Sud: cronaca di una morte annunciata

26 agosto 2013 marco esposito

Sud: la questione meridionale sembra essere uscita dai radar della politica, visto che nel frattempo la classe politica italiana è riuscita nell'improba impresa di meridionalizzare l'Italia intera. Tuttavia alcune considerazioni non si possono non fare visto che, se l'Italia arranca, il Meridione letteralmente affonda.

Cominciamo dalla storia, e, per evitare di entrare in discussioni sterili, affermo tranquillamente che non mi interessa chi, come e perchè [fece cosa]. In questo post affronteremo solo la fotografia, dando uno sguardo a possibili soluzioni e [facendo finta di] scordarci il passato. Questo è stato impresso su una pellicola di celluloide che è andata bruciata quando Calderoli ha bruciato le trecentomila leggi; quindi chi vuole si guardi il film che meglio riflette i suoi gusti. Si parte dai neo-borbonici, per arrivare a ricerche sociologiche che proverebbero l'inferiorità dei meridionali ... poi, per chi desidera qualcosa di serio, c'è sia l'ottimo libro di Giovanni Federico (mi paga per la pubblicità, tranquilli, non ci sono pasti gratis), che quello di Giovanni Vecchi (che è più recente).

La fotografia è impietosa, i primi dati son tratti da un occasional papers della Banca d'Italia e riguardano l'industria meridionale :

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E' evidente che se l'Italia arranca per la perdita di competitività il Meridione riesce a fare peggio: un decennio non perso ma addirittura all'indietro. Per citare il paper:

“Nello scorso decennio i divari dell'industria meridionale con il resto del paese si sono ulteriormente aggravati... i divari di produttività con le regioni del Centro-Nord sono rimasti ampi. Divari a sfavore del Mezzogiorno, sia nei livelli che negli andamenti si rilevano anche nel confronto con altre regioni europee in ritardo di sviluppo.” Insomma: è nera.

Statisticamente il Meridione fa da 6 a 11 volte peggio delle regioni spagnole e tedesche meno sviluppate e fa il 50% in meno del Nord del paese (partendo da livelli decisamente inferiori). Se poi dalle statistiche sottraessimo il comparto petrolifero (che ha dinamiche diverse, tanto che al Sud cresce in valore grazie al rialzo del prezzo dei prodotti petroliferi) avremmo le dimensioni del disastro.

Tale quadro nero è accentuato dal fatto che il costo del lavoro al Meridione è del 20% più basso rispetto al Nord sia per un diverso rapporto contributivo sia per l'uso di “rapporti irregolari”, che non sono quelli pre-matrimoniali, ma quelli di Befera. Pesa molto anche il cd. “secondo livello” della contrattazione salariale, praticamente assente al Sud e molto frequente al Nord. Beh, direte voi, allora ci sarà la fila di aziende che vogliono venire al Sud per sfruttare il diverso costo della manodopera. Manco per sogno. La frase magica è “produttività totale dei fattori”. Per la serie “un immagine vale più di mille parole” eccovi una tabella che esemplifica la produttività del lavoro :notiamo che il valore aggiunto del Nord nel 2010 (ultimo dato disponibile) è risalito a 95, quello del Sud a 87, quasi il 10% in meno, l'indice totale, quello celeste ha quasi lo stesso andamento perchè c'è la componente "capitale" all'interno, che è, appunto, maggiore al Sud, ma unità standard di lavoro e valore aggiunto nel Sud fanno peggio, poi ovviamente il grafico è concordante negli andamenti, tutta l'Italia va male, il Sud fa peggio. 

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I problemi delle imprese meridionali si riflettono poi sulla redditività, accumulazione di capitale e credito bancario, tanto che il credit crunch per le imprese meridionali è un fatto assodato, su cui non vale la pena soffermarsi più di tanto, se non con la solita tabella, sperando che a nessuno venga in mente che il problema è la “Banca del Mezzogiorno” come disse un illustre commercialista dai calzini a pois prestato alla politica ed il cui prestito è temporaneamente scaduto con sommo rincrescimento dei redattori, che su quel commercialista ci hanno costruito una fortuna.

 

Ed ecco il credit crunch:

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Cosa ha fatto la politica nel frattempo ? Il solito: incentivi pubblici, anche se in netto calo. Difatti nel perido 2005-2010 sono stati erogati 21,1 mld di € a favore di imprese operanti nel Meridione d'Italia, a fronte dei 17,7 mld a favore di quelle del Centro-Nord, ma questo divario di 4,6 mld di € esiste solo grazie a un picco del Sud nel 2006, nel 2009 e nel 2010 gli incentivi economici sono andati alle regioni del Centro-Nord per quasi il doppio rispetto al Centro Sud (anche se sono scesi in valore assoluto) 

A livello generale i benefici si mostrano relativi: per quel che riguarda gli incentivi, Caiumi nel 2010 ha stimato che i rapporti intertemporali mostrano che hanno beneficiato di incentivi (L. 488 e 388) imprese che avrebbero comunque effettuato l'investimento, che la 488 essendo legata anche ad assunzioni ha distorto la produttività, poiché si sono generate assunzioni di cui magari l'impresa avrebbe potuto fare a meno, avendo fatto investimenti in innovazione. Insomma, al di là del fronte incentivi (troppi, o troppo pochi) gli effetti sembrano esser stati relativi, e non aver toccato il totale dei fattori produttivi, anzi alterandoli in negativo addirittura in alcuni casi. La strada dell'inferno è lastricata di buone intenzioni e dalle leggi dei politici italiani (con la compiacenza dei sindacati). Ma alle volte è anche spassosa, ovviamente frutto di quel commercialista di cui prima ... 

Dopo le differenze vediamo in cosa, ad esempio, Nord e Sud sono uguali. Ad esempio lo sono negli stipendi pubblici, solo che questi non lo sono rispetto ai salari del privato (che, ricordo, nel Sud è pure inferiore rispetto al Nord), vediamo questi dati (pre-crisi, adesso la situazione è peggiorata): 

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Per chi non riesce a leggere il grafico il dato è che nel 2006 le retribuzioni del settore pubblico erano superiori del 36 % a quello privato. Depurando il dato dall'anzianità e dal genere le retribuzioni risultano superiori “solo” del 22 %. A parità di qualifica. La figura è tratta da qui.

Giusto poi per far capire che elefante è l' Amministrazione Pubblica nel Meridione riporto la seguente tabella sui tempi “medi” di realizzazione di un'opera pubblica in Italia. Notare il dato meridionale, senza commenti, please.

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Poiché è agosto e sono buono vi fornisco l'ultimo dato: nel 2007 la percentuale di realizzazione delle opere programmate nel 2000 (sette anni prima, lo stesso tempo in cui i cinesi costruiscono una cinquantina di autostrade) era del 90% al Centro-Nord e del 70% al Sud e isole. La cosa più divertente (ma davvero), è che, nonostante i tempi di progettazione siano fra i più alti del pianeta (una media di circa tre anni al Sud), i ritardi effettivi sui tempi di realizzazioni siano poi dovuti, nel 56% dei casi, a “carenze progettuali”. Senza parole (le ho finite tutte). Tanto mi son cascate le braccia che sulla giustizia riporto solo due dati, e niente tabelle: nei procedimenti esecutivi (immobiliari e mobiliari) nel 2007 occorrevano 900 giorni al Nord e 2.023 al Sud. Per un primo grado occorrevano 800 giorni al Nord e 1.200 al Sud.

Da ciò è evidente che il Meridione d'Italia è un'altra cosa rispetto al Nord del paese. L'unica cosa in cui è uguale è il costo dei dipendenti pubblici, che però hanno una produttività decisamente inferiore rispetto al Nord del paese, pur applicando le medesime leggi, e che se proprio volessimo fare le pulci al famoso “trasferimento di ricchezza” dobbiamo parlare di trasferimenti alla voce “salari e stipendi pubblici”, e non di soldi tout-court, anzi nel 2009 e nel 2010 le imprese settentrionali hanno beneficiato di più sussidi di quelle meridionali (su questo punto si accettano scommesse, mi piace vincere facile :)). dal mio punto di vista, oltre ai tempi medi della giustizia e della realizzazione di opere pubbliche (la Sanità l'ho saltata a piè pari, non per i deficit sanitari, ma proprio per i risultati terapeutici, ci vorrebbe un post apposito, però per chi desidera fare un confronto può provare a farsi curare in un Ospedale Meridionale a caso), valgono come cartina di tornasole anche i pessimi risultati delle prove di scuole INVALSI al Meridione, a meno di pensare seriamente che l'intelligenza si è distribuita in maniera anomala in Italia i risultati dei test provano solo che l'insegnamento nelle scuole meridionali è peggiore di quelle settentrionali. A parità di retribuzione degli insegnanti (anzi, con qualche vantaggio dovuto al differenziale nel costo della vita).

Ai fini del dibattito e della cultura segnalo questo paper sulle differenze salariali e sulle differenze fra il Sud d'Italia e le regioni dell'est della Germania, questo paper è un po' datato, tanto che nel 2006 la Germania ha fatto quelle riforme del mercato del lavoro citate nel paper, il risultato è sotto gli occhi di tutti, però è interessante notare come i due autori rilevino che, appunto, i salari reali non riflettano la differenza nella produttività, tanto che i due autori stessi fanno iniziare la fine del periodo di convergenza Nord-Sud con la fine delle cd. “gabbie salariali” al Sud. E notano anche en passant il ruolo distorsivo degli stipendi e salari pubblici, confermando quanto da me evidenziato.

Conclusioni.

La fotografia del Meridione disegna un'area geografica in cui valgono le stesse leggi e le stesse procedure del resto d'Italia, ma che le applica peggio e male, facendo annullare anche il vantaggio di un costo del lavoro relativamente più basso; la scarsa dotazione finanziaria delle imprese meridionali, tipicamente piccole, poco innovative, e rivolte principalmente al solo mercato domestico fa sì che le stesse non si sviluppino, non riescano ad accumulare capitale (tra l'altro le imprese meridionali, anche medie, non hanno gli stessi livelli di profitto delle similari imprese settentrionali) e paghino di più i finanziamenti esterni, che peraltro sono anche inferiori rispetto al resto del paese, proprio per la maggiore rischiosità delle imprese stesse.

La Pubblica Amministrazione oltre che essere palesemente insufficiente e incompetente nell'erogazione dei servizi è costosa, oltre che essere stata utilizzata per strumenti “impropri”, quali assunzioni clientelari, fasulle e assolutamente non necessarie, distorcendo ulteriormente l'economia meridonale.
I trasferimenti statali, quelli che in una visione keynesiana, dovrebbero/potrebbero aiutare a colmare la distanza, sono oramai praticamente nulli, sostituiti da un puro e semplice clientelismo a fini reddituali, e comunque, visti i precedenti è solo un bene.
Quindi ? Quindi parliamo di un altro paese, non di un'altra area dello stesso paese. Quindi, se volessimo davvero parlare di “questione meridionale” dovremmo seriamente cominciare a parlare di “questione dello Stato meridionale”. La famigerata frase “L'Italia è fatta, adesso dobbiamo fare gli italiani” dovrebbe essere quindi riscritta “L'Italia è disfatta, prendiamone atto”, e agiamo di conseguenza, per evitare di precipitare ulteriormente. Cronaca di una morte annunciata, appunto.

P.S.

Mi si potrebbe accusare di non aver portato nulla di nuovo al dibattito, quindi lo faccio volentieri. Nello studiare l'economia meridionale la prima cosa che salta all'occhio è la frase “industria turistica”, ripetuta in tutte le salse. Tutto sommato al meridione c'è un patrimonio inestimabile di ricchezze storiche e naturali, che è lì, si deve solo sfruttare. Appunto. Secondo il rapporto sul turismo mondiale l'Italia si colloca al 134° posto (su 140...) per la competitività sui prezzi e al 100° posto per le regole “politiche” come insieme (leggi: burocrazia), e siamo al 135° posto per la trasparenza del regolatore politico in particolare, last but not least siamo al 116° posto per il marketing turistico (il portale italia.it dice qualcosa a qualcuno ?). In questo quadro si dovrebbe inserire il “turismo al meridione”. Abbandonando l'economia e andando brutalmente su Trip Advisor scopri che il museo più gradito d'Italia è a Napoli. Beh, facile direte voi, c'è Pompei, il Museo Nazionale con i tesori di Pompei ed Ercolano, curati dal MiBAC...Sbagliato. Il Museo è la Cappella del Principe di Sansevero.
Ed è privato. 2 + 2 =....

114 commenti (espandi tutti)

c'e' il cristo velato! Vuoi mettere!

usciamo e svalutiamo così la Sicilia diventa la California (cit.)

Ps:non conosco il funzionamento dei test INVALSI. qualcuno sa quanto pesano le zone a più alta evasione scolastica nel risultato del sud?

Pps:sul turismo in italia e nel sud in particolare meglio stendere un telone pietoso.

Usciamo

marco esposito 26/8/2013 - 09:29

usciamo e svalutiamo così la Sicilia diventa lo Zimbabwe (cit.)

marco ero ironico. è una citazione di una persona che ha un certo seguito sui social network, sperando che anche lui fosse ironico (ne dubito).

anche io

marco esposito 26/8/2013 - 12:27

difatti parafrasavo:).

Il problema del numero eccessivo di dipendenti pubblici della pubblica amministrazione è importante perché comporta una bassa produttività totale, maggiore che in un sistema con il giusto numero di lavoratori. Mi spiego: se io assumo troppi dipendenti rispetto alle necessità, alcuni resteranno ovviamente senza far niente (i fancazzisti certe opportunità non se le fanno scappare), allora sempre più colleghi inizieranno a porsi la classica domanda: "ma a me chi me o fa fare? tanto non mi mandano via da qua!". Quindi altra gente a far niente.
Chi rimane a produrre sul lavoro, siccome ormai la barca va nella direzione del meno fai meglio stai, verrà ostacolato, se non mobbizzato, dalla ormai maggioranza di colleghi.
Per questo nel Sud bisogna tagliare posti di lavoro nelle PA anche a costo di costosi pre-pensionamenti, altrimenti la giostra continuerà ad andare avanti e il posto di lavoro, per gli statali, sarà una sorta di "bar sport" retribuito.

 

Mi rendo conto che ridurre gli "esuberi" è sicuramente auspicabile ed è più "semplice" da fare che non introdurre una riforma della PA. Quindi spero che qualcuno ti ascolti.

Però, avere più impiegati del necessario, per quanto possa esser dannoso, non è il Problema. E' solo uno dei"danni collaterali" del Problema che sta nell'assunzione clientelare, nella mancanza di meritocrazia e nell'impossibilità di licenziare.

Se sono stato assunto non in base ai miei meriti ma solo perchè sono il cugino dell'onorevole Ciccio Spacchio e non mi possono licenziare (perchè sono cugino e perchè, comunque, nella PA non puoi licenziare neanche Hannibal Lecter beccato a "mangiare" in ufficio) beh tu puoi prepensionarmi tutti i colleghi che vuoi, io continuero a lavorare coi miei "ritmi". 

Le assunzioni clientelari e l'impossibilità a licenziare ci sono anche al nord. Però il degrado e inefficienza sono presenti per lo più al sud. Al nord il numero di impiegati è più congruo alle necessità e alle medie di eventuali controparti private e questo crea efficenza. Perché ne sono convinto? Durante il servizio militare da sottotenente di complemento dovevo assegnare lavori alla truppa. Una cosa l'ho imparato subito: se un lavoro richiedeva 2 persone e 4 ore di lavoro e invece delle 2 ne mandavi 5 (perché non sapevi dove imbucarne le 3 in eccesso), dopo 4 ore trovavi ancora tutto per aria, se invece ne mandavi le 2 richieste il lavoro era finito o quasi.
Valutazione mia empirica, magari mi sbaglio,  ma a me sembra realistica di quanto succede nel mondo del lavoro.

Al nord il numero di impiegati è più congruo alle necessità e alle medie di eventuali controparti private

E ti sei mai chiesto perchè ? Perchè il numero di assunzioni clientelari non ha mai raggiunto le dimensioni scandalose del SUD, cosi come il voto di scambio. O pensi che votassero De Mita e Cirino Pomicino perchè sedotti dalla fine eloquio? Certo hai tempi c'erano i soldi degli aiuti al mezzogiorno che giravano.

 

Le assunzioni clientelari e l'impossibilità a licenziare ci sono anche al nord. Però il degrado e inefficienza sono presenti per lo più al sud

Tralascio stucchevoli discorsi sulla diversa etica ma diciamo che forse è perchè al Nord certe cose non si accettano (ancora)? Se a Milano in comune mi chiedesserò di mettere 5 euro per rinnovare dei documenti vado a denunciarli ai carabinieri. Al sud è stato un maresciallo dei carabinieri che mi ha consigliato di fare così ***!

Mi spiace usare l'anedottica ma, pur essendo un caso eccezionale, è comunque tutto vero. Insomma nell' analizzare il problema non si può neanche far finta che l'aspetto socio-culturale non esista. Come la  situazione degli italiani è causata dagli italiani, la situazione del sud è anche causata dagli uomini del sud.

Però ripeto non volevo contestare il tuo consiglio, che ha una sua validità. Volevo sottolineare che rimuovendo quel problema si ridurrà lo spreco economico ma dubito si aumenterà l'efficienza. A meno che non si decida di eliminare gli esuberi tramite licenziamento dei fannulloni. Quello si che incentiverebbe tutti.

(Commento editato dall'autore)

 

 

Partirei proprio da qui: "La fotografia del Meridione disegna un'area geografica in cui valgono le stesse leggi e le stesse procedure del resto d'Italia, ma che le applica peggio e male,...".  Piu' che una foto è un affresco dantesco dalla cui visione si esce quasi sconfortati. La domanda piu' che spontanea è, "come se ne esce, ammesso e non concesso che si possa?".

Non per ottimismo ma per convizione razionale io ritengo che il Meridione possa farcela.  Non mi è affatto sfuggito il particolare non da poco che l'autore predisponendo il testo abbia inserito tra i tag che compongono la colonna degli "articoli collegati" il termine federalismo.

Perché da qui si parte. Si tratta di abbandonare il paradigma per cui regole uguali (le "stesse leggi") inducono o infondono ugualianza. Abbiamo avuto 150 anni  e passa per constatare che non è vero. I divari sono cresciuti. È ora di provare l'altra strada, secondo cui a fronte di realtà diverse occorrono regole e leggi diverse, pur con un ridotto parco di regole comuni di indirizzo (quelle cosiddette "federali"). 

Tra l'altro in questi giorni leggevo lo studio UE che attesta la perdita di competitività regionale delle regioni italiane per cui la famosa blu banana ora non è piu' una banana. La Lombardia la perso 30 posizioni, EMR 28 (ma ha la giustificazione parziale del terremoto) ed il veneto 20. Trovate qui lo studio originale e qui la classifica relative alle sole regioni italiane.

Ebbene con la sola eccezione della sicilia (-30) tutte le regioni/province a statuto speciale, che hanno in modo anche minimo la possibilità di incidere sulla produttività totale dei fattori, hanno visto un discreto miglioramento. Ed ovviamente quando parliamo di regioni a statuto speciale siamo ancora lontani mille miglia dal concetto di federalismo.

Ma basta il federalismo per garantirci una panacea che guarisce tutti i mali? Direi di no perché l'affresco presentato ci mostra un problema enorme, relativo alla qualità del personale pubblco al sud quanto a capacità. I metodi clientelari di assunzione e selezione hanno rimpolpato la PA di persone lontane da ogni concetto di merito e se costoro avessero il compito di rendere esecutivo il federalismo saremmo messi male. Un ricambio sostanziale comporta tempo e sottrazione di risorse private.  Insomma il federalismo è un ottimo concetto ma per funzionare ha bisogno di marciare sulle gambe degli uomini (sia politici sia funzionari pubblici) ed è qui che sono decisamente pessimista o come minimo scettico.

Pronto ad abbandonare ogni scetticismo di fronte a segnali ed indicatori contrari.

Me lo domando anche io se il federalismo è un rimedio oppure no, e nulla mi leva dalla mente che sganciato dal resto d'Italia il Sud farà come l'Argentina (senza le materie prime, però).
Però non vedo altre strade, onestamente stiamo facendo da zavorra a una nave che imbarca acqua, penso quindi che la possibilità di avere leggi diverse (una qualche forma di unità nazionale la manterrei, se non altro per avere costi condivisi per Difesa e Esteri), in un quadro di appartenenza all'area Euro possa costringere il Sud a fare quelle riforme che da un lato fanno paura (diciamocelo: fanno paura a chi non ha strumenti di comprensione evoluti. Quindi al 99,9999% dei meridionali), dall'altro i veti incrociati della politica nazionale impediscono.
Come dire: ultima spes, sed spes.
Però sono personalmente aperto a tutte le altre idee, questo post nasce appunto da questo bisogno, e ringrazio i redattori per l'oportunità che offrono di discutere di Sud, se andate in giro il dibattito è inesistente, come se parlasse un coccodrillo

Non è un rimedio, è una strategia, un piano di lungo termine. Una strategia strana, perché piu' che ideata da generali è adottata dal basso, tramite patti approvati dalla popolazione. Il concetto di rimedio invece mi fa piu' che altro pensare alla micro-tattica, al piccolo cabotaggio, al vivere alla giornata.

Forse il problema sta qui. Il 99,9999% dei meridionali a cui ti riferisci comprende bene (per motivi storici e ambientali) concetti legati al vivere e sopravvivere individuale quotidiano, comprende meno concetti legati al lungo periodo. Tuttavia le cose stanno cambiando e quando le microtattiche individuali di ogni giorno non funzionano piu', per sbarcare il lunario occorre adottare piani condivisi di lungo termine.

Quindi vuoi dire che siamo solo in 21 ad avere strumenti di comprensione evoluti? :-)

'Meridionalizzazione dell'Italia' di prezzoliniana memoria, oppure di fuga di lavoratori verso il Nord alla ricerca di ritorni sugli investimenti ed opportunita'.

Non so se sia o meno OT, ma 'gettare il cuore oltre l'ostacolo' e' la locuzione che e' stata creativamente - (se non si fosse introdotto un richiamo peace&love alla libro Cuore, certa tradizione non sarebbe stata rispettata) - elaborata per definire il processo di integrazione europeo.

Mi domando se l'espression appropriate sia Gettare il cuore oltre all'ostacolo, oppure, 'cronaca di una morte annunciata' (Crónica de Una Muerte Anunciada)?
Gabriel Garcia Marquez inizia dalla fine della storia, svelando a poco a poco gli eventi che portano a un omicidio. La narrazione non lineare crea una tensione insolita. Con la conclusione noto, solo i passi precisi che portano alla tragedia rimangono poco chiari.

Il probabile finale di partita della crisi del debito in Europa è già noto - mutualizzazione DE FACTO del debito europeo maggiore integrazione- Ma gli eventi precisi che portano ad esso sono sconosciuti.
La storia è raccontata a ritroso.

Di fatto, un meccanismo d integrazione 'stealth', soprattutto attraverso i vari acronomi EFSF (European Financial Stability facility) ELA (Emergency Liquidity Arrangement), LTRO (Long Term Refinancing Operations), the SMP (Securities Market Program) and its new OMT (Outright Monetary Transactions) facility.

La EU Commission 2012 State Aid ha calcolato che tra October 2008 e December 2011, i 27 stati EU hanno fornito alle sole banche Euro 1.6 trillion (ca 13% EU GDP) di assistenza. Includendo ulteriori finanziamenti, a inizio anno Euro 3.5 trillion (30% EU GDP), o Euro 7,000 per cittadino EU.

Ora e' fuga dei lavoratori tout court dall'Italia. Qual e' l'impatto e il costo di un simile percorso?

Ho visto poco, o nulla in Italia su quello che mi sembra il vero tema 'CORE' di un'area valutaria commune.
Perche?
Grazie

OT

marco esposito 26/8/2013 - 18:11

C'è un post apposito sull'euro, ove contribuire, se si ha qualcosa da dire, al discorso Euro/Costiveri/Costipresunti.

Molte grazie

New Deal 26/8/2013 - 23:12

Non ho consultato opzioni di formattazione.
Mi scuso

Se si considera il PIL al netto del settore pubblico, che come dice giustamente Marco, paga gli stessi (o superiori) stipendi indipendentemente dalla produttività, si scopre che il divario nella produttività inizia a riallargarsi dal 1980 quello nei redditi dal 1970 (Mauro, Luciano, 2004. "The macroeconomics of Italy: a regional perspective," Journal of Policy Modeling, Elsevier, vol. 26(8-9), pages 927-944, December) .   In un altro paper (

  1. Luciano Mauro & Francesco Pigliaru, 2013. "Decentralization, Social Capital and Regional Convergence," Working Papers 2013.57, Fondazione Eni Enrico Mattei.) si suggerisce che le cause dello stop della convergenza nei redditi, prima, e nella produttività, poi, siano dovute a due concause: l'abolizione della flessibilità salariale spaziale (abolizione gabbie salariali) e l'introduzione del "federalismo bastardo" vedi regioni (responsabili delle spese ma irresponsabili delle entrate). Da dove iniziare? Primo, o completare il decentramento o ritornare a centralizzare, secondo introdurre differenziali salariali collegati al tasso di disoccupazione dei mercati regionali del lavoro, terzo riformare la pubblica amministrazione legando le retribuzioni a indici di performance. Su quest'ultimo punto si avrebbe un enorme risparmio di spesa pubblica senza la cosidetta "macelleria sociale". Infatti da analisi  BdI si evince che il costo della vita al SUd è il 20% in meno del centro nord. Salari e stipendi sono più bassi di circa il 20%, come giustamente riportato da Marco, ma  gli stipendi statali sono però uguali, il che comporta uno stipendio reale di +20% per gli statali nel Mezzogiorno. 

Innanzitutto mi scuso per non aver letto i tuoi papers, avevo google indicizzato in italiano e quindi non li ho visti.
Su tutti i punti dell'analisi concordiamo, credo che la divergenza successiva all'abolizione delle gabbie salariali sia oramai quasi acquisita al dibattito economico, visto che un "keynesiano" (disclaimer: post di Bisin) come Marani è giunto alla stessa conclusione, nel paper che ho linkato, che la distorsione degli stipendi pubblici anche.

Sulla soluzione mi farebbe piacere una articolazione maggiore: personalmente penso che qualsiasi ritorno al centralismo sia improponibile, e che l'unica soluzione sia un "federalismo" totale: tre macro regioni che abbiano potestà legislativa su tutto, ma proprio tutto, avendo in comune solo Difesa e Esteri, con proibizione totale di avere rappresentanze e/o forze armate interne. Il bilancio federale prevederà quindi solo le spese connesse a queste attività, mentre le tre macro regioni avranno bilanci indipendenti, anche la banca d'Italia cesserà la sua funzione, passandola alle tre banche centrali delle tre macro regioni, con divieto assoluto di acquisto/riacquisto dei titoli pubblici delle tre macroregioni.

Si dovrà trovare una soluzione per il campionato di calcio e la nazionale, onde evitare una rivolta.

Ma figurati, scusa tu se mi sono fatto un po' di pubblicità ma era solo per rimandare ad approfondimenti se qualcuno fosse interessato.  L'idea dell'ultimo paper è che stesse istituzioni non funzionano allo stesso modo se  in realtà con   Capitale Sociale molto diversi. E' la stessa considerazione di Bisin sui Danesi e le politiche di welfare del Nord Europa o di Zingales sulla politica insustriale. Ora senza arrivare alla separazione delle tre Italie più semplicemente si potrebbe togliere le deleghe di certe funzioni (sanità, lavori pubblici, etc.) alle regioni che non raggiungono certi livelli minimi di qualità della spesa. Potremmo chiamarlo "decentramento condizionato".

molto interessante il paper anche se non ho trovato (ma ho letto velocemente) differenza tra decentramento "bastardo" e decentramento tout-court. Per quanto riguarda le soluzioni, mi chiedevo: ma con Piani di rientro da deficit sanitario (che assorbe quasi sempre maggior parte risorse delle regioni), de facto lo Stato non sta facendo già questo, intendo ridurre margini di libertà? grazie

Tralasciando alcune considerazioni sulla ripartizione del Fondo Sanitario Nazionale, che ho svolto qui, devo dire che, pur essendo la sanità di gran lunga la voce di spesa maggiore delle regioni, non credo che i deficit sanitari incidano in maniera significativa negli sprechi, non più di altri almeno, considerando che sia la Puglia che la Campania stanno mantenendo gli impegni di rientro, al momento,e in Sicilia sembra si cominci a muovere qualcosa.

Ovvero ritengo che sia la totalità della spesa pubblica a dover essere rivista, nella mia becera mente penso che le tre macro regioni debbano mantenersi con le proprie risorse, a questo punto avremmo che la Sanità così come è concepita diventerebbe semplicemente insostenibile per le Regioni del Sud, che dovranno rivedere TUTTA la loro spesa, per istruzione, ambiente,sanità, ordine pubblico, giustizia,cultura.

Non è che non penso che non ci saranno disordini sociali, anzi, potrebbero esserci, ma la vedo come l'ultima soluzione, chiederei semplicemente uno sforzo finanziario (l'ultimo) allo Stato Federale: garantire per i tre anni successivi alla Dis-unità un reddito a tutti i cittadini meridionali maggiori di 18 anni, e la contemporanea adozione di tutti i regolamenti comunitari al massimo consentito dai limiti nell'ambito della tutela del lavoro e dell'ambiente.

Personalmente ritengo, per una questione di viverlo sulla mia pelle ogni giorno, che le leggi unitarie siano inadeguate, per fissare limiti astrusi sono puntualmente disattese, che l'auto disciplina non funziona in un popolo che ha sempre dubitato dei suoi governanti, a cui ha chiesto di tutto per non avere niente e dimenticarlo puntualmente.

Allora una camicia di forza, qule quella del "non c'è trippa per gatti" potrebbe pure funzionare, ma fino a quando esisterà la remota possibilità di avere "un favore" non ci sarà mai scampo. Almeno al Sud.

Separiamoci, per il bene di tutti.

totale disaccordo.

la spesa dell'ordine pubblico e della giustizia in calabria ha effetti anche in lombardia.non può essere localizzata.pagare un magistrato o un poliziotto il 40% in meno in campania, significa non trovare più persone disposte a rischiare per svolgere quella funzione. Istruzione separata in un paese come il nostro= fine del paese in un paio di generazioni.

La sanità va centralizzata, follia venti centri d'acquisto separati. Poi ripartire i fondi disponibili per asl in base alla popolazione servita corretta per under 2 e over 60. Non basta? qui intervento a livello esclusivamente locale. Sfoltire le amministrazioni, ma in senso opposto. Non tre macro regioni, ma un solo livello aministrativo intermedio tra stato e comune più fitto delle attuali regioni meno delle attuali province. Valutare l'utilità dei vari enti e consorzi, se non servono tagliare. Divieto assoluto di salvataggio di comuni e ente intermedio,i quali nelle materie di loro competenza hanno potere di spesa e tassazione.licenziabilità e totale mobilità dei dipendenti PA. Il comune X s'è riempito di assunzioni clientelari? con la chiusura dei rubinetti o tassa o licenzia.Retribuzioni legate a performances misurabili, e reintroduzione delle gabbie salariali se l'evidenza va in quel senso (domanda al sud c'è nero e assenza di secondo livello, questo non abbassa la retribuzione de facto?non sarebbe più utile un provvedimento tipo minijobs o altro per far emergere il nero?).

Ps: difesa ed esteri devono passare a livello UE.

Gli indicatori socio-economici ci dicono che il Meridione NON è uguale al Nord, pur avendone le stesse leggi, e se proprio volessimo guardare bene il Sud è più simile alla grecia. Spaventa che un magistrato ad Atene è pagato meno che a Napoli ? Non credo.

Tutto il resto del tuo commento è condivisibile in linea teorica, ma in pratica non è mai stato attuato, d'altronde se fosse stato attuato non saremmo al punto in cui siamo, pensare che il sistema si autoriformi è impossibile, solo uno shock esterno potrebbe indurre quei cambiamenti indispensabili, appunto quello che io auspico è uno shock esterno al sistema meridionale.

Con questo non voglio dire che ho ragione io e torto tu, voglio dire che illudersi che esistano "gli aggiustamenti" del sistema attuale la vedo come una remota possibilità.

Solo che non credo che la macro regione sia uno shock sufficiente. Semplicemente, penso sia piu' semplice portare lo shock a Roma, con l'aiuto di un elettorato con piu' sale in zucca dalla Toscana in su, che in Capania, per dire, dove sono stati capaci di votare Bassolino per 10 anni e ora ne votano gli affiliati (dalle ultime che so, non vivo piu' li'). Dove hanno costruito montagne di rifiuti e si sono cominciati a lamentare, neanche tanto se mi chiedi, solo quando la spazzatura e' arrivata sotto casa.

Se, poi, mi dici, facciamo la macro regione e facciamo l'outsourcing dell'elettorato in un altro Paese (uno a caso nel nord europa mi va bene), allora concordo. Ma se dobbiamo lasciare le cose in mano ai nostri, siamo fritti, una volta perso quel poi' di esternalita' positiva che viene dall'elettorato del nord, finiremo (finiranno) per votare sempre peggio.

Cioe', il mio punto e' che qui il problema e' di sostanza e di come cambiamo quella, cioe' di come bypassiamo l'elettorato evidentemente becero del Sud per almeno una ventina di anni. Macro regioni, papi, meteoriti, alieni, time machine, qualsiasi cosa permetta questo, mi va bene, ma la cosa in se', tanto per, non credo cambi molto.

Postilla finale. Siccome mi sono trasferito in Germania, concordo col non foraggiare il Sud, d'Europa e d'Italia, anche perche' speravo di mettere le mie tasse a buon uso qui, immaginati la fregatura se ora mi arrivasse questo boomerang e finirebbero comunque a gente come Bassolino e associati (da ammettere che, se succedesse, mi avrebbero effettivamente fregato quando pensavo io di averli fregati).

Concordo che il suffragio universale è una gran fesseria. In fanteria dello spazio R.A. Heinlein immginava che il diritto di voto venisse legato a una sorta di "esempio civile" (il servizio militare), io lo legherei a un test di IQ e comprensione base di storia, economia e politica (cultura generale), eliminando il "dovere", e facendolo diventare un diritto acquisito per chi ne ha le capacità. Solo che poi diventerebbe difficile trovare uno che possa votare Gasparri, Cicchitto,Santanchè, Fassina, Grillo & Co....

Sì, comunque una soluzione del genere taglierebbe la testa al topo.

Siamo OT, ovviamente, sia pur di poco.

sia la Puglia che la Campania stanno mantenendo gli impegni di rientro, al momento,e in Sicilia sembra si cominci a muovere qualcosa.

Diamo a Cesare quel che è di Cesare, la Sicilia è stata la prima a rientrare (sotto il governo Lombardo, piano di rientro eseguito da due magistrati, Russo e Borsellino), seguita a stretto giro di ruota dall'Abruzzo (Chiodi).

Mio padre negli anni '60 lavorava nel settore privato a Torino, decise di riemigrare in Sicilia (in cui era già emigrato una volta negli anni '50 dall'Eritrea, dove è nato e cresciuto) nel 1970 perché con l'abolizione delle gabbie salariali avevano triplicato gli stipendi in Sicilia, per cui rispetto al 1969 avevano praticamente triplicato il PPP.

l'unica soluzione sia un "federalismo" totale: tre macro regioni

La Sicilia non accetterà mai una federazione con capitale Napoli. Mai. È una configurazione del tutto instabile, come l'esperienza 1816-1860 dovrebbe insegnare. Una federazione con capitale Palermo o la Città dello Stretto avrebbe una minima possibilità di essere accettata, ma siamo all'1% di possibilità di sopravvivenza su 50 anni. E sono certo che i Sardi la vedrebbero allo stesso modo.

Molto più sensato proporre 6-7 regioni da 9-11 milioni di abitanti, e fare un'eccezione per la Sardegna (e forse pure la Sicilia, se non si riuscisse ad agganciarla a Calabria, Taranto e Salento).

Quando si arriva a parlare di federalismo, viene sempre il punto di come strutturare le entità federali in Italia. Per altro un po' lo stesso problema che affrontarono i costituenti quando definirono la divisione in regioni dell'Italia.

Eppure ancora persone intelligenti, come Marco, arrivano a proporre divisioni basate semplicemente su variabili macroeconomiche.

Non funziona e non potrà mai funzionare. Se si vuole passare ad un ordinamento federale dello stato italiano bisogna tenere in conto anche della diversità culturale.

Come diceva Alessandro Sicilia e Sardegna mai si ritroverebbero in un nuovo "centralismo" napolicentrico. Ma nemmeno la Puglia, se è per quello (già devono discutere se dividere il Salento, come per altro proposto nella prima bozza della costituzione).

E certamente il Trentino-AltoAdige/Suedtirol mai si aggregherebbe al Veneto. E nemmeno il FVG. Per altro già regioni con autonomia speciale.

En passant, giova ricordare anche le mozioni indipendentiste votate in regione veneto e in provincia di Brescia.

Insomma, se si vuole parlare seriamente di federalismo è necessario partire dalle regioni attuali.

Diciamo ancora più concretamente che per quanto non  di facile pianificazione ed esecuzione a decidere la territorialità (grande media o piccola) dovrebbero essere i cittadini stessi, tramite una serie di referendum. Previa ovvia modifica di questo istituto.  Ci sono in germania e svizzera città stato e grandi giurisdizioni, con una marcata deviazione standard quanto ad abitanti e Km2.  Naturalmente ognuno deve sapere quali competenze sono assegnate ed a quali risorse fiscali si puo' autonomamente attingere. 

Il concetto per me è abbstanza chiaro: il disegno delle teritorialità non deriva da un concetto intelligente che scaturisce da intelligenze illuminate, come un urbanista che disegna città. Dovrà derivare da un moto di autodeterminazione.  Anzi da tanti moti, a livello comunale e distettuale, che poi potranno fondersi o cooperare (orizzontalmente e verticalmente).  La butto li ma approfondire sarebbe OT, in questo momento.

Bel commento, va a un punto essenziale, ed è uno dei motivi per cui mi sono ben guardato dall'entrarvi in fase di post, ma solo di commento.

Sì, come dice anche Alessandro Riolo, penso anche io che Palermo mai accetterebbe di essere governata da napoli, o bari, o whatever, difatti non pensavo a un modello federale di tipo "stati", ma a qualcosa di più diluito, senza capitali effettive, Roma da questo punto sarebbe la sola capitale "federale", prevedendo anche alcuni crimini di tipo "federale", però entrerei in un campo non mio, qui chiamerei in causa (fatelo anche voi!) Sandro Brusco, che ritengo molto più adatto di me a disegnare architetture istituzionali.

Ho usato la formula Sud per il semplice motivo che rimane un'area abbastanza omogenea al suo interno e fortemente disomogenea con il resto del paese, ma sull'architettura mi potrebbe anche andar bene quella basata sulle regioni, non userei mai quella del criterio "numerico" omogeneo (tipo regioni di x milioni di abitanti), perchè non risponderebbe nè a criteri socio-economice, nè, molto probabilmente territoriali.

Però il punto è esatto: che tipo di federalismo ? Quello con tre capitali, o quello con "capoluoghi" ? Quello diffuso di tipo cantonale ?  Ci tornerò domani, se nel frattempo qualcuno ha qualche idea è il benvenuto ! 

Quando divisero la Germania nel 1949 dopo la seconda guerra mondiale, dovettero scegliere la nuova capitale per la Germania Ovest, perché non poteva più essere Berlino.
Invece di metterla a Stoccarda, Colonia o Francoforte, città grandi e importanti che avrebbero suscitato invidie e malumori, l'hanno messa nel piccolo villaggio di Bonn, all'epoca di 103mila abitanti.

Ecco, per un'eventuale Italia Meridionale eviterei Napoli o Palermo, ma proporrei una capitale meno "ingombrante" come Matera, Andria o Salerno.

Per la "Padania" invece non ci dovrebbero essere grossi problemi a considerare Milano come capitale "naturale".

Ecco, per un'eventuale Italia Meridionale 

Non esiste una "Italia Meridionale", almeno dai Vespri in poi. Uno stato su quelle basi negli ultimi 7 secoli e mezzo esistette soltanto dal 1816 al 1860, e fu caratterizzato in Sicilia da continue sollevazioni armate. La capitale la puoi piazzare dove vuoi, sarebbe in ogni caso una costruzione artificiale e completamente instabile.

Aneddoticamente io da Siciliano mi sento culturalmente e socialmente piú a mio agio in Andalusia, in Catalogna, in Sardegna, in Grecia, perfino in Turchia occidentale (per dirla come una mia compagna di liceo, "Istanbul è una Palermo grande grande, ci sono pure le stigghiola"), che non a Napoli, e non parliamo di Bari o di tutto quello che ci sta in mezzo (Foggia, Pescara, L'Aquila, Campobasso, Benevento, Ascoli, Avellino, ..). Un altro mondo. Bello da esplorare, per caritá, pieno di sorprese, di brava gente (un po' meno ai poli longitudinali forse), ma che con la Sicilia e soprattutto i Siciliani ha ben poco da spartire, se non in termini remoti. Discorso diametralmente diverso per Reggio, Taranto, Lecce, Brindisi, Crotone, ..

storia

marco esposito 29/8/2013 - 08:50

Formalmente hai ragione, ma sostanzialmente no: pur esistendo due Regni separati (Regno di Napoli e Regno di Sicilia) il Meridione d'Italia ha una storia sostanzialmente univoca dai bizantini in poi.
Come "ci si sente" è puramente aneddotico, gli indicatori socioeconomici ci dicono che il Meridione è abbastanza univoco,  ovvero con scarti medi NON significativi, e scarti significativi dal resto del paese. 

Formalmente hai ragione, ma sostanzialmente no: pur esistendo due Regni separati (Regno di Napoli e Regno di Sicilia) il Meridione d'Italia ha una storia sostanzialmente univoca dai bizantini in poi.

Io non includerei mai la Sicilia nel "Meridione d'Italia". Non mi pare poi che i Fatimidi abbiano avuto nel Meridione d'Italia lo stesso successo che ebbero in Sicilia. E tranne il periodo Normanno-Svevo (che termina con una cesura netta come lo puó essere una guerra durata 90 anni), fatico a vedere una qualsiasi univocitá prima di quella imposta dal 1816 e con maggior intensitá dal 1861.

Come "ci si sente" è puramente aneddotico, gli indicatori socioeconomici ci dicono che il Meridione è abbastanza univoco, ovvero con scarti medi NON significativi, e scarti significativi dal resto del paese.

Se gli indicatori socioeconomici del Meridione d'Italia fossero molto simili a quelli della Pomerania piuttosto che della Rumelia, se ne dovrebbe dedurre una univocitá culturale? Io l'univocitá non la vedo all'interno della Sicilia (esempi dicotomici: Siciliani degli ex feudi e Siciliani delle cittá libere, oppure Siciliani dell'entroterra o Siciliani costieri), figurarsi con la Napolitania. Ci saranno tanti punti d'incontro e di sovrapposizione per caritá, ma l'intensitá non deve essere tanto diversa di quella che si incontra tra Siciliani e Catalani, Siciliani ed Helleni, Siciliani e Tunisini, e cosí via ..

Tutto qui?

massimo 27/8/2013 - 09:46

Insomma la grande idea sarebbe quella di ridurre gli stipendi della PA del 20% per i dipendenti che lavorano al sud? Mi sembra un po' poco per innescare un processo di sviluppo. La proposta è debole come motivazione: allora per esempio i dipendenti pubblici di Vigevano dovrebbero essere pagati meno di quelli di Milano per tenere conto del differente costo della vita; ed anche il costo della vita non è solo il prezzo delle zucchine: se a Reggio Emilia ho accesso ad un asilo nido comunale a prezzi controllati e a Reggio Calabria me ne devo pagare uno privato il presupposto di base si indebolisce. Comunque vista la gravità della situazione si puo' provare anche questa; magari si potrebbe tentare di renderla politicamente più accettabile se si stabilisse che i quattrini risparmiati tornassero al sud, magari con un rafforzamento della "social card".

No, il differenziale fa parte dell'analisi (la fotografia), ovvero è un dato di fatto medio non ponderato (nle tuo caso Vigevano e Reggio Emilia), ma è una parte, poi ci sono tutti gli altri aspetti socio-economici a farmi/ci dire che il Sud è un'altra cosa.

Tutta la questione verte sulla domanda : "Come faccio a uscire dallo stallo in caduta libera ?", io penso sia il caso di tagliare il cordone ombelicale, ma si possono avere anche altre idee, possibilmente suffragate da riscontri (sarebbe il massimo).

Vedi anche il punto di Francesco Forti qui sotto.

Beh si, alla fine un mercato del lavoro che funziona è quello in cui domanda, che riflette la produttività (marginale) e l' offerta che riflette le preferenze dei lavoratori si incontrano per generare ZERO disoccupazione. Avvicinarsi a questo ideale non è facile ma uno degli ingredienti della crescita è  qui.

p.s.

In realtà se la produttività della PA è minore del 20% nel sud e il salario reale è maggiore del 20% siamo distanti il 40%. Ma credo che politicamente sia improponibile. 

ppss

Portare al paraddosso il ragionamento ("L'arte di aver ragione" Schopenhauer) può essere simpatico ma è utile?) 

magari con un rafforzamento della "social card".

Scherzavi?

Da dove iniziare? Primo, o completare il decentramento o ritornare a centralizzare, secondo introdurre differenziali salariali collegati al tasso di disoccupazione dei mercati regionali del lavoro, terzo riformare la pubblica amministrazione legando le retribuzioni a indici di performance.

A mio avviso il federalismo non è un decentramento un po' spinto e completo. Sono cose diverse e per certi versi antitetici. Anche l'attuale situazione "bastarda" non è per nulla assimilabile al federalismo, qualsiasi aggettivo gli si voglia appiccicare. Comuque è solo una puntualizzazione, perché forse a livello di gergo comune magari intendiamo la stessa cosa.  Quello che conta è rendere responsabili della spesa gestionale ogni giuridizione politica (che sia un comune o una provincia o una regione poco importa) e trasformarle da enti amministrativi a soggetti titolari di una sovranità, pur limitata dalla regole comuni. Non mi esprimo sul secondo punto. Sul terzo è chiaro che se si torna a centralizzare sarà il centro a decidere tale misura, se invece la direzione fosse quella del federalismo vero, sarà ogni sovranità a decidere come assumere e rimunerare il personale in funzione delle risorse economiche a disposizione.

Mi pare l'unica soluzione (approdo). Vera struttura federale, in cui ogni regione trattiene la totalita' delle proprie risorse e ha piena liberta' di politica fiscale (per abbassare le tasse).

Servirebbero inoltre a mio avviso:
1) formazione vera, e qualita' dell'istruzione (docenti preparati; opportunita' e valorizzazione del capitale umano)
2) controllo dei risultati di progetto/spesa pubblica (progressivo innesto di forza lavoro efficiente)
3) valorizzazione del turismo; beni culturali, commercio/produzione verso bacino Mediterraneo/Africa/.
Problemi
Noti. Scarsa produttività media degli occupati; utilizzo inefficiente risorse pubbliche catturate (v. qui: http://www.telegraph.co.uk/news/worldnews/europe/italy/9376202/Italy-rep...); criminalita' organizzata; lavoro irregolare. Forti resistenze al cambiamento (big reservoir of political consensus).

Cambiare incentivi in vista di un vero federalismo a 4/5 anni. Formazione. Molta formazione e cultura. Piu' turismo, commercio e servizi nell'immediato.
Grazie

Forme

alessio civitillo 27/8/2013 - 15:26

Non vedo come si possa risolvere qualcosa al Sud senza fondamentalmente sovvertire la cultura imperante. Si fa la macro regione, e poi? Finisce come il serpente che mangia se stesso, gia' vedo le grida contro i cattivi tedeschi che non vogliono foraggiare il povero e sfortunato Sud.

L'unico way out e' una riduzione drastica di tasse, burocrazia e malaffare politico. Praticamente tutti gli imprenditori con un po' di successo si son visti mettere bastoni tra le ruote da qualche politico in carriera. Praticamente tutti i self employed sono massacrati di tasse e balzelli e vivono nella paura costante del fisco (anche avendo commercialista e tutto in regola).

Se vi fosse un sistema "normale", le cose si aggiusterebbero gradualmente. Gli imprenditori ci sono, chi vuole "provarci" c'e', ma non a queste condizioni. Ora, a me sembra piu' facile fare una politica nazionale che faccia saltare il banco e porti a un sistema un po' piu' sensato, che fare il "Sud" e lasciarlo in mano agli elettori o un elettorato imbelle.

Solo una postilla: io spero ardentemente che i tedeschi NON foraggino il sud, sia esso d'Europa che d'Italia.

Caro Marco, non condivido la tua analisi e meno ancora le tue conclusioni. Non posso commentre pedantemente tutti i punti, per quanto ne comprenda le ragioni e le motivazioni. Mi concentrerò solo su un punto, peraltro marginale nella tua analisi, ma che hai posto alla fine quasi come test finale alla tua conclusione e cioè che il problema sia tutto meridionale. Ritengo invece, che il problema è italiano con episodi più salienti e visibili nel meridione.

Il mio punto è limitato allo stato della scuola che tu così bolli

 

valgono come cartina di tornasole anche i pessimi risultati delle prove di scuole INVALSI al Meridione, a meno di pensare seriamente che l'intelligenza si è distribuita in maniera anomala in Italia i risultati dei test provano solo che l'insegnamento nelle scuole meridionali è peggiore di quelle settentrionali. A parità di retribuzione degli insegnanti (anzi, con qualche vantaggio dovuto al differenziale nel costo della vita).

I risultati della scuola italiana sono notoriamente scadenti, ma non così scadenti come a prima vista può sembrare e non per le ragioni che tu menzioni. Nei test PISA, la Svizzera italiana fa peggio di tutto il nord e di alcune regioni del centro-sud. Non è questione di nazionalità, perché anche l'Austria performa male rispetto all'Italia. Come è noto, le condizioni socio-economiche delle famiglie hanno un forte peso sui risultati dei test PISA. Le condizioni reddittuali e culturali (ad esempio, titoli di studio come lauree e diplomi di scuola superiore) al Sud sono significativamente inferiori rispetto al Nord. E quindi sarebbe lecito sospettare che se si considerassero queste variabili, la colpa forse non sarebbe attribuibile agli insegnanti meridionali fannulloni (rispetto a quelli del nord).

Per darti il senso di quello che sto scrivendo mutuo un esempio preso da altri. Per i paesi OCSE Hervé Boulhol e Patrizio Sicari hanno provato a ricalcolare i risultati dei test PISA tenendo conto di variabili di contesto come le condizioni socio-economiche delle famiglie. Viene fuori che l'Italia guadagna qualche posizione, ma paesi come  Turchia e Spagna ne conquistano molte di più, facendoci mangiare la polvere. Il Portogallo sale sul podio con Finlandia e Korea. Non conosco analisi simili condotte per le regioni italiane, e ringrazio in anticipo chi vorrà darmi una lezione online attraverso un riferimento biblio.

Fatta questa lunga premessa, spero che apprezzerai che non conoscere quanta responsabilità sia attribuibile agli insegnanti meridionali e quanto all'arretratezza relativa dei genitori meridionali determina poi soluzioni inutili o dannose, come quella postborbonica, da te suggerita, di mollare la zavorra perché non c'è più nulla da fare. 

Immagino però che la tua intenzione fosse quella di mettere al centro la questione degli stipendi pubblici. In verità non ho capito se contesti il livello stipendiale del futuro pilota dell'F35 rispetto a un ingegnere con il contratto metalmeccanico nel privato, oppure il fatto che al sud quel pilota prende lo stesso stipendio di uno stanziato al nord. Mentre nel primo caso credo che identificare criteri di equità (privato-pubblico oppure italia-estero) sia difficile ma possibile, per il secondo caso penso che legare gli stipendi pubblici all'andamento dei prezzi (o del costo della vita) alla fine della fiera non produrrebbe un miglioramento per le finanze pubbliche, ma un peggioramento, per quanto più equo per i dipendenti del Nord rispetto a quelli del Sud (o anche per i dipendenti delle grandi città rispetto a quelli dei piccoli centri).

Francesco non intendevo riproporre lo schema "dipendente pubblico vs dipendente privato", mi interessava solo l'aspetto socio-economico finale.
Dici che i test INVALSI sono frutto del contesto socio economico ? Può darsi , il paper linkato riporta che in Francia è così per i test PISA,  ma il punto rimane: pur partendo dagli stessi libri di testo e dagli stessi programmi le performances delle scuole meridionali sono peggiori, e in parte solo può essere spiegato con il materiale umano di "base", ma un'altra parte la puoi spiegare solo con la diversa applicazione del corpo docente, perchè anche a un cretino se gli ripeti che 2+2=4 quello lo impara. Ma se glielo ripeti.

E comunque per evitare polemiche NON ho parlato dei risultati INVALSI, li ho citati come indicatore, ho preferito usare le performances delle opere pubbliche e della giustizia.

Mi dici che gli ingegneri di Reggio calabria sono peggiori di quelli di Brescia per il contesto ? O i giudici di bari sono peggiori di quelli di Verona per il basso livello dei litiganti ?

La mia soluzione non è di "mollare la zavorra", ma di prendere atto che la barca non è mai stata una, ma due, e tenerle ancora con il nastro adesivo significa solo farle affondare entrambe, come sta avvenendo. 

Ma sono aperto ad ascoltare soluzioni migliori, che non siano quelle da sempre riproposte, e mai attuate. 

Nei test PISA, la Svizzera italiana fa peggio di tutto il nord e di alcune regioni del centro-sud.

Mi pare che questa dicussione ci sia già stata.  Nel caso ribadisco che nella svizzera italiana la percentuale di stranieri è del 27% (90'680 stranieri su 336'000 abitanti) e che questo ha un ovvio influsso sulla didattica e sulle performance medie della lingua italiana. Mi pare che in Italia la percentuale di stranieri sia inferiore al 5%.  Inoltre alle scuole medie i ragazzi oltre all'italiano studiano francese e tedesco (obbligatoriamente) e naturalmente non puo' non mancare l'inglese. La lingua principale è quindi un po' sacrificata ma il vantaggio per i ragazzi è notevole.

il riferimento alla scuola svizzera, piuttosto che a quello austriaca, era più per loro vicinanza, visto che molti attribuiscono a questi paesi virtù particolari che non hanno. Effettivamente questa discussione l'abbiamo già svolta qui , però non ricordi bene il succo, che ti sintetizzo:

secondo i dati pisa nella lettura la svizzera italiana fa peggio di molte regioni italiane, compresa la puglia (per dire). Anche se si togliessero gli immigrati (i dati sono riportati in quella discussione), i risultati sarebbero poco differenti. Infatti, l'80% degli stranieri residenti in Svizzera sono di origine UE, USA e Canada, quindi non particolarmente disagiati, oltre 50% sono italiani d'Italia. Comunque al netto degli immigrati i risultati cambiano di poco (ma riescono a superare la puglia). Non so di quanto migliorerebbero i risultati dei pugliesi se si togliessero gli immigrati provenienti dal resto d'Italia, per dirne una. Ricordo che per lettura si intende la comprensione del testo e non è un test sulla capacità di comporrre testi o sul vocabolario. La Svizzera italiana migliora di poco nelle scienze (cioè rimane peggio del Nord Italia ma in linea con la media italiana) e va molto meglio in matematica (e con questo riceve tutta la mia personale simpatia). Tutto questo nonostante il livello reddituale delle famiglie svizzere sia molto più alto di quelle italiane, e la lunga tradizione di alfabetizzazione. Non è che forse molti insegnanti meridionali siano finiti nelle scuole di Lugano?

Non è che forse molti insegnanti meridionali siano finiti nelle scuole di Lugano?

Probabile.  C'è stata una forte crescita demografica - per immigrazione sostenuta - con conseguente necessità di "importare" medici e docenti. Tuttavia nelle nostre banche dati (e non credo sia una colpa) non registriamo l'origine "etnica" dei docenti ma solo la nazionalità. Quindi alla domanda non è possibile dare risposta oggettiva. Francamente non mi pare che, visto cosa stiamo discutendo, che la tesi che una parte degli stranieri in svizzera è   ITA renda ininfluente il loro possibile apporto alle scarse prestazioni di italiano. Stiamo proprio discutendo delle basse performance del SUD e quindi se gli italiani in CH fossero prevalentemente del sud questo potrebbe (uso una formula dubitativa) spiegare in parte la cosa. Ma anche qui non registriamo l'etnia dei ragazzi, solo la nazionalità, quindi non si possonofare valutazioni oggettive.

Manca alla tua analisi di valutare come sarebbero le competenze di italiano in Puglia (o nel resto d'Italia) se quei ragazzi dovessero studiare anche tedesco, francese ed inglese (alle medie, intendo). Ma non credo sia possibile farlo in modo oggettivo. Dal che si puo' concludere tranquillamente che la discussione, una volta contestualizzato il dato svizzero, è inutile ed oziosa.

 

Manca alla tua analisi di valutare come sarebbero le competenze di italiano in Puglia (o nel resto d'Italia) se quei ragazzi dovessero studiare anche tedesco, francese ed inglese (alle medie, intendo).

A parte il fatto che il problema nella svizzera italiana è anche in scienze e non solo nella comprensione del testo, comunque nella scuola media della svizzera italiana non si studiano quattro lingue ma due il primo anno (italiano e francese) e tre lingue gli anni successivi (ad esempio, italiano, tedesco e inglese, in quarta media). Chi vuole, opzionalmente e non compresa nella media scolastica, può fare latino o francese. Quindi 3 lingue e non quattro. Nel primo anno di scuola media superiore italiana (che si sovrappone alla quarta inferiore svizzera), quasi tutti gli indirizzi prevedono 3 lingue, che so, italiano, greco e latino al classico, o italiano, francese e inglese al commerciale, oppure italiano, latino e inglese al liceo. Alla media inferiore, invece, fino al 2009 era prevista solo una seconda lingua, ma dal 1° settembre  2009 (cd riforma Gelmini) sono previste tre lingue proprio come in Svizzera: italiano, inglese e un'altra lingua comunitaria. Se studiare tre lingue è un problema, come pare dai tuoi commenti, allora i risultati degli studenti italiani nella prossima rilevazione PISA in "lettura" e "scienze" registreranno un peggioramento secco per allinearsi ai risultati svizzeri. Giusto?

Bisogna vedere allora cosa era obbligatorio come lingue nella svizzera italiana (SI) per il 2000, 2006 e seguenti. Il programma scolastico è cambiato, anche per reagire ai dati non positivi del PISA. Ai tempi relativi ai primi test (ed agli studi dei mieri figli) era obbligatorio italiano, tedesco e francese (lingue nazionali)  facoltativo inglese e latino.  Ma è chiaro che l'inglese lo facevano praticamente tutti.  Ora hanno reso facoltativo il francese ed obbligatorio l'inglese.  Non ho presente invece differenze sul numero di ore.

Il confronto di oggi con l'Italia mi pare veda ora 9 ore di italiano e 5 di lingue straniere mentre in ticino abbiamo 6 ore di italiano, e 6 ore di lingue straniere obbligatorie (3 inglese e 3 tedesco)  piu' altre due o quattro ore che sono facoltative (francese e latino). 

Il piano completo (33 ore) per il Ticino la parte predomuinante della SI) è qui e va considerato che i 4 anni della media inferiore ticinese sono divisi in due bienni. Il primo prevede materie uguali per tutti mentre il secondo è di orientamento e quindi le materie facoltative diventano di fatto obbligatorie a seconda del tipo di scuola superiore che si punta a seguire.  Per dire che se vai al liceo e pensi poi di seguire una università della svizzera francese, o di andare in futuro a lavoare da quelle parti, il francese diventa in pratica obbligatorio e se pensi di seguire un liceo di tipo linguistico diventa di fatto obbligatorio il latino.  In ogni caso il francese viene considerato un must in quanto lingua nazionale e visto che non conta nella media non è un rischio per il piano di studi (la media è essenziale per il proseguimento) e viene praticamente seguito da tutti.

Come si vede le ore di italiano nella SI (6) sono decisamente poche rispetto alle 9 previste in Italia (ma prima della riforma Gelmini erano 7 ed anche questo incremento è una reazione ai dati PISA per l'Italia).  Anche il numero di ore totale va considerato. Gli studenti italiani fanno un totale di 30 ore (contro le 33 del TI)  di cui quasi il 50% lingue. Comporterà un miglioramento o un peggioramento? Vedremo. Se sommiamo anche le sei ore di scienze e matematica in pratica quasi tutto l'insegnamento delle medie appare orientato a competenze cognitive che sono testate dal PISA.  Il miglioramento per me dovrebbe esserci, anche perché di italiano ora faranno 9 ore invece di 7.

Il fatto che  in Ticino ci siano 4 ore per lingue facoltative non vuol dire che non vadano considerate. Intatti il campione PISA comprende un po' tutti i ragazzi, chi fa tre lingue, chi 4 (la maggioranza) e chi addirittura 5.   Il dato eclatante è che in ticino si fanno meno ore di italiano (il 33% in meno dell'Italia ma piu' ore di matematica (5 di matematica da sola, mentre in Italia ora sono 6 in tutti, tra mate e scienze). Questo a mio avviso spiega i risultati.

 

Il confronto di oggi con l'Italia mi pare veda ora 9 ore di italiano e 5 di lingue straniere mentre in ticino abbiamo 6 ore di italiano, e 6 ore di lingue straniere obbligatorie (3 inglese e 3 tedesco) …Come si vede le ore di italiano nella SI (6) sono decisamente poche rispetto alle 9 previste in Italia (ma prima della riforma Gelmini erano 7 ed anche questo incremento è una reazione ai dati PISA per l'Italia). 

Sbagli il conteggio delle ore di italiano. Prima della riforma Gelmini del 2009 il cumulo era 7+4 (storia e geo). Nella scuola media italiana attualmente le 9 ore sono riferite invece all’insieme di ore per italiano, storia e geografia, che nella SI dal 2004 tra italiano, storia e geo sarebbero comprese tra le 9 ore e le 10.5 a seconda dell’anno.

Per guanto riguarda le altre lingue, in Svizzera oggi sono obbligatorie dalle 4 ore del primo anno a un massimo di 6 ore complessive il quarto anno. In Italia con la Moratti nel 2003 si è saliti a 5 ore complessive per due lingue (inglese e una seconda comunitaria), rispetto alle 3 ore dell’era precedente, cioè non molto diverso dal numero complessivo di ore per lingue diverse dalla prima in Svizzera.

Per quanto riguarda le ore facultative di francese e latino, queste sono aggiuntive, alternative tra loro e quindi non cumulabili, e in ogni caso la differenza riguarderebbe un sottoinsieme di studenti svizzeri limitatamente al solo terzo anno, visto che il quarto anno svizzero coincide con il primo di secondaria superiore italiana dove in quasi tutti gli indirizzi abbondano le lingue classiche e straniere.

Credo che la spiegazione non sia nelle “poche” ore di italiano o nelle “troppe” lingue insegnate in Svizzera. E nemmeno le rispettive autorità lo credono, visto che con la riforma del 2004 in Svizzera sono state mantenute nel complesso le stesse ore di lingue straniere obbligatorie, l'aumento di italiano è stato simbolico. A sud dell'Alpi, la riforma Gelmini ha ridotto l’italiano in modo drastico.

Non credo nemmeno che ci sia stata un’infornata di insegnanti campani o lombardi, e per dire la verità nemmeno insegnanti svizzeri provenienti da altri cantoni, visti i criteri di partecipazione alle selezioni, dove ci sono requisiti linquistici che di fatto escludono la maggiorparte degli svizzeri non italiani, e requisiti non linquistici che sfavoriscono gli italiani non svizzeri. Cioè per insegnare italiano, un insegnante, oltre al titolo accademico, deve conoscere altre due lingue svizzere (francese, tedesco o romancio, ma non l'inglese) a livello b1 nonché la conoscenza del  "territorio", formula magica per escludere chiunque non sia del posto.

Per le ore di italiano in Italia mi rifaccio a questa scheda, che spero non sia sbagliata e che spazia dalle 30 ore minime alle 40. Anche qui poi i test PISA (quelli futuri) pescano nella media e sarà interessante vedere se chi fa il tempo pieno (massimo 40 ore di cui 15 per italiano storia e geo) ha risultati superiori o meno rispetto che chi fa 30 ore.

Per quanto riguarda i dati svizzeri ogni riferimento a quanto è "obbligatorio" in Svizzera è incongruo dato che la competenza in fatto di insegnamento è al 100% cantonale e quindi la federazione non impone alcun obbligo. Ci sono delle raccomandazioni minime frutto del lavoro coperativo della conferenza intercantonale (un tavolo di cooperazione orizzontale) ma ogni cantone poi adotta le sue decisioni (tramite una legge dello stato) ed il programma in TI che ho già linkato indica cosa è obbligatorio e cosa è facoltativo.  Le ore obbligatorie in TI sono quelle già indicate; nelle altre zone della SI (la parte del grigioni di lingua italiana) non lo so e non credo interessi e non so nemmenose hanno avuto influenza sui dati PISA. 

Per quanto riguarda i confronti poi non credo che il primo anno di secondaria superior italiana (e cosa si insegna in quel contesto) sia da considerare. Il test PISA riguarda i quindicenni o la fine del periodo di educazione obbligatoria. In Italia che classe è stata coinvolta? La terza media o la prima superiore? Quello che conta è il livello raggiunto alla fine del periodo di istruzuione obbligatoria. Per quanto riguarda l'analisi che nel ticino  è stata fatta per prendere atto dei risultati PISA, questo è un interessante documento, anche se dubito che potrà illuminare chi è alla ricerca dei problemi ben piu' drammatici del meridione italiano.

Sull'infornata so che c'è stato un discreto flusso "non indigeno" ma non credo anche io sia responsabile di alcun insuccesso (anzi, al contrario selezionando i migliori sono confidente che questo possa solo portare ad un miglioramento generale).  Comunque tutto è possibile, ma difficilmente dimostrabile, se vogliamo spiegare i motivi di impercettibili variazioni. Sul piano numerico nella scuola ticinese i docenti "non svizzeri" sono il 5.5% ma come noto dopo un certo numero di anni di residenza lo straniero (integrato, ed ovviamente un docente lo è) puo' chiedere ed ottenere la cittadinanza e quindi viene conteggiato statisticamente come svizzero. 

Ora che il problema del disastrato stato del meridione italiano è stato risolto comprendendo lo stato dell'educazione nella svizzera italiana, dove sta la soluzione?
Chi annette chi?

Ehi!

francesco rocchi 30/8/2013 - 16:41

Il problema della formazione nel meridione è serio...ma questa superfetazione per cui, come se niente fosse, stiamo arrivando a dire che i risultati scarsi della svizzera italiana dipendono dagli insegnanti meridionali che hanno infiltrato la scuola svizzera, beh, è una fesseria. Solenne.

Quand'anche ci fosse quest'infiltrazione maligna di insegnanti meridionali (mah), rimarrebbe da chiedersi perché li hanno assunti, perché non li licenziano o riqualificano, ecc. ecc.

Faccio anche notare che la Svizzera italiana è piccola, i professori italiani a spasso tanti e gli stipendi svizzeri ottimi. Ci sarebbero margini per una selezione feroce (e in svizzera le scuole assumono per chiamata diretta, se ricordo bene).

Ed infatti nessuno lo ha sostenuto. Qualcuno lo ha chiesto come ipotesi e ho risposto "forse"  (che significa forse si, forse no) ma oggettivamente non è possibile stabilirlo. 

Si accede per concorso, alle medie. Secondo quanto ricordo. Verifico ed eventualmente rettifico.

Nota: confermo il concorso pubblico (vedere qui)

 

 

Buono !

marco esposito 28/8/2013 - 11:21

Grazie per la segnalazione.

Scusa new deal ma, a giudicare anche da altri tuoi commenti a questo articolo,secondo me, ti sfugge il punto. Se fossimo in grado di selezionare e misurare la preparazione dei docenti, se fossimo in grado di investire in servizi, turismo, commercio e le altre cose che auspichi, se cosi fosse, non avremmo un problema meridione. Anzi: non avremmo un problema Italia.

Non ci sarebbe necessita di "cure shock", come il federalismo radicale che sogna Marco.

Il problema sta proprio in questo: non è "cosa fare" ma "come farlo" stante la situazione sociale e politica

Buongiorno, lo so :). E' il problema dei problemi (di vertice).

- Se ci fosse una classe manageriale/politica competente: avremmo fatto le riforme; non avremmo disperso il vantaggio del minore costo dei debito per ca.15 anni; ci sarebbe una struttura federale vera come anche io auspico, non ci sarebbe assistenzialismo improduttivo, una Kasta costosissima, e via dicendo.

- Soprattutto: non ci sarebbero rinvii, o creative escogitazioni linguistiche (IMU; IMU/2; tasse sui servizi 2:0, ecc.); ne' si assisterebbe ad un governo che deve fare interventi massicci per uscire dalla recessione, avviare e completare riforme difficilissime, deve ripensare il funzionamento delle proprie istituzioni (in breve:  servono 'larghe intese'), ma non da' risultati, e temporeggia su...vicende poco..commendevoli.

Senza divagare, non ho la concreta risposta alla Sua domanda. Personalmente, direi:  1) puntare sui vantaggi/benefici; 2) parlare alla gente in modo semplice, illustrando le opportunita' di dare un futuro migliore ai ragazzi ed al Sud; 3) scrivere/divulgare.

La situazione del Sud Italia e' quella incisivamente descritta dall'Ing. Esposito. that's it. Posso dirLe qual e' il prossimo primo passo che vorrei: legge elettorale che selezioni (maggioritario; 2turno; coll. uninominali, ritengo; e meno parlamentari) per un vero ricambio anche di sensibilita' ed approccio  sul Sud.

E forse Letta e' un interlocutore piu' sensibile, rispetto ai predecessori

Chiudo. Ringrazio l'Autore per l'editoriale, e mi.. scuso per il 'papiro'.

Cordiali saluti  

  • Il segreto del successo della scuola finlandese è la selezione degli insegnanti.
  • Solo un candidato su dieci è scelto.

Nell'ultima selezione di insegnanti in Italia, solo un candidato su 27  è stato scelto. Quindi siamo nella direzione giusta?

insegnati

marcodivice 28/8/2013 - 13:07

una bella % degli insegnanti del nord sono meridionali. ricordo le campagne della LN al riguardo. Delle due l'una: o gli insegnanti meridionali sono scarsi , e allora anche al nord farebbero danni e non è così, o non è questa la causa. Propendo per la seconda, per questo chiedevo che peso avessero nei risultati le zone ad alta evasione scolastica, dove il successo si misura nella capacità di tenere in aula i ragazzi.

Visto che ci sono, non credo nemmeno che il 99, 9 periodico dei meridionali non sia in grado di capire. Sono convinto che sia uno sfogo, più che giustificato, di marco.

Non ho dati, ma il problema di base è che a causa dell'arretratezza economica, c'è una minoranza consistente che funge da blocco, che vive grazie alla politica e ai soldi che essa gestisce ed elargisce. Ovviamente  si creano pacchetti di voti personali per i politici che gestiscono tali risorse, che non avranno alcun interesse a cambiare le cose. Così mentre la maggioranza dell'elettorato si divide come nel resto d'italia, tra dx e sx per i motivi più disparati, questi pacchetti risultano decisivi per il successo politico e il governo delle istituzioni bloccando tutto.

Per questo, e ritorno alla mia proposta, è fondamentale tagliare il flusso di soldi. Questo sarebbe un salutare shock, ma meno rischioso della ripartizione in tre macroregioni destinate alla separazione.

una bella % degli insegnanti del nord sono meridionali. ricordo le campagne della LN al riguardo. Delle due l'una: o gli insegnanti meridionali sono scarsi , e allora anche al nord farebbero danni e non è così, o non è questa la causa.

Non credo il punto sia solo sulle capacità, come ho già detto sopra, ma c'è un perfido mix di condizioni socio-economiche del materiale umano, di contesto socio-economico vero e proprio e infine selezione degli insegnanti, probabilmente i più bravi chiedono destinazioni migliori (ma non ho dati precisi sulle migrazioni interne, non credo siano significativi percentualmente).
D'altronde è ovvio che dalle pessime università meridionali non possano uscire ottimi insegnanti.

riprendo qui una cosa che per sbaglio ho postato più sotto e dove pare senza senso. Attenzione a non applicare alla scuola categorie di altri settori (università): in un Paese dove gli stipendi sono uguali, il monte-ore è sempre lo stesso, i programmi ministeriali invariati da Pantelleria a Como (o i loro fantasmi: i programmi in teoria sarebbero stati aboliti e sostituiti con le "indicazioni"), i tipi di scuola assolutamente identici e non variabili, le destinazioni migliori sono quelle del Sud, dove lo stipendio ha più potere d'acquisto. Inoltre, proprio perché alla fin fine una scuola vale l'altra, la destinazione più cercata dagli insegnanti italiani è quella più vicina a casa (fondazione Agnelli, mi pare, ma non ho dati sottomano).

Aggiungo, e non senza amarezza: non voglio negare il problema della formazione universitaria al Sud (dove è nero ciò che nel resto d'Italia è grigio, spesso), però al Nord -anche se non solo- il mestiere dell'insegnante (ecco l'amarezza, forte) è spesso una seconda scelta, e non attira i laureati più brillanti, che hanno più possibilità altrove.

Al Sud un laureato anche brillante ha meno possibilità altrove, in ogni caso, e la scuola (o la polizia, o qualche altro concorso pubblico) è una scelta più diretta.

Non dico che sia necessariamente così. Sto solo dicendo che i fattori sono tanti e che non si possono trarre conclusioni affrettate.

Il problema non è che gli insegnanti meridionali sono peggiori di quelli settentrionali.

Il problema è che gli insegnanti al meridione insegnano peggio degli insegnanti al settentrione.

Secondo me questo avviene un po' perché i meridionali che vanno al nord sono più organizzati/efficienti di quelli che rimangono al sud, e che evidentemente si trovano bene al sud; un po' perché il lavoro al nord è di per sé meglio organizzato e più efficiente/efficace che al sud.

Lo dico, ripeto, da meridionale emigrato prima al Nord Italia e poi all'estero, e ritengo che il principio sia valido per molti mestieri, non solo per gli insegnanti.

una bella % degli insegnanti del nord sono meridionali. ricordo le campagne della LN al riguardo. Delle due l'una: o gli insegnanti meridionali sono scarsi , e allora anche al nord farebbero danni e non è così, o non è questa la causa.

Credo che sfugga una componente matematica di base (di logica).  Tesi A) una certa % di insegnanti del Nord (non il 100%) è meridionale. B) Una certa % di insegnanti al SUD (superiore a quella in A) è meridionale. I dati del Nord danno punteggi superiori al Sud. Dove ci sarebbe contraddizione, tale da escludere una relazione per cui una percentuale piu' elevata di insegnanti meridionali sia implicata in scarsi risultati scolastici?

bisognerebbe estendere il ragionamento a tutti i laureati meridionali in tutte le posizioni pubbliche (quelle accessibili per concorso o graduatorie): magistrati, poliziotti, medici, infermieri, funzionari, ecc. ecc. Ci sono effettivamente variazioni sensibili nelle prestazioni?

E anche per il settore privato, laddove cioè è ancora possibile licenziare o comunque non assumere in base al voto di laurea, i laureati meridionali sono meno appetibili sul mercato?

Butto là un pensiero estemporaneo prendendo anche in considerazione che tanti laureati da Paesi in via di sviluppo -e con università "scarse"- lavorano nell'Occidente sviluppato senza problemi: sarà che molte università non di eccellenza non siano in grado di produrre ricerca di punta, ma siano in grado di produrre tecnici e professionisti sufficientemente preparati per il mercato del lavoro, anche se non per l'attività di ricerca?

Sicuri che si possano dare un giudizi così tranchant sulla qualità degli insegnanti? Al momento questa è invalutabile, perché nessuno la osserva.

laureati

marco esposito 29/8/2013 - 09:03

Ho già osservato che la PA fa peggio al Sud (ma molto peggio), anche laddove sicuramente non ci sono diplomati di terza media, ad esempio nella giustizia e nelle funzioni tecniche, e ciò pur avendo le stesse leggi e le stesse norme di attuazione.
Ovviamente esistono punte di assoluta eccellenza, e le Università sfornano anche dei geni, ci mancherebbe altro, ma poi questi ultimi preferiscono semplicemente andare altrove.
Il giudizio è tranchant su tutto perchè, visto che potremmo discutere per anni sulle cause, l'unica cosa che possiamo osservare sono i risultati, che sono perfettamente misurabili e che ho riportato nel post. 
Ho usato il grassetto per sottolineare il punto: non guardiamo "le cause", guardiamo i risultati, se una squadra perde tutte le partite è importante sapere se l'allenatore sbaglia l'approccio alle partite perchè "sacchiano""mourinhano""zonista puro", perchè ha studiato a overciano o meno ? E' importante sapere che il centravanti tira alle stelle solo davanti alla porta perchè la porta vuota gli ricorda un'infanzia infelice ? 
Che il presidente è quello del Borgorosso Football Club ?
Oppure pensiamo che quella squadra è inadatta per la serie A, e forse sarebbe meglio giocasse in Serie B almeno per un paio d'anni?
Questa è la mia domanda, a cui la risposta è stata: occorrono almeno un paio d'anni di serie B. Almeno.

Oppure pensiamo che quella squadra è inadatta per la serie A, e forse sarebbe meglio giocasse in Serie B almeno per un paio d'anni?
Questa è la mia domanda, a cui la risposta è stata: occorrono almeno un paio d'anni di serie B. Almeno

Anche 20 se necessario, ma in concreto per te cosa significa giocare in Serie B?

Uscire dall'Euro e adottare il Grano?

Serie B

marco esposito 30/8/2013 - 10:19

Senza una cornice il quadro verrebbe malissimo. No, non si esce dall'euro, si adottano leggi e regolamenti meno restrittivi, si abolisce il Contratto Unico Nazionale, pubblico (soprattutto) e privato, si introduce il concetto di debito "locale", svincolato dal debito pubblico italiano, si creano le utilities locali, e così via.

Ma l'uscita dall'euro sarebbe letale.

disaccordo

marcodivice 30/8/2013 - 20:11

mi spiace essere in disaccordo con te, ma anche qui lo sono. è fondamentale sapere perchè i risultati siano pessimi, altrimenti rischio di sbagliare cura. Un po' come per chi vuole il ritorno alla lira perchè l'euro ha ammazzato la produttività

Il problema è che i dati ci dicono che la produttività era in calo già con la lira, quindi il suo postulato è sicuramente falso.

Io individuo la causa nel centralismo politico/sindacale, che ha poi determinato la fine delle cd. "gabbie salariali", senza dare nulla in cambio (fiscalità di vantaggio e/o infastrutture e/o legislazioni diverse), visto che è unanimamente riconosciuto che la convergenza termina alla fine degli anni '60, appunto con l'avvento del Contratto Unico nazionale e leggi sempre più restrittive in tutti i campi, ma allo stesso tempo soggette ad ampia interpretazione dalle burocrazie locali.

Ho usato il grassetto per sottolineare il punto: non guardiamo "le cause", guardiamo i risultati,

Ok, i risultati li abbiamo visti, con il tuo affresco dantesco.  Tuttavia di solito poi si cercano le cause per intervenire sui punti giusti. E, sempre di solito, non è un solo punto su cui si deve intervenire. Ci sono molteplici cause, collegate tra loro ed intervenire su un punto potrebbe non bastare. L'aspetto particolare pero' del dibattito sulle cause in Italia è che pur non negando i risultati (qualcuno lo fa) si negano le cause, che sono sempre "altre". Un esempio eclatante puo' essere proprio quello, paese per paese, dai dati PISA. Qui dati hanno innescato discussioni un po' ovunque, in germania, in svizzera,  ovunque siano emersi dati non soddisfacenti. Tutti si sono concentrati sul trovare cause e soluzioni. Da noi invece sono montate le polemiche sul metodo dell'indagine e come abbiamo osservato nello sviluppo di questa discussione sono stati presi a pretesto dati localmente bassi di altri paesi per dire che in fondo tutto sommato il meridione non è cosi' messo male. Da nessuna parte, in germania, sono stati usati argomenti del genere per autoassolversi.

Fatta la tara a questi argomenti, che fanno amio avviso parte della naturale resistenza al cambiamento, lo studio analitico dei problemi e delle cause è solitamente il punto di partenza per proporre e sviluppare soluzioni, anche nelle moderne tecniche di change management.

Francesco non sono intervenuto nel thread sulla scuola elvetica per i motivi che hai egregiamente esposto: non mi interessa l'eventuale "mal comune, mezzo gaudio", è una fesseria tutta italiana.

Le cause dei pessimi risultati del Meridione (guardo gli INVALSI, non i PISA) le ho già esposte, un mix di: contesto socio economico degli studenti, dei professori, del livellamento delle carriere e degli stipendi, per cui l'ambizione è "raggiungere il posto fisso", non contemperata nel contesto socio economico dal corollario "fai il tuo dovere con il massimo impegno". L'Università meridionale poi è afflitta dal baronaggio, e dal contesto non competitivo, ma "raccomandatorio".

Si può decidere anche di usare un finissimo bisturi laser per rimuovere il cancro, ma fatto in un contesto "italiano" diventa solo un esercizio burocratico che poi va a incidere su realtà che tutto sommato funzionano anche bene, per questo il contesto generale va cambiato, cambiare l'istruzione e lasciare invariato tutto il resto significherebbe attendere venti anni per vedere i risultati, li abbiamo vent'anni ?

E le elitees rimarranno a guardare, come suggerito da Marcello D'amato nel suo commento ? O hanno bisogno di uno "shock esterno" appunto ?

Anche Luciano Mauro nel suo commento esprime  che

"L'idea dell'ultimo paper è che stesse istituzioni non funzionano allo stesso modo se  in realtà con  capitale sociale molto diversi. "

ho usato i commenti di due professori di economia che stimo per esprimere il risultato che auspico fin dal momento in cui ho cominciato a vedere i dati Sud-Nord: Separazione e basta. Bisognerebbe vedere solo che tipo di separazione, su questo ci sarebbe da discutere a iosa.

...e come abbiamo osservato nello sviluppo di questa discussione sono stati presi a pretesto dati localmente bassi di altri paesi per dire che in fondo tutto sommato il meridione non è cosi' messo male. Da nessuna parte, in germania, sono stati usati argomenti del genere per autoassolversi.

 

Francesco, ma di quale argomenti per autoassolversi parli?

 

La questione della scuola svizzera nacque la prima volta nelle ns discussioni di qualche tempo fa (ora riaccese brevemente) perché tu, a suo tempo, portavi proprio la Svizzera italiana come modello.  Evidentemente ti basavi su stereotipi superati (per essere leggeri), tant’è che  i risultati degli studenti svizzeri italiani (ma anche francesi) in lettura e scienze erano pessimi rispetto alla simile Lombardia o ad altre regioni del Nord Italia. Tanto pessimi che gli studenti pugliesi in lettura facevano meglio degli svizzeri italiani.

 

In quella discussione non c’era nessun intento autoassolutorio se non da parte tua. A parte la matematica, la scuola svizzera non era quello che avevi in mente tu: in media una quindicenne di Lugano capiva un testo scrito meno bene di una quindicenne sarda. Ciò ha conseguenze anche per tutte le altre materie (geografia, storia, taglio e cucito etc.). Ti  mettesti, e sei rimasto, sulla difensiva, cercando di giustificare questa inattesa scoperta: troppi immigrati (ma al netto di quelli i risultati non migliorano, come non migliorano di molto nemmeno negli altri paesi); troppe lingue straniere (manco a dirlo, in Italia nel curriculum sono previste più ore di lingue straniere che in Svizzera); poco italiano nella scuola svizzera (è vero, un’ora in meno, compensata però da più “storia” e “geografia” nella lingua di Dante, ma anche questo non è più vero: la riforma Gelmini ha ridotto le ore di italiano, ora meno che in Svizzera). Veramente non ho capito in quale parte del testo hai potuto trovare tracce di autoassoluzione. Poi di chi, degli insegnanti o degli studenti meridionali?

 

Lasciamo stare le discussioni precedenti, che non ho tempo di rileggere e sono relative ad altro contesto. Parliamo di questa. Hai iniziato sostenendo che il meridione d'Italia non è messo cosi' male visto che la svizzera italiana (ma poteva essere altra entità subnazionale) fa peggio. Questo è l'argomento autoassolutorio. I benchmark come PISA servono per confrontarsi, per capire se si fa peggio o meglio di altri. L'atteggiamento intelligente è andare a vedere chi fa meglio e capire perché fa meglio.  Per vedere se si puo' migliorare. È stata citata la Finlandia. Chi fa così cerca la soluzione. Chi invece cerca il confronto assolutorio verso il basso, non cerca la soluzione ma è parte del problema.

1) Premesso che il mio commento iniziale era "I risultati della scuola italiana sono notoriamente scadenti, ma non così scadenti come a prima vista può sembrare e non per le ragioni che tu menzioni", quindi mi rifierivo alla scuola italiana, dove persino alcune regioni peggiori fanno meglio di alcuni paesi ritenuti virtuosi Ma il punto del commento, erano le "cause" che M. Esposito ascriveva agli insegnanti meridionali, infatti  "i risultati dei test provano solo che l'insegnamento nelle scuole meridionali è peggiore di quelle settentrionali".  Quindi il mio punto, tutt'altro che assolutorio, è che stante il differenziale Nord-Sud in termini di reddito e livello di istruzione dei genitori, non sarà mai possibile avere performance scolastiche simili tra Nord e Sud a parità di risorse impiegate. Poi puoi anche trovare altri responsabili nel differenziale, che so, l'insegnante o il preside meridionale, gli edifici scolastici mal curati dalle Province, i sindacati, o quant'altro.

2) Si guardano sia quelli che fanno meglio (come la Finlandia) per capire cosa imitare, sia quelli che fanno peggio (come la Svizzera italiana e francese, peraltro citata da te come modello) per capire cosa non fare. Modus ponens e modus tollens.

Chi invece di cercare di capire il problema per trovare la soluzione, salta frettolosamente a una conclusione non è parte del problema (che sta ovviamente da un'altra parte), è che semplicemente non l'ha capito.

 

scuola

marco esposito 2/9/2013 - 09:12

"i risultati dei test provano solo che l'insegnamento nelle scuole meridionali è peggiore di quelle settentrionali"

Pur avendo scritto insegnamento in generale, e non insegnanti in particolare,  ritengo che, partendo dal contesto socio economico e dal materiale umano a disposizione, gli insegnanti meridionali si "applicano" di meno, ovvero dovrebbero impegnarsi di più dei loro omologhi settentrionali, stante che come PPP stanno decisamente meglio.

Posso anche sbagliare, ovviamente, ma il sistema non funziona, i dati ce lo dicono, e traggo delle conclusioni. Ad esempio potrebbe essere interessante sapere quanti professori degli Atenei più importanti per iscritti (Napoli, Bari,Palermo, Reggio Calabria credo lo siano) sono fra di loro "correlati" e in quali aree didattiche per capire se i casi di baronaggio sono un fenomeno isolato o generale, e quanto ciò possa influire sulla didattica

Ringrazio Marco Esposito per l'articolo corredato di utili referenze sulla situazione del Sud Italia. Riguardo le competenze acquisite dagli studenti meridionali a scuola, ritengo che ci siano tre elementi che assieme concorrono a determinare i risultati finali.

Primo, il Sud Italia sia rispetto al Nord Italia sia rispetto al Nord Europa ha un significativo ritardo storico di alfabetizzazione, ben evidente dalle percentuali di analfabeti per esempio al momento dell'unificazione italiana. Ritardi secolari di alfabetizzazione come quelli italiani non sono ancora assorbiti secondo la mia opinione neppure oggi. Questo significa che l'ambiente familiare medio del Sud Italia ha un ritardo di alfabetizzazione e istruzione rispetto sia al Nord Italia sia al Nord Europa che concorre a determinare risultati inferiori per gli studenti meridionali anche se scuola e insegnanti del Sud fossero identici per qualita' e impegno.

Secondo, gli insegnanti meridionali, in parcentuale vicina al 100% nativi e istruiti nel Sud Italia per gli stessi motivi hanno plausibilmente competenze mediamente inferiori a quelle dei loro omologhi del Nord Italia e del Nord Europa. Questo secondo elemento concorre plausibilmente a determinare l'handicap di competenze acquisite degli studenti meridionali. Un'analisi dei risultati PISA condizionati alle condizioni culturali delle famiglie potrebbe stimare quanto concorre questo secondo elemento. Credo sia stata gia' fatta. Gli insegnanti nel Nord Italia hanno una componente di origine e istruzione meridionale, ma significativamente inferiore alla percentuale vicina al 100% che si verifica nel Sud Italia, quindi hanno plausibilmente competenze medie superiori.

Terzo punto, non irrilevante, e' l'ordinamento normativo dello Stato italiano, come al solito particolarmente vizioso e stupido, che tende a dare valore al "pezzo di carta" e al voto per esempio di diploma assegnato o localmente o con influenza locale, indipendentemente da ogni controllo di uniformita' della qualita' dell'istruzione nel territorio e tra scuole diverse. Con le sue norme, lo Stato italiano provvede un potente incentivo a dare voti alti indipendentemente dalla qualita' delle competenze acquisite. Questo incentivo e' limitato solo da un senso di serieta' e moderazione che fa parte del capitale sociale notoriamente carente nelle regioni meridionali italiane, per cui abbiamo il risultato empiricamente documentato che i voti a Sud sono mediamente superiori nonostante le competenze acquisite (valutate uniformemente ad es col test PISA) siano inferiori. Il ministro Gelmini, operativo nel governo Berlusconi in coalizione anche con la Lega Nord, ha aggiunto per legge un ulteriore incentivo vizioso alla preesistente tradizione italiana, prevedendo un premio monetario per chi prende 100/100 alla maturita'. L'incompetenza dei politici italiani e' ancora piu' evidente se si pensa che questo premio e' stato previsto per promuovere l'istruzione di qualita'. Il risultato ottenuto e' che la percentuale di 100 alla maturita' e' circa tre volte superiore nel Sud Italia rispetto al Nord pur in presenza di competenze acquisite nettamente inferiori a Sud. Sarebbe bastato molto poco per provvedere lo stesso incentivo ma in maniera virtuosa, istituendo dei premi da assegnare con una procedura di valutazione uniforme come il test PISA.

Per fortuna o per caso, insiema alla cavolata del premio al 100/100 della maturita', col ministro Gelmini sono stati anche finalmente istituiti i test PISA  per tutte le scuole, il primo provvedimento utile e positivo per migliorare i risultati della scuola italiana dopo decenni di stabilizzazioni periodiche di supplenti senza concorso contro la Costituzione per motivi elettorali, stabilizzazioni incostituzionali appena resuscitati dal governo Letta senza particolare proteste e del resto mai in passato sanzionate da sentenze abrogative della Consulta.

C'e' solo da sperare che i risultati dei test PISA, che almeno hanno consentito di conoscere meglio i risultati della scuola italiana, siano utilizzati correttamente, provvedendo incentivi a dare voti commisurati alle competenze acquisite e a migliorere le competenze acquisite (e non solo i voti). Non credo purtroppo che i politici italiani ne siano capaci.

La telenovela prodotta dal governo Letta sul voto di maturita' come titolo per i test di accesso all'universita' e' la conferma di come i politici italiani non capiscono nulla di incentivi. Se si desidera che le scuole italiane assieme alle famiglie migliorino la qualita' dell' istruzione e' essenziale che 1) i test per l'accesso all'universita' siano uniformi e non influenzati dai voti scolastici (notoriamente inattendibili) 2) che i risultati dei test, divisi per provincia, tipo di scuola e possibilmente disaggregati fino al livello di istituto scolastico, siano pubblici e adeguatamente presentati in un sito web del governo perche' le famiglie possano consultarli. E' invece ovviamente sbagliato e nocivo dare titolo legale al voto della scuola di provenienza, per quanti correttivi creativi si vogliano inventare.

Concordo con te in pieno sul primo punto. Gli studenti meridionali partono svantaggiati dal contesto socio-economico che è la variabile che spiega meglio le differenti performance tra studenti.

Secondo, gli insegnanti meridionali, in parcentuale vicina al 100% nativi e istruiti nel Sud Italia per gli stessi motivi hanno plausibilmente competenze mediamente inferiori a quelle dei loro omologhi del Nord Italia e del Nord Europa.

Questa è una tua congettura che però non trova basi solide. Potrebbe essere, ma allora, come ho scritto nel commento a M.Esposito, gli insegnanti del Nord negli ultimi 60 anni avrebbero dovuto fare strage ai concorsi e spiazzare quelli meridionali. La mia congettura è che al nord i migliori laureati si distribuiscono tra insegnamento e altre attività, lasciando spazio anche alle seconde scelte, mentre al sud, per mancanza di alternative, si scannano per una cattedra. L’assenza di concorsi ha dato qualche chance in più a quelli che avevano meno endowment intellettuale e costo-opportunità delle alternative. Comunque è difficile distinguere se gli insegnanti "si applicano" di meno, oppure sono di qualità inferiore se non andando a guardare i cv, e sopratutto come si comportano nelle classi.

Un'analisi dei risultati PISA condizionati alle condizioni culturali delle famiglie potrebbe stimare quanto concorre questo secondo elemento. Credo sia stata gia' fatta.

In molti paesi questo tipo di indagini confermano l’importanza dei fattori socio-culturali. In un precedente commento avevo dato qualche studio chef a questo. In aggiunta, l’OCSE nel suo rapporto PISA 2009 (tavola 1.2.20 cfr pagina 219 colonna) presenta dei ranking tra paesi la cui performance è aggiustata per tenere conto del diverso PIL procapite e del livello di istruzione nel paese. Ad esempio, tenendo conto di “Reading performance adjusted by GDP per capita and the percentage of the age group 35-44 years with tertiary education” nella lettura l’Italia si piazza al 6° posto tra i paesi OCSE. Sono presentati altri aggiustamenti che tengono conto di altre variabili.

Tornando alla situazione italiana, è abbastanza agevole ricalcolare I risultati PISA a livello regionale in modo da tenere conto di variabili socio-economiche, come ad esempio il pil procapite a livello regionale e i livelli di istruzione tra la popolazione. In tal caso i risultati danno una graduatoria molto diversa. Ti riporto il ricalcolo dei punteggi pisa regionali (con l'aggiunta del Canton Ticino) per la lettura e la matematica, calcolati da me con tutti i caveat del caso (per chi vuole cimentarsi i dettagli sono qui con il data set e gli step seguiti)

 

Ranking regionale delle regioni italiane e del Canton Ticino nella lettura al netto dell’effetto del PIL procapite regionale

 

Pisa lettura

Pisa lettura al netto dell'effetto del PIL procapite

Puglia

489

511

FVG

513

506

Lombardia

522

504

Marche

499

498

Val d'Aosta

514

497

Trento

508

496

Veneto

505

495

Umbria

490

495

Piemonte

496

492

Basilicata

473

491

Abruzzo

480

490

Emilia Romagna

502

488

Toscana

493

487

Liguria

491

487

Molise

471

483

Sardegna

469

483

Sicilia

453

475

Campania

451

474

Calabria

448

470

Lazio

481

470

Ticino

485

466

Bolzano

490

463

 

Ranking regionale delle regioni italiane e del Canton Ticino in matematica al netto dell’effetto del PIL procapite regionale

 

Pisa

PISA matematica al netto dell'effetto del Pil procapite regionale

Puglia

488

515

FVG

510

501

Marche

499

498

Trento

514

498

Basilicata

474

497

Veneto

508

496

Ticino

518

494

Lombardia

516

493

Umbria

486

492

Abruzzo

476

489

Piemonte

493

488

Liguria

491

486

Toscana

493

486

Emilia Romagna

503

486

Molise

467

483

Val d'Aosta

502

480

Sicilia

450

477

Campania

447

475

Sardegna

456

474

Bolzano

507

473

Calabria

442

470

Lazio

473

459

In conclusione, se si tiene conto delle variabili socio-economiche come il pil procapite, il divario Nord Sud non è più netto e mostra anzi delle sorprese. 

Io non ho usato, nè ho parlato di PISA, che sono campionari, ma dei test INVALSI, per una comparazione interna all'Italia. Sono quelli i dati da guardare, e le sorprese non ci sono, anche perchè l'aggiustamento sul PIL pro capite è un aggiustamento solo economico, per introdurre fattori sociali dovremmo guardare al livello di scolarità dei genitori e al contesto (urbano o non urbano, degradato o meno).

Francesco riparametrare un dato assoluto (come i test INVALSI, uguali per tutta l'Italia) è un'opera meritoria e interessante, che non cambia assolutamente il dato finale: la scuola meridionale fa peggio di quella settentrionale, piaccia o non piaccia .

Mentre fra paesi ci possono essere differenze dovute a contesti particolari (la svizzera italiana è un esempio), all'interno dello stesso paese le differenze non possono esistere  a parità di risorse impiegate, o comunque non devono essere significative, come invece lo sono.

Cercare di ridurre al famigerato "contesto socio economico" non rende un favore al Meridione: lo giustifica a ruzzolarsi nella melma, e io non ci sto. 

Quindi accetto di discutere delle soluzioni al problema, non di cambiare angolo di visuale per cercare di dire che va tutto bene (se ho capito il tuo intervento). 

PISA o INVALSI i risultati non cambierebbero (se vuoi però in pochi minuti puoi cimentarti con i dati Invalsi).

A parità di PIL procapite (ma nell'allegato ho considerato anche altre  variabili come i livelli di istruzione degli adulti, o le condizioni più generali socio-economiche della famiglia di provenienza) alcune regioni meridionali farebbero meglio di molte settentrionali, mentre alcune settentrionali farebbero peggio di molte meridionali. Non è rocket science. Se durante una battaglia in un ospedale militare da campo (la scuola del sud) arrivano più casi difficili (studenti meno seguiti dai genitori), la più elevata mortalità (scarsi risultati a scuola)rispetto alla media non è indice di scarso rendimento dei medici del MASH (degli insegnanti).  Per questo motivo, devo tener conto della frequenza di casi difficili, che nel caso degli studenti è molto ben catturato dal Pil procapite.

In conclusione, puoi dire che gli studenti meridionali sono più scarsi di quelli settentrionali, ma non puoi dire lo stesso per la scuola che li ospita, almeno non con le informazioni disponibili, proprio giudicando dai risultati. E questo non vuol dire crogiolarsi nella melma, ma avere la consapevolezza che a parità di risorse impiegate nella scuola meridionale i risultati assoluti degli studenti meridionali  non potranno mai essere pari a quelle degli studenti settentrionali finché il differenziale nel contesto socio-economico permane. Proprio perché il sistema istituzionale è lo stesso al Sud come al Nord, l'effetto "reddito" è più importante rispetto ai confronti internazionali in cui variano, oltre al contesto socio-economico, anche il sistema di istruzione, i programmi scolastici, gli orari o le "regole del gioco".  Il non comprendere questo fatto porta poi a non individuare i principali colpevoli  e a definire soluzioni errate che portano poi a risultati finali peggiori. 

Se ho tempo nel prossimo mese cercherò di analizzare i dati INVALSI correggendoli per indicatori socio economici e fattori di spesa (includerei anche le Università, visto che da lì dovrebbero uscire i più capaci e meritevoli), vedremo che ne esce, secondo me nulla di buono, ma vedremo.
Comunque venendo a MASH io non giudico l'ospedale, ma chi comanda i soldati in guerra, se i tuoi soldati sono poco addestrati è tuo dovere addestrarli per bene, lavorando il doppio o il triplo dei tuoi nemici, perchè hai voglia di dire che la paga del soldato è infame, muori lo stesso.
Questa è la colpa degli insegnanti meridionali: bravi a lamentarsi  che la paga è bassa (mica tanto poi), che gli alunni sono quel che sono, che le strutture sono quel che sono, e così via, ma mai a dare l'esempio. Non le vinci le guerre così.

per M.Esposito

Questa è la colpa degli insegnanti meridionali: bravi a lamentarsi  che la paga è bassa (mica tanto poi), che gli alunni sono quel che sono,

Infatti, il livello della paga qui non è rilevante, la qualità degli alunni o degli insegnanti si.

per F. Forti

La fonte dei dati socio-economici su base regionale è Eurostat (vedi qui) che comprende anche la Svizzera e sue regioni, incluso Ticino. Il PIL procapite è calcolato a Purchasing Power Standards (PPS) sempre da Eurostat. Per il Canton Ticino, il dato Eurostat in pps è stato ricalibrato da me medesimo sulla base della stima del  PIL procapite del Ticino in franchi elaborata dall’Istituto di statistica federale della Svizzera (rapporto pilprocapiteTicinoPPS=(PilprocapiteTicinoFranchi/PilprocapiteSvizzeraFranchi)*PilprocapiteSvizzeraPPSdiEurostat).

 

A me sembra che siano stati addotti diversi argomenti molto convincenti che mostrano che continuare a prendersela con gli insegnanti meridionali (né santi né perfetti, questo è chiaro) in quanto formati al meridione è improprio.

La scuola ha un bisogno massiccio di meritocrazia, ma mi sembra che qui si stia prendendo un'altra strada, molto più indiscriminata.

Mi lancio in qualcosa che purtroppo non mi appartiene -la statistica-, però in questo articolo de Linkiesta sono confrontati i risultati regionali ai PISA 2009 relativamente alla matematica. Se siamo tutti d'accordo che le differenze di reddito si riverberano in maniera abbastanza diretta sulla qualità degli studenti, la differenza di risultati tra regioni meridionali e Lombardia, a spanne, mi sembra minore della differenza di reddito.

Il che peraltro mi porta a concludere, sempre spannometricamente, che siccome il sistema d'istruzione è lo stesso, perfettamente uniformato, la Lombardia non stia esprimendo tutto il suo potenziale in campo educativo.

dati

Francesco Forti 9/9/2013 - 10:35

(per chi vuole cimentarsi i dettagli sono qui con il data set e gli step seguiti)

Sarebbe interessante avere i dati del calcolo PPS (immagino si intenda PPP) per le regioni italiane (per me rimane un mistero come il sommerso sia aggiustato a livello regionale)  e come è stato calcolato il dato del Ct. Ticino (sono curioso, non ho mai trovato dati PPP per i cantoni), quale anno è stato preso in considerazione e quale rapporto di cambio per mettere CHF in relazione con i dati italiani (ovviamente in Euro).  Nei citati dettagli non ho trovato queste informazioni.

Quello che posso calcolare io sulla Svizzera, è che nel 2009 aveva un PIL procapite nazionale di 72'062  CHF che trovo in dollari (65'390) qui e che diventano 38'318 come dollari PPP (qui). Non ho idea di come si sviluppi il dato PPP tra i cantoni ma ipotizzando che i prezzi siano identici in tutta la svizzera il dato del CT ticino 2009 (66'869 CHF) diventerebbe 37'204 PPP e poi in euro di allora (cambio 1.52) sono 24'776 (euro procapite PPP). Un bel po' meno dei 31'584 indicati da te. In realtà se la struttura dei prezzi è abbastanza simile non lo è quella dei redditi medi (in ticino significativamente piu' bassi di zurigo, per esempio) e quindi il potere di acquisto dei ticinesi è piu' basso delle media (tanto da generare un significativo flusso per fare la spesa verso i negozi italiani di confine). Difficile in questi casi avere dati PPP ma se mi viene detto dove sono o come sono stati calcolati, posso farmi una ragione delle differenze (eventualmente un mio errore di calcolo o di metodo). 

Appunto forse inutile alla discussione, ormai esaurita, ma il paragone proposto tra rendimento scolastico sulla risultanza PISA e reddito procapite PPP subnazionle (regionale in Italia e cantonale in Svizzera) pecca della mancanza di dati ufficliali relativi al Ct. Ticino, unico cantone aggregato da Francesco Lovecchio ai dati regionali italiani.

Ho avuto in settimana conferma dal locale ufficio cantonale di statistica che il dato PIL procapite PPP non è disponibile nella statistica pubblica in Svizzera, Il che non vuol dire che qualche privato lo possa calcolare, ovviamente. In tal caso però sarebbe buona cosa citare la fonte oppure, se è un calcolo personale, la metodologia ed i dati intermedi.

Nel commento del 9/9 delle 22:30 t'avevo segnalato la metodologia ed i dati intermedi:

Per il Canton Ticino, il dato Eurostat in pps è stato ricalibrato da me medesimo sulla base della stima del  PIL procapite del Ticino in franchi elaborata dall’Istituto di statistica federale della Svizzera (rapporto pilprocapiteTicinoPPS=(PilprocapiteTicinoFranchi/PilprocapiteSvizzeraFranchi)*PilprocapiteSvizzeraPPSdiEurostat).

Così calcolato il pil procapite non si discosta da quello della Lombardia.

Ma anche se il calcolo avesse prodotto un Pil procapite troppo alto del 10% per i ticinesi, il ricalcolo del PISA score in lettura e in scienze porrebbe il Ticino all'altezza della Sicilia, anzi leggermente sotto. Se l'errore fosse per difetto del 10%, il Ticino peggio non potrebbe fare. Quindi per il Ticino mi pare il risultato robusto, chiunque avesse calcolato il pil procapite del ticino.  A questo punto si impone a Lugano un "cercasi insegnanti pugliesi" sulle porte delle scuole, ammesso che se ne trovi uno che parla tre lingue (tranne l'inglese) e conosca il territorio locale.

gli insegnanti meridionali si "applicano" di meno, ovvero dovrebbero impegnarsi di più dei loro omologhi settentrionali, stante che come PPP stanno decisamente meglio.

 

Non hai in realtà portato dati per dire che gli insegnanti meridionali si “applicano” di meno o che la loro qualità è inferiore. Se la qualità degli studenti al sud è, come è, inferiore per reddito e istruzione dei rispettivi genitori, allora il lavoro dell’insegnante al sud è più gravoso e andrebbe quindi remunerato di più. Purtroppo, in Italia non vi è differenziazione della remunerazione dell’insegnante (né della sua preparazione o qualità) in base alla difficoltà della classe, anzi gli insegnanti migliori finiscono nelle scuole più facili, cioè le scuole con gli studenti migliori.

 

Comunque se davvero gli insegnanti meridionali prendono in PPP di più di quelli settentrionali (e nominalmente ciò è vero) allora ci dovrebbe essere una migrazione da Nord a Sud. Capisco che non ci sono concorsi frequenti dove gli insegnanti migliori possono mostrare il loro valore e che l’inflazione dei voti al sud possa creare qualche squilibrio, ma negli ultimi 60 anni cenni di migrazione da nord a sud non si sono mai verificati tra gli insegnanti. Insegnanti irrazionali? Delle due l’una, o gli insengnanti  (o aspiranti insengnati) del nord non ritengono di avere più chance al sud, oppure il rapporto qualità del lavoro/remunerazione non è poi così favorevole a un trasferimento da nord a sud.

 

Devi guardare al dato del rientro nord-sud, non alla migrazione tout court, anche perchè demograficamente si emigra con certe caratteristiche (giovane, spesso senza famiglia, maschio)

I rientri migratori (in qualunque direzione) sono fenomeni naturali, chi non vorrebbe tornare nel proprio paesello o nella propria vallata? é vero che si emigra con certe caratteristiche (che non sono tipiche del solo meridione), ma come mai giovani donne senza famiglia vanno a cercare la cattedra al nord, ma non vi sono giovani maschi senza famiglia nella direzione inversa dove il reddito reale sarebbe più elevato? Mai negli ultimi 60 anni? Questo fenemeno da Nord verso Sud l'ho visto solo per i docenti universitari, che dopo poco hanno cercato di rientrare al Nord, ma di maestrine delle elementari e professorini di filosofia, mai. Non è un mistero che t'affascina?

Dipende

marco esposito 9/9/2013 - 09:27

Ci sono lavori in mezzo al deserto che sono pagati una favola, eppure nessuno li vuol fare (beh, io uno lo conosco, ma appunto, è uno).
E' evidente che, pur essendoci una differenza di PPP fra Nord e Sud essa non è sufficiente a giustificare quel flusso migratorio evocato.
E' invece sufficiente a giustificare il rientro.

E' evidente che, pur essendoci una differenza di PPP fra Nord e Sud essa non è sufficiente a giustificare quel flusso migratorio evocato.

In effetti ricordo tempo fa la lettura del libro di Campiglio (Il costo del vivere. Nord e Sud a confronto) che spiega abbondantemente queste dinamiche.
Un flusso migratorio da Nord a Sud potrebbe innescarsi se un vero federalismo fiscale permettesse al sud imposte dirette piu' basse, invogliando aziende e quindi anche lavoratori a (ri)stabilirsi. Tuttavia il fisco non basta se non si mettono a posto le infrastutture (trasporti) la sicurezza e la giustizia, il sistema bancario, le scuole professionali, la burocrazia. Tutto quello insomma che sono le condizioni quadro che stimolano lo sviluppo. E anche qui il federalismo farebbe la sua parte solo se gli attori umani che lo devono rendere operativo sono all'altezza.

il 20% di differenziale non è sufficiente a spostarsi verso Sud? Per un  insegnante di scuola superiore ci vogliono 15 anni di anzianità per accumulare un aumento del 20%. Comunque il fenomeno del rientro Nord-Sud degli insegnanti è un fenomeno molto limitato. Su 100 transferimenti di insegnanti di ruolo il 95% sono all'interno della stessa regione, mentre solo l'1% segue la rotta Nord-Sud. Siccome al Nord pare ci sia il 20% di insegnanti meridionali (concentrati in Lombardia e ER, dove la quota sale di molto), deve essere che nemmeno per gli insegnanti meridionali è conveniente rientrare al Sud (e rinunciare a un extra 20%), preferendo cambiare tipo di scuola, cioè andare in scuole più facili con studenti più bravi. Tutti insegnanti affetti da analfabetismo finanziario?

Dati su trasferimenti insegnanti sono elaborazioni di Fondazione Agnelli su dati MIUR.

Mai sostenuto che la svizzera italiana sia un modello ma che lo sia la svizzera nel suo insieme, come media di 26 sistemi diversi e sostanzialmente autonomi.   I dati delle sottoentità locali possono vedere eccellenze e carenze ed il Ticino - vero - è visivamente  scarso, come anche in parte la svizzera francese. Ma non puo' certo dare la colpa a Berna. Se vuole rimboccasi le maniche lo fa con decisioni autonome. Oltre ai motivi  già citati è da considerare la differente età media dei ragazzi testati (15.1 per la svizzera italiana e 15.9 per le altre regioni linguistiche svizzere) che parzialmente giustifica le performance leggermente inferiori, anche se comunque superiori alla media OECD. In dicembre 2013 vedremo i risultati della nuova rilevazione e l'anno dopo anche i dati subnazionali.

mi permetto

Denise 30/8/2013 - 11:03

Vi leggo sempre con grande interesse, e forse quest'oggi anch'io posso dare il mio piccolo contributo. Da meridionale emigrata, che di tanto in tanto torna ed osserva, recentemente ho osservato che tutte le mie conoscenze nella mia città natale si dividono in due categorie: quelli che fan fatica a sbarcare il lunario e quelli raccomandati. L'enormità dell'osservazione ha colpito anche me.
Appare quindi ovvia la bassa produttività:
- molte persone incompetenti in posizioni chiave
- molte persone che hanno perso il grip perché non han possibilità di crescere
- molti altri che l'hanno perso proprio a causa della raccomandazione
- scarsa attrattivitá per gente come me, che a certe condizioni tornerebbe.
Per me è già un miracolo che siano a quei livelli. Evidentemente anche lì ci sono i piccoli eroi. :-)

...spero solo che la tua non sia una grande città.

Dalla mia esperienza personale in Sicilia, Palermo, Catania o Messina, in quell'ordine, sono molto peggio di Ragusa, Siracusa, Trapani, Gela, Marsala. Poi c'è chi buca il trend (Agrigento), ma in generale il problema di un sottoproletariato urbano senza arte né parte e di una eccessiva dipendenza dal settore pubblico, il tutto condito da clientelismo, cattiva istruzione pubblica e privata, malcostume generalizzato, è principalmente concentrato nei principali centri, sia per motivi storici, sia perché in piccole realtà il malcostume è più difficile camuffarlo (per dire, a Trapani o Gela c'è molta più controreazione  che a Palermo).

Per dirne una, il Liceo Classico che ho frequentato a Trapani valeva Eton, probabilmente era anche più selettivo a valle (ma abbastanza simile a monte, pur non chiedendo un copeco di retta), e per quanto ne sappia, non è una cosa infrequente. I miei amici che andavano alle superiori a Palermo facevano la bella vita ...

eh eh

Denise 31/8/2013 - 10:05

Fortunatamente no. E benché si viva a bassa efficienza, si respira meno infiltrazione mafiosa che altrove. :-)

r.

marcodivice 30/8/2013 - 20:09

corretto. riformulo.

 

è un fatto che i risultati delle scuole del sud siano peggiori è un fatto che le condizioni socio economiche delle famiglie meridionali siano peggiori rispetto a quelle del nord. è un fatto che risultati scolastici e condizioni socio economiche siano correlati.

è un'opinione che gli insegnanti meridionali siano peggiori.

Non ho bibliografia sottomano, ma dalle rilevazioni della Fondazione Agnelli e altre mi par di ricordare che gli insegnanti, in caso di trasferimento, cerchino semplicemente l'avvicinamento a casa.

Da quello che ho capito, il Sud gode (meglio, godrebbe) di un costo del lavoro minore rispetto al Nord. Date però tutte le altre condizioni, questo vantaggio viene sprecato. La mia domanda (da ignorante, visto che so poco o nulla di economia industriale) è: il basso costo del lavoro non riduce le necessità di aumento di Labour Productivity? 

No, il costo del lavoro è solo una parte del "costo totale dei fattori di produzione", che è peraltro strettamente correlato alla produttività.
Per intenderci: un opeario Volkswagen guadagna più di un operaio FIAT, ma produce molto di più, ovvero il suo costo per unità di prodotto è più basso.

OK, ma perchè?

massimo 30/8/2013 - 14:02

Perchè un operaio FIAT produce molto meno di un'operaio Volkswagen? Lavora meno ore? Commette più errori? Ha le braccia più gracili? Utilizza macchinari antiquati? È sbagliata l'organizzazione?
È questo che vorrei davvero sapere.

perchè

Vincenzo Cirrito 30/8/2013 - 16:38

Una spiegazione potrebbe la diversa 'cultura aziendale' che caratterizza le due imprese. La Volkswagen ha una struttura basata su norme di cooperazione tra management e forza lavoro, per cui l'allineamento degli obiettivi di lavoratori e managers ha effetti benefici sulla effiienza. La Fiat ha una struttura top-down, in cui le decisioni imposte dall'alto generano conflitto con i livelli più bassi. Consiglio la lettura di: - Nuti, D. Mario ' Industrial reations at Fiat: Dr. MArchionne's Class War (2011) - Jürgens, Ulrich, ''Corporate Governance, Innovation and Economic Performance'' (2002)

per i due casi aziendali.  Per gli aspetti un po piu teorici c'è un capitolo molto bello (e semplice) in Identity Economics, di Akerlof

è che quella "cultura aziendale" non è che un aspetto di quella nazionale dove, da almeno un secolo:
A) La classe politica, senza distinzioni significative, ha preferito elargire prebende per ottenere/mantenere consenso anzichè investire in modo produttivo.
B) Gli imprenditori hanno sempre predicato la libertà d'impresa, di mercato e via discorrendo salvo poi correre sotto le gonne del governo al primo momento di difficoltà chiedendo protezione dal "cattivo" di turno.
C) Un sindacato emanazione della politica che di fatto è diventato autoreferenziale ed incapace di cogliere le mutazioni delle sue componenti.

Quanto alla cogestione, purtroppo sconta la colpa "storica" di essere stata una delle prime idee del fascismo delle origini, accantonata per motivi di opportunità in quanto serviva l'appoggio degli industriali, e una delle ultime della R.S.I. in un disperato tentativo di riconquistare il consenso popolare.
Sono un semplice appassionato di storia e non sono in grado di fare previsioni, ma credo che dovrà passare ancora percchio prima che un'idea del genere possa trovare spazio, anche perchè, metterebbe tutti di fronte alle loro "responsabilità" e se c'è una cosa in cui gli italiani sono specialisti è il fuggire/scansare dalle responsabilità

Oltre a problemi di cultura aziendale già citati prenderei in considerazione anche il diverso livello di preparazione tecnica della forza lavoro nei due paesi. Per esempio la forza lavoro italiana (25-65) che studi ha fatto? Quanti hanno fatto solo le elementari, quanti solo le scole medie inferiori, quanti hanno fatto studi superiori, licei, istituti tecnici, scuole professionali, quanti laureati? Se vedi i dati italiani e tedeschi (OECD li pubblica nel suo periodico education at a glance) sono molto diversi. 

Tutto può essere ma potrei citare sull'unghia 8 operai "tedeschi" che le scuole le hanno fatte (chi le ha fatte) in meridione/veneto e almeno un'altra dozzina che le scuole le han fatte nella ex jugoslavia ed in grecia. La produttività aziendale la fanno le strategie e l'organizzazione, che son decise da  quadri e dirigenti. Che "pesa" sono i loro di studi, il loro sistema di incentivi, il modo in cui vengono selezionati e il modo in cui vengono tenuti aggiornati. Per dire: non so se la VW abbia mai cercato di aprire in India ma son sicuro che, se ci avesse provato, i dirigenti prescelti avrebbero saputo parlare inglese e anche se non erano di Cuneo... pazienza (ogni riferimento a fatti o persone reali o concorrenti piemontesi di VW è puramente casuale).

Dove può pesare la cultura della classe operaia è (forse) nel modus operandi del sindacato tedesco. Mi ha sempre colpito il clima di cooperazione tra sindacati ed azienda, soprattutto se paragonato a quel che succede in Italia.

Marco non riesco a intervenire come vorrei, il tema è serio e complicato dato quello che sappiamo (molto meno che di un atomo di idrogeno o della struttura del dna, checchè ne dicano a Chicago). Pero' devo farlo che mi spetta. Lascio perdere i dati (ma stai attento: TFP non è labor productivity e sulla scuola: USA sorpassarono GB prima di avere i premi nobel e avere qualcuno che capisse di Fisica teorica all'interno dei confini). Accenno alle interpretazioni. Qualche mese fa ho letto il libro di Acemoglu e Johnson  "Why nations fail", ero all'estero e non sono riuscito a trovarlo in inglese, avevo urgenza e sono stato costretto a leggerlo in spagnolo (con molta difficoltà), che traduce - nello splendore di quella lingua- Por que fracasan los paises. Non so se esiste già la traduzione in italiano ma credo che qualcosa sul Mezzogiorno insegni. Molte delle cose che si trovano in quel testo mi sembrano  ragionevoli e verosimili (non necessariamente nuove, essendo cresciuto a pane e Pareto e arrosto di Gramsci, come molti altri italiani). Per sintetizzare il loro punto di vista: in un mondo in cui  il sovrano è fuori di senno (dal punto di vista dei cittadini, i.e. istituzioni estrattive) e il suddito è troppo avverso al rischio per rivoltarsi, allora il problema o la chiave è la classe dirigente, (l'insieme di persone vicino al sovrano). Mentre a Milano e Torino la classe dirigente resiste su (o sopravvive, ma questo è un problema ancora diverso) rendite da monopolio di imprese private, al centro su rendite da monopolio ministeriale, al sud questo riguarda le rendite di monopolio locale. A Napoli, come sai bene, questo monopolio locale ha a che fare con la politica (e il sindacalismo),  la pubblica amministrazione e un po' con l'intermediazione finanziaria. I tuoi dati registrano questo fatto più o meno precisamente. Eravamo provincia e abbiamo voluto  trasformarci in un bordello (...).  

Cosa fare? Vedo due strade o la classe dirigente locale si allea con qualcuno al di fuori. Il che ha i suoi rischi, la storia è piena di questi esempi. O si trova nelle condizioni di non avere alternative e reagisce. Per paradossale che possa sembrare il miglior esempio che ho sotto mano di un tentativo di reazione è la chiesa cattolica. E' l'elite intellettuale di quell'istituzione che ha reagito al declino. Vedremo con quali risultati, ma  ha reagito. Nel frattempo il fatto (triste per chi crede nella democrazia, ma spiegabile con le dinamiche di cui sopra) è che  la base, che so l'acli, per quante brave persone abbia associato non ci aveva potuto nulla sull'orizzonte temporale di cui stiamo parlando. 

Su questo orizzonte temporale l'unica chance è che un pezzo di elite del mezzogiorno, consapevole del fatto che se non si muove resta tagliata fuori per altri cinque secoli, prenda decisioni simili. Il problema è che mentre è difficile per l'elite della chiesa cattolica uscire dall'istituzione ed è  quindi costrette ad usare la voce (Hirshman), le elites meridionali hanno una via di uscita molto semplice che hanno usato da decenni. Mandano capitale finanziario e capitale umano fuori, dove ovviamente conviene. Tagliare gli stipendi della pubblica amministrazione serve? Alberto  Francesco Michele e  altri pensano di si. Forza le elites a reagire. Ho una serie di dubbi (non elaboro l'argomento è che non mi dicono- perchè non lo sanno- in che direzione reagisce). Ma questo è un'altro post. O un altro paper. Buon lavoro.

 

 

Solo un punto, prima di argomentare, hai scritto:

ma stai attento: TFP non è labor productivity

questo l'ho ben presente (è stato oggetto di reprimenda in fase di editing, perchè avevo fatto confusione), difatti ho scritto:

 

eccovi una tabella che esemplifica la produttività del lavoro

Proprio perchè non è esemplificativa di TFP, ma solo della produttività del lavoro in senso stretto.

Vengo al tuo punto: in una fotografia con delle persone in primo piano lo sfondo si può vedere sfocato, ed è quello che ho (volutamente) fare io, perchè, come te, ritengo la classe dirigente meridionale (ma anche quella italiana in generale) assolutamente inadeguata, e bisognosa di uno shock esterno pesante.

A me sembra chiaro che il processo europeo non ci ha migliorato, anzi, ha permesso per oltre dieci anni di non arrivare al redde rationem, quindi penso che un frazionamento (dell'Italia nel nostro caso) possa costituire quello shock esterno di cui abbiamo bisogno, male che vada non scaricheremo più le responsabilità su un "nemico esterno", come le attuali elites fanno, ma dovremo guardarci di più allo specchio.

Sulla PA: penso che sia attualmente obbligatorio pensare ad una robusta riduzione degli stipendi della PA, in particolare delle posizioni apicali, oltre allo sfoltimento degli organici (nella PA ci metto anche tutte le controllate,partecipate, etc.,etc.), salvando solo la scuola e la sanità dalla scure: nella istruzione  e la sanità occorre il bisturi per rimuovere il marcio.

Ma temo siano elucubrazioni estive e faremo i conti con la realtà nel prossimo decennio.

 

 

daccordo che servirebbe una robusta riorganizzazione della P.A. ma per metterla in atto bisogna mettere in discussione anche tutto ciò di cui la P.A. si occupa e il modo in cui lo fa.
E' inutile diminuire il numero di "operatori"se la quantità di "operazioni" è sempre quella!

Corretto, e non solo. Bisogna anche responsabilizzare la spesa della PA, nella parte locale, rispetto alle entrate (federalismo fiscale) perché senza questo vincolo non c'è responsabilità di spesa.

Next steps?

New Deal 2/9/2013 - 15:00

Ciao a Tutti

quali potrebbero essere:

  1.  1) passaggi/costi e 'milestones',  ma anche le possibili resistenze, in vista della creazione di una reale struttura federale a livello regionale?
  2. 2) azioni immediate per arginare almeno temporaneamente la situazione al Sud?

Si confronti ad esempio l'editoriale del Dott. Pizzati (http://noisefromamerika.org/articolo/federalismo-non-s-ha-fare) Pare evidente che caveat/resistenze siano direttamente correlati all'entita' della... 'rendita'.

  'Il problema strutturale è noto. L’Italia è un paese che gestisce una realtà molto eterogenea in maniera centralista. Da una parte ci sono delle regioni che danno molto di più di quanto ricevono, e sono quindi oberate da una pressione fiscale al netto eccessiva che le rende poco competitive e perdenti nel mercato globale. Dall’altra parte ci sono regioni che ricevono cronicamente più di quanto danno alimentando un sistema clientelare che incrementa il loro sottosviluppo'.

Grazie

Cordiali saluti

 

Sto pensando di scrivere qualche cosa su passaggi e milestones.
Il tempo è risorsa scarsa ma la volontà c'è.

http://youtu.be/iYuAxN8LZn0

per chi conosce il valore della nostalgia

Con ben due anni di ritardo lo Svimez (pagato con soldi pubblici) scopre che il Sud è in ritardo, e via di analisi copia e incolla (stamane ho letto un pezzo che comincia come il mio....).

Tanto è una moda passeggera, domani non se ne parlerà più, tranquilli.

Ne ho lette tante, io trimango della mia idea: se ne esce solo con leggi diverse (NON SPECIALI), l'iter che va bene a Belluno non va bene a Canicattì, il contratto unico nazionale è una boiata pazzesca (cit.).

Il resto son chiacchere.

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