La riforma elettorale: note dal margine del campo di battaglia.

23 marzo 2007 sandro brusco
Dove cerco di capire come si stanno riposizionando gli schieramenti nella battaglia sulla riforma elettorale.

Non credo di dire nulla di clamoroso se suggerisco che la riforma elettorale prossima ventura verrà determinata dalla negoziazione tra forze politiche che hanno come principale obiettivo quello di massimizzare seggi e potere contrattuale alle prossime elezioni. Tutte le belle considerazioni fatte nelle varie torri d'avorio sono quindi destinate a restare più o meno marginali al dibattito. A partire da questa osservazione, vediamo di capire come si sta sviluppando la discussione e quali saranno i suoi probabili esiti.

Il dibattito sulla riforma elettorale è stato innescato dalla proposta di referendum, ma questa in buona misura è probabilmente una scusa. Alla fine della fiera, per i referendum non è nemmeno iniziata la raccolta di firme. In un mondo dall'orizzonte corto come quello della politica italiana è quindi sorprendente che ci si attivi con tanto anticipo. Ho già espresso i miei dubbi sul fatto che i referendum riescano a raggiungere il quorum; la situazione è un po' migliorata, nel senso che Forza Italia sembra (il condizionale è d'obbligo) propensa a partecipare al voto. Ci sono comunque buone ragioni per ritenere che i referendum avrebbero efficacia limitata. La principale conseguenza di una vittoria referendaria sarebbe quella di assegnare il premio di maggioranza al partito anziché alla coalizione. Non è sfuggito a nessuno che tale norma è facilmente aggirabile. Di fatto la norma costringerebbe solo i partiti di una coalizione a presentare un unico simbolo elettorale, mantenendo poi intatte le divisioni pre-esistenti; per esempio, nulla vieterebbe agli eletti di una data lista di formare gruppi parlamentari separati.

In realtà non sarebbe difficile evitare il referendum semplicemente modificando gli aspetti più deliranti dell'attuale legge, senza modificarne l'impianto sostanziale. La legge è stata palesemente fatta in fretta e furia da persone ovviamente incompetenti dal punto di vista tecnico. Contiene norme evidentemente incostituzionali (oltre che irrazionali), come l'esclusione dei voti della Val D'Aosta ai fini del computo del premio di maggioranza alla Camera, ed è veramente sorprendente e preoccupante che la Corte Costituzionale non sia intervenuta. L'assegnazione dei seggi al Senato è specificata in modo così confuso che ha dato luogo a conflitti ex post sull'attribuzione dei seggi. I premi di maggioranza regionali sono senza capo né coda. E così via. Una riforma che semplicemente eliminasse le deficienze tecniche dell'attuale legge eviterebbe il referendum e probabilmente otterrebbe largo consenso in Parlamento.

Questo non è quello che sta succedendo. La discussione, al momento ancora aperta, si è invece orientata verso un cambiamento dell'impianto della legge. Perché le forze politiche discutono con fervore e non rimandano semplicemente il problema? La risposta è che alcune forze, in primo luogo l'UDC e Rifondazione Comunista, che inizialmente si poteva aspettare fossero avverse a qualunque cambiamento, hanno visto la possibilità di corposi guadagni. Andiamo per ordine.

L'UDC sta cercando di completare il disegno di reintroduzione del proporzionalismo che aveva iniziato nell'autunno 2005 quando spinse per il cambiamento della legge elettorale. Allora ottennero una robusta proporzionalizzazione del sistema e accettarono (malvolentieri) in cambio il premio di maggioranza. Ora è il momento di eliminare il premio.

La novità è che i centristi si sono resi conto dei potenziali benefici di una clausola di sbarramento 'alla tedesca' del 5%. Nel 2006 l'UDC ha ottenuto il 6,8% del voto alla Camera. Se viene abolito il premio di maggioranza e viene istituito lo sbarramento al 5% l'UDC si potrà sganciare da Berlusconi e potrà trattare da posizione di forza con altre formazioni centriste, a cominciare da Mastella, la costituzione di una nuova forza di centro in grado di raccogliere intorno al 10% dei voti. Per i centristi sarebbe come avere la botte piena e la moglie ubriaca. Diventerebbero forza determinante per la formazione di qualunque governo, dato che è improbabile, almeno nel futuro prossimo, che centrodestra o centrosinistra senza centristi siano in grado di raggiungere più del 50% del consenso popolare. Di più, i centristi sarebbero probabilmente in condizione di scegliere ex post tra i due schieramenti, diventando quindi gli autentici arbitri del governo.

Da un certo punto di vista lo scenario sarebbe, per i centristi, molto meglio che ai tempi della DC. Sarebbe in effetti assai vicino a quella specie di regno di bengodi in cui si trovarono negli anni '70 e '80 i craxiani in molte situazioni locali, in cui la possibilità di allearsi a convenienza con la DC o il PCI garantiva a un partito che difficilmente raccoglieva più del 10% sindaci, assessorati ai lavori pubblici e assessorati all'urbanistica, con tutto quel che ne conseguiva. Inoltre la DC era un partito grande. I capi e capetti centristi sono meno numerosi, e quindi anche le bocche da sfamare sono meno. Quasi tutti i personaggi con un minimo di rilevanza otterrebbero almeno un sottosegretariato.

Una soluzione del genere sarebbe altamente stabile, nel senso che è improbabile che a quel punto si manifestino forze endogene per il cambiamento della legge elettorale. I centristi si opporrebbero strenuamente, e solo un'alleanza tra destra e sinistra potrebbe reintrodurre il principio maggioritario. Dato l'orizzonte delle nostre forze politiche questo è altamente improbabile. Inoltre la presenza permanente al governo consentirebbe ai centristi di aumentare, rafforzare e stabilizzare il proprio consenso mediante ben sperimentati metodi clientelari. Salvo implausibili catastrofi ambientali, tipo crisi fiscale dello Stato, i centristi avrebbero assicurata la permanenza al governo per alcuni decenni. Non appare quindi sorprendente che l'UDC abbia dato la propria disponibilità a discutere.

L'altra novità è la disponibilità allo sbarramento del 5% da parte di Rifondazione Comunista. Anche in questo caso la cosa appare sensata, dal loro punto di vista. RC ha ottenuto il 5,8% alle ultime elezioni. Uno sbarramento del 5% appare rischioso, ma occorre tener conto che Verdi e PdCI hanno ottenuto ciascuno il 2,3%. L'effetto più probabile dello sbarramento sarebbe quindi una riorganizzazione politica dell'area della sinistra radicale. Se si tiene conto che con la ormai inevitabile formazione del Partito Democratico alcune forze usciranno dai DS da sinistra, è probabile che si venga a formare un'unica formazione con un consenso intorno al 10%. Con uno sbarramento del 5% l'attuale forza elettorale permetterebbe all'attuale gruppo di comando di RC di conquistare le posizioni migliori in tale nuova formazione, a spese degli altri. Le recenti dichiarazioni di Giordano sulla necessità di superare l'esperienza di Rifondazione vanno chiaramente in questa direzione.

D'altra parte Rifondazione non ha interesse a rimuovere il premio di maggioranza, dato che senza premio rischiano di diventare possibili alleanze di governo tra i centristi e il Partito Democratico, con esclusione della sinistra radicale. Ma RC potrebbe accettare di pagare questo costo, scommettendo sulla forza elettorale di un nuovo schieramento a sinistra del Partito Democratico egemonizzato dall'attuale dirigenza bertinottiana.

Le altre novità sono minori. La Lega si è apparentemente svegliata e ha capito che una legge alla tedesca la farebbe fuori. È quindi corsa a chiedere soccorso a Berlusconi, finora con risultati poco chiari. Berlusconi è riuscito a dire la cosa più idiota in assoluto ('gli italiani non vogliono il doppio turno perché si stancano a votare due volte') e continua l'atteggiamento ondivago. Ha ovviamente capito il disegno centrista, ma dato che alle prossime elezioni sarebbero comunque suoi alleati, e il suo orizzonte non va più in là, la cosa non lo preoccupa particolarmente. D'altra parte ha paura di essere abbandonato dalla Lega se accede alle domande dell'UDC. Infine, vari politici di Forza Italia hanno cercato di far passare l'assurda nozione che l'approvazione di una riforma elettorale implica che si debba andare a votare immediatamente; è l'esatto contrario di quello che dovrebbe essere fatto, ma è inutile stare a sparare sulla croce rossa.

AN, DS, e Margherita temporeggiano, cercando di parare il colpo dei centristi. Per AN in verità non ci sono molti dilemmi. Il disegno neocentrista è per loro esiziale, e si batterà per mantenere il bipolarismo. Nel centrosinistra la situazione è un po' più complicata. È forte la tentazione di usare la legge elettorale per imbarcare l'UDC e ottenere un po' di respiro per l'attuale governo al Senato. D'altra parte, è palese che l'interesse di lungo periodo del Partito Democratico richiede il mantenimento del bipolarismo. La divisione qui appare più generazionale che politica. Prodi ovviamente è quello che ha più da guadagnare e meno da perdere da una svendita ai centristi. Invece, se D'Alema e Rutelli permettono ai centristi di diventare l'ago della bilancia si possono scordare di diventare primo ministro, sia nel futuro vicino sia in quello lontano.

Come andrà a finire? Al momento mi sembra che le possilità siano due. La prima è che vincano i centristi e Rifondazione e si instauri il proporzionalismo con sbarramento, forse non al 5% ma al 4% per andare incontro alla Lega. Ognuno può pensare quello che vuole di un ritorno permanente dei centristi al governo, ma io considererei questa una delle peggiore iatture possibili. La seconda è che si raggiunga lo stallo e che si vada al referendum. Se il referendum passasse, cosa non ovvia, ci sarebbe un marginale miglioramento dell'attuale legge, anche se alcuni assurdi aspetti tecnici (come l'esclusione della Val d'Aosta dal computo del premio nazionale) non verrebbero eliminati.

C'è ovviamente la piccolissima probabilità che alla fine, nonostante tutto, prevalgano la decenza e il buonsenso e si faccia una buona legge elettorale. Magari non il mio personalissimo sogno australiano con premio di maggioranza, ma almeno il doppio turno. I'm not holding my breath.

47 commenti (espandi tutti)

Condivisibile tutto, meno l'affermazione: "i premi di maggioranza regionali sono senza capo né coda". La Costituzione prevede che i senatori siano eletti su base regionale, se si vuole rispettare la sostanza non e' possibile avere premi di maggioranza nazionali. La Costituzione italiana prima della riforma dell'Ulivo conteneva alcune minime prescrizioni vagamente federali, tra cui la competenza regionale della sanita' e appunto le prescrizioni sull'elezione dei senatori. La competenza regionale della sanita' e' stata svuotata di ogni significato facendola amministrare dal governo centrale, per cui l'elezione dei senatori rimane forse l'unico principio costituzionale vagamente federale ancora non stravolto dalla prassi. Personalmente farei di tutto per salvarlo.

Volendo fare una legge proporzionale con premio di maggioranza senza modificare la Costituzione, i premi di maggioranza regionali sono pienamente giustificati. Se fosse stato approvato il referendum costituzionale, sarebbe stato in seguito eliminato il bicameralismo e non ci sarebbe stato bisogno di una maggioranza certa al Senato, per di piu' uguale a quella della Camera.

Per quanto riguarda piu' in generale la legge elettorale, senza modificare la Costituzione e appunto rimuovendo il bicameralismo, e' impossibile fare una legge elettorale che produca maggioranze certe e concordi anche quando l'elettorato e' diviso a meta' come nel 2006. L'unica via d'uscita sensata e' modificare la Costituzione eliminando il bicameralismo perfetto, a quel punto la legge attuale funziona, ed e' difficile far meglio dal punto di vista tecnico di combinare governabilita' e rappresentanza, anche se vanno rimossi i difetti come l'esclusione del voto dei valdostani dal quorum, e personalmente rimuoverei anche le ridicole circoscrizioni estere, consentendo il voto solo agli italiani temporaneamente all'estero, da attribuire alle loro circoscrizioni di appartenenza.

Sottolineo peraltro che considero il proporzionale con premio di maggioranza nazionale alla coalizione un sistema efficace solo da un punto di vista tecnico astratto, ma non mi piace per molti aspetti. Il punto piu' importante e' che a mio parere un sistema maggioritario deve responsabilizzare al massimo chi grazie ad esso vince. Se a vincere e' una persona, come il presidente degli USA, l'effetto di responsabilizzazione esiste: c'e' una persona ben definita, che ha onere e onore del governo su mandato di una maggioranza spesso relativa e non assoluta, qualunque cosa succeda rimane reponsabile delle sue azioni e sara' giudicato di conseguenza. Il premio di maggioranza ad una coalizione di partiti (che in Italia si traduce in un'accozzaglia di partiti) e' quanto di peggio si possa immaginare da questo punto di vista, specie considerando la tradizione storica del trasformismo politico italiano. Secondo me non e' un caso che i paesi di maggiore tradizione democratica come UK, Francia, USA, Svizzera, Olanda, Svezia non abbiano premi di maggioranza a partiti e coalizioni, e solo paesi di incerta esperienza democratica come Italia e Grecia abbiano elaborato questi sistemi.

proprio dal margine del campo di battaglia e' venuto fuori ieri un bigliettino su cui, a quanto pare, Berlusconi appuntava quelli che per Fassino sarebbero punti inprescindibili della riforma elettorale prossima ventura...

trattandosi di prova non marginale per la tua indagine, cerchiamo di ripartire da li'.

maggioranza nazionale, no a preferenze, si a sbarramento. Gli interessi del nascituro (?) Partito Democratico e di FI mi sembra convergano a meraviglia: uno sbarramento al 5% o al 4% ed il premio di maggioranza nazionale garantirebbero la continuita' del bipolarismo che su questi 2 partiti si regge ed aumenterebbero la governabilita' rispetto al pastrocchio attuale, last but not the least la mancanza di preferenze manterebbe invariato il potere delle segreterie e dunqe massimizzerebe la rendita politica per i capatazz dei vari partiti (su quest'ultimo punto temo sian d'accordo un po' tutti).

proprio per le ragioni che citi nel tuo post, inoltre, una riforma su queste linee troverebbe l'appoggio di AN e di RC (even more, dato che il premio di maggioranza nazionale congelerebbe i centristi). con l'abbassamento della soglia di sbarramento, e qualche milioncino del Berlusca, penso poi che anche la Lega ci possa stare.

veniamo al partito del no: chiaramente l'UDC e poi tutti la composita galassia di micropartitini del centro sinistra. un'opposizione non insormontabile, almeno sulla carta. ma i vari Diliberto e Pecoraro Scanio cosi' come l'atteggiamento dell'UDC (come dimostra il dibattito sul rifinanziamento della misione in Afghanistan) sono sostanziali per la sopravvivenza del governo.

ed allora temo che finche' Prodi restera' a Palazzo Chigi e finche' si continuera' col muro contro muro fra i maggiori partiti sia molto difficile che una riforma del genere possa passare....

Credo siamo essenzialmente d'accordo sull'opportunità di eliminare il bicameralismo perfetto, ma è completamente irrealistico nelle condizioni attuali. Il problema è che le riforme costituzionali recenti, quella passata dell'Ulivo e quella bocciata della CdL, hanno semplicemente mostrato l'incapacità di entrambi gli schieramenti di produrre qualcosa di buono ed efficace. Non c'è purtroppo motivo di pensare che le cose siano cambiate.

Il problema in parte è stato che nessuno si è limitato a fare piccoli miglioramenti incrementali, puntando invece al Grande Riassetto Istituzionale. Tale riassetto è anche una bella cosa, ma devi saperlo fare. Siccome non è questo il caso, credo che il meglio che possiamo ottenere sono alcuni semplici cambiamenti migliorativi. Nel caso del Senato, sarebbe bello poter direttamente e semplicemente abrogare gli articoli 58 (discriminazione contro i giovani per elettorato attivo e passivo) e 59 (senatori a vita). Visto che di abrogazione secca si tratterebbe, senza troppe discussioni su cosa mettere al posto dei vecchi articoli, forse i nostri politici riuscirebbero a non far danni.

Magari si riesce pure a ridurre il numero dei parlamentari, che il Italia è grottescamente alto. Per il bicameralismo o altre cose più ardite non c'è speranza, si rimetterebbero a discutere dei massimi sistemi e produrrebbero la solita confusa porcheria. Come in tanti altri casi della vita, il meglio è nemico del bene.

Visto che i premi regionali sono l'unico punto di dissenso, parliamo di quelli.

Se diamo retta alla narrativa dei giornali e alle varie dichiarazioni di Ciampi, Calderoli e compagnia, i premi regionali sono stati introdotti dalla CdL perché Ciampi aveva manifestato perplessità sulla costituzionalità del premio nazionale al senato.

Io ammetto che questa non l'ho capita. L'art. 57 è molto ambiguo e afferma solo che 'il senato è eletto su base regionale'. Questa parte dell'articolo è rimasto invariata dal 1948, e per tutto il periodo della prima repubblica si è usato al Senato un curioso sistema che comunque prevedeva in parte l'assegnazione dei seggi usando i resti a livello nazionale (è grazie a tale sistema che forze minuscole come la Lega negli anni 80 o i fascisti di Rauti riuscivano a raggranellare qualche seggio al Senato ma non alla camera). Perché il sistema dei resti a livello nazionale fosse compatibile con l'art. 57 e il premio di maggioranza nazionale no resta per me un mistero. Dubito che ci sia consenso sulla faccenda tra i costituzionalisti.

Una volta bloccato il premio nazionale la CdL sembra aver deciso che tanti premi regionali fossero un second best. Questa è la cosa che secondo me non ha né capo né coda.

La ratio del premio nazionale è quello di garantire una maggioranza parlamentare. Il premio regionale non serve assolutamente a questo scopo, ed è quindi radicalmente diverso da un premio nazionale. Solo un Calderoli può pensare che le due cose siano sostituti (ehi, hanno lo stesso nome, no?).

Il premio regionale è una lotteria con esiti imprevedibili. Infatti, un Dio particolarmente beffardo si è preso il gusto di usare tale lotteria per dare una risicata maggioranza all'Unione nonostante la vittoria in termini di voti della CdL.

Il sistema è di fatto simile all'assurdo sistema usato negli USA per l'elezione del presidente, in cui tutti i voti elettorali di ciascuno stato vanno a chiunque sia arrivato primo in quello stato. Negli USA il premio è quindi del 100%, da noi del 55%, ma la logica è la stessa. In entrambi i casi la vittoria può andare a chi piglia meno voti, è successo in USA nel 2000 e in Italia nel 2006.

Il premio al 55% ha inoltre bizzarrissimi effetti per le regioni più piccole, che non sono poche, visto che la questione degli interi diventa cruciale.

Per capire il problema compariamo due regioni, una con 7 seggi (Friuli, Umbria) e l'altra con 8 (Liguria, Marche). Supponiamo che ci siano due partiti e in entrambe le regioni un partito vinca con il 51% dei voti. Bene, nella regione con tre seggi il primo partito prende 4 seggi su 7 (57% dei seggi) sia con un sistema senza premio che con un sistema con premio. Nella regione con 8 seggi, in assenza di premio i seggi andrebbero 4 a 4. Ma con il premio vanno 5 a 3, ossia il 62,5% dei seggi. Una differenza del 5% è enorme vista la composizione finale del senato. In generale il sistema produce risultati abbastanza diversi a seconda che il numero dei seggi regionali sia pari o dispari. Non c'è alcuna logica in questo.

Il sistema è di fatto simile all'assurdo sistema usato negli USA per
l'elezione del presidente, in cui tutti i voti elettorali di ciascuno
stato vanno a chiunque sia arrivato primo in quello stato. Negli USA il
premio è quindi del 100%, da noi del 55%, ma la logica è la stessa. In
entrambi i casi la vittoria può andare a chi piglia meno voti, è
successo in USA nel 2000 e in Italia nel 2006.

Be', e' assurdo se assumi uno stato omogeneo, ma gli Stati Uniti
sono nati come aggregato di stati indipendenti, e al momento della sua
nascita c'era da parte degli stati piu' piccoli il timore (che poi si
dimostro' ampiamente giustificato) che con un sistema piu' proporzionale il loro peso venisse diluito (e la loro autonomia sminuita)
fino all'irrilevanza. Suppongo che le
preoccupazioni di Alberto siano di natura similare.

Domanda ad Alberto: se assumi che la base del diritto di voto e' la residenza e non la cittadinanza, sei d'accordo col dare il voto ai residenti permanenti che sono cittadini stranieri?

Solo una breve nota su questo punto specifico. Non capisco bene in che senso la natura (piu' o meno) federalista di uno stato debba essere rilevante per decidere qual'e' il metodo migliore per determinare una maggioranza stabile che sostenga il governo nazionale, o federale che dir si voglia.

La natura federalista si determina e difende in due maniere: (i) dando alle "regioni" competenze esclusive che lo stato centrale non puo' toccare, con autonomia di governo e fiscale sulle stesse; (ii) creando strumenti costituzionali che tali esclusivita' difendano impedendone usurpazioni surretizie da parte del centro. Il punto (ii) si garantisce - qui la costituzione USA ha fallito, e se ne son viste le conseguenze nel lento evaporare del federalismo USA - essenzialmente con una camera federale (Senato delle Regioni) eletta separatamente, con rappresentazioni equilibrate delle regioni (ossia, non proporzionali a popolazione) e che tali competenze gestiona alterarandole solo con maggioranze molto qualificate.

Imporre che il premio di maggioranza nazionale - ammesso e non concesso che sia una buona idea, ma se non lo e' togliamolo del tutto e fine della storia - sia il cumulo dei premi regionali e' come dare potere di monopolio alle regioni piccole, o gruppi di esse. Ossia, il governo nazionale si costituisce se e solo se ha una maggioranza anche in ogni regione specifica o in un grande numero di queste. In un paese come l'Italia, dove le piccole e molto particolari "regioni" abbondano, questo implica dare potere di veto su questioni federali (e.g. la difesa nazionale o l'alta velocita', tanto per restare a temi particolarmente italiani) a tale miriadi di regioni. Non solo, potrebbe favorire, anziche' limitare, il parassitismo fiscale: regioni molto grandi e ricche verrebbero penalizzate dal potere di veto delle molto piccole le quali potrebbero imporre trasferimenti fiscali a proprio vantaggio attraverso il ricatto dell'instabilita' del governo federale. Non mi sembra molto saggio.

Se davvero si vuole garantire tale estremo potere di veto, allora tanto vale mandare alla malora lo stato nazionale e fare una confederazione molto "sciolta" ... ma qui, nel caso italiano, entriamo in fantascienza.

 

Se davvero si vuole garantire tale estremo potere di veto, allora tanto
vale mandare alla malora lo stato nazionale e fare una confederazione
molto "sciolta" ... ma qui, nel caso italiano, entriamo in fantascienza.

Ma infatti questa di una "loose confederation" era l'idea iniziale negli Stati Uniti di fine XVIII secolo, dove "federalisti" (Alexander Hamilton e seguaci) significava in realta' "unionisti" come lo significa oggi a livello Europeo, non "autonomisti" come nell'Italia contemporanea... Il Bill of Rights (che Hamilton oppose con tutte le sue forze) fu appunto frutto di un compromesso mediato da Madison per uscire dall'impasse che durava dalla Convenzione di Filadelfia di due anni prima, e che stava bloccando la ratifica della Costituzione (la North Carolina ne faceva esplicitamente un showstopper). L'applicabilita' dei principi contenuti nel Bill of Rights ai singoli stati, come pure l'interpretazione "positiva" di certi diritti piuttosto che "negativa" (vale a dire che al governo e' fatto divieto di limitarli) e' frutto di dottrina giuridica molto posteriore (Gitlow v. New York, 1925).

La mia soluzione preferita, lo ripeto, e' rimuovere il bicameralismo, e lasciare che il Senato venga eletto su base regionale, possibilmente per farne una camera di rappresentanza delle regioni.

Sono d'accordo sull'opportunita' di evitare che regioni piccole abbiamo immotivati diritti di veto. Nel contesto italiano non vedo che senso storico abbia garantire al Molise la stessa rappresentativita' della Lombardia o della Toscana. Il sistema dei premi regionali al 55% non mi sembra proprio che dia rappresentanza eccessiva alle piccole regioni: ci possono essere sbilanciamenti come quelli segnalati (5 senatori contro 3 nelle regioni con 8 senatori) ma non mi sembra tragico in un Senato di 315 eletti.

Concordo che adottare principi federalisti e' scorrelato con l'obiettivo di garantire la governabilita'. Se la governabilita' e' il principio guida, e richiede il premio di maggioranza nazionale, allora ritengo doveroso che prima di adottarlo per il Senato si modifichi la Costituzione, perche' personalmente tengo all'applicazione sostanziale di leggi e principi, anche se in Italia e' questo e' da sempre, ma anche sempre piu', concepito come un optional.

Concordo sul fatto che il sistema del Senato USA sia giustificato dalla nascita dello Stato come Federazione. In Italia (purtroppo) non siamo nelle condizioni per ricreare qualcosa del genere, per cui non proporrei un sistema equivalente che dia alla Val d'Aosta la stessa rappresentativita' della Lombardia nel Senato.

Nel caso italiano sarebbe utile invece applicare nella misura piu' ampia possibile la sussidiarieta': regioni grandi come Lombardia, Sicilia, Toscana dovrebbero essere in grado di auto-amministrare la quasi totalita' della spesa pubblica, in teoria anche il 100% visto che entita' comparabili come Svezia, Svizzera e Irlanda non hanno alcun problema al riguardo, anzi precedono l'Italia nell'indice di sviluppo umano di molte posizioni.

Riguardo al voto, per trattare in breve l'argomento, ritengo che il voto vada dato agli immigrati che acquisiscono la cittadinanza risiedendo regolarmente per almeno 10 anni. Sono contrario come Giovanni Sartori (residente straniero negli USA) al fatto che cittadini stranieri, con diritti elettorali pieni altrove, possano votare automaticamente solo in quanto residenti. Per quanto riguarda il voto cosiddetto amministrativo, sono d'accordo a consentirlo entro certi limiti, sulla base di accordi di reciprocita' tra paesi, con regole simili a quelle esistenti nel resto d'Europa.

Riguardo al voto, per trattare in breve l'argomento, ritengo che il
voto vada dato agli immigrati che acquisiscono la cittadinanza
risiedendo regolarmente per almeno 10 anni. Sono contrario come
Giovanni Sartori (residente straniero negli USA) al fatto che cittadini
stranieri, con diritti elettorali pieni altrove, possano votare
automaticamente solo in quanto residenti.

Ma se cittadini stranieri hanno diritti elettorali pieni altrove pur risiedendo in Italia, perche' i cittadini italiani residenti altrove non dovrebbero avere diritti elettorali pieni pur risiedendo all'estero?

La mia personale posizione (ovviamente non traducibile in proposte realizzabili nella situazione presente) e' che la cittadinanza e' abbastanza irrilevante, e dovrebbe votare chi paga tasse (il che in genere significa "i residenti", ma anche, in certi casi, investitori non residenti), e con un peso proporzionale alla differenza tra tasse pagate e sussidi ricevuti. Questo in un colpo solo eliminerebbe la crescita continua della spesa pubblica e del carico fiscale, disincentiverebbe l'evasione, e salverebbe la repubblica. Da
"No Taxation without Representation" a un piu' matematicamente accurato
"Representation = Max(K * (Taxation - Subsidies), 0)" :-)

La mia personale posizione (ovviamente non traducibile in proposte
realizzabili nella situazione presente) e' che la cittadinanza e'
abbastanza irrilevante, e dovrebbe votare chi paga tasse (il che in
genere significa "i residenti", ma anche, in certi casi, investitori
non residenti), e con un peso proporzionale alla differenza tra tasse
pagate e sussidi ricevuti.

Sono d'accordo, però oltre a questo io renderei la rappresentazione proporzionale all'investimento in titoli di stato (almeno per i residenti). Questo renderebbe molto difficile ai politici liberarsi del debito pubblico con l'inflazione, come hanno fatto prima o poi in tutte le democrazie durante il ventesimo secolo.

Penso anch'io che una cosa del genere sia improponibile, però si potrebbe cominciare a chiedere, ad esempio, che venga tolto il diritto di voto a chi non paga le tasse sul reddito o sugli immobili. Vinti i pregiudizi iniziali, una proposta del genere verrebbe opposta soprattutto dai più giovani (che già tendono a votare molto meno dei più anziani) e da chi vive di sussidi statali. Anche i pensionati non avrebbero molto da perderci, visto che la maggior parte di loro o ha risparmi da parte su cui paga le tasse o è proprietaria della casa in cui abita. Una volta accettato il principio di "no representation without taxation" si potrebbero poi aggiungere altre proposte in tal senso.

Beh, in linea di principio sono d'accordo con la tua proposta su representation modulata. Sul matematicamente accurato - nel senso di problema ben posto, cioe' con soluzione che esiste, e' unica ed e' stabile - pero' se ne puo' discutere.

Primo, e' un problema non lineare. Se fissi K e gli altri costanti (e lasciamo perdere chi lo fissa, il dittatore benevolente, il presidentissimo, o gli elettori con FBS incredibilmente funzionante e efficiente alla faccia di Arrow), allora bene. Basta una semplice analisi statica, il problema e' gestibile.

Secondo, Il problema e' che Taxation, Subsidies e K in the real world sono time-dependent. E qui gia' il problema si fa analiticamente e computazionalmente difficile, anche in presenza di una o due costanti su tre. Applicare lo stesso principio a milioni di persone non e' banale.

Certo, ci sono workaround - tipo applicare formule di FK. Ma comunque e' interessante.

Quindi ammetterai che e' un problema di ricerca serio. Kudos for suggesting that. Anyone interested in developing it, timeframe 2008?

Quindi ammetterai che e' un problema di ricerca serio. Kudos for
suggesting that. Anyone interested in developing it, timeframe 2008?

Ma io lo avevo proposto gia' nel lontano 1994 -- e, guarda caso, in un thread a cui partecipava Alberto Lusiani :-) (passa il tempo, eh, Alberto?).

Comunque io non cercherei una formula ottimale: uno dei pregi principali di un buon sistema fiscale e' la semplicita' (Mr. Gordon Brown, are you listening?), e soprattutto non bisogna dimenticarsi quel che Cicerone ricordava a Catone l'Uticense: non siamo nella Repubblica di Platone ma nella Fogna di Romolo. Ogni proposta con opportunita' di complicazione diventerebbe materia di interminabili negoziazioni tra partiti e partitelli al pari delle altre riforme elettorali, e alla fine ne uscirebbe l'ennesimo simil-porcellum.

Quel che Marco De Innocentiis suggerisce, cioe' che venga tolto il diritto di voto a chi non paga le tasse sul reddito o sugli immobili, risolverebbe il problema degli evasori totali ma non quelli che dichiarano di guadagnare due lire. Comunque in effetti misure simili esistevano negli Stati Uniti fino alla ratifica del XXIV Emendamento nel 1964. La cosa fu legata alla dichiarazone di incostituzionalita' delle Poll Tax usate in alcuni stati del Sud a fini discriminatori, ma il testo dell'emendamento fa riferimento a ogni tipo di tassa.

Comunque io non cercherei una formula ottimale: uno dei pregi
principali di un buon sistema fiscale e' la semplicita' (Mr. Gordon
Brown, are you listening?), e soprattutto non bisogna dimenticarsi quel
che Cicerone ricordava a Catone l'Uticense: non siamo nella Repubblica
di Platone ma nella Fogna di Romolo.

La mia unica critica alla tua proposta è che mi sembra dia per scontata la presenza di una tassa sul reddito. Quest'ultima è per sua natura ridistributiva, anche in un regime di flat tax. Io preferirei rendere la rappresentazione proporzionale al finanziamento che si dà allo stato, sia come creditore che come contribuente. Questo porterebbe molto probabilmente all'abolizione delle tasse sul reddito. Si tornerebbe ad una situazione come quella che c'era in Gran Bretagna prima della ri-introduzione dell'income tax nel 1842. Ancora oggi ci sono un piccolo numero di paesi (tra cui la ricchissima Bermuda) che non hanno tasse personali sul reddito.

Quel che Marco De Innocentiis suggerisce, cioe' che venga tolto il
diritto di voto a chi non paga le tasse sul reddito o sugli immobili,
risolverebbe il problema degli evasori totali ma non quelli che
dichiarano di guadagnare due lire.

Sarebbe solo un piccolo passo, ma avrebbe il pregio di togliere il voto a chi vive di sussidi statali e ai giovani che non lavorano, i più facilmente contagiati da idee egalitarie e ridistributive.

Comunque in effetti misure simili esistevano negli Stati Uniti fino alla ratifica del XXIV Emendamento
nel 1964. La cosa fu legata alla dichiarazone di incostituzionalita'
delle Poll Tax usate in alcuni stati del Sud a fini discriminatori, ma
il testo dell'emendamento fa riferimento a ogni tipo di tassa.

In effetti il XXIV emendamento renderebbe la proposta impraticabile negli Stati Uniti.

Ancora oggi ci sono un piccolo numero di paesi (tra cui la ricchissima Bermuda) che non hanno tasse personali sul reddito.

Gia', ma hanno orrendi dazi (in Bermuda, dal 6.5% al 33.5%) che in paesi di maggiori dimensioni ostacolerebbero il commercio internazionale. E anche in paesi piu' piccoli, non sembrano funzionare molto bene: da quanto ho visto, Anguilla e' comparativamente molto piu' povera e sonnacchiosa della vicina St. Martin, che ha income tax ma e' porto franco (spesso gli Anguillesi prendono il traghetto e vanno a fare la spesa la' :-) ).

Come effetti ridistributivi, non vedo una grossa differenza tra flat rate income tax e imposte indirette: in fondo, chi guadagna di piu' tende anche a consumare di piu'.

Una cosa che avrebbe senso per chi accetta una concezione "Lockiana" dello stato (ente che salvaguardia dei diritti di proprieta' degli individui) sarebbe ricavare una fetta piu' sostanziosa di entrate fiscali dalla proprieta' edilizia, che e' collocata in modo indisputabile sul territorio controllato dallo stato, e ha bisogno di infrastruttura pubblica e protezione da occupazioni, vandalismi etc. Invece i governi paiono molto riluttanti a toccarla, e spesso danno anche sgravi fiscali a chi s'indebita per acquisirla... 

Gia', ma hanno orrendi dazi (in Bermuda, dal 6.5% al 33.5%) che in
paesi di maggiori dimensioni ostacolerebbero il commercio
internazionale.

Il commercio internazionale di Bermuda (quasi tutto con gli Stati Uniti) fu spazzato via dallo Smoot-Hawley Tariff Act del 1930, dopodiché Bermuda si creò un nuovo ruolo come centro finanziario e turistico. I dazi sono più che altro una tassa sui consumi, e in compenso Bermuda non ha l'imposta sul valore aggiunto.

Come effetti ridistributivi, non vedo una grossa differenza tra flat
rate income tax e imposte indirette: in fondo, chi guadagna di piu'
tende anche a consumare di piu'.

Se le tasse sono intese come pagamento per i servizi che si ricevono dallo stato allora i ricchi dovrebbero pagare di meno, visto che tendono a fare meno uso di servizi pubblici (ad esempio usando strutture sanitarie private, mandando i figli in scuole private, eccetera). Quindi invece di una "flat tax" secondo me sarebbe più giusto un sistema di tassazione regressiva con una soglia di reddito oltre la quale non si paga più niente. L'unico problema con questo è che i politici potrebbero aumentare la soglia ogni volta che finiscono i soldi. Per questo preferirei altre forme di tassazione, come quella sui consumi, sugli immobili o la "council tax" come c'è in Gran Bretagna. Queste sono tasse che è abbastanza difficile aumentare, anche col suffragio universale.

Una cosa che avrebbe senso per chi accetta una concezione "Lockiana"
dello stato (ente che salvaguardia dei diritti di proprieta' degli
individui) sarebbe ricavare una fetta piu' sostanziosa di entrate
fiscali dalla proprieta' edilizia, che e' collocata in modo
indisputabile sul territorio controllato dallo stato, e ha bisogno di
infrastruttura pubblica e protezione da occupazioni, vandalismi etc.

Completamente d'accordo.

Ma se cittadini stranieri hanno diritti elettorali pieni altrove pur risiedendo in Italia, perche' i cittadini italiani residenti altrove non dovrebbero avere diritti elettorali pieni pur risiedendo all'estero?

Per me gli italiani residenti all'estero dovrebbero votare con pieno diritto nella circoscrizione di ultima residenza. Come in altri paesi, il diritto dovrebbe essere cessare dopo un certo numero di anni all'estero, e anche in caso di acquisto di cittadinanza o diritti elettorali pieni in altro paese.

Circa far votare solo in misura al contributo netto dato alla societa' credo che sarebbe stragiusto nell'Italia di oggi, e non potrebbe fare che bene a tutta la societa' inclusi quelli che vivono di sussidi. Non sono pero' sicuro sia corretto e opportuno come principio generale. Personalmente ho sempre apprezzato il suffragio universale come elemento di perequazione tra cittadini "naturalmente" differenti per capacita' personali e soprattutto come eredita' di patrimonio di famiglia e ambiente, e poi per la sua intrinseca e oggettiva semplicita'. Un sistema di voto basato sul contributo alla societa' avrebbe innanzitutto il problema del calcolo oggettivo e poco contestabile del contributo. Per esempio come considerare un handicappato? O un un coniuge che in una famiglia faccia attivita' casalinga? Poi potrebbe produrre una societa' differenziata in caste, senza interesse a migliorare la condizioni di chi non vota.

Circa far votare solo in misura al contributo netto dato alla societa'
credo che sarebbe stragiusto nell'Italia di oggi, e non potrebbe fare
che bene a tutta la societa' inclusi quelli che vivono di sussidi. Non
sono pero' sicuro sia corretto e opportuno come principio generale.
Personalmente ho sempre apprezzato il suffragio universale come
elemento di perequazione tra cittadini "naturalmente" differenti per
capacita' personali e soprattutto come eredita' di patrimonio di
famiglia e ambiente, e poi per la sua intrinseca e oggettiva
semplicita'. Un sistema di voto basato sul contributo alla societa'
avrebbe innanzitutto il problema del calcolo oggettivo e poco
contestabile del contributo. Per esempio come considerare un
handicappato? O un un coniuge che in una famiglia faccia attivita'
casalinga? Poi potrebbe produrre una societa' differenziata in caste,
senza interesse a migliorare la condizioni di chi non vota.

Si', ma a me sembra che qui si stiano mescolando considerazioni che appartengono a due campi diversi: efficienza economica e dovere morale all'assistenza caritatevole.

Cominciamo dal caso semplice: per il coniuge senza retribuzione, la cosa sarebbe facilmente risolta dal
cumulo fiscale; cosi' come riceve parte delle risorse finanziarie,
potrebbe ricevere parte dell'allocazione di voti. Dato che al momento
l'aliquota e' progressiva, cumulare darebbe anche un vantaggio
economico.

Su chi non lavora perche' non ne ha la possibilita', io distinguerei due casi: portatori di handicap di vario tipo, e persone semplicemente sottoqualificate.

A mio avviso, la carita' verso chi non ha la capacita' di mantenersi e' meglio gestita dai singoli individui che dallo stato. Del resto, perche', dal punto di vista strettamente morale, dovrei preoccuparmi di piu' di un portatore di handicap cittadino italiano piuttosto che di uno del terzo mondo? Semmai il contrario, dato che il primo ha presumibilmente amici e familiari piu' in grado di aiutarlo che il secondo. Al momento lo stato favorisce nettamente il primo, dato che esso vota mentre il secondo no.

Poi ci sono gli abili e volonterosi, ma di minori capacita' economiche dovute a sfavorevoli condizioni iniziali. Qui secondo me e' interesse di tutti migliorarne le prospettive, e non credo che nessuno (a parte il nostro tremonti-di-NfA che rimpiange la scuola d'elite ;-) ) si opporrebbe a investimenti pubblici in istruzione o sanita', dato che un'underclass ignorante e malaticcia, e pertanto disoccupata, rappresenterebbe anche un pericolo a stabilita' sociale e benessere di tutti. Ma si tratterebbe di investimenti produttivi su cui il ritorno e' abbastanza chiaro, e potrebbero essere gestiti in modo da avvantaggiare realmente i beneficiari intesi e non le burocrazie interposte: ad esempio, vouchers da spendere in scuole e cliniche private e in concorrenza tra loro, sotto la supervisione di regulators pubblici a cui rivolgersi in casi di abusi (collusioni etc.). Al momento, invece, la spesa pubblica privilegia nettamente le burocrazie statali (che tramite le loro organizzazioni di casta hanno un enorme potere di pressione sui governi), anche quando questo significa degradare il servizio reso ai beneficiari.

Sono contrario come Giovanni Sartori (residente straniero negli USA) al
fatto che cittadini stranieri, con diritti elettorali pieni altrove,
possano votare automaticamente solo in quanto residenti. Per quanto
riguarda il voto cosiddetto amministrativo, sono d'accordo a
consentirlo entro certi limiti, sulla base di accordi di reciprocita'
tra paesi, con regole simili a quelle esistenti nel resto d'Europa.

Non però a quelle della Gran Bretagna, che concede unilateralmente i pieni diritti politici a tutti i cittadini del Commonwealth e a quelli della Repubblica d'Irlanda (anche ai residenti temporanei).

I pieni diritti politici sono legati al poter votare nelle politiche (General Elections) e in effetti il Representation of the People Act 2000 include anche i cittadini irlandesi e del commonwealth. Ma i diritti politici parziali per votare alle amministrative (Local government elections) sono estesi unilateralmente, oltre che a quelli di cui sopra, anche ai cittadini dell'Unione Europea che si siano registrati (anche temporaneamente) nelle liste elettorali. Dov'e' la reciprocita', negli altri paesi?

I pieni diritti politici sono legati al poter votare nelle politiche
(General Elections) e in effetti il Representation of the People Act
2000 include anche i cittadini irlandesi e del commonwealth.

I cittadini irlandesi e del Commonwealth residenti in UK hanno sempre avuto i pieni diritti politici, che includono anche quello di candidarsi in elezioni parlamentari. Un indiano residente a Londra ha gli stessi diritti di voto di un cittadino britannico, anche se è qui con visto di studente. La concessione è unilaterale perché i cittadini britannici in altri paesi del Commonwealth non hanno alcun diritto di voto, salvo poche eccezioni.

Ma i diritti politici parziali per votare alle amministrative (Local
government elections) sono estesi unilateralmente, oltre che a quelli
di cui sopra, anche ai cittadini dell'Unione Europea che si siano
registrati (anche temporaneamente) nelle liste elettorali. Dov'e' la
reciprocita', negli altri paesi?

Quella non è una concessione unilaterale, è il risultato di una direttiva UE del 1994.

Vero. E' una direttiva, non la conoscevo - pur avendo votato due volte alle comunali londinesi, prima come studente erasmus - quindi temporaneo - e poi come residente. Noto pero' che le modalita' di iscrizione alle liste variano moltissimo a seconda della cultura giuridica di appartenenza (e del resto e' lo stato) e della sensibilita' del paese di origine.

A quanto pare c'e' un decreto legilativo del 1998 che prevede la possibilita' di voto attivo e passivo dei cittadini extracomunitari, il 286, articolo 9 comma4.d), quando previsto dall'ordinamento  - fonti primarie e statuti regionali e comunali - in armonia con la convezione di strasburgo del 1992. Molti comuni hanno modificato gli statuti, salvo scontrarsi con le circolari restrittive di Pisanu e vari conflitti di attribuzione dei poteri.

Vero. E' una direttiva, non la conoscevo - pur avendo votato due volte
alle comunali londinesi, prima come studente erasmus - quindi
temporaneo - e poi come residente. Noto pero' che le modalita' di
iscrizione alle liste variano moltissimo a seconda della cultura
giuridica di appartenenza (e del resto e' lo stato) e della
sensibilita' del paese di origine.

Secondo la direttiva 94/80/EC, le modalità di iscrizione e di voto devono essere le stesse in uso per i cittadini dei rispettivi paesi. In Gran Bretagna quindi è sufficiente riempire un modulo e spedirlo al comune (council) in cui si abita.

Le direttive non sono leggi. Sono semplici indirizzi piu' o meno vincolanti che devono essere recepiti con possibilita' di deviare. La legge italiana di recepimento e' del 1996, credo. Appena me la leggo sapro' dire.

Modalita': qui basta che compili un modulo, anche se stai passando solo 3 o 6 o 10 mesi in district council o nel paese. Supponiamo  al contrario che tu sia cittadino italiano, residente all'estero, ma sai che a maggio devi essere per due mesi in italia.

Hai il diritto di chiedere immediatamente l'iscrizione nelle liste, se le votazioni sono per il parlamento europeo, purche' tu voti in un solo paese. 

Se per caso pero' sono elezioni amministrative, ti basta compilare un modulo, pur non essendo residente? In teoria si, ma ho i miei dubbi.

Le direttive non sono leggi. Sono semplici indirizzi piu' o meno
vincolanti che devono essere recepiti con possibilita' di deviare.

Le direttive UE sono atti vincolanti che devono essere tradotti in legge nei paesi membri entro un certo termine. Sul sito che avevo citato
c'è scritto che in questo caso il termine era del 1996, e l'ultimo
paese tra i vecchi membri dell'UE ad implementare la direttiva è stata la Francia
nel 2001. 

Se per caso pero' sono elezioni amministrative, ti basta compilare un
modulo, pur non essendo residente? In teoria si, ma ho i miei dubbi.

Non capisco cosa vuoi dire. Che intendi per "non essendo residente"?
Se sai che in quel periodo sarai all'estero puoi chiedere di votare per
posta o tramite un'altra persona (by proxy). Le modalità di iscrizione al registro sono identiche sia per votare nelle elezioni europee che in quelle amministrative.

Sulla natura delle direttive, sostanzialmente mi dai ragione. Sono atti legislativi, ma non hanno forza di legge nei paesi membri senza le leggi di recepimento e hanno opt-out clauses, come ben dimostra il caso della francia.

Sulle modalita' iscrizione al registro, mi riferisco proprio alla trafila burocratica richiesta. Il modulo puo' essere lo stesso ma se sei residente all'estero non mi pare tu possa giusto presentarti al comune e chiedere che ti diano la tessera elettorale. Case in point, sei residente a Londra, sei iscritto all'AIRE, vuoi votare alle politiche, devi mandare il modulo di richiesta al consolato e aspettare che ti arrivi il tesserino a casa e quindi partire per votare.

Altro case in point: sei residente a Londra, iscritto all'AIRE di Roma, sei a milano per lavoro per tre mesi dove di tengono le amministrative e quindi domiciliato la'. Puoi semplicemente chiedere al comune di compilare il modulo di iscrizione alle liste? La mia ipotesi e' che ti serva un ulteriore passo burocratico. Qui se ti trovi nella stessa situazione - ma sei cittadino e residente di Monaco di Baviera, mettiamo - basta che compili il modulo e lo notifichi al comune con un certo anticipo.

E si, per certe situazioni ci son passato. Pur essendo studente a Milano per tre anni dal 1996 in poi, non ho mai potuto esprimere il mio voto per le amministrative perche' non residente. Figuriamoci i cittadini stranieri e UE. Tutto e' subordinato alla figura giuridica del residente e alle circolari del ministero.

Sulle modalita' iscrizione al registro, mi riferisco proprio alla
trafila burocratica richiesta. Il modulo puo' essere lo stesso ma se
sei residente all'estero non mi pare tu possa giusto presentarti al
comune e chiedere che ti diano la tessera elettorale.

Si parlava del diritto di votare in elezioni amministrative nel paese estero di residenza. Nell'Unione Europea questo diritto per i cittadini UE segue dalla direttiva 94/80/EC. Il diritto di votare nelle elezioni del proprio paese è un'altra cosa, e ogni stato è libero di regolarsi per conto suo.

Pur essendo studente a Milano per tre anni dal 1996 in poi, non ho mai
potuto esprimere il mio voto per le amministrative perche' non
residente. Figuriamoci i cittadini stranieri e UE.

L'unica cosa importante per l'UE è che i suoi cittadini residenti in un altro paese dell'Unione abbiano le stesse modalità di iscrizione e di voto di quelli del paese in cui vivono. I (numerosi) problemi della burocrazia nostrana sono un problema interno dell'Italia.

Ecco, basterebbe giusto armonizzare il concetto di "residente" per eliminare queste differenze sostanziali che esistono in tutti i paesi UE, ma in fondo ci son problemi peggiori.

Non sono un esperto dell'evoluzione dei sistemi elettorali del Senato italiano, ma a me non risulta che ci fossero i resti nazionali. Vedi ad esempio qui. Prima della legge Mattarella c'erano circoscrizioni regionali, divise in collegi. I seggi non assegnati col 65% nei singoli collegi erano suddivisi proporzionalmente ma solo all'interno della regione. La legge Mattarella, rispettando il principio della base regionale, limitava l'assegnazione del 25% dei seggi ai migliori perdenti solo regione per regione.

Ribadisco fino a prova contraria quindi che la prescrizione costituzionale della "base regionale" e' stata sempre fino ad oggi interpretata e codificata nel senso che l'elezione dei senatori doveva esaurirsi all'interno delle regioni senza traboccamenti a livello nazionale. Sul Corriere della Sera di questi ultimi giorni anche un politico o costituzionalista che non ricordo ha sottolineato che al Senato non si sono mai applicati i resti nazionali.

Nella Costituzione Italiana ci sono principi piu' o meno validi, e personalmente non apprezzo la sua prolissita', astrattezza e ambiguita' in diversi punti. Tuttavia penso sia importante agire nel rispetto sostanziale delle regole, e per me almeno (ma vedo che molti costituzionalisti hanno opinioni simili) la Costituzione richiede un Senato eletto su base regionale senza "contaminazioni" a livello nazionale.

Stabilito questo, continuo a ritenere il sistema dei premi regionali sicuramente criticabile ma del tutto legittimo e ragionevole. Le alternative erano tra sistema proporzionale, o dare il 100% dei seggi a chi prevaleva regione per regione, piu' o meno. Quali altre alternative c'erano, volendo avere un sistema piu' proporzionale nell'ambito costituzionale? Perfino lasciare il maggioritario probabilmente avrebbe condotto ad una maggioranza discorde. Peraltro, capisco e in parte concordo sui molti difetti segnalati, ma non mi sembrano superiori a quelle di sistemi elettorali come quello USA che funzionano da secoli senza problemi.

Aggiungo che personalmente mi darebbe molto fastidio che le prescrizioni costituzionali fossero scavalcate, per es. col premio nazionale sostenuto da Berlusconi, o in ogni altro modo. So peraltro di essere in assoluta minoranza, nel Belpaese, dove c'e' una certa abitudine a vedere leggi e principi stravolti o negletti in ogni applicazione pratica.

Hai ragione tu Alberto. Ho trovato la legge elettorale che si usava prima del Mattarellum, si trova qui (scroll down e vai alla legge 6 febbraio 1948 n. 29, e apri il documento pdf). Gli articoli che ci interessano sono il 17 e il 19, che affermano chiaramente che i resti vengono assegnati solo su base regionale.

È quindi vero che finora l'interpretazione dell'art. 57 della costituzione è stata che non si possono usare i voti in una regione per assegnare i seggi in un'altra, e questo rende più sensata l'obiezione di Ciampi.

Continuo a pensare che il sistema dei premi regionali sia una pessima idea, ma sono d'accordo che un premio nazionale al senato ha seri problemi di costituzionalità.

Ma la proposta attuale non è di dare il premio al Senato su base nazionale per ovvi problemi di costituzionalità, quanto di distribuirlo su base regionale avendo però stabilito su base nazionale chi ha diritto al premio stesso. Tipica soluzione da azzeccagarbugli italiota, però probabilmente legittima. D'altra parte questo è il tipico modo di agire dei costituzionalisti nostrani (dalla Consulta in giù). Parafrasando un vecchio film, si potrebbe dire che "è il diritto costituzionale, bellezza, e non puoi farci nulla..."

Per quanto complicata sia l'articolazione, rimane che alla fine di tutto ci saranno senatori eletti in una regione grazie al computo dei voti in altre regioni. Certo in Italia c'e' una tradizione secolare di interpretare la legge per gli amici e applicarla ai nemici, per cui non mi stupirei che Ciampi e i suoi costituzionalisti accettino questa formulazione ma non quella di Calderoli/ Berlusconi. Ma per me anche questa formulazione rimane illegittima perche' non rispetta la sostanza della Costituzione.

Scusa la pignoleria, ma ci sarebbero senatori eletti in una regione grazie al computo di voti su base NAZIONALE, non regionale: lo so che il dato nazionale è la somma delle 20 regioni, ma proprio questo sarebbe il cavillo per giudicare costituzionale la modifica. Del resto, se non ricordo male, anche prima del 1994 funzionava così: a parte l'irreale meccanismo "maggioritario" con soglia del 65%, gli eletti complessivi di un partito si stabilivano proporzionalmente su base nazionale e poi l'assegnazione effettiva dei seggi era su base regionale ai candidati dei partiti, collegio per collegio, con la cifra elettorale più alta. Tanto che il vero rivale elettorale del candidato del partito X nel collegio Y era il compagno di partito Z candidato nel collegio K della medesima regione, ma tutti e due si impegnavano a prendere più voti possibili per il partito onde assicurare il miglior dato nazionale possibile. Bel casino come meccanismo di incentivi, non trovi?

Del resto, se non ricordo male, anche prima del 1994 funzionava così: a
parte l'irreale meccanismo "maggioritario" con soglia del 65%, gli
eletti complessivi di un partito si stabilivano proporzionalmente su
base nazionale e poi l'assegnazione effettiva dei seggi era su base
regionale ai candidati dei partiti, collegio per collegio, con la cifra
elettorale più alta.

A me risulta diversamente. Innanzitutto tecnicamente non c'e' mai stato prima del 1994 un conteggio nazionale con determinazione proporzionale del numero di eletti per partito. Il metodo e' stato invece di dividere circoscrizione per circoscrizione i voti validi per il numero di seggi, poi assegnare ad ogni partito eletti pari al numero di cifre elettorali contenute nei suoi voti. In questo modo risultavano dei "resti", cioe' voti addizionali a quelli "usati" per determinare gli eletti, ma minori della cifra elettorale. I resti venivano usati a livello nazionale per assegnare i seggi rimanenti alla Camera, mentre per il Senato venivano usati solo regione per regione, senza alcun recupero nazionale. Per questo rimango della mia opinione: finora gli eletti al Senato sono stati eletti unicamente in base ai voti della regione, senza alcun traboccamento di alcun tipo da una regione all'altra, per quanto complicato da passaggi al livello nazionale, e questo corrisponde ad una corretta attuazione della norma costituzionale.

Vero, Alberto, hai ragione tu. Grazie della precisazione. In effetti ricordavo male. Il riparto era su base circoscrizionale, non nazionale, con uso dei resti nazionale per la Camera e regionale per il Senato (di qui la rivalità intra-regione tra candidati senatori dello stesso partito). Quindi stabilire a livello nazionale l'ammontare dei seggi del Senato spettanti ad una coalizione sarebbe effettivamente una novità assoluta ed una cosa un po' tirata per i capelli rispetto al dettato costituzionale. Motivo in più, credo, per eliminare quanto prima l'assurda differenza di elettorato attivo tra Camera e Senato, altrimenti in una situazione fifty-fifty il rischio di ingovernabilità e maggioranze diverse - implicito in qualsiasi metodo di assegnazione di seggi su base nazionale in un caso e regionale nell'altro - sarà sempre ancor più accentuato (come del resto è successo anche nel 1994).  

Non so se qualcuno lo ha già notato, ma il sistema elettorale attuale è come se in USA nel 2000 avessero assegnato mezza presidenza a Gore perché aveva preso più voti popolari e l'altra metà a Bush perché aveva prevalso nel computo degli stati/grandi elettori. Qui nel 2006 l'Unione ha vinto, di poco, nel voto popolare alla Camera e la CdL (senatori esteri ed a vita a parte) 155 a 154 nel computo dei seggi assegnati regionalmente al Senato.

A questo punto però, posto che la Costituzione è difficilmente modificabile, un obiettivo di qualsiasi riforma elettorale dovrebbe essere risolvere il seguente problema: "dati i seguenti vincoli: 1) assegnazione dei seggi su base regionale, 2) elettorato complessivamente diviso 50-50, 3) quasi tutte le regioni molto caratterizzate politicamente (e quindi "predeterminabili" come riparto dei seggi), disegnare un sistema elettorale per il Senato che determini una maggioranza di almeno il 55% dei seggi per la coalizione o il partito vincente". Forza Sandro, prova a risolverlo!

Se è concesso predeterminare la coalizione vincente non è nemmeno difficile, altrimenti è impossibile.

Chiarisco: dicendo che in quasi tutte le regioni i risultati sono predeterminabili a priori intendevo dire che in regioni tipo la Toscana, la Lombardia, l'Umbria, ecc. si sa prima del voto chi vincerà ed anche, più o meno, di quanto. Infatti anche l'impasse dell'attuale Senato era stata ampiamente prevista da molti osservatori, persino quelli che, più ottimisticamente, prevedevano un largo successo dell'Unione in termini di voti. Questo perché con tale sistema di assegnazione più di 160-162 seggi circa (sempre esclusi senatori a vita ed esteri) l'Unione non avrebbe potuto comunque avere anche prendendo, che so, il 55% e rotti dei voti. Idem, anzi anche peggio, in caso di ampio successo della CdL. E' proprio questo il senso del problema che ho posto a Sandro ed a tutti voi. Spremiamoci le meningi e facciamoci venire un'idea per come ripartire i seggi in modo che, anche con un risultato in bilico come voti tipo quello dello scorso maggio, ne venga fuori un risultato per la coalizione vincente (qualunque essa sia!) di almeno 173-175 seggi senatoriali. Questo subject to i vincoli indicati nel mio precedente post.

Probabilmente dando il 100% dei senatori di ogni regione alla coalizione che vince in quella regione si ottengono maggioranze ampie molto spesso, ma nulla assicura che sia sempre cosi'. In ogni caso, sarebbe ben poco utile una norma che assicurasse una maggioranza certa se non assicurasse anche che questa sia concorde con quella della Camera. Per me a Costituzione invariata non ci sono soluzioni nel caso di voto equidiviso.

I problemi non si possono risolvere quando il feasible set è vuoto.

Se l'interpretazione dell'art. 57 è, come è stata finora, che i senatori di una regione si eleggono solo con i voti della regione allora non c'è modo di assicurare che al senato esista una maggioranza nazionale. Anche qualora si interpretasse in modo differente l'art. 57 (cosa che anche a me darebbe assai fastidio; è un articolo che non mi piace, ma non si può far finta che non ci sia) e si ritenesse costituzionale il premio di maggioranza nazionale al senato non esiste alcuna garanzia che si formino le stesse maggioranze nelle due camere; anche se si fa l'ipotesi che gli tutti gli elettori votino allo stesso modo sulle due schede (no ticket splitting), i due elettorati sono diversi.

Se si vuole garantire la formazione di maggioranze omogenee a camera e senato occorre quindi modificare la costituzione. Nella situazione attuale mi sembra altamente irrealistico che si possa produrre una buona riforma costituzionale.

Cosa resta? Bisogna abbandonare l'ambizione di creare comunque una maggioranza di governo.

Con il premio nazionale al senato si potrebbero avere due maggioranze nette ma differenti alle due camere (sarebbe successo alle ultime elezioni). Forse non sarebbe così terribile, significherebbe che quando il paese è diviso esattamente a metà si può governare solo con la grosse koalition. Poco bello, ma meglio che i centristi eternamente al potere a fare l'ago della bilancia.

Senza premio nazionale al senato l'unica via che vedo per non sprofondare nella melma proporzionalista è il ritorno al collegio uninominale per entrambe le camere, e ovviamente a quel punto preferirei di gran lunga il sistema australiano o il doppio turno. Non viene garantita la formazione di maggioranze nazionali ma rende più probabile che, quando si formano, siano simili nelle due camere (sempre sotto l'ipotesi che gli elettori non facciano ticket splitting).

Però, di nuovo, questi sono desideri che non tengono conto delle forze in campo. In entrambi gli schieramenti esistono forze importanti che spingono verso il proporzionalismo. Ho proprio paura che finiremo per tenerci il porcellum.

Ottima sintesi, l'attendevo con una certa ansia. E capisco il pessimismo, anche alla luce dei continui tatticismi veramente esasperanti delle varie forze in campo. 

Rimane pero' l'altra ipotesi, non proprio cosi' impossibile. Che si faccia del Senato un parlamento regionale, attribuendogli competenze limitate e specifiche ai campi in cui le regioni legiferano/tassano/spendono ed alla regolamentazione e preservazione degli stessi. A dire, il Senato ha competenza esclusiva e limitata a quella parte del presupposto dello stato che e' devoluto o trasferito alle regioni ed alla legislazione quadro su tali cambi, come stabilito nella (riformata) Costituzione. Si lascia alla Camera il potere legislativo generale, oltre che la determinazione di chi governa e compone l'esecutivo. Difficile, ma non impossibile. 

 

Due commenti:

ad Alberto: è vero, è un caso disperato, ed è ovvio che con un elettorato diverso sarà sempre possibile un esito diverso nelle due Camere, ma che almeno il risultato in ciascuna sia netto, come giustamente nota Sandro. Forse però la tua idea di dare il 100% dei senatori a chi vince in ciascuna regione (ovvero: adottare in toto il modello delle presidenziali USA) non è così male. Hai provato a simulare chi avrebbe vinto, e di quanto, a maggio scorso?  

a Michele: quello che dici è giusto, ma era esattamente quanto previsto nella riforma costituzionale della CdL clamorosamente bocciata nel recente referendum. E davanti alla volontà popolare difficilmente si può tornare indietro in tempi brevi. In realtà quel progetto di riforma (che immagino tu ben conosca), pur tra tanti limiti risolveva parecchie delle magagne costituzionali italiane, tipo il bicameralismo perfetto, la possibilità di ribaltoni, i "pasticci" dell'attuale Titolo V ed altro ancora. Per assurdo, avrebbe anche giovato, col senno di poi, all'attuale maggioranza, rafforzando, se non altro sul piano morale (ché l'entrata in vigore era diluita negli anni), i poteri del premier. Forse il progetto è stato accantonato con troppa superficialità, solo perché era targato "Berlusconi". Sicuramente è stato anche mal "venduto" dai suoi propugnatori, che hanno fatto credere che si trattasse solo di difendere "i quattrini del Nord" e toglierli a "Roma ladrona". E così, come spesso accade in Italia, il bambino ha seguito l'acqua sporca...

Modificare la costituzione eliminando il bicameralismo perfetto è un'eccellente idea. Il problema, credo, è che i nostri parlamentari hanno dimostrato in due legislature sequenziali di non saper fare buone riforme costituzionali. Visto anche che il centrodestra ha paura che discussioni di riforma costituzionale vengano usate dal centrosinistra per prolungare la durata del governo, credo che sia più semplice metterci una crociona sopra e aspettare tempi migliori. Ma forse sono troppo pessimista; in ogni caso è ovvio che i nostri parlamentari hanno di sé stessi un'opinione più alta, e almeno ci proveranno a (ri)parlare di riforme istituzionali.

Per Nicola: il fallimento del referendum costituzionale non significa che sicuramente gli italiani fossero contrari a tutte le modificazioni che si proponevano. Significa solo che è una pessima idea fare riforme costituzionali a colpi di maggioranza, imponendo poi all'elettorato di mangiare la minestra o saltare la finestra.

Io, per esempio, ho votato contro perché ritenevo che la riforma facesse un pasticcio tremendo sulle competenze dello stato e degli enti locali (ne scrivemmo ai tempi qui, qui, qui e qui). Ero e sono a favore dell'eliminazione del bicameralismo perfetto; se la riforma si fosse limitata a questo avrei votato si. Questo per dire semplicemente che la bocciatura del referendum non significa automaticamente che dobbiamo assumere che il popolo italiano sia contrario a tutte le norme che la proposta costituzionale della CdL conteneva. Anzi, alcune norme (ad esempio la riduzione del numero dei parlamentari) godevano palesemente di ampio consenso. Non ci vedrei niente di politicamente inappropriato nel proporle nuovamente, preferibilmente raggiungendo previamente un ampio accordo in parlamento. Ma mi sto mettendo a sognare di nuovo. Dimentichiamoci delle riforme costituzionali, al momento sono politicamente impraticabili.

Gli italiani non sono, non sono stati, e non saranno mai nel prevedibile futuro capaci di fare buone Costituzioni. Troppo radicata e' l'idea di usare la legge non per la convenienza comune ma per fare i propri interessi danneggiando gli avversari. L'unica speranza che abbiamo e' che piu' o meno per caso venga fatta una modifica migliorativa. Secondo me gli elettori italiani hanno perso una delle migliori occasioni mai capitate bocciando la riforma della CDL.

La riforma della CDL era nata dalle richieste della Lega, che voleva riservare alle regioni competenze esclusive su (parte di) sanita', scuola e polizia locale. Gli alleati della CDL, che sovrastavano numericamente i leghisti in Parlamento, hanno aggiunto una serie di modifiche in direzione centralista, introducendo l'interesse nazionale, il fondo perequativo come principio costituzionale, riassegnando allo Stato centrale molte competenze concorrenti e rimuovendo e molte possibilita' di devoluzione di poteri introdotte dall'Ulivo (possibilita' esistenti comunque solo sulla carta, perche' condizionate all'approvazione degli organi centrali).

Il risultato finale dal punto di vista di ottenere un sano e virtuoso impianto federale era veramente penoso, ma comunque marginalmente migliore di quello risultante dalla riforma del titolo 5o da parte dell'Ulivo, dove tutto era concorrente, nessuno aveva la responsabilita' di nulla, e ogni passo era condizionato all'assenso del potere centrale. Ma la vera occasione che gli elettori italiani hanno perso consiste nelle riforme sul bicameralismo perfetto e sul numero dei parlamentari. Questi punti erano stati introdotti sostanzialmente per rendere la riforma complessiva piu' digeribile, e per puro caso costituivano un miglioramento formidabile rispetto al penoso e massimamente inefficiente assetto istituzionale che ci hanno consegnato i padri costituzionali. Dopo la riforma, il governo avrebbe risposto solo alla Camera, e avrebbe potuto governare senza veri limiti. Il Senato sarebbe stato occupato prevalentemente a trattare i contrasti tra Stato centrale e regioni sulle competenze (minimali) devolute alle regioni. L'efficienza di Governo e Parlamento sarebbe rimasta infima, come nella tradizione italiana, ma secondo me sarebbe comunque migliorata di un fattore due rispetto al dopoguerra, unicamente grazie alla divisione dei compiti.

Concludendo, la penso in maniera opposta. Secondo me bisognerebbe metter mano alla Costituzione, sperando nella buona sorte. L'Unione avrebbe interesse a modificare il bicameralismo, considerato quello che sta patendo in questa legislatura. La CDL non dovrebbe essere contraria, siccome si aspetta di vincere le prossime elezioni dovrebbe essere favorevole ad una semplificazione dell'attivita' di governo e legislazione. Ci sono premesse perche', per puro caso intendiamoci bene, salti fuori qualche modifica utile. Certo ci sono anche rischi di peggioramento. Dopo il fallimento della riforma devolutiva, ho gia' sentito la Lanzillotta e altri dell'Unione affermare che nel 2001 si erano spinti troppo avanti sull'impianto federale dello Stato, e che le possibilita' devolutive della costituzione vigente (per quanto puramente sulla carta) vanno significativamente ridimensionate.

Personalmente penso che l'unica via di riforma utile dello Stato italiano sia l'attribuzione contestuale di responsabilita' di finanziamento e di governo alle regioni per quanto riguarda i servizi pubblici, quindi considero nel peggior modo possibile ogni rimozione di aperture in quella direzione, da questo angolo visuale potrei essere d'accordo con te nel temere danni da ogni processo di revisoine costituzoinale. Peraltro sono anche convinto che riforme federali serie non verranno mai fatte fino a quando la maggioranza assoluta degli elettori di una regione non mostrino di essere disposti anche a secedere pur di ottenerli. Prima di questo, ogni principio sulla Carta costituzionale varra' ben poco, perche' sara pur sempre "interpretato" dagli organi centrali di giurisdizione, nel solco della tradizione italiana (e latina) dell'applicazione della legge, che, come argomenta Marc Bloch, corrisponde tendenzialmente alla sua interpretazione al servizio del Potere.

Scusate vorrei lanciare la seguente provocazione: siamo poi cosi' sicuri che il nodo per garantire un sano bipolarismo riducendo la rilevanza delle ali estreme dello schieramento sia davvero la legge elettorale? Forse si', fino ad un certo grado, pero'. Voglio dire in Italia e in Francia la cosa strana e' che ci sia ancora un 10% della popolazione che si dichiara comunista. Che questi elettori siano poi rappresentati in Parlamento e' una conseguenza piu' o meno diretta della esistenza di elezioni democratiche (one man, one vote) a prescindere dal sistema elettorale. Ed ora ecco la mia teoria che se volete si riallaccia ad alcune vecchie idee elitiste di Pareto e di Mosca: le societa' in cui le ali estreme non esistono o non sono cosi' forti sono quelle in cui il principio "one man, one vote" viene in qualche modo compensato da altre regole, leggi che consentono a chi ha censo piu' elevato di essere piu' influente. Societa' cioe' (quali quelle anglosassoni) in cui il vecchio principio liberale della societa' civile che almeno in parte funziona come societa' per azioni (chi ha piu' censo ha piu' voti, perche' in qualche modo sopporta piu' rischi e ha probabilmente un maggiore senso di responsabilita') trova ancora espressione. Come? Semplice: leggi che liberalmente consentono il finanziamento privato ai partiti politici. Davvero pensate che gli USA non abbiano estremisti e radicali tra i loro cittadini? Non e' molto piu' pratico pensare che le idee piu' estreme non trovino finanziamenti da parte di chi vuole poter contare su rappreesentanti politici meno "rischiosi"? Non e' forse anche questa una spiegazione al fenomeno per cui proprio in questi paesi (quelli anglosassoni) la partecipazione politica di certi ceti sociali e' sempre piu' bassa? Provate a pensare anche ai seguenti punti: se avesse potuto finanziare direttamente un proprio partito conservatore, berlusconi secondo voi avrebbe comunque tentato la discesa in campo? Pensate altresi' che Debenedetti finanzierebbe un Bertinotti se potesse usare il suo patrimonio liberamente per finanziare in modo trasparente la politica? La mia conclusione che piu' che una buona legge elettorale serve l'introduzione della liberta' di finanziamento privato ai partiti politici.

Trovo molto interessante questo tuo articolo, ed anche quelli che lo hanno preceduto. Tra l'altro l'argomento sta diventando di strettissima attualità in quanto la Commissione affari costituzionali del Senato, presieduta da Enzo Bianco, stà per licenziare (la presentazione in aula é prevista per i primi di luglio) una proposta di legge in materia elettorale.

Il dibattito, tuttavia, é mancante in un aspetto che reputo estremamente importante, soprattutto ora che la politica economica del Governo deve essere particolarmente attenta ad intercettare la ripresa in atto. Si tratta delle connessioni tra il sistema elettorale ed i meccanismi di decisione in materia di indirizzi generali di politica economica e di finanza pubblica.

Il disegno istituzionale del processo di bilancio e le regole che ne disciplinano lo svolgimento (parlo del processo di bilancio dello Stato, ma il discorso é valido, ad un livello differente, anche per i processi di bilancio delle Regioni e degli Enti locali) devono essere in grado di coordinare adeguatamente le decisioni dei policy makers nella direzione della disciplina fiscale. In altre parole devono essere in grado di indurre i policy makers a cooperare per fare in modo che il deficit di bilancio si mantenga entro limiti accettabili (diciamo il 3 per cento del PIL) ed il debito pubblico, se troppo elevato, si riduca progressivamente fino ad arrivare a livelli tali (diciamo intorno al 60 per cento del PIL) da consentire di ammortizzare senza traumi eccessivi decisi aumenti dei tassi di interesse. Acquisita questa capacità, é importante che gli indirizzi di politica economica, sia di breve che di medio-lungo termine, siano adeguati alla situazione macroeconomica e che le decisioni di finanza pubblica (relative all'ammontare complessivo delle entrate e delle spese, alla destinazione delle spese e alle fonti delle entrate) siano coerenti con gli indirizzi di politica economica.

Per conseguire un buon coordinamento dei policy makers, e fare in modo che essi collaborino fruttuosamente, in breve per fare in modo che il processo di bilancio sia efficiente nel senso sopra richiamato, sono seguiti, in Europa e nei principali paesi industrializzati, due approcci alternativi: l'approccio della delega e quello del contratto. Nell'approccio della delega il processo di bilancio é strutturato in modo tale da attribuire ad uno dei ministri, generalmente il Ministro delle finanze, il compito di coordinare gli altri ministri (di spesa). A tale scopo il Ministro delle finanze é dotato di una serie di poteri che gli consentono di svolgere tale ruolo, sia nella fase della predisposizione del progetto di bilancio (in particolare il potere di determinarne effettivamente il contenuto, anche se nell'ambito di una dialettica collaborativa con gli altri ministri) che nella fase della implementazione. Le possibilità di emendare il progetto di bilancio da parte del Parlamento sono limitate. Nell'approccio del contratto, invece, il coordinamento é rimesso ad un accordo, politicamente vincolante, concluso all'inizio del processo di bilancio tra i partiti che formano la coalizione di Governo, attraverso il quale vengono stabiliti degli obiettivi fiscali molto dettagliati (sia in termini di spese e di entrate complessive, che di spese dei singoli ministeri o di determinate categorie di spese quali le spese per assistenza sociale, le spese per la sicurezza, le spese militari, ecc.). In questo caso il Ministro che si occupa della predisposizione della bozza del progetto di bilancio non fa altro che riunire in un unico testo le proposte degli altri ministri, eventualmente controllando che vengano rispettati gli obiettivi fiscali stabiliti nell'accordo.  

Ora mentre l'approccio della delega si adatta bene a governi mono-partitici (nei quali la gerarchia di governo riflette, sostanzialmente, la gerarchia di partito) oppure a governi formati da coalizioni annunciate di partiti, l'approccio del contratto consegue risultati migliori in presenza di governi formati da coalizioni non annunciate, che si sono formate dopo le elezioni. Questo schema si ritrova abbastanza fedelmente all'interno dell'Europa ed anche in Italia si può notare chiaramente come a ciascuna riforma elettorale ha fatto seguito una riforma del processo di bilancio nella direzione prevista dalla teoria. In particolare dopo la riforma in senso semi-maggioritario del 1993 e dopo che il nuovo sistema elettorale ha prodotto coalizioni annunciate sufficientemente stabili, il che si é avuto solamente con le elezioni del 1996, il processo di bilancio é stato modificato adottando l'approccio della delega. Attraverso due successivi interventi legislativi il Ministero del Tesoro, il Ministero del Bilancio e della Programmazione Economica ed il Ministero delle Finanze sono stati uniti dando luogo ad un unico super-ministero, il Ministero dell'Economia e delle Finanze, che assomma tutti i poteri dei ministeri precedenti. Inoltre al Ministro dell'Economia, con la c.d. legge blocca spese del 2002, sono stati attribuiti poteri molto penetranti durante la fase della implementazione del bilancio. Di contro dopo la riforma in senso proporzionale del 2005, e la necessità di una maggiore collegialità delle decisioni che ne é derivata, il Ministro dell'Economia ha dovuto cedere parte dei propri poteri (si ricorderà il trasferimento del Dipartimento per le politiche di sviluppo dal MEF al nuovo Ministero dello Sviluppo Economico, ed il trasferimento della Segreteria del CIPE e del Nucleo di Consulenza per l'Attuazione delle Linee Guida per la Regolamentazione dei Servizi di Pubblica Utilità alla Presidenza del Consiglio dei Ministri) e condividere alcune importanti decisioni in materia di finanza pubblica con l'istituzione (finanziaria 2007) della Commissione Tecnica per la Finanza Pubblica.

La nuova legge elettorale, pertanto, potrà rendere necessarie modifiche più o meno rilevanti al processo di bilancio dello Stato. Qualora si tornasse ad un sistema elettorale dal quale derivino governi con coalizioni non annunciate sarà necessaria una riforma sostanziale del processo di bilancio, tale da consentire il coordinamento delle decisioni attraverso l'approccio del contratto. Se venisse accentuato il carattere proporzionalistico dell'attuale sistema, restando annunciate le coalizioni, si dovrà procedere ad interventi tutto sommato di dettaglio tali da consentire una maggiore collegialità delle decisioni. Infine se si tornasse ad un sistema decisamente maggioritario, che oltre alla presenza di coalizioni annunciate preveda incentivi per i partiti ad unirsi e quindi renda meno necessarie le attuali strategie di differenziazione, allora si tornerà ad accentrare i poteri di bilancio in capo al Ministro dell'Economia e a dare più poteri al Governo rispetto al Parlamento durante la fase della approvazione del progetto di bilancio e della legge finanziaria.

Doppio turno

mauro 25/11/2007 - 17:13

In questi giorni di estrema confusione, mi sono voluto rileggere gli ottimi pezzi di Sandro di qualche mese fa' sul sistema elettorale. Mi sembra che le due novita' dello sgangherato panorama politico nazionale (PD e dissoluzione della CdL) rendano improvvisamente vantaggioso per i due maggiori partiti il doppio turno. Perche' WV e SB insistono sul proporzionale? Non si sono accorti che cosi' continueranno ad essere ricatatti dal centrista o dal rifondarolo di turno? Dato che credo, come Sandro, che il doppio turno sia meglio, qualcuno li avvisi o mi spieghi perche' non ci hanno pensato.

Avversione al rischio?

Italica propensione alla pastetta?

Consapevolezza che, con il doppio turno, candidato che perde e' fuori per sempre?

Rinuncia esplicita a qualsiasi metodo d'elezione "diretta" dell'esecutivo (altrimenti, il secondo turno a che serve)?

Stupidita'? 

Re(1): Doppio turno

mauro 25/11/2007 - 18:52

Dato che ho lanciato il sasso, ho provato a cercare le "radici intellettuali" (le domande di michele mi sembrano tutte risposte plausibili) della proposta Vassallo-Veltroni. Per chi non ha voglia di leggere, le cose importanti sono due. Il documento ritiene che una buona legge debba:

1) consentire agli elettori di giudicare la qualità dei singoli candidati al parlamento;
2) ridurre la frammentazione, garantendo un pluripartitismo moderato;
3) preservare la dinamica bipolare …
4) senza rendere però ineluttabile la formazione di coalizioni pre‐elettorali artificiose,
prive di coesione programmatica.

Ovviamente il punto 4, se capisco bene, e' in contrasto con il 2 e il 3. Comunque, e questo e' interessante per la presente discussione (i.e. il doppio turno), alla fine del documento si dice:


Il Mattarella, il doppio turno francese, la Calderoli il sistema referendario, nella misura in cui possono indurre (con intensità e modi diversi) a formare cartelli elettorali ampi ed eterogenei, non riducono la frammentazione, sovra‐dimensionano i piccoli e il loro potere di ricatto, non garantiscono la coesione
programmatica delle maggioranze. D’altro canto se tali sistemi fossero interpretati dai grandi partiti in chiave genuinamente maggioritaria, se cioè i grandi partiti si presentassero da soli (cosa più probabile con l’uninominale a doppio turno) verrebbero esclusi dalla rappresentanza quasi tutti gli altri (una delle ragioni per cui lo stesso Sarkozy propone una revisione del sistema elettorale francese).

Io non sono affatto d'accordo. In Francia, per esempio, ci sono 4 gruppi parlamentari con 7 parlamentari non iscritti in alcun gruppo. In Germania i gruppi parlamentari sono 5 con 2 deputati non iscritti ad alcun gruppo. In Spagna i gruppi sono 6, ma 4 sono concentrati in due comunita' autonome. Non mi sembra una grande differenza. Quanti ce ne sarebbero in Italia con un proporzionale con uno sbarramento serio? Allo stato attuale 4, se non sbaglio. E la correzione di Veltroni forse permetterebbe alla lega e all'UDEUR di rientrare. Ne vale davvero la pena?

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