Dobbiamo preoccuparci della deflazione? Forse che sì forse che no.

Dove si illustra perché la diffusa preoccupazione per le tendenze deflazionistiche nell'area Euro è almeno in parte infondata.

Introduzione

Di questi tempi si fa un gran parlare di deflazione, cioè della tendenza dei prezzi (per esempio misurati dall'indice dei prezzi al consumo o, misura forse più appropriata, dal deflatore del PIL) a diminuire o a ristagnare anziché aumentare come succede quando c'è inflazione, condizione più frequente in Europa e altrove negli ultimi 70 anni.

Nel corso del 2013, per esempio, l'indice dei prezzi al consumo armonizzato nell'area Euro è aumentato dello 0,85%. L'aumento a maggio 2014 rispetto a maggio 2013 è stato dello 0,51%, per cui anche per il 2014 ci si aspetta un tasso di inflazione molto basso nell'area, forse più basso che nel 2013. Lo stesso indice era aumentato del 2,2% del 2012, in linea con la media del decennio 2000-2009, quando il tasso di inflazione medio annuo era stato pari al 2,1%. Anche se tecnicamente quello 0,85% (così come lo 0,51%) non è deflazione, in molti sono convinti che vista la notevole velocità di rallentamento dell'inflazione, il livello dei prezzi nell'area Euro abbia imboccato un piano inclinato e insaponato che conduce dritto allo spettro della "spirale deflazionistica", una situazione in cui la riduzione dei prezzi genera ristagno dell'attività economica, che a sua volta deprime ulteriormente i prezzi e così via. La deflazione è l'argomento economico del giorno in Italia e altrove; ecco, a mò, di esempio la prima pagina del Sole 24 Ore di sabato 6 giugno 2014:

sole 24 ore 6 giugno 2014

La presunzione che la deflazione sia necessariamente un male (e che vada quindi contrastata con tutti i mezzi disponibili) perché premessa e veicolo della stagnazione economica sembra comunemente accettata ed è stata sostanzialmente incontrastata nel dibattito degli ultimi anni. Che questa presunzione sia ormai conventional wisdom è ben testimoniato da un recente post di Paul Krugman. Questo "unanime consenso" è sorprendente (ma non troppo, come illustriamo tra un attimo) perché nell'ultimo decennio la ricerca economica ha prodotto ampia evidenza contraria a tale presunzione. Si veda, per esempio, qui e qui.

Deflazioni cattive e deflazioni buone

La presunzione che la deflazione causi la stagnazione non è troppo sorprendente, dicevamo. Il motivo è che la nostra idea di deflazione è associata alla Grande Depressione degli anni 30 del 1900, quando sia i prezzi che la produzione diminuirono. La figura qui sotto mostra le due serie dal 1925 al 1940 in quattro paesi: Stati Uniti, Regno Unito, Italia e Francia. è evidente nella figura una "spirale deflazionistica" lunga 5 anni (1929-1933) negli Stati Uniti e nel Regno Unito, un po' più lunga (fino al 1935) in Italia e in Francia. [Nota tecnica. In queste figure e nelle successive i prezzi sono misurati dall'indice dei prezzi all'ingrosso e la produzione dal PIL pro-capite in dollari 1990 a parità di potere di acquisto, o PPP, cioè aggiustati per i diversi livelli di prezzo fra i vari paesi. Non sono indici ottimali, ma sono quelli disponibili ed utillizzati correntemente nelle analisi di lungo periodo]. 

bad deflation

Dall'esperienza della Grande Depressione molti inferiscono che la deflazione è un male. Questa inferenza è sbagliata, come a nostro avviso è sbagliata nel caso del Giappone negli ultimi 20 anni, l'altra esperienza che determina la comune percezione della deflazione come premessa della depressione economica (torneremo tra poco sul caso giapponese). Il motivo è che il legame tra deflazione e stagnazione economica osservato durante la Grande Depressione è un'eccezione rispetto alla regolarità empirica deducibile dalla storia economica dei paesi occidentali. Uno sguardo più ampio alla storia economica dei paesi che sono oggi ricchi, infatti, mostra moltissimi casi di deflazione associata a forte crescita economica. Il caso che forse meglio illustra il punto è la lunghissima deflazione sperimentata da questi paesi per buona parte della seconda metà dell'800 (20-30 anni, a seconda dei paesi) mentre il loro PIL pro capite cresceva a tassi molto sostenuti, come mostra la figura qui sotto.

good deflation

L'esperienza deli ultimi duecento anni rivela quindi due tipi di deflazione, una "buona", che si è accompagnata alla crescita, ed una "cattiva", che si è accompagnata alla stagnazione o addirittura alla depressione economica. Ma sono i primi i casi più comuni. Andy Atkeson e Pat Kehoe, nell'articolo citato poco sopra, provano a verificare l'esistenza di una relazione stabile fra variazione dei prezzi e variazione del PIL in un campione di 17 paesi dal 1820 al 2000 e non la trovano. Ovvero, non sembra esistere nei dati alcuna relazione statistica sistematica fra deflazione e depressione economica. Che noi sappiamo, non esiste altra evidenza empirica "robusta" a supporto dell'idea secondo cui l'assenza di inflazione causa o porta con sé stagnazione economica o peggio .

Questo per quanto riguarda l'evidenza empirica. Cosa dice la teoria? Così come la presunzione che la deflazione sia necessariamente un male è basata su inferenza incorretta dalla più recente esperienza di deflazione, questa stessa presunzione è razionalizzata da un'artificio teorico che potremmo chiamare "pregiudizio per estensione": se è vero (ma è vero?) che il livello di attività economica (o dell'occupazione) cresce all'aumentare del tasso d'inflazione, allora (in questo "allora" sta l'artificio) più bassa è l'inflazione minore è il tasso di crescita dell'attività economica. Da cui seguirebbe che se il tasso di variazione dei prezzi è negativo allora tale deve essere anche il tasso di variazione del PIL. Questa deduzione deriva dalla  "curva di Phillips", che ipotizza una relazione fra tassi di variazione di prezzi e disoccupazione. La curva fu disegnata nel 1958  e la riproduciamo dall' articolo orginale di Phillips (la figura è storta nell'originale, non esisteva LaTex allora). Mette in relazione disoccupazione e variazione dei salri nominali: come si vede, la curva minacciava disoccupazione a due cifre in caso di deflazione, anche modesta. Si noti che, ironicamente, il diagramma includeva tutti i punti della deflazione "buona" sperimentata dal Regno Unito dal 1875 al 1895 documentata nella nostra figura sopra (sono i punti sotto l'asse orizzontale), ma che la procedura di fitting di Phillips trattava come deviazioni random; già nel 1958 era evidente che la "curva di Phillips" non era una relazione stabile!

curva di Phillips

Concettualmente, la distinzione tra i due tipi di deflazione (quella "buona" associata a crescita e quella "cattiva" associata a depressione) è molto semplice e altrettanto importante: il processo di riduzione dei prezzi può essere dovuto o a shock dal lato della domanda (per una ragione o per l'altra si riduce la domanda di beni e servizi e i produttori, cercando di vendere, abbassano i prezzi), o a shock dal lato dell'offerta (la produttività dei fattori esistenti o l'offerta aggiuntiva di fattori produttivi aumentano in un modo che consente alle imprese, in concorrenza, di abbassare i prezzi), o a una combinazione dei due. Il primo tipo assomiglia alla deflazione "cattiva" degli anni 30 del '900, il secondo tipo assomiglia alla deflazione "buona" della seconda metà dell'800. Se dobbiamo preoccuparci o no per le attuali prospettive deflazionistiche dipende dunque in larga misura dalla natura degli shock sottostanti o, come argomentiamo sotto, dai cambiamenti di lungo periodo che sono in corso. Noi non possiamo dire che quanto si osservi oggi sia completamente spiegabile attraverso shock di offerta e, per la stessa ragione, crediamo che né Paul Krugman né altri possano dire con ragionevole certezza che si tratti solo di shock da domanda.

Più probabilmente, entrambi gli shock (da domanda e da offerta) sono presenti in un mix che è difficile decomporre, mentre Krugman, Draghi (Draghi?) e (quasi) tutti i commentatori si preoccupano della deflazione perchè assumono che si tratti di una deflazione primariamente da domanda. Questa assunzione non è molto plausibile alla luce di quando sta accadendo da dieci anni a questa parte - e continuerà ad accadere - nell'economia mondiale. Il progresso tecnico  e la globalizzazione che hanno esercitato una enorme pressione al ribasso sui prezzi a partire dalla metà degli anni '90 del 1900 sono ancora in corso e spingono in basso i prezzi di molti beni, soprattutto a parità di qualità. Allo stesso tempo la globalizzazione non vuol dire solo produzione addizionale a costi più bassi ma anche crescita della domanda aggregata. Basta guardare alla crescita delle esportazioni della maggior parte dei paesi, compresa l'Italia, dopo la frenata determinata dalla crisi globale del 2009-2010,  per capire che la "domanda" di beni e servizi nel mondo c'è e non siamo certo di fronte ad una sua riduzione globale.

Il caso teorico della deflazione da domanda

Ma ammettiamo pure che la deflazione sia solo da domanda. Perchè una deflazione da domanda dovrebbe avere conseguenze negative sulla crescita?

Un primo, classico, argomento è che la deflazione indurrebbe i consumatori a rimandare al futuro l'acquisto di beni e servizi; questa riduzione della domanda corrente riduce ulteriomente i prezzi inducendo quindi una "spirale deflazionistica" fatale che porta alla depressione. Se posso aspettare, perché acquistare oggi quello che domani costerà meno? Una semplice risposta potrebbe essere: perchè intanto mi godo il bene. Se io rinvio l'acquisto di una automobile, rimango senza macchina o mi tengo la vecchia. Dovessero i prezzi ridursi in un anno del 10% forse ne varrebbe la pena ma se rimangono stabili o calano dello 0,2%, che ragione dovrebbe esserci per rimandare? Inoltre, questo argomento vale, ovviamente, solo per i beni durevoli come le case, le automobili e le televisioni. Non vale di certo per i beni di consumo non durevoli (per quanto pensate si possa posporre l'acquisto della pasta in attesa d'una sua riduzione di prezzo?) né, soprattutto, per i servizi. Questo secondo aspetto è molto rilevante: siccome l'effetto "spirale" vale solo per i beni (molto) durevoli dovremmo osservare segnali di deflazione particolarmente forti per i beni durevoli e molto meno per il resto. Invece basta andare qui e controllare gli indici settoriali dei prezzi per scoprire che così proprio non è. Fatte salve oscillazioni stagionali o particolarità locali lo stesso vale per tutti i paesi che, in questi ultimi anni, stanno sperimentando una riduzione generalizzata del tasso d'inflazione: la riduzione è pressoché omogenea settorialmente e rimandare acquisti di beni non durevoli e di servizi, ossia di più dei 2/3 della spesa totale per consumi, è alquanto impossibile.

Inoltre, in linea di principio, questo argomento si applica a tutte le deflazioni; quindi perché un americano rimandava l'acquisto di un bene durevole nel 1931 aspettandosi prezzi più bassi nel 1932 mentre suo nonno non faceva la stessa cosa nel 1874 quando era sensato aspettarsi che i prezzi sarebbero stati più bassi nel 1875? La risposta, in questo caso, dipende da molti fattori. Per esempio, dalla struttura dei consumi. L'effetto negativo della deflazione sulla domanda aggregata attraverso il canale del rinvio degli acquisti è tanto più probabille quanto più alta è la percentuale di prodotti dal consumo differibile e che i consumatori sono disposti a differire, e tanto più elevata è la percentuale di acquisti di sostituzione rispetto a quelli di nuovi beni. Dipende inoltre dalle aspettative sul reddito futuro: se i salari sono flessibili (punto su cui torniamo sotto), io mi aspetto che anche i miei redditi diminuiranno in termini nominali e quindi non ho ragione di differire l'acquisto. Ambedue ipotesi plausibili ma da valutare empiricamente. Che noi sappiamo, non esiste evidenza robusta a supporto dell'ipotesi che i consumatori rinviino l'acquisto di beni durevoli durante una deflazione. E quando c'è un po' di evidenza basata su intenzioni auto-riportate (come in questo studio sul Giappone) l'effetto sembra del tutto marginale: secondo lo studio appena citato, l'aspettativa di maggiore deflazione pari a un punto percentuale (come avverrebbe, per esempio, se oggi mi aspettassi che lo 0,5% di inflazione nell'area Euro registrato tra maggio 2013 e maggio 2014 si trasformi in un -0,5%), indurrebbe una riduzione di un punto percentuale nella probabilità di (riportare di essere intenzionato ad) acquistare un bene durevole. In altre parole: solo 1 consumatore su 100 rinvierebbe l'acquisto del frigorifero o dell'auto!

Un secondo argomento è l'effetto della deflazione sul peso dei debiti. Per lo stesso motivo per cui l'inflazione alleggerisce il peso reale di un debito non indicizzato (che, cioé, resta fisso in termini nominali), la deflazione aggravia tale peso. Per i debitori, la deflazione implica maggior debito reale. Questi ultimi, pertanto, si troverebbero costretti a contrarre la spesa, innescando così la spirale deflazionistica di cui sopra. Inoltre, il maggior debito reale aumenta la probabilità di default e quindi di una crisi finanziaria che indurrebbe ulteriore contrazione dell'attività economica. Il primo argomento non ci pare molto solido. Per ogni debito c'è un credito, e l'effetto ricchezza per i creditori va nella direzione opposta - aumenterebbe la domanda. Se assumiamo che il debito pubblico e privato di un paese sia detenuto in larga parte all'interno del paese stesso (come di fatto è, specialmente in Europa) si avrebbe un effetto depressivo della deflazione attraverso il canale del debito se e solo se i creditori fossero meno propensi al consumo dei debitori. Questo argomento riecheggia l'ipotesi "Kaldoriana" per cui i ricchi (i quali tipicamente hanno un ampio stock di risparmio e quindi sono tipicamente creditori) hanno una più bassa propensione al consumo dei poveri (i quali, tipicamente, si indebiterebbero). Se questi ultimi, tuttavia, hanno redditi nominali da salario che sono anch'essi fissi in termini nominali, allora la deflazione lascia il loro debt/income ratio invariato.

 L'ipotesi  "kaldoriana" è plausibile: il tasso di risparmio cresce al crescere del reddito, anche se non c'è alcuna soglia magica. È quindi possibile che in media i creditori siano più ricchi dei debitori. Le implicazioni per il dibattito sono però diverse da quelle sostenute dalla conventional wisdom.  Si avrebbre  non tanto una radicale diminuzione della domanda aggregata quanto un cambiamento nella sua composizione. Infatti, i ricchi creditori magari consumano una percentuale minore del loro reddito ma, certamente, lo "spendono" tutto (non sotterrano banconote in giardino, cioé). La parte che non consumano la risparmiano investendola in questa o quell'altra attività. Ed anche questo genera domanda. Dovremmo quindi osservare almeno una delle tre seguenti cose: (a) una crescita maggiore nei prezzi dei beni d'investimento che in quelli dei beni e servizi consumati; (b) un cambiamento nella composizione settoriale dell'output (meno beni di consumo per i poveri debitori, più beni di consumo e beni d'investimento per i ricchi creditori); (c) una relazione negativa fra i tassi di variazione degli indici dei prezzi al consumo e degli indici dei valori patrimoniali, immobiliari e non. Che noi si sappia nessuna di queste predizioni è confermata dai fatti. In ogni caso, si noti il punto cruciale: il tutto non implica una depressione economica ma un cambiamento nella composizione della produzione, che son cose diverse. La deflazione, secondo questa teoria, cambia la composizione del PIL ma non necessariamente il suo tasso di crescita. 

Ed infine, relativamente al punto creditori-debitori, vi è la questione debito pubblico. Se il livello dei prezzi diminuisce allora il peso reale del debito aumenta, sostiene la conventional wisdom, e diventa quindi sempre più difficile per lo stato sostenere il peso del debito. L'effetto principale dovrebbe passare attraverso il tasso d'interesse: se questo è fisso ed i prezzi calano si riduce il PIL nominale (assumiamo per semplicità crescita reale uguale a zero, che nel caso italiano è una approssimazione realistica), quindi si riduce il gettito fiscale nominale ed il peso degli interessi aumenta. Tutto giusto ma dipende dall'ipotesi di tassi rigidi, la quale funziona per il debito già emesso e di lunga durata ma non funziona per quello che viene continuamente emesso. Detto altrimenti, l'impatto nel breve periodo è senza dubbio negativo sul bilancio pubblico ma l'effetto è solo a breve e dipende moltissimo da quanto i tassi sul debito di nuova emissione si riducono. Vi è un secondo effetto: i maggiori interessi reali aumentano il reddito dei proprietari di debito pubblico, mentre le maggiori tasse su tutti riducono il rddito di chi non possiede debito ma paga le tasse. Si genera quindi un effetto redistributivo simmettrico a quello dell'inflazione. Quest'ultima redistribuisce dai creditori ai debitori, la deflatione dai debitori ai creditori . A priori non vi è ragione di concludere che una redistribuzione di reddito sia favorevole alla crescita e l'altra sfavorevole, vale insomma l'argomento precedente. Concludendo: la deflazione, nel breve periodo, ha un effetto negativo sul bilancio pubblico dei paesi indebitati e questo spiega perché, noi crediamo, essa sia oggi lo spauracchio europeo e, in particolare, italiano. Ma questo non implica depressione economica.

Notavamo sopra che un ruolo cruciale è svolto dalla flessibilità o rigidità dei salari nominali. Poiché quello che conta per le decisioni di consumo e offerta di lavoro dei lavoratori e per le decisioni di investimento e domanda di lavoro delle imprese è il salario reale (il rapporto tra salari nominali e livello dei prezzi, W/P) nel caso in cui i salari nominali decrescano allo stesso tasso dei prezzi, la deflazione è sostanzialmente irrilevante. Il timore della deflazione è quindi legato all'idea che essendo i salari rigidi verso il basso (gli altri prezzi evidentemente non lo sono, visto che c'è per ipotesi la deflazione) il mondo sarà risucchiato nella spirale deflazionistica perché si abbasseranno i prezzi ma non i salari e le imprese falliranno (magari prima di fallire cercheranno di sostituire lavoro con altri fattori produttivi e i ci saranno quindi più opportunità di lavoro nei settori che producono questi ultimi, ma sorvoliamo su questo).  In teoria è possibile spiegare la rigidità dei salari nominali quando tutti gli altri prezzi, compresi i tassi di interesse. Ma se il salario nominale rimane fisso e i prezzi diminuiscono, il salario reale cresce e la distribuzione del reddito va a favore dei lavoratori/consumatori.  In questo scenario la domanda reale aumenta, eliminando quindi il problema del calo della domanda di consumi e quindi anche il rischio di una spirale deflazionistica.

Il caso del Giappone

Veniamo ora alla deflazione giapponese. Siccome questo articolo è già lungo abbastanza ci limiteremo ad alcune affermazioni apodittiche rinviando il lettore dubbioso ai lavori di ricerca dove i dati su cui si basano le nostre affermazioni vengono riportati (qui trovate svariate statistiche macroeconomiche, qui vi interessano invece le figure 1-3, svariati papers di Selo riportano informazioni su debito e TFP mentre qui trovate le statistiche dettagliate sulla produttività). Il punto di fondo che vorremmo comunicare è il seguente: dopo due decenni dall'inizio della "depressione deflazionistica" giapponese, vale la pena osservare che

  • Il PIL reale pro capite in Giappone era nel 2012 circa il 18% superiore al livello del 1990, in Italia leggermente minore di allora.
  • Il prodotto lordo per ora lavorata (produttività) in Giappone è oggi circa il 35% maggiore di 20 anni fa, in Italia è del 6% maggiore di allora. 
  • Il tasso di disoccupazione giapponese è quasi un terzo (1/3!) di quello italiano a fronte di una partecipazione alla forza lavoro maggiore di circa il 25%.

Detto altrimenti: se il Giappone è in una "recessione ventennale" a causa della persistente "deflazione" noi siamo da vent'anni in un disastro molto peggiore e questo nonostante che il tasso d'inflazione italiano, nello stesso periodo, sia stato positivo e fra i maggiori dell'area euro (non a caso l'Italia ha bisogno di deflazionare ed i profeti dell'uscita dall'euro sperano di ottenere questo via svalutazione della moneta, ma lasciamo stare). A noi pare che, un minimo di riflessione, dovrebbe permettere a chi non ha fette di salame sugli occhi di comprendere che la lunga deflazione giapponese ha una causa fondamentale, che è la seguente:

Seemingly, there would be no linkage between demography and deflation. But it may not be the case. A cross-country comparison among advanced economies reveals intriguing evidence: Over the decade of the 2000s, the population growth rate and inflation correlate positively across 24 advanced economies. That finding shows a sharp contrast with the recently waning correlation between money growth and inflation. How could we square those facts with each other? [Shirakawa, Masaaki,  BofJ, 2012.]

Un post su nFA, per serio e meditato che possa essere, non è il luogo adatto per sviluppare nei dettagli questa riflessione, ragione per cui la lasciamo in sospeso. Vale la pena menzionare, però, che essa non è patrimonio esclusivo del governatore della BofJ. Da tempo svariati ricercatori, a cui la conventional wisdom non ama prestare troppa attenzione, si chiedono senza pregiudizi quali possano essere gli effetti di lungo periodo che il cambiamento demografico (calo delle nascite e crescita speranza di vita) possa avere sull'attività economica. Una riduzione progressiva e duratura dei prezzi dei beni immobili è ovviamente la prima conseguenza dalla quale, a noi pare, seguono ovviamente altre. Ma questo è un paper i cui dettagli non sono ancora stati scritti e che sarà bene scrivere anche perché permette di capire in che senso ed attraverso quali canali non ovvi l'immigrazione di forza lavoro giovane dia un contributo positivo al benessere economico di un paese. 

La morale, comunque, è che il Giappone non è in alcuna particolare depressione economica da deflazione e che quest'ultima, nello specifico, ha cause complesse che non si possono facilmente alleviare né con gigantesche emissioni di debito per finanziare spesa pubblica inutile, né con espansioni monetarie che mirino ad una drammatica svalutazione della moneta. E se qualche lettore pensa che la parte "spesa+svalutazione" dell'approccio "Abenomics" sia la strada giusta, ci pensi meglio.

Conclusioni

Nè la teoria, né tantomeno i dati suggeriscono che la deflazione possa essere la causa di una profonda depressione economica. Anche nell'unico caso storico significativo in cui deflazione e depressione sono andate assieme, gli anni '30 del 1900, la relazione causale è abbastanza dubbiosa ed oggetto di continua discussione fra i ricercatori di storia economica. In media la deflazione si accompagna a crescita economica, non a recessione. Dal punto di vista della teoria economica, poi, l'argomento secondo cui "quando ci si attende che i prezzi calino si rimandano gli acquisti e questo crea un circolo vizioso recessione/deflazione" fa, con buona pace di Mike Woordford e di tutto il teorizzare sulla "forward guidance", acqua da tutte le parti sia sul piano logico che su quello delle predizioni. E tolta quella particolare teoria rimane nulla o quasi nulla a motivare la grande paura deflazionistica.

L'unica, assolutamente unica, ragione per cui oggi, nell'Europa del 2014, una seria e persistente deflazione potrebbe essere un fattore negativo di rischio è il debito pubblico a lungo i cui tassi non sono indicizzati alle variazioni dei prezzi. Paesi che, come l'Italia, sono altamente indebitati ed hanno emesso una quantità sostanziale di debito a lunga scadenza e con tassi nominali fissi vedrebbero accrescersi l'onere reale del debito se, davvero, il livello dei prezzi cominciasse a diminuire o ristagnare per svariati anni. Questo è un rischio reale, senza dubbio alcuno. Ma, da un lato, non ha alcunché a che fare con i problemi della crescita e dello sviluppo e, dall'altro, ha una soluzione non semplice ma senz'altro più diretta ed efficace di quella che i teorici del "pompa Mario pompa" pensano di aver trovato nella BCE, ed è la seguente. Emettere debito indicizzato e, a fronte di segnali seri di deflazione e di tassi reali in crescita, sedersi al tavolo con i detentori di debito pubblico a rinegoziare non tanto l'ammontare ma i tassi in essere. In un mondo in cui arriva ogni giorno qualche nuovo teorico della "ristrutturazione del debito" (leggesi, default concordato dello x%) proporre di rivedere i tassi nominali qualora un fenomeno deflattivo serio si manifestasse ci pare proposta ragionevole e moderata, oltre che fattibile. Tutto il resto ci sembra classificabile come fantasia giornalistica o specchietto per le allodole, a seconda dei gusti del lettore.

54 commenti (espandi tutti)

Una sola osservazione ad un articolo molto ben scritto e comprensibile anche ai non esperti.

Nell'articolo affermi:"Si genera quindi un effetto redistributivo simmettrico a quello dell'inflazione. Quest'ultima redistribuisce dai creditori ai debitori, la deflatione dai debitori ai creditori"

Se supponiamo che i debitori siano meno ricchi (come tu stessi anticipi "È quindi possibile che in media i creditori siano più ricchi dei debitori") non è plausibile che in deflazione la redistribuzione da debitori vs creditori possa comprimere la capacità di spesa dei meno ricchi a tal punto da incidere anche sui beni di consumo non durevoli?

Grazie

Il ragionamento incomincerebbe ad avere un minimo di senso se i debitori rimborsassero interamente i creditori. Ma la deflazione porta all'aumento dell'onere reale del debito con conseguenti fallimenti e guai grossi anche per i creditori. 

Che i debitori siano mediamente meno ricchi dei creditori.
Assunzione che a prima vista pare ovvia, anzi triviale, ma che non tiene conto della psicologia collettiva, e della situazione contingente italiana (e non), dove l'accesso al credito è precluso a chi non abbia una situazione finanziaria solida, e quindi è impossibile indebitarsi per far fronte alle necessità.

"Creditori", in italia, sono in molti casi padri di famiglia coscienziosi, che tirando la cinghia risparmiano una quota del loro reddito preoccupandosi dei loro figli. Uomini con stipendi da 2000€, che hanno un piccolo dossier titoli o un libretto di risparmio, dove hanno accumulato in trenta  anni di lavoro uno stock di 50-100 k€. I risparmi di tutta una vita.

"Debitori" sono spesso degli arruffoni affaristi, mestatori e trappolatori di dubbia moralità, che si definiscono "imprenditori" insultando la categoria. Mi vengono in mente gli esempi più clamorosi: Berlusconi e Briatore. Quest'ultimo un tempo era soprannominato Il Tribüla, per la mole di debiti che riusciva a fare.

Mi sa che Kaldor non è mai venuto in italia, e questi personaggi non li ha mai conosciuti.

Perfettamente d'accordo con Nasissimo

kudos & typos

sui 25/6/2014 - 08:40

Innanzi tutto complimenti per l'articolo. Veramente interessante.

In secondo battuta vorrei segnalare due refusi presenti circa a metà dell'articolo: "avrebber" e "rddito".

anche salri nominali

Visto che siamo circondati da ipotesi varie su sticky prices/wages, considerando il punto

"se i salari sono flessibili (punto su cui torniamo sotto), io mi aspetto che anche i miei redditi diminuiranno in termini nominali e quindi non ho ragione di differire l'acquisto"

non dovrei AUMENTARE l'acquisto di beni durevoli se i prezzi scendono piu' velocemente dei salari?

Altro punto:

Dovremmo quindi osservare almeno una delle tre seguenti cose: (a) una crescita maggiore nei prezzi dei beni d'investimento che in quelli dei beni e servizi consumati; (b) un cambiamento nella composizione settoriale dell'output (meno beni di consumo per i poveri debitori, più beni di consumo e beni d'investimento per i ricchi creditori); (c) una relazione negativa fra i tassi di variazione degli indici dei prezzi al consumo e degli indici dei valori patrimoniali, immobiliari e non. Che noi si sappia nessuna di queste predizioni è confermata dai fatti. 

Si fa un gran parlare di asset prices bubble, che e' esattamente (a). I rendimenti dei bond sono ai minimi, i P/E crescono, le IPO proliferano...

Infatti

michele boldrin 25/6/2014 - 19:06

Credo che il primo punto sia ribadito nel testo: SE i salari sono rigidi ed i prezzi calano per deflazione ALLORA il reddito reale dei lavoratori dipendenti cresce e con esso la loro domanda di beni e servizi. 

Per quanto riguarda il secondo, occorre fare attenzione. I prezzi delle azioni e dei titoli finanziari in generale hanno una ben scarsa relazione con i prezzi dei beni fisici di investimento, delle costruzioni industriali, eccetera. Ossia, con il costo effettivo dei beni capitali, per i quali vale quanto osservato: predizione non confermata perche' i prezzi dei beni fisici d'investimento calano in termini relativi a quelli dei beni di consumo da almeno 40 anni, ossia i loro valori nominali crescono meno della media.

fare paragoni tra deflazioni in periodi e contesti storici radicalmente diversi non porta a risultati (per me) credibili, infatti, la deflazione che si ha quando si passa ad un sistema industriale (come viene fatto giustamente notare) è ovvio che sia associata alla crescita, ma questa non dipende sicuramente dalla deflazione quanto piuttosto al passaggio ad un nuovo sistema di produzione (non son mica le cartoline di natale che causano il natale...): anche se poi vendo a prezzi più bassi, produco comunque molti più beni che verranno venduti rispetto ad un modello non industriale (si hanno i primi impatti delle economie di scala giustamente), gli imprenditori dell'epoca son scesi a patti con questa realtà abbassando (giustamente) i prezzi dei beni.
il parallelo che si può fare al giorno d'oggi è che in effetti c'è un surplus nell'offerta a causa di una produzione industriale esagerata (l'ingresso di paesi come india e cina e altri paesi dell'asia pacific tra i produttori a basso costo ha cambiato parecchio le carte in tavola, e le cambieranno nuovamente quando i circa 3 miliardi di persone dei loro mercati potranno avere accesso a ciò che producono) per i consumi dei paesi ai quali è indirizzata (mi chiedo da quanto saremmo in deflazione se le BC di molti paesi non si fossero messe a fare quantitative easing...) ma gli imprenditori di oggi non vogliono scendere a patti con questa nuova realtà, da qui la crisi dei consumi: se io consumatore (che di questi tempi non lavoro nemmeno più o sono precario perché sei andato a produrre in altri paesi) so che a te imprenditore uno smartphone (o qualsiasi altro bene industriale, uso questo per facilità) costa (inclusi i costi di engeneering) circa 200/300 dollari e ne produci milioni perché devo comprarlo al doppio del suo valore e farmi fregare?!?!? la deflazione mi sembra la normale conseguenza di un sistema che si è inceppato, ma da qui a dire che la "crescita" (un giorno vorrei che qualcuno mi spiegasse cos'è la "crescita economica" nel momento in cui se io inizio a pagare milioni di tizi per fare una buca e ricoprirla ho di fatto avuto una crescita di pil per come è misurato...) si può avere con la deflazione anche in un economia basata sul terziario mi pare una forzatura...

in sostanza, devo ammettere che per quanto sia strampalato, il successo che sta avendo piketty con il suo illegibile tomo (molto bella la review che è stata fatta qui qualche mese or sono) è tutto fuorché insensato...

"Il cambiamento demografico (calo delle nascite e crescita speranza di vita) possa avere sull'attività economica. Una riduzione progressiva e duratura dei prezzi dei beni immobili è ovviamente la prima conseguenza dalla quale, a noi pare, seguono ovviamente altre."

Ci sono degli studi in proposito? Sono molto interessato a questo aspetto 

bell'articolo, chiaro e semplice. provo a capire meglio un punto cruciale, la rivalutazione dei debiti pubblici in caso di deflazione.

(la spaziatura è mia) Paesi che, come l'Italia, sono altamente indebitati ed hanno emesso una quantità sostanziale di debito a lunga scadenza e con tassi nominali fissi vedrebbero accrescersi l'onere reale del debito se, davvero, il livello dei prezzi cominciasse a diminuire o ristagnare per svariati anni. Questo è un rischio reale, senza dubbio alcuno. Ma, da un lato, non ha alcunché a che fare con i problemi della crescita e dello sviluppo e, dall'altro, ha una soluzione non semplice ma senz'altro più diretta ed efficace di quellache i teorici del "pompa Mario pompa" pensano di aver trovato nella BCE, ed è la seguente.

1)Emettere debito indicizzato e, a fronte di segnali seri di deflazione e di tassi reali in crescita,

2)sedersi al tavolo con i detentori di debito pubblico a rinegoziare non tanto l'ammontare ma i tassi in essere.

In un mondo in cui arriva ogni giorno qualche nuovo teorico della "ristrutturazione del debito" (leggesi, default concordato dello x%) proporre di rivedere i tassi nominali qualora un fenomeno deflattivo serio si manifestasse ci pare proposta ragionevole e moderata, oltre che fattibile.

sorvolo su debito-crescita non correlati: è vero nel senso che le prestazioni di un veicolo non sono legate direttamente all'eventualità che collassi in modo imprevedibile. è ovvio che però entrambi i fattori vanno considerati con la stessa priorità.

principalmente, ho dubbi sugli interventi 1) e 2).

1)una elevata duration finanziaria dei titoli garantisce infatti parecchia inerzia nei confronti di perturbazioni dei tassi anche elevate ma di breve durata, le fluttuazioni incontrollabili. chi sceglie un mutuo a tasso fisso piuttosto che variabile, gode sempre  della certezza della rata e la convenienza, a priori non è determinabile,  si vedrà alla fine. la indicizzazione proposta è poi all'indice dei prezzi, molto peggio perchè questo è meno prevedibile dei tassi a breve, su cui c'è il controllo delle banche centrali.

un buon esempio  lo si può leggere qui: il mercato è arrivato ad accettare anche tassi reali negativi, apparentemente incomprensibili in un titolo indicizzato, pur di tutelarsi dall'incertezza dei prezzi, massima in prossimità di inflazione nulla. vuol dire che l'emittente si è accollato qualche rischio! è per questo motivo che i vari BTPei, tips, OATi, tutti con struttura molto simile, son emessi con parsimonia sul totale dei debiti (quelli italiani sono il 12,5%, i tips meno del 10%, chi ha dati più precisi faccia la carità), perchè possono sfuggire di mano. la "scala mobile" quando è stata inventata, sembrava una buona idea.

2)  rinegoziare coi creditori principali differisce dal default solo se l'adesione è volontaria e non ha valore erga omnes. è irrilevante che si parli di interessi e non di capitale, anche i creditori dell'argentina nelle due operazioni di concambio del 2005 e 2009 hanno avuto titoli dello stesso valore nominale, che il mercato poi ha prezzato a meno di 50.

nel caso italiano, avere un importante consenso alla rinegoziazione è molto facile,  i grandi creditori sono banche  a controllo politico. i risparmi che ottiene lo stato sono però perdite che vengono iscritte pari pari nei  bilanci bancari,  e conseguente restrizione del credito eccecc. la coperta è corta.

un obiettivo di inflazione quasi certa, attorno a quel 2%  magico, sembra allora una situazione molto meno pericolosa del barcollare attorno allo zero.

 

Per una sola e semplicissima ragione: il debito pubblico, emesso a tassi nominali.Aggiungo qualche commento a ciò che dice dragonfly qua sopra.

La soluzione proposta nel post mi pare assai poco credibile. L'emissione di titoli indicizzati può avvenire solo nel tempo e certo non è una soluzione di breve periodo. In più, con aspettative incerte di deflazione rischiamo di dover pagare tassi più alti sui titoli a breve.  Quando c'è deflazione il contante tenuto in cassaforte offre un rendimento reale pari al tasso di deflazione attesa, anziché un rendimento reale negativo come adesso. I titoli a breve dovrebbero offrire qualcosa di più (anche se non molto) del contante. Questo farebbe alzare il costo medio del debito.

Anche sulla rinegoziazione del debito mi sembra che la facciate troppo facile.  Non ci può essere alcuna rinegoziazione volontaria, nessun creditore accetta spontaneamente di rinunciare ai suoi diritti. La rinegoziazione ci può essere solo se la deflazione conduce lo stato italiano alla bancarotta, con tutto ciò che questo comporta in termini di turbolenze nei mercati finanziari (e conseguente riduzione del livello di attività reale).  Onestamente, non vedo proprio perché rischiare una cosa del genere. Anche perché non vedo quali effetti negativi potrebbe mai avere una inflazione stabilizzata al 2-3%.

 scrivo a nome dei prof Feinstein (autore delle stime del PIL inglese), Gallman (USA) Hoffman (Germania) e Toutain (Francia).  Nessuno di loro è ancora fra noi, e quindi mi incarico io di scusarmi a nome loro per aver passato anni a produrre delle stime del PIL per

Un’epoca in cui l’econometria neppure esisteva e le cui serie sono state ricostruite a posteriori, a partire dagli anni ’60, sulla base di notizie frammentarie circa la produzione del grano o l’estensione delle ferrovie.

Se solo avessero avuto la possibilità di conoscerLa, avrebbero sicuramente usato meglio il loro tempo e il tempo dei loro collaboratori. E mi scuso anche a nome del mio vecchio amico  Angus Maddison, anche lui purtroppo scomparso che ha passato anni a rendere comparabili le stime del PIl per paese.  Le suggerisco di rendere meglio noto al pubblico degli economisti e degli storici economici il Suo illuminato parere. Purtroppo sono ancora ottenebrati e usano questi dati per i loro lavori che poi vengono citati e magari finiscono per influenzare l'opinione pubblica. Ma basterà una Sua parola per disperdere le tenebre e far finire questa inutile idolatria dei dati




Stime

Guido Iodice 26/6/2014 - 18:42

Avrà sicuramente letto del macroscopico errore della prima stima del PIL del 1° trimeste di quest'anno negli USA -2,9% contro -1%). Ora lei mi vuole dire che le stime sul PIL nel 1850 o 1860 sono attendibili? Ad andar bene si possono considerare una vaga indicazione. 

Le stime storiche del PIl hanno sicuramente un margine di errore. Salvo eccezioni (in genere specificate nelle stime stesse), il margine di errore è simmetrico - è cioè altrettanto probabile che la stima sopravvaluti o sottovaluti il tasso di crescita.   Il tema è ben noto agli esperti di contabilità nazionale - Feinstein e Thomas hanno scritto un famoso articolo in proposito. Quindi in media le stime sono attendibili - e comunque sono meglio di affermazioni apodittiche senza alcun fondamento empirico da parte di persone senza preparazione   in storia economica e senza alcuna esperienza di lavoro  su dati storici

La ringrazio per la lezioncina di statistica sul margine d'errore. Le segnalo l'esistenza dell'errore sistematico, sono sicuro che sa di cosa parlo. 
Che le stime del PIL di quegli anni siano ben poco attendibili lo dimostra, ad esempio, il fatto che per alcune il periodo 1873-79 fu di contrazione, altre sono decisamente più ottimistiche e limitano la contrazione a due o tre anni. Non è una differenza da poco, non crede? 

In ogni caso, facciamo così. Prendiamo per buone le statistiche. Se consideriamo le stime di Balke e Gordon (riprese nel monumentale lavoro di Angus Maddison), ad esempio, scopriamo che il tasso di crescita del GDP per capita degli ultimi tre decenni del XIX secolo è stato mediamente molto modesto rispetto persino ad anni difficili come quelli della stagflazione degli anni '70 del Novecento.

dati

Giovanni Vera 27/6/2014 - 21:28

Se diamo per buone le stime di Balke e Gordon dal 1866 al 1897 il Pil crebbe mediamente del 4% (http://object.cato.org/sites/cato.org/files/serials/files/cato-journal/2... pagina 369 e grafico pagina 370). Il tasso di crescita demografica era di circa il 2,3%, quindi il Pil reale pro capite cresceva dell'1,7% all'anno: è un risultato modesto?

sì modesto

Guido Iodice 28/6/2014 - 15:18

Lo paragoni ad esempio al tasso di crescita del PIL pro capite nei "terribili" anni 70 del Novecento, che è oltre il 2%. E quella la chiamavamo stagflazione. Per ottenere un tasso di crescita più basso devi proprio "capare" il periodo 1973-1981 quidi andanodti a prendere l'effetto di entrambi gli shock petroliferi in quel caso ottieni 1,6... 

giusto una domana

beppyz 27/6/2014 - 09:42

paradossalmente, si è mai chiesto se le crisi/bolle etc non sian la causa del fatto che, in fin dei conti, il margine di errore non somma a 0?!?!? non ho un phd alle spalle, ma dopo aver studiato econometrics (sia base che studio di serie storiche) mi son chiesto quale fosse la ratio dietro quella assumption e non ne ho mai trovata una convincente...
per esser più chiaro, concettualmente con un orizzonte temporale infinito è accettabile come idea, ma dato che l'economia non ragiona su orizzonti infiniti la somma non può fare zero, sbaglio?

Le bolle nascono, eventualmente, da errori di previsione dei trend futuri dei prezzi  (ex ante) qui si parla di ricostruzioni statistiche ex post del reddito (o GDP) reale. Nel primo caso il margine di errore deriva da informazioni mancanti sul futuro ed è imprevedibile, nel secondo deriva da informazioni incomplete e sostituite da ipotesi. Quindi  può essere gestito con la cosidetta sensitivity analysis. Tipo: ho bisogno di una stima dei rendimenti di un ettaro a grano in Lombardia, ma ho solo un dato per Pavia. Assumo che i rendimenti siano eguali in tutta la pianura e ottengo una stima base. Poi assumo che a Pavia i rendimenti siano il 30% in più che a Mantova, e vedo di quanto cambia il  risultato etc

i trend futuri vengon calcolati sulla base di informazioni passate (che possono essere soggette ai limiti della sensitivity analysis su serie storiche molto lunghe, come nel caso in esame, le cui assumptions sono sempre molto forti...): se devo prevedere cosa avverrà in t1 guardo ai dati a t0 e t-1 etc se non sbaglio...
per essere più chiari è meglio riferirsi a quanto trattato nell'articolo... mi sembra che si basi un'ipotesi ("crescita economica" positivamente correlate con deflazione) sul delle serie storiche soggette ad assumptions molto forti che non integrano nell'analisi un aspetto fondamentale: la transizione ad "economie" strutturalmente diverse (all'inizio della serie si ha il passaggio all'economia industriale mentre nell'ultima parte il passaggio ad un economia basata sul terziario) e aspetti sociali ad esse legate radicalmente diversi (variazioni negli aspetti demografici, variazioni nelle distribuzione della vita urbana etc) che non sono riassumibili nel solo indicatore "PIL" (che trovo ormai un indicatore più che ridicolo per stabilire la reale ricchezza di un paese, basta riflettere sul paradosso di Keynes sul lavoratore che è pagato per fare una buca e ricoprirla, mansione non meno utile rispetto ai 3/4 delle occupazioni del terziario in un mondo informatizzato e tech driven come quello attuale)...

all in all, quando leggo determinati articoli/papers ho la sensazione che quella degli economisti (o presunti tali) sia diventata una casta autoreferenziale che ha dimenticato l'aspetto sociale della disciplina (e i vincitori degli ultimi noble ne sono la dimostrazione): l'aspetto matematico/quantitativo ha preso il sopravvento su quello sociale/filosofico (la behavioural economics mi pare ancora molto, troppo di nicchia e a livello embrionale) e, come ho detto in un commento precedente, non è sorprendente che un libro, per quanto mal fatto in tutti e due gli aspetti, come quello di pikkety stia avendo successo (se non in termini di vendite, solo in termini di discussioni che ha causato tra gli addetti ai lavori è più che rilevante...)

Gli storici economici avranno moltissimi difetti, ma sicuramente non fanno errori di predizione, visto che per definizione si occupano del passato

che vadano avanti o indietro nel tempo sempre di stime si tratta, e come tali sono soggette ad errori (non posso predire il futuro come non posso "indovinare" dati passati che non possiedo) e comunque non rispecchieranno mai la realtà dei fatti (prendiamo in considerazione il solo indicatore PIL che a partire dal prossimo anno integrerà il valore derivante dalla prostituzione e consumo di droghe, questo fatto lo rende diverso da quelli passati che dovranno essere corretti e stimati per integrare queste modifiche...). sostenere che in fin dei conti possano andare bene perché la sommatoria degli errori "dovrebbe tendere a zero" la trovo una scusa buona da dare all'uomo della strada che mastica poco o nulla di statistica o non mette in dubbio ciò che gli viene detto (in merito consiglio di leggere "discorso sul metodo" di cartesio), delle persone di scienza non accetterebbero queste conclusioni, ma "forse" qui sta il punto... l'economia non è una scienza, il fatto che venga trattata come tale è la più grande miopia dell'ultimo secolo, se non ne è convinto (e penso non lo sarà mai, non avrebbe intrapreso un dottorato in questa disciplina altrimenti) e pensa che l'"economics" dovrebbe continuare ad asservire la politica (liberal o socialist che sia) per dare una scusa alle decisioni politche in nome della "crescita economica" (qualsiasi cosa significhi) non sta a me convincerla del contrario... peace!

.... che keynesblog interviene.

Devo ancora leggere tutto (qui ed anche su kb) ma intanto segnalo che questo articolo su nfa è firmato mentre quello su kb no (io almeno ad una prima lettura lo reputo anonimo). Già il fatto che qui economisti ci mettano la firma e la faccia la dice tutta.

 

Tranquillo, se vai su "chi siamo" ci sono i nomi. E' il tipo qui sopra che non e' riuscito ad evitare di autocitarsi. 

Sì, ho visto solo ora, grazie.
In due fanno tutta quella roba?
Beh, in fondo è coerente con le convinzioni inflazionistiche.

Lasciando perdere il fatto che sarebbe stata cosa sensata disaggregare i dati sull'inflazione, visto che l'area Euro è tutt'altro che omogenea;  prescindendo dalla considerazione che tutti i banchieri centrali occidentali, che in un modo o nell'altro hanno operato dei QE, siano imparuti dalla perdurante e più che probabile deflazione,  perché anche loro " ignorano la teoria"; non menzionando la circostanza che siamo in un periodo dove gli investimenti privati, persino in Germania e Irlanda,  sono ai minimi storici,  e che dai bollettini BCE si evidenzia come anche la DOMANDA di credito sia in costante calo, e che quindi parlare per l'Europa di "deflazione BUONA da progresso tecnico" o di origine demografica come in Giappone, o per la Globalizzazione (processo in atto da almeno 30 anni)  non si sa che senso abbia;  MA:

 

 

 

qui si sta sostanzialmente suggerendo di fare DEFAULT de facto sul debito,  come un qualsiasi paese che si rivolge al Club di Parigi, e per giunta rimanendo nell'euro zona?  E poi chi ci va a parlare con gli investitori esteri? 

 

Questa è una roba che se l'avessero affermata Grillo o Paolo Savona gli saremmo saltati al collo. 

prescindendo dalla considerazione che tutti i banchieri centrali occidentali, che in un modo o nell'altro hanno operato dei QE, siano imparuti dalla perdurante e più che probabile deflazione,  perché anche loro " ignorano la teoria"

Attenzione, complotto keynesiano in corso...
Ah no, era il buon Milton che suggeriva di gettare i soldi dall'elicottero :)

se ho ben inteso, dà una versione pop dell'articolo ex cathedra pubblicato qui sopra.

in effetti se vediamo quanto costava una FIAT topolino (20 volte lo stipendio di un operio specializzato) e quanto costa una 500 oggi, se vediamo quanto costava il primo PC IBM del 1984 (9 milioni di lire) e quanto costa oggi (non parliamo della qualità, in entrambi i casi), se vediamo quanto pesava un TV del 2000 e quanto pesa oggi nonché quante ore di lavoro erano necessarie allora ed oggi per fare un TV, un PC o una vettura, è chiaro che l'aumento di produttività nel settore privato implica incremento dei redditi, del PIL e diminuzione dei prezzi. La diminuzione dei prezzi non implica una diminuzione della domanda. Questa, causata da aumento di produttività, è la la deflazione buona, a cui si contrappone l'incremento di spesa statale unita alla sostanziale riduzione di qualità dei servizi pubblici. Che genera la deflazione "cattiva".

No, niente, ho solo letto un paio di commenti ...

se la deflazione è così perniciosa, occorre una legge che impedisca di ridurre i prezzi e incentivi invece gli aumenti.

nonostante sia una risposta semplice e  nel caso di inflazione, piena di precedenti storici, nell'attuale contingenza sembra che non ci abbia ancora pensato nessuno.

mi riservo tutti i diritti. :-)

Tempo fa leggendo di inflazione ho recepito il concetto per cui l'inflazione di per se stessa non è tanto o solo l'incremento generalizzato dei prezzi ma per essere tale deve essere associata anche ad aumento dell'offerta di moneta. Ricordo (male?) di aver letto un ragionamento del tipo che non basta che i prezzi aumentino, per avere inflazione. Bisogna anche che circoli una massa monetaria superiore, da qui poi la svalutazione della moneta stessa. Ok, ora i termini sono diventati tre, aumento di prezzi, aumento della massa monetaria, svalutazione della moneta.

Magari ho recepito male, magari è un tema controverso tra studiosi (o scuole), ma intanto mi chiedo se per la deflazione valgano ragionamenti speculari. Qui la deflazione è stata definita come una diminuzione generalizzata dei prezzi. Nessun accenno a dinamiche relative alla massa monetaria ed al valore della moneta.

Eppure qualche legame potrebbe esserci. Se l'offerta di moneta diminuisse, i meno soldi in circolazione innescherebbero una rincorsa a prezzi piu' bassi? Meno soldi in circolazione significherebbero maggior valore della moneta?

Queste dinamiche servono per discriminare tra deflazione buona e cattiva?

in realtà come oggi segnalato qui
http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2014-06-28/si-chiude-se...
al crescere della massa monetaria del 1% corrisponde un'inflazione bloccata allo 0,3% sui prezzi e -0,1% sui prezzi alla produzione

Non vorrei scrivere una fesseria, ma l'inflazione È la crescita del livello dei prezzi.

Mi dicono che "inflation is always and everywhere a monetary phenomenon", che penso voglia dire che a lungo termine una crescita degli aggregati monetari causa inflazione.

Le mie poche cognizioni di economia provengono da questo blog e dalla lettura del libro su Voltremont. Poi naturalmente non so se queste letture hanno seminato bene oppure se non ho capito nulla. Mi sembra diffiicle che io abbia capito tutto e quindi chiedo.

Da quello che ho capito, stante il vincolo di bilancio, se aumenta il prezzo del bene A ed io ho in tasca gli stessi soldi di prima, dovrò rivedere la lista delle mie priorità e rinunciare a qualche cosa oppure cercare beni piu' economici, se ci sono.   Sotto questo profilo se si registra un "incremento generalizzato dei prezzi" in un arco temporale abbastanza lungo vuol dire che in generale i consumatori hanno avuto piu' soldi in tasca, vuoi per via di aumenti di produttività vuoi perché la banca centrale ha stampato e fatto circolare piu' soldi, vuoi perché i risparmiatori decidono di consumare parte dei risparmi. In passato l'Italia ha avuto periodi con inflazione superiore al 10% (con punte del 20%). Dubito che fossero il frutto di incrementi di produttività o di consumo di capitale. Erano sicuramente il frutto combinato di svalutazioni e stampa di moneta. Possiamo dire quindi che se la dinamica dei prezzi supera quella della produttività abbiamo una inflazione cattiva (presupposto per l'esistenza una buona o innocua?) pilotata dalla banca centrale?

Fatta questa premessa, vediamo ora la deflazione. E' un fenomeno speculare? Se si, come si definisce una deflazione buona ed una cattiva dovremmo fare lo stesso con l'inflazione. E che ruolo hanno la produttività e la banca centrale? Se esiste un calo generalizzato dei prezzi ed in tasca ho gli stessi soldi di prima il mio vincolo di bilancio non ne soffre. È come se avessi piu' soldi da spendere. Posso comprare piu' beni e/o risparmiare di piu'. Le cose cambiano se parallelamente i soldi che ho in tasca sono di meno, perché sono stato licenziato, perché come indipendente guadagno la metà, perché ho perso la metà dei miei risparmi in borsa e quindi decido di tagliare drasticamente certe spese.

In teoria (se l'ho capita)  a fronte di aumenti del PIL la banca centrale dovrebbe rilasciare una adeguata quantità di moneta, per sostenere gli scambi interni ed internazionali. Se il PIL cala dovrebbe fare l'inverso e ritirare massa monetaria. Invece a me pare che le benche centrali cercino sempre di stimolare emettendo liquidità. Ma allora non esiste una vera e propria specularità.

Banalmente alla moneta, come ad ogni altro bene, si applica la legge della domanda e dell'offerta.La domanda dipende dall'andamento dell'economia e un sacco di altri fattori (esempio: in periodi di crisi tanti comprano dollari), l'offerta la decide la banca centrale.

Poi i dettagli mi sfuggono, ma credo che il nocciolo sia quello

  con una considerazione e una seconda domanda; quando ero giovane (a cavallo del 1980) "rincorrevo" l'inflazione nel senso che, visto un bene che costava X, nel tempo che ci mettevo ad accumulare la cifra necessaria il prezzo era aumentato e quindi dovevo rinviare l'acquisto o rinunciarvi del tutto; oggi (che non sono più giovane) il prezzo rimane stabile (qualche rara volta diminuisce) ma io non ho più una fonte di reddito costante per cui non mi lancio in acquisti che potrebbero rivelarsi controproducenti. Dove sta la differenza?

Chiamiamo inflazione quasiasi aumento sostanziale dei prezzi, che duri un mese ed i prezzi aumentino in quel mese del 500% o duri 10 anni ed ogni anno i prezzi aumentino del 30%, stiamo parlando di inflazione in entrambi i casi anche se il primo e' piu' estremo del secondo.  

Ovviamente non TUTTI i prezzi aumentano durante l'inflazione, quello della carta moneta ovviamente diminuisce, ossia si svaluta a fronte degli altri beni e servizi.  Non tutti i prezzi aumentano della stessa percentuale, alcuni aumentano piu' di altri ragione per cui non cambiano solo i livelli assoluti dei prezzi ma anche quelli relativi. Infine, a volte l'inflazione e' ristretta ad un particolare settore o gruppo di beni/titoli, nel qual caso la chiamiamo "bolla" la quale altro non e' che inflazione di un certo sottoinsieme di prezzi (tulipani, case, titoli azionari, what not).

E' necessario che aumenti la massa monetaria per avere inflazione? In teoria no ma l'esperienza dice che cosi' e' sempre stato, ovvero non vi sono inflazioni sostenute (che io sappia) senza un aumento della quantita' totale di "moneta" in circolazione. Qui si apre il dibattito eterno ed infinito su cosa sia veramente la "moneta" ed io lo evito perche' oltre ad essere davvero un tema per specialisti e' anche un po' noioso.

Sono inflazione e deflazione fenomeni speculari? In un certo senso si ed un altro no. Per esempio: negli ultimi anni la quantita' di moneta (circolante o riserve utilizzabili presso le banche centrali) e' cresciuta enormemente ma non abbiamo visto alcuna inflazione nel livello generale dei prezzi. Abbiamo pero' visto svariate bolle. E, sembra, oggi assistiamo ad una quasi deflazione ... 

Chiamiamo inflazione quasiasi aumento sostanziale dei prezzi, che duri un mese ed i prezzi aumentino in quel mese del 500% o duri 10 anni ed ogni anno i prezzi aumentino del 30%, stiamo parlando di inflazione in entrambi i casi anche se il primo e' piu' estremo del secondo. 

Grazie Michele della risposta. Mi pare che tutto sommato dalla volumetria degli esempi mi confermi che per "inflazione" si configurano fenomeni di un certo rilievo ("sostanziale") per durata e/o volume. Mi pare che uno 0.1% in un mese oppure un 1.2% all'anno configurino solo un aumento dei pezzi ma non "inflazione", se la crescita reale del paese è superiore.  Ho sempre avuto il sospetto che a livello giornalistico si usasse un termine per l'altro (tra aumento dei prezzi ed inflazione) perché fin dalle scuole medie ci insegnano a non usare ripetutamente la stessa parola (non sta bene ripetere) ma di sostituirla con sinonimi (o presunti tali).

Tra l'altro noto che la definizione scolpita in wikipedia recita qualcosa che mette in relazione incremento dei prezzi e valore della moneta.

L'inflazione (dal latino inflatio «enfiamento, gonfiatura», derivato da inflāre «gonfiare»[1]) in economia è l'aumento prolungato del livello medio generale dei prezzi di beni e servizi in un dato periodo di tempo, che genera una diminuzione del potere d'acquisto della moneta.[2][3]

Come a dire che se l'aumento prolungato (osservabile dalle rilevazioni statistiche) non producesse diminuzione del potere d'acquisto, tale non sarebbe. Se ci fosse specularità con la deflazione (dici forse si', forse no) potremmo arguire che non è deflazione se nel frattempo non genera un aumento del potere d'acquisto ...

Una ulteriore domanda: in passato ed ancora oggi in alcuni paesi ci sono stato episodi storici e drammatici di super-infazione (repubblica di weimar, zimbawe, ...) ma ci sono mai stati episodi di ...superdeflazione?

La domanda (perry mason forse si opporrebbe) suona falsa e tendenziosa, come a condiderare che l'inflazione sostanzialmente è un fenomeno artificliale, pilotato dai governi e/o dalle banche centrali, mentre la deflazione è sostanzialmemte un fenomeno "naturale" pilotato dal progresso, dall'innovazione e dai conseguenti incrementi di produttività ... o dallo sgonfiamento repentino dei fenomeni inflazionsitici (o bolle) di cui sopra.

interessante

dragonfly 2/7/2014 - 14:36

La domanda (perry mason forse si opporrebbe) suona falsa e tendenziosa, come a condiderare che l'inflazione sostanzialmente è un fenomeno artificliale, pilotato dai governi e/o dalle banche centrali, mentre la deflazione è sostanzialmemte un fenomeno "naturale" pilotato dal progresso, dall'innovazione e dai conseguenti incrementi di produttività ... o dallo sgonfiamento repentino dei fenomeni inflazionsitici (o bolle) di cui sopra.

anche  nelle attuali circostanze, sempre che abbia capito giusto, sembrerebbe il contrario. la politica monetaria non riesce in alcun modo a generare inflazione nei modi garbati e coi tempi "giusti" auspicabili, inflazione che magari si presenterà incontrollabile tutta in una volta.

il potenziale  "deflattivo" di un aumentodei tassi, è  storicamente invece molto più alto e sicuro, per via del raffreddamento economico che produce. è il famoso guinzaglio che strangola da subito ma che non può sospingere quando viene allentato.

vergognandomi molto, azzardo anch'io una supposizione cosmica: non è che poi tutte le politiche monetarie possibili, l'una per l'altra , siano molto meno importanti di quanto comunemente si creda?

vergognandomi molto, azzardo anch'io una supposizione cosmica: non è che poi tutte le politiche monetarie possibili, l'una per l'altra , siano molto meno importanti di quanto comunemente si creda?

Ti ringrazio per averlo detto! Sto seguendo la discussione (purtroppo, non avendo studiato economia, faccio molta fatica a capire) ed era esattamente l'idea che si stava facendo strada dentro di me. Mi dicevo: "sarà perchè ci capisco veramente poco". Sentirlo "insinuare" anche da te mi conforta un po'. Attendo (ed esorto) risposte alla tua insinuazione:-)

Visto che "quanto comunemente si creda" è un fattore difficilmente calcolabile e oggettivabile, ritengo che sia molto difficile per chiunque rispondere. In ogni caso i governi tramite le banche centrali, manipolano il valore della moneta. Se lo fanno significa che serve e che è abbastanza importante per loro farlo. Poi ogni tanto la situazione sfugge di mano.

Mi chiedo se tuttavia la deflazione non potrebbe avere effetti distorsivi sugli investimenti in attività produttive, in quanto essi rischierebbero di entrare in concorrenza con la semplice tesaurizzazione, e quindi sarebbero scoraggiati investimenti che, pur dando un ritorno in termini reali, non lo dessero ad un tasso superiore a quello della deflazione stessa, tra l'altro potendo fare diminuire l'investimento complessivo - in un certo parallelo a quanto dice del debito Sandro Brusco sopra, alle 14:04 del 26-6.

Specularmente, in una situazione inflattiva potrebbero venire premiati anche investimenti non remunerativi in termini reali, distruggendo ricchezza.

 

 

I casi del Giappone e del Regno Unito fanno pensare che stimoli importanti all'economia siano sostanzialmente inflattivi (forse solo gli USA se li possono permettere).

Anche la Cina rallenta (è il Punto di svolta di Lewis..)

Interessante il commento di questo economista giapponese sugli "aiuti" all'economia.. "The higher the mountain, the greater the descent"  (Takeshi Minami)

Una deflazione necessariamente comporterebbe un calo degli investimenti e dei consumi, quindi l'aumento di produzione non potrebbe continuare, visto che il mercato si è ridotto.
Infatti non ha alcun senso mettere i soldi in banca, basterebbe metterli in cassaforte.
Se poi si volessero investire quei soldi, l'interesse (reale) sarebbe necessariamente maggiore.

Se la moneta si svaluta del 2%, e la banca mi da il 2% d'interesse, io sono disposto a mettere i miei soldi in banca, quindi investire.

Se la moneta si rivaluta del 2% allora la banca mi deve dare il 4%. Sennò cassaforte...

Infatti nel primo caso, la banca chiede il 4% di interesse su 100 euro di prestito.
L'impresa restituirà 104 euro alla banca, che se ne tiene 2 (il suo ricavo), e ne dà 102 a me, che accordato all'inflazione al 2% significa 0% reale.
Non ci ho guadagnato, non ci ho perso, ma mi è convenuto altrimenti se li tenevo in cassaforte perdevo 2 euro!

Nel secondo caso la banca deve chiedere il 6% d'interesse all'impresa, che restituirà dopo un anno 106 euro, alla banca, che se ne tiene 2 (il suo ricavo), e ne dà 102 a me, che accordato alla deflazione del 2% significa 2% reale (in realtà sul valore futuro è meno del 2%).
Ora diranno: ma perchè nel primo caso ti andava bene l'interesse reale dello 0%, mentre nel secondo caso vuoi almeno il 2%?

E' presto detto se si ragiona razionalmente: 
- caso inflazione, se non metto i soldi in banca perdo 2 euro, quindi se li metto e ne perdo 0 la banca mi ha fatto guadagnare 2 euro.

- caso deflazione, se non metto i soldi in banca guadagno 2, quindi se li metto e ne ricavo 4, la banca mi ha fatto guadagnare 2 euro.

In pratica il valore aggiunto della banca è sempre 2 euro, ma l'interesse nominale e anche quello REALE, cambia.

Perciò il costo del denaro si alza, quindi si alzano anche i costi di avviamento delle imprese dato che si alzano gli interessi REALI.

A questo punto le imprese per avere lo stesso utile avendo avuto delle spese superiori, devono anche alzare i prezzi. E qui arrivano dei complessi algoritmi, per cui se prima ti vendevo il prodotto a 100 euro, adesso nonostante la deflazione, per giustificare l'investimento nel breve periodo, devo venderti il prodotto per lo meno a 104 euro (per lo meno, di solito a molto di più).

Quasi sempre, dal 700 olandese, all'800 americano, al 1929, agli anni 70 britannici, quando blocchi l'emissione di moneta senza alcun criterio, le imprese falliscono a catena, aumenta la disoccupazione, e i prezzi continuano a salire.

Anche se questo meccanismo si reggesse a livello di mercato interno crollerebbe dato che crollerebbero le esportazioni.

Insomma è difficile pensare che la deflazione sia sostenibile.

http://www.atkearney.com/documents/10192/4572735/Ready+for+Takeoff+-+FDICI+2014.pdf/e921968a-5bfe-4860-ac51-10ec5c396e95 persino da noi..che siamo rientrati nelle prime 10 più "appetitose". Certo..mi si dirà che era meglio investire che essere investiti.. Effetto calo dei prezzi. Vi sarebbe anche un interessante aspetto forse trascurato che differenzia sostanzialmente, qualficandole, inflazione e deflazione. L'effetto sulla gente. Ma è tardi, la prossima volta semmai. ::)

ps: qui uno studio di causalità cadrebbe a fagiolo (il calo dei prezzi favorisce gli investimenti stranieri in entrata? La Deflazione è impermeabile alla globalzzazione)

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