Aridaglie con la Bad Bank

23 febbraio 2017 Massimo Famularo

A margine di un seminario organizzato dall’ESM si torna a parlare di bad bank, questa volta a livello europeo. Con buona pace della passione tutta italiana per le “soluzioni di sistema”, la proposta presenta diverse criticità sotto il profilo tecnico (leggasi aiuti di stato e principi contabili ), ma soprattutto non si comprende in che modo potrebbe contribuire ad “alleviare le sofferenze” degli istituti di credito.

Il fascino della “soluzione di sistema” non tramonta mai, sopratutto nei lidi italici dove, evidentemente, ancora resiste la nostalgia per i vecchi tempi in cui le azioni si pesavano e non si contavano.  Non poteva pertanto che venire da un italiano, ancorché presidente dell’European Banking Authority, la proposta di un'ennesima rivisitazione di quella bad bank, che in tanti speravano avrebbe soccorso le banche italiane, ma che poi si è rivelata uno strano topolino partorito dalla montagna dei crediti problematici che avevano ormai raggiunto un'altezza senza precedenti e che avrebbe forse richiesto interventi di ben altra misura.

Obbiettivo di questo sintetico post è argomentare come il massimo risultato che ci si può attendere da questo tipo di alchimie interventiste sia il rinvio dei problemi e non già la loro soluzione, cogliendo l'occasione per evidenziare come in questo settore di attività il mercato sia tutt'altro che fallito come vorrebbero sostenere coloro ai quali non piacciono i prezzi che su di esso si formano.

La Proposta di Enria

In estrema sintesi, quella proposta da Enria sarebbe una Asset Management Company (quindi, a voler essere pignoli, una cosa diversa da una bad bank) che dovrebbe:

  1. Acquistare dalle banche i crediti in sofferenza pagandoli al loro “reale valore economico”;
  2. Provare a rivenderli sul mercato (o a recuperarli, presunzione mia non esplicitata) per un periodo definito, per esempio 3 anni;
  3. Restituirli alle banche cedenti per la quota che non è riuscita a rivendere (o recuperare).

Da sottolineare  (secondo i fautori della proposta) che:

  • Costituirebbe “aiuto di stato” solo la eventuale differenza tra il valore “economico” e il valore di mercato;
  • Non ci sarebbe socializzazione a livello europeo delle perdite del sistema bancario perchè restituendo al mittente i crediti non venduti la eventuale ricapitalizzazione successiva sarebbe a carico dei governi nazionali.

Ci sono una serie di domande abbastanza immediate che un impianto del genere suscita. Nell’ordine:

  1. Che cos’è il valore economico delle sofferenze, se è diverso da quello di mercato?
  2. Perché, se l’AMC ha comprato al valore economico in un certo istante, dovrebbe essere possibile rivendere a un valore diverso entro 3 anni? Le sofferenze migliorano col tempo come il vino di qualità?
  3. La banca mette in pratica una “cessione a elastico” con crediti che entro un certo periodo potrebbero tornare al mittente, e verosimilmente non può liberarsi dal rischio connesso a quelle esposizioni. Dunque che vantaggi dovrebbe trarre dall’esistenza di questa AMC?

Una interpretazione di buona volontà

Posto che l’idea non è nata dal delirio etilico dei soliti policy maker da bar sport, ma dalla presidenza di un’istituzione autorevole, proviamo a prenderla sul serio.

Cerchiamo una risposta plausibile al quesito 1: il valore economico reale potrebbe essere qualcosa che si colloca sopra il valore di mercato (ossia di immediato realizzo da rivendita a un terzo investitore) e verosimilmente sotto il valore netto di bilancio.

Il limite inferiore deriva dalla considerazione che a valori pari o inferiori ai prezzi di mercato la banca non avrebbe convenienza a vendere e l’AMC sarebbe inutile. Il limite superiore deriva invece dall'idea che l’istituzione è pensata per soccorrere degli istituti in difficoltà e dunque implicitamente assume che i valori di bilancio siano troppo ottimistici. Se così non fosse le banche non avrebbero necessità di supporto, dunque è inverosimile che il supporto fornito dall’AMC giunga al punto di far guadagnare le cedenti. Si tratta di considerazioni mie volte a cercare di dare un senso alla proposta sulla quale al momento non sono stati forniti maggiori dettagli. 

Proviamo a chiarire il punto con un esempio. Prendiamo un credito in sofferenza dal valore nominale di 100 garantito da un immobile che venduto in asta potrebbe portare a un recupero di 60 entro 3 anni. Il valore di mercato del credito potrebbe essere intorno a 25-30 poiché chi lo compra deve dedurre dai 60 previsti i costi di recupero e scontare i flussi futuri al proprio tasso di rendimento. Supponiamo che la banca abbia il credito in bilancio a qualcosa tipo 70-75, valore ottenuto grazie a una perizia aggiornata redatta da un fornitore indipendente, battezzato dai revisori dei conti, cresimato dagli ispettori BCE in comprehensive assessmente e last but not least avvalorato dal fatto che il perito del tribunale (CTU) propone un valore di 80. 

Il valore economico potrebbe essere qualcosa di vicino ai 60 che assumiamo essere il recupero effettivo che si otterrà dal credito. Questo tipo di interpretazione consente di dare una risposta anche alla domanda numero 2: l’AMC riesce a realizzare il valore del credito o perchè il bene viene venduto e ottiene il riparto dal tribunale o perchè avvicinandosi il momento in cui avverrà il riparto un compratore di mercato è disponibile a pagare un prezzo più elevato perchè i flussi di cassa attesi sono scontati per un periodo di tempo minore e, se ad esempio c’è già stata l’aggiudicazione del bene, diminuisce anche il rischio implicito nell’operazione.

In quest’ottica la banca otterrebbe il beneficio di spalmare la perdita in 2 tempi registrando la differenza tra valore di bilancio e valore economico al tempo zero e quella tra recupero effettivo e valore economico entro i 3 anni.

Putroppo la risposta al punto 3 fa cadere questo castello di carte costruito con tanta buona volontà: cedere un credito con la prospettiva di riprenderselo, se l’acquirente non riesce a recuperarlo o rivenderlo, non può consentire alla banca di avere alcun beneficio di bilancio. I motivi sono di carattere tecnico, ma perfettamente comprensibili con un po' di buon senso: se l’istituto rimane esposto al rischio di perdite aggiuntive non è prudente che registri l’operazione come uscita definitiva di quegli attivi dal bilancio. I principi contabili recepiscono questo buon senso e non consentono di deconsolidare il credito se la cessione del credito non avviene pro soluto.

Dunque, anche volendo applicare questa interpretazione di buona volontà la proposta non sta in piedi:

  • La costruzione “a elastico” che ottiene il plauso anche del SSM non consente di deconsolidare i crediti dunque l’AMC ipotizzata non aiuterebbe neanche a “spalmare” la perdita nel tempo a causa di vincoli di natura contabile;
  • Al di là del tecnicismo sul deconsolidamento, non c’è alchimia contabile che consenta di evitare o addolcire la realtà della perdita derivante dal valore di effettivo realizzo del credito e il valore netto di bilancio;
  • Qualsiasi strada volta ad anticipare i tempi rispetto al momento in cui il credito verrà effettivamente recuperato necessita di uno sconto commisurato al tempo, ai costi e al rendimento desiderato da chi anticipa i fondi.

Quel fallimento di mercato che non c’è

Provando ad essere costruttivi dopo aver criticato l’ennesima idea di bad bank, proviamo a concludere con qualche parola sul mercato. Sottesa a tutte le soluzioni di sistema proposte c’è l’idea che il mercato da solo non consenta agli istituti di credito di smobilizzare asset illiquidi come i crediti non performing: si parla di fallimento di mercato e quindi della necessità di un intervento di tipo pubblico per sbloccare la situazione.

Che il mercato sia fallito o non esista è palesemente falso. Un articolo recente del Sole 24 Ore parlava di possibili vendite di NPL per circa 70 miliardi che è il 35% dell’intero stock di sofferenze del paese. Una stima meno ottimistica è fornita dal report periodico redatto da PriceWaterhouseCoopers e si attesta sui 50 miliardi. Procedendo aneddoticamente sulle principali operazioni pubbliche: la sola Unicredit ha concordato la dismissione di 17,7 miliardi e ne ha in programma forse altri 5; Intesa San Paolo concluderà in questi giorni una cessione da 2,5 miliardi e tramite la divisione Capital Light Bank ha dismesso 20 miliardi di asset non core di cui 10 di sofferenze; prima di fondersi con BPM nel 2016 Banco Popolare ha perfezionato due cessioni da 750 milioni ciascuna lo scorso anno. Ma non sono solo i grandi istituti a cedere: pescando dalla stampa ricordiamo l’operazione di Banco Desio per 150 milioni trasferiti a Creditech  - testimonianza indiretta dell’esistenza di un mercato primario - e l’operazione di mercato secondario con cui Banca IFIS ha rivenduto all’operatore polacco Krukk circa 750 milioni di NPL acquisiti in precedenza.

Insomma il mercato c’è, e se a qualche venditore i prezzi non stanno bene è un problema individuale e non di sistema. In questo contesto esiste una chiara politica per favorire l’abbattimento dello stock abnorme di crediti non performing: astenersi dal far politica, indicare degli obbiettivi chiari (per esempio in termini di sofferenze nette sul totale crediti netti o di texas ratio) e fornire agli operatori tempi ragionevoli per raggiungerli. Le soluzioni di sistema - che poi si rilevano inefficaci, quando non impraticabili - alimentando le aspettative di salvataggi, sussidi et similia finiscono solo per rinviare la soluzione dei problemi.

12 commenti (espandi tutti)

Perché, se l’AMC ha comprato al valore economico in un certo istante, dovrebbe essere possibile rivendere a un valore diverso entro 3 anni? Le sofferenze migliorano col tempo come il vino di qualità?


 Per quanto riguarda per esempio ciò che la Banca Nazionale Svizzera fece nei confronti di UBS  ricordo che i vari titoli spazzatura (subprime, actifs toxiques) messi in una bad bank furono dopo anni ricollocati ad un prezzo superiore rispetto a quanto appariva nel 2007. Probabilmente perché il sottostante (le case americane) non era così disastrato come valutato nel 2007.  

Le sofferenze sono diverse dai titoli tossici, direi, tuttavia anche loro possono migliorare. Il debitore puo' uscire dallo stato di insolvenza e pagare il dovuto, tutto o in parte.  

Nel caso UBS pero' ci vollero 5 anni e non c'era alcun limite. Anzi mi sembra stupido, o poco  intelligente, mettere un limite, perché attorno ad esso possono essere "giocati" piccoli o grandi ricatti al ribasso. Se sai che c'è una scadenza limite, lo speculatore ci gioca. 


per definizione, riguardano debitori insolventi. Di regola, a costoro si nega l'accesso al credito, a meno che siano sottoposti a procedure concorsuali nelle quali, però, chi fa credito acquisisce una posizione più che privilegiata rispetto ai creditori anteriori. Temo che i casi nei quali il debitore esce dallo stato d'insolvenza siano, in percentuale, rari.

Si dovrebbe entrare nei dettagli solo conoscendo chi sono questi debitori. Pare che noi comuni mortali si debba rimanere all'oscuro ma questa Asset Management Company  vorrà pur conoscerli. Se sono persone giuridiche, mi pare sia implicito il fallimento e in caso contrario c'è la possibilità di un rilancio aziendale. Per le persone fisiche è già piu' difficile ma visto che gli italiani si giocano il 4.4% del PIL in giochi e lotterie, magari qualcuno si riprende :-) 

Secondo me il problema degli asse tossici era la liquidità: quella roba non c'era gente che la volesse e soprattutto nessuno aveva idea di quanto potesse valere.

Per le sofferenze il discorso è più agevole: gente che la voglia c'è il punto è che la paga il NPV dei Cash Flow attesi calcolando applicando il proprio rendimento desiderato (che compensa per il rischio il tempo etc) 

Col passare del tempo la necessità di un compenso per il rischio e per il tempo si riduce, fino ad azzerarsi però sti crediti più dei CF attesi nessuno li può pagare.

Quindi quanto possono valere si sa il punto è come e quando contabilizzare la differenza rispetto ai valori attuali di bilancio

semplice

Rick 24/2/2017 - 15:44

L'ipotesi dell'ESM mi sembra abbastanza chiara. Se ho un credito iscritto a bilancio per 100 e lo devo vendere immediatamente ad una società che si occupa di recupero crediti incasso 30. Se posso (io o la bad bank) aspettare e provare ad incassarlo di persona recupero un valore atteso di 50 (già scontato del fatto che i soldi arrivano tra 3 anni). La differenza tra 50 e 30 si ha perchè il mercato degli NPL magari esiste (non c'è fallimento) ma sicuramente non è perfettamente competitivo e quindi gli operatori possono realizzare un profitto in esso (la differenza tra 30 e 50).

Infine, sul deconsolidamento, è una norma legale, non il risultato di una interazione economica. Escludere dai rapporti di solidità gli NPL forniti a tale ""bad bank"" è questione di un tratto di penna.

Anche io ho letto così la questione, però loro parlano, anche nell'articolo che ho linkato nei commenti di valore economico che può essere soggetto a interpretazioni.

Alla fine della fiera si riesce a prevedere abbastranza bene quanto questi crediti recupereranno e quanto costa farsi scontare i recuperi futuri quel che va capito politicamente e quando e come trasferire questo nei bilanci delle banche. 

Si tratta di sussidi e aiuti di stato che vengono un pò imbellettati nient'altro 

dalla vendita con l'elastico.

a me pare che una, o molto meglio più d'una, società che compri NPL in tutta europa  e li cartolarizzi opportunamente, potrebbe fare meglio di  società nazionali. è questo il fallimento del mercato attuale; la vera inefficenza, non è il numero di operatori e delle compravendite ma l'orizzonte nazionale che è troppo piccolo, mogli, buoi e debiti dei pesi tuoi. crediti inesigibili di un solo paese sono troppo correlati per avere beneficio rilevante dalla cartolarizzazione, pare ovvio.

è poi tutto il settore finanziario europeo che è afflitto dalla stessa concentrazione del rischio, per gelosie  e diffidenze nazionali causate dalla controllatissima e semi -pubblica governance bancaria.

La principale questione politica è appunto la volonta di tenere perdite e sussidi circoscritte ai confini nazionali.

Sul dettaglio della diversificazione non sono d'accordo, qui non hai aziende vive con un rischio di fallire e quindi flussi di cassa attesi che hanno distribuzioni di probabilità complicate. Si tratta di debiti verso soggetti insolventi per cui i recuperi derivano dalla liquidazione delle garanzie e dalle procedure che sono diversi (e necessitano di operations specifiche paese per paese) 

Non credo che una mega cartolarizzazione europea avrebbe particolari benefici rispetto a ne cartolarizzazioni nazionali. La parte senior va costruita in ogni caso con ampi margini di sicurezza e pertanto non beneficia della struttura su più paesi, mentre per valutare la parte mezzanina e/o junior occorrono operatori con competenze specifiche e operations nei singoli paesi.

 

i recuperi derivano dalla liquidazione delle garanzie e dalle procedure che sono diversi (e necessitano di operations specifiche paese per paese)

il valore di recupero non è allora solo una mera operazione di sconto, afflitta  dall'incertezza temporale e da ipotesi solo sui tassi. voglio dire che molte garanzie sono immobiliari e che i loro valori di mercato potrebbero variare parecchio nel tempo, specie se è un tempo lungo. allora si prefigura meglio una distribuzione di probabilità se non complicata, almeno incerta e non banale, da cui la possibiltà di decorrelazione etc. allungare i tempi di una liquidazione non è sempre e solo calciare il barattolo. in altro ambito si pensi a quella di lehman, tutt'ora in corso.

la discussione risulta comunque oziosa, considerando che  fonti autorevolissime come l'eba, si sono ridotte a proporre vendite con l'elastico: si deve  pensare il peggio?

ascolto

bonghi 27/2/2017 - 18:20

gia' consigliato in un commento andato perso con l'"attacco informatico" torno a proporvi l'interessante punto di vista del vicedirettore del sole 24 ore ; e' la trasmissione delle 19:30

https://www.radioradicale.it/riascolta?data=2017-01-13

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