Protezione dell’occupazione: cosa sappiamo e cosa no. Parte 2: evidenza

5 marzo 2012 giulio zanella e alberto bisin

Terza puntata della serie. Nel precedente post abbiamo illustrato quello che sappiamo dalla teoria economica circa gli effetti di una maggiore o minore protezione legale del posto di lavoro, distinguendola dalla protezione del lavoratore, di cui per il momento non parliamo. In questo post illustriamo brevemente quello che sappiamo dall'evidenza empirica al riguardo.

1. Il problema dell'identificazione

In che modo possiamo valutare empiricamente gli effetti della protezione legale dell’occupazione? Idealmente, dovremmo eseguire un esperimento controllato simile a questo: prendere molti mercati del lavoro identici ma non comunicanti, proteggere l’occupazione in meta’ di essi (scelti a caso), e non proteggerla nell’altra meta’. Poiche’ i due gruppi di mercati sono identici in tutto e per tutto eccetto che nella protezione dell’occupazione (si noti un aspetto cruciale: non essendo questi mercati comunicanti i lavoratori non possono spostarsi dal gruppo non protetto a quello protetto e viceversa dopo l’inizio dell’esperimento) ogni differenza che osserviamo tra i due gruppi deve essere dovuta alla protezione dell’occupazione. Cosi' procedono ad esempio i ricercatori in medicina quando vogliono testare gli effetti di un nuovo composto chimico. 

Esperimenti di questo tipo (si chiamano esperimenti controllati) sono generalmente difficili in economia, se non ricorrendo ad ardite finzioni in "laboratori" reali o artificiali (gli scienziati sociali, ahinoi, non sono fortunati come gli scienziati naturali). Ultimamente si fa qualcosa di simile in economia dello sviluppo, ad esempio  cambiando il programma scolastico nelle scuole di meta' dei villaggi di una regione e non nell'altra meta',  per poi vedere l'effetto che fa. Per quanto riguarda l'economia del lavoro, che ci interessa qui, in principio si potrebbe generare una variazione sperimentale della policy in alcune aree di un paese al fine di valutarne gli effetti localmente prima di decidere se estendere il regime sotto sperimentazione all'intera economia. Ad esempio, in Italia  Pietro Ichino insiste da anni sulla necessita' di sperimentare localmente il modello di "flexsecurity" di cui lui e altri senatori sono promotori in parlamento. Ma sembrano esistere barriere culturali (per ora) insormontabili che rendono impossibili sperimentazioni di questo tipo. 

Questa impossibilita’ illustra bene il problema che fronteggiamo quando cerchiamo di isolare l’effetto causale della protezione dell’occupazione sulla performance del mercato del lavoro: la protezione legale non e’ mai stabilita arbitrariamente; c'e' sempre una ragione. Per esempio, un governo potrebbe essere indotto a proteggere l’occupazione quando questa si sta riducendo a causa di una contrazione dell’attivita’ economica. In questo caso non sarebbe la protezione a causare minore occupazione ma il contrario. La possibilita’ di causalita’ inversa genera quello che gli economisti chiamano il problema della “identificazione”. Isolare l’effetto causale di una politica (come la protezione dell’occupazione) significa “identificare” questo effetto. E identificarlo, senza esperimenti controllati, e' operazione difficile e ogni tanto un po' arbitraria. Questo non significa che dobbiamo necessariamente disperarci.  

A volte il contesto istituzionale di una riforma genera involontariamente qualcosa di simile a un esperimento, come quando si stabilisce una soglia (15 dipendenti, per esempio) al di sopra della quale la protezione si applica mentre al di sotto non si applica. L'idea e' di sfruttare il fatto che il numero 15 e' stato scelto arbitrariamente, che le imprese di 15 dipendenti sono, in media, molto simili alle imprese di 16 dipendenti, salvo il diverso regime legislativo. Questo, in teoria, puo' generare dati simili a quelli ottenibili con un esperimento controllato. Il lavoro di Pica e Leonardi riassunto nel loro post e’ un esempio di ricerca che sfrutta “esperimenti naturali” di questo tipo. 

2. Breve riassunto dell'evidenza empirica

Un’ottima rassegna recentemente scritta da Per Skedinger riassume tutto quello che di rilevante abbiamo imparato dall’analisi empirica durante gli ultimi 20 anni circa gli effetti sull'occupazione della protezione legale del posto di lavoro. Procediamo qui in maniera ben poco originale facendo il riassunto del riassunto (senza citare i singoli studi, il lettore interessato puo’ consultare la bibliografia della rassegna di Skedinger).

La prima generazione di studi ha utilizzato dati aggregati per paesi diversi (tipicamente paesi OCSE), ripetuti nel tempo. L’utilita’ di questi dati e’ limitata perche’ oltre ai problemi di misurazione (esprimere in una metrica comune legislazioni talvolta non del tutto confrontabili) c’e’ poca variabilita’ temporale dei regimi di protezione legale dell’occupazione all’interno dei paesi OCSE. I risultati sono spesso contrastanti da uno studio all’altro. Quelli che sembrano robusti sono i seguenti:

(a) In presenza di protezione dell’occupazione i flussi da occupazione a disoccupazione e viceversa sono minori.

(b) In presenza di protezione dell’occupazione, le donne e i giovani fanno peggio degli altri gruppi in termini sia di occupazione (piu’ bassa) sia di disoccupazione (piu’ alta)

Entrambe queste regolarita’ empiriche sono in linea con quanto predetto dalla teoria. Questo e' di per se' rassicurante,  ma gli studi che le fanno emergere non risolvono in maniera chiara il problema della “identificazione”. Potremmo quindi essere in presenza di relazione spurie, non causali.

Una seconda generazione di studi empirici ha utilizzato dati per paesi diversi ripetuti nel tempo e disaggregati a livello di impresa per studiare effetti che vanno oltre quelli sui livelli aggregati di occupazione e disoccupazione. Da questi studi emergono ulteriori risultati di interesse:

(c) In presenza di protezione dell’occupazione la creazione e la distruzione di posti di lavoro sono entrambi piu’ lenti. Si riduce cioe’ la velocita’ di riallocazione dei lavoratori. Anche questa evidenza e’ in linea con la teoria.

(d) Tutti i precedenti effetti (a, b, c) sono piu’ forti in presenza di contrattazione collettiva, cioe’ quando i salari fanno piu’ difficolta’ ad aggiustarsi.

(e) In presenza di protezione dell’occupazione le imprese diventano piu’ selettive e assumono con maggiore probabilita’ lavoratori piu’ istruiti.

Anche in questo tipo di studi, l'identificazione e' un po' traballante. Ma un’ultima generazione di studi empirici ha utilizzato dati di singoli paesi, sfruttando tutte quelle riforme che, influenzando un gruppo ma non un altro, generano involontariamente una situazione che assomiglia a un esperimento controllato come illustrato sopra. L'identificazione e' quindi piu' solida. E' importante allora che questi studi confermano i precedenti risultati circa l’effetto negativo della protezione sulla dinamica del mercato del lavoro (transizioni da occupazione a disoccupazione e viceversa, e riallocazione dei lavoratori; punti a, b, c) e circa l’effetto sulla selettivita’ delle imprese (punto e). In aggiunta, da questi studi sappiamo che:

(f) Quando si riduce la protezione dell’occupazione le imprese iniziano a sostituire contratti temporanei con contratti permanenti. Cioe’ piu’ persone vengono assunte con contratti a tempo indeterminato.

Empiricamente ci sono poi effetti su altre variabili, come i salari e i tassi di investimento (mentre e' ormai assodato che in Italia non sembrano esserci effetti rilevanti sul tasso di crescita delle imprese). Di questi altri effetti hanno gia' parlato Pica e Leonardi.

3. Conclusione

Cosa dovremmo aspettarci se quest’anno il governo riuscisse ad allentare il regime di protezione dell’occupazione attualmente vigente in Italia? La teoria economica predice che il mercato del lavoro diventerebbe piu’ dinamico: piu’ lavoratori perderebbero il lavoro ma piu’ persone ne troverebbero uno. La durata della disoccupazione si ridurrebbe e aumenterebbe la produttivita’ dell’economia a causa della maggiore efficienza del processo di riallocazione di lavoro e capitale. L'aumento di produttivita' indurrebbe un aumento dei salari. Inoltre, i gruppi piu’ marginali nel mercato del lavoro (giovani e donne, in particolare) avrebbero solo da guadagnare: per essi (come gruppo) la teoria prevede maggiore occupazione e minore durata della disoccupazione. Infine, i contratti a tempo determinato inizierebbero ad essere sostituiti con quelli a tempo indeterminato (meno “precari”). L’evidenza empirica disponibile (sebbene parte di essa vada presa con cautela perche’ non e’ chiaro fino a che punto il problema dell’identificazione e’ risolto) conferma tutti questi risultati teorici e suggerisce che gli effetti sono tanto piu’ forti quanto piu’ e’ importante la contrattazione collettiva (che in Italia, come sappiamo, e’ molto importante). Infine, migliorerebbero anche le prospettive dei lavoratori meno istruiti e meno qualificati.

L’effetto di un allentamento del regime di protezione dell’occupazione creerebbe quindi, come ogni riforma controversa, vincenti e perdenti. La maggiore dinamicita’ del mercato del lavoro che ne risulterebbe suggerisce di procedere con una riforma complementare degli armortizzatori sociali, che oggi in Italia sono del tutto inadeguati a un ipotetico mercato in cui la riallocazione del lavoro e’ frequente, anche se rapida (nel senso di una minore durata della disoccupazione). Questa riforma complementare potrebbe ridurre i costi per i lavoratori associati alla riduzione delle protezioni. Alla domanda “ma da dove prendiamo le risorse per un serio sistema di assicurazione contro la disoccupazione?” rispondiamo cosi’: a conti fatti (li ha fatti Andrea Moro alle giornate nFA 2011 a Siena), un sistema di assicurazione contro la disoccupazione alla danese non costerebbe, a regime, molto piu’ del sistema di ammortizzatori sociali per i lavoratori oggi in vigore in Italia. E sarebbe per tutti, non per pochi.

Ma ci fermiamo qui. La partita sembra essere soprattutto politica, insomma. Si creerebbero, dicevamo, vincenti e perdenti.  Sputtanare (suvvia, siamo stati bravi, noiosi, precisi, e accademici fino a qui, ci siamo trattenuti, fateci divertire almeno alla fine) chi racconta il contrario con sicumera e’ il nostro sogno di primavera (e abbiamo fatto pure la rima).

26 commenti (espandi tutti)

Domanda

Mattia Landoni 5/3/2012 - 23:31

Molto bello ed educativo come sempre. Una domanda - sareste in grado di darmi un'idea generale della magnitudine degli effetti trovati dagli studi senza che io, pigro lettore ignorante di labor economics, debba andare a leggermeli...? :-)

 

Inoltre, frequentemente vi e' un compromesso tra solidita' dell'identificazione e generalizzabilita' dei risultati - quanto sono sensibili a questa critica i risultati piu' recenti? Per esempio, poniamo che si trova un effetto significativo per imprese di 16 lavoratori, cio' non vuol dire che tale effetto ci sia anche per imprese di 100. (Dico solo a titolo di esempio: non so niente di questi studi).

Il sistema danese, a conti fatti, mi risulta costare l'8% (in danimarca a carico dei soli lavoratori) ma include sia il sussidio di disoccupazione per 4 anni con % a scalare nel tempo, sia fondi per il prepensionamento.  Qui la scheda. (All employed persons, regardless of membership with an unemployment fund, pay 8% of their monthly gross salary or earnings toward the Labor Market Fund to cover state expenditure on unemployment insurance benefits and voluntary early retirement pay.)

 

È una percentale elevata che è possibile solo con una alta produttività e quindi elevati salari. Piu' realisticamente ritengo sia alla nostra portata il sistema tedesco (2.8%) o svizzero (3%) diviso in parti uguali tra lavoratore e datore, con massimali nel salario assicurato ed un periodo di copertura di 400~500 giorni lavorativi a seconda dell'età del lavoratore e con prestazioni tra il 67% (germania) e 80% (Svizzera) del salario. 

 

Vedere qui Germania e Svizzera.

 

 

"Qui la scheda."

Francesco, hai messo il link all'articolo de LaVoce che tratta della Tobin Tax

Grazie

Francesco Forti 6/3/2012 - 16:04

Non posso piu' correggere il mio testo.

Scusate. Ecco il link giusto.

Tutto molto istruttivo come sempre. Poi ci si mettono gli uomini (e le donne). I piu' svantaggiati troveranno lavoro, che li selezionerà in base alle capacità dimostrate sul campo. Altrimenti saranno espulsi e l'impresa si cercherà altri occupati. L'idea è che al momento con tanta disoccupazione molti sono disposti ad accettare lavori umili a basso costo, MA non bassissimo. Molte donne-mamme sarebbero disposte a fare un bel part-time quando i figli sono a scuola 9:00-14:00. A quante aziende servono? Le scuole (intesa anche come struttura di baby-sitting) fornoscono un servizio che consente questo part-time? I nonni-non-piu'-pensionati sono ancora a lavorare. Io credo che deve essere evidente ai lavoratori consa COSTANO all'impresa (fare vedere quante tasse e contributi previdenziali-assistenziali paga l'impresa). Se il lavoratore sa quanto costa, si metterà in animo di capire che se ciuccia piu' di quanto riempie, alla fine il barile si svuota e lui resta a casa senzza stipendio. Spesso mi è capitato di sentire lamentele di società di ingegneria che i loro migliori ingegneri vanno via, "sono dei mercenari". Quindi i "professional" si autotutelano, forse vale la pena di considerare che siamo tutti diversi (bravi e meno bravi), diversamente fortunati (nascere ricco o povero), diversamente vogliosi (ricchi-pigri e poveri-con la fame nelle ossa e la voglia di correre). Forse uno Stato con la S maiuscola dovrebbe pensare di tutelare i piu' deboli, anche solo per convenienza, altrimenti alla porte del castello premeranno masse di diseredati straccioni. Concludo che investire in formazione è una delle autostrade della roadmap per portare fuori l'Italia dalla crisi trentennale che ci attanaglia (oltre che a perseguire la legalità e condannare la corruzione).

Sempre molto istruttivo per quelli come me e per quelli - nel mio ambiente (un "tantinello troppo politico") - ai quali diffondo a piene mani.

Le conclusioni, che non concludono ma che rinviano alla politica, se diventassero un po' più esplicite sarebbero ancora più efficaci nell'aiutare i politici: questi sono i potenziali vincenti e questi i potenziali perdenti in questa potenziale... società, meno feudale e ingiusta. Che poi è quello che si è visto fare a Boldrin in televisione.. che sberle, ragazzi:)

(e) In presenza di protezione dell’occupazione le imprese diventano piu’ selettive e assumono con maggiore probabilita’ lavoratori piu’ istruiti.

Ecco un aspetto che non consideravo e non conoscevo. Pensavo che la maggiore probabilità di assumere lavoratori istruiti dipendesse soprattutto dalla produttività e quindi dall'imperativo categorico di avere personale sempre piu' qualificato (istruito e formato).

 

Come si inquadra questa notizia? Dipende dai percorsi formativi, immagino?
Pero' è anche vero i che tanti lavoratori qualificati (molti ing e medici ... per non parlare degli economisti :-) ) emigrano.

link

giulio zanella 8/3/2012 - 10:14

Quale notizia, Francesco?  Il link riporta a nfa.

D'accordo su tutto. Ma se non ci sara' un introduzione graduale e soprattutto un cambio di mentalita' diffuso potrebbe essere un grosso problema per le fascie meno protette (basso salario e bassa professionalita').
Oggi un operaio/impiegato puo' comprare casa solo se ha un contratto a tempo indeterminato. Anche per trovare un appartamento in affitto a Milano chiedono referenze del datore di lavoro o il 740. Stessa cosa per comprare a rate la macchina o la cucina.

Tralascio i complimenti, ovvi, per l'articolo e spero perdonerete l’ignoranza, ma in tutto questo che ruolo può avere una politica industriale?
I nuovi posti di lavoro si potrebbero creare in luoghi diversi e lontani da dove si sono persi, con conseguenti problemi (disponibilità/possibilità) di spostamenti e abitazioni.
La produttività non dipende anche da molti altri fattori (istruzione, infrastrutture, giustizia, legalità solo per indicarne alcuni) in cui la maggiore efficienza di allocazione di lavoro e capitale e solo una parte (e forse non la più importante)?
Infine cosa o chi assicura (oltre la teoria economica) che parte almeno dell’incremento di produttività si riverserà sui salari e non si orienterà verso la speculazione finanziaria?

Formazione

VincenzoS 6/3/2012 - 19:53

Ha detto bene ZioPeppo, senza formazione non andiamo da nessuna parte.

E allora, visto che prendersela con il nemico esterno serve notoriamente a poco, guardiamo un po' dentro di noi.

Insomma, prendiamocela pure con lo Stato che spende 7000 e passa euro all'anno per studente per ottenere il" bel" risultato che ottiene, ma iniziamo a porci qualche domanda su di noi.

Eccone alcune.

1) Qualche tempo fa lessi che negli anni '60 il 30 $ della popolazione scolastica, molto più ampia di quella ofierna viso il calo della natalità, andava in scuole private. Oggi tale percentuale raggiunge a stento il 5 %. Insomma le famiglie di cinquant'anni fa, tra l'altro meno ricche di quelle di oggi, riconoscevano i limiti della scuola pubblica, allora comunque migliore di quella attuale, e rinunciavano alla cena al ristorante o alle vacanze pur di costruire un avvenire per i loro figli. E non si parlava certo dei figli dei "ricchi" perché nel 30 % c'erano dentro, per un puro fatto statistico, tanti che ricchi proprio non erano. Insomma, come genitori, quanto investiamo nella crescita dei nostri figli? Ah già, gli diamo l'iPippo e la palestra

2) Quanto investono le aziende nella formazione. Trent'anni fa, quando iniziai a lavorare, fui subito spedito a fare corsi di inglese; pagati dall'azienda ma utilizzando il mio tempo libero. Quante lo fanno? Quante aziende danno un minimo di preparazione tecnica ai loro venditori? Mi sa che la maggior parte gli da un foglietto con sopra scritto le chiacchiere da raccontare al cliente per turlupinarlo e poi chi si è visto si è visto.

3) Quante aziende formano il cliente, aiutandolo a capire cosa sta comprando e perché, aiutandolo a comprendere il significato di qualità (quella vera, non quella delle ISO)?

4) Ognuno è libero di aggiungere il suo personalissimo numero 4

E' un dato interessante quello sulle scuole private, e se avessi un link, te ne sarei grato.

 

La differenza sembrerebbe macroscopica, però forse non si spiegherebbe tanto con un crollo delle private quanto con l'ampiamento massiccio della scolarizzazione, cui ad un certo punto hanno avuto accesso classi sociali che prima a scuola di fatto non ci andavano e che, quando hanno cominciato a farlo, sono andate ovviamente nel pubblico. 

 

Non sono d'accordo con la rappresentazione un po' oleografica delle persone non ricche che fanno uno sforzo per far studiare i figli: casi ce ne saranno stati, ma statisticamente in Italia l'istruzione era un fatto di classe anche più di oggi (ma ci stiamo tornando...).

 

Al limite, se quel dato fosse vero, sia pure contestualizzato correttamente, mi verrebbe comodo per una riflessione sullo "statalismo" attuale scolastico. L'idea oggi prevalente è che l'istruzione debba essere fondamentalmente statale, e che più o meno tutti quanti farebbero bene ad andare nel pubblico.

 

Stante il valore irrinunciabile all'universalità dell'istruzione, io mi faccio una domanda (non retorica): ma perché io, Stato Italiano, devo spendere quei famosi 7.000 euro per pagare la scuola ai figli di Agnelli e Berlusconi (tanto per farsi capire), quando per loro non sarebbe poi un gran danno far pagare le famiglie per gli studi dei rampolli, risparmiando una spesa allo Stato? Quei 7.000 euro non sarebbe meglio spenderli per persone disagiate e lasciare i ricchi alle scuole private a loro spese?

 

Ovviamente non si può obbligare nessuno a scegliere una privata, ma lo si può incentivare, prevedendo contributi che permettano a molte famiglie anche "medie" di andare in scuole private senza svenarsi. Lo stato italiano potrebbe risparmiarsi molte spese (7.000 meno il contributo stesso), investendo di più in chi le private non le vede nemmeno da lontano.

In Italia la decisione di andare in scuole private e' quasi sempre legata a motivi religiosi e non di rendimento.

"In Hungary, Indonesia, Italy, Japan, Mexico, New Zealand and the United Kingdom, the performance difference after accounting for the socio-economic background of both students and schools is statistically significant in favour of public schools"

from http://www.oecd.org/dataoecd/61/2/48631582.pdf da wikipedia

La precisazione che in Italia alle scuole private ci si iscrive per motivazioni a volte diverse dalla qualità dell'istruzione ritengo sia corretta, cionondimeno il punto dell'osservazione di Rocchi mi sembra rimanga. In fin dei conti, almeno questa è la mia interpretazione, perchè lo stato dovrebbe sussidiare l'accesso a scuole dove comunque ci si va per scelta? La costituzione è vero che tutela la libertà di studio, ma non dice che deve essere anche pagata con soldi pubblici. Questo è tanto più vero quanto il fatto che gli istituti che vengono sussidiati con soldi pubblici comunque esigono rette che creano un filtro a quanti vorrebbero mandarci a studiare i figli. In sintesi figli di persone in condizioni economiche più agiate potrebbero frequentare quelle scuole con o senza contributo pubblico, mentre ai meno agiati il contributo pubblico è comunque indifferente; allora perchè non eliminare il contributo pubblico alle scuole private per migliorare la situazione in quelle pubbliche?

Il mio punto era esattamente l'opposto.

 Oggi lo Stato italiano fornisce la scuola pubblica anche a chi ha i miliardi nel conto in banca. Semplificando: se nel nostro sistema scolastico ci fossero solo un Agnelli e il figlio di un operaio, e andassero entrambi alla scuola statale, lo Stato italiano spenderebbe 14.000 euro l'anno dividendo la spesa equamente tra i due studenti.

 Ma io onestamente preferirei che lo Stato spendesse 14.000 euro tutti per il figlio dell'operaio, e zero per il giovane Agnelli, lasciando che quest'ultimo provveda da solo alla propria istruzione, che' tanto 7000 euro l'anno, o  quanti gliene puo' chiedere una scuola privata, per gli Agnelli non son nulla.

 Si' dira': "Vabbe', ma quanti Agnelli ci sono in Italia? Pochi!". Vero, pero' c'e' ancora un esteso ceto medio che con un po' di sostegno economico i figli alle private (paritarie, certo) ce li potrebbe mandare, togliendoli dalla scuola statale.

 Le rette in genere costano meno, decisamente meno, di 7000 euro. Se lo Stato pagasse per una parte di questa cifra, si creerebbe una situazione win-win. Ritornando ai due studenti di prima: invece di investire 7000 per Agnelli e 7000 per l'operaio, lo stato potrebbe finanziare l'Agnelli con 3000 euro, toglierlo dalla scuola statale e spendere 11.000 per l'operaio. L'operaio riceverebbe di piu', gli Agnelli spenderebbero di meno.

Certo, questo ragionamento si basa su un presupposto, secondo me realistico, e su un prerequisito (non facile da ottenere).

 Il presupposto: io credo che in Italia ci siano molte famiglie che potrebbero mandare i figli alla privata e non lo fanno, anche perche' e' difficile battere la gratuita', quando quel che conta e' il pezzo di carta. Con gli incentivi parte di costoro si indirizzerebbero verso la privata.

 Il prerequisito: che lo Stato sia in condizione di effettivamente risparmiare dal calo di iscrizione alla pubblica. Questo e' piu' difficile: il 96% del bilancio dell'istruzione va in stipendi di dipendenti che non possono essere licenziati. Quindi, quand'anche rimanessero 2 studenti per ogni classe, lo Stato non potrebbe ridurre l'organico e quindi risparmiare.

 Se qualcuno poi temesse, leggendo del "licenziamento degli insegnanti" che io stia proponendo nuove forme di macelleria sociale, gli ricorderei che stiamo parlando di un monte studenti costante, e quindi di un numero di docenti tendenzialmente costante. Solo che alcuni passerebbero dal pubblico al privato (ma tanto il CCNL varia poco...). Se ne gioverebbe anche la selezione del personale e la concorrenza tra scuole (soprattutto tra quelle private, ma anche quelle pubbliche).

Giusto perchè non mastico affatto di cifre, ma i 7000 euro per studente non sono una media?
Perchè in questo caso ho idea che già l'impianto sia quello che tu descrivi, e che io contestavo, in quanto se parliamo di collocazione di risorse che già sono scarse io cercherei comunque di facilitare l'accesso e migliorare la qualità di chi comunque non sceglierebbe l'opzione privatistica.

Prendi tutti costi (stipendi per il personale, bollette di acqua e luce, manutenzione delle scuole, benzina degli scuolabus, carta igienica e cancelleria) e dividili per il numero degli studenti: vien fuori 7000 euro circa.

 

Il punto non e' far spendere di piu' allo Stato, ma meno e meglio. Win-win.

Va detto che è interamente possibile finanziare le singole scuole pubbliche con un contributo per studente, anziché sulla base dei costi.  Questo--unito alla concorrenza tra le scuole--é sufficiente per creare un sistema di sussidiarietá e di incentivi abbastanza efficiente, che non ha poi tanto da invidiare al "buono scuola" (per le scuole private) di cui talvolta si discute.  Ovviamente la scuola pubblica continua ad essere gestita in modo diverso dalle private e probabilmente meno efficiente, ma questo é in ogni caso un problema politico, riguardo al quale non si potrebbe fare molto.

Non so fino a che punto questo tipo di finanziamento trovi applicazione in Italia, ma a quanto sembra é ampiamente usato nei paesi scandinavi, che in effetti hanno un buon sistema scolastico.  La situazione é opposta negli Stati Uniti, in cui l'accesso alle scuole pubbliche é rigidamente legato alla residenza (salvo situazioni eccezionali come le charter schools) e questo crea forti distorsioni anche nel mercato immobiliare.

Le scuole pubbliche sono gratuite, ed è bene che sia così. Certo, si potrebbe anche stabilire che chi ha più di tot soldi debba pagare delle tasse scolastiche, ma sarebbe odioso far pagare per un obbligo di legge ed un diritto, e sarebbe anche problematico stabilire quale sarebbe la soglia giusta.

La scuola pubblica nasce con ambizioni universalistiche di promozione sociale. Può anche essere che il mutato scenario sociale (l'Italia è un po' cambiata dai tempi della legge Casati del 1859, e anche dalla riforma della scuola media del 1962) possa giustificare un atteggiamento diverso, anche se il principio di fondo rimane valido (così come è cambiato l'atteggiamento, per dire, sulla leva obbligatoria, nonostante la nostra costituzione definisca la difesa un dovere sacro).

Però io credo che sarebbe comunque meglio un sistema di incentivi, piuttosto che di tasse. Anche perché mi piacerebbe che si cominciasse ad affrontare il problema dell'abbandono scolastico e della bassa scolarizzazione in aree difficili soprattutto del Meridione (ma non solo). Secondo me, ma dovrei fare bene i conti e non so se ne sono in grado, potrebbe essere molto utile promuovere l'alfabetizzazione e il recupero degli studenti persi attraverso scuole private gestite da cooperative di insegnanti, che si reggerebbero sugli incentivi tipo i buoni scuola (per i quali sono fondamentalmente d'accordo). Però non è mica così semplice: il costo dei buoni scuola è a somma zero se sposta studenti dalla pubblica alla privata, non se fa emergere nuovi studenti, con nuovi costi. Sarebbero soldi ben spesi, ma innanzitutto sarebbe necessario averceli.

Mi rendo conto che sono andato OT tanto tempo fa, cmq.

Forse mi sono spiegato male.  Nel mio intervento ipotizzavo che le scuole pubbliche fossero finanziate (dallo Stato o dagli enti locali interessati) con un contributo per ogni studente iscritto, eventualmente maggiorato in caso di situazioni particolari (presenza di studenti a rischio) più altri incentivi basati sui risultati raggiunti in termini di educazione più o meno buona degli studenti.

Da un punto di vista istituzionale non c'è poi questa gran differenza tra una "cooperativa di insegnanti" finanziata da buoni scuola ed una scuola pubblica finanziata con un contributo di questo genere.

Per quanto riguarda le scuole private il problema è diverso.  Il punto è che non si può avere tutto contemporaneamente.  O si lascia che la scuola privata sia sostanzialmente un affare per ricchi, e in questo caso lo Stato può fare a meno di finanziarla e risparmiare qualcosa sulle tasse; oppure si pensa di renderla un'alternativa credibile alla scuola pubblica e finanziata almeno in parte dallo Stato, nel qual caso il finanziamento verrebbe pagato anche a chi oggi sceglie la scuola privata e si dovrebbe quindi riequilibrare la situazione aumentando leggermente l'imposizione fiscale sui più ricchi.  (Un buono scuola means tested è pressocché equivalente ad un aumento di tasse sui più ricchi, in termini di tassazione marginale.)

Ci sono in effetti proposte  in tal senso per il finanziamento delle scuole pubbliche (cfr. Marco Campione, responsabile scuola del PD Lombardia, solo che ora non riesco a trovare un link).

La spesa per i "buoni scuola" sarebbe sostenuta, e con avanzo, dai risparmi provenienti dal fatto che lo Stato avrebbe in carico meno persone (persone che meno di altre abbisognano della gratuità dell'istruzione). Non si sarebbe un'imposizione fiscale maggiore, ma semplicemente il fatto che queste persone la scuola, in definitiva, se la pagano, sia pure in parte (e qui torno al presupposto di cui sopra).

Nel caso delle cooperative: i prof. cooperativi dovrebbero cavare i propri utili dai contributi -fissi- versati a chi li sceglie come scuola. Avrebbero quindi un incentivo all'efficienza e al risparmio che ora nella scuola pubblica non c'è (per quanto siano moltissimi i prof. che fanno bene il loro mestiere).

Credo che ogni studente porti sulla testa un sacchetto di soldi che poi la scuola pubblica o privata incessa. Ma le scuole cattoliche incassano di piu'. Quindi: incassano il contributo dello stato, incassano il contributo delle famiglie. Sicuramente hanno costi maggiori perchè hanno strutture migliori, quindi piu' costose (palestre, campi sportivi).
Se vado alla scuola privata è perchè mi aspetto un maggior controllo dei minori all'interno dell'istituto. Sulla qualità delle lezioni discutiamone. Su come viene contrastato il bullismo anche (dati che ho letto , ma che non ho referenze affermano che il bullismo limita di molto le prestazioni di alunni)

L'idea è -ma evidentemente mi esprimo malissimo- che tanto quanto cresce il contributo statale (il buono scuola), tanto diminuisce il contributo delle famiglie. Quindi la scuola privata (cattolica ma non solo) incasserebbe lo stesso da ogni studente, ma potrebbe aprirsi a più studenti. Le famiglie spenderebbero meno, qualora volessero mandare il figlio alla privata. Lo Stato, di contro, per quelle famiglie "che fanno da sé" eviterebbe di spendere.

Su cosa offrano o non offrano le scuole private non entro nel merito: ci sono tante ottime scuole pubbliche, tante ottime scuole private, cattoliche e non cattoliche.

L'unico dubbio che ho è sulla frase:

e' ormai assodato che in Italia non sembrano esserci effetti rilevanti sul tasso di crescita delle imprese

che rimanda all'articolo de La Voce sull'art.18.

A me pare che quell'analisi a cui vi riferite non sia esaustiva: cerca di studiare se l'art.18 freni la crescita dell'impresa analizzando la propensione della stessa a superare la soglia tra i 15 e  16 dipendenti. Il mio dubbio è che l'espansione dell'organico aziendale non sia sempre graduale. Un imprenditore con un locale o una concessionaria che impieghi 8 dipendenti potrebbe voler creare una nuova sede identica e invece non lo fa per evitare i costi aggiuntivi dettati dall'art.18. Inoltre l'analisi de La Voce non ci dice che un imprenditore per evitare di superare la soglia potrebbe cammuffare dei dipendenti come lavoratori autonomi (partite IVA, co.co.co). O, infine, l'imprenditore potrebbe creare una nuova sede con una nuova ragione sociale superando anche in questo modo il vincolo dell'art.18.

In generale, mi sembra difficile sostenere che l'art.18 non limiti l'espansione dell'impresa. Questo perché, se io ho 13 dipendenti, aggiungerne altri 3 non mi comporta i maggiori (e ingenti) oneri previsti dall'art.18 soltanto per i 3 aggiuntivi, ma di colpo anche per tutti gli altri 13. E per avere un'idea dei maggiori costi previsti dall'art.18 si consideri l'entità del risarcimento previsto nel caso in cui il giudice sentenzi che hai fatto un licenziamento illegittimo: fino a 15 dipendenti per ogni lavoratore il risarcimento massimo è di 6 mensilità ( pur con aumenti per alte anzianità). Dai 16 dipendenti in poi il risarcimento minimo è di 20 mensilità (e la facoltà di scegliere il risarcimento al posto del reintegro spetta ora al lavoratore). E questo dà solo un'idea del maggiore costo sul dipendente previsto da art.18: il vero costo di questa norma per l'impresa è non poter più licenziare un dipendente a meno di non voler esporsi ai lunghi tempi dei tribunali che non si sa quando emetteranno la sentenza e che con buona probabilità chiederanno il reintegro del lavoratore.

 

Il problema di quel tipo di analisi e' che non riesce ad identificare il cosiddetto "option value". Il vantaggio di crescere da 10 a 15 e' non solo che sono 50% piu' grande ma poi posso crescere ancora da 15 a 20, e poi da 20 a 25. Questo il lo chiamo "option value"

Ma se crescere da 15 a 16 comporta un costo speciale, allora rimane solo il vantaggio diretto (di crescere da 15 a 16). L'option value diminuisce. Lo stesso meccanismo potrebbe generare quella continuita' nella distribuzione delle dimensioni evidenziata da Pica e Leonardi, ma l'effetto sulla distribuzione stessa potrebbe essere rilevante, senza generare "discontinuita'".

Concordo, Emilio.  Il fatto che la distribuzione per dimensione sia liscia attorno alla soglia dei 15 dipendenti non prova che non ci sia effetto, per le ragioni che tu e Andrea dite.  E' una condizione necessaria, pero', anche se non sufficiente.

Ottime osservazioni, comunque, grazie.

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