Ogni ditra ha milenato il fiommo

Il significato del titolo del post ve lo spiego dopo; riguardo all'autore, tranquilli, non sono io. Ho scoperto Andrea Moro, un linguista presso l'Università Vita-Salute San Raffaele di milano, ricevendo per errore i suoi email; un collega poi per scherzo mi ha passato un opuscolo di MIT press con la pubblicità del suo libro e non ho resistito, ho ordinato il libro, e l'ho letto tutto di un fiato, nella versione inglese. Dato il nome dell'autore, avevo delle notevoli aspettative, che sono state soddisfatte. La linguistica era una disciplina a me sconosciuta. L'ho trovata una scienza affascinante, per certi aspetti simile all'economia.

Ho trovato la linguistica simile all'economia intanto perché pone domande importanti per la vita quotidiana: perché i bambini imparano le lingue così facilmente? Come avviene l'acquisizione del linguaggio? Esistono regolarità nelle grammatiche delle centinaia di lingue esistenti e scomparse? Cosa si impara, esattamente, quando si impara una lingua? Come l'economia, la linguistica affronta le sue domande semplificando l'oggetto d'analisi. Il mio illustre omonimo (che d'ora in poi mi prenderò la libertà di chiamare Andrea) non usa mai la parola modello, ma l'approccio modellistico è evidente quando descrive gli ambiti di esplorazione in fonetica, morfologia, sintassi, e semantica. Per esempio, nella fonetica si studia la formazione della parola; ma persino il concetto di "parola" non ha una definizione precisa. Se leggendo un libro sembra abbastanza chiaro cosa sia una parola, caratterizzata -quasi sempre- dalle discontinuità nelle sequenze di lettere, il suono emanato da una persona è caratterizzato invece da una continuità che non trova corrispondenza nella versione scritta (per convincervi, date un'occhiata allo sfondo del nostro logo: raffigura il tracciato della mia voce che pronuncia le parole noise - from - amerika). Quindi occorre usare un "modello" di parola, un "modello" di frase, che, come tutti i modelli, è necessariamente impreciso.

Continuando con le analogie, come l'economia la linguistica ha a disposizione una quantità impressionante di dati dai quali cerca di estrarre alcune regolarità. Regolarità che vengono distillate attraverso la disciplina di un apparato teorico (questa osservazione mi è piaciuta assai, come chi conosce la mia ricerca può facilmente immaginare). La linguistica si è evoluta in un arco di tempo piuttosto breve da disciplina descrittiva ad un formalismo che la costringe a mettere dei paletti su quali siano le domande e le risposte esplorabili. Il tema principale del libro è la descrizione di alcuni esperimenti neurologici effettuati per testare alcune questioni fondamentali della linguistica; in Economia già da qualche anno la teoria delle decisioni ha imboccato la strada di verificare le proprie previsioni mediante esperimenti neurologici. Infine, piccola ma piacevole sorpresa, la linguistica condivide con l'economia il metodo di citare altri articoli e libri indicando nome dell'autore seguito, fra parentesi, dall'anno di pubblicazione. Metodo chiaro, informativo ed efficiente, che altre discipline snobbano.

Le analogie forse sono un po' forzate; esistevano comunque tutti gli ingredienti perché il libro mi piacesse, ed infatti non mi ha deluso. Il primo dei tre capitoli si sofferma sulla descrizione dell'oggetto di studio della linguistica, almeno di qualla parte di essa che interessa all'autore. Esistono certamente testi divulgativi più completi che descrivono la disciplina; l'autore qui si sofferma sugli aspetti che servono a descrivere gli esperimenti da lui compiuti. In particolare, a lui interessa parlare della sintassi, e cioé di come gruppi di parole (per capirci, quelli oggetto di studio dell'analisi logica, per chi se la ricorda) si combinino nella formazione di frasi. Uno degli aspetti interessanti che vengono illustrati è che la sintassi, nelle lingue che conosciamo, ha una struttura bidimensionale (loro la chiamano nonlineare). E cioé mentre il susseguirsi di parole una dopo l'altra nella lingua scritta o parlata è, di fatto, monodimensionale (lineare), le grammatiche che conosciamo raggruppano le parole in una struttura ad albero, in altre parole, multidimensionale. Cerco di spiegarmi, in modo forse impreciso. Ogni frase può essere suddivisa in gruppi di parole, chiamate sintagmi, costituite da tre parti: specificatore, testa e complemento. Ciascuna di queste componenti può essere essa stessa un sintagma costituito da specificatore, testa e complemento. La frase così intesa assume dunque una struttura ricorsiva, gerarchica, raffigurabile in un diagramma ad albero. Per fare un esempio, che, anche se non completamente comprensibile, dovrebbe rendere l'idea (e rimando al libro per chiarimenti), si consideri la frase "Giovanni ha mangiato". Questo sintagma è costituito da una "testa", la parola "ha", da uno specificatore, "Giovanni", e da un complemento, "mangiato". Ciascuno di questi elementi come ho detto puo essere costituito in una frase più complessa da un sintagma. Per esempio nella frase:

Maria ha detto che Giovanni ha mangiato questa mela

La struttura ricorsiva della frase è la seguente. Nel livello piu esterno, "Maria" è lo specificatore, "ha" è la testa, e "detto che Giovanni ha mangiato questa mela" è il complemento. Questo complemento a sua volta è costituito dalla parola "detto", lo specificatore, dalla parola "che", la testa, e da "Giovanni ha mangiato questa mela" il complemento. A sua volta, quest'ultimo sintagma ha "Giovanni" come specificatore, e così via. Spero che questa piccola spiegazione, anche se non del tutto comprensibile, vi serva ad apprezzare come una semplice frase, costituita una sequenza monodimensionale, lineare, di parole, aquisisce, nella sua grammatica, una struttura ricorsiva multidimensionale (che infatti può essere raffigurata da un diagramma ad albero).

Ma non è detto che ogni grammatica debba avere questa struttura ricorsiva: si potrebbero concepire grammatiche puramente "lineari", il cui significato, per esempio, potrebbe basarsi sul valore ordinale della posizione di una parola nella sequenza, o, al contrario, grammatiche ancora più complesse, tridimensionali. Perché le grammatiche hanno questa struttura gerarchica? E, anche concedendo che abbiano questa struttura, perché hanno la particolare sequenza di verbo-soggetto-etc.. che si ritrovano?

Per esempio, nella grammatica Giapponese, la stessa frase, usando parole italiane, suonerebbe così:

Maria Giovanni questa mela mangiato ha che detto ha

La sequenza di parole nella grammatica giapponese è ottenibile scambiando, nella struttura gerarchica di ciascun sintagma, l'ordine della testa e del complemento (qui ho semplificato molto, ma non posso riscrivere il libro, quindi prego i sapientoni di non commentare dicendo che non è sempre vero, blah blah...). È possibile ovviamente inventarsi una grammatica combinando le parole di quella frase in modo diverso. Esistono però combinazioni che non si trovano in nessuna grammatica conosciuta. Una domanda che viene naturale porsi è la seguente: l'inesistenza di alcune grammatiche è frutto del caso, o deriva da come l'apprendimento del linguaggio viene processato nel nostro cervello? La risposta non è di interesse puramente intellettuale, e ha conseguenze fondamentali sulla conoscenza di come i bambini (e gli adulti) imparano una lingua.

Una delle teorie linguistiche predominanti è che le grammatiche siano costituite da principi e parametri. I principi sono gli elementi costanti di ogni grammatica, mentre i parametri sono gli elementi variabili della sintassi; nell'esempio presentato sopra, un principio potrebbe essere la struttura gerarchica, ad albero, della sintassi, e un parametro l'ordine della testa e del complemento, che, come abbiamo visto, è diverso dall'italiano al giapponese. Quanti principi e quanti parametri ci siano ancora non si sa, ma la teoria ha un interessante valore predittivo. Con 30 parametri costituiti da scelte binarie, il numero di grammatiche possibili sarebbe 2^30. Un bambino dovrebbe imparare a scegliere quella corretta fra circa un miliardo di sintassi. Viene naturale chiedersi dunque se non esistano nel cervello dei "vincoli" neurologici che prevengano l'apprendimento di grammatiche "impossibili", per facilitare l'apprendimento del linguaggio.

Il capitolo 2 cerca di rispondere a questa domanda descrivendo alcuni esperimenti neurologici approntati da Andrea e dai suoi coautori. Il primo esperimento si chiede se i processi cognitivi che caraterizzano la sintassi siano autonomi da quelli che riguardano le altre componenti della grammatica. Ogni volta che si forma una frase, la sintassi interagisce con le altre componenti del linguaggio: la sintassi viene attivata simultaneamente ad esse. Per isolarla allora l'idea di Andrea è di creare errori nelle varie componenti della grammatica, e verificare che la parte di corteccia cerebrale che reagisce ad errori sintattici sia diversa da quella che reagisce ad altri tipi di errore. Approntare un test di questo tipo è cosa è più complicata di quel che sembra: le frasi "Giovanni ha mangiato" e "Giovanni mangiato ha" differiscono solo di un errore sintattico, ma il significato della frase è perfettamente comprensibile da una persona che conosca l'italiano anche nella versione errata. La soluzione usata dunque è usare parole senza significato, con radici lessicali che non si riferiscano ad alcun concetto esistente.

Ed eccoci dunque alla spiegazione del titolo del post: Andrea e i suoi coautori hanno confrontato le reazioni cervicali di soggetti sottoposti alle seguenti frasi (assieme ad altri gruppi di frasi di simile natura):

1) Ogni ditra ha milenato il fiommo
2) Ogni ditra ha milenaclto il fiommo
3) Ogni ditra hanno milenato il fiommo
4) Ogni ditra ha milenato fiommo il

La prima frase è incomprensibile, ma appare perfettamente "naturale". La seconda frase invece suona male. Contiene un errore fonologico, nel senso che la parola milenaclto contiene un fonema, un insieme di consonanti, inesistente in italiano. La terza frase isola la componente morfologica della grammatica, cioé quella che riguarda la formazione della parola in concordanza fra soggetti, verbi, aggettivi e così via. La quarta frase contiente un errore puramente sintattico.

Rimando gli altri dettagli al libro, sperando di avere sollecitato la vostra curiosità. Rivelo solo che gli esperimenti hanno mostrato che il riconoscimento di errori sintattici coinvolge una rete complessa di aree cerebrali che non viene utilizzata nel riconoscimento di altri tipi di errori. Se questi risultati venissero confermati, costituirebbero un paletto fondamentale nella ricerca dei "confini di Babele".

Il secondo esperimento si concentra sull'apprendimento di grammatiche "impossibili". Come ho anticipato prima, è possibile concepire delle grammatiche la cui sintassi non si trova in alcuna lingua esistente. Dopo aver stabilito col primo esperimento che la formazione della sintassi ha un suo luogo specifico nella complessità dell'apparato cerebrale, come possiamo capire se l'apprendimento della sintassi sia limitato da vincoli cerebrali?

L'idea è di sottoporre i soggetti all'apprendimento di regole grammaticali "impossibili". Un modo per farlo è di sottoporre un soggetto di madrelingua giapponese all'apprendimento di alcuni rudimenti di italiano (in pratica: 21 sostantivi e 4 verbi), e di insegnare loro alcune regole sintattiche, alcune delle quali "impossibili". Una di queste regole potrebbe essere che la negazione di una semplice frase dichiarativa si ottiene inserendo la parola "no" nella quarta posizione della frase: Paolo mangia la no pera. L'esperimento è in realtà un po' più complicato ma questo esempio dovrebbe bastare a rendere l'idea. Dopo avergli insegnato la regola, il soggetto viene sottoposto alla visione di alcune frasi, chiedendogli di spingere un bottone dopo aver deciso se la frase segue o meno la regola suggerita, il tutto durante l'amministrazione di risonanza magnetica cerebrale. L'idea è innanzitutto di vedere se l'apprendimento di regole "possibili" avviene più velocemente di quello di regole "impossibili". Ma soprattuto di vedere se l'apprendimento di regole impossibili attiva porzioni diverse della corteccia cerebrale.

Il numero di soggetti analizzati, una ventina per esperimento, fa sorridere noi economisti, abituati ad usare migliaia di osservazioni (nell'articolo con sandro di qualche giorno fa, ci siamo rifiutati di calcolare la rendita da pubblico impiego fra i laureati perché avevamo a disposizione poco meno di 300 osservazioni). I risultati vanno nella direzione di indicare che esistono limiti neurologici alla formazione del linguaggio, e mi scuso se mi fermo qui perché entrare nel dettaglio non avrebbe senso. ll fatto che i risultati preliminari siano interessanti è ovviamente confortante. L'autore è modestamente molto cauto nel pretendere di aver risolto alcune questioni fondamentali della linguistica. Cionondimeno, indica una strada metodologicamente utile da seguire, e questo è ovviamente importante e fondamentale.

L'intero capitolo conclusivo, il terzo, è più speculativo, e indica il percorso da seguire, le domande senza risposta. Fra una serie di ipotesi, l'autore avanza l'idea che l'esistenza di grammatiche impossibili possa essere dovuta a vincoli di natura "biologica". A mio parere l'evoluzione della capacità di espressione linguistica ha tempi tanto lunghi quanto quelli della selezione genetica. E cioé, se i risultati di questi esperimenti venissero confermati, è ipotizzabile che i limiti "fisici" imposti dai circuti neuronali all'apprendimento di grammatiche "impossibili" si siano evoluti contemporaneamente alla selezione dei geni che hanno dotato la specie umana di un linguaggio strutturato da una grammatica complessa. Usando un linguaggio a me più congeniale, se anche i geni sono endogeni al modello, diventa impossibile affermare che alcune grammatiche sono impossibili per cause genetiche. Magari le grammatiche impossibili sono, per qualche motivo, inefficienti, e per questo l'evoluzione della specie ha selezionato strutture cerebrali che le escludono. Collegandomi a questo, un elemento che mi sembra mancare nella linguistica è l'analisi più propriamente "economica" del linguaggio: è possibile misurare le lingue dal punto di vista dell'efficienza (nell'apprendimento, nell'efficacia della comunicazione, etc...)? Andrea non parla di questo ma mi sembrerebbe un aspetto meritevole di investigazione.

Spero di aver reso l'idea di quanto affascinanti siano questi studi e questa disciplina. Questo libro mi ha convinto che l'esagerato interesse dei nostri deans (i presidi delle facoltà americane) per gli studi interdisciplinari non è sempre malriposto come credevo. È possibile combinare in modo creativo conoscenze in discipline diverse (linguistica e neurologia in questo caso) per rispondere a domande interessanti e fondamentali. Fa piacere anche notare come sia possibile per un ricercatore dedicato portare a compimento studi innovativi anche in Italia, magari facendo i salti mortali fra una parte e l'altra dell'Atlantico.

22 commenti (espandi tutti)

Visto che ti interessa la cosa, c'è questo libro, free download, di un economista, proprio su Economia e Linguaggio...io non l'ho letto, l'ho solo sfogliato...magari ti interessa o magari lo conosci già.

Credo l'esistenza del libro sia nota all'Andrea M di nFA. Diciamo che Ariel ha scritto cose abbondantemente più interessanti ...

invece ... di perder tempo Rubinstein (che ha ri-spiegato le sue "nu poco stantie" teorie del linguaggio [pragmatica nello stile di circa 60 anni fa e nulla di nuovo..]) potrebbe far l'economista.

i "do mori" (andreamoro1 e andreamoro2) hanno in comune l'idea che la linguistica sia una teoria come un'altra.

l'idea non è affatto una parte del senso comune. Per circa 1200 anni l'idea era esattamente opposta (che noi parlando esibiamo libertà, intelligenza, la scintilla dell'anima e scemenze affini)

siccome ci ho scritto io sul tema, lascio perdere. per chi abbia un qualsiasi interesse, mi chieda pure, ma non tedio le masse obamaniach.

Insomma, vi stavo rifilando una patacca...meno male che da queste parti gira gente sveglia che non si fa impressionare dai link... :-)

 

Diciamo che Ariel, che è uno degli economisti più svegli che esistono, a volte si lascia prendere la mano. Ogni volta che si mette a parlare di "meta-economia" rischia di essere frainteso, quando va bene, o di dire cose poco condivisibili, nella maggior parte dei casi, oppure ovvie e risapute da decenni, se non secoli, in altri casi (come ha fatto notare Palma). L'ultimo capitolo del libro segnalato è un esempio abbastanza chiaro secondo me. Parte dall'osservazione che gli esperti di marketing di alcuni libri divulgativi di Game Theory pubblicizzano il libro cercando di convincere l'ignaro lettore che saperne di più di Game Theory serva a gestire meglio la propria azienda/vincere la lotteria/trovarsi la fidanzata più carina e così via a seconda dell'applicazione. Che questa trovata pubblicitaria dica il falso è ovvio, non serve che ce lo venga a dire lui dal suo sito con un libro e formalizzazioni inutili rivolgendosi ad un pubblico di economisti mi sembra inutile. Che scriva una review su amazon, se vuole, quello è il target. 

Pero non si limita a questo. Usa questa osservazione, piuttosto banale, per arrivare a dire che il successo di GT è dovuto alla sua retorica, una specie di doppio salto mortale carpiato con triplo avvitamento. Magari la cosa è anche vera, ma va argomentata con ben altri dati piuttosto che "Game theory" è più cool di "Theory of decisions with interactions", e tanto meno con la retorica dei publisher in terza di copertina. Il successo di GT, per qualcuno esagerato, è tutto interno alla scienza economica, non è certo influenzato dalla vendita di 2 libri divulgativi, menché meno dal suo nome, altrimenti qualcuno mi dovrebbe spiegare come mai è arrivato alla fine degli anni 70.

Ma quel che più rode è che poi arrivi a suggerire più o meno velatamente, che, dato che il suo successo non è basato su fattori "reali", GT serve concretamente a poco o nulla, e così la scienza economica tutta, come ha avanzato in altre sedi ... nemmeno la buona vecchia Deirdre, che certe cose ha fatto notare decenni fa, si sognava di avanzare simili conclusioni. 

 

 

Concordo, naturalmente. Ma lasciami osservare a supporto di Ariel che forse una parte del successo di "teoria del caos" e di "teoria delle catastrofi" - soprattutto della seconda - viene dai loro nomi, che continuano ad affascinare "teorici postmoderni" di ogni risma che non sanno di cosa parlano. 

Sono d'accordo, il problema e' che Ariel fa, intenzionalmente secondo me, confusione fra successo nel grande pubblico, e successo all'interno della disciplina. Il primo conta pochino direi. 

D'accordo con entrambi.

Sia caos che catastrofi sono popolari fra "umanisti alternativi" d'ogni tipo, che usano i termini a caso senza sapere cosa dicono. Le catastrofi hanno avuto, relativamente alla loro rilevanza scientifica, molto più successo del caos che - anche se non serve in economia - serve in molte altre aree delle scienze naturali. In entrambi i casi il "nome" ha avuto rilevanza fra il popolino pseudo intellettuale.

Però è anche vero che, alla fine, sono glorie effimere, fads che non vogliono dire molto. Quindi è vero che Ariel fa confusione e, facendola, butta via un problema interessante: cosa determina le fads interne alla professione? Cosa le "drive"? Perché, diciamocelo, ce ne sono una valanga e molte servono solo a convogliare grandi energie su problemi/modelli insensati ed inutili, mentre problemi veri e difficili languono inattesi. Tanto per fare un esempio che, venendo da me, non sorprenderà nessuno: cosa ha causato l'enorme successo di "New Growth Theory" pur non producendo la medesima alcun risultato usabile? Perché tutti continuano a fare public finance assumendo che la politica fiscale risolve qualche problema di ottimo, pur con tutte le informazioni asimmetriche che volete?

OT: a proposito di Rubinstein (qualcuno dirà anche a proposito di "fads"...), che si dice qui di questa sua critica a Behavioral Economics?

Beh, no questa e' un'altra cosa. Ariel e' uno dei piu' lucidi critici di behavioral economics. Molto acuto e profondo, a parer mio. Anche se Ariel e' pieno di idiosincrasie e visioni ardite su come ben fare teoria delle decisioni; ad esempio l'approccio che va col nome di razionalita' procedurale. Da leggere, assolutamente.

In realtà, quello che mi aveva colpito leggendolo era proprio che dietro l'analisi ci vedevo un po' di emozione... mi suonava da uno che non si sentiva a suo agio - si era rotto - e aveva voluto dire la sua, in modo sicuramente molto lucido. Mi ricordavo questa frase che ho ripescato:

"Being a skeptic, I found it difficult to believe that the experiment could have been carried out as described. I know Israel quite well. It is a country where rules are rarely enforced."

Non sono abituato a trovare certi argomenti tra gli scritti degli economisti, ne ho dedotto un po' di livore :-)

Sulla razionalità procedurale, è azzardato sì (mai come il sample-7 di Selten, neanche lo chiamerei approccio). Continuando sull'OT, a volte ho problemi ad appiccicare (o a togliere) l'etichetta "behavioral" a certi approcci alla teoria delle decisioni. Non è bianco o nero, no? Quindi ha così senso discutere del merito (dei metodi è un altro discorso)? Infine, sto dicendo un mucchio di cagate?

manca il tempo, altrimenti mi ci infilerei dentro ... quindi mi astengo. Solo due battute

l'etichetta "behavioral" a certi approcci alla teoria delle decisioni.

Io odio l'etichetta "behavioral", probabilmente tanto quanto Ariel. Come ripeteva giustamente VV Chari anni fa: so, what do I do? Un-behavioral economics? I use data to calibrate my models, Rabin uses other data. His data measure behavior and mine do not?

La parte buona interessante della discussione è cercare di capire se esite un modello, o una famiglia di modelli, che approssimino decentemente (meglio degli altri) il modo in cui la grande maggioranza della gente prende decisioni nella maggioranza dei casi. Per il momento abbiamo lunghe liste di anomalie. Utili, ma liste di anomalie sono, alcune delle quali stranote. Il modello alternativo mi manca. Questo non vuol dire che non si debba cercare. Vuol solo dire che le cazzate su razionale/irrazionale, behavioral/whatever, sono perdite di tempo propagandistiche.

Quindi ha così senso discutere del merito (dei metodi è un altro discorso)?

A maggior ragione, no? Poiché si tratta di una lista di anomalie, occorre ispezionarle con attenzione per capire quali sono realmente anomalie ed anomalie persistenti (tipo Allais or Ellsberg) e quali lo sono solo apparentemente in quanto perfettamente spiegabili con il "modello standard" (come Aldo sa, sono almeno 8/9 anni che ritengo che questo sia il caso con l'esperimento degli asili israeliani ... ben prima che Ariel ci facesse sopra il casotto che ci ha fatto). Comunque si, occorre proprio entrare nel merito di ogni singolo esperimento, sample, inchiesta ...

Non mi sono spiegato. Intendevo che non vedo il senso di distinguere il campo "behavioral economics" dal resto, esattamente per i motivi che hai detto tu Michele.

Ma quando uno si "dice pro" o si "dice contro" behavioral economics (anche qui mi pare di ricordare, Alberto?), ecco che vorrei capire dove comincia e dove finisce quello a cui allude. Esempi: Rubinstein che critica BE, ma scrive cose come quelle a cui si riferiva Alberto, che io potrei ingenuamente e tranquillamente etichettare (come no) behavioral! Da qui la mia domanda. Mi dirai che questo dimostra l'inutilità e il non-senso del chiedersi "what is behavioral?"... e io concordo.

Cosa le "drive"? Perché, diciamocelo, ce ne sono una valanga e molte servono solo a convogliare grandi energie su problemi/modelli insensati ed inutili, mentre problemi veri e difficili languono inattesi.

Credo dipenda in massima parte dalla disponibilità di fondi.

In informatica per decenni l'ha fatta da padrona l' "intelligenza artificiale" perchè con un nome così cool atirava un sacco di fondi.Da che mi risulta (la teoria non è il mio forte) dire che non ne è uscito niente sarebbe un po' ingeneroso ma non troppo distante dalla verità.Credo che le tecniche sviluppate per studiarla abbiano avuto molto più impatto pratico del core business.

Perché tutti continuano a fare public finance assumendo che la politica fiscale risolve qualche problema di ottimo, pur con tutte le informazioni asimmetriche che volete?

Immagino per andate a fare i consulenti a qualche politico o lobbista.

Sono interessato a capire questa storia del caos dal punto di vista metodologico: in che senso non è rilevante in economia ma lo è nelle scienze naturali?

Camillo, scherzi vero? :-)

Rischiamo di diventare un'enciclopedia in pillole.

Qui una versione, mia, di perché in economia non funziona nel senso che non aiuta a capire ciò che cerchiamo di capire.

Nel caso delle scienze naturali la letteratura è, ovviamente, gigantesca oltre che molto tecnica. Per due brevi esempi scritti in modo relativamente semplice, qua e quo.

Camillo, scherzi vero? :-)

Rischiamo di diventare un'enciclopedia in pillole.

Beh, non sarebbe male! ;-) A me, che l'economia l'ho incontrata solo all'università, farebbe piacere capire anche solo sommariamente alcuni risultati della teoria economica che non si possono trovare facilmente né sui media né su lavori divulgativi. Siccome sento spesso parlare delle meraviglie della teoria del caos, mi accontenterei anche di una risposta semplice (accordiamoci per 10 righe, ok?). E poi, diciamocelo, il link al tuo articolo era a pagamento... :-P

THANKS!

 

 

 

Palma scrive:

l'idea non è affatto una parte del senso comune. Per circa 1200 anni l'idea era esattamente opposta (che noi parlando esibiamo libertà, intelligenza, la scintilla dell'anima e scemenze affini)
siccome ci ho scritto io sul tema, lascio perdere. per chi abbia un qualsiasi interesse, mi chieda pure, ma non tedio le masse obamaniach.

Certo che ci interessa, ci mancherebbe. Facci un riassunto

siccome ci ho scritto io sul tema, lascio perdere. per chi abbia un qualsiasi interesse, mi chieda pure, ma non tedio le masse obamaniach.

io sono interessato: mi dica che cosa ha scritto sull'argomento

grazie


Sempre pensando a collegamenti tra linguaggio ed economia, credo (ma ignoro studi in materia) che il primo possa anche fungere da strumento per capire qualcosa della seconda: dopotutto il linguaggio è un fondamentale meccanismo di coordinamento, ed è ragionevole pensare che oltre ad essere plasmato dalle persone, le plasmi eccome. Quindi credo proprio che il linguaggio abbia (avuto) un suo ruolo nel determinare differenze anche macroscopiche nei comportamenti economici, magari alla lontana.

Anche io mi sento in vena di segnalazioni: esiste un illustre e pionieristico contributo allo studio delle analogie tra economia e linguistica di un italiano, Ferruccio Rossi-Landi il quale scrisse nel 1977 un libro intitolato appunto Linguistics and Economics. Lo sfogliai anni fa quando ero studente a Chicago, incuriosito dal necrologio che di Rossi-Landi scrisse Umberto Eco (mi colpi' il tono assolutamente entusiastico che ne descriveva le qualita' scientifiche ed umane).

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