Le contraddizioni del decreto lavoro

27 giugno 2013 giulio zanella

Ieri il governo ha approvato il "decreto lavoro 2013". Un breve commento per sottolinearne alcuni aspetti contraddittori.

I dettagli del provvedimento sono qui, qui e qui.

Contraddizione 1. La principale misura consiste nella riduzione del costo del lavoro di 1/3 per 18 mesi per i neoassunti (neoassunti speciali, vedi sotto). Se il governo crede che questo possa bastare a creare un posto di lavoro, allora crede che il costo del lavoro sia l'ostacolo che impedisce all'occupazione di aumentare. Perche' allora non fare una delle seguenti cose, o una combinazione delle due? Primo, ridurre la pressione fiscale sul lavoro. 1/3 del costo del lavoro per un anno e mezzo equivale (facendo i conti facili con zero inflazione e zero tasso di interesse) al 5% del costo del lavoro per un rapporto di lavoro con durata attesa di 10 anni. Se la misura varata crea occupazione, il taglio si autofinanzia per neoassunti e finanzia parte del taglio per i gia' occupati (un nuovo occupato finanziera' il taglio di 2 gia' occupati coi 2/3 di cuneo fiscale che restano dopo lo sgravio, assumendo che i nuovi posti di lavoro siano distribuiti, rispetto al salario, come quelli esistenti). Se e' politicamente impossibile ridurre la spesa per reperire le risorse residue necessarie c'e' un secondo (equivalente) modo: permettere che un neoassunto accetti un salario lordo del 5% inferiore. Dovrebbe essere meglio che essere disoccupato. Se il governo non fa queste cose rivela di non credere che funzionino.

Contraddizione 2. Il target sono i lavoratori meno qualificati: un requisito e' essere un giovane con titolo di studio inferiore al diploma di scuola superiore (la terza media, cioe'). Si parla di spendere circa 800 milioni di euro per 100mila nuove assunzioni a tempo indeterminato, circa 8mila euro a posto di lavoro. I numeri del governo implicano quindi riduzione media di 450 euro al mese ovvero target si un salario medio lordo mensile di 1350 euro. Parecchio basso, trattandosi di salario lordo per lavori a tempo indeterminato. A me non pare una buona idea distorcere i salari relativi per incentivare la creazione di posti di lavoro a cosi' basso valore aggiunto, disincentivando quindi la creazione di quelli di maggiore qualita'. Quelli che il governo vuole creare non saranno (se mai si materializzeranno, dato quello che sappiamo su sussidi di questo tipo) posti di lavoro "buoni", il che contraddice lo slogan del governo secondo il quale il provvedimento creera' posti di lavoro di qualita'. Non sarebbe meglio affrontare il problema dei disoccupati con bassissimo capitale umano nel mezzo di una recessione mediante forme attive (formazione) e passive (trasferimenti) di welfare?

Contraddizione 3.  Il decreto prevede vantaggi per chi assume lavoratori in cassa integrazione (CIG). La logica della CIG e' tenere legato il lavoratore all'impresa durante i momenti di crisi. Il governo crede all'utilita' della CIG o no? Se no, dovrebbe sostituire questo istituto (come da tempo su questo blog suggeriamo) con un'assicurazione pubblica universale contro la disoccupazione stile Danimarca, rafforzando l'ASPI. Se si, perche' prevedere questi vantaggi nel decreto lavoro?

Contraddizione 4.  Il decreto riduce la lunghezza della "pause" obbligatorie tra un contratto temporaneo e un altro introdotte dalla riforma Fornero: da 60-90 giorni a 10-20. Non ho mai capito il motivo per cui queste pause siano state introdotte, visto che peggiorano (e di parecchio, lo vedo per esperienza diretta di parenti e conoscenti) la situazione dei lavoratori precari. Se il governo crede che queste pause siano dannose (come il mettervi mano suggerisce) allora deve eliminarle del tutto. Se non lo fa allora vuol dire che le ritiene utili. Che senso ha ridurle a 10-20 giorni? Perche' non 7 o 28? Perche' non aumentarle a 109?

41 commenti (espandi tutti)

per la contribuzione - a quanto pare - sono alternativi, non cumulativi: cfr. il post di Seminerio su Phastidio. Resta fermo che si tratta di un intervento distorsivo, meglio sarebbe stato ridurre direttamente l'imposizione sui redditi di tali soggetti.

Visto, grazie. I giornali hanno fatto pessima informazione su questo punto, meno male Mario ha rimediato :-)

Questo limita l'applicabilita' della contraddizione 2 ma non intacca le altre.

Che sul Post discute la cosa, partendo da una sospettosissima lettera pubblicata da Repubblica. A me però sembra che, anche se il requisito della terza media è uno dei possibili e non necessario, la contraddizione logica segnalata da Giulio resta in piedi tale e quale. Resta infatti vero che il governo in qualche modo pensa opportuno sussidiare la creazione di posti di lavoro per lavoratori a basso livello di istruzione.  E giusto per sottolineare la contraddizione, mi piace ricordare che proprio Letta, con il fido compare e attuale ministro Lupi, fu tra i primi firmatari di una inutilissima legge sul ''ritorno dei cervelli'' che invece imponeva come condizione per sussidiare il rientro che si avesse almeno il diploma di scuola superiore. Si vede che hanno cambiato idea, mentre non hanno cambiato idea sull'opportunità di distribuire sussidi ad mentula canis.

mi piace ricordare che proprio Letta, con il fido compare e attuale ministro Lupi, fu tra i primi firmatari di una inutilissima legge sul ''ritorno dei cervelli'' che invece imponeva come condizione per sussidiare il rientro che si avesse almeno il diploma di scuola superiore. Si vede che hanno cambiato idea

Grazie all'ottima memoria del sempre ottimo Sandro possiamo annotare anche questa contraddizione nella contraddizione.

Il bello di un governo bipartisan e' che puoi prendere due piccioni con una sola fava da beccare. Meglio, beccare due fave con un solo volo di piccione. :-). Lo dico con un po' di dispiacere perche' Enrico Letta mi sta simpatico e mi aspettavo qualcosina di piu'.

forse sono considerati persi per sempre. Allora, avanti con un po' di sano populismo! o pauperismo?

Ma allora, se non è necessario essere senza lavoro, un imprenditore "furbo" potrebbe licenziare qualche giovane per poi riassumerlo con incentivo. Oppure c'è una norma che lo proibisce? E come funziona nei settori tipo edilizia, dove in genere si costituisce una società per costruire l'immobile, che alla fine dei lavori viene liquidata?

Concordo con Sandro. De Luca dice una cosa giusta ma questa volta non centra il punto: il fatto che i requisiti non siano cumulativi e che la lettera sia falsa non contraddicono il rischio che si creino incentivi perversi.

Volevo provare a inviarvi un post su questo argomento, ma poi ho visto che Giulio mi ha preceduto :-D.

  • Mi stupisce, comunque, non aver ancora trovato qualcuno che sottolineasse che Incentivi "selettivi" di questo tipo creano inevitabilmente:
  • - Ingiustizie: perché chi ha 30 anni è meno meritevole di essere aiutato chi ne ha 29? Perché chi ne ha 49 è meno meritevole di chi ne ha 50? Chi vive da solo con una persona a carico ed è senza lavoro non può essere, almeno in alcuni casi, una persona cui i genitori hanno comprato casa o pagano l'affitto? Chi non ha il diploma è poverino e va aiutato o è meno meritevole rispetto a chi ce l'ha? Chi due mesi fa, per necessità, ha accettato un lavoro umile e sottopagato è più o meno meritevole di chi è choosy (!), sta a casa con i genitori e aspetta?
  • - Distorsioni, nella misura in cui generano incentivi perversi: scegliere di non diplomarsi è forse un caso limite, ma se io avessi un figlio disoccupato di 25 anni e ne avessi la possibilità, mi affretterei a cacciarlo da casa pagando l'affitto a lui e, magari, alla sua ragazza più giovane e disoccupata (a carico) per garantirgli più elevata probabilità di trovare lavoro.

Insomma, mi pare l'ennesima riproposizione del mitico modello superfisso...

A me piace l'Art.2 del decreto, quello che deroga a tutto e tutti, purchè collegato all'iniziativa "Expo 2015", tanto che si prevede anche la possibilità di avere co.co.pro. in deroga purchè sul contratto sia scritto "Expo 2015", ovviamente la norma si applica su tutto il territorio nazionale, scrivi "Expo 2015" et voilà, il gioco è fatto.

Ed in questo non c'è nessuna contraddizione con la tradizione politica italiana, per aggirare le norme astruse che mettono si cerca un'occasione speciale (la prossima sarà la sagra della mortadella) e così crei la deroga speciale alla legge speciale con tutti i suoi bei rimandi, etc., etc.

Niente di nuovo sotto il sole, la solita via italiana: tanta confusione e "ammischiamento" di carte, un pò di superfisso (come fa notare l'ottimo marcospx), un pò di deroghe, e in testa l'idea è che ci sono troppi camerieri a nero (vero).

... non ho capito questa parte:

Se la misura varata crea occupazione, il taglio si autofinanzia per neoassunti e finanzia parte del taglio per i gia' occupati (un nuovo occupato finanziera' il taglio di 2 gia' occupati coi 2/3 di cuneo fiscale che restano dopo lo sgravio, assumendo che i nuovi posti di lavoro siano distribuiti, rispetto al salario, come quelli esistenti)

Come fa un taglio a finanziare qualcosa?

Mi prenda per un Suo studente che Le chiede un chiarimento :)

Se ogni lavoro che doveva pagare 100 ora paga 66.6, ogni lavoro che viene creato a causa di questa misura genera un'entrata di 66.6 per lo stato. Quindi i  33.3 persi ne hano generato altri 33.3.

Come ha gia' spiegato Andrea, pensa a un disoccupato. Questa persona oggi non produce e non riceve reddito tassabile. Se lo facesse, allora il governo (via imposte di tipo "payroll taxes", a carico del datore di lavoro e del lavoratore) incasserebbe, diciamo, 90 (ignoriamo per semplicita'  le alre imposte e tasse). Se ora il governo, riducendo queste imposte a 60 (di un un terzo, cioe') induce qualcuno ad assumere il disoccupato, allora il saldo netto dell'operazione per il governo e' 60 (quello che incassa dopo il taglio) meno zero (quello che avrebbe incassato senza il taglio), cioe' 60. Non solo il taglio si e' autofinanziato, ma questi 60 possono essere usati per ulteriori tagli a chi gia' lavora.

La domanda e': se il governo italiano crede che funzioni cosi' perche' non fa riduzioni di imposte di questo tipo a manetta invece che solo per i giovani con bassa istruzione? Come fa a sapere che funziona per loro e non per altri? Mi piacerebbe vedere una sperimentazione controllata seria per rispondere a domande di questo tipo, solo che si preferisce procedere sempre in questo modo alternativo, quello che in gergo tecnico si chiama "alla cazzo di cane".

non ho letto la norma, quindi mi baso su l'articolo e i commenti.

Lo sgravio è contributivo, quindi questa specie di effetto laffer non si dovrebbe applicare. In primo luogo, la probabilità che generi un effetto tale da aumentare le assunzioni per quella categoria in misura superiore a quella che comunque si sarebbe verificata e tale da compensare la minore entrata mi pare quantitativamente difficile (questa è una questione che si vedrà). In secondo lugo, che è il mio punto, è che il contributivo previdenziale non è imposta che va allo Stato e finanzia qualcosa, ma è un contributo, appunto, per la pensione di quel lavoratore. Delle due l'una. O la pensione rimane la stessa (cioè gli conteggiano contributi figurativi) e quindi si ha oggi una minore entrata che poi dovrà essere ripianata in futuro al momento del pensionamento di quella persona, oppure gli  è stata ridotta la pensione a quel lavoratore incentivato rispetto a un lavoratore che non riceve lo sgravio. Quindi anche se aumentasse in modo sproporzionato il numero di occupati in quel segmento di popolazione non vi sono maggiori entrate da conteggiare perché se queste entrate si realizzassero sarebbero già impegnate dal punto di vista attuariale oppure porterebbero con loro un debito futuro per le pensioni di quei lavoratori. 

  1. Grazie mille ad entrambi per le delucidazioni. Credo di aver capito.
  2. Faccio un riepilogo consapevole del fatto di potervi annoiare.
  3. Io Stato mi trovo di fronte a due scenari:
  • a) viene assunto un disoccupato: dunque incasso 60 (anziché 90) contro 0 (l'alternativa sarebbe stata la disoccupazione). Saldo: 60;
  b) viene assunto un lavoratore (ovvero viene regolarizzato a tempo indeterminato un precario): in questo caso incasso sempre 60 ma a dispetto di una situazione già esistente che, seppur precaria, mi faceva incassare 90. Saldo: -30.   Quindi con una riduzione di 1/3 della pressione fiscale sul lavoro, un neo assunto si autofinanzia e, inoltre, finanzia la conferma di due già lavoratori. Bene.   Però in questa analisi stiamo supponendo che tutte le assunzioni ex-novo vengano effettuate solo per via del Decreto. Ci potrebbe essere, invece, una situazione in cui il neo assunto sarebbe stato tale anche senza il Decreto, ovvero quell'azienda aveva già intenzione di assumerlo e il Decreto fungerebbe da una sorta di "sanatoria agevolata" di un qualcosa che comunque sarebbe avvenuto. In questo caso la situazione a) avrebbe anch'essa saldo -30, quindi non si autofinanzierebbe ne finanzierebbe altri tagli di già occupati.                    

certo

marcello urbani 30/6/2013 - 11:31

Infatti Giulio scrive: "si autofinanzia per neoassunti e finanzia parte del taglio per i gia' occupati". Quanta parte dipende da quanti neoassunti.

Ho sentito questo studio citato su La7. Bruno Anastasia sara' magari un bravissimo ricercatore ma a me questa sembra pessima ricerca. Ci dovrebbe essere un disclaimer grande come una casa sul potenziale effetto di misure del genere di anticipare decisioni gia' prese, ma non ho trovato nulla a proposito. Sono troppo cattivo?

L'analisi di Anastasia non mi sembra fatta male, e' certamente il meglio che si puo' fare per analizzare politiche di quel tipo. Di fatto fa un diff-in-diff usando uomini 30+ come controfattuale per le donne 30+. Se uno crede alle assunzioni sottostanti (trend parallelo, che sembra essere il caso, e trattamento "as good as randomly assigned") allora si puo' calcolare che l'effetto per le donne 30+ e' di circa +207 stabilizzazioni (vedi figura sotto, ricostruita dalla tabella pubblicata) Piu' di questo, difficile dire senza fare assunzioni eroiche.

anastasia

 Prendiamo per un attimo per buona la stima finale di Anastasia, per cui le imprese sono disposte, al margine, a stabilizzare lavoratori precari per 30mila euro. Questo corrisponde a circa due anni di lavoro per lavori "precari". Se un rapporto di lavoro dura mediamente 10 anni (non ne ho idea, vado un po' a caso qui)  stiamo parlando del 20% della retribuzione. Se dura 20 del 10%. Mi sembra una stima plausibile del costo atteso del licenziamento e quindi del "premio per la stabilizzazione". Per altro verso questo conferma che uno dei problemi, al margine, e' l'eccessiva tassazione del lavoro. 

Questo conferma che uno dei problemi, al margine, e' l'eccessiva tassazione del lavoro.

Già, conferma che ogni volta che lo Stato vuole agevolare l'economia, la ripresa o quant'altro la prima cosa che deve fare è eliminare o ridurre gli ostacoli, imposte, contributi, regole, norme, disposizioni che ha messo in questi ultimi decenni.
In pratica eliminare il lavoro fatto male in precedenza.
Purtroppo non c'è alcuna garanzia che questo lavoro di pulizia sia a sua volta fatto bene, visto che è fatto dagli stessi di prima. 

Chiamo in causa anche Pontiroli perché sarebbe un "nemico" (ancorché spiritoso) delle definizioni in ambito legislativo.

Il commento di Forti mi alza la palla su questo tema.

Cos'è che dovrebbe impedire ad un potere pubblico (in questo caso il legislativo, che qui viene esercitato dall'esecutivo senza che nessuno obietti) di agire in modo arbitrario contro l'interesse dei cittadini?

La risposta dovrebbe essere "la Costituzione", che ha i noti compiti di arginare, difendere e delimitare.

L'argomento è ora "Il lavoro". La Costituzione ne parla ? Sì. Art. 4.

Lo difende, come se fosse un diritto? Sì. Addirittura, impone allo Stato di "promuovere le condizioni che rendano effettivo questo diritto".

Allora, perché mai lo Stato ha passato gli ultimi 60 anni ad imporre sempre maggiori ostacoli al libero svolgimento delle attività lavorative?

Per il semplice fatto che legulei e giudici non hanno mai considerato il "diritto al lavoro" come una   "libertà" (ad esempio: di offrire un servizio per compensi liberamente pattuiti), da difendere con divieti ad ostacolarla (diritto negativo). Bensì come qualcosa da imporre con forme di coercizione.

Il "diritto al lavoro" è diventato, ad esempio, la coercizione nei confronti di un impresario di continuare a pagare salari (pattuiti da altri - tramite la "concertazione" mussoliniana) per potenziali servizi di cui non abbisogna, e la cui corresponsione significherà magari il fallimento della sua attività.

Oppure, significa altre cose tipo "gli ammortizzatori sociali".

Altrimenti, ha significato dotare i "lavoratori" di organizzazioni, ovviamente in modo coercitivo nel senso che se non ne fai parte non puoi lavorare (vedi ordini, albi, istituti tipo "ipasvi").

Secondo gli orientamenti attuali significherebbe anche il potere dello stato di aumentare le imposte sul lavoro di alcuni, al fine di ridurre gli oneri fiscali sui altri, ancorché ricadenti in certe categorie esclusive (nuovi assunti, "giovani", senza titoli di studio etc.).

A mio avviso, il motivo di tutto questa schizofrenia è quello di sempre: la Costituzione cita qualcosa che non definisce.

Basterebbe invece definire in Costituzione il "diritto al lavoro" come:

"la libertà di una persona (fisica o giuridica) di offrire un servizio ad un altra in cambio di un corrispettivo pattuito liberamente tra le due",

per avviare una modifica dei codici (e della giurisprudenza) che cancellerebbe tutti gli ostacoli che l'autorità pubblica e la legislazione ora impongono a questa libertà fondamentale.

Ho notato che quasi tutte le discussioni in questo sito riguardano problemi di interpretazione semantica (il grande Bruno Leoni ne scrisse un bel pò a riguardo). Cos'è per il legislatore "la famiglia"(pareri discordi), o cosa intenda per "provvedimento giudiziale parificato a sentenza" (niente a quanto sembra). O di cosa parli la Costituzione all'art. 2 garantendo "i diritti inviolabili dell'uomo" senza elencarli (risultato: i diritti inviolabili non esistono).

La Costituzione vede il diritto al lavoro come uno strumento di promozione dell'uguaglianza sostanziale: il compito di renderlo effettivo - assegnato alla Republbica, non allo Stato - è concretizzato dalle disposizioni degli artt. 35/40.

In tale contesto, il diritto al lavoro si contrappone alla libertà di offrire i propri servizi ricevendo un corrispettivo: la Repubblica intende proteggere i lavoratori, sia mediante strumenti giuridici direttamente invocabili da ogni singolo lavoratore, sia sostenendo l'attività sindacale.

La mancata elencazione dei diritti inviolabili non ha impedito di identificarli, innanzi tutto all'interno degli artt. 1/11 della stessa Costituzione, sia con riferimento alle varie Dichiarazioni internazionali di essi, compresa la Carta di Nizza. In pratica, la tutela dei diritti inviolabili è affidata alla loro individuazione - più o meno creativa - da parte delle corti di giustizia, in rapporto dialettico con l'interpretazione accademica.

P.S. - Ciò non vuol dire che io approvi tali esiti: ma ormai fanno parte della realtà, bisogna tenerne conto ed adeguare ad essi la propria azione, nel senso di conformarvisi oppure di combatterli consapevolmente. I governi di S.B. non ne sono stati capaci.

Io concordo con te che gli articoli dai 35 ai 40 hanno generato una legislazione che "si è contrapposta alla libertà di offrire i propri servizi ricevendo un corrispettivo".

Secondo me, questo non sarebbe però successo se l'art. 4 fosse stato dotato della definizione di cui sopra. E, sempre secondo me, siamo ancora in tempo.

Concordo anche che

"tali esiti ormai fanno parte della realtà, bisogna tenerne conto ed adeguare ad essi la propria azione. Nel senso di conformarvisi oppure di combatterli consapevolmente".

Il mio intendimento sarebbe appunto quello di proprorre soluzioni (di tipo strutturale - non "manutentivo") per combatterli. Dov'è il difetto logico?

(PS: non so perché hai citato SB, ma ritengo che, sia lui che il PD che gli altri, siano tutte bande interessate allo status quo, mentre quella di Grillo non ha la cultura di proporrre soluzioni alternative).

Gli articoli della Costituzione non si interpretano isolatamente, ma nel loro complesso: il diritto al lavoro proclamato dall'art. 4 è quello descritto dagli artt. 35/40. Bisogna intervenire su questi articoli, per cambiare la realtà, non solo sull'art. 4.

S.B. aveva proposto, all'origine, un vago progetto di società liberale: ovviamente, dal PD - o da chi c'era allora, guidato da Akel - non ci si aspettava tanto.

Forse hai ragione a proposito della necessità di modificare gli articoli da 35/40. Io rimango dell'opinione che potrebbero invece essere compatibili con il "diritto al lavoro" inteso come libertà, salvo generare una diversa legislazione. Il tema è opinabile.

Ma una cosa invece è certa: l'articolo 4, senza definizioni, è semplicemente inutile. Potrebbe non esserci.

Esattamente come l'articolo 2, nella parte riguardante i diritti. Senza definizioni, né l'uno né l'altro servono a nulla.

Mi piacerebbe commentare anche l'aggettivo "democratica" all'art.1, nonché la curiosa pretesa che diverse istituzioni possano essere "basate" sull'ozio. Meglio tralasciare.

Conclusione: non so per chi, Prisco, ritenesse pericolose le definizioni in diritto. Forse per una classe politica che necessitasse interpetabilità per poter esercitare arbitrio?

In realtà, mi sembra che il diritto romano fosse abbastanza limitato come corpus legis, basandosi più sulla giurisprudenza, che ha la virtù di conseguire l'isonomia della legge (un pò come il modello ateniese, quello dei liberi comuni italiani e l'attuale anglosassone).

Laddove invece è il diritto a prevalere, ritengo necessario che sia almeno chiaro.

intendeva appunto ammonire contro la capacità delle definizioni di adeguarsi ai mutamenti sociali, fossero esse proposte dal legislatore o dalle fonti giurisprudenziali.

Quanto alla capacità case law di assicurare l'isonomia, mi permetto qualche dubbio: infatti, nell'evoluzione del diritto inglese un ruolo fondamentale ha avuto l'equity, giurisdizione "di coscienza" affidata in origine al Lord Chancellor (un ecclesiastico) ed operante dove il diritto affermato dalle corti regie non offriva rimedi.

Diversa la storia del diritto americano e, all'interno dello stesso UK, di quello scozzese: mai parlare di diritto anglosassone perché semplicemente non esiste!

varie

Guido Cacciari 7/7/2013 - 23:22

Le tue risposte, ancorché tese al dubbio più che alla proposta, sono sempre interessanti Anche se non sempre le condivido. Infatti:

- Per quanto riguarda la necessità di evitare le definizioni per permettere l'adeguamentio del diritto, sono in totale disaccordo. Al contrario, è proprio la chiarezza dei concetti che permette il corretto adeguamento. La Svizzera cambia la Costituzione di continuo, ma non certo perché è scritta in modo criptico.  Il caso del diritto di famiglia è abbastanza paradigmatico. Questo vale tanto più per le norme costituzionali.

- l'interpretabilità del Diritto è sempre il suo nemico, ciò che lo priva di significato. Il soccorso della giurisprudenza aiuta almeno alla omogeneità delle sentenze.

- un diritto interpretrabile è un diritto che non esiste, non serve a nessuno. Se lo priviamo anche della giurisprudenza, tanto vale tornare alle teocrazie, al governo dei religiosi "illuminati" in quanto tali (il lord chancellor?).

- Curiosa anche la tua critica al mio riferimento ad un "modello anglosassone" in fatto di utilizzo della giurisprudenza, contrapponendolo al nostro. Pensavo fosse opinione comune che l'utilizzo della giurisprudenza differenziasse in modo netto certi sistemi giuridici  (non solo UK, ma anche USA e vari stati del commonwealth) rispetto a quelli che potrei indicare come "latini", laddove la giurisprudenza è priva di valore o autorità.

- Sono anche curioso di sapere perché mi hai corretto quando ho attribuito certe prerogative allo Stato anziché alla Repubblica. Pensavo che la "Repubblica" fosse una forma di Stato. Perché ritieni importante questa distinzione?

Rispondo alle ultime, next time alle altre.

Stato v. Repubblica: secondo la Costituzione, lo Stato è un'articolazione della Repubblica, come le Regioni, le Province, le Città metropolitane ed i Comuni: cfr. l'art. 117 riformato dal CSX, ma l'interpretazione costituzionale distingueva già i due concetti. Il succo della distinzione è che i compiti assegnati dalla Costituzione alla Repubblica possono essere espletati anche dalle altre istituzioni. La riforma appena ricordata ha portato all'estremo tale idea, riservando allo Stato alcune competenze legislative, generalizzando la competenza concorrente delle Regioni ed esasperando di conseguenza la conflittualità tra Stato e Regioni.

Modello anglosassone: ti ho già detto che non esiste, proprio perché non esiste una  common law seguita da tutti i paesi anglofoni: ogni giurisdizione ha una common law propria, perfino all'interno degli USA ci sono tanti sistemi di common law quanti sono gli Stati federali, ad eccezione della Louisiana che è un sistema misto, originariamente di civil law (come pure la Scozia ed il Sud Africa). Detto ciò, si riconosce comunemente, tra gli studiosi di diritto comparato, che la distinzione tradizionale da te evocata non regge più, perché l'importanza della legislazione nei paesi di common law è cresciuta, come quella della giurisprudenza in quelli di civil law: certo, la tradizione resiste e con essa resistono approcci diversi alla decisione di un caso, ma non c'è più la netta contrapposizione di un tempo - che, peraltro, può essere stata più una costruzione di comodo che lo specchio di una realtà vivente.

Il resto a domani, spero.

che riguarda i primi tre punti, trattati in maniera congiunta perché si reggono su un presupposto comune, se non m'inganno: che il diritto sia - o debba essere - qualcosa di nettamente definito, certo, tendenzialmente immutabile e soprattutto immediatamente comprensibile.

Non è mai stato così, neppure in epoche di minore complessità di quella attuale, né avrebbe mai potuto esserlo: la legge è incapace di prevedere tutti i possibili casi concreti, perché il legislatore onnisciente non esiste; i discorsi del legislatore reale richiedono perciò un'interpretazione, per comprenderne tutti i significati e per individuarne le strutture logiche, in difetto di che l'applicazione delle leggi non soddisfa l'esigenza di fondo della legislazione che è porre regole generali, applicabili ad una molteplicità di casi.

Intendo dire che senza un'interpretazione consolidata del discorso legislativo sarebbe meglio ripiegare sulla case law, vale a dire sulla decisione giudiziaria fondata sul senso di giustizia alla luce di ogni caso: ma poi, per dare soddisfazione al bisogno di isonomia che hai evocato, sarà sempre necessaria un'elaborazione generalizzante dei principi ricavabili dalle singole decisioni.

Per inciso: la giurisprudenza del Lord Chancellor è stata una gloria del diritto inglese, non ha avuto nulla di teocratico né di sapienziale, fondandosi piuttosto su principi di civiltà comuni all'Inghilterra ed all'Europa medievali.

che il problema della interpretabilità del diritto sia universale e storico.

Ma mi senbra che tu stia tessendo l'elogio di un difetto.

si realizza con la fine della storia e, secondo le credenze, l'instaurazione di una società di santi o la scomparsa dell'umanità.

Caro Luponti, nonostante la stima che ti porto, penso di aver notato un piccolo difetto nella tua capacità di analisi.

Tu hai fatto parte per decenni di un sistema giuridico di cui sei diventato esperto, per cui senza saperlo te ne sei innamorato - nel senso che hai difficoltà a vederlo diverso.

E' capitato anche a me, nel mio periodo do peregrinazione da una azienda all'altra. Dopo 3 o 4 anni in una impresa, avevo difficoltà ad immaginare sistemi organizzativi diversi, e passando a quella nuova, tentavo di riorganizzarla secondo la mia precedente esperienza. Poi, mi ci abituavo fino ad interiorizzare il nuovo sistema. Che poi mi portavo dietro nella azienda successiva e così via.

Immagino che chi abbia lavorato per decenni in un solo sistema abbia un bel pò di difficoltà a vederlo diverso (il che sembrerebbe contraddire la mia teoria sulla necessità di "competenza" dei vertici dei poteri istituzionali, ma in fondo non più di tanto).

Su, un piccolo sforzo: il mondo può anche essere diverso da come lo conosci!

che mi è sfuggita. Non condivido affatto le tue valutazioni che, francamente, sono sgradevoli per il tono da "fratello maggiore" che la sa lunga in virtù delle sue esperienze. Le mie considerazioni nascono dallo studio dell'ordinamento giuridico italiano comparato con esperienze di altri paesi europei e degli USA: studio condotto per mezzo secolo, attraversando una complessa evoluzione dottrinale, giurisprudenziale e legislativa. Credo di avere acquisito una sufficiente consapevolezza dell'esperienza giuridica contemporanea che, contrariamente a quanto tu ritieni, è in continuo movimento, e dei valori che la ispirano: valori che non sempre condivido, anzi talora contesto, ma che non possono essere ignorati. Alcuni frequentatori di codesto sito, quorum et tu, sembrano credere che ciò sia possibile: non me ne scandalizzo, ma neppure mi intimidisco alle loro requisitorie. De hoc satis.

. . . le formule dubitative che ho usato dovrebbero escludere l'atteggiamento da "fratello maggiore".

E dov'è finito il consueto distacco ironico dell'ottimo Luponti?

Mmmh . . . . devo aver toccato qualche corda . . . ma non importa.

De hoc satis.

Il sussidio è pari (al massimo) a 650 euro per diciotto mesi, cioè 11700 euro. Quindi i beneficiari del sussidio dovrebbero essere 800 milioni / 11700 = 68.000 circa, a meno che i neo assunti non siano pagati in media molto meno di 23400 euro annui ( compresi imposte e contributi al lordo dei sussidi)

Il conto e' corretto, ma se lo fai considerando il sussidio massimo di 650 euro, allora 68mila e' il numero minimo di beneficiari.

Esatto

Giovanni Vera 1/7/2013 - 22:45

68.000 è il valore minimo, ma per arrivare ai 100.000 del post servono salari medi molto bassi, per i 200.000 ipotizzati dal governo salari da paesi in via di sviluppo.

Allora, perché mai lo Stato ha passato gli ultimi 60 anni ad imporre sempre maggiori ostacoli al libero svolgimento delle attività lavorative?

Ok, una cosa potrebbe essere quanto scrivibile in una Costituzione ma ritengo che il vero argine ad abusi legislativi contro il lavoro dovrebbe essere il popolo stesso, se avesse la capacità di comprendere come si realizza il suo principale interesse (nel caso: lavorare liberamente).

Il popolo purtroppo non chiede libertà ma esige sicurezza, protezione e protezionismo, a perpetuazione di un sistema fascio-corporativo-sindacale ...  non chiede libertà (con i rischi ad essa connessi) ma preferisce una gabbia protettiva, malgrado il suo costo.

Tra liberalismo e protezionismo in Italia (e non solo) ha vinto nettamente il secondo.

Lo Stato quindi fornisce un servizio ben condizionato dalla domanda (di protezione) e naturalmente ci mette molto del suo per continuare a far credere che la protezione dello Stato sia indispensabile. Lo fa perché il rapporto protettore-protetto di solito è a sua volta un rapporto di mercato e non è gratuito.  E quindi la politica in cambio di protezione ci guadagna, esigendo il suo prezzo (imposte e contributi oltre la normale soglia di accettabilità).

Per chiudere in modo scherzoso, dichiaro un certo vuoto di memoria e chiedo il vostro aiuto .... Quando uno per proteggere si fa pagare attingendo una quota dei guadagni del protetetto, ... come si chiama? Ma ... Magn ... accidenti ce l'ho sulla punta della lingua!

Il popolo purtroppo non chiede libertà ma esige sicurezza, protezione e protezionismo, a perpetuazione di un sistema fascio-corporativo-sindacale ...  non chiede libertà (con i rischi ad essa connessi) ma preferisce una gabbia protettiva, malgrado il suo costo.

Io non ne sono sicuro.

Sono invece sicuro che:

- "il popolo" è composto da individui;

- i partiti, i sindacati, le gerarchie ministeriali, quelle delle amministrazioni locali sono dei gruppi organizzati, ed in quanto tali molto più forti dei singoli individui.

In condizioni di democrazia, gl individui hanno qualche possibilità di manifestare la "vox populi".

In condizioni di "partitocrazia" (ovvero in cui l'eletto dipende dal partito, il quale a sua volta esiste grazie a finanziamenti e collegamenti ad altre organizzazioni), direi proprio di no.

Poiché in Italia siamo nel secondo caso, come fai a dire di conoscere la "vox populi"?

Sappiamo a d esempio, tramite i referendum, che "il popolo" è a favore di legge elettorale uninominale, ed è contro il finanziamento pubblico dei pariti.

Poiché invece abbiamo una legge elettorale a liste chiuse ed il finanziamento pubblico, se non ci fossero stati i referendum (il cui risultato non è stato esaudito) tu ne concluderesti che è "il popolo" che li vuole?

Non dico di conoscere la vox populi ma la interpreto sulla base del risultato.  Tutti i grandi partiti offrono una qualche forma di protezione economica al blocco sociale di riferimento  e caso mai si litiga sul prezzo, visto che ora palesemente è diventato troppo alto.

PS: mi pare che gli spammer abbiano bucato il forum ;-)

Ecco, è proprio il contrario di ciò che intendevo.

Cercavo di dimostrarti, evidentemente in modo non chiaro, che lo status quo non è il "risultato" (spam) dell'opinione della gente.

Non siamo mica in Svizzera . . .

Il risultato (status quo) non sarà determinato al 100% dall'opinione della gente su tutti i temi possibili immaginabili (in alcuni casi - concordo - è nettamente divergente) ma per quanto riguarda la domanda di protezione rispetto alla domanda di libertà io penso di sì, che corrisponda.

C'è del vero in quel che dici.

Fino a che le "catene" non ti trascinano al baratro, come nel nostro caso.

Allora, anch'esse dovrebbero diventare decisamente antipatiche.

Il problema è un altro: che l'uomo tende alla rassegnazione.

Si è rassegnato, senza condividerli,  ai sacrifici umani, al rogo delle streghe, alle teocrazie, ed ora alla partitocrazia ed al parlamentarismo. Se nasci e vivi in un sistema, subisci una sorta di torpore mentale che inibisce visioni alternative.

A meno che "qualcuno" (cioè: un movimento culturale) non ti "illumini", ovvero ti convinca della possibilità di un sistema diverso.

Se lo trovi, leggi la "Storia delle Dottrine Politiche", di Gaetano Mosca. Basta l'introduzione.

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