Legge elettorale: io se fossi Beppe ...

28 giugno 2014 michele boldrin

Non lo sono e, con tutto il rispetto per Beppe Grillo, nemmeno aspiro ad esserlo anche se non ci sarebbe dispiaciuto prendere i suoi voti, o anche metà di essi, nel 2013 e nel 2014. Non li abbiamo presi, quindi siamo fuori dal gioco. Ma questo non implica "zitto e mosca": posso sempre provare ad immaginare cosa direi a Matteo Renzi se avessi l'opportunità, che Grillo ha, di un pubblico dibattito con lui sul tema della riforma elettorale e di quelle istituzionali più in generale. 

Comincerei osservando, anzitutto, che le leggi elettorali dovrebbero essere parte integrante di quel “contratto sociale” che sta idealmente alla base della legittimazione del potere politico e statale. Mi rendo conto che questo sia argomento "teorico" e alquanto idealistico, con poco impatto mediatico in un paese assetato sino allo sfinimento dal "cambiamento al più presto possibile". Nondimeno, siccome non credo al cambiamento per il cambiamento ma credo solo al cambiamento ben fatto, ricorderei questo principio fondamentale. Qualsiasi riforma che riguardi il disegno istituzionale di un paese dovrebbe essere oggetto di un ampio dibattito pubblico ed essere sostenuta da un'ampia maggioranza degli elettori; non dovrebbe essere il frutto di un accordo fra singole forze politiche che rappresentano, alla fine, solo una minoranza qualificata del corpo elettorale. 

Che a Silvio Berlusconi questo modus operandi, che antepone l’interesse di pochi a quello di tutti, sia gradito, non sorprende. Ma che questa forma di bonapartismo a mezzadria sia il nuovo che Renzi propone all'Italia non mi sembra una buona idea. Perché, piaccia o meno, l'accordo attuale altro non è che il Porcellum peggiorato con soglie di sbarramento maggiori ed emendato della propria incostituzionalità attraverso la scelta del 37% come soglia per accedere al premio di maggioranza. E se il giustamente vituperato Porcellum faceva schifo, la sua versione peggiorata non può far meno schifo. Per tre ragioni essenziali.

(1) Se il primo obiettivo della legge elettorale é la "governabilita'", ossia assicurare che dopo ogni elezioni vi sia una maggioranza parlamentare ben definita, l'adozione simultanea del premio di maggioranza e di soglie di sbarramento dell’8% o del 12% non serve proprio. Questa combinazione nei paesi democratici non ce l'ha nessuno (Sandro Brusco mi informa che la Grecia ha premio di maggioranza e sbarramento al 3%, io non conosco altri paesi con simili regole). Come argomenterò in quel che segue, questa compresenza non solo non serve a raggiungere l'auspicata "governabilità" ma la danneggia gravemente massacrando, al contempo, la contestabilità elettorale della maggioranza, essenza d'un sistema democratico.

(2) È perfettamente senza senso approvare una riforma elettorale che non sia organicamente collegata ad un nuovo disegno del sistema istituzionale in cui questa opera: questo disegno non c'è come l'assurdo dibattito sul Senato conferma da solo. Ma, soprattutto, non si può adottare una legge elettorale senza risolvere la strisciante questione del "presidenzialismo", l'insoddisfatta domanda di "federalismo", le regole di selezione dell’esecutivo e del Presidente della Repubblica ed i loro rispettivi poteri ...

(3) Il problema della "rappresentatività" degli eletti al parlamento rimane intatto: che i collegi siano più piccoli implica nulla, sono ancora le segreterie dei partiti, composte di pochi unti del signore con il monopolio del potere politico, a decidere chi rappresenta il popolo italiano e chi no. Questo genera un sistema politico monopolizzato e bloccato, esattamente come fece con il Porcellum. Anzi, viste le soglie, ancor più bloccato!

L'Italia ha invece bisogno di un profondo ripensamento del suo assetto istituzionale che si proponga di conseguire almeno quattro obiettivi essenziali:

  • ridurre il perimetro del sistema partitocratico, permettendo agli elettori di scegliere i propri rappresentanti e rendendo il mercato politico “contendibile”, ossia aperto all’entrata dei nuovi soggetti politici che si originano nella società civile;
  • garantire la governabilità del Paese, permettendo la formazione in Parlamento - sia esso uni- o bi-camerale: una questione, questa, da decidersi secondo altri criteri e su cui tornerò in un altro momento - di maggioranze solide a seguito delle elezioni;
  • favorire la rappresentatività politica del Parlamento, salvaguardando il diritto delle minoranze a essere rappresentate, esprimersi e offrire all’elettorato un’alternativa ai partiti al potere;
  • adottare un'organizzazione federalista dello stato, che operi la contestuale ridefinizione della struttura e dei poteri degli enti locali, rendendoli direttamente responsabili dinanzi ai cittadini delle spese fatte e dei prelievi imposti per finanziarle.

Com'è possibile perseguire simultaneamente questi obiettivi che sono, palesemente, quelli che da almeno trent'anni grande parte dell'opinione pubblica auspica raggiungere? In un paese frammentato socialmente com'è oggi l’Italia, è illusorio pensare di garantire la governabilità con trucchi elettorali che precludano la rappresentanza a fasce significative di popolazione: la soglia di sbarramento dell'8% prevista dall’Italicum corrisponde a circa 4 milioni di elettori, quella del 12% a quasi 6! I “partiti piccoli” devono essere superati mediante processi di reale aggregazione sociale e politica e non con un colpo di mano dei partiti che sono, oggi e forse momentaneamente, “grandi”. E un partito che, potenzialmente, rappresenta 4 milioni di persone è tutto fuorché "piccolo"!

Questo perché, in primo luogo, un’aggregazione surrettizia delle forze in campo, basata sul ricatto della sopravvivenza, porterà molto probabilmente alla creazione di due “partiti-società per azioni”, identici ed opposti. Due contenitori elettorali differenziati ideologicamente ma non programmaticamente, internamente divisi in correnti tenute assieme solo dal collante elettorale. In un simile contesto la “governabilità” sarà nient’altro che ostaggio degli equilibri fra i gruppi di interesse interni ai due contenitori elettorali. Un esempio di questo l'abbiamo avuto nel governo Prodi 2006-2008 e ancor più nel governo Berlusconi 2008-2011: nessuno dei due ha saputo governare il paese.

In secondo luogo, impedire l’accesso al Parlamento delle minoranze “moleste” - oltre a privare di rappresentanza fasce enormi di popolazione - impedisce qualsiasi intervento sulle radici profonde della frammentazione sociale del Paese e, quindi, la sua reale modernizzazione. Solo garantendo rappresentanza alle varie identità sociali e politiche presenti sarà possibile assicurare il dibattito democratico e la sintesi parlamentare occorrenti per l’adozione di politiche che, eliminando alla radice le cause della frammentazione, ricostruiscano aggregazioni socio-politiche ampie ed internamente coese. Affinché possano essere realizzati interventi in grado di superare la disgregazione sociale del Paese, la legge elettorale non deve garantire solo governabilità e rappresentatività, obiettivi che l'Italicum manca. Occorre che l'attività parlamentare e di governo siano anche il frutto di un sistema istituzionale complessivamente coerente, adeguato all'assetto socio-economico del Paese (il nostro non lo è) e capace di selezionare una classe dirigente in grado di governare nell’interesse della grande maggioranza della popolazione. La nostra classe dirigente, platealmente, non possiede tali caratteristiche e, con questo ennesimo sopruso, prova d’essere interessata solo all’acquisizione e al controllo del potere politico fine a se stesso. 

Ecco di seguito, in cinque brevi capitoli, gli elementi fondamentali di una proposta di riforma della legge elettorale che permetterebbe un sostanziale passo avanti nella direzione giusta. Mi limito all'elezione della Camera dei Deputati e menziono il Senato per definirne le competenze al solo fine di eliminare l'attuale bicameralismo perfetto. Questo perché stabilire seriamente le competenze e il metodo d'elezione del Senato richiede anzitutto decidere se l'Italia vuole diventare un paese a struttura "federale" o no, e quali siano le entità elementari che si federerebbero in essa. Senza queste scelte il Senato serve a nulla e la miglior riforma è quella più semplice: abolirlo. 

I. Eliminazione del bicameralismo perfetto

Il potere legislativo nazionale dovrebbe essere suddiviso fra le due camere in base al principio di specialità. Alla Camera dei Deputati - ridotta a 400 componenti più quelli, che chiamerò D, necessari a garantire il premio di maggioranza quando questo scatti (vedi infra punto c)), eletti su base territoriale in distretti uninominali equipopolati - dovrebbe essere riservata la potestà legislativa nelle materie di competenza esclusiva statale e la concessione della fiducia al Primo Ministro. Il Senato, definito su base regionale o macroregionale, dovrebbe invece essere composto da 100 senatori, avrebbe potestà legislativa nelle sole materie a competenza concorrente stato-(macro)regioni o esclusiva delle (macro)regioni. L’elezione dei rappresentanti alla Camera in collegi uninominali e al Senato su base regionale favorirebbe il rafforzamento del vincolo tra eletti ed elettori, promuovendo il federalismo e garantendo la responsabilità degli eletti verso il corpo elettorale, senza risolverla nella dipendenza dalle strutture di partito insita nell'adozione di liste bloccate.

II. Introduzione fiducia costruttiva

Diversamente da quanto oggi previsto dalla Costituzione (art. 94), che prevede la possibilità che ciascuna Camera possa sfiduciare il Governo ad esito di votazione su una mozione proposta da 1/10 dei propri parlamentari, si introduce l’istituto della fiducia costruttiva. In sostanza, solamente la Camera dei Deputati – cui compete il potere legislativo nelle materie di competenza statale - potrà chiedere al Presidente della Repubblica di revocare il Primo Ministro a patto di avere già designato, a maggioranza assoluta, un suo sostituto. L’istituto della fiducia costruttiva ha la finalità di vincolare i parlamentari, coerentemente con l’art. 67 della Costituzione, al mandato conferitogli dagli elettori. Rendendo più difficile l’esercizio della sfiducia, si eliminano gli incentivi all’esercizio della medesima a fini ricattatori verso il Governo di turno favorendone conseguentemente una maggiore stabilità.

III. Ridefinizione dei poteri del Presidente della Repubblica

Analogamente al sistema istituzionale tedesco, l’istituto della fiducia costruttiva implica anche una modifica dei poteri del Presidente della Repubblica, che non potrebbe più sciogliere le camere di sua iniziativa, dopo aver sentito i rispettivi presidenti, così come ora ammesso dalla Costituzione (art. 88). L'unico caso ammesso di scioglimento delle camere da parte del Presidente della Repubblica, infatti, si avrebbe quando nessun Governo (Primo Ministro) dovesse conseguire la fiducia dalla Camera dei Deputati richiesta in sede di nomina o ad esito della proposizione della relativa questione. Coerentemente, al Presidente della Repubblica non spetta alcun potere personale di scelta del Primo Ministro. A divenire Primo Ministro sarà sempre e comunque il candidato premier designato dalla maggioranza esplicita della Camera dei Deputati. Detto altrimenti: il Presidente della Repubblica nomina o ben il premier designato dalla coalizione vincitrice delle elezioni o ben il nuovo premier designato dalla maggioranza della Camera in caso di sfiducia costruttiva.

IV. Legge elettorale

Si propone l'introduzione di un sistema elettorale maggioritario a doppio turno fondato su collegi uninominali. In un sistema uninominale l'intero territorio nazionale viene suddiviso in tanti collegi quanti sono i seggi dell’assemblea da eleggere. In ciascun collegio ogni partito o coalizione di partiti ("partito" da qui in avanti) presenta il nome di un solo candidato da poter eleggere. Un sistema così caratterizzato, se unito a primarie obbligatorie per ciascun partito che intenda presentare un candidato in un determinato collegio, offre la possibilità agli elettori di esercitare il diritto a scegliere le persone che essi ritengono più adeguate a rappresentarli in Parlamento.

V. Determinazione della maggioranza e attribuzione dei seggi della Camera

a) Per il computo nazionale i voti di un partito sono uguali alla somma dei voti ottenuti dai propri candidati, al primo turno, nei 400 collegi uninominali. Il partito "vincitore" - che riceverà la maggioranza dei seggi alla Camera ed eleggerà il Primo Ministro - si determina: al primo turno se il partito con più voti raggiunge o supera il 45% di quelli utili; al secondo turno, secondo le regole descritte in b), se questo non avviene. 

b) Al secondo turno partecipano solo i due partiti meglio classificati nel primo, come per l'elezione dei sindaci. Il secondo turno serve solo per la determinazione del "partito vincitore" a cui attribuire il premio di maggioranza.

c) Una volta stabilito, al primo o al secondo turno, quale sia il partito vincitore a cui va il premio di maggioranza, la composizione della Camera dei Deputati si determina con una variante del metodo "tedesco" (ringrazio Sandro Brusco per avermi segnalato che così è ed Andrea Moro per aver suggerito di semplificare la mia proposta iniziale che era più farraginosa). Questo implica che, quando risulti necessario far scattare il premio di maggioranza la Camera dei Deputati avrà 400 + D componenti, dove D viene determinato, a seconda dei risultati, secondo le regole indicate di seguito.

c1) Se al primo turno il partito vincitore ottiene, su scala nazionale, una percentuale X% maggiore o uguale al 52%, non scatta alcun premio di maggioranza. Questo partito riceve l'X% dei 400 deputati ed ha così una maggioranza sufficiente a governare. I rimanenti 400(1-X%) vengono assegnati agli altri partiti. Le regole riportate in d) e seguenti chiariscono come i 400 deputati vengano selezionati.

c2) Se al primo turno il partito con il maggior numero di suffragi ottiene una percentuale Y% - maggiore o uguale al 45% ma inferiore al 52% dei suffragi utili - scatta il premio di maggioranza e, applicando la variazione italiana alla regola tedesca, il parlamento avrà ora 400 + N membri. Poiché il premio di maggioranza deve garantire a questo partito il 52% dei 400+N membri procediamo così. Chiamiamo M il numero intero uguale (per approssimazione) all'Y% di 400 (200 se, per esempio, Y% = 50%). N sarà tale che (M+N)/(400+N) = .52.

c3) Se il partito vincitore viene determinato al secondo turno, procediamo in modo del tutto analogo, mutatis mutandis, a c2). Il parlamento avrà ora 400 + N' membri. Poiché il premio di maggioranza deve garantire a questo partito il 52% dei 400+N' membri procediamo così. Chiamiamo Z% la percentuale totale di voti ottenuta dal partito vincitore al primo turno (questo è un numero inferiore a .45, ovviamente). Chiamiamo ora M' il numero intero uguale allo Z% di 400 (160 se, per esempio, Z% = 40%). N' sarà tale che (M'+N')/(400+N') = .52.

c4) Ai partiti non vincitori spettano i deputati residui. Questi vengono ripartiti in percentuale dei voti ottenuti da questi partiti, su scala nazionale, durante il primo turno.

d) I 400+D deputati - dove D sarà uguale a zero nel caso c1), uguale a N nel caso c2) ed uguale a N' nel caso c3) - vengono selezionati fra i candidati dei vari partiti secondo le regole seguenti.

d1) Nel caso c1) si inizia con il partito vincitore e con i suoi candidati che hanno vinto nei propri collegi. Se questi sono esattamente lo X% di 400, questi sono gli eletti e si passa al partito secondo classificato (vedesi infra). Se questi sono più dell'X% di 400 vengono eletti i "primi" X%, dove "primi" si determina in base al numero di voti ottenuti. Se sono meno di X% si eleggono tutti i candidati del partito vincitore che sono risultati primi nei propri collegi e poi vengono eletti, sino a raggiungere un totale pari a X% di 400, i candidati del partito vincitore che hanno ottenuto il maggior numero di suffragi. Per gli altri partiti si applica la stessa regola, sequenzialmente, dal partito maggiormente votato sino a quello meno votato.

d2) Nel caso c2) si procede analogamente con il caveat che gli N deputati addizionali, tutti appartenenti al partito vincitore, devono essere scelti sempre secondo l'ordine determinato dal numero di voti da loro ottenuti, viene eletto chi ha ricevuto più voti. Poiché i collegi sono 400 ed ora gli eletti sono 400+N vi saranno N collegi che eleggeranno due deputati. Quesi saranno in collegi, per così dire, in cui il candidato del partito vincitore ha fatto "relativamente bene" pur non vincendo.

d3) Vale la regola descritta in d2), cambia solo il fatto che, in generale, N è ora differente da N'. 

La logica che sottende al metodo proposto per l'allocazione dei seggi é un compromesso "ragionevole" (a mio avviso, ovviamente) fra il requisito della governabilità (il partito vincitore deve avere una maggioranza dei deputati), quello del collegio uninominale (gli elettori di un collegio dovrebbero essere rappresentati almeno dal candidato che ha ricevuto in quel collegio il maggior numero di suffragi) e quello della difesa delle minoranze (un partito che arrivi secondo o terzo in ogni collegio ma sommi un numero sufficiente di voti a livello nazionale da meritare almeno un deputato deve aver la propria voce in parlamento).

Per ogni partito, quindi, la selezione dei deputati eletti si effettua su base nazionale secondo l’ordine dato dal numero di voti ottenuto dai candidati al primo turno nel proprio collegio elettorale. Questo genera automaticamente "concorrenza" fra i candidati non solo di diversi partiti in uno stesso collegio ma di uno stesso partito in diversi collegi, e questo é bene. Mi rendo conto (e chiedo scusa anzitutto al lettore e poi a Beppe e Matteo) che il punto d) possa apparire oscuro. Ma è del tutto tecnico e secondario, quindi l'ho scritto sommariamente visto che formulette e simboli già abbondano in questo mio umile consiglio e non vorrei esagerare.

L'intuizione è di far eleggere, per ogni partito, chi ha preso più voti direttamente al primo turno (ricordo che ogni collegio ha più o meno gli stessi elettori potenziali). Ovviamente la regola da me proposta, come ogni regola elettorale, implica qualche "ingiustizia personale": alcuni, ben del partito vincitore ben dei perdenti, non verranno eletti al parlamento (in casi eccezionali) pur avendo ricevuto più voti di altri che, in altro collegio, vengono eletti. Vi sono, insomma, una esternalità positiva ed una negativa: se sei un candidato "schiappa" del partito vincitore potresti essere eletto anche se nel tuo collegio non sei arrivato primo e se sei un candidato eccezionale di un partito del menga può essere che tu rimanga a casa e venga eletto uno del tuo partito che ha preso meno voti di te. Ma nessuna regola è perfetta e non possiamo sempre soddisfare tutti gli assiomi che ci piacerebbe soddisfare ... questo l'abbiamo appreso dal buon Machiavelli per via di Berlin (no, non la città, Isaiah ...).

Ed il resto della riforma istituzionale?

I miei suggerimenti a Beppe Grillo si fermano qui, per oggi, e sono intenzionalmente incompleti. Questo sia perché il mio tempo è scaduto, sia perché la discussione corrente si concentra quasi essenzialmente sulla legge elettorale. Ma, soprattutto, per sottolineare che il problema da affrontare è più complesso e articolato di quanto sia Renzi, che Grillo (per non parlare di Berlusconi e soci) lo fanno. Io (Michele Boldrin non Beppe Grillo) rimango convinto che l'unico approccio serio passi attraverso la convocazione di un'assemblea ri-costituente del nostro disegno istituzionale. Un corpo elettivo con compiti specifici, composta di 100 (200 massimo) persone elette con metodo proporzionale e a tempo determinato (un anno, massimo due). Finito il loro compito vanno a casa, quindi niente conflitti d'interesse o distrazioni. Ma questo è un altro discorso, ancora più difficile da far penetrare nel dibattito politico italiano che la semplice legge elettorale che ho appena descritto.  

52 commenti (espandi tutti)

Nel dibattito italiano si fa dipendere tutto il problema elettorale da quello della governabilità.

Il concetto di governabilità (abilità di governare) è estremamente complesso ed il fatto che venga affrontato in Italia in modo banale e autoritario (attraverso artifici elettorali e coartando il voto democratico con premi, negazione della preferenza e soglie di sbarramento) è un ennesimo indicatore della inadeguadezza della classe politica italiana.

I temi affrontati da Pasquino nel testo che ho linkato sopra sono interessanti (anche se non concordo con tutto) e quello sul sovraccarico (eccesso di domande e inadeguatezza nel dare risposte) mi fa venire in mente che una soluzione al sovraccarico è proprio il federalismo.

Creando tre livelli di sovranità (comune, stato, federazione) si suddividono le domande nei vari livelli di competenza ed ogni sovranità da la risposta locale per quanto compete. Non è un caso, mi pare, che i paesi federali (quelli veri e democratici, non quelli finti come URSS) siano anche mediamente più governabili e stabili. Non è adottando il loro sistema elettorale che possiamo affrontare il nostro problema di governabilità: è la forma dello stato che va riformata.

In pratica con il federalismo il problema della governabilità è suddiviso e risolto per 1/3 localmente in migliaia di comuni, per 1/3 localmente in decine di stati/cantoni/länder e il rimanente terzo è affidato al livello nazionale, che in questo modo puo' dedicarsi pienamente alle risposte da dare, senza essere sovraccaricato di problemi locali. Ogni sovranità pero' è autonoma è responsabile, in pratica uno stato di diritto (una repubblica, pur con poteri limitati da una costituzione federale).

Oggi in Italia tutto invece arriva al centro (la capitale) e da li' partono tutte le decisioni. C'è una certa autonomia locale ma sub judice da parte delle autorità centrali, che possono decidere di aggiungere o togliere tasse locali, cambiare il flusso dei finanziamenti, al volte anche influenzare la composizione dei governi locali etc. Insomma non esiste vera autonomia e responsabilità locale. Questo flusso di domande e risposte verso un centro unificato è naturalmemte funzionale al mantenimento del clientelismo, che diventa poi il sistema per gestire e mantenere il consenso a scapito del bilancio dello Stato. Passare adu un sistema federale significa di fatto una grande perdita di potere clientelare da parte della classe poliitca nazionale e la nascita di una nuova classe politica locale, più vicina ai cittadini e con obblighi di responsabilità e impossibilità di fare scarica barile.

Insomma se io avessi la forza elettorale di Grillo punterei sul federalismo ed anche su una maggiore democrazia diretta (quindi maggiore responsabilizzazione del cittadino).

appuntino

palma 28/6/2014 - 19:43

Le proposte, qui sopra indicate, son affatto sensate. Il problema, che indusse il naufragio di tutte le piu' o meno astute proposte, sta nello stato delle discussioni. Chiunque pensi, a mio avviso, che le attuali forze politiche siano in grado di fare a,b, o c, o z, o xx erra per il motivo che hanno in ogni caso qualche cosa da perdere. Per cui chi ha interessi a fare riforme istituzionali, nomini 111 individui che hanno il solo compito di esser la costituente, nel seguito se si vuole, quello sia il senato di tutti loro, a vita. Il "senato" ha funzioni limitate e di ordine istituzionale, in particolare fa leggi se e solo se le leggi proposte hanno valenze costituzionali. Mano a mano che muoiono il loro contingente o viene non ricostituito (se il nuovo assetto non prevede un senato) o chi muore e' sostituito da persone elette sotto nuove leggi. Un vantaggio e' che si ottiene una norma transitoria gratis.  Penso sia chiaro che tale comitato.dei.111 propone solo una cosa che ha valenza dal momento che le camere attuali vengon sciolte o naturalmente, per scadenza, o per scioglimento deciso del Pdr.

 

 

 

 

p.s. giusto per evitare polemiche inani, il numeor 111 e' scelto per evitare pareggi, i 111 sanno che non hanno la scelta di decidere di non decidere.

Per il resto il problema delal governabilita' e' fittizio. Durante il regime democristiano han sempre governato i democristiani, dopo governo' il malsano alternarsi del popolo della liberta', cosidetto e i vari asinelli, margherite, ulivi, faggi etc. Non vedo proprio dove sta il "problema" della governabilita', dato che mancano, ancor piu' che nel secolo scorso differenze di ordine sistemico (p.es. tra chi aspira ad un governo in stile libico ancien regime e chi pensa seriamente a installare la nipote di Enver Hoxha, stalin e hitler fanno tanto era prima di facebook.)

Condivido, i fatti dicono che e' una invenzione di fantasia, supportata da una stampa imbelle e da un'accademia peggio ancora. Chi ha voluto governare ha governato, dai tempi della DC a quelli di BS ed ora di Renzi. Infatti, Renzi governa e fa un po' quel che gli pare pur con un parlamento nel quale nemmeno e' stato eletto e con un gruppo di maggioranza sulla cui composizione ha avuto quasi nulla da dire! 

Sul Senato a termine dei 111: bella idea ma, temo, ancor piu' "illuministica" della mia :) 

A me sembra che parli e prometta molto ma riesca a fare approvare ben poco.  Finora solo la mancia degli 80 euro, con una modestissima liberalizzazione del mercato del lavoro (passata per il rotto della cuffia). Le riforme istituzionali sono impaludate, il jobs act pure e tutto il resto non è ancora arrivato in parlamento

e per l'''ingerenza'' (ispirata dal mero riferimento, nel titolo, a 'Renzi') e dall'assoluta condivisione dei contenuti, ma ironicamente (. qui siamo tra Bulgakov, Dante e Kafka) dai giornali...

 Oggetto: immunita' parlamentari di senatori.  Dai giornali: ''il ministro Boschi: a favore una maggioranza ampia che comprende Lega e Forza Italia''

In breve, quindi, vediamo la 'semantica': la generazione Erasmus, da un lato,…….gemellata con i laureati a Tirana, dall'altro lato. Ottanta euro per risollevare la domandina piccina piccina aggregata interna.., olgettine e scudi fiscali, quote latte e 40 milioni al vento, in cerchio magico…….. Questo il campo semantico.

Chiari ed esemplari gli ideali del 'Blair' toscano: una bella ammucchiata per spartirsi le poltrone, ops il paese……..E' cosi'? Senato dei consiglieri regionali “immuni” e Marcegaglia (persona giuridica...) all’ Eni?

Spero di sbagliarmi, ma non so cosa dire, ne' cosa pensare...

Certo, ben capisco e condivido il fatto che il Professore, che stimo tantissimo, e ringrazio sempre, si rivolga a Grillo

Cordiali saluti

Sia l'auspicio di Michele, sia il suggerimento di Palma, benché di apparente buon senso, non sono percorribili. La costituzione italiana si riforma secondo i metodi da essa stessa indicati: eleggere un'assemblea costituente sarebbe la conseguenza di una rottura rivoluzionaria che, allo stato, manca e che neppure sembra auspicabile. Per altro verso, introdurre il federalismo in Italia rappresenterebbe un capovolgimento della forma di stato uscita dall'unificazione, perciò difficile da realizzare posto che i soggetti politici principali non sembrano affatto interessati.

Forse le cose cambieranno nel lungo periodo, per l'effetto combinato della globalizzazione e dell'immigrazione, quando la sostanziale fedeltà del popolo al modello di stato unitario accentrato sarà venuta meno. Ma non potremo verificare l'ipotesi.

 

a+breveperiodo

palma 29/6/2014 - 13:04

Il parlamento, ahinoi composto come sia di nicola lavendoelacompro di renati cicchitta, frabrizi brunetto, razzi ed altri, e' perfettamente in grado di negoziare il proprio modificarsi. Per l'appunto, che nominino una commissionre ricostituente e dicano che al tredicesimo mese approvano quel che la costituente - assemblea formatasi -- decise.

Il sistema che propongo e' semplice da un lato e complesso dall'altro. La complessita' sta nel sistema di selezione degli eletti che cerca di mediare collegi uninominali con premio di maggioranza e rappresentanza delle minoranze. Mediare fra tre principi indipendenti e' chiedere troppo, forse. Ma a me pare necessario.

Se qualcuno sa suggerire come semplificare quella parte, lo faccio. Gliene sarei grato.

Perche' il resto e' molto semplice, io credo. 

Buongiorno Professore, premesso che sono assolutamente pro maggioritario doppio turno e collegi uninominali, mi domando se si tratti di principi intrinsecamente compatibili.

   Il maggioritario con collegi 'uninominali  si fonda sul, o comunque e' coerente con, il principio di territorialita' (: pertanto annulla il mio voto se sono in minoranza nel mio collegio e lo valorizza, a scapito di chi la pensa diversamente, se sono in maggioranza. e favorisce tendenziale polarizzazione/aggregazione intorno a due sole ''aree''.). Ma da' contendibilita', favorisce maggiore accountability e consente tendenzialmente di 'trombare' chi sgarri.

Il proporzionale, viceversa, si ispira al differente principio: il mio voto vale, ovunque io risieda (cui fa da pendant, se non mi inganno una visione di tipo federalista dello Stato, a livello nazionale).

Quali 'correttivi'?

1 La legge Regionale (Veneto), Lr 16 gennaio 2012, n. 5, art. 22, che pero' e' un proporzionale, con sbarramento, prevede un premio variabile a favore della coalizione di maggioranza relativa: una quota di seggi diminuisce al crescere dei voti ottenuti, portando la coalizione vincente ad avere non meno del 55 per cento e non piu' del 60. Come si vede, pero', differente contesto, e dubbia la stessa pertinenza/applicabilita' al nostro caso.

2 Oppure un proporzionale per il solo Senato (possibilmente con al massimo 4 o 5 Regioni, in luogo delle attuali 20 'Rome' che sono fonte di sprechi, entropia e superfetazione normativa), come 'Camera' delle regioni. In breve, un sistema elettorale misto,  dato un quadro politico pressoche' tripolare. (Personalmente, auspicherei un sistema bi-polare ed un IQ test preventivo per i votanti, visto che il tema principale pare proprio quest'ultimo)

In breve, la realta' - in nome del vero unico Principio degno di nota (approccio empirico Galileiano/Newtoniano, e non Cartesiano/balena Bianca), ossia: le cose si fanno giuste alla prima  -  mi pare sia efficacemente espressa da quanto segue (come vado perorando/dicendo anche in giro da un po'; oppure dovremmo aspettare la n Repubblica, con 20 milioni di pensionati e i soli apparatchiks rimasti in Italia?):

<< il problema da affrontare è più complesso e articolato di quanto sia Renzi, che Grillo (per non parlare di Berlusconi e soci) lo fanno. Io (Michele Boldrin non Beppe Grillo) rimango convinto che l'unico approccio serio passi attraverso la convocazione di un'assemblea ri-costituente del nostro disegno istituzionale>>

Non lo so, onestamente, ma mi sembrano tutti ugualmente importanti. Quindi ci provo e, credo, dovrebbe provarci il parlamento vista la chiara tensione attorno ad essi esistente nel paese. 

1. Grazie per l'info sulla legge Regionale del Veneto, non la conoscevo e mi sembra ispirata alla stessa logica. Perche' mai non dovrebbe essere applicabile, quella logica, al parlamento nazionale?

2. Io credo che o ben il Senato serve a fare leggi su temi DIVERSI da quelli della Camera o e' bene non averlo. Che senso hanno, altrimenti, due camere? Le ragioni una volta erano l'eta', il censo e cosi' via. Oggi questi motivi non hanno fondamento alcuno e l'UNICA ragione per avere un Senato e' perche' esso rappresenti a livello nazionale istanze di potere altre dallo stato nazionale. Insomma, entita' federate nello stato nazionale. Se queste non devono esserci, allora e' insensato avere il Senato. Per quanto riguarda gli auspici, io non ho proprio idea se la politica italiana debba essere bi-polare o pentagonale. Noto un fatto: paese diviso ed estremamente eterogeneo, decine di milioni di italiani che si sentono rappresentati da nessuno. Ergo, collassare a forza tutto questo in due blocchi opposti secondo le linee (antiche ed oramai quasi prive di ogni senso) di "destra-sinistra" mi pare operazione demenziale ed anche un po' suicida. Se bipolarismo deve essere esso deve emergere dalle urne perche' due forze politiche riescono a convincere la stragrande maggioranza a votare per loro rendendo il resto dei partiti irrilevante. Rendere "irrilevante" ope legis un partito che potrebbe rappresentare 4 o anche 6 milioni di cittadini mi sembra abbia nulla a che fare con qualsiasi definizione di democrazia, per "tirata" che questa possa essere.

Ovviamente concordiamo sulla necessita' di un ridisegno del tutto ma ... credo si sia in microscopica minoranza.

 

Toglierei il riferimento a primarie obbligatorie. Difficilmente entrare nel merito delle regole di un partito. E comunque con la legge elettorale proposta,  i partiti sarebbero incentivati a scegliere candidati tramite primarie o comunque candidati appetibili al proprio elettorato di base e a quello trasversale.

 

Stefano  

Vero

michele boldrin 30/6/2014 - 06:10

Ma ripongo scarsa fiducia nelle segreterie dei partiti e preferisco regole uguali per tutti e trasparenti. Anyhow, no big deal, concordo: i collegi nominali hanno questo enorme vantaggio, tendono a rendere "inevitabili" le primarie.

Per questo li ho proposti, non ho mai visto alcuna superiorita' assoluta nei collegi uninominali se non questa. Di per se si possono fare collegi con un maggior numero di seggi, sino a 6 o 8 e questa cosa renderebbe molto piu' semplice l'assegnazione degli eletti che, in questa mia proposta, e' almeno apparentemente macchinosa. 

Il problema italiano non è tanto trovare un sistema per eleggere un governante ma è quello della governabilità (o manovrabilità) del sistema che poi costui si troverà a dirigere. Il problema degli ultimi 20 anni (ma anche dei decenni precedenti) è che si trovano sistemi per far vincere qualcuno ma questo non vuol dire che poi lui governi (traduca in atti esecutivi ed eseguiti le indicazioni programmatiche). Un po' come un comandante che una volta eletto dicesse "avanti tutta" o "tutta a babordo" ma non succedesse nulla, succedesse il contrario o tutto molto lentamente. Insomma è il sistema che non è manovrabile o governabile. Succede che chi vince poi non realizza il programma, sia perché in altre faccede private affacendato, sia perché ostacolato da mille problemi, emergenze, muri di gomma.

Questo accade sia perché la PA, che in un paese normale è lo strumento principale del'azione esecutiva, è inadeguata e spesso incapace, sia perché esiste un sistema costituito da centinaia di enti burocratici che ritardano oppure ostacolano l'azione esecutiva, sia perché per essere eletto il capitano ha costituto vere e proprie armate brancaleone, che poi nelle varie componenti interne ostacolano il processo decisionale ed esecutivo.Non da ultimo il problema della ingovernabilità fa sì che i problemi non vengano risolti, si accumulino, diventino emergenze. Poi arriva la tempesta e tutti i nodi vengono al pettine.

Il problema elettorale quindi dovrebbe essere affrontato dopo che si è studiato / trovato un modo diverso di concepire il governo del paese. Tuttavia siamo anche qui in emergenza, perché abbiamo una legge elettorale che è stata dichiarata incostituzionale e l'Îtalicum e ha tutti i requisiti per essere dichiarato incostituzionale anche lui, magari tra 7 anni.

La proposta di Michele mi piace ma non vorrei che dal dibattito politico sparisse il problema della governabilità della forma di Stato solo perché si trova, in un modo o nell'altro, un modo per far vincere un partito o una colaizione.

Tra l'altro trovo singolare che pur essendo tutti (o quasi) d'accordo che concetti come destra e sinistra sono superati ma si fa ancora di tutti per costruire sistemi elettorali per cui uno dei due (con il terzo incomodo del populismo) debba vincere.

In fondo se l'obbiettivo è quello di una società libera, aperta e mista, che adotta una strategia mista per garantire pluralità di governi, questo puo' essere ottenuto sia con la tecnica dell'alternanza, sia tramite governi di coalizione di larghe intese, come in Germania (che hanno garantito l'attuazione di agenda 2010) o in Svizzera, dove conservatori, liberali e socialisti governano insieme da quasi un secolo.

Insomma non è detto per forza che il sistema bipolare sia l'unico da seguire, anche perchè per ora quello italiano vede 3 grossi partiti/schieramenti e crescente astensione (soprattutto in caso di doppio turno) per cui alla fine se uno dei tre vince rappresenta solo il 20% dell'elettorato.

Ultimo paragrafo del Prof. Boldrin (sotto per comodita'). Lo vado scrivendo da anni...Serve un piano scritto (master integrated plan) per rifare il Paese. Qui tra un po' mancano le risorse per finanziare il sistema pensionistico (ca. 20 milioni di pensionati entro il 2020)

Sono per un sistema bipolare, viceversa. Ci sono proposte giuste e proposte sbagliate. tot capita, tot sententiae, diceva Qualcuno, mille anni fa. Eviterei ulteriori letterine Draghi/Trichet

Non serve avere otto partiti, per avere un Paese di serie A. Viceversa, so dove ha portato l'Italia la (s)partitocrazia

Viva Galileo

f.to William of Ockham

Ma, soprattutto, per sottolineare che il problema da affrontare è più complesso e articolato di quanto sia Renzi, che Grillo (per non parlare di Berlusconi e soci) lo fanno. Io (Michele Boldrin non Beppe Grillo) rimango convinto che l'unico approccio serio passi attraverso la convocazione di un'assemblea ri-costituente del nostro disegno istituzionale. Un corpo elettivo con compiti specifici, composta di 100 (200 massimo) persone elette con metodo proporzionale e a tempo determinato (un anno, massimo due). Finito il loro compito vanno a casa, quindi niente conflitti d'interesse o distrazioni. Ma questo è un altro discorso, ancora più difficile da far penetrare nel dibattito politico italiano che la semplice legge elettorale che ho appena descritto.  

Pensaci

michele boldrin 30/6/2014 - 06:21

Il problema non e' mai stato il numero dei partiti, ma il loro potere, le regole di selezione e di elezione, la loro contestabilita'. Due o ventidue non fa differenza in realta'.

Se le regole della burocrazia quelle sono, se la spesa pubblica quella e', se la responsabilita' di amministratori e burocrati e' comunque inesistente, se vi e' accettazione diffusa che stato/partiti controllino tutto, che sia 2 o 22 cambia poco. Anzi, quando son 2 e' ancora piu' asfissiante perche', per qualsiasi cosa, non hai scelta: o ti vendi ad A o ti vendi a B. Con 22, almeno, qualche volta riesci a giocarne uno contro l'altro e ad avere ... uno sconto :) 

Condivido, sino in fondo. Di fatto lo vado dicendo da due anni almeno ed anche da prima. Ma non ci son santi, Francesco, siamo una minoranza microscopica ad insistere su questo punto, che e' quello della struttura e delle regole dello stato inteso come apparato burocratico-decisionale. Ed anche io sono convinto che le cagate sul bipolarismo tali siano, cagate. Ma ci perseguitano dai tempi di Craxi e l'intero paese sembra pensare che li' stia la soluzione. 

Siccome l'unico dibattito sul tappeto e' quello sulla legge elettorale nei miei suggerimenti al Beppe Grillo mi sono adattato alle circostanze. Ed ho provato ad avanzare una proposta che mettesse in mora le bugie che Renzi, BS, PD e compagnia vanno dicendo.

Concordo che il problema sia quello che anche tu menzioni ma, per farlo emergere, abbiamo bisogno di una forza politica che lo faccia suo. Ed io, con Fare, ho fallito questo obiettivo.  

Ottima proposta, ma cambierei un paio di cose

La prima e' che un candidato piu' votato nel suo seggio dovrebbe vincerlo, senza condizioni. Giusto dare rappresentanza ai partiti che non vincono nessun seggio, per quello riserverei 100 seggi eletti con un proporzionale secco (per questi il sistema di allocazione basato sui voti individuali va benone).Lascerei il premio di maggioranza com'e'.

Ovviamente senza scorporo o cazzate simili

Lo so, ne esce un sistema maggioritario e non proporzionale, ma rafforza il legame tra eletti e territorio.

Inoltre lascerei le primarie obbligatorie: hanno un costo e visto la bassa partecipazione sono abbastanza facili da manipolare. Coi seggi uninominali credo che l'incentivo alla selezione dei candidati sia gia' presente.

quindi una specie di mattarellum senza scorporo.

io sarei anche d'accordo: abbiamo già visto che non garantisce governabilità ma ormai sappiamo che essa è altra cosa.

che ne dite allora di un parlamento eletto con un proporzionale puro (ammesso e non concesso che esista una purezza assoluta nel trasformare voti in seggi) ed un esecutivo eletto a suffragio diretto, con separazione netta tra poteri del legislativo e poteri dell'esecutivo e gli opportuni check & balance? 

avremmo un parlamento scollegato da dinamiche maggioranza/opposizione (la fiducia non viene piu' data dalle camere ma da popolo, idem per la sfiducia tramite recall) che vota le leggi caso per caso ed un governo che governa, senza legiferare.

A questo punto pero' dovremmo chiederci cosa vuol dire governare e quali poteri costituzionali richiede. I curiosi che volessero leggere attualmente quali poteri sono previsti nella costituzione italiana per il governo e trovano qualche cosa, riferiscano. Io noto una allucinante mancanza. C'è scritto come si nomina, come gli si dà la fiducia e la sfiducia. Cosa faccia ... non pervenuto. Sono queste le cose da sistemare per far funzionare meglio il paese, secondo me.

il governo è nominato dal PR (eletto dal Parlamento), entra e resta in carica grazie alla fiducia del Parlamento: in definitiva, è l'esecutore della volontà di questo.

Naturalmente, la realtà ha indotto tutti i governi a far ampio ricorso alla decretazione d'urgenza e alla legislazione delegata ma, in compenso, il Parlamento ha via via formalizzato poteri d'indirizzo e controllo su materie tipicamente proprie dell'esecutivo (il caso degli F35 docet).

 Il suggerimento di elezione diretta del governo è chiaramente ispirato al modello Nordamericano che è quello più vicino alla classica divisione dei poteri: da un lato il monarca - ereditario o elettivo - titolare dell'esecutivo, da un altro il parlamento espressione del popolo e titolare del legislativo, il giudiziario (quasi) indipendente.

In Europa, il modello s'è imbastardito: in UK il monarca non è più titolare dell'esecutivo che trae la sua legittimazione dal Parlamento che, a sua volta, è dominato dal partito del premier; in Francia, la sbornia rivoluzionaria ha dato vita ad un dominio dell'Assemblea nazionale periodicamente interrotto da colpi di stato (secondo Mitterand, prima che divenisse presidente, la V Repubblica era un colpo di stato permanente). La Germania sta un po' a sé, grazie al federalismo, allo soglia di sbarramento e alla potente Corte costituzionale.

Ciò per dire che la linea di tendenza delle riforme istituzionali in corso di discussione attuale sembra essere quella di assicurare la supremazia dell'esecutivo nei confronti del legislativo ma che questo obiettivo appare contraddetto da una residua vocazione assemblearista del Parlamento e dalla frantumazione dei centri di decisione conseguita alla pessima riforma del titolo V della Costituzione fatta nel 2001 che non ha introdotto un federalismo annacquato ma un conflitto permanente tra poteri. In questo framework l'unica garanzia di stabilità credo che sia l'appartenenza all'UE, finché dura ...

gia'

marcello urbani 29/6/2014 - 23:51

In effetti gli somiglia molto.Ma lo scorporo non era un dettaglio secondario: in pratica garantiva la ripartizione proporzionale dei seggi, come la proposta di Michele.Anche se poi con la storia delle liste civetta finiva per essere molto simile al mio.

Un elemento che differenzia queste proposte dal mattarellum e' l'assenza di listini bloccati, pure questo un dettaglio non da poco.E il premio di maggioranza.

La proposta di Boldrin e' un proporzionale puro a parte il premio di maggioranza, che mi piace lasciare

Marcello, quello che proponi e' di fatto il sistema tedesco, che anche Sandro Brusco (e Andrea Moro, se capisco bene) preferiscono. 

Forse avete ragione voi, si eleggono i "secondi" del partito vincitore sino a dargli il premio di maggioranza ed i prime eletti ci sono tutti dentro comunque.

Pero' c'e' un pero', che e' cio' che io non amo del sistema UK: se un partito arriva secondo in ogni collegio ma ha il 20% su scala nazionale, e' sensato dargli zero deputati? Per me no.  

Io preferisco il sistema australiano, con collegio uninominale e nessunissimo premio di maggioranza. In subordine il sistema a doppio turno di collegio uninominale va bene. Niente proporzionale, niente premi e niente soglie. Lo scrissi nel 2008 e non ho mai cambiato idea.

Oggi sono solo, se possibile, un po' più cinico. L'orizzonte temporale della gente che sta facendo la riforma, Grillo compreso, non va oltre il proprio naso. Visto che comunque non contiamo nulla, di discuterne mi è passata la voglia.

Concordo con Sandro Brusco.

Aggiungo, il premio di maggioranza ad un partito o peggio ad una coalizione e' un meccanismo fondalmentalmente sbagliato e non a caso mai usato in tutte quelle che considero democrazie consolidate. In questi Stati il maggioritario premia di norma una persona (seggio uninominale o presidente USA o francese) che al contrario di un partito non puo' cambiare nome per far dimenticare fallimenti e figuracce,  e non puo' perdere pezzi in Parlamento, perdendo anche la maggioranza ottenuta con il premio. Nei Paesi democratici civili che conosco, inoltre, non sono mai garantite maggioranze assolute concordi in caso di voto popolare particolarmente incerto. E' un'idea sbagliata secondo me che la legge elettorale debba garantire sempre e comunque una maggioranza assoluta, non e' cosi' che i Paesi democratici e civili sono governabili, e infatti anche quando in Stati a democrazia incerta le elezioni producono maggioranze assolute, questo spesso non da' luogo a governi stabili e coesi.

Scrive Alberto Lusiani

E' un'idea sbagliata secondo me che la legge elettorale debba garantire sempre e comunque una maggioranza assoluta,

Condivido. Ma, okkio. Io non ho proposto "sempre e comunque", ho indicato invece una soglia del 45% che e' piuttosto alta. Se non la passi vai al secondo turno ma, nota, il secondo turno e' semplicemente una maniera leggermente piu' elegante di assegnare "premio di maggioranza" perche', forzando la scelta ad uno dei due generi automaticamente un vincitore anche se 2/3 degli elettori non sopportano alcuna delle due scelte e non vanno a votare. In termini di outcomes e' la stessa cosa, non c'e' scampo.

Io non ho scritto il mio sistema elettorale ideale (che e' francamente un altro ed e' parecchio piu' semplice) ma una variante della proposta oggi sul tappeto la quale ha come pivot il premio di maggioranza. Anche se non ci piace, e non ci piace, purtroppo il dibattito pubblico italiano (manipolato da BS e gestito da editorialisti squallidi e venduti) durante gli ultimi 20 anni ha convinto l'opinione pubblica che la soluzione passa per di la'. Non ci passa, ma mi sono arreso e lo prendo per dato. 

Spiego meglio la mia:

300 seggi uninominali, ciascuno assegnato a chi prende la maggioranza relativa.

100 seggi proporzionali secchi, assegnati in base ai voti totali dei vari partiti: se uno prende il 2% porta 2 parlamentari, i due che han preso piu' voti nei seggi uninominali.

Non son sicuro se aggregare i voti ai candidati o aggiungere un voto di lista come in germania (meno soggetto a tatticismi) .

Dettaglio importante: nessuna candidatura multipla, se uno si candida in due collegi la sua eventuale elezione e' nulla.

Visto che stiamo discutendo un ventaglio di ipotesi, perché non vedere anche la proposta ufficiale del M5S?

Da loro sito riporto:

Il MoVimento 5 Stelle nei giorni scorsi ha depositato alla Camera e al Senato la propria proposta di legge elettorale, che per semplicità riferiremo come Democratellum. È il frutto di un intenso lavoro portato avanti da decine di migliaia di cittadini che per mesi hanno contribuito direttamente a determinarne le caratteristiche. La nostra proposta assicura la rappresentatività del Parlamento e rafforza il rapporto tra eletti ed elettori. Infatti, si tratta di un sistema proporzionale in circoscrizioni di dimensioni intermedie che, pur essendo sensibilmente selettivo, grazie alla formula del divisore corretta, consente l’accesso al Parlamento anche alle forze politiche piccole. Inoltre, prevede la possibilità per gli elettori non solo di esprimere un voto di preferenza, ma anche di penalizzare i candidati sgraditi, favorendo in questo modo una più diretta responsabilità degli eletti nei confronti degli elettori.

Qui ho trovato il PDF esplicativo della loro proposta e ho trovato anche il testo di legge presentato alle camere: eccolo.

In sintesi si tratta di 110 collegi (le province) dove in gran parte sono piccoli da (1 a 3) o medi (meno di 10) e solo alcuni (Roma, MIlano, Torino, Napoli ...) sono grandi collegi e danno la possibilità anche a piccoli partiti di piazzare qualche rappresentante. Il metodo di trasformazione di voti in seggi è il D'Hondt. Sono previste le preferenze, la cancellazione di nomi sgraditi ed il panachage (voto di preferenza a candidati di altri partiti).

La scorsa settimana mi sono armato di santa pazienza e partendo dai dati excel delle elezioni politiche 2013 alla Camera suddivisi per provincia, ho applicato il D'Hont 110 volte per capire chi (e quanti) avrebbe vinto in ogni collegio.

Eccolo (comparato al risultato di allora)

 

  Porcellum Democratellum
PARTITO DEMOCRATICO 297 200
SINISTRA ECOLOGIA LIBERTA' 37 6
CENTRO DEMOCRATICO 6 0
SVP 5 4
Totale Bene Comune 345 210
     
IL POPOLO DELLA LIBERTA' 98 158
LEGA NORD 18 18
FRATELLI D'ITALIA 9 2
Totale centro-destra 125 178
     
MOVIMENTO 5 STELLE BEPPEGRILLO.IT 109 198
     
SCELTA CIVICA CON MONTI PER L'ITALIA 39 28
UNIONE DI CENTRO 8 0
Totale Con Monti per l'Italia 47 28
     
Movimento associativo Italiani all'Estero 2 0
VALLEE D'AOSTE 1 1
Unione Sudamericana Emigrati Italiani 1 0
RIVOLUZIONE CIVILE 0 2
DIE FREIHEITLICHEN 0 1
     
Totale seggi 630 618

Dove sta il problema? In questa mappa. In pratica i partiti si alternano come vincitori nei diversi collegi e qualcuno riesce sempre ad essere secondo o terzo. Per certi versi il sistema grillino sembra ricalcare un ordinale tra collegi (non solo tra candidati, con preferenze e cancellazioni). Grillo quasi vince perché dove non è primo, è secondo molto più spesso di PD e PdL

Come vedete l'utilizzo di piccole e e medie circostrizioni presenta un forte effetto di premio per i tre grandi partiti (il 90% dei seggi viene e assegnato a loro) ed elimina o riduce fortemente altri partiti che con il Porcellum, malgrado soglie e penalizzazioni per il premio di maggioranza (se assegnato ad altri) erano riusciti a prendere diversi seggi. Unica eccezione è Rivoluzione Civile, che riuscirebbe ad evere due seggi, mentre nel 2013 con gli stessi voti non ne aveva avuti.

Nulla si dice nella proposta grillina del voto estero, per cui al computo 2013 mancano i 12 deputati eletti nelle circoscrizioni estere.

Il risultato chiaramente  non soddisfa i fautori della governabilità cercata con metodi elettorali. In pratica si crea un assetto tripolare e nessuno ha una maggioranza per dare la fiducia ad un governo. Cosa che avviene anche ora, a causa del sistema al Senato. Sulla carta la maggioranza da superare sarebbe 309 ma sono tutti lontani. L'effetto di riduzione dei piccoli partiti c'è, soprattutto se radicati nel territorio ma hanno comunque  una rappresentanza pari al 10% dei seggi. Il sistema non penalizza partiti espressione di minoranze linguistiche (Bolzano e Aosta).

Naturalmente la simulazione lascia il tempo che trova. In un caso reale le forze in campo si assesterebbero in modo diverso, per vincere nei collegi. Inoltre le preferenze incrociate previste nel progetto grillino (panachage) possono far vincere un candidato outsider gradito a molti ma di un partito che in quanto tale non raggiunge la soglia.

Grazie

michele boldrin 1/7/2014 - 17:38

Grazie Francesco, molto utile. Anche il riferimento finale a Rational Expectations, ovviamente :)

Purtroppo quello indicato nel post non è il Democratellum proposto ultimamente dal M5S e votato in rete da " centinaia di migliaia" di elettori ( sic dixit Di Maio, ma come li conta i votanti questo disinvolto signorino?); il vero Democratellum è descritto qui ed è abbastanza diverso da quello indicato nel post, per esempio le circoscrizioni sono 42 e non 110. Quello indicato nel post è il primo progetto di legge elettorale proposto dall' onorevole Toninelli del M5S prima della mitica consultazione in rete guidata dal prof. Giannuli.

Corrado Tizzoni

Grazie della segnalazione.... mi è venuto un colpo. Tanto lavoro per nulla? Eppure il pdf esplicativo che ho indicato io è lo stesso sfogliabile nell'articolo (non ho ancora letto tutto ma l'inizio è identico, ... copia e incolla?)  e forse l'unica differenza è quella delle "42 circoscrizioni". Tuttavia il totale dei seggi mi pare è ancora 618 e ed il meccanismo (preferenze, voto disgiunto, cancellazione) mi pare identico. Il pregio della proposta che ho esaminato è (era) dato dalla prevalenza di collegi che assegnano pochi seggi (meno di tre) e quindi sono marcatamente maggioritari, sulla stessa linea del sistema spagnolo. Devo solo capire la differenza tra collegi (che sarebbero le province nel testo che ho letto io) e le"circoscrizioni". Studiero' durante il fine settimana ma se le circoscrizioni sono cosi' grandi (in media 15 seggi) penso che sia peggiore della precedente.

Addendum: una cosa che cambia è che pur non essendo citato espressamente, si usa un D'Hondt modificato, dove in luogo del divisore 1,2,3,4,5,6 ... etc, si usa 1 - 1,8 - 2,6 - 3,4 - 4,2, ecc. (quindi una progressione di +0.8 partendo da uno). Per ora non ho la minima idea del perchè non usare i divisori classici ... appena lo capisco avenzero' le mia ipotesi ... ma forse qui qualcuno ce lo spiega prima.

ok, questo non è il democratellum ... ma lo era. Leggendo le parole di autoelogio che loro ci spendevano nel settembre 2013 le cose sono molto chiare: "si è scelto di elaborare un sistema proporzionale, fortemente corretto che combina alcune caratteristiche del modello spagnolo con altre del modello svizzero"

Inoltre:

"La distribuzione dei seggi tra le province, come emerge dall’Allegato 3, risulterebbe assai simile a quanto accade in Spagna. Tenendo come base la provincia si ottengono, come in Spagna, circoscrizioni di diversa ampiezza: in entrambi i sistemi la circoscrizione assegna mediamente poco più o poco meno di sei seggi ; come in Spagna ci sarebbero pochi collegi uninominali, una buona quota di circoscrizioni piccole e medie, poche circoscrizioni grandi e pochissime circoscrizioni molto grandi, corrispondenti alle grandi aree metropolitane (vedi Allegato 1); allo stesso modo, 1/4 dei seggi sarebbe assegnato in circoscrizioni molto grandi, pochissimi in collegi uninominali, mentre il minor numero di seggi assegnato in circoscrizioni medie in Italia è compensato da un maggior numero di seggi attribuito in circoscrizioni piccole, da un lato, e in circoscrizioni grandi, dall’altro (vedi Allegato 2)."

Ora nel breve lasso di tempo tra settembre 2013 e maggio 2014 il popolo pentastellato cosultato sulla rete ha radicalmente cambiato idea. Non piu' un mix costituito da tanti collegi piccoli e medi, con pochissimi grandi (ed una media di 5.6 seggi a collegio) ma un insieme di collegi medi ottenuti sia raggruppando i piccoli, sia spezzettando i grandi. E la nuova media (confermo il totale di 618 seggi) è di 14.7 seggi a collegio: il 260%. Quindi collegi piu' grandi che assegnano in media quasi 15 seggi.

Ora l'effetto che precedentemente incensavano era questo: il 68% circa delle circoscrizioni basate sui confini provinciali assegnava da 1 a 5 seggi. Il che configura un sistema simile a quello spagnolo (pochi seggi = effetto maggioritario). Poi un altro 22% per le circoscrizioni da 6 a 10 seggi. Totale il 91% delle circoscrizioni assegna(va) da 1 a 10 seggi. Poi un 9% circa di grandi circoscrizioni (roma, milano, torino, napoli, ...) che avevano il pregio, essendo grandi, di poter assegnare grazie al D'Hondt puro (non corretto) un diritto di rappresentanza a nuove forze che dovessero emergere nei grandi agglomerati. Implicitamente è dato ad intendere che quelle che dovessero emergere in campagna o nei piccoli centri, lo prendono in quel posto.

Per compensare l'incremento dell'ampiezza delle giurisdizioni hanno abbinato un D'Hondt corretto. Infatti come ho scoperto facendo delle simulazioni con excel, usare divisori che crescono meno di 1 (1 - 1,8 - 2,6 - 3,4 - 4,2, ecc) comporta un premio dei grandi partiti (tra cui M5S) e viceversa se il divisore D'Hondt è > di uno il risultato favorisce i piccoli. Fatto confermato anche da un amico esperto di sistemi elettorali.

Non posso pero' rifare la simulazione che ho provato con la precedente versione. È facile agglomerare le province piccole (sommando valori provinciali, unendoli con una pivot e ricalcolando il D'Hondt con le formule che ho prepatato) ma non ho tempo per suddividere le città metropolitane sulla base dei tanti risultati comunali. Troppo time consuming, troppo complicato. Renzi lo ha chiamato "complicatellum" ed ha una volta tanto ragione. 

Ora se sparisce del tutto il riferimento al sistema spagnolo, rimane quello svizzero, riassumible con preferenze, voto disgiunto, cancellazioni. Tuttavia i pentastellati hanno inserito l'obbligo di votare una lista, cosa che invece nell'ultima decade è caduta nel sistema svizzero, almeno in alcuni cantoni. Inoltre nel sistema M5S le preferenze sono solo due mentre nel sistema svizzero che loro stessi indicano com riferimento, le preferenze sono pari al numero di seggi. Ne eleggi 7 allora hai 7 preferenze; ne eleggi 90 hai 90 preferenze (comprese quelle incrociate, assegnabili a esponenti di altri partiti. Ma non è piu' obbligatorio indicare la lista base a cui assegnare i voti. Puoi anche indicare solo le preferenze, senza indicare alcun partito. 

Il titolo e' dovuto a Marx, nella ingiunzione a non scrivere il menu dell'osteria del futuro.

Cio' detto, ultima osservazione su governabilita'. Come spesso accade l'ignoranza abissale della classe politica italiana fonde e confonde due problemi. Come spesso accade val forse la pena di spendere vocaboli sulla distinzione. 

problema 1: qualsiasi governo d'Italia dai tempi di Minghetti dirige, comanda, gestisce una colossale burocrazia amministrativa, sanitaria, militare, poliziesca, e altro. Questa e' insulsa, il piu' delle volte inerziale, ad esser forbiti (in italiano dicesi che non fa una mazza il piu' delle volte inventando e sfruttando leggi, leggine, decreti, sentenze del tar etc.) qui le soluzioni sono utopiche, nel senso che non stanno da nessuna parte (il federalismo, la riduzione del peso globale del peso dello stato, la riduzione delle forze armate, la minimizzazione della manomorta dello stato sui beni immobili, chiudere la rai, smettere di dar soldi a vari musei che son chiusi, e la lista prosegue per sempre.) A breve periodo le speranze di modificazioni (venti regioni a statuto ordinario, comuni, le province servono a nulla, eliminazione del barbiere del parlamento, riduzione del personale del pdr, etc. etc.) sono nulle, se l'esperienza di fare/fermare/il declino etc. indica qualche cosa e' che a nessuno interessa.

problema2: la governabilita' in cio' che i governi fanno. Ogni volta un governo volle una cosa la fece (D'Alema ando' in guerra, Berlusconi elimino' il falso in bilancio, Prodi volle il Mose e lo fece contro l'opposizione di enti locali, idrologi, geologi, Cacciari (zio e nipote), Zitelli e pescatori sposati di Ca'  Savio...)

quel che gli accademici non notano e' che i governi fanno quel che vogliono, il resto sono sciocchezze. I partiti politici hanno enorme difficolta' a a dire o a fare qualsiasi cosa che abbia aspetti tecnici (come agire per liberare i commandos che sparano ai pescatori in India o come pagare i debiti) ergo inventano promesse da marinaio che hanno nulla a che fare col mondo (Berlusconi che crea i posti di lavoro, Madia che libera le donne, Gelmini che trova i tachioni, etc.) Il problema 2 e' fasullo, e' una finzione retorica inventata per celare la mancanza di coerenze tra cio' che si dice ai comizi e quel che viene fatto.

Due esempi.

Bush Junior, venne eletto sulla base di una promessa di esser un governo di conservatori con compassione. Fece un governo che trasformo' il paese in una Sparta della prateria con tecnologia che Leonidas manco immaginava. Bush, a suo credito, mai invento' favole sulla incapacita' di governare.

Benedetto Craxi ebbe un piano di governo chiarissimo, vale a dire pompare denaro pubblico su tutto per bloccare il comunismo. Fu fatto (e' forse il motivo cruciale della montagna dei debiti difficili da finanziare su cui siede il governo italiano.) Nella tradizione partenopea del fotte e chiagne invento' la necessita' di una grande riforma (la zia della "governabilita'") per superare gli ostacoli alle sue voglie....

Questa impostazione, che ha un suo fondo di verità, implica che ogni esigenza di riforma palesata da chi governa o da chi aspira a farlo sia sempre pura finzione, fumo negli occhi, armi di distrazioni di massa. Cosi' fosse basterebbe che solo per pura casualità prima o poi andasse al governo il gruppo politico nuovo e giusto, che tutto si risoverebbe come per magia.

Ritengo invece che il nostro sia il paese delle mille resistenze, nella PA, nel mondo del lavoro, nella classe politica, nelle mille corporazioni o gilde, che bloccano (concatenandosi) ogni singolo cambiamento necessario. Dai tassisti ai farmacisti, dalla triplice sindacale agli avvocati, dai giudici agli autotrasportatori, ogni riforma viene bloccata. Vero che si è fatto il Mose ma non la riforma delle pensioni (se non in fretta e furia da Monti, sotto l'onda dell'emergenza e dopo quasi 20 anni) della sanità, della costituzione, della giustizia, del sistema bancario.  Sono queste resistenze che ostacolano l'azione di governo e rendono ingovernabile il paese.

Io penso per esempio al risultato della commissione Onofri (1996-1997) che se fosse stata applicata avrebbe radicalmente cambiato il panorama sociale ed economico italiano, come agenda 2010 in germania. Oppure al piano di liberalizzazioni. Sono tutte cose che sono state abbandonate (della Onofri non se ne fece nulla per le resistenze dei sindacati) oppure fortemente ridimensionate. Come dicevo, si dice "avanti tutta" ma dopo pochi metri sei fermo. Lo si diceva per finta? Puo' darsi. Io penso che qualcuno lo avrà anche detto per finta, altri no. Alcuni lo hanno detto veramente ma si sono presto trovati nelle sabbie mobili.

Prendo ad esempio, per tornare al 1996, il primo governo Prodi. Fintanto che si occupo' della prima fase (stabilizzazione finanziaria e raggiungimenti degli obbiettivi relativo all'Euro) ci riusci' perché erano obbietitvi "macro". Ma tutto il resto, la fase due che era micro, fatto di tanti piccoli interventi nel paese e di riforme di struttura (burocrazia, scuola, pensioni, sanità, disoccupazione) si blocco' per le resistenze congiunte del sistema (PA, sindacati, partiti, corporazioni).

Questi per me è un problema serio e reale per chiunque vinca le elezioni volendo cambiare veramente il Paese.

Non prevede il classico italiano (rarissimo caso nel panorama nazionale, comunque) : le dimissioni. Prodi 2008 , Berlusconi 2011 e Letta 2014 non sono stati sfiduciati: si sono dimessi.
Io la sfiducia costruttiva non la vedo importante: i giochi di palazzo (tranne Prodi 2008) avevano già prodotto il "nuovo", su questo punto lascerei invariato (così si fa anche finta di non essere oltranzisti, giochino che Grillo & Co. devono ancora capire).

Per il resto che dire ? E' da un pò che affermo che le nuove regole sono quanto di più antidemocratico si sia mai visto, trattasi di classico caso di "restringimento dell'offerta" ben noto nello studio dei sistemi oligopolistici, anche qui raro esempio di conoscenza dei termini economici di una questione, normalmente i politici italiani sono delle capre ignoranti in economia.

P.s.
Non so il perchè, ma sarei più interessato a circoscrivere i confini dell'azione dello Stato Centrale (Sanità, istruzione e sicurezza per me posson bastare) per rendere meno rilevanti le elezioni nazionali, e più interessanti quelle locali, che si occuperebbero di "tutto il resto".

Non so il perchè, ma sarei più interessato a circoscrivere i confini dell'azione dello Stato Centrale (Sanità, istruzione e sicurezza per me posson bastare) per rendere meno rilevanti le elezioni nazionali, e più interessanti quelle locali, che si occuperebbero di "tutto il resto".

Io il perché ritengo di saperlo (sarà presunzione ma anche perché dal 1988 vivo in un paese federale e so che funziona e come funziona) ma ho idee diverse sui confini da mettere (il "chi fa cosa"). Non entro nel dettaglio perché andrei fuori tema ma intanto ribadisco che il tuo concetto è quello giusto. In effetti qui in Svizzera le elezioni comunali sono importantissime: 1/3 dei compiti dello stato viene svolto a livello comunale ed anche quasi 1/3 delle tasse viene pagato ai comuni. Poi seguono quelle cantonali: altro terzo di compiti e di tasse.

Altro modo per circoscrivere i poteri (tutti e tre i livelli giurisdizionali) è la possibilità di votazioni (referendum) per bloccare le cavolate che eventualmente costoro fanno. Non dimentichiamoci infatti che discutiamo di elezioni (metodo per eleggere rappresentanti) ma un buon modo per controllarli tra un'elezione e l'altra e quella di poter bocciare o confermare ogni legge emanata ad ogni livello, oltre alla possibilità di proporre e votare le leggi che i nostri rappresentanti per un modo o nell'altro non osano fare.

A me dispiace sembrare un bastian contrario, ma mi sembra che la proposta del post non risolva i problemi di fondo del sistema. Anzi proprio non li vede.

- Il primo problema, quello della "governabilità", non dovrebbe avere nulla a che vedere con le elezioni legislative. Che c'entra il potere esecutivo con quello legislativo? E perché mai si dovrebbe governare facendo leggi?

-  Una volta che ci si accorge di questo equivoco di fondo, si risolvono imediatamente sia il problema del sistema elettorale, che della rappresentanza, che della partitocrazia, ed in parte anche quello della governabilità.

Come? Separando le elezioni per l'eseecutivo da quelle per il legislativo.

Perché separare significa proprio che, come nei cantoni Svizzeri, un candidato all'esecutivo neanche può avere un passato e neanche un parente nel legislativo.  Con elezioni in anni differenti.

Altro che partiti.

Altro che fiducia (dei partiti).

Ma la "governabilità" è anche altro. E' competenza. Vedi Secondo equivoco

Paura di troppo potere? (di chi legifera o di chi governa) Vedi Terzo equivoco

Governare sinifica amministrare. Cioè fare i "ministri". Gestire "ministeri".  Che da "gestire" sono più complicati della FIAT.

E chi li gestisce ora? Degli amici di partito che neanche ci è sono mai stati dentro. E c he non saprebbero gestire neanche un garage.

E infatti non gestiscono nulla. E allora che fanno? Fanno leggi, che è più facile. Milioni di articoli. Ma nessuno si è ancora accorto di tale aberrazione??

A me dispiace dirlo, ma il PROBLEMA DELLA COMPETENZA non può essere tralasciato.

Ma vuoi dire che, invece, all'INTERNO di un ministero non vi sia NESSUNO che ha idea di come farlo funzionare? Di come agire in modo da ottenere quei risultati desiderati da un premier eletto (ad esempio spendere meno migliorando i servizi)?

La conclusione ovvia è che
- i nostri legislatori
, sul cui grado di cultura (giuridica e non) non mi soffermo, dovrebbero avere dato almeno qualche esame fondamentale di diritto,

- per l'esecutivo, perché non vincolare il capo del governo (eletto dai cittadini) a scegliere (ma anche dismettere o cambiare autonomamente) i propri ministri, anziché tra i propri amici, tra le file degli impiegati (quadri, dirigenti etc) che si proponessero (ad esempio in apposito sito on line) per raggiungere gli obiettivi indicati dal programma elettorale del premier?

Dov'è il problema, il tabù indecente nascosto da una soluzione così semplice?

Il terzo equivoco riguarda il rapporto tra ciò che i filosofi politici liberali chiamano "arbitrio" (ovvero lo strapotere) e la separazione dei poteri.

Separazione non significa "arbitrio" nell'esercizio del proprio potere (come sembra ritenere la magistratura italiana). Dovrebbe significare, al contrario, garanzia di sorveglianza di ogni potere sull'altro.

Dell'intervento del ns. Boldrin, mi è piaciuta molto la premessa, quella del "ritorno al contratto sociale".  Che, secondo i filosofi illuministi (Rousseau NON non lo era), era fondamentalmente la salvaguardia dei diritti individuali.

Ma come, secondo costoro, si trovava la garanzia che tale contratto venisse rispettato da re, parlamenti, magistrati e  funzionari pubblici? Locke, Hume, Montesqieu e compagnia individuavano tre istituti fondamentali. A questi, Jefferson ne aggiunse un quarto. Eccole, quelle 4 condizioni che a noi mancano:

1) Esplicitazione del contratto sociale come costituito da un elenco (bill)  dei diritti inalienabili (non non l'abbiamo) da difendere e salvaguardare.

2) Separazione dei poteri (ci manca).

3) Prevalenza della giursiprudenza (common law) sul diritto positivo. NOTA: ma questa non può essere imposta: deriva direttamente dalla chiarezza ed autorità della carta dei diritti (che noi non abbiamo. E si vede).

4) Organizzazione federale, per mettere in concorrenza le organizzazioni federate sotto la sorveglianza dello stato federale.

Resta il problema "del re". O del "presidente". Chi è? A che serve? Ebbene, sin dall'epoca di Carlo Magno e dei suoi "missi dominici", fino allo sconclusionato dettato costituzionale italiano, costui dovrebbe essere il difensore ultimo dei cittadini, ovvero il garante della Costituzione, del "contratto sociale".

E quindi, perché non permettergli di esserlo?
Perché non può essere eletto direttamente dai cittadini?
"Separato" ed antitetico a tutti gli altri poteri?
Con poteri VERI (daltronde, è già capo dell'esercito) per SORVEGLIARE e GARANTIRE la costituzionalità degli atti DEGLI ALTRI POTERI (anche dei suoi predecessori, per maggior GARANZIA).

Sempre ricordando che l'ultimo eventuale giudice costituzionale, se necessario, è il cittadino.

Cioè quell'elettorato votante, dirà qualcuno, così soggetto ad essere imbrogliato dai demagoghi di turno.
Vero. Almeno  finché non gli verrà garantito quel diritto naturale all'informazione per renderlo edotto sulle OPINIONI (non sui partiti) ed al contempo proteggerlo dalle "truffe". Eh, quando anche queste saranno reato . . .

Ma c'è anche un altra soluzione. Quella della modalità di remunerazione delle cariche elettive, in modo da non renderle un "lavoro", ma una missione altruistica nei confronti della propria società (come dovrebbe essere). E' sufficiente che esse consistano nel rimborso dell'eventuale reddito perso rispetto agli anni antecedenti l'elezione. Facile, no? Se non ci guadagni, perché dovresti fare "carte false" per essere eletto?

quale guardiano della costituzione non dovrebbe essere eletto dai cittadini in una competizione con altri, perché sarebbe poi arduo pretendere da lui l'imparzialità necessaria a tale compito. Il sistema di elezione in vigore, in effetti, tenta di restringere la scelta a personalità capaci di apparire imparziali, anche se non sempre l'obiettivo è raggiunto.

Chi auspica l'elezione diretta del capo dello stato, però, tende ad imitare il presidente degli USA o almeno l'ospite dell'Eliseo: ha in mente un leader  di parte a capo dell'esecutivo. Negli USA però c'è una potente Corte Suprema e la pratica delle elezioni è tale che spesso il parlamento è in condizione di frenare l'esecutivo. In Italia, un presidente di tal fatta sarebbe pericoloso a meno che si creino le condizioni per un effettivo controllo parlamentare o della Corte costituzionale: ma il trend sembra quello di attenuare il primo senza mettere la Corte costituzionale in condizioni tali da porre freno alle stravaganze del governo.

Caro Luponti (preferisco il tuo nome di battaglia),
ti ringrazio del commento, ma non ne capisco bene il senso.

In particolare: 1) sostieni che un'elezione diretta da parte dei cittadini ne pregiudicherebbe l'imparzialità. Poi, citi il caso della Francia (giustamente, il più vicino al mio modello). Mi sembra che l'esempio che citi contraddica il tuo timore.

Penso che l'introduzione di De Gaulle (imposto dall'esercito contro i partiti) dell'elezione diretta del PdR, e la sua funzione a salvaguardia del dettato costituzionale (al cui vaglio può essere soggetto preventivamente qualunque atto legislativo) , sia da considerarsi l'atto che ha salvato la Francia dalle degenerazioni negative di cui fu protagonista la quarta repubblica (figlia della terza), prigioniera del parlamento e dei partiti. Proprio come quella italiana (figlia del Regno d'Italia).

2) Proponi tale "imparzialità" come "necessaria" al compito che suggerivo di garante dei cittadini.
Allora mi scuso io. E' evidente che non mi sono spiegato bene. Riprovo:

Il PdR non deve essere imparziale. Deve rappresentare i cittadini, al fine di difenderli dall'arbitrio della classe politica nonché dalle frequenti aberrazioni del diritto positivo rispetto al senso comune.
Quello che dovrebbe essere espresso dall'elenco dei diritti naturali. Che ora non c'è, lo so. Ma hoc erat in rebus. Ed un PdR siffatto contribuirebbe a definirli.

La funzione del PdR che proponevo, tra l'altro, era introdotta nell'ambito dell'argomento "separazione dei poteri" e "garanzia per i cittadini contro l'arbitrio".

Il PdR, per svolgere la funzione di sorvegliante supremo della classe politica (o di garante della costituzione, di tribuno della plebe, di misso dominico, chiamalo come vuoi) non solo non dovrebbe avere alcun potere né esecutivo né legislativo né giudiziario al di fuori degli affari costituzionali, ma neanche deve aver mai fatto parte della "classe politica" (di cui i partiti sono ora l'espressione più forte) di cui deve sorvegliare gli atti. Altro che imparziale.

Deve essere TUTTO dalla parte dei cittadini e del senso comune. Ed in caso di giudizio dubbio da parte delle corti demandate a valutare la costituzionalità degli atti amministrativi, potrà rimettere al giudizio dei cittadini stessi proprio la norma che ha generato la ritenuta aberrazione.

Infine, per maggiore garanzia, citavo il fatto che anche i SUOI ATTI dovrebbero essere oggetto di valutazione costituzionale da parte del suo eventuale successore (con le conseguenze penali che ora non ci sono, lo so. Questa volta "non erat in rebus", ma sarebbero auspicabili).

In altre parole: una carta costituzionale, il cui scopo è definire e limitare i compiti della classe politica, non vale nulla se non è difesa fisicamente da qualcuno che di questa classe politica non fa parte.

E' un concetto così difficile da accettare?
Mi sono espresso meglio, ora?

Grazie comunque per i tuoi commenti.

è che vi sia un conflitto inevitabile tra classe politica e cittadini-elettori, oppressi dalla prima. A me pare che si tratti di una posizione emotivamente comprensibile ma che non conduce in nessun luogo: basti pensare all'idea che il tutore dei cittadini debba difenderli "fisicamente" dalla classe politica, ciò che richiede la disponibilità della forza militare e, suppongo, l'abrogazione delle guarentigie costituzionali dei cittadini.

Trovo preoccupante anche l'idea che il successore del PdR abbia il potere di valutare la costituzionalità dei suoi atti, compito che dovrebbe spettare ad una corte e non al capo dello stato. Nella proposta di rimettere ai cittadini il giudizio su norme all'origine di atti amministrativi incostituzionali - a prescindere dal fatto che il controllo di costituzionalità delle leggi si distingue da quello di validità degli atti amministrativi che qualsiasi giudice può annullare (qui sarebbe il caso di auspicare il superamento delle diverse giurisdizioni) - mi sembra di cogliere l'ombra della cuoca di Lenin la quale giammai riuscì ad esercitare le   funzioni  che il suo leader voleva assegnarle. Ne sarà capace la segretaria di Casaleggio?

P.S. - Mitterand, prima di diventare a sua volta presidente, sosteneva che la Quinta Repubblica fosse un colpo di stato permanente.

Esatto.

Guido Cacciari 9/7/2014 - 20:08

Il presupposto del mio ragionamento è semplicemento quello alla base della filosofia liberale.

L'assenza di tale presupposto è alla base delle filosofie socialiste e totalitarie.

PS: certo, ad una corte, su segnalazione del PdR. Una corte in numero pari. Perché se fosse necessario un giudizio morale superiore a quello di una corte costituzionale, ho già indicato chi ne è il titolare naturale.

PPS: Mitterand era un socialista

sono relativamente autonomi, nel pensiero liberale. Parlare di una corte chiamata ad emettere un giudizio morale è contraddittorio e anche inquietante.

1] E' vero il contrario.

Non per niente i capostipiti della filosofia liberale venivano definiti "moralisti".
Morale nel senso che rappresenta il senso comune, ovvero il diritto naturale. Che una corte a difesa di tale diritto dovrebbe tenere presente.

So bene che il senso comune non fa parte dello nostra cultura giuridica, né può essere un valore per i suoi addetti ai lavori.
Avvocati, giudici, periti, parti.
Tutti assistono quotidianamente a quel teatro dell'assurdo che è il sistema giuridico (e quindi anche giudiziario) italiano.

Tale peculiarità, a cui gli "addetti ai lavori" sono talmente assuefatti da negarla, è testimoniata sia dagli stranieri che qui giungono (da "stati di diritto"), sia dagli italiani che emigrano.

E ovvio che chi vive di questo, non può che conoscerne i funzionamenti e le logiche ("vi è logica in questa follia", disse Re Claudio). Quindi logica vi è, ma non è quella della morale né del senso comune. Sono due cose diverse e sarebbe bene riconoscerlo.

Non crediamo, quindi, a  Kelsen, che ritenne quello Nazista un Stato di Diritto in quanto, secondo lui, aveva una logica.  Confuse in questo modo la definizione di "sistema giuridico" con quella di "stato di diritto".  Il primo può essere indipendente da un giudizio morale, il secondo no.

Ma lui non era un filosofo liberale (moralista).

 

2] Non hai letto bene (o non sono stato chiaro io).
Il "giudizio morale superiore" a quello delle  corti, a cui mi riferivo, era quello dei cittadini (titolari del "senso comune" o del "contratto sociale").

Scusa, non avevo letto bene questa tua interpretazione di quanto avevo scritto.

No, per "difesa fisica" intendevo la presenza di un difensore in carne ed ossa, cioè di un individuo anziché di un partito od altro gruppo astratto di "intellettuali" interpretatori. Un individuo, quindi, con una sua responsabilità personale dei suoi atti, sia legale che elettorale.

Per "poteri veri", mi riferivo invece:
. alla quota di nomina nelle corti costituzionali (plurale, con diverse specializzaioni) ,
. al controllo di servizi ispettivi,
. al potere di indicare atti e norme da sottoporre a giudizio di costituzionalità,
. altri inerenti sempre la materia costituzionale, come quella di proporre e/o approvare  correzioni ed integrazioni parlamentari degli articoli (comunque eventualmente seguiti da  consultazione popolare), o gestire un ufficio di ricezione e classificazione di istanze private inerenti la materia costituzionale.

Abrogazione delle guarentige costituzionali dei cittadini? Ma come ho fatto a darti un'idea del genere? Se hai capito un roba così, dopo tutta la filippica in difesa dei diritti individuali, vuol proprio dire che non mi so esprimere. Ma veramente? Ma da che passo l'hai preso?

A mio parere, l'intera discussione sulle possibili forme di legge elettorale, in un sistema giuridico ed istituzionale totalmente folle come il nostro, ricorda un po' il concilio di Trento.

Allora, di fronte allo sfacelo morale del papato, ed alla contestazione della pretesa di nominare Urbi et Orbi vescovi gabellieri, si discusse per vent'anni sulla materia dell'ostia.

Non che fosse la prima volta. Già 500 anni prima se ne parlò. Anziché tentare di giustificare con Bisanzio la pretesa del vescovo di Roma di nominare gli altri, questi si perse nel problema del lievito (e della barba dei preti).

Gli esiti, in ambo i casi, sono noti.

Mi chiedo cosa penseranno i posteri della classe intellettuale odierna.

...poi produsse (alla fine) la Santa Inquisizione, facendoci tornare indietro di secoli.

La legge elettorale in discussione è come la Santa Inquisizione: serve a fermare i "riformisti", chiudere il recinto in difesa e aspettare che passi la buriana.

Dopo i continui dietro-front (compresa la modifica di un post sul suo sito), l'irrisione del PD (portateci qualcosa di scritto) s'io fossi Beppe starei zitto e fermo. Al di là dello streaming l'incontro con il PD puzza lontano un miglio di vecchia politica (ci si incontra in un'altra stanza e ci si accorda), difatti il PD li sta fregando alla grande buttando l'amo e tirando indietro la canna, facendo passare il M5S per una banda di inetti dilettanti allo sbaraglio (quali sono, peraltro).

A questo punto conveniva dire: "No, non abbiamo un papiello di richieste, abbiamo dei punti da discutere, l'incontro era una discussione, non un tema in classe" e aggiungere: "abbiamo capito che il PD vuole una proposta scritta, potevano dirlo prima, non pensavamo fossimo nel 1800, ma proposta scritta per proposta scritta la presentiamo in Parlamento quando ci sarà da "dicutere" la legge elettorale, siamo comunque curiosi di conoscere gli scritti che si sono scambiati prima Berlusconi e Renzi".

Quando poi Renzie li avrebbe attaccati dicendo  "eccoli non vogliono discutere" avrei mantenuto il punto dicendo "No problem, ma all'antica per all'antica, discutiamo in Parlamento, dove non faremo ostruzionismo".

Poi avrei cercato di capire i punti di dissenso nella maggioranza PD-FI e avrei fatto proposte nel senso di amplificare la frattura, nel frattempo un pò di gazebo e raccolta firme sul blog per qualcosa di simbolico, tipo le preferenze o la soglia di sbarramento, giusto per vedere che aria tira (magari chiamassero la Ghisleri e si facessero fare un sondaggio, che quelli sul blog sembrano l'estasi di uno studentello davanti a Youporn).

Insomma, s'io fossi Beppe in questo momento, democristianamente, aspetterei che il nemico si fotta con la sua mani, che di contraddizioni ne hanno.

Buongiorno, fuor di battuta, se io fossi Grillo rivedrei seriamente (i) strategia (ii) tempismo e (iii) qualita' nel merito delle proposte.  Un esempio concreto sulla legge elettorale (i giuristi Italiani sono in ferie...?)

A mio avviso- mi corregga se scrivo sciocchezze - quello che non va bene sia dell'italicum sia della proposta riveduta e corretta del M5S, e' il doppio turno nel proporzionale (che non esiste in nessun paese del mondo) per assegnare il premio di maggioranza. In questo modo si aggira uno dei limiti stabiliti nella recente sentenza della Corte Costituzionale e cioe' che il premio può essere assegnato solo se si prevede una soglia minima (ovviamente senza doppio turno). In questo modo il proporzionale si trasforma in un sistema ''ultramaggioritario''.

Il vero ballottaggio e' il maggioritario a doppio turno di collegio tra singoli candidati (non tra partiti) in vigore in Francia. Se si elegge la camera con questo sistema, il senato deve restare direttamente elettivo per controbilanciare il potere del partito che ottiene la maggioranza assoluta alla camera.

In attesa di conoscere gli sviluppi da Lo-Renzi il Magnifico, mi pare siamo di fronte ad una colossale presa in giro: tende a favorire, e sollecitare la preliminare aggregazione/polarizzazione intorno a due soli poli.  L'alternativa preferibile, mi pare, sarebbe un maggioritario uninominale ad un turno, o a due turni (Francia), o un proporzionale whatsoever, purche'  sia coerente, e costituzionale.

 Il modello/blueprint  di sindaco (trascurando amici locali) sara' esportabile a livello Nazionale?
La riforma del Senato e' ok?

Tornando a Grillo, non credo Grillo possa proporlo,...altrimenti si corre il rischio di FARLE, le riforme. Meglio stare all'uscio e speculare su siluratori, da un lato, o 'iatture...togate', dall'altro lato.

Intanto, il M5S sta miracolosamente riscoprendo la.. sacralita' del numero 3...una maggioranza di 'inciuciasti' (2) + 1. Purtroppo, e spiace si tratti di classificazione 'manichea': c'e' chi (i) sa/fa e (ii) chi critica...Tertium non datur..

Non si sente mai parlare di cursus honorum...matematica....lauree in ingegneria, economia...Sara' un caso?

Grillo dovrebbe seriamente puntare sul benchmarking e sul taglio delle inefficienze: l'Italia ha 'fatto' ca.  900 miliardi di euro di debito dall'ingresso nell'euro. Oggi ca. 2.164.945.676.421 da circa 1.3 trillion.

Pare che gli ambasciatori Tedeschi, a sentire parlare di ''Flexibilität'' all'Ecofin.cubus abbiano detto: ''ambasciatore Italiano prende piu' di 20.000 euro NETTI al mese...er gibt unglaubliche Summen aus! Io prende solo ca. 8k netti al mese. Italiani fuori di melone?'..

http://www.bundesfinanzministerium.de/bundeshaushalt2012/pdf/2011/epl05.pdf

 

Per come la vedo io nelle discussioni tra Renzi e M5S sulla legge elettorale quello che fa una figura tragica e' Renzi. La legge elettorale Renzi-Berlusconi e' ridicola, premio di maggioranza di coalizione e soglie nazionali di livello turco sono elementi giustamente banditi da tutte le democrazie consolidate. La legge del M5S invece e' una legge perfettamente accettabile in un Paese civile, sostanzialmente la legge elettorale spagnola con alcuni elementi svizzeri sulle preferenze. Se un errore stanno facendo i politici M5S e' fare concessioni a Renzi, come discutere sul magggioritario di partito piuttosto che di coalizione (entrambi elementi sbagliati e ridicoli per le ovvie conseguenze, particolarmente in Italia, conseguenze anche gia' ben sperimentate).

Chiunque sarebbe in grado di scrivere una legge elettorale meglio dell'Italicum , che è una porcata megagalattica.

Il punto è politico: Renzi fa sembrare lui il tipo in gamba e il M5S ha abboccato all'amo, sembrando dei dilettanti allo sbaraglio (quali sono).

La legge è una cosa, la pubblicità è un'altra, e Renzi è inarrivabile, supera di gran lunga anche BS, secondo me.

(Mi scuso per l'ingerenza).  

° Dai giornali: No all'evasione fiscale (non se ne parla), no ai paradisi fiscali (idem), no alla depenalizzazione del falso in bilancio, no a nuove tasse...(sempre sui soliti noti, ed ulteriore trasferimento di risorse agli ''Altri soliti noti'', sull'esempio della Robin hood tax '08, pronuncia nibor dooh)

Pare, pero', che Renzi dica di non ascoltare chi dice sempre no..Si' alla Guidi allo Sviluppo Economico con delega alle Telecomunicazioni, si' alla Marcegaglia all’Eni, si' all'accordo con Mr. SB, alzare il quorum per il referendum abrogativo..riforma delle competenze delle 20 Rome da valutare...e via dicendo. Schema ricorrente?  invadere continuamente le varie tv per annebbiare la mente della gente? Magari con un # hashtag. Salvo ignorare temi quali: 84 billion di operazioni sospette, (https://www.bancaditalia.it/UIF/interventi/InterventiUIF/rapp_uif_2013.pdf)

 o falso in bilancio. Non parlo neppure di legge sul conflitto di interesse...visti i...fondamentali.

° Altro tema: Senato

Un patchwork tra modello tedesco, austriaco e francese, il tutto approvato con una fretta ed una approssimazione lessicale che non sembra suscitare alcuna perplessita' (perche' meravigliarsi?) con il rischio di re-introduzione (modello verticalmente integrato) di funzioni/trombati delle defunte (pare) province. Inoltre, - per la legislazione di rango costituzionale -  il Senato mantiene effettivamente un ruolo paritario con la Camera, con l'effetto che su di essa potranno influire in maniera decisiva i senatori di nomina presidenziale (che hanno assolutamente senso - ironico- in un Senato regionale- pare). Un processo.... stocastico. 

CSaluti

there was a king..

Un bel giorno, la gente stanca della politica ''vecchio stampo'' (democristiana n.d.r.- balena bianca) ) e dopo l’esperienza 'ruba fin che puoi' finita a Dubai, scusate ad Hammamet, decise di voltar pagina ed affidare il paese ad un moderno imprenditore pieno di debiti (piles, piles of).

Nel giro di pochi anni si e' verificato un miracolo, come annunciato: i debiti sono passati miracolosamente sulle spalle di milioni di italiani (translatio imperii, qualcuno di sqkwuola vol-tremontiana direbbe).
Il paese e' arretrato economicamente di trent'anni ed il fallimento e' stato scongiurato dal senatore a vita Monti, un 'rigido' personaggio che infagottato in un loden color 'mo.s, mo.tis' ha ridotto in miseria milioni di persone per salvare altra casta national in death (chiedere .....)
La ricetta cucinata dalla piangente Fornero e' stata efficace come una mossa di scacchi. Il senatore muove e distrugge il paese in tre mosse….
1) Cancellato il settore immobiliare….
2) Aumentato il costo della vita: accise sulla benzina, Iva, balzelli vari…paga, zitto e Tasi..
3) Massacrate le pensioni con il gioco delle tre carte fatto sulla pelle degli esodati.
Scongiurato il 'default' , ecco comparire il nuovo premier Letta. Piace alla sinistra a cui non sembra vero di andare al governo e piace al conte-zio 'Letta il vecchio' consigliere dell’imperatore Midaset I. Letta una persona moderata, forse, forse, forse, anche capace, ma posto nell'impossibilita' di prendere qualsiasi decisione utile al paese.
In sostanza, riesce solo a recuperare un minimo di credibilita' internazionale dopo che il paese era sceso sotto la soglia del ridicolo a causa delle avventure del premier condottiero che aveva varcato il Rubi….cone.
Disarcionato l’anziano cavaliere improvvisamente le speranze degli italiani, come vent'anni prima, si riaccendono: ecco comparire un nuovo messia , o messiah, che fa intravvedere la terra promessa, a rate beninteso, ottanta euro subito, per alcuni, il resto si vedra'….(Lau-Renzius, qui  Magnificus appellatur)
Ora si fa sul serio, soldi sul banco, niente dentiere in comodato d’uso, restituzione dell’Imu o ponti sullo stretto di Messina o milioni di posti di lavoro.
Cambia tutto.(o forse l'order of magnitude? 10_6 vs 10_4)
Le banche, sostituiscono i presidenti arrestati, risanano i bilanci pelando i piccoli risparmiatori.
Gli im--prenditori coraggiosi riescono anche questa volta a rifilare a terzi la compagnia di bandiera…(piu' bandiere...che...Bastera' la fusoliera per tutte quelle bandiere?)
L’Ilva verra' risanata, forse, a spese dei contribuenti…
I risparmi della gente comune verranno saccheggiati per tenere in vita i conti pubblici….Sempre pantalone
Il debito pubblico aumenta…..
La corruzione dilaga……
Il senato diventa l’OSTELLO per sindaci e consiglieri regionali (si' proprio quelli, i clienti dell’ipermercato Italia…..).
Stai sereno e' il motto del Telemaco fiorentino (Lestrigoni dietro l'angolo) : stai sereno che tutto e' come prima, con tendenza al PEGGIO
E Grillo? Purtroppo senza un consenso plebiscitario Grillo non accettera' di prendere in carico i libri contabili del cliente Italia.
Ormai la rassegnazione dilaga……..
E’ vero che sono riusciti a far galleggiare la Concordia, ma in quel caso sono intervenuti dei professionisti e non solo dei chiacchieroni
900 MILIARDI DI EURO DI DEBITO in ca. 14 anni…..don't waste your time on trifles...

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