fossero stati sussidi il petrolio costerebbe di più ed il cibo di meno. Come minimo hanno distorto i segnali che il mercato avrebbe mandato, diminuendo gli incentivi a risparmiare sul petrolio. Male.

Cina ed India domandano materie prime, ed ovviamente i prezzi delle medesime crescono sia nel breve che nel lungo periodo (mai scordarsi che i costi di ricerca per innovare e ridurre consumi di petrolio costi sono, e che l'extra produzione di petrolio è pure costosa: there is no free lunch, NEVER!). In cambio producono beni riproducibili in grande quantità, riducendone i prezzi. Questo è lo scambio, nel lungo periodo. Nel breve periodo tutto è più complicato e, come sottolinea per esempio Alessio, la crescita cinese ed indiana può far danno ai paesi più poveri perché aumenta il prezzo delle materie prime sproporzionatamente ai benefici che questi ricevono. La strada della crescita non è né monotona né monotonicamente "pareto improving", su questo non ci piove proprio. Per questo ho sostenuto e continuo a sostenere che nel processo di crescita e globalizzazione vi sono interessi in conflitto che vanno gestiti politicamente.

Comunque, tutto questo ragionamento non è, come dicono qui, neither here nor there. Pur considerando io la "cultura" come un bene pubblico su cui, assieme agli altri beni pubblici che gli immigranti consumano, vanno definiti dei diritti di proprietà e dei "transfer prices" ed avendo, quindi, una visione meno aperturista dell'immigrazione di quanti altri abbiano - nessuno di certo può accampare diritti speciali sulle fonti di energia. Queste sono dove sono, quindi proprietà di chi ci si siede sopra, e chi vuole se le compra. Protestare per i prezzi relativi delle materie che crescono "per colpa dei cinesi" e della globalizzazione è semplicemente demenziale: senza globalizzazione saremmo ancora con il gas dell'AGIP di Fiorenzuola!

Dice bene Michele, riprendendo il punto di Alessio, quando asserisce che nel preve periodo

la crescita cinese ed indiana può far danno ai paesi più
poveri perché aumenta il prezzo delle materie prime sproporzionatamente
ai benefici che questi ricevono.

Sottolinerei il " puo' ". Nel senso che non e' necessariamente il caso. Dipende dalle dotazioni (endowments). Molti paesi sottosviluppati e/o in via di sviluppo hanno ingenti dotazioni di quelle commodities i cui prezzi relativi salgono "anche a causa" della maggior domanda che viene da Cina ed India. Esempi sono l'Angola e il Brasile. Questi sono paesi cui la congiuntura e' decisamente favorevole.

Per la fretta devo essermi spiegato male.Il mio punto non era che l'aumento dei prezzi del cibo dipendessero solo dai biocarburanti, quanto che l' effetto di questi sia sostanzialmente artificiale.Per inciso sono convinto che anche i consumi alimentari di Cina ed India giochino un ruolo, con milioni di persone che mangiavano solo riso e cominciano a concedersi qualche bistecca.

Un paio di ulteriori commenti.

La collusione tra i produttori di petrolio deve essere tra le ragioni per cui il prezzo del greggio e' cosi' altro. E' bene non dimenticarlo.

Sono assolutamente ingnorante circa l'elasticita' dell'offerta di certi prodotti agricoli. In particolare, non so quanto tempo passa tra la decisione di coltivare un prodotto e il momento in cui lo stesso diventa disponibile sui mercati. In ogni caso, forse erro, ma non mi pare che le stime sulla crescita della domanda proveniente da Cina e India che erano a disposizione tre o quattro anni fa fossero molto diverse da quanto abbiamo poi sperimentato. Ergo, tale incremento di domanda era atteso. Se dovvessi cercare il fattore responsabile per un incremento dei prezzi, inizierei con eventi che non erano attesi a quel tempo.

In ogni caso, forse erro, ma non mi pare che le stime sulla crescita
della domanda proveniente da Cina e India che erano a disposizione tre
o quattro anni fa fossero molto diverse da quanto abbiamo poi
sperimentato.

Non solo: se davvero gli aumenti derivano dal fatto che i cinesi prima mangiavano riso e ora bistecche, com'e' che il riso aumenta piu' delle bistecche? (Ne' le mucche ne' i maiali sono certo alimentati a riso). Ed e' mai possibile che il consumo sfrenato di cibo sia iniziato solo ultimamente, proprio quando, guarda caso, il prezzo del petrolio e' andato alle stelle e sono stati varati sussidi a una produzione di biocarburanti altamente inefficiente (ma politicamente remunerativa) come quella da granaglie? 

Ed e' mai possibile che il consumo sfrenato di cibo sia iniziato solo
ultimamente, proprio quando, guarda caso, il prezzo del petrolio e'
andato alle stelle e sono stati varati sussidi a una produzione di
biocarburanti altamente inefficiente (ma politicamente remunerativa)
come quella da granaglie?

Poiche' sulla stampa analisi di questo problema basate su dati quantitativi sembrano scarseggiare, riporto un paio di interessanti data points ripresi da FT di oggi:

- Secondo la Commissione Parlamentare per le Verifiche Ambientali in Gran Bretagna, la produzione di etanolo agricolo riuscirebbe a coprire un misero 5% del fabbisogno del paese di carburanti da trasporto solo impegnando tra il il 10 e il 45% di tutto il suo terreno coltivabile.

- In una lettera in cui paragona la recente diversione di prodotti alimentari verso la fabbricazione di biocarburanti al disastroso "Grande Balzo in Avanti" di Mao Zedong a fine anni '50, Ann Berg (una specialista di commodities trading che in passato e' stata anche nel consiglio d'amministrazione del CBOT) osserva che quest'anno l'industria americana dell'etanolo sostenuta da sussidi federali consumera' 80 milioni di tonnellate di granaglie, sufficienti a sfamare 400 milioni di persone per un anno.

 

Michele, qui si discuteva del fatto che il prezzo del pane perche' gli agricoltori si sono messi a produrre biocarburanti. Ma i prodotti alimentari sono fissi tanto quanto i biocarburanti. Se i primi sono diventati cari nel giro di un anno (ma sara' poi vero?), significhera' che gli agricoltori hanno una certa flessibilita' nella scelta di cosa produrre.

Per coloro che, come me, considerano il luogo di nascita una
pura casualità, contro la cui realizzazione avversa tutti devono essere assicurati

Dal palazzo di vetro prospicente la tua torre d'avorio, sottoscrivo al 100 per 100. Da figlio di piccolo imprenditore meccanico ho una visione molto meno distaccata, e mi sembra normale che chi ci rimette di persona spinga per tenersi i propri privilegi, per quanto miseri. Credo che pochi di noi sarebbero davvero disposti a mettere a repentaglio il nostro tenore di vita.

Pensare di fermare i movimenti migratori non è solo profondamente ingiusto ma anche inutile e dannoso. Questi movimenti sono  pressochè inarrestabili e opporvisi con muraglie servirà solamente a rendere più traumatico il momento in cui cederanno. E se anche fossimo abbastanza bravi da mantenerle in piedi, a lungo andare potrebbero diventare la nostra trappola il giorno in cui saremo noi a dover emigrare per necessità. ;)

Sono contrario a questo genere di fatalismo. I movimenti migratori sono molto difficili da contrastare ma vi sono diversi modi di governarli. Il sistema italiano fatto di immigrazione illegale, sanatorie, controlli risibili, tolleranza verso l'illegalita spicciola diffusa, intervallati da grida manzoniane quando succede qualcosa e fa comodo a qualcuno far finta di fare qualcosa, e' uno dei peggiori sistemi che si possano immaginare di gestire le migrazioni, ed e' anche profondamente sbagliato confondere la grave inefficienza dello Stato, e l' incompetenza dei suoi governanti e amministratori per un laissez faire benevolo e tollerante nei confronti di un fenomeno comunque inarrestabile. Come scrive L.Ricolfi il lassismo e l'incompetenza lungi dal favorire un'integrazione positiva hanno invece selezionato per l'immigrazione in Italia criminal i e immigrati con basse qualifiche, ponendo per di piu' ostacoli agli onesti e qualificati.

"... I movimenti migratori sono molto difficili da contrastare ma vi sono diversi modi di governarli."

Brao! Governare è la parolina magica :) Peccato che al di là delle buone intenzioni, più o meno in buona fede, nessuno trovi la volontà di farlo.

brutta sensazione, mi tocca difendere Tremonti...

Per quanto riguarda la dipendenza finanziaria: i cinesi dipendono da noi nel senso che i loro surplus devono essere reinvestiti nei nostri mercati finanziari, visto che i loro sono poco evoluti e poco affidabili. E' noto che qualità ed affidabilità di un sistema finanziario di una nazione sono legate alla liberta economica della stessa, come è noto che i surplus finanziari cinesi tornino verso occidente.

Per quanto riguarda il controllo delle rotte commerciali: credo sia noto a tutti che la US Navy vigila sulle principali rotte commerciali mondiali, e lo fanno non, come dicono, per garantire la sicurezza dei traffici ma per il semplice fatto che chi controlla tali rotte controlla il commercio globale.

E finiamo in bellezza, coi dazi. Io il dazio lo interpreto così: noi sopportiamo dei costi che sono legati alla garanzia delle libertà personali che la nostra società ci garantisce, in cina questi costi non ci sono... non essendoci le libertà. Bene, se vuoi esportare in europa tali costi li devi sostenere: se li sostieni in patria ok, ben vengano le tue merci. Se non lo fai in patria tali costi te li facciamo sopportare noi come dazi d'ingresso.

Mai ho pensato che Tremonti sia il mago che, d'incanto, possa
risolvere tutti i nostri annosi problemi strutturali (magari meglio di
quella disgrazia stile invasione di cavallette che risponde al nome di
Visco), però il tuo articolo, Gianluca, mi pare leggermente
estremizzato, forse per una evidente antipatia personale che provi e
che gli apprezzamenti iniziali in merito alla prosa del nostro (scusa,
chissenefrega dello stile espositivo ..... e, poi, né "squadratura" né
"ibridare" sono neologismi ....) mettono in risalto, insieme con
l'orgogliosa rivendicazione di diversità valoriale.

Gran parte
della tue considerazioni sono condivisibili ma, sgombrando il campo da
alcune affermazioni irrilevanti (la Cina ha un'antica civiltà, ma ha
sofferto una evidente arretratezza nell'epoca moderna) oppure
ideologiche (che sia giusto o meno, ciascuno tende a comportarsi
secondo convenienza), tre punti meritano una discussione.

In
primis, a me non pare affatto strano che la Cina ambisca a giocare un
ruolo sempre più da protagonista nell'economia mondiale e, d'altra
parte, il nazionalismo e la coesione dei cinesi sono notoriamente un
arma importante nella contesa. Inoltre, non si può negare - senza per
questo definirli "bastardi" - che gli operatori economici cinesi godano
di una situazione molto favorevole in termini di normativa sociale ed
ambientale, oltre che di un contesto politico (non certamente libero)
che concede spazi solo in campo economico ed opera per supportarli (ad
esempio, ma non solo, in tema di tassi di cambio).

Le disparità
concorrenziali che tali elementi producono sono indiscutibili e,
quindi, credo sia necessario trovare una contromisura che, però, non mi
pare efficace se punta alla chiusura dei mercati in modo
protezionistico. Propenderei, eventualmente, per una - peraltro
complicata e tutta da studiare - imposizione di regole d'accesso al
mercato basate su aspetti sociali e qualitativi tramite certificazioni
e controlli ad opera di terze parti.

In secondo luogo, io
parlerei di rispetto delle regole più che di condivisione di valori,
dal momento che qualunque convivenza civile bada poco ai secondi ma
dipende molto dalle prime. Temo, però, che questo sia in gran parte un
problema italiano, di un Paese, cioé, che non eccelle per legalità e
certezza del diritto (e delle pene) a tutto campo e che, di
conseguenza, non può che esser percepito come un Bengodi da chi cerca
scorciatoie e da chi non accetta altre regole se non quelle delle
proprie origini.

Infine, un accenno al tema delle risorse, della
loro scarsità e della ricerca di alternative - che non è a costo zero,
come insegna il caso dei biocarburanti, sul quale i signori
ambientalisti (sempre in ritardo) stanno finalmente accorgendosi di
aver enunciato solenni stronzate - per far notare che il tumultuoso
sviluppo di popolazioni numericamente rilevanti pone il problema di una
crescita della domanda più rapida delle possibilità attuali di
risposta. Probabilmente un rallentamento di quello sviluppo non è la
strada maestra, ma certamente non è possibile chiudere gli occhi e
trincerarsi dietro un generico "diritto al progresso", mentre sarebbe
necessario tentar di concordare azioni di moderazione, per quanto di
difficile attuazione.

Se, invece, consentiamo ad altri ciò che
non è consentito a noi (e ciò che altri a noi non consentono), mi par
di poter dire che, sulla fronte, abbiam scritto "giocondo" ........ :-)

  hai perfattamente ragione nell`asserire rispetto delle regole, peccato che le regole bisognerebbe capire quali sono e chi, come e perche` per alcuni esistano e per altri no Porto di Napoli esempio piu` lampante tutto il prodotto cinese e dell` estremo oriente viene sversato li.Il 20 %dell`import tessile e il 70%della quantita` del prodotto cinese passa per li pero` nulla appare, tutto svanisce.... connivenza forse?no mistero sicuramente e tutto alla velocita` della luce Il piu` grosso armatore di stato cinese opera e si e` consorziato li quindi....

L'unico punto condivisibile espresso da Tremonti, nella sua ovvietà, è quello già ricordato secondo cui il processo di globalizzazione (mi rassegno a chiamarlo così) sta effettivamente causando grossi problemi di aggiustamento ad una parte della popolazione nei Paesi più avanzati

 

In effetti molta della nuova diseguaglianza è da imputare al ruolo che la tecnologia gioca nella dialettica della globalizzazione. Non dimentichiamoci però di tener conto degli effetti che attenuano quello principale: ecco un paper che fa la tara.

Se accogliessimo la proposta del passato/futuro ministro, fermando il processo stesso di globalizzazione, raggiungeremmo il risultato di rallentare fortemente il processo di sviluppo dei paesi poveri

la mia sensazione è che il passato/futuro ministro avanzi le sue proposte giusto perchè sa che nel settore non ha ormai nessuna competenza. Tutta la politica commerciale è passata all' Europa. A lui interessa battere una mano sulla spalla a chi se la passa male e deve chiudere la ditta.

 

 

 

 

Giustissimo. Tremonti parla di politiche che sfuggono al controllo del governo italiano. Perciò non varrebbe la pena di leggere, né tantomeno recensire il suo libro. L'unico pericolo è che in omaggio alle chiacchiere di Tremonti, e in virtù dell'incompetenza dei nostri rappresentanti in Europa, il governo italiano appoggi politiche che arriscono gli agricoltori francesi a spese di tutti (compresa la maggioranza dei francesi).

Condivido gran parte dell'analisi di GLC, salvo un punto, il riferimento alla politica internazionale. Dice GT:

quando la tecnologia le permetterà di interrompere il
dominio della US Navy
sulle sue rotte marittime - perché le masse continentali si controllano
dal mare e non viceversa -, allora lo scenario geopolitico sarà diverso
e più complesso.

Non so quanto consapevolmente, dice una cosa corretta: P=f(Y). Il potere politico è funzione di quello economico.

Ne deriva che una Cina ricca e sviluappata sarà verosmilmente anche molto più ingorda a livello politico internazionale. Dove ingorda a livello politico internazionale significa, in soldoni, una minaccia per tutti gli altri. Noi compresi.

Penso che il tutto sia riassunto eccezionalmente bene qui

Non so se i riferimenti alla cultura, ai valori e tutto il resto servano per mascherare/sostanziare/sovrastare questo dato di fondo. Resta il fatto che Tremonti vede nella Cina una minaccia politica. Per questo il riferimento ai blocchi navali, anche se errato,* non è un'assurdità, come invece GLC suggerisce.

Amen. ag 

* Che le masse continentali si controllino dal mare, come dice tremonti, mi pare chiaramente una vera cazzata. C'è infatti da capire come mai la principale paura dell'Inghilterra è sempre stata la Germania, una Potenza continentale, e così per gli USA è stata l'URSS. Se le masse continentali si controllano dal mare, allora per quale ragione gli USA hanno basi militari TERRESTRI sparse in tutto il mondo? La US Navy permette il trasferimento di mezzi, uomini e materiale - ma non garantisce nessun controllo continentale.

La principale paura dell'Inghilterra, la principale avversaria dell'Inghiliterra, è sempre stata storicamente la Francia (dice niente, ad esempio, la guerra dei cent'anni?). L'Inghilterra è spesso stata alleata della Prussia, in particolare in funzione antinapolonica!

 

è vero, il mio sguardo era rivolto agli ultimi 100 anni. Ma il ragionamento non cambia, anzi: viene confermato.

Mi diletto  a leggere l'intervento del Prof. Clementi,e

senza nulla togliere al   suo ruolo accademico oltreoceano  mi permetto di osservare un tono non consono  nel lessico e nel linguaggio:

troppa irreverenza : i propri punti di vista si possono esprimere senza diventare maleducati o saccenti.L' Onerevole Tremonti e' pur sempre stato Ministro della Repubblica Italiana, e lo sara' in futuro. Si rilegga professore il pensiero di Ortega Y Gassett a proposito delle "barbarie dello specialismo".

facile e' criticare e pontificare ammantati da una fede economica liberista ad oltranza quale nuovo credo del benessere collettivo mondiale, e a tutela dei paesi piu' poveri,

Vorrei a tal proposito   ricordare che l'India e' il principale esempio della suddivisione in caste "medievali",ove la mediazione del controllo della popolazione avviene su rigide basi religiose funzionali ,

L'argomento  secondo il mio modesto parere va affrontato anche da un punto di vista culturale, che e' alla base del pensiero delle  civilta'  oggi attrici della globalizzazione,

In realtà quello che è  oggi  e' in causa è una vasta modificazione delle strutture e dei valori sociali.

“Il sapere tecnico è l’espressione della reazione dell’uomo  ai problemi mutevoli creati dall’ambiente e dai suoi simili”.

In poche parole è la propensione alla “cultura del cambiamento”.

Una cultura che trova le sue radici nella capacità di ascolto, di osservazione, di sperimentazione, di curiosità di proiezione del futuro.

Ovviamente queste attitudini ed attività non sono avulse dal contesto sociale e quindi dalle istituzioni esistenti, le quali esse stesse devono adattarsi alle nuove esigenze.

Il processo di sviluppo è quindi complesso e molte volte, se vuole crescere in modo armonico,  lento.

Certo è, che nella comunicazione globale ove le informazioni si diffondono con una rapidità immediata, (basti pensare al fenomeno internet ed alla trasmissione dati, documenti, immagini, video etc., da una parte all’altra del pianeta), il lento procedere quale variabile indipendente alla crescita armonica di una collettività non è più strategicamente vincente ,

Tempo e  sapere sono  quindi alla base dello sviluppo. Non dobbiamo mai dimenticarci che il progresso tecnologico è continuo e si fonda sempre su quello precedente.

Ed ovviamente solo colui che riesce meglio ad interpretarlo ed a trasformare la conoscenza in una nuova conoscenza sarà vincente nel progresso del sapere e conseguentemente  della civiltà.

Le civiltà   quindi nascono e si sviluppano in quanto rispondono con successo a sfide susseguitesi. Si spezzano e cadono quando  non riescono a far fronte alle sfide.

ridurre il ragionamento a pura economia e' perdoni il termine alquanto riduttivo.

Cordialmente

Bariston

 

 

Sandro, mi puoi tradurre il post di Bariston come hai fatto per l'intervista di Veltroni?

Grande Fausto! Mi aggrego nell'implorare le capacità divinatorie di Sandro.....:-))

E ritorno sul Blog, se non altro perche' attratto dal confronto dialettico................

Riprendendo dove ho lasciato, vorrei quindi perorare la causa del Ministro. Mi limito al momento alla prima parte del libro , che trovo la piu' interessante nel dibattito :

L' autore analizza oltre agli aspetti economici anche gli aspetti sociali, culturali, la visione e' ampliata e non solo economica ; cerca di analizzare le ragioni che hanno indotto "il passaggio dall'impulso del bisogno alla frenesia compulsiva dell spreco " (richiama il pensiero di Girard ),

applica  la logica Aristotelica   alla base del ragionamento occidentale   di cui lei Professore fa parte " l'incertezza identitaria , l'effetto esterno del mercato unico, prima intaccano le vecchie sicurezze, i vecchi codici di appartenenza ad un territorio , a una storia, a una fede."

Infine  una chiosa , l'Autore  evidenzia il principio di deferenza : senza la regola  le societa' funzionali non vivono senza essere costantemente disgregate. Il movimento del '68 ha rotto la regola ed infatti la societa' si e' disgregata....La classe B si auto vota per quieto vivere post ' 68 , ritagliandosi ovviamente all' interno della non regola soluzioni di autoreferenzialita',autoconvenienza ,autoassoluzione....

per il momento lascio, 

Alla prossima  per  stimolare....

Cordialmente     Bariston

 

Riprendo oggi il filo del pensiero serale per fare osservare che oggi viviamo in un situazione molto complessa.

Si ha l’obbligo   quindi di affrontare la complessita’ della nostra condizione con riflessioni ugualmente complesse.

Prima riflessione

  Ogni individuo necessita di centri di stabilita’, ognuno funzionante secondo il proprio Dharma, ed estremamente importanti per il nostro modo di vivere. Ed ognuno ha il terrore di perdere quei centri ,principalmente per ragioni egoistiche e materiali.

Lei stesso Professore non si sottrae a questa teoria : pur professandosi cosmopolita liberista il suo “orientamento politico” quale novello nostalgico del Valentino e del suo Ducato, denota una visione legata alle radici culturali proprie di un  campanilismo di Guicciardiana memoria.

E’ la conferma del principio  logico Aristotelico  di Identita’ e l’ancoraggio  ad esso quale punto di riferimento e di stabilita’.

Ora perche’  questo ancoraggio non lo devono avere “ quelli della Val Brembana ?” che quantomeno hanno avuto un Ducato, quello di Milano, ben piu’ glorioso del suo ?

Seconda Riflessione

Vorrei fare osservare che viviamo nella storia una situazione unica, questa societa’ non puo’ essere messa a confronto con altre perche’ per la prima volta vi e’ una societa’ che comprende oramai l’intero pianeta e la cultura che si sta imponendo e’ il modello Occidentale liberista consumista di matrice cristiano-protestante ovvero   cosi come coniato dal Ministro Tremonti il “mercatismo”.

Questo modello si e’ evoluto nel tempo:  inizialmente lo spirito Illuminista diede linfa alla rivoluzione industriale ,un movimento in cui gli uomini cercarono e trovarono il modo di far compiere dalle macchine il loro lavoro. La fede ed il sacro  erano l’ideologia  , il motore  la regola . La societa’ pero' nuovamente si stratifico’ in Anglicani,Luterani,Presbiteriani,Quaccheri , Metodisti, ognuna nuovamente con le sue diversita’ che giustificavano la loro posizione sociale.

Nelle Colonie d’America non vi erano radici culturali , non vi era una cultura radicata, come in Europa, e l’ immigrazione   dal vecchio continente avvenne  comunque separatamente nelle varie  Colonie :  Indipendentisti e Congregazionisti  in  Nuova Inghilterra, i  Battisti in Rhode Island,  gli Ugonotti  e gli Olandesi a New York, i Quaccheri in Pennsylvania, i Cattolici a Baltimora.

Il territorio era vasto  e disabitato , salvo gli indiani locali, le successive immigrazioni nei trecento anni a seguire hanno mischiato il quadro originale della stratificazione sociale ma comunque hanno confermato un’elite stabile che nel rispetto della regola aveva  e continua ad avere il consenso.  

 I suoi discorsi sull’ immigrazione e sulle sue tensioni sociali inesistenti andrebbero approfonditi , condivido il pensiero del Ministro quale problema oggettivo.

Terza riflessione

 Ritengo la teoria del Ministro sul crollo del muro di Berlino degna di nota  : il venir meno del forte legame con il sacro in contestualita’  del crollo  dell’ideologia contrapposta comunismo –liberalismo   doveva essere compensato da un sistema economico che con la fluidita’ sociale permettesse  di controllare il potenziale di aggressivita’ .

 Il processo pero’ ha  incensato  l’Economia quale nuova fede e gli economisti come Lei, i nuovi Profeti .

Profeti che  ragionano oramai  solo   con la logica dei numeri , usano quindi quale   paradigma  di valutazione  il semplice aspetto numerario , tutto si riduce a modelli economici, ma come lei ben sa L’Economia non e’ ancora Scienza .

I  Nobel di Khaneman e Smith aprono nuovi orizzonti, gli effetti comportamentali  psicologici e endocrinologici  influiscono sulle scelte .  Ancora una volta la realta’ e’ piu’ complessa , i modelli culturali e sociologici  sono parte in causa  nel comportamento.

Non puo’ come gia’ ricordato  ridurre il ragionamento alla sola economia ed ai suoi modelli che hanno non piu’ due secoli di storia .  Le ricordo Pareto   e la sua evoluzione  accademica.

Quarta riflessione  

L’ Economia  Occidentale attuale e’ la prima civilta’ che attraverso la competizione economica e alla sua fluidita’ sociale  evidenzia  appieno il principio di deferenza  : i piu’ deboli della societa’   globale sono facilmente impressionati dal modello della societa’ di chi e’ piu’ forte di loro, e pertanto per desiderio tendono    verso  quella direzione  e a quel modello.   Senza dubbio una deferenza intelligente  a  vantaggio per il progresso di ogni societa’ stratificata  studiata fino ad ora.

Ancora una volta un merito al Ministro nella disamina dei comportamenti delle civilta’ non Occidentali che stanno vivendo questa globalizzazione.

Quinta riflessione

Il modello dell’applicazione della teoria del principio della deferenza e ‘ stato osservato nel passato con effetti positivi, ma oggi come dicevo pocanzi viviamo in un periodo unico.

Quello che comunque si puo’  notare , e l’aggiungo  come riflessione  gia’ teorizzata , che questa  societa’ dei consumi,  cosi’ come giustamente osservato dal Ministro, mettendo  disposizione di tutti gli stessi beni si sta sempre piu’ trasformando da “ societa’ dei bisogni ad una societa’ dei desideri “.

La societa’ dei consumi quindi ha bisogno di distruggere risorse per poter sopravvivere, e questo meccanismo che inizialmente sembrava avere effetti positivi sta presentando la corda per i problemi ambientali ed egoistici derivanti.

 sesta riflessione

Un accenno infine alla citazioni Malthusiane  e al  Profeta Daniele .

Jared   Diamond,  che voi tutti conoscete nel suo libro “Collasso “evidenzia  in due capitoli tali aspetti  e le dinamiche di conflitto  e o declino di una civilta’ in relazione all’ ambiente: uno contemporaneo ed uno del  passato.

Il Ministro nuovamente ha evidenziato tali aspetti che non possono, per la teoria della  complessita’,  non essere presi  in esame .

Spero di avere dato un contributo al dibattito .

# # # # #

 

Concludo con una battuta   che e’ semplicemente un dato di fatto oggettivo :

Se Lei non e’ diventato Ministro   tre volte , un motivo ci  sara’ , o no  ?

Cordialmente

Bariston

Ho l'impressione

palma 2/5/2008 - 21:09

invece che Tremonti abbia molti torti. Per ragioni quasi concettuali il libero commercio (l'argomento non è mio ma Smith, Ricardo, etc.) mi sembra meglio dei dazi.

Secondo: anche ammesso e non concesso che abbiano torto sia il sottoscritto che la tradizione, farei due osservazioni di buon senso, che vi invito a contestare.

I dati: consiglio a tutti di vedere (se leggete in francese, ma se no si capisce lo stesso abbastanza) la ricerca sul localismo (a proposito di MdC -il grado universitario in France) effettuata da Olivier Godechot & al.

La trovate su

http://olivier.godechot.free.fr/

Vi risparmio la noia (le scienze sociali mi annoiano, oggi ho pure scoperto di essere il test di Nfa per chi non sa far di conto.... [QUESTO È UNO SCHERZO, non state a ricamare...]) ma il risultato è che lo status incestuoso della ricerca universitaria ha una variazione tra 1/18 e 1/500. Traduzione: è più probabile esser assunto alla facoltà XYZ SE prodotto da XYZ nella proporzione sopra indicate.

Sarei curioso di vedere la stessa metodologia applicata alle università italiane.

Prima di scagliarsi sui dementi delle facoltà umanistiche (notoriamente soggettive e adepte a parametri di valutazione basati su bradipsichismo mentale), si controlli che i dati sono veri in tutte le discipline.

D'altronde, leggendo il giornale al mattino, si veda D. Brooks on nytimes.com di oggi (nella colonna editoriale, il tutto è completamente gratuito ed aperto a chiunque, sia o meno persona con abbonamento.) Mr. Brooks osserva che mentre i politicanti blaterano contro i cinesi, gli indiani, i rumeni, e quant'altro, il fattore decisivo è cognitivo. Si è passati ad una organizzazione del lavoro in cui conta di più lo spazio grossomodo tra la fine del mento e la punta dei capelli, che tutto il resto.

Che cosa propone il governo Calderoli-Carfagna in merito?

L'Italia, mi risulta, mantiene un record invidiabile nella mancanza di laureati, e nei risultati dell'educazione in genere. Erro?

Per evitare conflitti di interessi: ho preso i due esempi di paesi europei dove ho vissuto e che conosco. Il sottoscritto lavora nell'educazione ma ha nessuna "agenda" particolare, non avendo ambizione alcuna nei due sunnominati paesi.

Mettiamo i dazi anche ai teoremi?

Grazie, grazie, grazie.

In Italia, a leggere i giornali pare che Tremonti abbia scritto un opera fondamentale per i destini del Paese: finalmente qualcuno che ne parla con realismo.

Ancora grazie

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