Recensione di "Il lavoro non è una merce: contro la flessibilità"

21 gennaio 2008 giulio zanella

In questo saggio Luciano Gallino affronta in maniera molto superficiale un tema molto importante, ossia il disegno di contratti che regolino il rapporto tra chi deve lavorare per poter consumare e chi deve utilizzare lavoro per produrre, quando questi soggetti non sono la stessa persona. Non avendo imparato nulla da questo libro ne sconsiglio la lettura. Se questo vi basta non è necessario che leggiate il resto dell'articolo.

In realtà una cosa l'ho imparata, ossia quanto l'ideologizzazione del dibattito economico in Italia sia causata anche dai tanti intellettuali che fanno da sponda all'ignoranza economica di gran parte della classe dirigente e sindacale. Questi intellettuali evidentemente non fanno il proprio mestiere, forse perché non vogliono o forse perché non lo saprebbero fare comunque. Infatti, avevo sentito citare questo libro da Oliviero Diliberto nel salotto di Bruno Vespa, in una puntata dedicata al rogo della ThyssenKrupp. Bèh, mi direte, e che cosa ti aspettavi? In realtà avendo imparato cose interessanti da un precedente libro di Gallino, avevo pensato che avrebbe potuto trattarsi di una lettura interessante, sospettando che Diliberto avesse forzato l'analisi di un intellettuale. Invece nessuna forzatura, solo una sponda perfetta al conservatorismo pregiudiziale in materia di mercato del lavoro.

1. Definizioni e tesi.

La tesi che viene difesa da Gallino è che tutti hanno diritto alla stabilità del reddito dall'inizio della vita lavorativa alla fine della pensione, e che l'unico modo accettabile per realizzare questo diritto sia il posto di lavoro a tempo indeterminato. Chiunque non ce l'abbia è un individuo dimezzato, anche se lei o lui non la pensa affatto così.

I lavori flessibili, o precari, vengono infatti definiti nel libro in maniera residuale, ossia tutto quello che non è regolato da un contratto a tempo indeterminato e che prevede precise prestazioni, incluso quindi il lavoro nero. A me pare una definizione troppo imprecisa per essere utile, soprattutto perché mette insieme attività legali e attività illegali, mette insieme chi risponde a un call-center, chi consegna i pizzini del capomafia di turno e chi fa il designer free-lance di moda. Così non si va molto lontano.

L'analisi è viziata in partenza non solo perché le definizioni sono importanti, ma soprattutto perché pone sulla strada da percorrere il macigno del diritto alla stabilità del reddito. Come è già stato fatto notare in un precedente articolo su nFA, (vedi in particolare il paragrafo "Precariato"), quello che conta è la stabilità dei consumi, che non richiede stabilità del reddito né tantomeno stabilità del posto di lavoro.

2. Un equivoco pervasivo.

La prima cosa che mi è venuta in mente leggendo il titolo del libro è stata che per analogia potrebbe essere scritto un saggio intitolato "l'amore non è una merce: contro il divorzio". Questa prima sensazione è stata confermata capitolo dopo capitolo. Infatti la logica che Gallino usa per difendere la sua tesi potrebbe essere utilizzata, pari pari, per opporsi, per esempio, alla facilitazione delle pratiche di divorzio. Chissà se Diliberto loderebbe anche questo ipotetico saggio. Al pari di chi lo scrivesse infatti, Gallino vuole estendere a tutti la libera espressione di due parti che per ragioni proprie si accordano con un contratto a tempo indeterminato, che è una forma di esclusiva reciproca.

Il titolo rivela un profondo equivoco che pervade la cultura economica in Italia: che cioè i concetti di domanda e offerta si applichino solo a cose che si trovano sui banchi del mercato. E che se qualcosa sui banchi del mercato non si trova, allora o è inappropriato oppure disumano parlare di domanda e offerta per quella cosa. Questo è un tema ricorrente e centrale nel libro. L'equivoco sta nel fatto che domanda e offerta sono concetti analitici piuttosto flessibili, e come tali si applicano ad una vasta gamma di scelte individuali. Questo fondamentale avanzamento nella scienza economica è tra l'altro stato anche riconosciuto col premio Nobel a Gary Becker, nel 1992, che per primo utilizzò negli anni '70 il concetto di "marriage market", e non certo perché credesse che l'amore fosse una merce. Non pensare in termini di un mercato sottostante, in senso lato, è probabilmente alla radice della persistenza dei tanti squilibri che osserviamo in Italia, inclusa l' "emergenza" rifiuti.

Ma i titoli, si sa, servono soprattutto a vendere. E infatti poi il libro non chiarisce affatto in che senso il lavoro non sia una merce e perché questo status sia negato da rapporti diversi da quello a tempo indeterminato. Cioè alla fine non è affatto chiaro perché, ad esempio, un contratto che scade dopo tre anni renda l'attività di una persona non più "elemento integrale e integrante del soggetto", o perché costituisca una disintegrazione "dell'identità della persona, dell'immagine di sé, del senso di autostima, della posizione nella comunità, della sua vita familiare presente e futura" (p. 59). Mi piacerebbe sapere se i lettori che non hanno un lavoro a tempo indeterminato si sentono così, a parità di altre cose.

3. Confusioni.

Certo, "a parità di altre cose" vuol dire anche a parità di remunerazione. E questi due aspetti sono confusi nel libro come nel dibattito sul mercato del lavoro in Italia. Il fatto che chi svolge un lavoro "flessibile" abbia in molti casi una remunerazione più bassa degli altri è questione distinta. Che in parte dipende dal fatto che si tratta di individui di fatto non rappresentati dai sindacati. Questo è un punto importante e ignorato nel libro. A me pare ad esempio che un sindacato che abbia l'obiettivo di mantenere i privilegi dei propri iscritti nella forma di una precisa forma di contratto di lavoro abbia anche tutto l'interesse a che chi lavora sotto altre forme contrattuali sia sottopagato. Non sto dicendo che è il sindacato che affama i precari, ma il contenuto strategico della situazione mi pare evidente: se i precari prosperassero, e questo mi pare che succeda altrove, come si fa a convincere la gente che la precarietà fa male?

Altri due aspetti che vengono confusi sono il funzionamento del mercato del lavoro e il possibile disfunzionamento del mercato del credito. Una delle ragioni di opposizione alla flessibilità del mercato del lavoro è che in Italia un precario ha difficoltà ad accedere, per esempio, al credito immobiliare e più in generale, secondo Gallino, "la possibilità di costruirsi e perseguire progetti di vita viene pressoché vanificata" (p. 78). Questa è, se confermata dai dati, un'anomalia italiana, perché altrove chi non ha contratti a vita non ha alcun problema a vedersi approvato un mutuo per comprare casa. Ma allora il problema è il funzionamento del mercato del credito, non quello del mercato del lavoro.

Per esempio negli Stati Uniti pochissime persone hanno un lavoro "a vita", perché questo vuol dire il "tempo indeterminato" in Italia. La maggioranza è invece licenziabile piuttosto facilmente e quindi precaria. Eppure anche questi hanno accesso a credito sufficiente all'acquisto di una casa. Naturalmente se di lavoro friggi le patatine da McDonald's hai qualche problema. Ma l'accesso di per sé non dipende dalla licenziabilità o, oltre una soglia piuttosto bassa, dalla scadenza del contratto di impiego corrente. Scusate il ricorso ad evidenza del tipo "mio cuggino, mio cuggino", ma una coppia di conoscenti piuttosto precari (studentessa lei, studente lui ma faceva i sandwich da Subway al tempo) ha ottenuto un mutuo trentennale per acquistare una casa, molto piccola ma pur sempre casa.

4. Qual è veramente il problema?

Ma, sottolinea Gallino, il problema non sono le conseguenze economiche indesiderabili della flessibilità che, come anche lui riconosce discutendo il modello danese, possono essere del tutto eliminate. Il problema sarebbe piuttosto che la precarietà del lavoro conduce alla "precarietà della vita". Per me "precarietà della vita" significa che oggi o domani potrei anche morire, una rischio ineliminabile. Per Gallino significa invece cambiare spesso lavoro, oppure orari, o luogo di residenza. Queste cose -- dice lui -- costituiscono "una ferita all'esistenza, una fonte immeritata di ansia, una diminuzione di diritti di cittadinanza che si solevano dare per scontati" (p. 75). Ora, i diritti di cittadinanza sono una cosa seria, e credo che da nessuna parte includano il diritto a trovare lavoro nella città in cui si nasce e a conservarlo fino alla pensione con orario 9-17. Ma questa "ferita all'esistenza", si badi bene, è tale anche se (i lavori definiti precari) "un numero crescente di persone, in specie giovani, sembra ormai accettare senza drammi di svolgerli, o anzi dichiara di gradirli" (p. 75), cioè anche in caso di libera scelta. In altre parole, è inutile qualsiasi analisi costi-benefici, perché esisterebbe un costo, sia questo percepito o meno, che non può essere compensato da nessun beneficio. Non essendo scientifica, questa posizione è necessariamente ideologica oltre che intrisa di paternalismo -- curioso che quest'ultimo provenga da sinistra -- e quindi inutile ad un dibattito serio.

5. E i dati?

Mi aspettavo che un saggio di un accademico su un tema così importante discutesse seriamente l'evidenza disponibile. Invece ai dati si fa riferimento solo in due capitoli e in maniera piuttosto bizzarra. All'inizio del libro si trova uno sproloquio sull'inaffidabilità delle rilevazioni ISTAT in materia di lavoro e occupazione. Poiché queste sono su base campionaria, secondo Gallino possono diventare "un mezzo di persuasione di massa e uno strumento politico." (p. 11). Se questa è la premessa non si va da nessuna parte. Tranne poi stimare i precari in Italia, stavolta escludendo chi lavora nel sommerso, in 5-6 milioni. Non si capise perché i numeri dell'ISTAT siano strumento politico e quelli di Gallino strumento di verità. Più oltre si discute il legame tra flessibilità e occupazione, riproponendo la tesi del complotto statistico e poi citando l'Employment Outlook del 2004, secondo il quale i risultati empirici sul legame tra protezione (che peraltro è solo un aspetto della rigidità) e livelli di occupazione sono contrastanti. Ora, per me "risultati contrastanti" indica che la questione merita ulteriore ricerca. Per Gallino indica che ogni riforma del mercato del lavoro orientata alla flessibilità è ingiustificata e dannosa.

6. Lui, sempre lui: il modello superfisso.

Il celebrato modello superfisso costituisce la vera ossatura teorica del libro. Infatti si assume, spesso piuttosto esplicitamente, che ci sia un numero fisso di posti di lavoro e che le abilità (skills) degli individui siano anch'esse fisse, sia in termini assoluti che relativamente a un dato rapporto di impiego. In questo mondo, naturalmente, un precario è non solo precario a vita, ma anche progressivamente più povero in termini reali a fronte di un aumento dell'offerta di lavoro non qualificato. Questo modello è usato per calcolare che un giovane precario oggi avrà una pensione di 314 euro mensili a 60 anni (p. 82). Sistema pensionistico, abilità del giovane, e salario del medesimo tutti fissi, ci mancherebbe.

7. Econ 101, please.

Il libro rivela in più punti molta ignoranza economica, se ci fosse bisogno di ribadirlo. Per esempio, secondo Gallino la radice della flessibilità è la globalizzazione, per cui le imprese sono costrette a ridurre i costi del lavoro a fronte di investitori istituzionali che chiedono elevati tassi di remunerazione (e chi non li chiede?). Ma, osserva Gallino, "come si fa a ottenere dal capitale investito nelle imprese un reddito del 15-20 per cento l'anno quando l'economia, ovvero il Pil, cresce nel migliore dei casi al tasso del 3 per cento annuo?" (p. 41). Spiegare perché questa è una sciocchezza, da un punto di vista "contabile" prima ancora che di teoria economica, offenderebbe l'intelligenza del lettore medio.

8. Conclusione: chi ha paura della flessibilità?

Secondo Gallino le imprese condizionano il rinnovo dei contratti a termine alla disponibilità ad accettare "dosi addizionali di flessibilità". E afferma che "è forse questo l'incubo principale dei lavoratori che hanno un'occupazione sottoposta alle leggi economiche e alla legislazione della flessibilità." (p. 9).

No, non è l'incubo dei lavoratori flessibili. È piuttosto l'incubo di molti insiders protetti e, di riflesso, di chi li rappresenta. Una persona che lavora con contratto a termine ed è capace e motivata ha ben poco da temere: il contratto sarà rinnovato, forse anche a tempo indeterminato se questo offre vantaggi. Chi ha da temere è chi non fa il proprio dovere dietro lo scudo dell'inamovibilità. Ma questo argomento in Italia è tabù. Pietro Ichino l'ha sollevato qualche tempo fa e gli hanno quasi sparato.

Per me è stata una lettura un po' irritante, come forse si percepisce dal tono polemico della recensione. È quindi probabile che abbia fatto di tutta l'erba un fascio: voi cosa ne pensate?

16 commenti (espandi tutti)

veramente mi era bastato leggere il titolo e vedere chi era l'autore... :-))

Guardiamo al lato positivo : vespa ha perso un telespettatore :D

sul punto 6

rectoscopy 22/1/2008 - 00:23

Trovo l'articolo molto interessante.

Poichè si invita ad abbandonare il modello "superfisso" anche per le previsioni, chiedo all' autore quale modello di calcolo della pensione suggerirebbe e quali stime della pensione verrebbero fuori.

chiedo all' autore quale modello di calcolo della pensione suggerirebbe e quali stime della pensione verrebbero fuori.

Domanda interessante. Non sono un esperto di calcoli attuariali; abbozzo una risposta nella speranza che qualche lettore piu' esperto possa rispondere in modo esauriente.

Intanto riporto per intero il calcolo di Gallino. Il ragionamento e': uno che inizia a lavorare oggi da precario (cioe' un parasubordinato tipo co.co.co o co.co.pro) potra' contare tra 35 anni su un tasso di sostituzione (cioe' il rapporto tra la pensione e l'ultima retribuizione) del 37%. Poiche' il reddito mensile medio di un parasubordinato e' di 849 euro, la pensione sara' 0.37 x 849 = 314 euro.

Questa simulazione mi pare scorretta per due motivi:

  1. La pensione di un parasubordinato andrebbe valutata relativamente a quella di un dipendente a tempo indeterminato con caratteristiche simili, perche' questo "controlla" per il sistema pensionistico (oltre che per le caratteristiche individuali).
  2. Non ha senso assumere che si restera' parasubordinati per 35 anni, anche a parita' di altre cose. E' un evento possibile ma altamente improbabile.
  3. Bisogna tenere distinti i ruoli del tasso di sostituzione (che riflette il sistema previdenziale) e della remunerazione (che riflette il mercato del lavoro).

Una simulazione piu' seria la fa Pizzuti nel "Rapporto sullo stato sociale 2007", pagina 259 (testo che Gallino cita nella sua simulazione, per cui e' un mistero il perche' le due differiscano cosi' tanto). La riassumo qui sotto.

I parametri sono: il precario ha un salario pari a circa l'80% del non precario, una probabilita' di disoccupazione di circa il 10% (contro 0%), il suo reddito da lavoro cresce all'1,5% l'anno contro il 2% del non precario, e ha un'aliquota contributiva del 23% contro il 33% del non precario.

Nel caso estremo ("precari per sempre"... il titolo di un film tratto dal libro? :-) ) la pensione del precario (se inizia a lavorare nel 2007 e va in pensione nel 2047) e' circa la meta' di quello del non precario.

Cosa spiega il gap? Simulazioni di controllo (cioe' a parita' dell'una o dell'altra cosa) mostrano che [metto qui un estratto del rapporto cosi' potete controllare se leggo bene le tabelle; la simulazione e' a pagina 40]:

  • circa il 20% e' spiegato dal diverso tasso di crescita del reddito da lavoro;
  • circa il 20% e' spiegato dall'intermittenza nella contribuzione (dovuta ai periodi di disoccupazione del precario)
  • circa il 20% e' spiegato dal minor salario del precario.
  • circa il 40% e' spiegato dalla diversa aliquota contributiva.

Ora, questa e' una simulazione che da' informazioni utili. Ricordate che siamo nel caso estremo del precariato a vita. In tutti i casi intermedi la pensione di chi inizia da precario relativamente al non precario con caratteristiche simili varia dal 51% al 100%, quindi stiamo parlando della stima piu' conservativa possibile del gap.

Ecco allora cosa dovrebbe fare un sindacato serio, cioe' che si preoccupi del futuro dei precari. Dovrebbe fare pressione perche':

  1. I contratti "flessibili" funzionino come devono, in particolare che non siano disincentivati di fatto i rapporti continuati che passano per una serie di contratti "a breve" con lo stesso datore di lavoro; questo, per le ragioni spiegate da Andrea nel suo commento, ridurrebbe il ruolo delle prime tre cause, che pesano per il 60%.
  2. Siano equalizzare le aliqute contributive. Anche di questo si e' gia' discusso nei commenti alla recensione. Questo agisce sull'ultima causa, che pesa per il 40% del gap nella pensione.
  3. Siano estese ai precari le tutele (in particolare indennita' di disoccupazione e continuita' nella contribuzione) e le forme di risparmio legate al rapporto di lavoro (TFR) dei non precari. Questo riduce ulteriormente le disparita' di reddito e, di nuovo, agisce sulle prime tre cause.

Mi pare fattibile e anche equo.

Quindi, per rispondere alla domanda, un precario a vita prendera' il 50% della pensione di un occupato a vita SE tutto resta com'e'. Ma perche' deve restare tutto com'e'?

Ottima recensione.

Voglio precisare ancora meglio un equivoco presente nel dibattito in Italia, che deriva dall'assunto che tempo indeterminato equivalga a precarietà. Come è stato notato nell'articolo, negli USA quasi tutti i posti di lavoro sono a tempo indeterminato. Avete capito bene, quasi tutti. Nel senso che non è prevista quasi mai una data di terminazione del contratto. Certo, il lavoratore è licenziabile, ma questo non implica che i lavoratori si sentano "precari" nel senso che in Italia si da a questa parola.

La possibilità di creare rapporti a tempo indeterminato ma estinguibili crea fenomeni virtuosi, perché il datore di lavoro si sente libero di assumere (tanto se va male può licenziare), e di investire nel lavoratore, di formarlo ai compiti che deve svolgere, anche spendendo notevoli risorse. Una volta spese queste risorse, nessun datore di lavoro licenzia per capriccio: è l'investimento specifico a svolgere i compiti propri dell'azienda che garantisce la stabilità del lavoro. Se il lavoratore se ne va o viene licenziato, occorre iniziare tutto da capi con un altro. 

Al contrario in Italia esiste il problema opposto: se assumi a tempo determinato, sai gia che questo lavoratore non lo potrai tenere, pena doverlo assumere a tempo indeterminato. Questo disincentiva l'investimento nella formazione del lavoratore, ed è per questo, temo, che i lavori "precari" sono pagati male, nonostante la precarietà dovrebbe essere compensata in qualche modo, visto che non piace a nessuno.

Infine, stiamo attenti ad associare tempo indeterminato a stabilità del posto. Anche i lavori a tempo indeterminato si estinguono quando falliscono le aziende.  

Come è stato notato nell'articolo, negli USA quasi tutti i posti di
lavoro sono a tempo indeterminato. Avete capito bene, quasi tutti. Nel
senso che non è prevista quasi mai una data di terminazione del
contratto.

Anche in Inghilterra. I lavoratori a
contratto qui sono quasi solo gente altamente specializzata che si fa pagare un
bel po' di soldi per prestazioni temporanee. E anche in questi casi se l'impiego
si protrae il datore è incentivato ad assumere a tempo
indeterminato, perché in quel caso non c'è bisogno di compensare per la precarietà del lavoro. 

Giulio, Andrea o chiunque altro: c'è un modo semplice e rapido per trovare dati sull'occupazione per classi dimensionali delle imprese nel settore privato? E sull'incidenza dei contratti a tempo determinato (ossia "precari") nelle diverse classi dimensionali?

Lo chiedo perché in realtà quando si dice che in Italia i lavoratori sono illicenziabili si parla principalmente (oltre che del settore pubblico) delle aziende private con più di 15 dipendenti. In quelle con meno di 15 dipendenti valgono regole diverse, e in particolare il licenziamento per ragioni economiche è molto più facile. Se l'ipotesi di Andrea è corretta allora dovremmo osservare una assai più bassa incidenza di contratti a tempo determinato nelle imprese piccole. Mi rendo conto però che ci possono essere norme legali che disturbano l'osservazione. Per esempio, imprese con 13-14 dipendenti che hanno paura di assumere più gente per non passare la soglia dei 15 dipendenti oltre la quale si applica lo statuto dei lavoratori possono decidere di assumere solo lavoratori precari. Ma almeno per le imprese più piccole (diciamo meno di 7-8 dipendenti) l'effetto si dovrebbe vedere.

Riguardo l'assunzione di CoCoPro nelle imprese di piccola dimensione, va sottolineato che nella legislazione italiana il contratto CoCoPro ha due vantaggi: licenziabilita' e minori contributi previdenziali. I contributi previdenziali per i lavoratori dipendenti corrispondono al 33% del salario lordo (50% del netto in busta paga). Inizialmente la normativa per i CoCoCo prevedeva il 10% invece del 33%, il 10% e' stato progressivamente aumentato fino a circa il 20% oggi. Quindi a parita' di netto in busta paga, le imprese anche quelle piccole risparmiano cifre considerevoli che le incentivano ad assumere a termine.

Penso che la riduzione dei contributi per i lavoratori a termine non abbia giustificazione e anzi sia una norma insensata e nociva. Sarebbe molto meglio se i contributi dei lavoratori fossero uguali o se differenziati fossero comunque commisurati alle spese previdenziali (inclusi tutti gli impegni futuri) della categoria di impiego. 

Non sono d'accordo: i CoCoPro se non sbaglio hanno diritto a coperture nettamente inferiori o nulle per disoccupazione, maternità e/o malattia.Alzargli i contrbuti ma non le prestazioni è un furto.

"Contributi uguali" non significa necessariamente alzarli per i precari. Magari si possono abbassare per i lavoratori a tempo indeterminato, oppure incontrarsi a metà strada. D'accordissimo che la parità dei contributi dovrebbe essere accompagnata dalla parità nelle prestazioni. 

Si, ma quello che è stato fatto in questi anni, come notava Alberto, è alzare i contributi ai CoCoCo.

L' idea dichiarata dei legislatori è che se questi diventano più costosi dei dipendenti le imprese cominceranno ad assumere a tempo indeterminato anzichè a progetto.Ci sono però un paio di punti che non tornano:

- il costo dell' illicenziabilità resta, ed è il vero motivo per cui si assume a tempo determinato 

- spero di sbagliarmi, ma mi pare che a parte le pensioni (calcolate in base ai contributi), a fronte di contributi raddoppiati le prestazioni siano rimaste invariate.

- i cococo sono stati aboliti dalla Biagi, e molti ex-cococo han dovuto aprire partita iva, rinunciando al poco di coperture che avevano.Anche ai lavoratori a partita iva sono stati aumentati i contributi (sempre con la scusa di favorirli!).

 

Pietro Garibaldi (Collegio Carlo Alberto se non erro) ci ha lavorato, mi pare che lui usi dati INPS. prova a chiedere a lui.

Lo chiedo perché in realtà quando si dice che in Italia i lavoratori
sono illicenziabili si parla principalmente (oltre che del settore
pubblico) delle aziende private con più di 15 dipendenti.

Anche i dipendenti dei sindacati e dei partiti politici sono esclusi dall'articolo 18 (strano!).

Mi rendo conto però che ci possono essere norme legali che disturbano
l'osservazione. Per esempio, imprese con 13-14 dipendenti che hanno
paura di assumere più gente per non passare la soglia dei 15 dipendenti
oltre la quale si applica lo statuto dei lavoratori possono decidere di
assumere solo lavoratori precari.

Un’altra possibilità è di aprire un’altra ditta che fornisce lo stesso servizio della prima, e usarla per assumere i dipendenti aggiuntivi. La prima ditta continua a tenere i contatti col pubblico (sito web, vendite, ecc) e ogni tanto qualche cliente viene mandato dalla ditta b, assicurandolo che non c’è alcuna differenza tra le due ditte.

Un’altra possibilità è di aprire un’altra ditta che fornisce lo stesso
servizio della prima, e usarla per assumere i dipendenti aggiuntivi. La
prima ditta continua a tenere i contatti col pubblico (sito web,
vendite, ecc) e ogni tanto qualche cliente viene mandato dalla ditta b,
assicurandolo che non c’è alcuna differenza tra le due ditte.

O gestirli in subappalto. Conosco un'azienda che si è articolata in 7/8 unità piccole (virtuali) e si presenta ai clienti tramite la capogruppo.

La tesi che viene difesa da Gallino è che tutti hanno diritto alla
stabilità del reddito dall'inizio della vita lavorativa alla fine
della pensione, e che l'unico modo accettabile per realizzare questo
diritto sia il posto di lavoro a tempo indeterminato. Chiunque non ce
l'abbia è un individuo dimezzato, anche se lei o lui non la pensa
affatto così.

Anche questo e' troppo poco. E' disumano aspettarsi che una persona si alzi la mattina alle 7 e passi le giornate lontano dalla famiglia per arricchire i suoi datori di lavoro (che non fanno nulla da mattina a sera) fino all'eta' della pensione. L'unica soluzione e' il reddito minimo garantito per tutti, che lavorino o meno.

Anche questo e' troppo poco. E' disumano aspettarsi che una persona si
alzi la mattina alle 7 e passi le giornate lontano dalla famiglia per
arricchire i suoi datori di lavoro (che non fanno nulla da mattina a
sera) fino all'eta' della pensione. L'unica soluzione e' il reddito minimo garantito per tutti, che lavorino o meno.

Se non ci metti un ":-)" rischi di essere preso sul serio...

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