Guida al panico del 2008 (I): la letteratura accademica.

28 settembre 2008 alberto bisin
Una guida ragionata alla letteratura accademica su crisi finanziarie e contagio, premessa per meglio comprendere il dibattito che infuria sui media.

Questi sono giorni in cui gli economisti cercano di parlare poco con gli estranei. Il meglio che ci possa capitare, ad ammettere la nostra professione, è di assere assediati da domande: ma non si poteva prevedere la crisi? Di chi è la colpa? Cosa succederà adesso?

Vediamo se la letteratura accademica ci puo' aiutare a capire. Premetto che la scelta dei riferimenti bibliografici contenuti nel post non vuole essere esaustiva. È invece una lista molto soggettiva: questo è quello che io mi sono andato a rivedere in questi giorni. In particolare esiste una quantità di letteratura economica sul contagio. Non ne parlo perché non mi venuta nessuna voglia di andarmela a rivedere; a buon intenditor poche parole. 

Si poteva prevedere? Crisi finanziarie cicliche implicano che a predirne una prima o poi si indovina. Uno dei primi economisti a studiare e comprendere gli effetti di una crisi del mercato immobiliare è stato Robert Shiller (Yale), che però ha iniziato a predire crisi dall’inizio degli anni ’90. Tra coloro che hanno previsto più lucidamente la crisi finanziaria di questi giorni ci sono anche Nouriel Roubini (NYU, ma scrive su RGE) e Paul Krugman (Princeton, scrive sul New York Times). Entrambi hanno previsto però anche una gravissima crisi economica, previsione che non si è, al momento, ancora verificata.

Come economisti non ci interessa tanto fare previsioni quanto fare analisi, capire cosa è successo  per evitare che succeda ancora. Priviamoci a farlo in un solo paragrafo. La Fed ha inondato i mercati di liquidità. Le banche hanno fatto enorme uso della leva finanziaria. Hanno finanziato un boom dei valori immobiliari dal 2001 distribuendo il rischio nei mercati finanziari in forma di cartolarizzazioni. Titoli derivati sulle cartolarizzazioni (ad esempio CDS - Credit Default Swaps) hanno generato una complessa catena di posizioni finanziarie legate ai valori degli immobili su cui i mutui sono stati accesi. Il crollo dei valori immobiliari negli Stati Uniti ha ingenerato il crollo di valore di tutti questi titoli. Per fatti e interpretazioni utili consiglio i recentissimi paper di Gary Gorton e di Kristopher Gerardi, Andreas Lehnert, Shane M. Sherlund, and Paul Willen.

Ma come si è arrivati sin qui? Come è possibile una esposizione dei mercati finanziari al rischio immobiliare tale da generare questa crisi? Una questione fondamentale, a questo proposito, è quella della struttura degli incentivi impliciti nella compensazione del management. Questi incentivi infatti, se insufficienti, possono aver indotto il sistema finanziario a una eccessiva esposizione al rischio immobiliare. Lucian Bebchuk (Harvard) da tempo sostiene la tesi secondo cui i manager godono di enormi rendite, da cui ricavano compensazioni eccessivamente elevate. Ma ciò che determina gli incentivi all’esposizione al rischio non è tanto il livello quanto la sensitività della compensazione dei manager al valore della società. È importante che i manager guadagnino quando la loro società acquista valore e perdano quando ne perde. Gli aneddoti di questi giorni a questo proposito sono interessanti: i) si stimano in ben oltre 4 miliardi di dollari le perdite in quest’ultimo anno dei 16 maggiori manager del mondo finanziario americano (da un articolo del NYTimes la settimana scorsa che non trovo più); ii) si riporta che i manager di Lehman si stiano vendendo quadri e case. (La reazione, "chissà quanti gliene rimangono di case e quadri" è poco rilevante e molto populista: non stiamo cercando di suscitare pena per i ricchi manager, ma stiamo argomentando che hanno perso parecchio, e stiamo speculando che ne avrebbero fatto volentieri a meno). Più rilevante è che molte sono le analisi empiriche riguardanti ogni aspetto dei sistemi di compensazione dei manager: dai primi lavori di Michael Jensen e Kevin J. Murphy (USC) a quelli recenti di Xavier Gabaix e Augustin Landier (NYU) e di Gian Luca Clementi (NYU). Per quanto la discussione sia aperta (questo ad esempio fa le scarpe a Gabaix-Landier), questi studi tendono a documentare, a mio parere convincentemente, una sensitività della compensazione dei manager in linea con quanto richiesto ad indurre una esposizione al rischio non eccessiva.

Come si spiegano allora concentrazioni di rischio tali da generare il timore del crollo sistemico? Una possibile spiegazione sta nell’orizzonte temporale degli incentivi. Incentivi troppo a breve termine possono avere infatti effetti perversi: i) innanzitutto, possono indurre i manager a trascurare i rischi futuri, soprattutto i rischi sistemici nel medio periodo, appunto; si veda ad esempio Patrick Bolton, José Scheinkman e Wei Xiong (il primo a Columbia e gli altri due Princeton); e ii) possono anche indurli a manipolazioni del valore dell’impresa, attraverso pratiche contabili poco trasparenti; si veda as esempio Lin Peng e Ailsa Roell. Incentivi a breve termine possono essere anche il risultato di deviazioni comportamentali (psicologiche) dei manager; se veda al proposito la rassegna di Nick Barberis e Dick Thaler (ho già detto qui quello che penso di questa letteratura).

E la bolla immobiliare? Questa crisi finanziaria non si può comprendere appieno senza una spiegazione della dinamica dei prezzi immobiliari, della probabile bolla speculativa che li ha fatti crescere e poi crollare. Le bolle speculative sono difficili da ottenere teoricamente e da identificare empiricamente (si veda su questo Manuel Santos e Mike Woodford): ancora si discute se fosse una bolla quella dei titoli tecnologici del 1999-2000 al NASDAQ. Recenti analisi, ad esempio quelle di Patrick Bolton, José Scheinkman, e Wei Xiong e di Dilip Abreu e Markus Brunnermeier (Princeton), collegano le bolle speculative a comportamenti inefficienti dei principali attori nei mercati finanziari; comportamenti dovuti in parte proprio a quegli incentivi di breve periodo che li inducono a cercare rischi eccessivi e a manipolare i bilanci. Non è facile stimare quanto questi incentivi perversi abbiano influito sulla “bolla immobiliare” e quindi sulla crisi finanziaria. Ma è chiaro che è su di essi principalmente che l’analisi economica suggerisce di agire con nuove forme di regolamentazione dei mercati e di trasparenza contabile.

In buona sostanza molte banche e istituzioni finanziarie detengono ora attività il cui valore è crollato. Ma soprattutto, la catena di posizioni finanziarie è così vasta e complessa che nessuno realmente conosce il valore delle proprie attività e tantomeno di quelle detenute da altri soggetti finanziari. Pradeep Dubey, John Geanakoplos e Martin Shubik (il primo a Stony Brook e gli altri a Yale) hanno iniziato a studiare questi problemi una quindicina di anni fa (John Geanakoplos unisce all’attivita’ di accademico quella di operatore a Wall Street; guarda caso nel mercato di mortgage backed securities). In queste condizioni il mercato del credito si congela: nessuno si fida a prestare danaro a nessun altro per timore che quest’ultimo sia particolarmente esposto, alla fine della catena, al rischio dei rendimenti sui mutui.

Che fare? Il congelamento del mercato del credito è il legame principale tra la crisi finanziaria e una possibile crisi reale. Come tagliare il legame? È necessario ristabilire quella trasparenza delle posizioni finanziare di banche e altre istituzioni finanziarie che permetta al mercato del credito di tornare a operare efficientemente. Solo dopo che abbiano realizzato le proprie perdite in modo trasparente le banche potranno ricapitalizzarsi e tornare a investire nell’economia reale.

In un certo senso, questo è l’obiettivo del piano del Tesoro e della Fed all’analisi del Congresso: comprare buona parte delle cartolarizzazioni sui mutui e dei titoli derivati ad essi legati in portafoglio alle banche così da renderne trasparenti i bilanci. Non solo, ma il Tesoro, non dovendo rispondere agli azionisti a breve termine, guadagnerebbe da una eventuale ripresa del mercato immobiliare nel medio periodo.

Sembra una grande idea. Ma ci sono due ordini di problemi. Il primo è il prezzo a cui questi strumenti finanziari saranno acquistati. Il piano originario prevedeva che fossero comprati a prezzi superiori a quelli di oggi di mercato, considerati frutto del panico e lontani dai loro “valori reali”. Questo sarebbe un diretto sussidio alle banche a spese dei contribuenti, una ricapitalizzazione a fondo perduto. È invece bene distinguere l’operazione di salvataggio immediata dal processo di ricapitalizzazione delle banche, così da incentivare le banche stesse a ristrutturarsi per meglio operare la ricapitalizzazione sul mercato. Il secondo problema che il Tesoro si troverà ad affrontare è che le banche conoscono meglio del Tesoro stesso il valore dei titoli in proprio possesso. Avranno incentivo quindi a vendere al Tesoro quelli di minor valore e più rischiosi, in modo da poter esse stesse godere del loro futuro incremento di valore una volta che la crisi sia risolta. Questo incentivo potrebbe limitare l’effetto del piano sulla trasparenza dei bilanci delle banche e in principio potrebbe invalidare il meccanismo di salvataggio stesso.

C'entra Tremonti? C'entra sempre Tremonti! Concludo con un commento riguardo al parallelo tra la crisi del ’29 e quella in corso, parallelo sempre più frequente in questi giorni, e spesso abusato dal nostro Ministro dell'Economia. La crisi del ’29 ha un posto fondamentale tra tutte le crisi finanziarie infatti soprattutto per quanto duramente ha colpito l’economia reale, per la “grande depressione” che ha generato. La più convincente analisi della “grande depressione”, ad opera di Hal Cole, Lee Ohanian (a Penn e a UCLA, rispettivamente), e di un gruppo di economisti alla Fed di Minneapolis, evidenzia quanto gli effetti del crollo dei valori azionari e delle banche sulla economia reale siano stati causati da vari provvedimenti di intervento del governo di New Deal; provvedimenti che hanno favorito una limitazione della concorrenza nei mercati dei prodotti e la sindacalizzazione del mercato del lavoro, e hanno sensibilmente aumentato la pressione fiscale. Purtroppo queste sono proprio le politiche di intervento propugnate dal ministro Tremonti: il «ritorno al pubblico» e alle «politiche keynesiane» (Corriere, 18 Settembre). Forse per questo egli ritiene «prudente non tener conto di quello che dicono gli economisti».

20 commenti (espandi tutti)

Nessun accenno ai lavori di Bernanke-Gertler e al financial accelerator? 

That is not to say that Mr. Bernanke would shy away from radical action
in a crash. In an early version of a paper with Professor Gertler that
was eventually published in 1990, they wrote that "under some
circumstance, government 'bailouts' of insolvent debtors may be a
reasonable alternative in periods of extreme financial fragility."http://www.nytimes.com/2005/10/30/business/yourmoney/30econview.html

(NYT 30 Ottobre 2005)

Ho sentito dire che BB e' la persona piu' preparata ad affrotnare una crisi del genere perche' ha passato parte della carriera a studiare queste cose (l'altra lettura della questione e' che ha portato un po' sfiga o ha fatto di tutto per testare il suo modello). Concordi?

No, come dicevo quella letteratura non mi aiuta affatto a capire cosa succede. Ma questo e' mia valutazione soggettiva. Piuttosto allora,   collega per collega, preferisco di gran lunga le cose di Douglas Gale e Franklin Allen. 

Su BB: meglio di altri (certo meglio di Greenspan, direi) perche' a queste cose ha pensato; pero' e' possibile (probabile) che non riesca a pensare out of the box dei suoi modelli sulla grande depressione - e questo e' male; molto male; anche perche' sulla qualita' dei modelli si puo' discutere a lungo.   

Grazie per la survey (ma la Roell si chiama Ailsa, non Alisa).

ii) si riporta che i manager di Lehman si stiano vendendo quadri e case. (La reazione, "chissà quanti gliene rimangono di case e quadri" è poco rilevante e molto populista: non stiamo cercando di suscitare pena per i ricchi manager, ma stiamo argomentando che hanno perso parecchio, e stiamo speculando che ne avrebbero fatto volentieri a meno).

Non mi è tanto chiaro: cosa vuol dire che "hanno perso"? Se la loro retribuzione (con stock-option e quant'altro) è stata di 50 milioni all'anno negli ultimi anni e quest'anno è stata di zero, rimane pur sempre vero che hanno guadagnato un sacco di quattrini. Certo, se hanno investito i loro guadagni passati in azioni di Lehman Bros, adesso ci stanno rimettendo, ma hanno perso sui loro investimenti, nessuno è andato a sequestrare quanto avevano guadagnato in passato. Se poi il loro "stile di vita" è da 45 milioni di dollari l'anno, capisco che devono vendere case e quadri per cercare di ridurlo, che ne so?, a solo 3 milioni di dollari.

Penso che sarebbe opportuno, a fronte di tali guadagni, una bella fidejussione di pari importo della durata di 5 anni che, se il Patrimonio Netto (od il valore di borsa) delle loro società diminuisce (o crolla) nei 5 anni successivi, vada a compensare azionisti e stakeholders.

Che sia l'effetto Giordano Bruno?

Buon giorno Mario, io vado a dormire. Ma condivido, e non scherzo.

Io no, non condivido. Non stiamo parlando di fare etica spicciola. Questi signori avevano contratti noti agli azionisti. Non vale tornare indietro e "farli pagare" cosi' come non vale aiutarli a non fallire. Nessuno argomenta che questi signori stiano morendo di fame, ne' stiano soffrendo. Non glielo hanno imposto per contratto e quindi non succede. Ma la facile tirata populista che guadagnato quando l'impresa va bene e non perdono quando l'impresa perde e' appunto questa, una tirata populista: non sono alla fame, ma perdono; perdono parecchio. La cosa importante e' questa, perche' sono queste perdite che generano incentivi; e' la paura di queste perdite che agisce sul loro comportamento. Adesso e' facile dire: beh, non e' stato sufficiente. Forse e' vero, ma occhio che quelli che avrebbero accettato un contratto con clausola-evirazione in caso di crollo non son quelli cui vogliamo mettee  mano le banche. Scusa mario (e michele, con cui la discussione su questo punto va avanti da anni) ma questo e' facile populismo. Perche' dovrebbero "compensare azionisti e stakeholders"? Erano dei bambini? 

A parte Bebchuck, gli unici argomenti che ho sentito al riguardo e' "ma loro sono meno intelligenti di me e guadagnano di piu'" (lo stesso argomento fanno fisici e matematici riguardo agli economisti) oppure "ma loro sono capitalisti cattivi, che muoiano all'inferno" e versioni varie di questo. Il punto e' che su questo argomento e' difficile argomentare, si gioca sulle emozioni e si vince sempre. 

Quando fisici e matematici guardano gli economisti si limitano a restare basiti per il fatto che utilizzino modelli estremamente semplici per descrivere sistemi estremamente complessi (almeno, a me succede così ;-) )

... "ma loro sono meno intelligenti di me e guadagnano di piu'" (lo stesso
argomento fanno fisici e matematici riguardo agli economisti)

Pero' non generalizziamo per favore, quello e' un argomento tipico forse dei fisici e i matematici di sinistra, statalisti e anti-mercato, che sono molti, e non solo in Italia, ma non tutti.

Ci mancherebbe, nessuna generalizzazione. Voglio proprio dire che l'argomento e' comune perche' ragionevole - e' vero che sono piu' intelligenti - ma e' vero anche che, non e' difficile comprendere che il mercato non premia necessariamente IQ. Per questo l'argomento IQ e' irrilevante nel caso dei matematici/fisici vs. economisti  e nel caso degli economisti vs. bankers. 

Anzitutto: non è che sia molto saggio - ogni volta che qualcuno sostiene che a Wall Street in questi anni (ed altrove all'interno del settore finanziario) si son fatti soldi attravero l'inganno e l'uso sconsiderato (consapevolmente sconsiderato) dei soldi degli altri - tirare fuori, come unico argomento, l'"etica spicciola" ed il "populismo". Non vanno molto lontano, oltre che segnalare una certa mancanza d'argomenti sostanziali ed una condiscendenza che consiglierei di destinare ad altre attività.

La questione di fondo mi sembra essere quella del valore aggiunto (dal punto di vista sociale) prodotto da questi signori. Poiché, chiaramente, i conti economici dicono che le perdite sono sostanzialmente maggiori dei profitti, devo concludere che il valore aggiunto sociale sia stato negativo. In altre parole, hanno fatto danno alla società, facendosi al contempo lautamente pagare per questo danno. Danno apparentemente enorme, se ci stanno succhiando centinaia di miliardi dalle nostre tasche per tappare i buchi. La misera consolazione - per cui alcuni milioni hanno vissuto per qualche anno in case che non si potevano permettere e che hanno ora perso - mi sembra, appunto, misera e neanche tanto consolazione. Truffarono anche costoro in cooperazione con il mortgage originator che si portava a casa il fee!

Tutto questo non c'entra nulla con l'etica e con il populismo spiccioli, ma con l'algebra ed i fatti invece sì. Dal fatto che continui a nasconderti dietro al facile dito del populismo "facile" deduco, invece, che tu non abbia in tasca alcun argomento (del tipo "alta produttività marginale" o rendimento a fronte del rischio o cose simili) capace di giustificare i redditi astronomici di questa ganga. Se ce l'hai, proponilo. Al momento non lo vedo. Vedo solo un certo tono arrogante di dismissal, non supportato da fatti, dati e modelli.

Sugli azionisti che dovevano sapere tutto: per favore! Tutti noi, probabilmente, abbiamo da qualche parte in portafoglio azioni di AIG, che non valgono più niente. In base a quale strana teoria dell'informazione e del controllo sull'operato dei managers potevo io (forse tu lo sapevi, ma io che vivo in campagna no, e CREF nemmeno ad occhio e croce) essere a conoscenza di cose come questa? Di storie simili ne girano a decine; quando la polvere calerà usciranno centinaia di truffe tali che Enron, al confronto, farà sorridere. Molti, troppi, bonus di fine anno sono figli della truffa e del raggiro, questo dicono i fatti ed i dati.

L'argomento dell'intelligenza (che è mio, fra gli altri) proprio a questo serve, a sottolineare una situazione quantitativamente assurda e che va investigata. Lo ripeto, per il lettore: poiché non vi è nessuna evidenza che il bancario medio sia enormemente più intelligente, astuto, preparato, capace e produttivo del medico o dell'accademico o dell'ingegnere medio, non ho a priori alcuna ragione di ritenere che possano TUTTI (non qualche stella speciale, i Buffett ed i Jordan son più facili da capire, ma TUTTI) guadagnare dieci o venti volte quello che guadagnano i medici, gli ingegneri e gli economisti medi. Questi ultimi, poi, forse guadagno il 50% in più dei fisici, quando guadagnano tanto, quindi il paragone non regge e la differenza è semplicemente spiegabile dal fatto che il nostro lavoro è meno charming del loro. Infatti, una differenza simile vale fra gli stipendi di chi insegna economia in un dipartimento e di chi insegna finanza nelle scuole di business, anche se i soggetti in questione sono perfettamente intercambiabili. Le differenze, invece, fra bancario medio ed ingegnere medio NON si spiegano proprio con argomenti di questo tipo!

Il problema, quindi, non è l'uguaglianza degli stipendi, ma l'esistenza di differenze impossibili da spiegarsi con criteri del tipo produttività marginale o compensazione per il maggior investimento di tempo/sforzo/denaro (caso dei medici) o rischiosità del lavoro (perché il rischio lo sopportano azionisti e prestatori, non i managers chiaramente). Nel caso dei bancari, insomma, il sospetto che dietro vi siano profitti di monopolio e/o truffe indotte dall'enorme asimmetria d'informazione e dall'orrenda regolazione, mi sembra legittimo. Ed i fatti tendono a confermarlo.

Inoltre, non è vero che i bancari "perdono" quando va male: quelli che hanno tenuto tutto negli stocks delle loro aziende vedono calare il valore delle medesime, valore che era comunque artificiale ed economicamente ingiustificato, alla luce dei terribili investimenti compiuti. Insomma, la loro condizione è esattamente uguale a quella del signore che, guadagnando $50K all'anno, si è comprato, a mezzo di ARM, 2/28 e mortgage agents benevolenti, una casa da $500K, che ora "perde". Non ha perso nulla, semplicemente per anni ha vissuto in una casa che non avrebbe dovuto avere. Idem per il bancario che "perde" il bonus e vende il quadro: entrambi (bonus e quadro) non avrebbe dovuto averli in the first place.

Questo per coloro che hanno investito nelle loro banche, che sono solo una parte. Quelli (la stragrande maggioranza, tipo Paulson per esempio) che hanno investito altrove e diversificato i loro bonus non solo non "perdono", ma mantengono e moltiplicano rendimenti che hanno appropriato sfruttando l'informazione asimmetrica e che, chiaramente, rendimenti non erano ma perdite in fieri. Incentivi? Certo, incentivi perfettamente distorti! 

Non facciamo, quindi, i finti ingenui: se c'è un settore dove l'informazione asimmetrica è enorme (per questo abbiamo i regolatori, con buona pace del mio amico Neil Wallace) e porta regolarmente e drammaticamente alla spoliazione dell'azionista/risparmiatore quando non alla truffa vera e propria, questo settore è quello bancario. Tirare fuori l'argomento secondo cui "gli azionisti avrebbero dovuto controllare quanto si faceva", come se questa fosse la FIAT o Google, mi sembra un argomento poco credibile alla luce sia dei fatti che del senso comune. Se invece, all'improvviso, ti sei convinto che sia possibile avere free and completely un-regulated banking nell'era dei derivati OTC e cosine di questo tipo, argomentacelo.

Ma, davvero, lascia stare queste continue tiritere sul populismo. Dopo un certo numero di ripetizioni, annoiano anche i bambini.

P.S. L'idea di Mario, di usare meccanismi del tipo "put your money where your mouth is", mi sembra perfettamente ragionevole per attenuare il problema lemons che pervade il mercato e le azioni dei bancari.

Michele: nel post ci sono riferimenti (non sono un granche', la roba di Gabaix e Landlier e' mal fatta, ma secondo me sostanzialmente corretta).  Sai com'e', piu' di cosi' e' difficile fare. Io da te non ne ho visti di riferimenti. Ne' di argomenti che quelli che ci sono sono errati.  Invece di pontificare, rileggiti quello che hai scritto e vedrai che tutto l'argomento e' basato su un controfattuale  (che " le perdite sono sostanzialmente maggiori dei profitti"). Se avessi pagato i manager col tuo salario - incluso tenure? - quali sarebbero state le perdite e quali i profitti? Non lo sai, ovviamente. Ne' lo so io. Fammi vedere pero' un modello che dia la risposta. Io lo ho fatto. Mi spiace, poiche' so che di solito non li fai questi errori, devo ricorrere all'unica spiegazione che sono in grado di trovare, il populismo. 

PS Anch'io ho AIG che non sapevo di avere, ma questa non e' buona ragione per aspettarmi che chi ha investito in money markets per tutta la vita mi aiuti.  

PPS L'argomento di Bebchuck (ancora una volta, l'unico esplicito) e' che i manager abbiano enormi rendite monopolistiche. Io non le vedo. Ne' tu fai nulla per farmele vedere. Io vedo migliaia di MBA's ogni anno che ci provano. Di solito questo non e' segnale di monopolio. Io credo che la soluzione sia "market for superstar". Se e' cosi', la tua argomentazione equivale a quella di mia madre che davanti a Ibra dice, con quello che prende poteva almeno fare 3 goal al milan. 

PPPS Sia chiaro che io non ho mai detto che non ci siano rendite in incentive compensation. Io non le vedo e quindi reagisco a coloro che, come te, dicono "ci devono essere, quarda come sono ricchi" e poi sbagliano il controfattuale rilevante. 

Alberto non sono d’accordo. Il mercato funziona se premia i meriti e punisce le stupidaggini, e non viene usato sistematicamente per fregare il prossimo. Beninteso questo può accadere, ma proprio per questo il sistema legale – quando è ben congegnato e funziona – ci mette una pezza e ripristina i giusti incentivi. Se penso al Bel Paese, ben più sgangherato degli Usa sotto questo aspetto, quello che sta avvenendo al di là dell’Atlantico mette i brividi. Nel paese dove la depenalizzazione del falso in bilancio passa fra la generale indifferenza del pubblico, dove continuano a imperversare i furbetti del quartierino, il rischio che vedo è il facile gioco (da parte di GT e dei suoi compagni di merende) di sostenere che anche nella patria del capitalismo gli amici degli amici contano più delle regole, quindi tanto vale tenerci le nostre di regole che così i favori li facciamo agli amici nostri. Il mercato, per guadagnare consensi, soprattutto fra coloro che non sono ancora convinti che è soluzione preferibile a quella indigesta poltiglia consociativa che ha segnato i migliori anni della nostra vita – e sono tanti –, deve convincere gli scettici. Per farlo deve dimostrare di essere uno strumento serio che penalizza chi carpisce la buone fede degli investitori. Qui il populismo, che c’è e pure forte, non c’entra. E’ il meccanismo che rischia di essere messo in discussione da comportamenti devianti. In fondo lo si è fatto per Enron, non vedo perché gli smart guys di Wall Street la debbano fare franca. Se no va finire che bisogna dare a ragione un banchiere d’altri tempi, Furstenberg, il quale sosteneva 

customers were stupid and cheeky. Stupid, because they gave their money to someone else, and cheeky, because they then expected some return on it.

Non capisco. Concordo pienamente con quello che dici. Nel caso di Enron sono stati accertati comportamenti illegali, tra cui appunto il falso in bilancio - che qui in US e' una cosa serissima. E' chiaro che il falso in bilancio vada punito anche nel caso degli "smart guys di Wall Street". Le questioni di cui si discute sono altre, e cioe': 1)  se fossero pagati troppo (a contratto, niente di illegale); 2) se stiano perdendo soldi a causa della crisi; 3) se bisogna rinnegare i contratti e punirli adesso ex post al di la' di quanto stabilito per contratto. Le mie risposte sono: 1) non lo so; difficile saperlo;  non vedo evidenza indiretta; 2) si' molti - anche se non moriranno di fame; 3) no (a meno di comportamento illegale, ovviamente). 

Nel paese dove la depenalizzazione del falso in bilancio passa fra la generale indifferenza del pubblico

Il pubblico italiano non ha alcuna sensibilita' per le regole di mercato, per la sua grande maggioranza, tuttavia il falso in bilancio non e' stato depenalizzato, questa affermazione e' uno slogan politico. Il reato di falso in bilancio e' ancora previsto dall'art. 2621 del codice civile e prevede la galera. La "riforma" approvata in parlamento prevede solo riduzione della pena massima, non punibilita' per alterazioni entro il 5%, persecuzione solo su querela di parte in caso di societa' non quotate.  Si tratta di una cattiva riforma (pene troppo lievi e margini di non punibilita' troppo ampi in rapporto al danno al mercato e alla fiducia pubblica del reato) ma anche gli articoli preesistenti erano mal scritti. Se si vuole essere piu' accurati si puo' parlare di parziale depenalizzazione o meglio di riforma discutibile del codice civile in materia di falso in bilancio.

"Tra coloro che hanno previsto più lucidamente la crisi finanziaria di questi giorni ci sono anche Nouriel Roubini (NYU, ma scrive su RGE) e Paul Krugman (Princeton, scrive sul New York Times)"

beh, e' anche vero che Krugman prevede la recessione almeno una volta l'anno... e prima o poi ci becchi :)

http://mjperry.blogspot.com/2008/01/paul-krugmans-top-ten-recession.html

Faccio un esempio pratico: SAVE, società quotata in Borsa che gestisce l'aeroporto di Venezia, l'anno scorso ha acquistato un bel pò di Gemina con l'idea di entrare nel salotto buono. Il tentativo non è riuscito e SAVE ha rivenduto i titoli che nel frattempo erano un bel pò aumentati facendo una ricca plusvalenza. In sede di approvazionde dl bilancio 2007 il Presidente di SAVE, Enrico Marchi, si è fatto approvare dal consiglio un bonus speciale di  1 (o forse erano due, non ricordo) milioni di euro giustificati proprio con il superutile derivante dall'operazione. Se però, guarda caso, la crisi dei mutui, o le torri gemelle, o una guerra con la Russia fossero capitati tra il momento dell'acquisto delle azioni Gemina e la loro vendita, la ricca plusvalenza si sarebbe potuta trasformare in una cospicua perdita. Che ne sanno gli azionisti? e che ne sanno i dipendenti, i fornitori, o tutti gli atri portatori di interesse? E' facile far fare operazioni "a rischio" che se vanno bene ci guadagni e se vanno male non ci perdi. Non saranno state tutte giocate al Casinò, ma di fronte a mega utili e mega bonus sorge il sospetto che il comportamento dei managers sia stato fuorviato da questa asimmetria.

 

Che il mercato immobiliare americano fosse una bolla destinata prima o poi a scoppiare era una notizia che era arrivato anche ai miei (infinitamente ignoranti) padiglioni auricolari. Ora, non voglio dire prevedere esattamente quando sarebbe successo, ma non sarebbe stato possibile almeno cautelarsi un minimo?

Inizia una nuova discussione

Login o registrati per inviare commenti