Le elezioni regionali (II). Il quadro delle alleanze

24 marzo 2010 sandro brusco

In questo post esponiamo e cerchiamo di interpretare il quadro delle alleanze venutesi a creare per le elezioni regionali del 2010.

Come discusso nel post precedente, il sistema elettorale per le regionali combina un sistema maggioritario all'inglese per l'elezione del governatore con un premio di maggioranza per i partiti che appoggiano il governatore vincente. Che tipo di alleanze ci possiamo aspettare, sul piano teorico, con un simile sistema?

Ci sono due forze che si muovono in direzione opposta. Da un lato, ciascun candidato governatore ha interesse a formare una coalizione la più larga possibile, al fine di massimizzare la probabilità di vittoria. Dall'altro ciascun candidato governatore vorrebbe la più piccola coalizione possibile, in  modo da garantire una maggioranza più politicamente omogenea ed evitare che il proprio partito di riferimento debba spartire i seggi del premio di maggioranza con gli altri. La prima forza dovrebbe prevalere quando l'esito delle votazioni è incerto, mentre la seconda forza dovrebbe prevalere quando l'esito è scontato.

Se quindi consideriamo ciascuna elezione regionale come un gioco statico a cui partecipano le forze politiche regionali la predizione dovrebbe essere la seguente:

1) nelle regioni nelle quali il centrodestra o il centrosinistra sono chiari vincitori, la coalizione vincente dovrebbe includere solo i ''core parties''. Tutti gli altri dovrebbero andare in ordine sparso, con una eccezione che discuteremo tra breve. La ragione è che le forze che non appartengono alla coalizione vincente sono sicure di perdere. Dato che presentarsi con il proprio candidato governatore genera comunque un certo beneficio in termini di visibilità, le forze di opposizione non hanno alcun particolare interesse a coalizzarsi. L'eccezione di cui parlavamo prima è data dall'esistenza della soglia minima per l'accesso ai seggi. Un partito che teme di prendere meno del 3% ha convenienza a sacrificare la visibilità ed entrare in una coalizione più grande in modo da poter partecipare alla spartizione dei seggi.

2) nelle regioni nelle quali l'esito è incerto si dovrebbero formare esattamente due coalizioni, di necessità entrambe assai eterogenee.

La logica delle alleanze situazione politica italiana si può brevemente riassumere come segue. Un partito di centro, l'UDC, può scegliere tra i due due grossi blocchi di centrosinistra (PD e IdV) e centrodestra (PdL e Lega). Sul lato sinistro (comunisti e vendoliani) e sul lato destro (Storace e altri partitelli fascisti) possono cercare di coalizzarsi, rispettivamente, con il centrosinistra o con il centrodestra. A questi si aggiungono forze minori di vario tipo (Grillo, pensionati, indipendentisti veneti, varie versioni del PSI, etc.) la cui strategia non è immediatamente chiara. Alla luce di queste considerazioni, quanto predice bene le alleanze il semplice modello sopra esposto?

Le regioni sicure. Il centrodestra ha due regioni assolutamente sicure, Lombardia e Veneto. Per queste regioni il modello sopra funziona quasi alla perfezione. In Lombardia la coalizione Formigoni comprende tre partiti, Lega, PdL e La Destra. La partecipazione de La Destra è l'unico scostamento dal modello. Le forze di opposizione si presentano effettivamente in ordine sparso quando sono convinte di poter passare la soglia del 3%. Quindi UDC e Federazione della Sinistra (l'alleanza tra rifondazione comunista e PdCI) si presentano separatamente.  Tutti gli altri (verdi, vendoliani, socialisti, pensionati) si sono messi al riparo alleandosi con Penati. Si tratta, come precedentemente osservato, di quelle forze che probabilmente non raggiungerebbero il quorum da soli.

In Veneto la storia è simile.  Anche qui c'è uno scostamento dato dalla partecipazione di Dc-Alleanza centro alla coalizione che sostiene Zaia. L'UDC, che è certa di passare la soglia, va da sola. Tutte le altre forze conflusicono nel centrosinistra. La differenza rispetto alla Lombardia è che i comunisti appoggiano il candidato del centrosinistra Bortolussi, probabilmente perché sono più pessimisti che in Lombardia riguardo al superamento del 3%.

Passiamo ora alle regioni sicure per il centrosinistra: Emilia Romagna, Toscana, Umbria e Basilicata. Anche qui, nelle prime 3 la UDC va da sola, come predice la teoria. Al pari di quanto accade nelle regioni dominate dal centrodestra, la coalizione vincente tende a essere più inclusiva di quanto la teoria predice. In Basilicata invece  l'UDC ha stretto un accordo con il centrosinistra. Ma questa probabilmente non è una anomalia. Alle ultime elezioni politiche la coalizione PD-IdV ha ottenuto solo il 44,5% dei voti. Senza l'UDC c'era quindi il rischio di non farcela. Un discorso simile vale probailmente anche per le Marche. Anche questa regione usava essere appannaggio del centrosinistra ma guardando ai dati delle ultime politiche si può in qualche modo capire l'imbarcamento dell'UDC. Tuttavia le Marche sono anomale anche per un'altra ragione, ossia la decisione dei partiti a sinistra del PD (rifondazione, PdCI e vendoliani) di andare soli. Dato che, almeno inizialmente, i sondaggi non davano una vittoria scontata al centrosinistra la rinuncia dell'ala sinistra può apparire rischiosa.

Le regioni incerte. Come detto, per queste regioni la predizione è che si formino due grossi blocchi eterogenei. Cominciamo con il dire che ci sono due regioni in cui i risultati si discostano chiaramente da questa predizione. In Calabria PD e IdV vanno divise, il ché di fatto assicura la vittoria del candidato di centrodestra. La coalizione di centrodestra invece si è comportata secondo le previsioni, formando una larga ed eterogenea coalizione che va dall'UDC fino ai fascisti di Fiamma Tricolore. L'altra regione è la Puglia, dove l'UDC corre da sola. Ci si sarebbe attesi che l'UDC si alleasse con una delle due coalizioni principali, di fatto determinandone la vittoria. La ragione di queste eccezioni è in realtà abbastanza facile da spiegare. In entrambe queste regioni il candidato di centrosinistra è stato scelto mediante primarie, non mediante i calcoli e le trattative dei dirigenti di partito. Il processo, come tutti ricorderanno, è stato abbastanza caotico e la decisione è giunta piuttosto tardi, impedendo la ricomposizione delle alleanze. Piemonte, Liguria e Lazio invece si conformano perfettamente alla predizione, con la formazione di due blocchi eterogenei contrapposti. Molto vicino alla predizione va anche la Campania, ma in questa regione i comunisti decidono di andare da soli. Non so però quanto la Campania possa veramente considerarsi una regione incerta. Credo sia abbastanza scontato (e, soprattutto, questa era l'aspettative quando si sono fatti i giochi per la formazione delle coalizioni) che questa regione andrà al centrodestra, per cui la decisione di Rifondazione di cercare visibilità non appare necessariamente in conflitto con la predizione della teoria.

Riassumendo. Come scienziati sociali siamo abituati all'idea che qualunque predizione teorica venga, quando le cose vanno bene, confermata solo approssimativamente dai dati. Con questo caveat, direi che la teoria regge abbastanza bene. La predizione centrale (due blocchi eterogenei nelle regioni incerte, dispersione dell'opposizione nelle regioni certe) sembra tenere decentemente bene.

La deviazione principale sembra essere che le coalizioni che si presumono vittoriose tendono a includere più partiti del necessario. Un'altra deviazione di cui non abbiamo parlato è la presenza di liste fuori dagli schieramenti tradizionale che decidono di andare da sole anche se le speranze di raggiungere il 3% sono abbastanza scarse.

Vi sono probabilmente due ragioni che spiegano queste deviazioni. L'ipotesi che abbiamo fatto è che le decisioni venissero prese a livello regionale con unico obiettivo la massimizzazione del risultato per le elezioni correnti. Questo non è interamente corretto. Da un lato i partiti nazionali possono intervenire imponendo scelte che i vertici locali dei partiti non farebbero. Dall'altro, un partito può scegliere la strategia guardando anche alle elezioni future e non solo a quella corrente.

L'intervento dei partiti nazionali spiega probabilmente la violazione della regola della ''coalizione vittoriosa minima''. La presenza de La Destra in Lombardia, per esempio, potrebbe spiegarsi come parte di una strategia di avvicinamento a livello nazionale tra PdL e La Destra. Lo stesso vale per l'inclusione di varie forze a sinistra del PD nelle regioni rosse. Considerazioni dinamiche invece hanno sicuramente giocato sicuramente un ruolo importante per partiti nuovi che hanno bisogno di visibilità. La decisione del movimento 5 stelle (ossia, Grillo) e degli indipendentisti veneti di andare da soli è probabilmente dettato da un lato da un ottimismo sui propri risultati che al momento non trova riscontro nei sondaggi e dall'altro dalla necessità di stabilire la propria identità come forza autonoma in previsione di elezioni future.

25 commenti (espandi tutti)

Ottima analisi. Un piccolo appunto. Non mi sorprende che la Destra si unisca alla coalizione in Lombardia. Mi sembra un tipico caso di piccolo partito che teme di non raggiungere il 3% in una situazione di accesa competizione Lega-PDL.

Più in generale, il modello trascura l'effetto delle aggregazioni sui consensi per la coalizione. La partecipazione del movimento di Grillo potrebbe far perdere molti voti di moderati alla coalizione di centro-sinistra. Per esempio il mio - pur di non votare SB ho ingoiato decine di rospi di tutte le dimensioni, ma esiste un limite a tutto

 

Sul primo punto, hai ragione che La Destra probabilmente non accederebbe alla ripartizione seggi in Lombardia. L'anomalia non sta nel fatto che La Destra voglia allearsi con Lega-PdL. Sta invece nel fatto che Lega-PdL accettino La Destra nella coalizione. Senza gli storaciani vincerebbero lo stesso.

Hai ragione che ignoro un possibile ''effetto ripugnanza'', che potrebbe indurre alcuni elettori a rifiutare  il voto alle coalizioni troppo eterogenee. La mia impressione è che gli elettori come te siano molto pochi. Non conosco studi sistematici al riguardo, ma la mia sensazione di pancia è che, per esempio, nel 2006 pochi elettori del centrosinistra vennero scoraggiati dalla presenza di personaggi come Turigliatto, Caruso e Mastella nella coalizione. Allo stesso modo, non mi pare che molti elettori del centrodestra siano stati scoraggiati dalla presenza dei vari partitini fascisti che alla fine portarono alla coalizione mezzo milione di voti. La mia impressione è che il comportamento dell'elettore italiano sia ancora fortemente influenzato dalla logica del proporzionale puro; voto il partito che mi piace di più, e poi deciderà esso con chi allearsi. Però, ripeto, stime quantitative esatte non ne ho.

nel 2006 io votai centro-sinistra turandomi il naso. Sapevo di Mastella (molto puzzolente...) ma francamente ignoravo che stavo votando Caruso e Turigliatto.  Se l'avessi saputo forse non avrei votato... :-). Colpa mia, ma come si fa a informarsi su tutti i candidati?

Colpa mia, ma come si fa a informarsi su tutti i candidati?

Esatto. Allo stesso modo, non so per esempio quanti elettori della lega fossero coscienti che stavano votando per Roberto Fiore. Gli elettori, grazie al cielo, sono mediamente persone che hanno di meglio da fare che informarsi sulle alleanze di partiti da meno dell'1% o sulla dinamica delle diverse correnti trotzkiste di rifondazione. Quindi queste decisioni sulle alleanze tendono ad avere scarse conseguenze in termini di comportamento elettorale. O, per fare un altro eempio: quanti elettori lombardi del centrodestra hanno presente che il voto a Formigoni garantisce l'elezione dell'igienista dentale di Berlusconi? Immagino che a molti non importi ma ad alcuni sì. Però se manco lo sai...

Secondo me in Calabria l'IdV non si è coalizzata con il PD perchè il candidato di quest'ultimo, Loiero, era sotto giudizio per abuso d'ufficio e corruzione, e l'inchiesta in cui era coinvolto (Why not) era stata avviata dall'allora PM De Magistris, poi diventato europarlamentare IdV. L'assoluzione di Loiero è avvenuta solo il 2 marzo scorso (vedi qui). Alla luce di ciò è comprensibile che un partito come l'IdV non abbia potuto allearsi con un candidato sotto inchiesta...

Questa spiegazione contrasta però con quello che è accaduto in Campania, dove in una situazione analoga l' idv ha scelto di allearsi.

E aggiungo che, vista la probabile sconfitta contro Caldoro non ne ho compreso il motivo. Rinunciare alla bandiera della legalità, indebolendo quindi una caratteristica identitaria del partito, in cambio di una sconfitta. Forse per un atto strategico di apertura verso il PD?

hai ragione, ammetto che il quadro della Campania mi era sfuggito. COme atto strategico di apertura mi sembra però molto penalizzante per l'IdV in termini identitari

La Campania è un caso talmente a sè stante da meritare una analisi a se stante. Nei sondaggi De Luca sta risalendo, prima dell'oscuramento era all'1,4% da Caldoro, praticamente niente.

Per Caldoro sono vitali Mastella e l'UDC, anche se dovesse vincere sarebbe una vittoria di Pirro, il quadro campano è, secondo me a tinte fosche. Anche perchè Caldoro non sfonda assolutamente laddove il PDL è sempre stato forte: nella destra sociale populista di: Florino,Laboccetta,Mussolini,Rivellini,Schifone,Pontone, etc., etc., Cosentino dopo lo schiaffo della provincia di caserta (data all'udc in cambio del sostegno alla regione)  non sta remando più di tanto, insomma il PDL è/era talmente sicuro della sua vittoria, dovuta alla pessima immagine di Bassolino/Jervolino che si è dilapidato il capitale, e Caldoro non ha un'immagine vincente.

Per assurdo le speranze del PDL sono tutte nel candidato "grillista": è lui che sta erodendo De Luca, non certo una pessima campagna politica. L'IDV lo ha capito (se si vince è grazie a Di Pietro) e ha occupato uno spazio. Piuttost' c' nient, è meglio piuttost...

Un partito di centro, l'UDC, può scegliere

Ritengo che l'UDC abbia impostato la sua politica delle alleanze - in questa fase - con l'obiettivo di mostrare di essere determinante nella vittoria di alcune regioni-chiave. L'UDC vorrebbe insomma presentarsi in questa fase come king-maker, con l'idea di "determinare l'assetto politico regionale". In quest'ottica, l'UDC ha anche considerato il proprio interesse politico ad impedire un eccessivo peso politico della Lega (proprio avversario politico maggiore) e del centro-destra nel Nord. L'UDC ha quindi cercato di "immaginare una mappa di vincitori, salendovi sopra". Ovviamente ha dovito valutare e confrontarsi con la loro forza relativa, come stimata politicamente e sulla base della geografia politica esistente.

Da qui la scelta di Bresso e Burlando al Nord, per i quali l'UDC si attendeva comunque una forza di base consistente, e dove in entrambi i casi punta a presentarsi come "determinante" nella eventuale vittoria. Per bilanciare politicamente queste scelte, l'UDC ha poi scelto il centro-destra in Lazio, Campania e Calabria, reputando che in tali regioni vi fosse una forza relativa maggiore del candidato di centro-destra, e puntando anche in questi casi ad esserne il king-maker, più o meno determinante. In questa situazione, a rompere le uova nel paniere potrebbe essere la candidatura "a sorpresa" della Bonino, che pare stia portando una forza propria maggiore (rispetto alle prospettive teoriche iniziali) per il centro-sinistra. In Puglia infine, l'UDC si rendeva conto della forza "di base" di Vendola, ed ha secondo me valutato rischioso "scegliere un centro-destra perdente". Inoltre, nell'ottica di "determinare l'assetto regionale complessivo uscente", all'UDC interessa quasi di più una vittoria del centro-sinistra in Puglia, per contribuire a tenere quello schieramente sulle 8-9 regioni, e quindi consetendo un equilibrio anche nella Conferenza Stato-Regioni. Una prevalenza netta di uno schieramente sull'altro diminuirebbe la propria possibilità di manovra al centro.

RR

 

L'analisi è condivisibile, ma quelle che tu indichi come devianze dal modello non mi sembrano tali. Gli ingredienti sono dunque:

1) il fatto che le regioni sono degli enormi centri di spesa, poco altro;

2) il fatto che per il governo della regione il Tatarellum (come hai evidenziato) propone -più o meno- un uninominale secco, con tutti i problemi che l'uninominale secco aveva evidenziato già nel Mattarellum.

Sia i grandi che i piccoli sono mossi dalla stessa logica: poco capitale politico per il massimo risultato. Per l'IDV coalizzarsi con Loiero avrebbe portato ad una perdita di capitale politico molto più alta che non per la campania. Per l'UDC correre da solo in Veneto comporta una rendita data dall'indebolimento del PDL. Tutti ragionano sul margine, pensando ancora ad un elettore-tipo.

Alcuni commentatori hanno brevemente riassunto le vicende di queste regioni. Qui vorrei far presente un punto metodologico. Come scienziati sociali siamo abituati a ragionare per modelli semplificati, e la domanda generalmente è se le semplificazioni non semplificano troppo. L'ipotesi di base era quella che le alleanze si possono spiegare assumendo che i partiti a livello regionale sono  attori dotati di volontà unica e tesi a massimizzare la performance elettorale. Nel post ho fatto presente due possibili ragioni per cui questo modello semplificato di comportamento può essere scorretto: l'influenza dei partiti nazionali e l'esistenza di considerazioni dinamiche.

Ho ignorato una terza ragione per cui il modello è troppo semplice, che è la dinamica interna ai partiti regionali. E' chiaro infatti che i partiti, o le coalizioni, sono costituiti da vari individui, ciascuno con i propri autonomi obiettivi che non necessariamente coincidono con il ''benessere'' del partito. In realtà in Calabria, Puglia e Campania queste considerazione hanno probabilmente giocato un ruolo molto importante.

Guardiamo per esempio alla Puglia. E' chiaro che un unico decisore in charge delle alleanze in ciascuna delle due coalizioni avrebbe fatto carte false per allearsi con l'UDC, garantendo la vittoria. Nel centrosinistra ci hanno anche provato ma (e qui sta la deviazione dal modello) non hanno tenuto conto che Vendola stava giocando una battaglia che era di vita o di morte (politica) e quindi era disposto ad affondare tutta la barca con se stesso. Infatti una candidatura autonoma di Vendola contro il candidato di centrosinistra, anche se sostenuto dall'UDC, avrebbe significato la sicura vittoria del centrodestra. Ma la minaccia di tale candidatura autonoma era perfettamente credibile, dato che Vendola appunto si giocava la carriera politica, e questa è la ragione per cui il centrosinistra ha alla fine accettato le primarie che tutti sapevano avrebbero condotto alla candidatura di Vendola. D'altra parte l'UDC aveva già detto pubblicamente che Vendola non lo voleva (più che per antipatia verso Vendola, credo fosse per rafforzare la propria posizione negoziale) e quindi si è trovata impossibilitata ad allearsi ex post. La precipitosa candidatura di Palese nel centrodestra ha fatto il resto. Le vicende che hanno portato a quella candidatura sono a me meno chiare, ma sospetto che anche in quel caso considerazioni di carattere personale hanno prevalso sul bene del partito.

L'idea che l'introduzione delle primarie abbia prodotto risultati non ottimali nella politica delle alleanze mi sembra molto interessante. Questo chiaramente deriva dall'assumere che gli elettori siano meno razionali (o meno informati) dei dirigenti del partito.

Detto questo sarebbe bello cercare di capire come il modello si comporta se si introduce la possibilità di astensione, perché  c'è un trade off tra le strategie dei dirigenti del partito e la scelta di andare a votare o meno.

 

Sul primo punto, occorre stare attenti all'uso del termine ''ottimale'', che dipende  sempre dalla funzione obiettivo. Un dirigente regionale di partito ha come obiettivo la massimizzazione della probabilità di vittoria, ma per un elettore medio dele primarie può contare di più la persona da cui si è governati o le politiche che finisce per attuare. Quindi la strategia ottimale è differente per il dirigente di partito rispetto all'elettore medio. D'altra parte se le primarie scegliessero sempre ed unicamente nello stesso modo dei dirigenti di partito non ci sarebbe ragione per farle. 

Sul secondo punto, hai perfettamente ragione e si collega all'intervento di Giovanni Federico più sopra. Le alleanze scelte non lasciano totalmente indifferente il corpo elettorale, per cui non si può automaticamente assumere che un partito porti tutti i propri voti in dote a un'alleanza. Ed è vero che in Italia normalmente il dissenso rispetto alle scelte del partito di riferimento si manifesta più con l'astensione che con il voto a un partito di schieramento opposto. Posso solo ribadire quello che ho detto prima a Giovanni: non ho dati duri ma la mia impressione è che nella politica italiana questi effetti siano piccoli. L'aumento dell'astensionismo ci sarà sicuramente, ma la mia impressione è che sia il risultato di dissenso/disillusione generale piuttosto che disaccordo rispetto alla politica di alleanze.

liberali e no

Wellington 25/3/2010 - 13:32

forse sono un po' OT e nel caso mi scuso, ma il sito dell'IBL fa un interessante screening dei candidati; devo dire che come emiliano-romagnolo sono contento di poter votare quello che è definito come il candidato migliore, peccato che sia un voto di puro sport; è però una risposta a chi domanda come mai un liberale possa votare cdx: dove il PD comanda sul serio, la sua anima emerge chiaramente

http://www.brunoleoni.it/nextpage.aspx?codice=9052

1. OT: Anche questa volta si terranno nello stesso giorno elezioni per livelli di governo diversi. Da un lato, questo significa risparmiare risorse pubbliche. Il beneficio è evidente e non lo discuto. Dall'altro, però, significa in qualche modo anche falsare il messaggio politico del voto stesso. Mi spiego, premettendo che non ho una chiara posizione sul punto. Mettiamo caso di abitare, che so, a Saronno, e di poter votare sia per il nuovo Sindaco sia per il Presidente della Regione. E' vero che, in linea di principio, potrei prendere una sola scheda, ma è anche vero che in qualche modo la partecipazione ad una elezione rende molto probabile la partecipazione anche all'altra elezione. E' un bene? Forse. Ma è anche un male. Innanzitutto perchè il voto politico (considero quello regionale un voto politico) in qualche modo potrebbe replicarsi nelvoto amministrativo. Non è che abbia evidenza empirica di tale comportamento, ma mi aspetto che con buona probabilità l'elettore medio voti in entrambi i casi lo stesso partito, ignorando per esempio la qualità dei candidati primi cittadini. Inoltre, l'elettore si potrebbe trovare a votare con regole anche molto diverse per due elezioni. Potrebbe confondersi? Non so. L'aspetto positivo è che mi sembrano entrambi comportamenti più o meno misurabili (guardando per esempio alla differenza di partecipazione alle due elezioni o guardando al numero di schede nulle).

2. Pur avendone scritto altrove ottimamente, Sandro, qui ignori l'incentivo alla partecipazione dei partiti piccoli che il meccanismo dei rimborsi elettorali fornisce (seconda deviazione) Non so se la normativa cambi da regione a regione (per esempio, in alcune regioni i rimborsi sono ridotti se non viene rispettata la pari opportunità nelle liste) ma se questi sono disegnati come nel caso della Camera, allora basta l'1% dei voti per avere diritto al rimborso. E l'1% di 210 milioni (Regionali 2005), sono un bel po' di soldi per i professionisti della politica.

Non avevo mai pensato all'opportunità di separare le elezioni di diversi livelli. In effetti il trade-off è quello che dici tu, e che mi pare si possa riassumere come segue: da un lato, separare le elezioni è costoso sia per il bilancio pubblico sia per gli elettori che vanno alle urne; dall'altro, la separazione incentiva gli elettori ad acquisire migliori informazioni sui candidati e aumenta l'astensione. Se un aumento dell'astensione sia un bene o un male questo dipende dal fatto che gli astenuti siano  o meno i cittadini peggio informati. Interesting, sembra una questione da (cercare di) risolvere empiricamente. Dovessi prendere una decisione hic et nunc sarei per l'accorpamento, sulla base del fatto che gli italiani tendono comunque a votare per schieramento senza informarsi sui candidati.

Per quanto riguarda i rimborsi elettorali, ammetto che non conosco i dettagli delle leggi regionali e al momento non ho voglia di cercare (ma se qualcuno ne sa qualcosa, mi piacerebbe sentire). Però mi pare che l'esistenza di rimborsi serva in prima battuta ad aumentare il numero di partiti che corrono, piuttosto che a determinare la politica delle alleanze (su cui si incentra il post). A dir la verità una possible influenza è la seguente: se i rimborsi sono riservati, o semplicemente sono più alti, per i partiti che ottengono rappresentanza consiliare allora questo fornisce un incentivo addizionale ai partitini per partecipare alle coalizioni grosse anziché andare da soli. Ma mi sembra un problema minore. Il partitino ha già incentivo a entrare in coalizioni a causa dello sbarramento del 3%, la vera domanda è solitamente se i partiti grossi vogliono i partitini nella coalizione.

Innanzitutto perchè il voto politico (considero quello regionale un voto politico) in qualche modo potrebbe replicarsi nel voto amministrativo.

Le elezioni per le varie articolazioni territoriali della Repubblica, segnatamente Comune, Provincia e Regione, sono sempre "politiche" - come fanno ad essere "amministrative"? Voglio dire, non facciamoci imbrogliare dalla denominazione che ne è stata tradizionalmente data nel discorso politico italiano.

Si tratta di elezioni politiche locali. Il giudizio degli elettori è un giudizio politico, sugli orientamenti da tenere nelle rispettive istituzioni politiche locali. 

RR

 

 

Le elezioni per le varie articolazioni territoriali della Repubblica, segnatamente Comune, Provincia e Regione, sono sempre "politiche" - come fanno ad essere "amministrative"? Voglio dire, non facciamoci imbrogliare dalla denominazione che ne è stata tradizionalmente data nel discorso politico italiano.

Si tratta di elezioni politiche locali. Il giudizio degli elettori è un giudizio politico, sugli orientamenti da tenere nelle rispettive istituzioni politiche locali.

Tutte le elezioni dovrebbero essere politiche, tuttavia nei sistemi centralisti come quello italiano (e francese) c'e' la tendenza a regolamentare tutto minuziosamente dall'alto e a confinare l'attivita' degli amministratori locali ad un ruolo di esecutore materiale senza alcuna autonomia decisionale del "grande disegno" elaborato dal Centro. Funzionale a questa (secondo me stupida) obnubilazione centralista e' anche la scelta del linguaggio (quindi "elezioni amministrative"), non c'e' nulla di nuovo e Orwell ha gia' ridicolizzato questi trucchi.

Tutte le elezioni dovrebbero essere politiche, tuttavia nei sistemi centralisti come quello italiano (e francese) c'e' la tendenza a regolamentare tutto minuziosamente dall'alto e a confinare l'attivita' degli amministratori locali ad un ruolo di esecutore materiale senza alcuna autonomia decisionale del "grande disegno" elaborato dal Centro. Funzionale a questa (secondo me stupida) obnubilazione centralista e' anche la scelta del linguaggio (quindi "elezioni amministrative"), non c'e' nulla di nuovo e Orwell ha gia' ridicolizzato questi trucchi.

La mia osservazione voleva cogliere l'occasione - secondo lo spirito di nFA di guardare bene i fatti e usare ancor meglio la logica - per qualche appunto e spunto politico sul tema dei livelli di Governo e di responsabilità democratica, su cui, anche come semplice federalista europeo, porto qualche contributo.

Le deliberazioni degli organi delle istituzioni politiche locali sono prese in base alle competenze ed attribuzioni loro assegnate/proprie. Ovvio che vi sono diversi visioni e diversi modelli, ma eviterei di chiamare in causa Orwell. Se il popolo francese si ritiene sufficientemente "unito", "omogeo", costituente una "comunità politica salda", perchè non può - e forse anzi deve - adottare un modello in cui regole e sistema amministrativo siano più uniformi e centralizzati? Se invece hai e.g. un popolo scozzese che vuole vieppiù autonomia, e si considera distinto e forse distante dal resto della popolazione britannica, ecco che si pongono questioni di decentramento e indipendenza.

Una cosa è certa: gli eletti nelle istituzioni politiche locali sono "politici locali", non "amministratori locali", e prenderanno quelle decisioni che possono prendere (in base ai poteri che dispongono) sulla base del peculiare rapporto politico che li lega ai cittadini chi li elessero.

RR

 

Credo che tu stia facendo un pessimo servizio al federalismo europeo immaginando comunità costituite su aggregazioni sostanzialmente di tipo etnico-linguistico.

La scelta su a quale dimensione vadano prese le decisioni politiche è una decisione politica rilevante, ma asserire che essa sia dipendente principalmente dalla omogeneità delle opinioni del corpo elettorale, invece che da altre considerazioni, come la scala dei problemi da affrontare, o l'accountability, mi sembra francamente eccessivo.

Credo che tu stia facendo un pessimo servizio al federalismo europeo immaginando comunità costituite su aggregazioni sostanzialmente di tipo etnico-linguistico.

La scelta su a quale dimensione vadano prese le decisioni politiche è una decisione politica rilevante, ma asserire che essa sia dipendente principalmente dalla omogeneità delle opinioni del corpo elettorale, invece che da altre considerazioni, come la scala dei problemi da affrontare, o l'accountability, mi sembra francamente eccessivo.

Non dirlo a noi, io facevo in primis esempi "descrittivi", per come si presentano alla considerazione di chi vede la situazione attuale.  

Noi pensiamo ad esempio che la dimensione globale dei problemi economico-finanziari richieda soluzioni a quel livello. Ma non voglio sembrare un ingenuo, e perdipiù mi colloco su un versante "federalista moderato/realista". Ci tengo sempre a ricordare che non è con la Russia o la Bielorussia che si può, oggi, stabilire una comunità politica come quella che c'è fra i 27. E a dirla tutta, nemmeno con la Turchia - questo penso.

Perchè una comunità politica non è solo "scala dei problemi". Diciamo che c'è grado e grado.

RR

 

Il punto che fai il 1. potrebbe essere corretto rendendo il voto più semplice, per esempio, andando verso un sistema di tipo "uninominale", in cui si vota una persona invece che un partito. Questo consentirebbe di salvare l'accorpamento delle elezioni, che fa risparmiare soldi.

Grazie Sandro, queste tue analisi (pre) elettorali sono fantastiche come sempre e come sempre si leggono qui si nFA o non si leggono.

Fuori tema, segnalo il volantino elettorale di un candidato calabrese: chissa' se questo signore e' consapevole dei giochi strategici che sta faceno candidandosi e che Brusco gli ha appena spiegato...

 

Ciao, 18 Marzo 2010

per cui proprio vinse Bossi....

 

il che implichera', a non lungo termine, che la presidenza della repubblica emettera' varie eminenti predic he sul bisogno di non esser egoisti (come se Loiero fosse sant'antonio del deserto.)

Il che implichera' che la guerra interna ai gruppi dominanti si intensifichera', visto che G. Fini crede alla nazione e non alle "patrie."

Il partito democratico si esercitera' nel definire Grillo un grillo, parlante e peggio, visto che e' colpevole, quando R. Nader, per le sconfitte.

Ru486, Zaia: "Mai nei nostri ospedali"
Cota: "I direttori generali la blocchino"

Cota: "Essendo a favore della vita faro' di tutto per contrastare l'impiego della pillola - dice - Per prima cosa chiedo ai direttori generali di bloccare l'impiego della Ru486 attendendo la mia entrata in carica, poi chiedero' che in tutte le strutture sanitarie piemontesi siano ospitate le associazioni Pro Vita".

http://www.repubblica.it/politica/2010/04/01/news/ru486_per_la_polverini_solo_con_ricovero-3067906/

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